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La nonviolenza e' in cammino. 867



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 867 del 13 marzo 2005

Sommario di questo numero:
1. Ali Rashid: Aziz
2. Angela Giuffrida: Sul silenzio delle donne
3. Sandro Provvisionato ricorda Nicola Calipari
4. Enrico Peyretti: mezzi e fini. Nonviolenza violenta?
5. In digiuno contro guerra e terrorismo
6. Via crucis Pordenone-Aviano
7. Donatella Di Cesare intervista Juergen Habermas
8. Letture: AA. VV., La fecondazione assistita
9. Letture: Lisa Foa, E' andata cosi'
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
11. Per saperne di piu'

1. APPELLI. ALI RASHID: AZIZ
[Ringraziamo Ali Rashid (per contatti: alirashid at tin.it) per questo
intervento. Ali Rashid e' il primo segretario della delegazione palestinese
in Italia. Fine intellettuale di profonda cultura, conoscitore minuzioso
degli aspetti storici, politici, economici e culturali della situazione
nell'area mediorientale, esperto di questioni internazionali, ed anche acuto
osservatore della vita italiana. E' figura di grande autorevolezza per
rigore intellettuale e morale, ed e' una delle piu' qualificate voci della
grande tradizione culturale laica palestinese. Suoi scritti appaiono sovente
nel nostro paese sui principali quotidiani democratici e sulle maggiori
riviste di cultura e politica]

Il movimento palestinese per la cultura e la democrazia, nato quattro anni
fa, ha fatto un grande sforzo per dare cittadinanza alla cultura della
democrazia e della nonviolenza, praticandola in luoghi difficili e in
condizioni avverse e sfavorevoli. Il movimento ha avuto maggiore radicamento
nel campo profughi di Tulkarem, un luogo tra i piu' sfortunati al mondo,
grazie al lavoro straordinario di un valoroso compagno che molti di voi
hanno conosciuto in diverse occasioni.
Nella sede del movimento e dell'associazione Kufia, dopo il lavoro,
l'insegnante che tutti conoscono come Aziz ogni giorno trascorreva tutte le
ore che restavano della sua giornata insieme ai giovani e ai vecchi del
campo a parlare di democrazia, di storia, di lotta nonviolenta che sottrae i
ragazzi alla disperazione e li salva dalla rassegnazione, aiutandoli a
incanalare la rabbia nel ragionamento, nel gioco, nello studio e in mille
iniziative creative che mitigano il dolore e lasciano filtrare un barlume di
luce.
Molti di noi hanno dedicato attenzione, aiuto e viva speranza al suo
impegno. Colgo l'occasione per ringraziare il sindaco di Terni, la Provincia
di Roma, la Provincia di Napoli, la Comunita' montana dell'Umbria, l'Arci,
la Fiom e la Comunita' montana di Omegna, i giovani comunisti di Napoli e
molte donne e uomini che ci hanno aiutato a realizzare i programmi di
adozione a distanza, il progetto di apicoltura, la cooperativa di donne per
l'allevamento degli ovini, i corsi per il doposcuola e il tempo libero, i
campi estivi per ragazzi israeliani e palestinesi organizzati insieme ad
associazioni  israeliane progressiste.
Aziz ha saputo gestire tutte queste attivita' dimostrando a tutti l'alto
significato dell'impegno politico al servizio della comunita' e dando alla
lotta un significato positivo e costruttivo, fondato sulla vita e non sulla
morte.
Il mese scorso ho sentito spesso Aziz, perche' a Ramallah, Bir Zeit e
Tulkarem aveva organizzato manifestazioni di solidarieta' per la liberazione
di Giuliana Sgrena e non riusciva a trovare l'inviato del "Manifesto" per
dare la notizia. Alla fine di ogni telefonata mi lasciava rassegnato
dicendo: "l'importante e' fare le cose giuste". E' vero, l'importante e'
fare le cose giuste.
Aziz, che in arabo significa caro, e' stato arrestato otto giorni fa e da
allora si trova nel carcere di Kishom. Secondo il suo avvocato, Dr Mahagneh,
e secondo il comitato contro la tortura in Israele, Aziz e' sottoposto a
tortura fisica e psicologica, i servizi di sicurezza israeliani vogliono
strappargli una confessione in cui dovra' ammettere di essere a capo di una
cellula terroristica della Jihad islamica della zona, altrimenti
diffonderanno in tutto il mondo un'accusa infamante contro di lui sorretta
dalla testimonianza di persone pronte a giurare il falso e a dichiarare che
Aziz ha partecipato all'uccisione a sangue freddo di un soldato israeliano.
E' una prova concreta di quello che stiamo dicendo da tempo e cioe' che i
pacifisti veri sono i nemici piu' temibili per i guerrafondai e che non
viene risparmiata nessuna occasione per togliere loro credibilita', come
conferma il vile attacco contro Giuliana di questi giorni.
Al caro Aziz deve andare tutto il nostro sostegno, in questo momento
difficile ha bisogno dell'affetto e della solidarieta' di chi crede nella
pace e nella giustizia e di chi ha ancora la forza di indignarsi per la
bassezza di chi usa il ricatto contro le persone oneste, forte solo dei suoi
muscoli, della sua ignorante arroganza, della cattiveria gratuita, del
disamore per la vita, nemico soprattutto di se stesso.
Chi volesse esprimere la sua solidarieta' ad Aziz, il nome e' Mohamed fawzi
Tanji,  puo' farlo inviando fax o e-mail al governo israeliano attraverso
l'ambasciata in Italia (tel. 0636198500, fax: 0636198555, e-mail:
info-coor at roma.mfa.gov.il). Per informazioni sui progetti di Kufia, potete
scrivere all'indirizzo e-mail: paolag18 at tin.it

2. EDITORIALE. ANGELA GIUFFRIDA: SUL SILENZIO DELLE DONNE
[Ringraziamo Angela Giuffrida (per contatti: frida43 at inwind.it) per questo
intervento. Angela Giuffrida e' docente di filosofia ed acuta saggista; tra
le sue pubblicazioni: Il corpo pensa, Prospettiva edizioni, Roma 2002]

