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La nonviolenza e' in cammino. 869



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 869 del 15 marzo 2005

Sommario di questo numero:
1. Ileana Montini: Violenza, aggressivita', nonviolenza
2. Severino Vardacampi: Alcune note sulla ricezione del saggio di Anna Bravo
3. Alessandro Pizzi: A scuola con Aldo Capitini, a Orte
4. Lisa Masier ricorda Hans Albrecht Bethe
5. Giulia D'Agnolo Vallan ricorda Morris Engel
6. Arturo Di Corinto ricorda Jeff Raskin
7. "La buona educazione" di Francesco Codello
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. RIFLESSIONE. ILEANA MONTINI: VIOLENZA, AGGRESSIVITA', NONVIOLENZA
[Ringraziamo Ileana Montini (per contatti: ileana.montini at tin.it) per questo
intervento. Ileana Montini, prestigiosa intellettuale femminista, gia'
insegnante, e' psicologa e psicoterapeuta. Nata nel 1940 a Pola da genitori
romagnoli, studi a Ravenna e all'Universita' di Urbino, presso la prima
scuola di giornalismo in Italia e poi sociologia; giornalista per
"L'Avvenire d'Italia" diretto da Raniero La Valle; di forte impegno
politico, morale, intellettuale; ha collaborato a, e fatto parte di, varie
redazioni di periodici: della rivista di ricerca e studio del Movimento
Femminile DC, insieme a Tina Anselmi, a Lidia Menapace, a Rosa Russo
Jervolino, a Paola Gaiotti; di "Per la lotta" del Circolo "Jacques Maritain"
di Rimini; della "Nuova Ecologia"; della redazione della rivista "Jesus
Charitas" della "famiglia dei piccoli fratelli e delle piccole sorelle"
insieme a fratel Carlo Carretto; del quotidiano "Il manifesto"; ha
collaborato anche, tra l'altro, con la rivista "Testimonianze" diretta da
padre Ernesto Balducci, a riviste femministe come "Reti", "Lapis", e alla
rivista di pedagogia "Ecole"; attualmente collabora al "Paese delle donne".
Ha partecipato al dissenso cattolico nelle Comunita' di Base; e preso parte
ad alcune delle piu' nitide esperienze di impegno non solo genericamente
politico ma gramscianamente intellettuale e morale della sinistra critica in
Italia. Il suo primo libro e' stato La bambola rotta. Famiglia, chiesa,
scuola nella formazione delle identita' maschile e femminile (Bertani,
Verona 1975), cui ha fatto seguito Parlare con Dacia Maraini (Bertani,
Verona). Nel 1978 e' uscito, presso Ottaviano, Comunione e liberazione nella
cultura della disperazione. Nel 1992, edito dal Cite lombardo, e' uscito un
libro che racconta un'esperienza per la prevenzione dei drop-out di cui ha
redatto il progetto e  curato la supervisione delle operatrici: titolo: "...
ho qualche cosa anch'io di bello: affezionatrice di ogni cosa". Recentemente
ha scritto la prefazione del libro di Nicoletta Crocella, Attraverso il
silenzio (Stelle cadenti, Bassano (Vt) 2002) che racconta l'esperienza del
Laboratorio psicopedagogico delle differenze di Brescia, luogo di formazione
psicopedagogica delle insegnanti e delle donne che operano nelle relazioni
d'aiuto, laboratorio nato a Brescia da un progetto di Ileana Montini e con
alcune donne alla fine degli anni ottanta, preceduto dalla fondazione,
insieme ad altre donne, della "Universita' delle donne Simone de Beauvoir".
Ha recentemente pubblicato, con altri coautori, Il desiderio e l'identita'
maschile e femminile. Un percorso di ricerca, Franco Angeli, Milano 2004. Su
Ileana Montini, la sua opera, la sua pratica, la sua riflessione, hanno
scritto pagine intense e illuminanti, anche di calda amicizia, Lidia
Menapace e Rossana Rossanda]

