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La domenica della nonviolenza. 10



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 10 del 27 febbraio 2005

In questo numero:
1. Elena Loewenthal: Dare voce ai ricordi, testimoniare la storia
2. Massimo Ammaniti ricorda Franca Ongaro Basaglia
3. Giovanni Berlinguer ricorda Franca Ongaro Basaglia
4. Luigi Cancrini ricorda Franca Ongaro Basaglia
5. Mario Colucci ricorda Franca Ongaro Basaglia
6. Paolo Tranchina ricorda Franca Ongaro Basaglia
7. Marco Bertotto e Gabriele Eminente ricordano Peter Benenson
8. Edoardo Boncinelli ricorda Aldo Carotenuto
9. Edi Rabini ricorda Renzo Imbeni
10. Alessandro Portelli ricorda Agostino Lombardo
11. Rossana Rossanda ricorda Titina Maselli
12. Umberto Galimberti ricorda Carlo Tullio-Altan
13. Suvendrini Kakuchi: La "modestia" che uccide

1. MEMORIA. ELENA LOEWENTHAL: DARE VOCE AI RICORDI, TESTIMONIARE LA STORIA
[Dal sito del quotidiano "La stampa" abbiamo ripreso questo articolo di
Elena Loewenthal del 25 gennaio 2003. Su Elena Loewenthal cfr. la notizia in
"La nonviolenza e' in cammino" n. 834]

Non sempre i ricordi hanno voce. Capita che il silenzio evochi non meno del
suono: sulla collina dello Yad Va-Shem - il memoriale della Shoah a
Gerusalemme - ad esempio, tutto tace fuorche' i nomi dei bambini sterminati,
scanditi dal buio.
La voce dei ricordi e' invece l'ideale sottotitolo alla giornata della
memoria che si celebrera' lunedi' prossimo nel nostro paese, segnata da una
gran quantita' di manifestazioni, eventi, e soprattutto libri. L'elenco e'
lungo, fitto e variegato: non resta che offrire ai lettori una scelta,
inevitabilmente arbitraria e riduttiva.
A incominciare da un libro che racchiude tutto il senso di questa giornata:
C'era una volta la guerra, a cura di Sonia Brunetti e Fabio Levi (Zamorani -
pp. 189, euro 15) e' il frutto di un incontro. Quello fra i bambini della
scuola ebraica di Torino e nonni e nonne venuti in classe a raccontare. E'
un libro di storia, corredato di immagini e ampia documentazione, ma
soprattutto un libro di vita, di domande e risposte, di emozioni condivise
nel racconto.
Accanto a questo libro, possiamo disporre altri ricordi scritti di quegli
anni: Elio Salmon, Diario di un ebreo fiorentino - 1943-1944 (a cura di
Alessandro Vivanti e con una prefazione di Michele Sarfatti, La Giuntina,
pp. 385, euro 13). E anche: Al di la' del ponte: le peripezie a lieto fine
di una bambina ebrea fuggita alla Shoah, di Regina Zimet-Levy, con una
prefazione di Liliana Picciotto (Garzanti, pp. 243, euro 12). Non c'e'
ritorno a casa e' la memoria di "vite stravolte dalle leggi razziali"
ispirate dal desiderio di rivisitare la propria esperienza, "adesso che la
mia vita volge all'epilogo": sono parole dell'autore, Davide Schiffer, nel
vol. 61 della "Rivista dell'Istituto Storico della Resistenza e della
Societa' Contemporanea in Provincia di Cuneo"
(www.cuneo.net/istituto-resistenza).
Bernat Rosner e Frederic Tubach sono rispettivamente un ebreo internato ad
Auschwitz quando aveva dodici anni e un suo coetaneo tedesco, avviato dal
padre alla carriera nel partito nazista: ora si parlano fra le pagine di
Amici nonostante la Storia, appena pubblicato da Feltrinelli (pp. 181, euro
13,50). Storie di vite ma anche di luoghi, come in L'orizzonte chiuso.
L'internamento ebraico a Castelnuovo di Garfagnana. 1941-1943 di Silvia
Angelini, Oscar Guidi e Paola Lemmi (Maria Pacini Fazzi, Lucca - tel.
0583/440188, pp. 173, euro 20).
Documento sconcertante sono invece i 120 minuti tratti dalle 350 ore di
filmato originale delle udienze al processo Eichmann a Gerusalemme: li ha
preparati il regista israeliano Eyal Sivan, e sono in libreria per i tipi
Einaudi, insieme al libro che correda il documentario: Rony Brauman e Eyal
Sivan, Elogio della disobbedienza. A proposito di "uno specialista", Adolf
Eichmann (libro con videocassetta, euro 19,50).
Infine, due volumi di riferimento generale: un agile manuale storico, Shoah
di Bruno Segre (nella ristampa per Net - Il Saggiatore, pp. 181, euro 7). E
Olocausto del giornalista Guido Knopp (Corbaccio, pp. 377, euro 20): perche'
"L'olocausto non puo' essere addebitato come colpa a noi tedeschi nati dopo
la guerra. Pero' ricadono su di noi la responsabilita' e il dovere del
ricordo. Responsabilita' significa anche saper guardare in faccia sino in
fondo la propria storia".

2. MAESTRE. MASSIMO AMMANITI RICORDA FRANCA ONGARO BASAGLIA
[Dal quotidiano" La Repubblica" del 15 gennaio 2005. Su Massimo Ammaniti
cfr. la notizia biobibliografica nel sito www.unirsm.sm. Su Franca Ongaro
Basaglia cfr. la notizia in "La nonviolenza e' in cammino" n. 843]

La notizia della scomparsa di Franca Ongaro Basaglia non puo' non riportare
alla mente la stagione gloriosa in cui si lottava contro la violenza delle
istituzioni manicomiali, iniziata nel nostro paese alla fine degli anni
Sessanta, ma che rappresenta ancora oggi un modello di riferimento. Franca
Basaglia e' stata la memoria appassionata di quel movimento politico e
culturale che riprendendo le parole di denuncia di Primo Levi in Se questo
e' un uomo, sulla condizione di degradazione umana nei lager nazisti, punto'
l'indice sullo stato dei malati mentali rinchiusi nei manicomi, privati dei
diritti piu' elementari e mortificati nella loro identita' personale.
Ma non e' stata solo la testimone attenta del lungo percorso che prese
l'avvio dall'ospedale psichiatrico di Gorizia, diretto dal marito Franco
Basaglia, per poi investire non solo gli operatori psichiatrici ma la stessa
opinione pubblica, che aveva rimosso la vergogna della condizione dei malati
mentali. E' stata una protagonista tra le piu' lucide del movimento
antipsichiatrico, come si puo' leggere nel libro ormai storico,
L'istituzione negata, a cui avevano contribuito anche gli psichiatri che si
erano riuniti attorno alla figura di Franco Basaglia, leader indiscusso.
A questo gruppo che poi avrebbe avuto una forte influenza sul movimento
degli studenti e su tutta la sinistra, Franca Basaglia apporto' gli studi
della sociologia americana, ad esempio quelli di Goffman e Merton, che
avevano indagato i processi di emarginazione sociale e di etichettamento che
colpivano in primo luogo i malati mentali. Questa prospettiva veniva a
coniugarsi con la cultura europea storico-antropologica di Foucault e con la
fenomenologia tedesca. Mentre il movimento antipsichiatrico si e' sempre
piu' radicato nel mondo dell'assistenza psichiatrica che ha profondamente
trasformato, Franca Basaglia ha continuato la sua battaglia a favore delle
donne e delle persone meno garantite avvicinandosi alla politica
istituzionale.
Quello che ci manchera', e che purtroppo i piu' giovani non hanno potuto
apprezzare, e' la sua passione umana e la sua lucidita' concettuale con cui
ha continuato a combattere per i diritti umani delle persone piu'
sacrificate e piu' in difficolta'.