Il grande silenzio delle donne, sottolineato da Lea Melandri, ma visibile ad
occhio nudo da tutte e tutti, dipende, secondo me, dalla loro permanenza nel
sistema di pensiero che governa il mondo. Se "i diversi femminismi...
riproducono nel loro insieme quel mosaico o quella babele che e' la societa'
attuale", se "le differenze, all'interno del femminismo, si sono
moltiplicate ma stanno sullo stesso piano di realta'", omologate da "una
cultura che ha integrato nuovi contenuti ma che conserva in parte il suo
impianto tradizionale, le sue cancellazioni, le sue cesure, rispetto alla
soggettivita' incarnata", vuol dire che il femminismo, nelle sue diverse
forme, rimane interno ad un apparato concettuale che mostra ormai
scopertamente la sua inadeguatezza ad interpretare l'umano in particolare,
il vivente in generale. Ci troviamo in un vicolo cieco perche' la
razionalita' maschile, imposta come l'unica possibile, non riesce a dare
risposte significative ai numerosi problemi che affliggono la nostra specie,
di cui, per la massima parte, e' direttamente responsabile. Da questo punto
di vista la voce maschile e' muta, risolvendosi nella "chiacchiera" di
heideggeriana memoria. La causa della macroscopica contraddizione tra gli
innumerevoli e intelligentissimi contributi provenienti da donne di tutto il
mondo e la loro irrilevanza nelle comunita' androcratiche, va ricercata non
solo, com'e' giusto, nella tenace resistenza degli uomini ad un possibile
empowerment femminile, ma anche nell'uso dei paradigmi interpretativi
maschili che, presentati come universali, informano anche i pensieri e i
discorsi delle donne.
Vorrei fare un esempio che, mi pare, sia esplicativo di quanto vado
affermando. Dopo i fatti di Abu Ghraib si e' sviluppato un acceso dibattito
attorno alla violenza femminile, concretatosi nella polarizzazione di due
concetti astratti, la bonta' e la cattiveria, secondo il tipico approccio
maschile che assolutizza i dati, isolandoli dal contesto e opponendoli.
All'interno di questi meccanismi che, fornendo un'immagine eccessivamente
semplificata della realta', la rendono praticamente invisibile, e'
impossibile trovare soluzioni sensate ai problemi. Infatti, solo se si
considera la bonta' come un dono elargito alle donne gratuitamente e una
volta per tutte da una natura benevola, ci si puo' meravigliare che in
comunita' centrate sul dominio, inneggianti alla bellezza della guerra,
alcune donne non sviluppino in modo adeguato quelle caratteristiche che sono
la sostanza stessa della civilta'. Viceversa, non e' difficile capire che
l'incivilimento della mente non e' un acquisto definitivo e sicuro se lo si
considera un processo lento, faticoso e mai concluso, derivante da
particolari e concrete esperienze.
Allo stesso meccanismo semplificatorio e' dovuto il rifiuto di riconoscere
che gli aspetti positivi che ineriscono alla persona e alle attivita'
femminili sono ridondanti rispetto alle contraddizioni, ai limiti, agli
inevitabili errori e che proprio la preminenza di tali aspetti dimostra
l'acquisizione da parte della maggior parte delle donne di conoscenze
fondamentali e irrinunciabili per una gestione razionale delle societa'
umane. Il riconoscimento dell'altro, la comprensione del valore della vita e
della sua unicita' contraddistinguono senza alcun dubbio l'operosita'
quotidiana della stragrande maggioranza delle donne nel mondo. Ma l'aspetto
piu' qualificante di tale operosita' e' che non pone condizioni di sorta,
non chiede nulla in cambio; e' proprio questo disinteresse, indice di
grandezza d'animo, che, paragonato al punto di vista interessato - umano
troppo umano - attorno a cui si struttura in genere il fare maschile, situa
le donne in un'altra dimensione. Ma le donne sono ben lontane dal
riconoscersi meriti di sorta, anzi rifiutano con decisione la "bonta'" che
viene attribuita loro perche', ancora una volta, la interpretano in chiave
maschile come una debolezza, non come una forza quale in effetti e'. Ileana
Montini in un intervento sul n. 827 di questo foglio dimostra la veridicita'
delle mie argomentazioni: "Inchiodare le donne nell'aura della
perfezione-santita', della naturale, presunta innata, nonviolenza, mentre
gli uomini sarebbero, altrettanto naturalmente, inchiodati alla
esplicitazione della violenza e dell'ideologia, vuol dire confermare
indirettamente che l'esercizio del potere con la p maiuscola, quello che fa
andare avanti le societa', e che richiede forza, coraggio e un po' anche di
sana spregiudicatezza, deve restare in mani maschili".
Dato che la bonta' e' quel miscuglio di superiori conoscenze e magnanimita'
cui si e' accennato prima e dato che i maschi sprecano gran parte della loro
energia mentale per distruggere "scientificamente" vite umane e per ordire
inganni di tutti i tipi, inventando ideologie, tradizioni, "culture" atte ad
opprimere i propri simili per assicurarsi il dominio, a me pare che il
potere con la p maiuscola spetti di diritto alle donne, alle cui scelte
coraggiose e decisive l'umanita' deve non solo la propria sopravvivenza ma
anche lo sviluppo di quelle caratteristiche che la distinguono dalle altre
specie.

3. MEMORIA. SANDRO PROVVISIONATO RICORDA NICOLA CALIPARI
[Da "La newsletter di Misteri d'Italia", anno 6, n. 98 dell'11 marzo 2005
(sito: www.misteriditalia.com) riprendiamo il seguente testo.
Sandro Provvisionato e' un prestigioso giornalista e saggista autore di
rilevanti inchieste, da sempre impegnato contro i poteri criminali. Tra le
opere di Sandro Provvisionato: Lo sport in Italia, Savelli, Roma 1978; (con
Adalberto Baldoni), La notte piu' lunga della Repubblica. Destra e sinistra:
ideologie, estremismi, lotta armata, Serarcangeli,1989; Misteri d'Italia. 50
anni di trame e delitti senza colpevoli, Laterza, Roma-Bari 1993; Segreti di
mafia, Laterza, Roma-Bari 1994; Giustizieri sanguinari. I poliziotti della
Uno bianca. Un altro mistero di Stato, Pironti, Napoli 1995; (con Gian Paolo
Rossetti), Il mostro, il giudice e il giornalista, Theoria, 1996; (con
Ferdinando Imposimato e Giuseppe Pisauro), Corruzione ad alta velocita'.
Viaggio nel governo invisibile, Koine', 1999; Uck: l'armata dell'ombra.
L'Esercito di liberazione del Kosovo. Una guerra tra mafia, politica e
terrorismo, Gamberetti, Roma 2000.
Nicola Calipari, nato a Reggio Calabria, laureato in giurisprudenza, con una
straordinaria e prestigiosa esperienza nelle forze dell'ordine con ruoli di
grande responsabilita' nella lotta contro il crimine, da due anni
funzionario del Sismi, e' l'eroe che ha salvato la vita a Giuliana Sgrena,
come gia' prima alle due Simone; e' stato ucciso il 4 marzo a Baghdad]