"Ricordo molto bene che a suo tempo le donne parlavano della violenza
dell'aborto: volevano una legge proprio per aprire un percorso che,
eliminando la clandestinita', consentisse un futuro senza aborti attraverso
l'impegno pubblico, l'educazione sessuale e la contraccezione. Dagli anni
Ottanta (del secolo scorso) ogni prevenzione e' stata rimossa e le donne si
sono dovute arrangiare, emancipandosi nel prendere le iniziative, imponendo
il preservativo ai loro uomini, proteggendosi con i contraccettivi,
avviandosi al sesso libero come i maschi. L'emancipazione omologata non e'
una gran cosa, perche' rimuove l'idea di violenza e la riduce a mero
incidente; inoltre riguarda ancora poche ragazze, che appaiono piu' visibili
nelle inchieste giornalistiche. La maggioranza resta abbastanza 'ignara', si
trovano ancora ragazze che 'si devono sposare' per una gravidanza imprevista
in arrivo e, anche se diminuiscono gli aborti, gli uomini continuano a
restano abbastanza indifferenti e irresponsabili. Eppure per evitare anche i
conflitti con gli embrioni, basterebbe che chiedessero alla loro donna se e'
disposta a diventare madre in conseguenza del loro, magari reciproco,
desiderio. Ma gli uomini fanno conto di non sapere come nascono i bambini e
la liberta' delle donne e' affidata alla sorte. Nel caso che una donna si
trovi incinta senza averlo voluto, e', come dice il linguaggio popolare,
'nei guai': perche' mai dovrebbe ubbidire alla legge dell'uomo e diventare
custode del suo seme, sola colpevole di una violenza che segue a un'altra
violenza? Nessuna dice che si debba far ricorso alla interruzione di
gravidanza ne' che sia una soluzione facile; si dice solo che nessuno puo'
sostituirsi a chi vi fa ricorso e che la societa' la sostiene. Anna Bravo fa
bene a richiamare il problema del 'fare violenza', ma la sua analisi storica
resta parziale proprio storicamente. Come per gli altri revisionismi: la
violenza va combattuta in tutte le aree che ne sono infiltrate, a patto che
non si carichino di violenza proprio le iniziative, anche forti e
drammatiche, di chi cerca di rimuovere la violenza dalla storia".
Questo, tra l'altro, ha scritto Giancarla Codrignani richiamando con
precisione  la problematica che si sviluppo' intorno al tema dell'aborto.
*
Vorrei  aggiungere che dalla mia esperienza clinica deduco che ancora oggi
sono molti i maschi che spesso impongono rapporti non protetti  soprattutto
negli incontri occasionali, in quanto rifiutano il preservativo. La
contraccezione resta un problema a carico esclusivo o quasi delle donne. E
quanto alle motivazioni religiose o culturali, sono in aumento, per il
mancato uso degli anticoncezionali, le richieste di interruzione di
gravidanza da parte delle donne islamiche.
Ha ancora ragione Giancarla  quando scrive che se non si parlava allora a
"difesa del feto o dell'embrione", non si dovrebbe neppure farlo oggi dato
che questo incrinerebbe la liberta' femminile e sarebbe "immediato il
conflitto di interesse fra due soggetti di tutela della legge, la madre e il
figlio, e si ricomincerebbe a discutere di responsabilita' civile (puo' la
donna mettere a repentaglio la vita del feto se cade perche' va a spasso
liberamente?)".
Comunque, il saggio di Anna Bravo non e' parziale solo storicamente. Pero'
non sono una storica e mi sarebbe difficile inseguirla nelle cronologie
precise e vaste. Mi affido alla memoria e, in nome del principio di
complessita', alla parzialita' di altri punti di vista.
Era forte, a quei tempi, come scrive anche Giancarla, l'accento posto
sull'aborto come strumento estremo per rifiutare una maternita' e, in
aggiunta, l'accusa alla societa', all'organizzazione sociale che, come
ancora in parte oggi, rendeva difficile per le donne conciliare il desiderio
di maternita' con quello della propria realizzazione ed emancipazione.
Per esempio, prima del '68, prima della "rivoluzione sessuale", prima del
femminismo, le donne cattoliche che si impegnavano in politica (nella Dc) a
livelli dirigenziali, consideravano normale la rinuncia a formarsi una
famiglia.
*
Ma il saggio della storica e' di fatto piu' ampio perche' include la
problematica generale della violenza, della sua esaltazione nella lotta di
classe all'interno della sinistra, e sulla complicita', piu' o meno, da
parte delle donne "militanti".
Scrive: "Ci siamo scelti determinati maestri e compagni di strada (e per
alcuni di loro i movimenti sono stati a loro volta maestri) perche' ci
riconoscevamo profondamente nell'ideologia della violenza riformatrice,
fatta uomo nella figura del partigiano, del combattente di Spagna, del
comunardo, del ribelle risorgimentale, del cittadino in armi della
rivoluzione francese - un condensato di combattentismo maschile vissuto come
cifra naturale della lotta".
Ricorda dei molti, i piu', che non seppero cogliere "certe sfumature interne
al nostro micromondo": come quelle di "gruppi programmaticamente miti" di
studenti e di cattolici, che gia' praticavano e teorizzavano la nonviolenza.
Cita don Milani e padre Balducci. Per conto mio vorrei aggiungere Giorgio La
Pira sindaco di Firenze. Cita le marce della pace volute da Capitini di cui
ho un bellissimo ricordo personale. Non mi sembra che faccia dei distinguo
tra le varie formazioni extraparlamentari che nei miei ricordi invece ci
sono.
Per me, proveniente dal mondo cattolico, meno giovane dei sessantottini,
sarebbe stato difficile aderire, per esempio, a Lotta Continua. Mi fu facile
invece sentire e vivere "il Manifesto" come impresa piu' pacata e
riflessiva, meno incline a praticare forme di violenza collettiva in
qualsiasi modo. I miei riferimenti sono stati, oltre a padre Balducci con la
rivista "Testimonianze", l'area straordinaria della "famiglia religiosa" che
si ispira al francese Charles de Foucauld, ex ufficiale che si fece eremita
nel Magreb, e agli scritti di Rene' Voillaume, il fondatore. In  libri come
"Come loro" insegnava la pratica della condivisione della vita degli
oppressi e degli ultimi. In "Lettere dal deserto" del piccolo fratello Carlo
Carretto, che si era ritirato dalla politica militante per farsi monaco,
c'era l'esperienza della vita con i musulmani che aveva incontrato nei
deserti magrebini da novizio e che, imitando Charles de Foucauld, non aveva
cercato di convertire, rispettandone, si direbbe oggi, la differenza
culturale. Novita' non di poco conto in una Chiesa che era oggetto di
critica anche perche' aveva praticato milioni di conversioni collettive
violente nei secoli e in tutto il mondo colonizzato dalle nazioni
occidentali.
Mi chiedo se non e' anche il caso di cercare di capire perche' abbiamo
creduto un po' ciecamente nella "rivoluzione culturale" nella Cina di Mao
come un bellissimo modello di rivoluzione pacifica. Che cosa ne facciamo, se
non l'abbiamo rimosso, del dolore che abbiamo provato leggendo, in questi
ultimi anni, le denunce dei misfatti della rivoluzione culturale, in alcuni
libri di donne cinesi e nostre come Renata Pisu?
*
Vorrei poi aggiungere che il punto di vista di Anna Bravo si situa ancora
nella concezione antropocentrica della cultura occidentale.
Negli anni che fecero seguito alle rivolte giovanili e alla formazione dei
movimenti extraparlamentari di sinistra, nacque, in sordina, anche una
sensibilita' per l'ambiente o per quella che allora piuttosto si definiva
tout court la natura. Ho dei ricordi molti chiari della sordita' dei
"militanti" (ma anche delle militanti) alle analisi che invitavano a fare i
conti con la tendenza ad aggredire la natura con conseguenze, allora, solo
immaginabili. Ci si sentiva rispondere che agli operai non poteva
interessare "la natura" quando dovevano indirizzare tutte le energie alla
lotta contro i padroni per il miglioramento delle condizioni di vita e la
presa del potere.
Negli anni ottanta alcuni filosofi dell'Europa settentrionale cominciarono a
riflettere sulla sofferenza del "paziente non umano", ovvero degli animali.
Ma questa tematica non divento' mai sensibilita' diffusa nella sinistra, ne'
nel mondo cattolico, tanto meno nel centro e nella destra. D'altronde a
destra e a sinistra c'erano - e ci sono- i favorevoli alla caccia.
Gli ambientalisti dovettero  collocarsi  sempre ai margini, tollerati ma
poco amati nella vecchia (Pci) o nell'arcipelago della  nuova sinistra.
L'origine dei verdi come partito dimostra la difficolta, prima di tutto, di
far germogliare le riflessioni sulla violenza contro la natura all'interno
della sinistra europea. Ma anche nel femminismo l'antropocentrismo ebbe la
meglio marginalizzando le donne "verdi".
*
A questo punto vorrei mettere a fuoco la parola aggressivita'.
Gli psicoanalisti si sono sempre interessati all'aggressivita', prima di
tutto Erich Fromm con un suo memorabile libro. Affrontare la tematica della
violenza ignorando la pulsione aggressiva, significa riferirsi alla
coscienza ignorando l'inconscio. Soleva dire Carl Gustav Jung che chi nega
l'esistenza dell'inconscio deve poi spiegarsi perche' tante volte ci capita
di dire: "penso una cosa e poi ne faccio un'altra". Ci si puo' limitare,
certamente semplificando, ad affermare che l'inconscio e' cio' di cui non
siamo consapevoli. Semplificando, l'aggressivita' puo' essere di difesa o
distruttiva. Di difesa puo' essere considerata anche l'aggressivita'
predatoria del leone che per cibarsi uccide e mangia la gazzella. L'agire
aggressivo e' anche quello del maschio che impone, alla femmina un rapporto
non protetto contro il rischio di una gravidanza non desiderata. Aggressivo
puo' essere considerato l'agire degli uomini celibi della Chiesa che hanno,
in nome "del rispetto della vita nascente" imposto alle donne il dramma
degli aborti clandestini e della maternita' come destino totalizzante.
E' anche contro questa violenza che la protesta femminile si e' organizzata
negli anni settanta muovendosi entro i limiti della  sensibilita' etica del
tempo.
Ricordo  la manifestazione a favore dell'aborto a Roma dove ci trovammo,
come per incanto, in oltre cinquantamila da tutta Italia. Ricordo con
commozione un girotondo che fece prigionieri per qualche minuto, a piazza
Venezia, due, tre preti in tonaca. Ricordo gli striscioni a quadrettini di
stoffa rosa e bianca e le trovate creative delle donne meridionali. Un
esempio, per quei tempi seriosi, di manifestazione ricca d'incanto emotivo
che poi i sindacalisti presero ad esempio.
Ma ritornando all'aggressivita': ha ragione Anna Bravo che a volte l'aborto
si e' consumato contro la propria madre, per il timore di assomigliarle; ma
ci puo' essere anche l'inconscio bisogno di restare incinta (facile
nell'adolescenete) per dimostrare a se stessa di essere veramente una donna;
cui fa seguito poi lo sgomento. Le donne hanno un corpo che, in un certo
senso, complica la relazione conscio-inconscio. Fu Lea Melandri nella
stagione bella del femminismo a inaugurare la "pratica dell'inconscio" nei
collettivi.
Mi piace quindi pensare al movimento delle donne come a un mosaico che si e'
in fondo costruito nel tempo, dove accanto a zone di colore scuro, si
stemperano zone luminose, piu' chiare e definite. Ma vorrei pensare alla
violenza e nonviolenza come a qualcosa che non puo' essere oggettivato
totalmente e sistemato una volta per tutte in chiari paradigmi post moderni
o post tutto: abbiamo a che fare, costitutivamente, con l'aggressivita' che
attraversa anche la differenza di genere.
Nonviolenti si', come scelta, ma sapendo e accettando che, in forme eguali o
diverse, uomini e donne portiamo il seme interiore dell'aggressivita' che
puo' crescere anche a nostra insaputa.