3. MAESTRE. GIOVANNI BERLINGUER RICORDA FRANCA ONGARO BASAGLIA
[Dal quotidiano "Liberazione" del 15 gennaio 2005. Su Giovanni Berlinguer
cfr. la notizia in "La nonviolenza e' in cammino" n. 656]

Franca Ongaro Basaglia e' stata tra i protagonisti, apportandovi il fresco
contributo della sua passione e della sua preparazione filosofica e
sociologica, di una delle esperienze culturali piu' originali vissute in
Italia (e poi trasferite in varie forme verso paesi vicini e lontani): il
rinnovamento profondo della teoria e della prassi psichiatrica.
Conobbi lei e Franco intorno al 1968, quando mi recai a Gorizia per capire
meglio come era stato trasformato il manicomio, abbattendo le sbarre e i
cancelli e liberando i ricoverati da quegli involucri coercitivi che
producevano sofferenze e ostacolavano perfino il riconoscimento delle
patologie. L'avvicinamento a questa esperienza, che suscitava anche a
sinistra dubbi e perplessita', fu reso piu' facile dall'immediata
cordialita' dei rapporti: nacque cosi' una stretta amicizia che duro' a
lungo, che oltrepasso' la tragedia della scomparsa prematura di Franco, e
che si consolido' in tante attivita' comuni e nell'esperienza vissuta
insieme al Senato (1984-1982): lei nella sinistra indipendente, io nel Pci,
impegnati con lo stesso entusiasmo. Questa lunga comunanza rende piu'
profondo il dolore per la sua scomparsa, il cordoglio per il lutto degli
straordinari figli e nipoti, la sensazione di un vuoto non colmabile, anche
se so che l'eredita' culturale e' in molte e ottime mani.
Questa eredita' comprende una forte coerenza morale e una notevole capacita'
di spaziare, partendo dall'esperienza vissuta, verso le molte connessioni
dell'esperienza psichiatrica e delle "istituzioni negate". Attraversando
questi percorsi, Franca e' giunta nei lavori comuni scritti con Franco, e
poi purtroppo senza di lui, a proiettare le sue riflessioni verso l'insieme
delle istituzioni repressive, verso i "crimini di pace", verso la medicina e
il diritto, verso la bioetica.
Una produzione di saggi e di libri ampia e differenziata, accompagnata da un
costante lavoro di aggregazione, di iniziative culturali e di lotte
politico-sociali che hanno meritato ampi riconoscimenti. Il piu' ufficiale
e' consistito nella laurea honoris causa in scienze politiche, che le e'
stata conferita dall'Universita' degli studi di Sassari nell'anno 2001. Il
piu' importante e' pero' la gratitudine di tutti coloro che l'hanno
conosciuta, e di quelli la cui vita e' divenuta migliore grazie a quel che
lei ha fatto per i suoi simili.

4. MAESTRE. LUIGI CANCRINI RICORDA FRANCA ONGARO BASAGLIA
[Dal quotidiano "Il messaggero" del 15 gennaio 2005. Su Luigi Cancrini cfr.
la notizia ne "La domenica della nonviolenza" n. 9]

Il rapporto che ha unito i destini di Franca Ongaro e di Franco Basaglia era
un rapporto fondato su un grande amore e su una grande, reciproca
ammirazione. La "pratica" antipsichiatrica di Franco e dei suoi allievi e
colleghi si basava sulla generosita' e sulla intuizione ma aveva dietro le
spalle lo spessore e il rigore delle idee cui si dedicava soprattutto
Franca. Scrittura dei testi e dei manifesti programmatici, ragionamenti
sulle cause sociali e politiche dell'esclusione, riflessioni sul significato
culturale del cambiamento da mettere in atto venivano soprattutto da lei,
all'interno di una collaborazione di cui tutti e due avvertivano nello
stesso modo, con la stessa forza, la necessita' e la ricchezza. Sicche' e'
difficile per chi li ha conosciuti, per chi li ha visti lavorare insieme,
per chi li ha sentiti discutere (l'ironia affettuosa e sempre un po'
sfuggente dai contrasti di lui, la serieta' facilmente polemica ma coerente
e sempre impegnata di lei), pensare alla riforma e al movimento di idee che
l'ha preceduta, accompagnata e seguita come al prodotto dell'attivita'
intellettuale di uno solo dei due. La legge Basaglia, per chi ha vissuto con
loro quel tempo straordinario, e' una legge che riguarda tutti e due, Franco
e sua moglie Franca.
Tutto era cominciato a Gorizia, all'inizio degli anni '60. Nominato
direttore di un ospedale psichiatrico che sorgeva sul confine dell'allora
Jugoslavia Franco Basaglia si era trasferito la' con sua moglie lasciando
l'universita' di Padova. L'incontro con i degenti dell'ospedale, un gruppo
estremamente disomogeneo di persone con gravi problemi psichiatrici, di
portatori di handicap e di emarginati di vario genere provenienti da una
parte e dall'altra di una linea di frontiera recente e incerta dal punto di
vista delle eredita' culturali, rese immediatamente evidente a tutti e due
l'assurdita' di una situazione in cui a venir tutelati non erano i poveretti
rinchiusi nell'ospedale ma quelli che ne erano fuori: l'assurdita' di una
situazione, voglio dire, in cui nulla si faceva, all'interno di un ospedale
psichiatrico, che fosse orientato su finalita' terapeutiche o riabilitative.
L'indignazione che scatto' nel giovane medico e nella sociologa che era la
sua compagna di vita e di lavoro segna con molta forza i loro primi scritti,
le loro prime scelte. Attorniati da un gruppo di colleghi appassionati ed
entusiasti, Franco e Franca cominciarono a trasformare l'ospedale in una
comunita' terapeutica alla Maxwell Jones. Proponendo, nella assemblea di
reparto, la possibilita', data tendenzialmente ad ogni utente, di raccontare
la sua storia. Di smettere l'abito del malato ripresentandosi come persona.
Dando luogo allo sviluppo di una esperienza straordinaria di cui
"L'istituzione negata", il libro manifesto del 1968, fornisce ancora oggi
una testimonianza di straordinaria ricchezza umana e scientifica.
Il passaggio successivo, legato soprattutto alla spinta di Franca, fu la
scelta del tipo di sbocco da dare alla esperienza sviluppata dentro
l'ospedale. Uno sbocco che non riguardo' in prima battuta gli ambienti
scientifici piu' tradizionali ma la societa' civile nel suo complesso.
All'interno di un ragionamento che spiegava anche i danni psichiatrici piu'
gravi come una conseguenza dell'internamento e dell'esclusione, la battaglia
da portare avanti per rinnovare la psichiatria fu sentita e presentata
all'esterno come una battaglia di significato immediatamente politico.
Centrata da subito sull'abbattimento fisico di un muro ma rappresentata, da
subito, come una battaglia simbolica per il riconoscimento del diritto di
tutti gli esclusi.
Il resto e' storia piu' difficile e piu' malinconica. La legge era appena
entrata in vigore quando Franco mori'. Da allora quello che e' andato avanti
e' lo smantellamento progressivo degli ospedali, lo spostamento degli
interventi psichiatrici sul territorio, il tentativo di offrire per la prima
volta una tutela vera al malato e alla sua famiglia sostituendo il concetto
di bisogno a quello di pericolosita'. Con una carenza grave di rispetto per
molti dei vecchi e dei nuovi utenti psichiatrici, pero', perche' quella che
resto' debolissima fu la capacita' di governare la riforma: programmando in
modo efficace su tutto il territorio nazionale la nascita di quelle
strutture intermedie che Franco e i suoi erano riusciti a mettere in piedi a
Trieste.
I risultati di questa debolezza di governo della riforma sono diventati,
successivamente, motivi di critica dei principi cui essa si era ispirata.
Utilizzando la difficolta' di quelli che non erano stati assistiti in modo
sufficiente, i sostenitori della vecchia psichiatria hanno rapidamente
dimenticato il valore delle conquiste che erano state fatte in termini di
rispetto del diverso e delle sue esigenze. Il fatto che la rivoluzione
istituzionale non sia stata seguita in modo coerente e sistematico da quella
rivoluzione della cultura dell'universita' e dei servizi che avrebbero
potuto e dovuto assicurarne la realizzazione ha gravemente ostacolato,
ancora, il cammino della riforma. Facilitando quel tipo di proposte sulla
psichiatria sostanzialmente basate su un ritorno al passato che sono state
il cruccio piu' pesante, il dolore piu' vivo negli ultimi anni della vita di
Franca.
Partirei da qui, da questo ragionamento, per ricordarla nel giorno in cui ci
ha lasciato.
Una persona come lei, una persona dotata del suo coraggio e della sua
coerenza va ricordata, secondo me, soprattutto con l'impegno a portare
avanti le idee in cui lei ha creduto, a cui ha dedicato la sua vita.
Portandoci nel cuore pero', quelli di noi che hanno avuto la fortuna di
conoscerla, anche la dolcezza del sorriso malinconico che segnalava, ogni
volta che parlava delle cose che si dovevano fare, la consapevolezza
profonda delle difficolta' che si sarebbero incontrate. La democrazia, una
democrazia capace di riguardare davvero tutti, mi sembra di sentirla dire,
si costruisce con un lavoro duro. Che puo' andare avanti per piu' di una
generazione. Cui ognuno di noi puo' dare solo un piccolo contributo.