Di Nicola Calipari e' stato scritto molto, moltissimo. La retorica ormai
inevitabile, in questo Paese senza piu' certezze, non e' riuscita ad evitare
un termine ormai tristemente inflazionato: eroe.
Chiunque muoia in circostanze drammatiche, come per incanto, diventa un
eroe: un poliziotto durante una rapina, una vittima della mafia o del
terrorismo, un ostaggio caduto nelle mani piu' insaguinate.
Io non so se Nicola (permettetemi di chiamarlo cosi', perche' lo conoscevo
da tempo) sia stato un eroe. So solo che e' morta una delle persone piu'
belle che abbia mai conosciuto nella mia lunga carriera di giornalista. Un
uomo semplice, schivo, che non amava i riflettori, ma soprattutto un uomo
competente che adorava il suo lavoro.
Conobbi Nicola all'inizio del 2000 quando era al vertice dello Sco, Il
servizio centrale operativo della polizia. Dopo la guerra del Kosovo, la
"guerra umanitaria" della Nato scatenata - con il pieno avallo del governo
di centro-sinistra, guidato da Massimo D'Alema - per "liberare" la provincia
serba, oggi finita nelle mani di un criminale di guerra, grande trafficante
di droga, avevo deciso di scrivere un libro che pero' non raccontasse la mia
esperienza di inviato di guerra, ma la realta' di un paese vocato a
diventare uno narcostato, una Colombia infilata come un cuneo nei Balcani.
La storia di questi anni sembra aver dato ragione a quel libro (usci' sempre
nel 2000 con il titolo: Uck, l'armata dell'ombra. Una guerra tra mafia,
politica e terrorismo). E Nicola in quel libro ebbe un ruolo determinante:
non volle essere citato, Nicola, ma tutte o quasi le notizie sui
narcotrafficanti albanesi del Kosovo vennero da lui, da Nicola che proprio
sulle filiere del traffico della droga era un vero esperto.
Tovai in lui sensibilita' e competenza, ma soprattutto una grande
diponibilita' a ragionare.
Alla mia domanda: perche' la Nato ha fatto una guerra per questa banda di
criminali e trafficanti che e' l'Uck? Lui mi rispose: "Me lo sto chiedendo
dall'inizio della guerra".
Il nostro rapporto e' continuato negli anni. Nei momenti di dubbio su fatti
che via via accadevano lo chiamavo. E lui aveva sempre un modo di
interpretare gli avvenimenti originale ed intelligente, mai banale, mai
scontato. Sapeva analizzare gli accadimenti con una lucidita' che legava un
fatto ad un altro, fino a tessere una tela degna del migliore di quelli che
oggi e' di moda chiamare con disprezzo "dietrologi".
Scherzavamo spesso su questo termine. Gli dicevo: "Lo dicono a me, ma guarda
che il vero dietrologo sei tu...". Lui rideva e ripeteva sempre: "Ma se non
vai dietro a quello che succede hai solo una visione frontale che ti da'
solo un'immagine parziale della realta'".
Lo avevo sentito un paio di settimane prima della sua morte. Gli avevo
esposto dubbi su un'operazione condotta lo scorso anno dal Sismi (e quindi
da lui) in Libano: un attentato sventato all'ambasciata italiana di Beirut
con l'appoggio dei servizi segreti siriani (vedi la "Newsletter di Misteri
d'Italia" n. 93). Si era un po' innervosito della mia insinuazione, ma poi,
come sempre, aveva riso e mi aveva detto: "Lo sai che il dubbio che i
siriani ci abbiano tirato un bidone e' venuto anche me...".
Ci eravamo ripromessi di vederci per parlarne meglio. Non c'e' stato tempo.
Ciao, Nicola.

4. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: MEZZI E FINI. NONVIOLENZA VIOLENTA?
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per averci
messo a disposizione questo articolo gia' apparso - con qualche minima
modifica per esigenze di spazio - sul mensile torinese "il foglio" n. 319,
febbraio 2005. Enrico Peyretti e' uno dei principali collaboratori di questo
foglio, ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace
e di nonviolenza. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; e' disponibile nella rete telematica la
sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia
storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente
edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il
principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha
curato la traduzione italiana), e una recentissima edizione aggiornata e'
nei nn. 791-792 di questo notiziario; vari suoi interventi sono anche nei
siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org. Una piu' ampia bibliografia dei
principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15 novembre 2003 di
questo notiziario]