2. RIFLESSIONE. SEVERINO VARDACAMPI: ALCUNE NOTE SULLA RICEZIONE DEL SAGGIO
DI ANNA BRAVO
[Severino Vardacampi e' uno dei principali collaboratori del "Centro di
ricerca per la pace" di Viterbo]

Sul saggio di Anna Bravo, "Noi e la violenza. Trent'anni per pensarci"
[pubblicato nella bella rivista della Societa' delle storiche "Genesis", nel
fascicolo attualmente in libreria; e riprodotto anche su questo foglio nei
numeri 862-864] in queste settimane su alcuni quotidiani e alcuni siti
internet si e' avviato un ampio e vivace dibattito, che speriamo prosegua,
si approfondisca, contribuisca vieppiu' alla comune riflessione.
*
Sulla ricezione giornalistica
Non sorprende la spiacevole circostanza che la discussione su taluni
giornali sia stata - per la pressione stessa del contesto dato dal sistema
dei mass-media - non poco impoverita e forzata dalle strategie discorsive ed
editoriali proprie della comunicazione e dell'intrapresa giornalistica tanto
commerciale quanto propagandistica, e dalle implicazioni ideologiche e
pratiche presupposte e veicolate dal medium "giornale", dalla modalita' di
proposizione e fruizione dei testi di cui consiste, con le notissime
conseguenze: frettolosita' e quindi scarsa attenzione, eccessiva
semplificazione, polarizzazione esasperata, spettacolarizzazione, surplus di
gesto retorico, frequente dirottamento dell'attenzione di chi legge da cio'
che conta e interroga a cio' che e' coloritura e scorza, da cio' che impegna
a cio' che devia, scilicet: diverte. Abbiamo sovente la sensazione che dopo
la televisione il giornale quotidiano sia il luogo peggiore per discutere di
argomenti che richiedono invece tempo, ascolto, attenzione, una riflessione
palesemente non riducibile a quei letti di Procuste. Ed abbiamo altresi' la
sensazione che tanta parte della catastrofe intellettuale (oltre che morale)
della sinistra italiana dipenda dalla sua subalternita' al discorso dei
mass-media attraverso cui il sistema di potere dominante esercita tanta
parte della sua potenza e prepotenza in forma narcotica e manipolatrice: lo
sapeva e lo scriveva gia' l'internazionale situazionista decenni fa, che
quella sinistra che discute solo di cio' di cui si discute in televisione
non serve a nulla, anzi, serve - e' asservita - al peggio.
Sensazionalismo e costruzione dello scandalo, sollecitazione di
pronunciamenti sommari, manipolazione paratestuale, sono funzionali a una
prassi di rimozione degli spazi di riflessione comune; ed infatti dopo il
clamore che in quanto clamore poco perdura, segue l'oblio all'inseguimento
del prossimo scoop. Mentre invece vi sono temi di cui occorre discutere a
lungo, in una conricerca dialogica che presuppone in primo luogo la
comprensione tra chi parla, possibile solo se reciprocamente ci si ascolta.
Quel lavoro di attenzione, di ascolto, di cura, che e' una delle lezioni
grandi che il femminismo ha donato in eredita' feconda a tutte e tutti.
*
Sulla ricezione nei siti internet
Rispetto ai quotidiani miglior veicolo per questa riflessione polifonica
quand'anche dissonante - e finanche talora seriale, nel senso della scuola
di Vienna -, sono stati fin qui alcuni siti, in particolare - se non quasi
esclusivamente - quelli animati da donne, che sono in assoluto la cosa
migliore che si trova nella rete telematica, al confronto dei quali la
generalita' degli altri siti di riflessione, di documentazione, di
informazione danno l'impressione della fiera delle vanita' e dell'orgia
delle trivialita', della stupidita' e delle aberrazioni, ovvero del fascismo
in atto (e questo vale anche per la maggior parte dei siti cosiddetti "di
movimento": in cui trovi ad ogni pie' sospinto linguaggi e concetti degni
del Socing orwelliano).
Dispiace che anche i siti pacifisti gestiti perlopiu' da maschi quasi non si
siano accorti che nel dibattito sviluppatosi intorno al saggio di Anna Bravo
si sta discutendo di questioni decisive per una cultura della pace e della
dignita' umana; e dispiace che molti autoproclamati "mediattivisti"
(qualunque cosa cio' voglia dire) non abbiano ancora colto due elementari
verita': che non si da' piu' possibilita' di lotta effettuale per la pace,
la giustizia, i diritti umani e la difesa della biosfera se non si fa la
scelta teorica e pratica della nonviolenza; e non si da' accostamento alla
nonviolenza senza collocarsi all'ascolto del pensiero, delle esperienze,
delle pratiche delle donne e dei movimenti delle donne, dei femminismi.
*
Nelle prossime settimane
Vedremo nelle prossime settimane come si sviluppera' la riflessione anche
sulle riviste, luogo per piu' versi piu' propizio a un miglior ascolto
reciproco, a un piu' meditato ed aperto e maieutico dialogare.
E vedremo se i contributi che gia' molte hanno dato alla riflessione
proposta da Anna Bravo, insieme al testo che tale dibattito ha promosso,
riusciranno a fruttificare in ulteriore acquisto per tutte e tutti,
promuovendo e trovando svolgimento in quelle modalita' di comunicazione e di
relazione che piu' contano: l'incontro "vis-a'-vis" nelle conversazioni
pubbliche e private in cui persone in carne ed ossa si accostano e si
parlano negli occhi guardandosi.
Poiche' ci pare che il testo di Anna Bravo meriti una discussione
approfondita sia nel suo insieme, sia anche - e a nostro avviso
soprattutto - nello specifico della pluralita' di questioni che pone, che
vanno esaminate nelle loro peculiarita' oltre che nel loro intreccio; temi e
nessi su cui la discussione e' aperta e su cui deve esercitarsi la pratica
ermeneutica della verificazione ovvero della (popperiana) falsificazione,
come anche del fecondo fraintendimento (Bloom), o infine pure del
detournement (per tornare ancora a Debord).
*
Sulla struttura del saggio
E finanche per quanto concerne la sua struttura, la sua organizzazione
stilistica oltre che argomentativa, ci sembra che il saggio di Anna Bravo
meriti di essere considerato e discusso: una struttura che ci pare che
tenga - se possiamo servirci ancora una volta di un riferimento alla teoria
e alla prassi musicale - di alcune caratteristiche tipiche della "forma
sonata".
E' infatti probabile che l'attenzione che il testo ha suscitato dipenda,
oltre che da talune circostanze contingenti - come l'interesse giornalistico
col suo inevitabile portato di ipersemplificazione distorcente; come il
momento storico, con una destra patriarcale, neofascista e razzista,
bellicosa e sciovinista, all'attacco (non a caso una destra al potere che
cumula caratteristiche il cui nesso coglieva e contro cui si batteva
Virginia Woolf nelle Tre ghinee); e oltre che dalla effettuale schiettezza e
fin durezza con cui alcune questioni sono poste; soprattutto dall'aver
intrecciato in un medesimo testo-contesto tre-quattro temi (la memoria e il
silenzio, l'aborto e la sofferenza, la violenza e la politica, il femminismo
come rottura e come rinascita; ma ovviamente altri temi ed altre