5. MAESTRE. MARIO COLUCCI RICORDA FRANCA ONGARO BASAGLIA
[Dal quotidiano "Il piccolo" del 15 gennaio 2005. Mario Colucci e'
psichiatra presso il dipartimento di salute mentale di Trieste e curatore e
coautore di fondamentali lavori su Franco Basaglia]

Il vuoto che Franca Ongaro Basaglia lascia nella politica, nella cultura,
nella stessa intelligenza della nostra epoca e' cosi' profondo, che risulta
impossibile descrivere la sua vicenda di vita e di pensiero, ricordandola
solo attraverso quel sodalizio affettivo e intellettuale - pure
straordinario -  con il marito Franco Basaglia. Tanto instancabile e onesta
e' stata la sua ricerca personale e la sua azione su quella frontiera
incerta della tutela dei diritti dei soggetti deboli, che merita oggi di
essere ricordata come una delle persone che hanno piu' contribuito a
un'intera epoca di conquiste sociali del nostro paese.
Nata nel 1928 a Venezia, attratta inizialmente da tutt'altra vocazione
(letteraria) rispetto a quella passione civile e di ricerca che la
infiammera' per tutta la vita, ha saputo creare un suo stile coerente di
riflessione teorica e di pratica politica che ne hanno fatto un punto di
riferimento non soltanto per coloro che avevano a cuore la trasformazione
delle istituzioni psichiatriche. Certo, questa e' stata la scena del suo
massimo impegno.
Ma non l'unica. Anzi, se avesse potuto scegliere il tema attraverso il quale
presentare la sua ricerca e il suo ingaggio politico, avrebbe forse optato
per la storia della lotta di liberazione della donna, "come esempio del
primo uso della natura, della diversita' biologica in termini di
disuguaglianza e di potere", come ebbe a dire durante la cerimonia di
conferimento della laurea honoris causa in scienze politiche conferitale nel
2001 dall'Universita' di Sassari. Su questo tema di lavoro - la
subordinazione della donna al di la' di qualsiasi condizione o lotta di
classe - aveva concentrato la sua attenzione gia' a partire dagli anni
sessanta con interventi su riviste e con importanti saggi fino alla stesura
della voce Donna per l'Enciclopedia Einaudi e al fondamentale testo Una
voce. Riflessioni sulla donna, del 1982.
Tuttavia, proprio in quell'occasione accademica, aveva ammesso di non
potersi staccare cosi' facilmente dall'ambito di ricerca della psichiatria,
o meglio della salute mentale, tanto complesso e ricco ne era stato il suo
coinvolgimento: l'esperienza di trasformazione del manicomio di Gorizia e di
Trieste, la militanza nei movimenti di contestazione psichiatrica, gli
innumerevoli libri scritti a quattro mani con Franco Basaglia (fra tutti i
celeberrimi L'istituzione negata, Morire di classe, Crimini di pace), la
partecipazione attiva alla vita politica con due legislature da senatrice
nel gruppo della sinistra indipendente. L'ambito della psichiatria
funzionava perfettamente e indiscutibilmente da "esempio di tutti i processi
culturali, politici e sociali che coinvolgono l'individuo e il suo
diritto/dovere di cittadinanza".
Diritto/dovere di cittadinanza: rileggendo la sua lectio doctoralis si
coglie tutta la profondita' di quella barra fra cio' che ci sembra giusto
tutelare parlando di cittadinanza (il diritto) e cio' che ci sembra insolito
evocare (il dovere). Franca Ongaro Basaglia aveva lavorato incessantemente
sulla difesa del diritto a essere cittadini, sin da quando di questo diritto
era "assurdo" parlare per alcuni individui, come negli anni sessanta per gli
internati dei manicomi italiani. La feroce logica dell'espropriazione dei
corpi nell'universo concentrazionario dell'istituzione totale non era stata
che una prima fase rudimentale di un processo di invalidazione
dell'individuo sofferente, poi perpetuata da logiche piu' sottili e occulte.
Era contro queste logiche che Franca Ongaro Basaglia aveva mobilitato il suo
impegno parlamentare all'indomani della promulgazione della legge 180 e
della morte del marito: perche' non bastava aver fatto approvare la norma,
bisognava rendere effettiva la sua applicazione (e' stata lei che per la
prima volta nel 1987 ha presentato un disegno di legge di attuazione della
180, poi servito da traccia per il primo Progetto Obiettivo Salute Mentale
del 1989); perche' non bastava riconoscere l'universalita' dei diritti delle
persone, se per quei diritti non fosse stato promosso un dovere sociale e
politico di farli valere per tutti e ad ogni condizione. Non si trattava in
definitiva solo di umanizzare l'assistenza ai soggetti deboli e
svantaggiati, piuttosto di rivendicare a gran voce una trasformazione
concreta di quelle discipline, di quei corpi professionali, che quei diritti
avevano il dovere di tutelare e di promuovere. Non solo ascoltare i bisogni,
ma verificare se questi stessi bisogni fossero alla base di un'impresa
scientifica e di un'azione politica.
Su questa vigilanza Franca Ongaro Basaglia ha insistito fino alla fine:
sulla necessita' che qualsiasi modello scientifico o tecnologico non si
alimenti soltanto del mito del suo progresso, perdendo di vista le
disuguaglianze che tende a produrre e occultare. Una medicina che sia troppo
medica, incapace di far vivere la malattia come parte della vita e non come
oggetto estraneo da eliminare, o peggio ancora da nascondere, non ha diritto
di cittadinanza: e' questa fermezza alla base del suo libro piu'
interessante Salute/malattia. Le parole della medicina.
Possiamo immaginare, negli ultimi mesi di sofferenza per il male che la
stava consumando, la stessa fermezza di fronte alle istituzioni che
tentavano di impadronirsene. "Con questo non intendo sottovalutare
l'importanza della tecnologia medica", aveva scritto, "sono una persona che
ha dovuto ricorrere a piu' riprese all'aiuto indispensabile della medicina e
del servizio pubblico. Ma credo di essere qui, in questo momento, anche
grazie agli spazi di liberta', di decisione che mi sono stati consentiti e
che ho salvaguardato, alla protezione non invasiva di cui sono stata
circondata, alla caparbieta' - che mi e' congeniale - di non delegare la mia
vita, la mia malattia, il mio corpo ad altri".
E' cosi' che ci piace ricordarla, le sue parole serene e i suoi occhi
azzurri. E dirle addio.