Tutto serve. Tanti anni fa, in Spagna, lessi su un muro "Los guerrilleros de
Cristo Rey, somos la ley". Gesu' guerrigliero, di estrema destra. A quando
Gandhi alfiere dell'impero? Del resto, nella pubblicita' e' gia' stato
ripetutamente usato, come Gesu'. Nel '99 falliscono i bombardamenti della
Nato in Jugoslavia? Niente paura. Si organizzano, e si finanziano bene,
potenti manifestazioni popolari nonviolente e Milosevic (il quale se lo
merita pure) cade. Il metodo e' quello di Gandhi, e delle grandi rivoluzioni
nonviolente dell'89 nell'Europa orientale. Certo, non e' solo manipolazione,
c'e' una vera insorgenza popolare contro autoritarismi e dittature. Ma il
metodo serve a qualunque scopo. Serbia, Georgia, Ucraina: funziona! Sto
leggendo l'articolo Nell'ombra delle "rivoluzioni spontanee", di Regis
Gente' e Laurent Rouy, su "Le Monde diplomatique" (gennaio 2005, p. 6).
Dove un potere deve un po' aggiustare le elezioni per legittimarsi - ma
questo non e' successo, almeno nel 2000, anche negli Usa, modello di
democrazia da esportazione forzata? - oltre il monitoraggio internazionale
si infiltrano organizzazioni e fondazioni americane. Una, il National
Democratic Institute, e' presieduta da Madeleine Albright, quella che disse
che le vittime della guerra del Golfo "valevano la pena". Un'altra, Freedom
House, e' diretta da James Woolsey, ex capo della Cia, gia' attivo in Serbia
nel 2000. Vanno in aiuto a parti interne che "volevano far crollare il
regime piu' che avere libere elezioni", come dice Gia Jorjolani, del Centro
per gli studi sociali di Tbilisi, Georgia.
I media e i movimenti studenteschi (Otpor, Resistenza, in Jugoslavia) vi
hanno grande parte. Seminari di "formazione per formatori" sono tenuti anche
a Washington (9 marzo 2004), e vi si e' visto presente anche Gene Sharp,
teorico della lotta nonviolenta e autore di un classico manuale in tre
volumi, Politica dell'azione nonviolenta (Edizioni Gruppo Abele, Torino),
molto usato anche dai nonviolenti italiani.
Quelle rivoluzioni nonviolente in Serbia e Georgia, a detta degli stessi
politici che hanno preso il potere, sono state sostenute da forze politiche
contrarie ai precedenti regimi. Nelle recenti elezioni contestate e
ripetute, sotto pressione popolare, in Ucraina, hanno avuto parte evidente
la Polonia e l'Unione Europea. Personaggi ivi emergenti fanno parte della
nomenklatura arricchitasi con le privatizzazioni. Non sempre ci guadagna la
democrazia: un anno dopo la "rivoluzione delle rose" in Georgia, una
militante per i diritti umani, Tinatin Khidasheli, scrive "La rivoluzione
delle rose e' appassita" ("International Herald Tribune", Parigi, 8 dicembre
2004).
La politica estera americana si serve oggi non solo della guerra, ma anche
di questi movimenti, non sempre del tutto o veramente spontanei, anche se
attecchiscono grazie ai difetti, e a volte i crimini, dei regimi contestati.
Pare che, oltre l'area ex-sovietica, punti ora ad applicare il metodo a
Cuba, mentre nel Medio Oriente le possibilita' sono scarse, anche per l'odio
che gli Usa si sono guadagnati.
*
Che dire, da parte di chi crede nella nonviolenza come metodo giusto per
fini giusti? Anzitutto, proprio questo: non solo i mezzi devono non essere
violenti, ma anche i fini. La Germania nazista, prima dello sterminio, e
l'antisemitismo fascista, perseguitarono gli ebrei col boicottaggio
economico, che e' un tipico mezzo nonviolento contro le economie ingiuste.
Usare mezzi ingiusti per fini giusti e' tanto ingiusto quanto usare mezzi
giusti per fini ingiusti. La nonviolenza gandhiana e' una speranza per
l'umanita', portata sull'orlo della distruzione totale dall'ideologia della
violenza necessaria e regnante. Manipolarla per fini di dominio, uguali a
quelli che si cercano con la guerra e la violenza, e' falsificare un valore
umano. La nonviolenza non e' solo una tecnica utilizzabile, ma una cultura,
una concezione dell'umanita', da rispettare pienamente in ogni persona e
popolo. Come insieme di tecniche puo' servire al dominio incruento e
sottile, ma non meno ingiusto. Come cultura e spiritualita' non puo' farsi
strumentalizzare dall'ingiustizia del dominio. Percio', la ricerca della
nonviolenza non puo' essere puro attivismo, ma educazione morale profonda.
Su cio' i nonviolenti devono vigilare e approfondire il loro lavoro. Si sono
gia' viste anche da noi forze politiche sbandierare Gandhi e poi rendersi
utili ai potenti e persino alla guerra.
Certo, puntare al potere con la demagogia incruenta e' qualcosa di meglio
che con una guerra o un golpe sanguinario, mezzi usati senza scrupoli da chi
ora si serve della nonviolenza, ma mai da Gandhi, da Martin Luther King, da
Badshah Khan. Cosi', la democrazia, ovviamente, e' meglio della dittatura.
Ma essa e' vera se e quando le persone si educano a decidere secondo
giustizia, e non soltanto perche' si contano le teste invece di tagliarle.
Non c'e' vera democrazia la' dove le teste decidono liberamente di tagliarne
altre, o di opprimerle, o tacitarle. La democrazia che elegge Hitler e'
falsa democrazia, forma senza sostanza. Non c'e' vera democrazia dove il
principio di maggioranza instaura una dittatura della maggioranza, come sta
accadendo in Italia. La democrazia e' un metodo, ma soprattutto un fine:
farci tutti piu' rispettosi della comune umanita'. Percio' la nonviolenza
dei mezzi e dei fini e' (come insistono Capitini e Pontara) l'aggiunta e il
completamento della democrazia.

5. APPELLI. IN DIGIUNO CONTRO GUERRA E TERRORISMO
[Dagli amici dell'agenzia Metamorfosi (per contatti, e-mail:
agenzia at metamorfosi.info, sito: www.metamorfosi.info) riceviamo e
diffondiamo. Per aderire all'iniziativa tutte le informazioni sono nel sito
www.pergiuliana.org]

Sono molte le persone, le comunita', le associazioni, i movimenti e le reti
che hanno aderito all'iniziativa "Quanti giorni all'alba?". Attraverso un
digiuno pubblico, comunitario ed a oltranza in tanti hanno chiesto la
liberazione di Giuliana Sgrena. Dopo gli sconcertanti eventi che hanno
accompagnato questa liberazione e profondamente colpiti dall'assurda e
tragica morte di Nicola Calipari, il gruppo interreligioso promotore
dell'iniziativa ha deciso di proseguire con rinnovato slancio, giudicando
che testimoniare ancora il bene, la giustizia, la pace sia un imperativo
etico assoluto.
Andiamo avanti allora. Continua il digiuno che rappresenta un grido
sofferto, perche' la guerra in Iraq deve cessare quanto prima. Perche' sulla
morte di Nicola Calipari deve essere fatta verita' e giustizia. Perche' sono
ancora molte, ad iniziare da Florence Aubenas e Hussein Hanoun, le persone
sequestrate nelle mani del terrorismo, generato da un'occupazione militare
che opprime il popolo iracheno.
Il nostro impegno pubblico, davanti a tutto il paese, sara' volto a chiedere
al governo e al parlamento italiano il ritiro delle truppe. Per questo
chiediamo a tutti coloro che reclamano la pace per il popolo iracheno di
ribadire il proprio impegno attraverso l'adesione al digiuno e di rendere
visibile questa adesione con una fascia bianca al braccio. Per questo -
oltre a digiunare - tutti i venerdi', dalle ore 17,30 alle 19,30, saremo
presenti a Roma sotto il Parlamento: per ribadire, insieme al popolo
italiano e alle realta' impegnate contro la guerra, la richiesta di ritiro
immediato dei nostri militari dall'Iraq.
Vi chiediamo l'adesione all'iniziativa "Quanti giorni all'alba?" con le
modalita' indicate sul sito www.pergiuliana.org. Allo stesso tempo chiediamo
di continuare ad essere presenti nelle vostre citta' promuovendo iniziative
pubbliche con gli stessi obiettivi, affinche' questa iniziativa coinvolga
sempre piu' persone e realta'. E' necessario mettere a disposizione tutta la
creativita', tutte le relazioni, tutto l'impegno possibile affinche' il
nostro paese, l'Iraq e l'umanita' tutta possano vivere un futuro di pace.
E' necessario resistere all'idea che tutto sia finito con la liberazione di
Giuliana. La guerra infinita va avanti, e' nostro dovere sovvertire questa
"verita'" imposta dall'alto. E' nostro dovere riuscire a farlo partendo dal
basso, al di la' delle singole culture di appartenenza, coinvolgendo tutte
le realta', organizzate e non, che si oppongono ad un sistema di violenza,
che fa della guerra lo strumento per mantenere l'oppressione dei popoli.
Allora, quanti giorni all'alba?
*
I religiosi promotori del digiuno: Alex Zanotelli, missionario comboniano;
Alessandro Santoro, Comunita' di base delle Piagge; Izzeddin Elzir, imam di
Firenze; Jeremy Milgrom, rabbino, Rabbini per i Diritti Umani, Gerusalemme;
Tavola Valdese; archimandrita Julio Brunella, Chiesa Melchita; mons. Luigi
Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea; Hamza Piccardo, segretario nazionale
Unione delle organizzazioni e delle comunita' islamiche in Italia (Ucoii);
Luigi Ciotti, Gruppo Abele e Libera; Albino Bizzotto, Beati i costruttori di
pace; Tonio Dell'Olio, coordinatore di Pax Christi Italia; Feras Jabarin,
imam di Colle Val d'Elsa; Moschea di Sorgane (Fi); Comunita' islamica di
Centocelle (Roma); Casa della cultura islamica di Milano; Moschea Alsalam di
Torino; Andrea Bigalli, rivista "Testimonianze"; Aldo Tarquini, padre
domenicano parroco di San Domenico di Fiesole; Suore domenicane di Firenze e
Livorno; Armando Zappolini, Coordinamento nazionale delle comunita' di
accoglienza (Cnca); Fabio Corazzina, Pax Christi; Dario Bossi, Comboniani;
Renato Sacco, Pax Christi; Missionarie comboniane di Verona; Giovanni
Franzoni, Comunita' di San Paolo fuori le mura.