costellazioni tra essi il testo propone all'ermeneutica) su cui invero molto
si e' scritto anche negli scorsi decenni, ma forse mai intrecciandoli cosi',
e questo intreccio apre interrogazioni e percorsi di ricerca impegnativi,
accidentati, perigliosi, forse finanche abissali, ma sicuramente non
rimuovibili con un'alzata di spalle o una difesa d'ufficio hegeliana.
Certo, un saggio e' per antonomasia il luogo della ricerca, dell'incertezza,
del provvisorio e del carente, della domanda che cerca di creare uno spazio
a una ricerca che quella domanda potrebbe finanche destituire di ogni
valore; ed alcune formulazioni dell'autrice possono anche essere sembrate a
taluna o taluno "prima facie" insostenibili: ma anche su questa
insostenibilita' - nella sua polivalenza semantica - interrogarci dobbiamo.
*
Presa di parola, lavoro analitico, timore e tremore, secretum
La forza appassionata con cui il dibattito e' divampato, dando luogo anche a
pronunciamenti aggressivi e giudizi trancianti, non credo dipenda solo da
cattive abitudini, credo segnali piuttosto un'urgenza autentica, e
un'esigenza profonda.
L'irruenza di taluni interventi, anche nella loro palese ingenerosita', mi
sembra sia segno per cosi' dire dell'irruzione nello spazio della
discussione pubblica di una riflessione che sentiamo irrinunciabile, in cui
"ne va di noi", della nostra storia, del nostro agire, del nostro sentire:
il sentire, il consentire; i sentimenti, l'empatia.
Analogamente la sbrigativita' di taluni interventi nella discussione,
talvolta cosi' evidentemente autoreferenziali, da' talvolta l'impressione
come di voler esorcizzare un dolore, e quasi operare una forclusione: ma a
un ascolto piu' profondo ci pare di cogliere un piu' denso sofferto lavoro
di elaborazione analitica che ancora forse trova modo di espressione solo
entro forme altre di condivisione, di relazione; altre rispetto alla
scrittura storiografica, al dibattito giornalistico, al cannibalismo dei
mass-media che sempre e' in agguato ove parliamo di cio' che ci sta a cuore,
di cio' che e' mobile, di cio' che tiene dello specchio e dell'enigma, in
timore e tremore, del nostro intimo e comune secretum.
*
Il silenzio dei maschi, come se tutto cio' non ci riguardasse
In verita' cio' che piu' mi colpisce nel dibattito suscitato dal saggio di
Anna Bravo non e' il silenzio delle donne, e' il silenzio degli uomini,
l'indifferenza degli uomini.
Che copre col suo rombo sordo e cupo il crimine del patriarcato, del
fascismo, della guerra che tuttora perdurano, ancora una volta i tre
elementi il cui nesso denunciava Virginia Woolf scrivendo sul finire delgi
anni trenta del secolo scorso quella lettera in cui spiegava la destinazione
delle misere sue tre ghinee: una lettera che ho semrpe sentito indirizzata a
noi, aggettante sui nodi del nostro presente.
Mi colpisce la stolta indifferenza del movimento per la pace nei suoi luoghi
piu' noti e nelle sue figure piu' celebrate, pressoche' tutti ferreamente
quand'anche inconsapevolmente maschili e maschilisti: forse perche' questa
discussione mette a nudo interiori dissidi e incertezze (il maschilismo,
l'autoritarismo e il militarismo dei manifestanti professionali viriloidi e
fin squadristi prediletti dai mass-media e dai partiti - e dalle
aziende-partito - che pressoche' tutti, in maggiore o minore misura,
ereditano dell'organizzazione burocratica staliniana riproducendone
l'ideologia e i meccanismi; la falsa coscienza o l'intima angoscia dei
religiosi maschi di varie appartenenze che avvertono una loro collocazione
ambigua, come persone sinceramente di pace e insieme parte e funzionari di
strutture sovente tuttora in cospicua misura cupamente patriarcali,
ferocemente misogine, non di rado con marcate caratteristiche fin
dittatoriali e totalitarie; l'ipocrisia di chi si colloca o aspira a
inserirsi nel mainstream delle "multinazionali del bene", quel lato oscuro
del mondo delle onlus e delle ong che troppi astrattamente mitizzano in
blocco senza rendersi conto di cio' di cui stanno parlando; e si potrebbe
continuare).
*
Quattro tesi
Mi colpisce che tanta parte delle persone che si sentono movimento per la
pace, per la giustizia, per i diritti, non colgano queste cose che a me
paiono decisive, e che concludendo queste brevi, esplorative e provvisorie
note vorrei ancora una volta riassumere in forma di tesi:
I. Che il femminismo (il pensiero e le pratiche delle donne, il movimento di
liberazione delle donne, i femminismi nelle loro varie articolazioni e
dialettiche; da Simone de Beauvoir a Vandana Shiva, da Simone Weil a Assia
Djebar, da Rosa Luxemburg a Luce Irigaray, da Hannah Arendt a Rigoberta
Menchu', da Edith Stein a Wangari Maathai) e' l'esperienza storica decisiva
del Novecento nell'indicare una via d'uscita dalla catastrofe dell'umanita';
che solo a partire dalle esperienze e riflessioni di cui esso consiste e che
esso ha suscitato si possono costruire relazioni orientate alla convivenza,
al rispetto e alla promozione di tutti i diritti umani per tutti gli esseri
umani, di riconoscimento di umanita' per l'umanita' intera e per ciascuna
persona.
II. Che il femminismo e' quindi, proprio perche' smaschera e dissolve la
pretesa totalitaria del pensiero unico patriarcale, proprio perche'
riconosce le differenze e non le annichila, proprio perche' e' vettore
storico della lotta contro ogni oppressione nei confronti delle persone e
della natura, e' anche "corrente calda" ed esperienza cruciale di cio' che
chiamiamo nonviolenza in cammino.
III. Che la scelta della nonviolenza, come ebbe a scrivere una volta Aldo
Capitini, e' il varco attuale della storia: di fronte all'immensa mole di
male che insensati erigono i poteri apparentemente piu' forti del mondo, che
la civilta' umana stanno precipitando nel baratro, occorre sapere che la
nonviolenza e' piu' forte, che essa puo' salvare l'umanita' dalla
catastrofe, che essa puo' non solo resistere all'orrore attraverso le mille
sue pratiche, ma costruire fin d'ora relazioni di convivenza, relazioni di
giustizia, relazioni di liberta'. La nonviolenza e' in cammino, ma ha
bisogno del contributo di tutte e tutti per affrontare e sconfiggere le
concrezioni di male dominanti, le strutture dell'ingiustizia e della
menzogna, dello sfruttamento e dell'alienazione, della guerra e del terrore,
della paura e della morte.
IV. La nonviolenza e' in cammino, ma e' un cammino di cui tanta parte e' la
capacita' di ascolto dell'altra persona, dell'altra e dell'altro, della vita
e del mondo; e' la capacita' di rispondere al volto altrui che muto e
sofferente ti interroga; e' la responsabilita' "per amore del mondo". Di
questa disposizione ad essere "cuore pensante" (Etty Hillesum, certo), a
prendersi reciprocamente cura, a "mettere al mondo il mondo", le donne e il
pensiero e la pratica delle donne - e quindi il femminismo, i femminismi -
sono il soggetto storico e culturale decisivo.