6. MAESTRE. PAOLO TRANCHINA RICORDA FRANCA ONGARO BASAGLIA
[Dal sito www.retesociale.it riprendiamo la seguente testimonianza. Su Paolo
Tranchina cfr. la notizia in "La domenica della nonviolenza" n. 9]

Franca e' stata una protagonista intelligente, acuta, intransigente, dei
processi di rinnovamento della salute mentale nel nostro paese, che ha
sempre sostenuto con forza e passione, sia a livello culturale, che
politico.
I suoi scritti si distinguono per una particolare dialettica, sciolta ma
rigorosa, che affronta i diversi temi con acutezza e logica stringente,
ponendo sempre al centro l'uomo, la donna nel loro diritto a non essere
strumentalizzati, umiliati, fatti oggetto di saperi e pratiche istituzionali
che non controllano e che li disumanizzano.
Nel suo lavoro teorico l'ideologia occupa un posto ovviamente di primo
piano, sia per quanto riguarda la medicina che la psichiatria nel loro
intersecarsi nella definizione e gestione della salute e della malattia.
Nel processo di definizione dei loro saperi queste scienze si sono staccate
via via dalla globalita' di un corpo immerso nel suo ambiente, un corpo che
e' natura e cultura al tempo stesso, un corpo globale, per farne un corpo
separato, un oggetto avariato da riparare.
La malattia si e' cosi' separata violentemente dalla salute diventando un
corpo estraneo, rendendo impossibile un riconoscimento autentico sia della
salute che della malattia, e degli inscindibili legami che le iscrivono in
sensi condivisi.
Oltre che L'istituzione negata, Franca Ongaro Basaglia, in collaborazione
con Franco Basaglia, ha pubblicato La maggiornza deviante, dove si riflette
sul problema del controllo sociale e, in collaborazione con altri, Crimini
di pace.
Personalmente ritengo che il suo libro Salute/malattia. Le parole della
medicina, che raccoglie interventi apparsi nella Enciclopedia Einaudi, sia
uno dei testi piu' ricchi e profondi prodotti dal movimento della nuova
psichiatria italiana. Anche se alcune parti sono frutto di collaborazione
sia con Franco Basaglia che con Giorgio Bignami, l'impronta di Franca si
manifesta forte e inconfondibile. Amo talmente questo libro che l'ho portato
come testo sia alla clinica psichiatrica dell'Universita' di Verona, sia
come momento di studio e riflessione nel lavoro culturale di equipe
psichiatriche territoriali, come quella di Orzinuovi, in provincia di
Brescia. Dallo specifico della malattia mentale e dei processi di esclusione
che caratterizzano le pratiche manicomiali, la riflessione investe aspetti
fondamentali della vita e della morte.
Scrive Franca nella sua prefazione a Salute/malattia: "Quando la salute come
progetto prende il posto della vita, e' la vita stessa a svuotarsi di
significato, di fronte a un'astrazione da perseguire e da raggiungere. E
quando la morte viene messa tra parentesi per poter lottare contro una
malattia che non e' piu' automaticamente morte, e' ancora la vita a cambiare
di significato. L'individuazione della malattia crea l'illusione che la
morte non esista o che si possa rinviarla indefinitivamente, affidandola al
medico. Tutto appare dominabile e rimediabile: sopportare dolore e
sofferenza diventa inutile e privo di significato se c'e' qualcosa in grado
di eliminarli. Alla fine di una serie di rinvii capita anche di morire, ma
non si tratta piu' dell'incontro dell'uomo con la morte e con la propria
finitudine, ma di un'operazione tecnica mal riuscita che lascia sul letto un
cadavere: l'esperienza della morte, diventata il limite della medicina di
fronte alla malattia".
Solo processi di rappropriazione della propria salute come della propria
malattia possono contrastare questi tragitti, valorizzando la soggettivita
contro ogni espropriazione, oggettivazione. "Il valore dell'uomo, sano o
malato che sia, va oltre il valore della salute e della sua malattia che,
come ogni altra contraddizione umana, puo' essere usata come occasione di
appropriazione o di alienazione di se', quindi come strumento di liberazione
o di dominio... Se il valore e' l'uomo, la malattia non puo' servire come
occasione per eliminarlo, ma diventa occasione di una riappropriazione del
corpo, delle esperienze della vita; cosi' come la salute non puo'
rappresentare la 'norma', se la condizione dell'uomo e' di essere
contemporanemente sano e malato".
Anche a nome di Psichiatria Democratica della Toscana esprimiamo tutta la
nostra vcinanza ai familiari.

7. MEMORIA. MARCO BERTOTTO E GABRIELE EMINENTE RICORDANO PETER BENENSON
[Marco Bertotto e Gabriele Eminente sono impegnati nella sezione italiana di
Amnesty International (per contatti: e-mail: info at amnesty.it, sito:
www.amnesty.it); di Amnesty International Peter Benenson e' stato il
fondatore]

Cari amici,
con estrema tristezza, vi comunichiamo che Peter Benenson e' spirato ieri
sera, all'eta' di 83 anni, nell'ospedale Jonh Radcliffe di Oxford.
Peter e' stato il fondatore e l'ispiratore di Amnesty International. Nel
maggio 1961, informato dell'arresto di due giovani che in un caffe' di
Lisbona avevano brindato alla liberta' delle colonie portoghesi, pubblico'
su un settimanale di Londra un articolo intitolato "I prigionieri
dimenticati".
Era un appello per un campagna di 12 mesi dedicata alla liberazione di tutti
i prigionieri per motivi di opinione: l'adesione entusiasta di migliaia di
persone convinse Peter a trasformare quella campagna in cio' che sarebbe
divenuto il piu' importante movimento globale per i diritti umani.
Nei primi anni di vita di Amnesty International, Peter assicuro'
all'organizzazione il sostegno finanziario per muovere i primi passi, prese
parte ad alcune missioni di ricerca, si occupo' in prima persona di tutte
quelle incombenze necessarie a far crescere in dimensioni ed importanza la
sua "creatura".
L'intera sua vita e' stata dedicata a combattere l'ingiustizia nel mondo.
Peter credeva nel potere delle persone comuni di provocare straordinari
cambiamenti: creando Amnesty International ha dato a ciascuno di noi
l'opportunita' di fare la differenza.
Ad una cerimonia pubblica per il venticinquesimo compleanno di Amnesty
International, Peter accese la candela con il filo spinato e recito' quello
che ricorderemo come il suo testamento spirituale: "Questa candela non
brucia per noi, ma per tutte quelle persone che non siamo riuscite a salvare
dalla prigione, che sono state uccise, torturate, rapite, scomparse. Per
loro brucia la candela di Amnesty International".
La famiglia Benenson ha deciso di svolgere una cerimonia privata per soli
parenti. Amnesty International terra' nei prossimi giorni una cerimonia
pubblica per ricordare il suo fondatore. A nome della sezione italiana, ci
uniremo al dolore della famiglia e di quanti, amici e colleghi, avevano
avuto l'onore di conoscere Peter e di condividere con lui l'impegno per i
diritti umani.