6. INIZIATIVE. VIA CRUCIS PORDENONE-AVIANO
[Da molte persone amiche riceviamo e diffondiamo]

Nel venticinquesimo anniversario del martirio del vescovo Romero, domenica
13 marzo 2005, continuiamo il nostro cammino di giustizia, di nonviolenza
attiva, di costruzione quotidiana della pace, di custodia e rispetto
dell'ambiente vitale, di spiritualita' incarnata nel mondo del materialismo
invadente e pervasivo. Continuiamo questo cammino insieme agli impoveriti,
agli oppressi, alle vittime per vivere con loro, coinvolti dal Vangelo, il
protagonismo della liberazione e della vita.
Il nostro cuore vive la compassione per tutte le vittime del pianeta
comprese quelle del recente terremoto e maremoto del sud-est asiatico: esse
ci rivelano la condizione di impoverimento e di precarieta' degli esseri
umani e ci provocano alla ineludibile responsabilita' di prevenzione, di
liberazione, di protezione e cura.
Esprimiamo il nostro impegno quotidiano, oltre le emozioni temporanee, per
la giustizia, l'equita' e una vera cooperazione che inizi finalmente con
l'estinzione e la riconversione del debito in costruzioni efficaci di
progetti di vita.
Camminiamo da Pordenone alla base Usaf di Aviano per esprimere la piu'
profonda preoccupazione e convinta contrarieta' a ogni forma di violenza, ai
diversi terrorismi e alla guerra ritornata ad essere strumento normale per
la risoluzione dei conflitti fra comunita', popoli, interi continenti.
Sosteniamo la possibilita' di riconversione di armi, strutture, basi
militari, di  impiego di donne e uomini ora militari per interventi di
prevenzione, di protezione, di soccorso, di costruzione di condizioni di
vita umane, in una autentica cooperazione.
Oggi, in modo ancor piu' chiaro, chiediamo la riconversione della base
militare di Aviano in base per gli interventi di protezione civile, per
l'accoglienza temporanea di persone in vario modo colpite; non piu' deposito
di armi, perfino di armi atomiche, bensi' di viveri, di medicinali, di
strumenti di lavoro; non piu' pista per i cacciabombardieri, bensi' per
aerei da trasporto, di aiuto alla vita.
Camminiamo per esprimere la liberazione dall'uso strumentale di Dio per
l'inimicizia, la violenza, la guerra, per il fondamentalismo moralista che
divide pregiudizialmente i buoni dai cattivi.
Il Dio di Bush, il Dio di Bin Laden, il Dio delle radici cristiane evocate
come chiusura difensiva e aggressiva nei confronti della diversita'
dell'altro, sono una bestemmia del Dio della Bibbia che vive la compassione
per i  poveri e gli oppressi, e cammina con loro; del Dio di Gesu' che
riunisce, non separa; che accoglie, non rifiuta; che libera dall'inimicizia,
non la alimenta.
Camminiamo contemplando il volto del Crocefisso per non distogliere mai lo
sguardo dai crocefissi della storia; ripercorriamo la Via Crucis della
sofferenza a causa dell'amore e della coraggiosa e coerente testimonianza;
ci sentiamo sempre sulla strada di Emmaus e scrutiamo i compagni di viaggio
per scoprire il volto del Vivente che ci accompagna e, con la parola della
ragionevole speranza e il gesto concreto della condivisione, ci incoraggia
ad essere perseveranti, coraggiosi nell'annuncio di "cieli e terra nuova" e
soprattutto fedeli e coerenti nella testimonianza, giorno dopo giorno, nella
quotidianita' della storia, nelle nostre comunita' locali, nell'appartenenza
a tutta la famiglia umana.
Camminiamo vivendo con profondita' la memoria del venticinquesimo
anniversario del martirio del vescovo Romero e con lui di tutte le donne e
gli uomini profeti e martiri: da lui, da loro riceviamo luce e coraggio.
E' l'anniversario di chi ha dato la vita per la giustizia, la pace, la
fraternita' e si pone proprio come alternativo all'anniversario del
cinquantesimo anno della presenza della base Usaf di Aviano espressione del
potere delle armi.
Partenza alle ore 13 da Pordenone, piazzetta San Marco (duomo), conclusione
alle ore 17,30 davanti alla base Usaf di Aviano.
Un bus navetta riportera' i partecipanti a Pordenone.
Per informazioni: tel. 0434578140, 0432560699, e-mail: viacrucis at beati.org