3. EDUCAZIONE. ALESSANDRO PIZZI: A SCUOLA CON ALDO CAPITINI, A ORTE
[Ringraziamo Alessandro Pizzi (per contatti: alexpizzi at virgilio.it) per
questo intervento.
Alessandro Pizzi, gia' apprezzatissimo sindaco di Soriano nel Cimino (Vt),
citta' in cui il suo rigore morale e la sua competenza amministrativa sono
diventati proverbiali, ha preso parte a molte iniziative di pace, di
solidarieta', ambientaliste, per i diritti umani e la nonviolenza, tra cui
l'azione diretta nonviolenta in Congo con i "Beati i costruttori di pace";
ha promosso il corso di educazione alla pace presso il liceo scientifico di
Orte (l'istituto scolastico dove insegna).
Aldo Capitini e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato,
docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la
nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande
pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Opere di Aldo Capitini:
la miglior antologia degli scritti e' (a cura di Giovanni Cacioppo e vari
collaboratori), Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che
contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche' integrale -
ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell'epoca -
bibliografia degli scritti di Capitini); recentemente e' stato ripubblicato
il saggio Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989; una
raccolta di scritti autobiografici, Opposizione e liberazione, Linea
d'ombra, Milano 1991, nuova edizione presso L'ancora del Mediterraneo,
Napoli 2003; e gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996;
segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri,
Edizioni Associate, Roma 1991; e la recentissima antologia degli scritti Le
ragioni della nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004. Presso la redazione di
"Azione nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito:
www.nonviolenti.org) sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi
ed opuscoli di Capitini non piu' reperibili in libreria (tra cui i
fondamentali Elementi di un'esperienza religiosa, 1937, e Il potere di
tutti, 1969). Negli anni '90 e' iniziata la pubblicazione di una edizione di
opere scelte: sono fin qui apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza,
Protagon, Perugia 1992, e un volume di Scritti filosofici e religiosi,
Perugia 1994, seconda edizione ampliata, Fondazione centro studi Aldo
Capitini, Perugia 1998. Opere su Aldo Capitini: oltre alle introduzioni alle
singole sezioni del sopra citato Il messaggio di Aldo Capitini, tra le
pubblicazioni recenti si veda almeno: Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci,
Torino 1988; Clara Cutini (a cura di), Uno schedato politico: Aldo Capitini,
Editoriale Umbra, Perugia 1988; Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni
cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La
pedagogia del nuovo di Aldo Capitini. Tra religione ed etica laica, Clueb,
Bologna 1991; Fondazione "Centro studi Aldo Capitini", Elementi
dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova Italia, Scandicci (Fi)
1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia
intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1998; AA.
VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume monografico de "Il
ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante, La realta'
liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia
1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta 2001; cfr.
anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d'Orsi, Intellettuali nel
Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; per una bibliografia della critica
cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito citato; numerosi utilissimi
materiali di e su Aldo Capitini sono nel sito dell'Associazione nazionale
amici di Aldo Capitini: www.aldocapitini.it, altri materiali nel sito
www.cosinrete.it; una assai utile mostra su Aldo Capitini puo' essere
richiesta scrivendo a Luciano Capitini: capitps at libero.it, o anche a
Lanfranco Mencaroni: l.mencaroni at libero.it, o anche al Movimento
Nonviolento: tel. 0458009803, e-mail: azionenonviolenta at sis.it]