8. MEMORIA. EDOARDO BONCINELLI RICORDA ALDO CAROTENUTO
[Dal "Corriere della Sera" del 15 febbraio 2005. Edoardo Boncinelli e'
direttore del Laboratorio di biologia molecolare dello sviluppo al S.
Raffaele di Milano. Su Aldo Carotenuto cfr. il sito www.aldocarotenuto.it]

E' morto domenica notte al Policlinico "Agostino Gemelli" di Roma lo
psicoanalista Aldo Carotenuto. Nato a Napoli 72 anni fa, studioso di
formazione junghiana, Carotenuto era docente di Psicologia della
personalita' all'Universita' di Roma.
Con Aldo Carotenuto e' scomparsa una delle voci piu' originali del nostro
panorama culturale, espressione di un'inesausta e quasi inesauribile voglia
di "frugare" nelle pieghe della nostra psiche e di esplorare come tutto
questo si rifletta sulla nostra societa' e i suoi disagi. Psicoanalista di
formazione junghiana ma di vasti, vastissimi, interessi non ha tralasciato
di commentare negli ultimi trent'anni quasi nessuna notizia di costume del
nostro tempo... Di origine napoletana, laureato in filosofia, si era formato
professionalmente negli Stati Uniti ed aveva poi esercitato la professione
privata prima a Napoli e poi a Roma.
Lettore instancabile di ogni tipo di libri e desideroso di informarsi su
ogni tipo di sapere, aveva smesso presto di accontentarsi di esercitare la
libera professione. Non gli bastava. Si era prodigato nell'insegnamento
presso la Facolta' di Psicologia dell'Universita' di Roma, fin quasi dalla
sua istituzione; teneva una rubrica fissa di commenti quasi giornalieri su
un certo numero di quotidiani e riviste; organizzava convegni e dibattiti
sulla psicologia del profondo. E soprattutto scriveva libri. Libri
indimenticabili, pieni di dottrina - la dottrina della psicologia analitica
junghiana ovviamente - ma anche di una finissima penetrazione psicologica e
di una grande sensibilita' umana. Frutto di una scrittura tersa ed efficace,
si leggono come romanzi. D'altra parte che cos'e' un romanzo se non una
storia ben raccontata? Che importanza puo' avere se la storia e' di fantasia
o e' una storia vera, basata come in questo caso su una rielaborazione
personale di innumerevoli casi clinici? I suoi sono "romanzi veri" e come
tali sono avidamente letti ed amati.
Non solo di casi clinici, piu' o meno rivisitati, ha scritto Aldo. Si e'
occupato anche della storia del pensiero psicoanalitico, con attingimenti a
volte originali. Nel suo libro Diario di una segreta simmetria ha parlato ad
esempio per la prima volta del controverso rapporto fra Sabina Spielrein e
Jung, il suo "dottore", che e' stato poi l'oggetto del bel film di Roberto
Faenza Prendimi l'anima. La Spielrein, che doveva in seguito diventare
psicoanalista essa stessa prima di fare una tragica fine, si trovo' al
centro di una vicenda umana molto coinvolgente nella quale venivano a
sbiadirsi i confini tra il rapporto paziente-analista e quello tra giovane
donna e giovane, stimato professionista. Questo non e' che un esempio dei
temi coraggiosi e scabrosi che Carotenuto non si stancava mai di affrontare.
E questa era proprio la sua grande forza. Al di la' di cio' che ha lasciato
scritto, e non e' poco, Aldo era una persona con la quale si poteva parlare
di tutto. Aveva la tempra di un esploratore. La sua Africa nera, la sua
foresta vergine, era la psiche, degli uomini e delle donne come singoli,
nonche' quella dei gruppi che costoro vanno di volta in volta formando. Non
disdegnava di portare con se' la bussola delle conoscenze psicoanalitiche,
ma per il resto era assolutamente aperto. Ci ho discusso, e anche litigato,
per anni, ma in lui non ho mai percepito un' ombra di disonesta'
intellettuale o di acquiescenza a schemi interpretativi preordinati. Cercava
sempre di penetrare le cose dell'anima in maniera intellettualmente valida
ma secondo la loro propria natura di eventi irripetibili che affondano al
contempo le radici in un passato senza tempo poiche', per dirla con
Montaigne, "ciascuno reca in se' la forma intera della condizione umana".

9. MEMORIA. EDI RABINI RICORDA RENZO IMBENI
[Ringraziamo Edi Rabini (per contatti: edorabin at tin.it) per questo ricordo
di Renzo Imbeni. Edi Rabini, che e' stato grande amico e stretto
collaboratore di Alex Langer, e' impegnato nella Fondazione Alexander Langer
(per contatti: e-mail: langer.foundation at tin.it, sito:
www.alexanderlanger.org). Su Renzo Imbeni cfr. la notizia in "La nonviolenza
e' in cammino" n. 750]

Ci siamo ieri mescolati alle molte persone che hanno voluto rendere un
triste omaggio a Renzo Imbeni nella sua Bologna.
Accanto ai lati piu' noti della sua intensa e prestigiosa attivita'
pubblica, vogliamo ricordare una parte forse minore, ma per noi di
grandissimo significato.
Renzo Imbeni e' stato infatti uno dei piu' convinti promotori, dal 1996,
dell'istituzione di un premio internazionale dedicato alla memoria di
Alexander Langer, che era stato suo collega al Parlamento Europeo. Ed e'
stato dal 1999 presidente del Comitato Scientifico e di Garanzia della
Fondazione, incaricato di assegnare ogni anno il Premio stesso.
Dobbiamo anche alla sua sapienza e alle sua perspicacia politica, se il
premio e' andato da allora a persone e associazioni forse poco conosciute,
ma testimoni rilevanti di alcune delle domande cruciali che questo secolo
trascorso ci ha lasciato in eredita': l'algerina Khalida Messaoudi Toumi, le
ruandesi Jacqueline Mukansonera e Yolande Mukagasana, i coniugi cinesi Ding
Zilin e Jiang Peikun, la kosovara Vjosa Dobruna e la serba Natasa Kandic,
l'israeliano Dan Bar-On e il palestinese Sami Adwan, l'ambientalista
ecuadoregna Esperanza Martinez, la memoria dell'operaio di Porto Marghera
Gabriele Bortolozzo, la fondazione polacca Pogranicze di Sejny.
Proprio alcuni giorni prima della sua morte, Graziella Monti la sua
collaboratrice (che di lui sapeva trasmettere analoga gentilezza,
condivisione, passione), ci ha fatto avere il suo parere decisivo per
l'assegnazione del premio internazionale 2005 che verra' tra breve
annunciato.
Per avere lui presente, avevamo scelto proprio Bologna come sede degli
incontri del Comitato scientifico. Renzo ci deve essere. E lui non aveva
quasi mai mancato di regalarci una parte anche breve del suo prezioso tempo
o di prendere parte - tra un impegno e l'altro - alle nostre manifestazioni
a Bolzano e Citta' di Castello.
Ci lascia dunque un vero amico caro, che ci ha incoraggiato e accompagnato
fin dai primi passi con la sua grande esperienza ed umanita'. Renzo Imbeni
ci manchera'.
Nel ricordarlo con affetto vogliamo dare un segno di amicizia e di
partecipazione alle sue Rita e Valentina e alle molte persone che gli hanno
voluto e gli vorranno bene.
Edi Rabini, per la Fondazione Alexander Langer