7. RIFLESSIONE. DONATELLA DI CESARE INTERVISTA JUERGEN HABERMAS
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 6 febbraio 2005.
Donatella Di Cesare, gia' allieva di Gadamer, docente di filosofia del
linguaggio, e' acuta studiosa della riflessione filosofica contemporanea;
dal sito www.donadice.com riportamo la seguente notizia: "Donatella Di
Cesare si e' laureata in Filosofia nel 1979 all'Universita' La Sapienza di
Roma. Ha proseguito gli studi all'Universita' di Tubinga dove ha conseguito
il dottorato con Eugenio Coseriu nel 1982. Dal 1985 e' stata ricercatrice di
filosofia del linguaggio all'Universita' La Sapienza di Roma. Nel 1996 ha
ottenuto la borsa di studio Alexander von Humboldt presso Hans-Georg Gadamer
all'Universita' di Heidelberg; in questa universita' ha compiuto ricerche
anche presso la Hochschule fuer Juedische Studien. Nel 1998 ha vinto il
concorso di professore associato, nel 2000 quello di professore ordinario.
Dal 2001 e' professore ordinario di filosofia del linguaggio alla facolta'
di filosofia dell'Universita' La Sapienza di Roma. E' membro della Societa'
italiana di filosofia del linguaggio, della Societa' italiana di studi sul
secolo XVIII, della Deutsche Hamann-Gesellschaft, della Academie du Midi,
della Associazione italo-tedesca di Villa Vigoni, dello International
Institut for Hermeneutics, della Heidegger-Gesellschaft, e' membro fondatore
della Walter-Benjamin Gesellschaft. Fa parte della redazione scientifica
dello Jahrbuch fuer philosophische Hermeneutik, dirige la rivista di
filosofia Eidos. Pubblicazioni di Donatella Di Cesare: segnaliamo i seguenti
volumi: Ermeneutica della finitezza, Guerini, Milano 2005; Wilhelm von
Humboldt y el estudio filosofico de las lenguas, Anthropos, Barcelona 1999;
Die Sprache in der Philosophie von Karl Jaspers, Francke Verlag
Tuebingen-Basel 1996; La semantica nella filosofia greca, Bulzoni, Roma
1980; ha inoltre curato i seguenti libri: Filosofia, esistenza,
comunicazione in Karl Jaspers, a cura di D. Di Cesare e G. Cantillo,
Loffredo, Napoli 2002; L'essere che puo' essere compreso, e' linguaggio.
Omaggio a Hans-Georg Gadamer, a cura di D. Di Cesare, Il Melangolo, Genova
2001; "Caro professor Heidegger...". Lettere da Marburgo 1922-1929, a cura
di D. Di Cesare, Il melangolo, Genova 2000; Wilhelm von Humboldt, La
diversita' delle lingue, a cura di Donatella Di Cesare, Laterza, Roma-Bari
1991, 2000. Wilhelm von Humboldt, Ueber die Verschiedenheit der Sprache,
hrsg. und mit einer Einleitung von Donatella Di Cesare, Paderborn, UTB,
1998; Eugenio Coseriu, Linguistica del testo. Introduzione all'ermeneutica
del senso, a cura di Donatella Di Cesare, Carocci, Roma 1997, 2000; Lexicon
grammaticorum, a cura di T. De Mauro e D. Di Cesare, Niemeyer, Tuebingen
1996; Torah e filosofia. Percorsi del pensiero ebraico, a cura di D. Di
Cesare e M. Morselli, La Giuntina, Firenze 1993; Karl Jaspers, Il
linguaggio. Sul tragico, a cura di Donatella Di Cesare, Guida, Napoli 1993;
Le vie di Babele, a cura di D. Di Cesare e S. Gensini, Marietti, Milano
1987; Iter babelicum. Studien zur Historiographie der Linguistik. 1600-1800,
a cura di D. Di Cesare e S. Gensini, Nodus Publikationen, Muenster 1990".
Juergen Habermas, sociologo e filosofo tedesco, nato nel 1929, e'
attualmente tra i piu' influenti pensatori contemporanei. Opere di Juergen
Habermas: nella sua enorme produzione segnaliamo almeno Conoscenza e
interesse (1968, tr. it. Laterza); Teoria dell'agire comunicativo (1981, tr.
it. Il Mulino); Etica del discorso (1983, tr. it. Laterza); Il discorso
filosofico della modernita' (1984, tr. it. Laterza). Opere su Juergen
Habermas: un'agile introduzione e' il volumetto di Walter Privitera, Il
luogo della critica. Per leggere Habermas, Rubbettino, Soveria Mannelli
1996; una recente assai utile monografia complessiva di taglio introduttivo
e' quella di Stefano Petrucciani, Introduzione a Habermas, Laterza,
Roma-Bari 2000]