Da qualche giorno, presso il liceo scientifico statale di Orte (Viterbo), e'
allestita una mostra su Aldo Capitini, messa a disposizione da Luciano
Capitini.
L"iniziativa affianca il corso di educazione alla pace, che da anni
caratterizza il liceo e che si svolge con grande coinvolgimento degli
studenti.
La mostra vuole far conoscere il pensiero di Aldo Capitini e invitare ad un
approfondimento della sua opera, sempre piu' attuale e necessaria per
l'azione politica.
La mostra, non a caso, e' ospitata nella scuola; il pensiero pedagogico di
Aldo Capitini e' molto utile anche per stimolare una riflessione tra i
docenti,  sugli scopi dell'insegnamento, sul ruolo degli educatori e sulle
finalita' della scuola stessa in un momento di grande confusione come
questo, segnato dalle riforme, a mio avviso distruttive della scuola
pubblica,  messe in atto dagli ultimi governi.
Conoscere le idee di Aldo Capitini e' utile anche per orientarsi nel mondo
della politica. In particolare in questo momento approfondire il pensiero di
Aldo Capitini, mettendo al centro dell'azione politica la partecipazione dei
cittadini, il "potere di tutti", puo' essere il metodo per far prevalere gli
interessi della collettivita' e, in particolare, per affermare i diritti dei
piu' deboli.

4. LUTTI. LISA MASIER RICORDA HANS ALBRECHT BETHE
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 9 marzo 2005. Lisa Masier scrive di temi
scientifici e culturali sul "Manifesto"]

Hans Albrecht Bethe, uno dei giganti della fisica del Novecento, dando
contributi importanti in molti settori diversi di questa disciplina
scientifica del XX secolo, e' morto domenica a Ithaca, nello stato di New
York, all'eta' di 98 anni. L'annuncio e' stato dato ieri dalla Cornell
University, dove Bethe ha lavorato e insegnato per quasi settanta anni.
Bethe e' stato uno dei padri della prima bomba atomica ed e' stato insignito
del premio Nobel per la fisica nel 1967 per la scoperta della produzione di
energia nelle stelle ("per il suo contributo alla teoria delle reazioni
nucleari e in particolare per le sue scoperte concernenti la produzione di
energia nelle stelle", recitava la motivazione dell'Accademia di Svezia).
All'inizio degli anni Trenta aveva lavorato a Cambridge con Ernest
Rutheford - lo scopritore della struttura dell'atomo e premio Nobel per la
chimica nel 1908 -, poi con Enrico Fermi a Roma, il grande fisico italiano
con cui collaboro' in seguito, agli inizi degli anni Quaranta, nei
laboratori segreti di Los Alamos dove venne messa a punto la bomba atomica.
Ma, dagli anni Sessanta in poi, Bethe divenne un critico della
proliferazione delle armi nucleari. Hans Albrecht Bethe, che era nato il 2
luglio 1906 a Strasburgo - allora territorio tedesco -, fu costretto a
lasciare la Germania, in seguito alle persecuzioni naziste perche' era
figlio di madre ebrea. Dopo aver condotto ricerche nelle universita' di
Francoforte, Stoccarda e Monaco di Baviera, ottenne la cattedra di fisica
all'universita' di Tubinga, che gli fu poi tolta dalle persecuzioni
antiebraiche del regime di Hitler. Da qui la decisione di trasferirsi in
Inghilterra, insegnando dapprima a Manchester e poi a Bristol.
Nel 1938 Bethe formulo' la teoria che spiega la produzione di energia
all'interno delle stelle come il Sole mediante reazioni nucleari,
identificando il cosiddetto ciclo del carbonio. Diventato cittadino degli
Stati Uniti, negli anni Quaranta ha contribuito allo sviluppo
dell'elettrodinamica quantistica e ha diretto il reparto di studi teorici a
Los Alamos nell'ambito del progetto Manhattan che porto' alla costruzione
delle prime bombe nucleari a fissione. Risale a questo periodo la sua
collaborazione con Edward Teller, il celebre fisico non altrettanto critico
con il nucleare, che continuo' a difendere a spada tratta per tutta la sua
lunga vita e a cui si deve l'autentica paternita' della prima bomba atomica,
rivendicata con orgoglio. Al contrario di Teller, in seguito Bethe tento' di
opporsi allo sviluppo degli ordigni a fusione nucleare (bombe all'idrogeno),
e si adopero' per l'adozione dei trattati internazionali sulla messa al
bando dei test nucleari. Questo impegno coincise con l'incarico ricevuto nel
1958, quando il governo americano lo nomino' capo di una task-force di
scienziati che doveva elaborare uno studio sul disarmo. Negli anni Settanta
fu consulente della Casa Bianca durante i negoziati di Ginevra per la messa
al bando dei test atomici.
Hans Albrecht Bethe, pur avendo collaborato allo sfruttamento della fisica
nucleare per scopi militari, ha mantenuto sempre molto spirito critico e
grande lucidita' sul ruolo e le responsabilita' degli scienziati sul destino
dell'umanita'. Lo testimonia un suo resoconto, che risale al 1954 ma che e'
stato declassificato soltanto nel 1980, nel quale Bethe descrive il
coinvolgimento degli scienziati nella costruzione della bomba H, un progetto
ancora piu' controverso di quello che ha portato alle prime armi nucleari, e
mette in evidenza come questo rapporto sia diventato continuativo e non
soltanto episodico di un periodo di emergenza.
La fama di questo fisico e astronomo si deve soprattutto alla scoperta dei
meccanismi di produzione di energia all'interno delle stelle. Ancora nel
1938, infatti, gli astrofisici non conoscevano quali processi nucleari
potessero generare nelle stelle energie cosi' elevate. Secondo il racconto
di George Gamow - fisico e cosmologo di origine ucraina, grande sostenitore
della teoria del Big Bang nonche' straordinario affabulatore -, Bethe,
presente insieme a lui a un convegno che si svolgeva a Washington
nell'aprile del 1938, durante il quale era stato posto il problema, penso'
di risolvere l'"enigma" in treno, durante il viaggio di ritorno a New York,
prima di recarsi nel vagone ristorante per la cena... E cosi' fu: il fisico
tedesco aveva scoperto il "ciclo del carbonio" o "ciclo di Bethe", uno dei
due principali processi di produzione di energia nucleare presenti
all'interno delle stelle, in grado di sopperire al fabbisogno energetico di
queste enormi "fornaci" naturali.