10. MEMORIA. ALESSANDRO PORTELLI RICORDA AGOSTINO LOMBARDO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 25 gennaio 2005. Su Alessandro Portelli
cfr. la notizia in "La nonviolenza e' in cammino" n. 844. Agostino Lombardo
nacque a Messina nel 1927, docente universitario di letteratura inglese e
americana, saggista, traduttore, e' stato tra i piu' autorevoli studiosi di
Shakespeare]

Agostino Lombardo, uno dei piu' grandi studiosi italiani di letteratura
inglese, magistrale traduttore e critico shakespeariano, fondatore degli
studi americani nell'universita' italiana, e' morto domenica scorsa a Roma.
Dell'anglista e del filologo shakespeariano dovranno parlare altri. Io
voglio raccontare il mio Agostino Lombardo, con cui ho condiviso le passioni
americane. Perche' dobbiamo soprattutto a lui se gli studi americani in
Italia hanno una prevalente impronta democratica e di sinistra, e se abbiamo
imparato a essere critici anche feroci dell'America senza diventare mai
banalmente antiamericani.
Correva l'anno 1970. Io uscivo di soppiatto dall'ufficio dove allora
lavoravo per andare all'universita' e sentire le lezioni di Agostino
Lombardo - i racconti di Hawthorne, Moby Dick, il romanzo inglese del
dopoguerra, la lettura del Macbeth... Un giorno, come allora accadeva,
entrarono in classe dei compagni, annunciarono un'altra tragedia in Vietnam
e chiesero molto civilmente di interrompere le lezioni. Molto civilmente,
Agostino Lombardo rispose che il suo modo di rispondere a quegli orrori era
di fare con serieta' e impegno il proprio lavoro. Fummo in due ad alzarci e
uscire lo stesso dall'aula. Ma capii subito che aveva ragione anche lui, e
me l'ha confermato nei trenta e piu' anni in cui e' stato maestro, qualche
volta antagonista, sempre punto di riferimento per me, e per generazioni
intere dell'anglistica e dell'americanistica piu' vivaci.
Non ho conosciuto mai nessuno che come Agostino Lombardo avesse il senso
delle istituzioni e dell'universita' come servizio, un servizio per la
societa' nel suo complesso e per gli studenti nell'immediato. Per questo,
insegnare - lavorare - era un atto politico, una testimonianza per una
societa' piu' responsabile, piu' seria - una democrazia fondata sul lavoro.
Per questo, chiedergli di interrompere la lezione era ai suoi occhi la
stessa cosa che chiedergli di smettere di fare politica, di smettere di
esistere (e per questo e' stato uno dei pochi professori che ascoltarono il
'68 e - senza demagogie, con qualche turbamento - lo accettarono). Cosi',
anche se ha continuato fino alla fine a venire all'universita', a insegnare
e a tradurre, tuttavia la pensione, la fine della sua vita istituzionale di
lavoro, e' stata una privazione forse insopportabile.
Questo senso quasi di missione si vedeva nella passione didattica, nel modo
in cui riusciva a trasmettere, a noi che l'ascoltavamo, il suo amore per
Joyce o Melville - tanto piu' che era sorretto da un'idea alta, certo
tradizionale ma solidissima, della cultura, della letteratura, del teatro
come spazi di liberta' e di critica.
Questo approccio lo riversava soprattutto nello studio della letteratura
americana, che fu il primo a insegnare in Italia all'universita'. Sosteneva
che tutta la cultura letteraria americana e' cultura critica, di
opposizione; e per questo insisteva sul fatto che piu' di quella inglese la
letteratura americana andava letta nei suoi rapporti con la storia, con la
societa', con le culture popolari, le culture di minoranza. Io la vedevo un
po' piu' complicata; ma e' grazie a questa sua convinzione che dentro la
"letteratura" e' stato possibile farci rientrare - all'inizio degli anni
'70, quando non andava di moda - Woody Guthrie e il blues. L'avevo
conosciuto nel 1970, dopo un viaggio in America alla ricerca del Black
Power, da cui mi ero portato dietro un carico, magari un sovraccarico, di
certezze contestative e "correttezze politiche". Agostino Lombardo di queste
cose non si occupava, ma mi diede subito ascolto e spazio; e fu lui a
organizzare tra il 1969 e il 1970, per la prima volta nella nostra
universita', un memorabile seminario biennale sulla letteratura
afroamericana, in cui chiamo' tutti, docenti e studenti, a confrontarsi con
quell'esperienza, a leggere quei testi.
Non si allontano' mai dai suoi interessi fondanti - i classici, Shakespeare,
quello che abbiamo cominciato a chiamare il "canone" - e da un suo approccio
critico sospettoso verso le novita' teoriche e metodologiche e le
superficiali interdisciplinarita'. Ma apriva porte, creava spazi, ascoltava
voracemente. Fu tra i primi a accogliere le letterature postcoloniali come
terreno di ricerca e di insegnamento. Non se ne occupava direttamente,
tuttavia sapeva riconoscere subito, anche in questi ambiti, la qualita'
letteraria, e distingueva i grandi anche prima che fossero riconosciuti
ufficialmente. Non pretendeva, come tanti baroni della sua generazione, che
i suoi allievi fossero suoi cloni; la nostra diversita' era la sua
ricchezza; la sua solidita' era il nostro polo nord, a cui facevamo
riferimento anche per prenderne le distanze, e ci dava la misura della
strada percorsa.
Un giorno gli feci vedere un articolo su Woody Guthrie che avevo scritto sul
"Manifesto", e lui mi disse, scherzando solo un po', che non gli stava bene
perche' di Woody Guthrie si sarebbe dovuto parlare sull'"Unita'". Io gli
dissi, ma come, se il primo a parlarne in Italia sono stato io, e io sono
del "Manifesto" (allora gruppo politico)? E lui: si', ma in quale
dipartimento lo hai fatto? Insomma: la pluralita' di ricerche, di passioni,
di approcci che nei suoi anni migliori ha vissuto nel dipartimento che lui
ha fondato si deve al fatto che lui poi riassumeva tutto, un po'
baronalmente e un po' paternamente, e non separava la sua passione
universitaria dalla sua passione politica di comunista liberale.
Penso a quel giorno che aveva accettato di far tenere un incontro con un
certo poeta canadese che lui non conosceva e si ritrovo' l'aula 1 di lettere
piena come un uovo, perche' lo sconosciuto poeta canadese si chiamava
Leonard Cohen e si era portato dietro la chitarra e gli studenti che lo
conoscevano meglio di lui erano eccitatissimi, e lui contentissimo come se
l'avesse saputo fin dall'inizio (pero' quando invito' Allen Ginsberg sapeva
bene quello che faceva).
Per tutto questo, Agostino Lombardo e' stato ancora piu' decisivo come
insegnante che come critico. Un tempo, queste figure le chiamavano
"maestro". Era un intellettuale pubblico, animato da una grande voglia di
comunicare, che aveva impresso alla sua vita due indirizzi fondamentali: il
teatro e la traduzione. Era capace di far parlare i testi, renderli vivi,
renderli accessibili (quando finalmente si decise a fare i conti con lo
strutturalismo e i suoi dintorni, scrisse un memorabile saggio intitolato Il
testo e la sua performance). Il grande progetto a cui ha lavorato fino
all'ultimo, naturalmente, era la traduzione integrale di Shakespeare.
Un giorno, non molto tempo fa, andai nel suo studio e gli dissi: guarda che
tutto quello che ci hai insegnato era sbagliato. E lui, senza scomporsi - si
scomponeva di rado: spiegami. Tu ci hai insegnato - gli dissi - che i grandi
classici americani, Hawthorne, Melville, erano pieni di momenti di grande
teatro (il palco della gogna nella Lettera scarlatta, il cassero della nave
in Moby Dick) perche', in assenza del teatro nell'America puritana, la
teatralita' veniva assunta dal romanzo. Invece, ho scoperto che questi libri
sono pieni di teatro perche' i loro autori stavano a teatro dalla mattina
alla sera: non c'era un grande teatro letterario, non c'era uno Shakespeare
d'America (e neanche uno Sheridan, se e' per questo), ma c'era una scena
teatrale vivacissima (magari con Amleto mischiato a macchiette e
avanspettacolo) e loro ne facevano parte e inevitabilmente la riversavano
nella loro prosa. Gli raccontai che la prima strage operaia d'America, a New
York nel 1852, era avvenuta a seguito di uno scontro su due diverse messe in
scena di Macbeth. Un "barone" vero si sarebbe offeso; io sapevo che a lui si
poteva parlare anche cosi'. E fu contento lo stesso, perche' comunque, per
altra via, si confermava la sostanza della sua ipotesi: la centralita' del
teatro, e la centralita' di Shakespeare. In un modo o nell'altro, Macbeth
era davvero questione di vita e di morte.