Benche' affronti temi di attualita' politica, il nuovo libro di Habermas
appena uscito da Laterza con il titolo L'Occidente diviso e' una profonda e
originale riflessione filosofica che, seguendo il filo conduttore delle sue
ultime opere, mentre disegna criticamente il panorama contemporaneo propone
l'alternativa di una costituzione politica della societa' mondiale. Per il
filosofo tedesco la scissione che segna trasversalmente i paesi occidentali
e' stata provocata non dal terrorismo, ma piuttosto dalla politica degli
Stati Uniti che dopo l'11 settembre hanno ignorato del tutto il diritto
internazionale. La sua diagnosi e' pesante: in pericolo e' il progetto
kantiano che mira alla abolizione dello "stato di natura" tra gli stati
nazionali, cioe' l'iniziativa piu' grandiosa volta a civilizzare il genere
umano, che oggi conoscerebbe, dunque, una crisi del tutto inedita.
*
- Donatella Di Cesare: L'occidente e' diviso: questa la tesi del suo libro.
La divisione e' stata provocata dalle scelte del governo Bush che
rappresentano una rottura inaudita capace di far saltare i vincoli stessi
della civilta'. Il suo, dunque, e' un atto di accusa che non si limita pero'
a tacciare di imperialismo la politica americana. Gli Stati Uniti, con il
loro disprezzo per il diritto internazionale, ricadono nel "falso
universalismo" degli antichi imperi che pretendevano di imporre agli altri i
propri valori e le proprie forme di vita. Il che e' in contrasto stridente
con l'universalismo democratico e con il vocabolario dei diritti umani.
- Juergen Habermas: Il concetto di imperialismo ha perso oggi pregnanza;
alcuni neoconservatori lo usano in senso affermativo. Quel che a me
interessa e' il cambio di paradigma che il governo Bush ha introdotto nella
politica estera americana: si e' passati dal "realismo" di Kissinger a un
unilateralismo missionario. Un classico esempio di falso universalismo e' il
modo in cui Bush ha giustificato la sua politica in Iraq. Ha messo da parte
i principi e i metodi del diritto internazionale richiamandosi alla
validita' generale che avrebbero i valori nazionali della tradizione
americana. Evidentemente, Bush non riesce a immaginare che il proprio ethos
politico, cosi' come lui lo intende, non si adatta a nessuna altra cultura.
Quel che e' sbagliato e' supporre che ci sia un nucleo universale nella
democrazia e nei diritti umani. E sbagliata e' l'arroganza cognitiva che
consiste nel giudicare la propria causa dal proprio punto di vista. Carl
Schmitt, di cui discuto la teoria politica nell'ultima parte del mio libro,
denunciando ogni forma di fondazione universalistica ha buttato via il
bambino con l'acqua sporca. Schmitt a mio avviso non ha capito l'importanza
di un universalismo che miri a decisioni non di parte. Anche le procedure
del diritto internazionale sono state introdotte con l'intento di far
intervenire tutte le parti in causa, sollecitandole nello stesso tempo a
considerare questioni controverse dalla prospettiva degli altri. Fin quando
tutte le parti non avranno imparato a relativizzare la propria prospettiva
rispetto a quella degli altri, non saranno in grado di risolvere i conflitti
in modo imparziale.
- Donatella Di Cesare: Lei dice piu' volte: non e' piu' la "mia" America. Ed
esprime la speranza di un cambiamento. Ma cosa avverra' ora che Bush e'
stato rieletto?
- Juergen Habermas: La mia generazione, dopo la seconda guerra mondiale, ha
avuto l'occidente, e l'America in particolare, come punto di riferimento
culturale. Per me, che ho fatto sempre parte della sinistra filoamericana,
la delusione e' tanto piu' grande. Ho seguito a Chicago l'ultima contesa
elettorale da cui e' emersa la divisione culturale che squarcia la societa'
americana. I modi di pensare piu' diffusi in Europa sono in una relazione di
affinita' piu' che mai stretta con la parte liberale della societa'
americana. Percio' gli sviluppi politici che ci saranno in Europa potrebbero
avere un influsso, anche solo indiretto, sulla polarizzazione d'oltre
Atlantico.
- Donatella Di Cesare: Dopo il secolo americano quello appena iniziato
dovrebbe essere - secondo i suoi auspici - un secolo europeo. Nell'appello
firmato con Jacques Derrida e ripubblicato nel suo libro Il 15 febbraio,
ovvero: cio' che unisce gli europei, lei indica nelle grandi manifestazioni
di Londra, Roma, Madrid, Barcellona, Parigi, Berlino, il "segnale della
nascita di un'opinione pubblica europea". Insomma, grazie a una identita'
che si e' sempre articolata nelle differenze, l'Europa sembra sia per lei
una sorta di laboratorio per nuove forme di governo transnazionale basate
sulla solidarieta' civica. E' cosi'?
- Juergen Habermas: No, io non sogno un secolo europeo. Ma una Europa che
impari a parlare all'unisono in politica estera potrebbe forse contribuire a
ricordare agli Stati Uniti il loro ruolo di battistrada verso una
costituzione politica della societa' mondiale. Se si guarda alla
integrazione europea, ci sono oggi ovviamente ben pochi motivi per essere
ottimisti. Gia' le reazioni alla nostra piccola azione concertata, che lei
ricorda, sono state molto deboli. I media dovrebbero fare si' che le
opinioni pubbliche nazionali serrino le fila. Sono deluso soprattutto dallo
zoppicante tandem Francia-Germania da cui non vengono piu' impulsi per la
politica europea. Non vedo da nessuna parte una iniziativa energica volta a
consolidare l'Unione Europea: essa dovra' differenziarsi all'interno per
evitare che i passi futuri verso una estensione dei suoi confini ad est e
sudest non le sottraggano ogni capacita' politica d'azione.
- Donatella Di Cesare: Lei si e' battuto per una Costituzione dell'Unione
Europea che e' stata firmata dopo la stesura del suo libro. Cosa ne pensa
ora, dopo la firma?
- Juergen Habermas: La ratifica della Costituzione da parte del Parlamento
Europeo non significa gran che. E il processo successivo puo' contribuire ad
affinare l'identita' europea tra i cittadini solo se verra' evitato ogni
referendum. A tal fine dovra' esserci una mobilitazione sufficiente. Alcuni
governi hanno scelto la via di una campagna nazionale. Cosi' ha fatto ad
esempio l'Inghilterra dove ora come ora e' possibile che, in caso di
referendum, voterebbero un rifiuto. In questo caso si esporrebbe la
Costituzione a un fallimento. Non possiamo non guardare con ansia a quel che
succedera'.
- Donatella Di Cesare: La guerra in Iraq - come lei nota - ha approfondito
le divisioni gia' presenti tra i diversi paesi europei. Il caso dell'Italia
mi sembra particolarmente significativo anche per la schizofrenia che
sussiste tra la vocazione europeista di molti cittadini e la politica del
governo palesemente filoamericana. Quale ruolo dovrebbe svolgere per lei
l'Italia, dato che non fa parte di quello che chiama il "nucleo d'Europa",
cioe' di quei paesi che avranno un ruolo politico piu' attivo?
- Juergen Habermas: Se mi permette l'osservazione, il fenomeno Berlusconi,
visto dall'esterno, e' molto irritante: la cultura politica del suo paese
sembra modificarsi sempre piu' profondamente sotto il regime di questo
imprenditore mediatico di successo. Ma l'Italia resta una democrazia e, se
la depoliticizzazione di una societa' sempre piu' riorientata verso altri
valori non sara' andata troppo avanti, possiamo ancora sperare che ci sia
presto un governo guidato dall'europeista Prodi. A Roma le proteste di massa
contro la guerra in Iraq non sono state meno imponenti che a Madrid, dove il
governo Aznar ha avuto la risposta che meritava. Un nucleo, o un gruppo di
paesi, che dovesse costituirsi all'interno dell'Unione Europea non sarebbe
concepibile senza l'Italia.
*
- Donatella Di Cesare: Leggendo il suo libro mi hanno sorpreso alcune
affermazioni che lei fa sul modo in cui la Germania sta elaborando il
proprio passato. "Il marchio della Shoah si e' trasformato in un monito
universale". Cosi' la "politica della memoria" contribuirebbe a isolare le
posizioni della estrema destra e sarebbe un antidoto per l'antisemitismo
sempre in agguato, per quanto - lei dice - meno violento che altrove. Non
voglio soffermarmi qui ne' sulle vette raggiunte ultimamente dall'estrema
destra ne' su quei numerosi rigurgiti di antisemitismo che anche in Germania
si nascondono dietro l'antiamericanismo. Le chiedo pero' di indicare le
responsabilita' dell'Europa: cosa ha fatto per arginare il conflitto fra