5. LUTTI. GIULIA D'AGNOLO VALLAN RICORDA MORRIS ENGEL
[Dal quotidiano "Il manifesto" dell'8 marzo 2005. Giulia D'Agnolo Vallan
dopo la laurea in lettere e filosofia a Torino ha frequentato il Master
program presso la Film and Television School della Tisch School of the Arts
della New York University, citta' nella quale vive e lavora come giornalista
ed operatrice culturale; collabora con varie testate ed ha curato varie
rassegne cinematografiche per importanti festival del cinema]

Senza di lui, disse Francois Truffaut, la Nouvelle Vague non ci sarebbe
stata. Di lui Saul Bellow scrisse che "poteva penetrare le dure superfici
delle apparenze, far parlare le pietre, far si' che le metropolitane e i
marciapiedi si rivolgessero a noi gridando, che i milioni di morti
seppelliti in file di lapidi malamemente identificate ci influenzassero".
John Cassavetes e D. A. Pennebaker si sono spesso dichiarati tra i suoi piu'
grandi ammiratori. Il regista Morris Engel e' morto sabato a New York. Aveva
86 anni ed era malato di cancro. Figura mitica e allo stesso tempo segreta
del cinema americano, Engel e' stato una presenza imprescindibile di quella
rivoluzione che avvenne tra gli anni cinquanta e i primi anni settanta nel
cinema indipendente Usa. E, come e' successo per Leonard Kastle con il suo
Honeymoon Killer, per essere "imprescindibile" gli basto' virtualmente un
film solo, The Little Fugitive, vincitore del leone d'argento a Venezia nel
1953.
Girato per 30.000 dollari, con una 35 mm portatile creata apposta per lui,
in un magico, contrastatissimo, bianco e nero che omaggiava le fotografie
del suo maestro Paul Strand (con il quale collaboro' al film Promise Land) e
le immagini "di strada" di un'altra sua grande passione, Berenice Abbott, Il
piccolo fuggitivo e' l'odissea d'un giorno d'estate di un bambino di sette
anni (Richie Andrusco) che scappa a Coney Island quando crede di aver ucciso
il fratello maggiore. Sullo sfondo espressionistico e multiforme del grande
luna-park newyorkese, il bimbo ha avventure e incubi da paese delle
meraviglie - ogni superficie e ogni incontro a cavallo tra realta' e
fantasia.
Scritto da Ray Ashley e montato da quella che sarebbe presto diventata la
moglie di Engel, la nota fotografa Ruth Orkin, Il piccolo fuggitivo venne
acquistato in Usa dal distributore americano di Ladri di biciclette e di
Roma citta' aperta. Non a caso, il lavoro di Engel e' stato spesso
avvicinato al nostro neorealismo.
In realta', la sua influenza piu' grande rimane la fotografia americana
degli anni trenta, unita ad un occhio complice nella meraviglia dello
sguardo infantile e a una voglia di perdersi sulle superfici - dei volti o
dell'asfalto, come dice Bellow - e sui contorni fino a farli esplodere. Nel
1955 Engel diresse, sempre con la collaborazione di Orkin, Lover and
Lollipops, su una bambina orfana di padre che osserva sua madre innamorarsi
di nuovo e, nel 1958, Wedding and Babies, il suo progetto piu' "strutturato"
con gli attori Viveca Lindfors e John Myhers. Anche quel film vinse un
premio a Venezia, insieme a Il posto delle fragole di Ingmar Bergman.
Piu' in sincronia con l'universo solitario della fotografia, Engel non si
pose nemmeno il problema di andare o meno "a Hollywood" sfruttando il boom
degli indipendenti degli anni sessanta - lavoro' e mantenne la sua famiglia
essenzialmente con la fotografia e qualche spot pubblicitario. Ma nel 1968
giro' I Need a Ride to California, film che rimane tutt'oggi "invisibile" su
una ragazzina hippie nell'East Village della controcultura. Quando, anni fa,
cercai di convincere Engel a darmelo per portarlo in Italia disse che non
era "in condizioni di essere proiettato", lasciandomi supporre che forse non
ne aveva mai terminato il montaggio. Ma garanti' che le sequenze di Central
Park dell'Hair di Milos Forman sarebbero impallidite di fronte al materiale
che aveva lui sulla flower generation.
Dalla sua finestra affacciata sul lato ovest del grande polmone verde
newyorkese Engel aveva infatti un posto d'osservazione privilegiato su tutto
quello che succedeva nel parco. Da quella finestra scatto' anche molte foto
e, come lui, sua moglie che ne trasse una famosa serie sulla stagioni.
A sorpresa - anche di chi lo aveva conosciuto - Engel giro' due video negli
anni novanta, A Little Bit Pregnant ('93), su un bimbo la cui sorella
incinta rifiuta di sposarsi ma anche di avere un aborto, e Camellia (98),
studio ravvicinato della figlia di due anni di un amico. In quell'occasione
ci disse che il video gli sembrava uno strumento interessante - anche se nel
suo appartamento, appena entrati sulla destra, troneggiava ancora una
moviola, coperta solo da un panno un po' impolverato.