11. MEMORIA. ROSSANA ROSSANDA RICORDA TITINA MASELLI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 23 febbraio 2005. Su Rossana Rossanda
cfr. la notizia in "La nonviolenza e' in cammino" n. 848. Titina Maselli,
nata nel 1924 e spentasi pochi giorni fa, e' stata un'ammirata pittrice e
scenografa]

Si e' spenta ieri notte Titina Maselli, nel sonno, ci dice Citto, molto
amato fratello di una molto amata sorella. Quietamente, non scomposta,
proprio come avrebbe voluto lei, bellissima donna, che temeva il passare del
tempo. Mentre era rimasta la geniale ragazza di sempre, i grandi occhi neri
interrogativi, il caschetto di capelli come di Jais, (prendeva molto in giro
Mara Chiaretti e me perche' biancone) il profilo acuto e il volto intento e
mobile da bell'uccello inquieto. Che molti hanno ritratto, anche lei stessa
impaurita di perdersi, bisognosa come tutti di essere confermata. Di
conferme ne aveva avute molte, credo, ma mai abbastanza. Ne' a Roma ne' a
Parigi dove ha vissuto fino a poco tempo fa in una delle curiose stanze
della Ruche, sorta di alveare inventato da un magnate per gli artisti, dove
dipingeva e cucinava e invitava a mangiare gli amici, le grandi tele delle
scenografie appoggiate o arrotolate al muro. Scene che diventavano non
sfondi ma interpretazione dell'opera, le opere "difficili" di Heiner e
Mueller o di Thomas Bernhard o Buechner. Parigi era stata comunque piu'
attenta a lei che non sia stata Roma, siamo un paese sciatto. Una volta mi
chiesero lei e il regista che preferiva, Bernard Sobel, di dire alcune
parole in scena al finale, credo, di "Madre coraggio" e mi sono trovata ad
arretrare presa dallo spavento, non tanto del teatro o peggio di Maria
Casares, quanto da lei Titina delle cui scene non avrei saputo avere il tono
profondo e definitivo.
Fin da quando avevo visto per la prima volta una sua abbastanza copiosa
personale nel 1982 o 1983, mi aveva affascinato quella sua pittura
asseverativa, capace di cogliere un movimento del nostro mondo e fissarlo
nei suoi verdi elettrici, o rossi profondi o grandi neri non come un
frammento ma come un significato. Ammesso che esista un modo femminile di
dipingere, non era certo il suo, cosi' conchiuso, forte, privo di lezio, una
scheggia del dolore della ragione. Avevo veduto qualche volta le grandi
citta' di notte come lei me le mostrava, mai il football, mai i fili
elettrici sul cielo, mai le foglie - e' pittura corposa, densa, lavorata,
senza pentimenti, come un pensiero rappreso. Qualcuno mi disse che non usava
piu', che era datata e me ne sono sinceramente rallegrata. Non giocava,
Titina. Viveva a Parigi e a Roma e credo a New York come devono avere
vissuto i pittori degli anni '20 in piu' con quella speranza che restava a
una comunista fin dal dopoguerra e che portava dentro, trasformata in
stupefazione e collera per il presente. Discorremmo a lungo, credo proprio
un anno fa, assieme a Tabucchi. Non si conoscevano i due iracondi e si
trovarono benissimo.
Era gia' malata ma sempre in cerca di se' e per questo senza eta'. La morte
l'ha presa adesso, prima che si potesse dire di lei che era una vecchia
signora, affievolita e chiusa dal passare del tempo. Cara Titina, anche tu.
Il mio paesaggio cambia, ogni anno qualcuno se ne va, figure di quel
Novecento irrequieto e scintillante, oggi maledetto dai piu' che non ne
sanno niente e non hanno avuto la fortuna di incontrarne, oltre il buio, le
luci.

12. MEMORIA. UMBERTO GALIMBERTI RICORDA CARLO TULLIO-ALTAN
[Dal quotidiano "La Repubblica" del 16 febbraio 2005. Su Umberto Galimberti
cfr. la notizia biobibliografica nel sito http://venus.unive.it. Carlo
Tullio-Altan e' stato uno dei piu' illustri antropologi italiani]