israeliani e palestinesi? Non e' stata questa una grande occasione mancata?
E come puo' l'Europa presentarsi da autorevole protagonista sulla scena
mondiale se Auschwitz, la cesura che e' al suo centro, riaffiora ovunque
nelle forme piu' radicate dell'odio razziale?
- Juergen Habermas: Lei tocca qui un punto dolente di cui non possiamo fare
a meno di parlare. E giustamente distingue anche tra l'eredita' antisemitica
dell'Europa e la responsabilita' specifica che noi abbiamo in Germania per
lo sterminio degli ebrei europei e per le conseguenze prodotte da questa
frattura della civilta'. L'antisemitismo e' il parto dell'Europa cristiana e
nazionalista, divenuta alla fine anche razzista. Il fatto che dopo
Auschwitz, in alcuni paesi europei, non siamo ancora riusciti ancora a
rompere radicalmente con questo modo di pensare resta davvero una tara.
Anche percio' gli Stati Uniti godono in Israele di una fiducia maggiore di
quanta non ne abbia l'Europa, di cui si teme una presa di posizione a favore
della parte araba. A prescindere dalla incapacita' degli europei di assumere
una posizione comune, gli Stati Uniti sono stati fino a poco fa l'unica
potenza che abbia potuto esercitare un influsso sulla soluzione del
conflitto tra israeliani e palestinesi, perche' vengono accettati come gli
unici mediatori. Tanto piu' dobbiamo sforzarci in Europa non solo di
prevenire l'odio razziale, l'antisemitismo e la xenofobia nella famiglia e
nella scuola, non solo di affrontarli nel dibattito politico, ma anche di
opporci con coraggio civile per le strade e nelle piazze. Per quanto
riguarda la Germania, qui gli stessi pregiudizi e gli stessi casi di
antisemitismo assumono un peso ben diverso da quello di ogni altro paese.
Dobbiamo tener conto della diffusione dell'antisemitismo che riguarda il 15%
della popolazione. Fin quando questo potenziale e' rimasto nell'ombra, o e'
stato risucchiato dai partiti democratici, il problema non si e' posto. Ma
ora e' sorto un clima di paura sociale. Forse anch'io ho sottovalutato le
conseguenze derivanti dal rigetto di un processo di riunificazione non
riuscito. In ogni caso, i neonazisti puntano sempre a "successi" raggiunti
con colpi spettacolari. La questione politicamente decisiva sorgera' quando
questi pregiudizi razziali avranno voce in capitolo nella societa'. Sembrano
purtroppo contribuire a cio' il pubblico cordoglio per i caduti di guerra in
Germania, avvenuto con ritardo, e un asfittico antiamericanismo che con la
guerra in Iraq ha avuto un nuovo impulso. Siamo ancora al di qua o siamo
gia' al di la' di quello spartiacque oltre il quale i pregiudizi di cui
parliamo rischiano di trovare eco nella societa'? Sono sempre abbastanza
ottimista per quel che riguarda la forza della vecchia Repubblica federale.
Ma lei ha assolutamente ragione: si puo' auspicare capacita' di azione
politica solo per una Europa che vede chiaro in se stessa quanto basta.
Altrimenti finira' per riprodurre all'esterno i conflitti interni.
*
- Donatella Di Cesare: Lei riprende il progetto kantiano di una "condizione
cosmopolitica". Ma in che cosa poi se ne allontana?
- Juergen Habermas: La parte centrale del libro e' costituita da un lungo
saggio sullo sviluppo del diritto internazionale in cui cerco di difendere
l'idea kantiana di un passaggio dal diritto degli stati al diritto
cosmopolitico contro idee opposte, soprattutto contro la visione
neoconservatrice del liberalismo egemonico e contro la concezione elaborata
da Carl Schmitt. Kant ha dato alla sua idea due forme diverse; io considero
troppo forte la forma della "repubblica mondiale" e troppo debole quella
della "lega dei popoli". Kant era affascinato dai due modelli di repubblica
che proprio allora erano nati dalla rivoluzione americana e da quella
francese. E poteva immaginarsi un ordine cosmopolitico solo come uno stato
costituzionale democratico in grande formato oppure come una associazione,
liberamente scelta, di singole repubbliche. La chiave per una concezione che
eviti i lati deboli di entrambi i modelli sta, per me, nella idea di una
politica interna mondiale senza governo mondiale. Ma per trovare le forme
giuste di un "governo al di la' dello stato nazionale" occorre separare al
livello della organizzazione sovrastatale i tre elementi che nello stato
nazionale sono intrecciati. Nello stato nazionale sono infatti fusi insieme:
la costituzione politica che garantisce a tutti i cittadini la stessa
autonomia privata e pubblica, l'apparato burocratico dello stato che traduce
la volonta' politica dei cittadini e dei loro rappresentanti e infine la
coscienza della solidarieta' fra i cittadini di uno stato che sanno di
essere membri della stessa comunita' politica. Per contro, le organizzazioni
internazionali possono avere una costituzione senza assumere il carattere
della autorita' statale. E la solidarieta' che ci si aspetta dai cittadini
dell'Unione Europea e dai cittadini del mondo puo' essere molto piu'
astratta e modesta di quanto non sia la coscienza nazionale. Se si intuisce
come questi elementi siano separabili, si potra' capire meglio la
possibilita' di un "governo transnazionale".
- Donatella Di Cesare: Le tendenze della globalizzazione sembrano
assecondare la progressiva costituzionalizzazione del diritto internazionale
e favorire dunque un ordinamento cosmopolitico, non le pare?
- Juergen Habermas: In una societa' mondiale che, pur crescendo
unitariamente si e' differenziata, i problemi che superano i confini e che
non possono piu' essere risolti nell'ambito dei singoli stati sono sempre
piu' numerosi. Sono problemi che richiedono coordinamento, cooperazione e la
formazione di una volonta' politica comune al di la' dei confini nazionali.
Mi immagino una societa' mondiale costituita politicamente come un sistema a
piu' livelli. Al di la' degli stati nazionali si erge gia' oggi
l'organizzazione mondiale delle Nazioni Unite. Tra questi due livelli,
pero', non e' stato ancora sufficientemente sviluppato il livello
transnazionale, quello cioe' della formazione di una volonta' politica
comune. A questo scopo una Unione Europea, divenuta capace di agire in
politica estera, potrebbe fornire un buon esempio. Su questo piano i governi
continentali, che in tutte le parti del mondo potranno formarsi accanto a
potenze mondiali come gli Stati Uniti o la Cina, dovranno costituire sistemi
di negoziati per affrontare i problemi della politica interna dei vari
stati. Penso soprattutto ai problemi dell'economia mondiale e dell'ecologia
globale. Certo ci sarebbero ancora residui di quella politica di potere che
ci e' ben nota nelle relazioni internazionali. Ma almeno i global players
perderebbero quel diritto alla guerra che una volta era possesso degli stati
sovrani. Sarebbero infatti membri di una comunita' internazionale che al
livello sovranazionale avrebbe assunto la forma di una organizzazione delle
Nazioni Unite riformata. Non e' necessario mutare l'Onu in un governo
mondiale che abbia il monopolio della forza per far si' che svolga le due
funzioni essenziali di assicurare la pace e affermare nel mondo i diritti
umani. In questo modo ne risulterebbe, alla fine, alleggerito il livello
sovranazionale della politica in senso stretto.

8. LETTURE. AA. VV., LA FECONDAZIONE ASSISTITA
AA. VV., La fecondazione assistita. Riflessioni di otto grandi giuristi,
Corriere della sera, Milano 2005, pp. 204, euro 1 (in supplemento al
"Corriere della sera"). Edito in collaborazione dalla Fondazione Umberto
Veronesi e dalla Fondazione Corriere della sera, il volume presenta, dopo la
prefazione di Veronesi e l'introduzione di Maurizio De Tilla, interventi di
Pietro Rescigno, Enrico Quadri, Alfonso Celotto, Luigi Balestra, Gilda
Ferrando, Salvatore Patti, Guido Alpa, Alessandra Bellelli. Un testo di
grande interesse.

9. LETTURE. LISA FOA: E' ANDATA COSI'
Lisa Foa, E' andata cosi', Sellerio, Palermo 2004, pp. 216, euro 9. Lisa
Foa - recentemente scomparsa - in queste "conversazioni a ruota libera"
racconta (sollecitata da Brunella Diddi e Stella Sofri, che hanno curato
anche l'edizione del libro) la sua vita di straordinario impegno civile. Una
lettura di grande suggestione.

10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

11. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it, sudest at iol.it,
paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 867 del 13 marzo 2005

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