6. LUTTI. ARTURO DI CORINTO RICORDA JEFF RASKIN
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 2 marzo 2005. Arturo Di Corinto e'
docente di scienze della comunicazione all'universita' "La sapienza" di
Roma]

Nel 1984 Steve Jobs e Steve Wozniack fondatori della Apple Computer,
presentano il Macintosh, il primo computer sviluppato su un'interfaccia
grafica. Responsabile e progettista del "Mac" fu Jeff Raskin, che creo' il
gruppo di sviluppo nel 1979, ideo' il nome, raccolse le migliori invenzioni
della ricerca sulle interfacce come il "drag and drop", il mouse, il
concetto di interazione a oggetti, le finestre sovrapponibili e la metafora
della scrivania. Qualche anno dopo Steve Jobs litigo' con Jeff Raskin e,
rifugiatosi in una palazzina, isso' una bandiera nera da pirati e prese il
comando del gruppo di lavoro, costringendo Jeff Raskin a dimettersi nel
1982. Jeff Raskin, lo sviluppatore dell'Apple Macintosh e inventore del
mouse con un solo bottone e' morto ieri all'eta' di 61 anni per un cancro al
pancreas nella sua casa di Pacifica in California. Laureato in matematica e
filosofia, musicista e scrittore, era un teorico dell'interazione
uomo-macchina e ha sempre privilegiato la sintesi di usabilita' e
versatilita' nella progettazione delle interfacce informatiche, con
l'obiettivo di rendere i computer sempre piu' facili da usare, "amichevoli"
e poco costosi.
Se e' lui che ha dato il nome al famoso Macintosh, cambiandone la pronuncia
per motivi di copyright - suo il merito di aver convinto Steve Jobs a
abbandonare il progetto del computer Apple Lisa - a buon ragione si puo'
considerare l'apripista di tutti i computer da tavolo, e uno dei pionieri
della rivoluzione informatica. Era un pallino fisso per lui, che veniva
dalle controculture degli anni '70 e frequentava lo Xerox Parc Center (il
famoso centro di ricerche vicino Palo Alto), trasformare i computer in
oggetti usabili da tutti e non piu' da nerd capelloni o scienziati in camice
bianco.
Il "New York Times" di ieri lo ricorda come un uomo dall'attitudine
rinascimentale. E di fatto era un umanista, come si comprende leggendo il
suo libro Interfacce a misura d'uomo, edito in Italia da Apogeo (2003, pp
255, euro 23), un saggio dove si contesta la preferenza degli utenti per
computer sempre piu' potenti che pero' "non sanno fare quello che serve".
Nel libro infatti Raskin affronta la grande questione della comunicazione
mediata dalle tecnologie, cioe' l'usabilita' delle interfacce, luoghi di
confine fra mondi che parlano linguaggi diversi e che spesso, invece di
facilitare l'interazione con la tecnologia, la complicano. In estrema
sintesi, la tesi del libro del creatore del Macintosh e' che occorre un
approccio completamente nuovo nel design delle interfacce uomo-macchina se
vogliamo che gli infodomestici, le case domotiche, i computer stessi,
diventino friendly, facili da usare, per tutti e non per i pochi,
occidentali, acculturati, con del tempo da sprecare nello studio di
voluminosi manuali d'istruzioni.
E infatti intorno all'anno 2000 Raskin avvio' la costruzione di The, The
Humane Environment, un sistema che incarnava la sua idea di interfaccia a
misura d'uomo usando elementi a codice sorgente aperto. Obiettivo dichiarato
del progetto era di progettare un sistema software in grado di comprendere e
sfruttare le modalita' operative di base del sistema uomo secondo le piu'
recenti acquisizioni della psicologia cognitiva, lavorando sui bisogni degli
utenti piuttosto che sulle esigenze commerciali, ma con l'utopia di fornire
un ambiente di lavoro e di apprendimento che fosse realmente "inclusivo",
cioe' adatto per tutti: giovani, anziani, luddisti e incapaci. Difficile
dargli torto. A chi non e' mai capitato di sentirsi disorientato davanti
allo schermo di un computer senza sapere cosa fare? Come dice Jakob Nielsen,
il decano dell'usabilita', se non riusciamo ad usare uno strumento, la colpa
non e' nostra, ma di chi l'ha progettato. Raskin ne era profondamente
convinto.

7. LIBRI. "LA BUONA EDUCAZIONE" DI FRANCESCO CODELLO
[Dal sito di Nonluoghi (www.nonluoghi.it) riprendamo la seguente
segnalazione]

Francesco Codello, La buona educazione. Esperienze libertarie e teorie
anarchiche in Europa da Godwin a Neill, Franco Angeli, Milano 2005, 700
pagine, euro 42.
Questo libro presenta una teoria pedagogica e un movimento educativo,
pressoche' sconosciuti al grande pubblico. Pensiero anarchico e pratiche
educative libertarie, invece, non solo sono esistite nel passato, ma
rappresentano ancora oggi una realta' che, seppur non molto diffusa,
costituisce un importante contributo al processo di emancipazione umana.
Originalita' e specificita', innovazione vera e intuizioni anticipatrici,
vengono qui illustrate, analizzate e collocate in una dimensione storica che
muove dalla fine del '700 e si snoda fino alla prima meta' del '900,
interessando diversi paesi europei.
La pedagogia libertaria emerge, di volta in volta, in pensatori ed
educatori, che sono quasi sempre inseriti in un movimento rivoluzionario,
protagonista in straordinari eventi storici: dalla Prima Internazionale alla
Comune di Parigi, dalla nascita e dallo sviluppo delle organizzazioni
anarcosindacaliste alle grandi mobilitazioni di massa nei diversi paesi
europei, dalla rivoluzione russa a quella spagnola del 1936-1939, dagli anni
travagliati del primo conflitto mondiale a quelli che precedono la nascita
di fascismo e nazismo. In questo quadro l'educazione assume per i libertari
un'importanza decisiva soprattutto attraverso iniziative di istruzione
popolare e di educazione rivoluzionaria, tendenti alla formazione di un
nuovo modello di uomo.
Allo stesso tempo la critica lucida e pertinente dei vari sistemi scolastici
non trascura e non risolve l'impegno di questi educatori, i quali, spesso,
realizzano concretamente illuminanti esperienze educative alternative
(Jasnaja Poljana di Tolstoj, Cempuis di Robin, La Ruche di Faure, la Escuela
Moderna di Ferrer, Summerhill di Neill, ecc.). Questo filone educazionista
del movimento anarchico e libertario, di derivazione
illuministico-individualistica e/o socialista, nel sottolineare sia la
centralita' dell'individuo e della sua diversita', sia il ruolo fondamentale
del collettivo nel processo formativo, concorre a delineare una
straordinaria azione e un pensiero originale che ha ancora molto da
insegnare.
Il libro si puo' trovare nelle librerie e puo' essere richiesto direttamente
all'autore al seguente indirizzo: Francesco Codello, via I. Nievo 5/A, 31100
Treviso (Italia) e-mail: f.codello at virgilio.it
Francesco Codello, dirigente scolastico di Treviso, da anni impegnato nella
ricerca storico-educativa, e' autore di numerosi articoli e saggi apparsi su
diverse riviste, animatore dell'Iden (International Democratic Education
Network) in Italia e redattore della rivista "Libertaria". Ha pubblicato
anche un volume dal titolo: Educazione e anarchismo. L'idea educativa nel
movimento anarchico italiano (1900-1926), Ferrara, 1995.

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it, sudest at iol.it,
paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 869 del 15 marzo 2005

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