Dopo Ernesto De Martino, Carlo Tullio-Altan, scomparso ieri a 89 anni, e'
stato il piu' grande antropologo italiano nel duplice senso: di
significativo esponente di quella disciplina, l'antropologia culturale,
cosi' poco coltivata in Italia, e di spietato indagatore dell'antropologia
degli italiani caratterizzata da "arretratezza socioculturale, clientelismo,
populismo, trasformismo e ribellismo" come recita il sottotitolo di un suo
importante libro, La nostra Italia, edito nel 1986 da Feltrinelli.
Il suo Manuale di antropologia culturale, che Valentino Bompiani nel 1975
gli chiese di scrivere per introdurre in Italia una scienza che Ernesto De
Martino aveva sondato sul campo, e' ancora oggi l'unico grande testo che
espone la storia e il metodo di questo sapere, che francesi e inglesi
praticavano dalla fine del Settecento, con una letteratura ricca e copiosa,
da cui le scienze psicologiche e le scienze sociali trassero spunto per
rinnovare a loro volta i loro metodi di studio, superando quel vizio, non
ancora estinto, dell'eurocentrismo, ora migrato oltreatlantico.
Ma la grandezza di Carlo Tullio-Altan non sta tanto in questo suo
pionierismo, quanto nel fatto che le sue ricerche antropologiche erano
guidate da profonde conoscenze filosofiche che facevano riferimento allo
strumentalismo deweyano, al materialismo storico, alla fenomenologia,
all'esistenzialismo, al neopositivismo, allo strutturalismo, al
funzionalismo, perche' Tullio-Altan aveva capito che l'uomo e' una realta'
troppo complessa per essere inquadrata e compresa in una sola idea.
Quando ci incontrammo nel 1984, e poi negli anni successivi, discutemmo a
lungo su una questione che allora sembrava accademica e astratta, e oggi
appare in tutta la sua drammatica concretezza. Nel relazionarci agli altri,
che percepiamo diversi da noi, per intendersi non basta parlare inglese, ma
bisogna capire la simbolica sottesa alla loro cultura, a partire dalla quale
diventano comprensibili idee, significati e comportamenti che altrimenti,
come quelli dei folli, ci apparirebbero alieni.
Frutto di quelle discussioni fu un suo splendido libro Soggetto, simbolo e
valore. Per un'ermeneutica antropologica, edito da Feltrinelli nel 1992.
Rileggerlo e riproporlo oggi sarebbe di grande attualita' e ci farebbe
capire che tante guerre esplodono perche' guardiamo gli altri a partire
dalla nostra cultura (che naturalmente riteniamo superiore) senza la minima
cura di capire come sono fatti i popoli diversi da noi, e a partire da quale
simbolica promuovono i loro comportamenti.
Questa ricerca, anticipatoria per i problemi che sarebbero esplosi in
futuro, prosegui' con Ethnos e civilta'. Identita' etniche e valori
democratici (Feltrinelli, 1995) in cui, pur considerando la democrazia il
miglior sistema finora inventato per garantire l'umana convivenza, Carlo
Tullio-Altan avvertiva che non puo' essere "esportata" senza tener conto
delle identita' etniche in cui e' il deposito millenario delle culture
diverse dalla nostra.
Qualche anno prima, nel 1989, con Populismo e trasformismo, individuava i
rischi che, se non corretti, avrebbero trattenuto l'Italia a quel livello
pre-politico, dove non si confrontano le idee, ma solo gli interessi. Carlo
Tullio-Altan chiuse la sua ricerca tre anni fa con Le grandi religioni a
confronto (Feltrinelli, 2002) dove richiamava l'attenzione sul fatto che la
globalizzazione non avrebbe solo messo a stretto contatto i popoli di tutto
il mondo in un felice interscambio di comunicazioni, intese commerciali,
circolazioni di idee, ma avrebbe anche generato quei conflitti religiosi,
duri da stemperare, perche' nella religione si radica la simbolica profonda
dell'identita' dei popoli.
Se in occasione della sua morte riprendessimo tra le mani i suoi libri e
riflettessimo sulle sue idee, spesso profetiche e anticipatrici, renderemmo
a Carlo Tullio-Altan il migliore degli omaggi.

13. RIFLESSIONE. SUVENDRINI KAKUCHI: LA "MODESTIA" CHE UCCIDE
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione questo articolo di
Suvendrini Kakuchi. Suvendrini Kakuchi, corrispondente di "WeNews", e' una
giornalista originaria dello Sri Lanka che vive a Tokio; e' stata presente
nelle aree colpite dallo tsunami nel sud, e nei villaggi della costa del
nord est in mano ai ribelli, dal 24 gennaio al 5 febbraio 2005]

Tangalla, Sri Lanka. Nel giro di pochi attimi, Supini Jayaweera, di 17 anni,
ed i suoi tre fratelli piu' giovani sono diventati orfani quando lo tsunami
ha spazzato via la loro piccola casa e i loro genitori il 26 dicembre dello
scorso anno, in questo villaggio di pescatori sulla costa sud dello Sri
Lanka. "L'esperienza del terrore rimarra' nella mia vita per sempre", dice
la timida ragazza, che ora, come la tradizione impone, deve assumere il
ruolo di genitore per i due fratelli e la sorellina di 8 anni. La parte piu'
dura della storia di Supini e' la morte di sua madre. Ancora oggi la
fanciulla soffoca nelle lacrime, mentre ricorda come sua madre,
trentaseenne, scomparve. "L'acqua venne con forza enorme, muovendosi come un
mostro affamato, attraverso la sabbia e nella casa. Mia madre strappo' la
camicia di dosso ad uno dei miei fratelli perche' potesse nuotare lontano,
ma lei non lo segui'. Era troppo modesta per togliersi gli abiti e fuggire".
Sebbene statistiche ufficiali non siano ancora disponibili, le
organizzazioni umanitarie presenti in Sri Lanka stimano che donne e bimbi
siano stati la maggioranza dei morti nel disastro dello tsunami. Numerose
perdite sono legate ai ruoli ed agli stili di genere, come i sari che
impacciano i corpi, l'estrema pudicizia, e l'impegno totalizzante nei
confronti di mariti e figli: questo ha indebolito le possibilita' di
salvarsi per le donne.
*
"La tradizione restringe il ruolo delle donne a mogli e madri, racconta
Nimalka Fernando, a una bambina si insegna, da quando nasce, ad essere
pudica e devota al marito ed ai bambini".
Nimalka Fernando e' un'avvocata, leader dell'Alleanza delle donne per la
pace e la democrazia, un'organizzazione con base a Colombo, che e' nata nel
2000 per sostenere la rappresentanza femminile in un paese in cui le donne
hanno solo il 4% dei seggi in parlamento. Da quando e' accaduto lo tsunami,
Nimalka sta raccogliendo storie nei villaggi, storie che troppo spesso
narrano di donne che sono morte per aver messo la modestia al di sopra della
propria sopravvivenza. Gli uomini si sono arrampicati sugli alberi, le donne
hanno temuto che facendolo si strappassero loro le vesti, ovvero hanno
temuto di esporre se stesse in un modo che avrebbe rotto una forte
proibizione culturale. Nimalka, che da anni lavora con le donne rurali, dice
che la maggior parte delle donne dei villaggi sono annegate a causa dei sari
che indossavano, che le impacciavano nella corsa e si appesantivano d'acqua.
Saganka Perera, docente di sociologia all'Universita' di Colombo, sostiene
che: "Poche donne rurali sanno nuotare: non viene loro insegnato, in nome
della modestia. Persino quando fanno il bagno, usualmente ai pozzi, lo fanno
coperte da lunghi abiti".
"Io sono stata l'ultima a salire sul tetto della casa, quando gia' l'acqua
mi arrivava alla vita, e mi trascinava verso il basso, aggiunge Mala Silva,
insegnante nel villaggio di Tangalla, Mi sono salvata solo perche' mio
marito e la mia figlia maggiore mi tenevano stretta per le mani, e non mi
hanno lasciata andare in quei terribili momenti".
Le donne sono state trovate morte con i loro bimbi fra le braccia; molte
erano imprigionate dai lunghi capelli impigliati in qualche maceria. I
capelli lunghi, spiega Nimalka, sono un'altra caratteristica tradizionale,
un aspetto prezioso della bellezza femminile.
*
"Le donne subiscono restrizioni a causa di numerosi fattori sociali ed
economici. Questa e' la ragione per cui moltissime sono morte", sostiene
Daya Dadallage, presidente della Ruhunu Rural Women's Organization,
un'associazione di donne rurali presente nel sud del paese.
Dadallage, che organizza seminari di formazione per aiutare le donne piu'
povere a trovare lavoro, ha lanciato programmi simili per le persone che
hanno perso i mezzi di sussistenza durante lo tsunami. Dice che la parte
piu' importante del suo lavoro, in questo momento, e' offrire sostegno
psicologico alle donne che ora vengono stigmatizzate per essere
sopravvissute. Alcune sono accusate di aver perduto i bambini, o addirittura
di aver portato sfortuna e causato esse stesse il disastro. "Una giovane
donna incinta si e' suicidata al campo profughi, racconta Dadallage, perche'
il marito continuava ad aggredirla rispetto alla morte dei loro due figli.
Si sentiva troppo colpevole per continuare a vivere".

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 10 del 27 febbraio 2005