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Nonviolenza. Femminile plurale. 3



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 3 del 17 marzo 2005

In questo numero:
1. Angela Dogliotti Marasso: Educare alla nonviolenza oggi. Uno sguardo
d'insieme
2. Giobatta Corinzi: Ancora dieci parole riflesse in dieci volti
3. Miriam Mafai: Il tutto e la parte
4. Maria Schiavo: Volevamo cambiare il mondo. A partire da noi
5. Lucetta Scaraffia: Tra esperienza e discorso pubblico
6. Lea Melandri: Della fragilita' della memoria
7. Emma Fattorini: Una violenza figlia di opposti integralismi
8. Questioni di metodo (ed un ringraziamento ad Anna Bravo)

1. EDITORIALE. ANGELA DOGLIOTTI MARASSO: EDUCARE ALLA NONVIOLENZA OGGI. UNO
SGUARDO D'INSIEME
[Ringraziamo Angela Dogliotti Marasso (per contatti: maradoglio at libero:it)
per averci messo a disposizione questo testo predisposto per il recente
congresso del Movimento Nonviolento. Angela Dogliotti Marasso,
rappresentante autorevolissima del Movimento Internazionale della
Riconciliazione e del Movimento Nonviolento, svolge attivita' di ricerca e
formazione presso il Centro studi "Sereno Regis" di Torino e fa parte della
Commissione di educazione alla pace dell'International peace research
association; studiosa e testimone, educatrice e formatrice, e' una delle
figure piu' nitide della nonviolenza in Italia. Tra le sue opere segnaliamo
particolarmente Aggressivita' e violenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino; il
saggio su Domenico Sereno Regis, in AA. VV., Le periferie della memoria,
Anppia - Movimento Nonviolento, Torino - Verona 1999; e il recente volume in
collaborazione con Maria Chiara Tropea, La mia storia, la tua storia, il
nostro futuro, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2003]

In questi ultimi anni l'educazione alla pace si e' sempre piu'
frequentemente identificata con l'educazione al conflitto e alla sua
trasformazione nonviolenta.
E' certamente, questo, un processo molto positivo; sembra tuttavia giunto il
momento di ampliare ulteriormente lo sguardo, per arricchire di nuovi
percorsi la strada che porta alla costruzione di una cultura di pace e
nonviolenza, nel decennio a cio' preposto anche dalle Nazioni Unite.
Oggi, infatti, il conflitto a livello macro ha assunto due dimensioni sempre
piu' evidenti e ineludibili, dalle quali non si puo' prescindere perche'
comportano rilevanti conseguenze, anche in ambito educativo.
Potremmo chiamare queste due dimensioni quelle della  sostenibilita'
economico-sociale e della sostenibilita' ambientale della globalizzazione
neoliberista nel sistema-mondo.
*
La sostenibilita' economico-sociale
Conosciamo tutti la situazione di grave disuguaglianza esistente tra i 4/5
degli abitanti del globo che consumano 1/5 delle risorse e il restante
quinto che ne consuma i 4/5. Non e' questa la sede per fornire i dettagli,
ma sappiamo che tale divario e' andato crescendo negli ultimi decenni, al
punto che l'indice di sviluppo umano (Isu), indicatore utilizzato dal
programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, calcolato in funzione di tre
variabili (speranza di vita, livello di istruzione, reddito per abitante a
parita' di potere d'acquisto),  nel 2000 vedeva buona parte del continente
africano tra lo 0,26 e lo 0,50, mentre Europa, Usa e Australia erano oltre
lo 0,90 (ma bisogna ricordare che anche all'interno delle aree ricche e
delle aree povere esistono grandi  disuguaglianze, tra un "centro"
privilegiato e "periferie" diseredate. Nei paesi ricchi, dove piu' ampia e'
la fascia dei ceti medio-alti, e' in costante crescita l'area delle nuove
poverta', mentre nei paesi poveri, a fronte di una ristretta elite
privilegiata, la precarieta' delle condizioni di vita della maggioranza
della popolazione induce  forti e inarrestabili movimenti migratori,  cui
assistiamo ormai da alcuni decenni).
Basterebbe un solo dato per evidenziare l'assurdita' e l'insostenibilita' di
tale situazione: in un mondo che vede ogni anno "da 40 a 60 milioni di
esseri umani morire di fame o di patologie legate alla malnutrizione" (1),
circa la meta' delle risorse alimentari prodotte nei paesi ricchi viene
distrutta per i meccanismi protezionistici del "libero" mercato.
Il modello sudafricano dell'apartheid serviva per difendere i privilegi
della minoranza bianca dalla maggioranza nera, costretta a vivere al di
sotto del livello di sussistenza: la situazione internazionale puo' essere
rappresentata  oggi come una estensione a livello mondiale del sistema
dell'apartheid.
La minoranza privilegiata del globo puo' garantirsi la possibilita' di
mantenere il proprio livello di vita e di consumo attraverso la guerra. La
guerra e' oggi rilegittimata, dunque, perche' appare come un mezzo per
imporre la globalizzazione neoliberista al resto del mondo e per allontanare
la resa dei conti.
Dire no alla guerra significa percio' non solo affermare che essa e' in ogni
caso un mezzo miope e illusorio per affrontare i conflitti, ma significa in
primo luogo dire no anche a questo modello di sviluppo insostenibile e
ingiusto.
*
La sostenibilita' ambientale
Questo stesso modello di sviluppo e' caratterizzato dal mito della crescita
illimitata.
Gia' il Club di Roma aveva evidenziato nell'ormai storico testo "I limiti
dello sviluppo" (1972) l'insostenibilita' di una economia fondata sulla
crescita illimitata in un mondo finito.
Ma il paradigma economico prevalente e' rimasto quello, e con la crescita
quantitativa della produzione e dei consumi sono cresciuti a vista d'occhio
i problemi ad essa collegati (smaltimento dei rifiuti, rarefazione delle
risorse primarie come l'acqua, effetto serra, cambiamenti climatici...).
Oggi alcuni grandi paesi come la Cina si affacciano a questo modello di
sviluppo. Sul mercato cinese si prevede un forte aumento del tasso di
vendita delle automobili private. Secondo il paradigma della crescita
illimitata questa potrebbe essere una buona occasione per il rilancio di
aziende in crisi come la Fiat, ad esempio, che si potrebbe assicurare una
fetta cospicua di mercato, o trovare manodopera a basso prezzo
delocalizzando la produzione. Ma se i cinesi nei prossimi anni avranno in
proporzione il nostro stesso consumo di automobili non vi e' chi non veda
quale disastrose conseguenza cio' potrebbe avere a livello ambientale.
Un modello di sviluppo energivoro e a forte impatto ambientale come il
nostro non sarebbe sostenibile a livello planetario. Bisogna allora impedire
ai cinesi di avere anche loro la loro utilitaria e al resto del mondo di
raggiungere il livello di vita dei paesi ricchi?
Chi vuole difendere il nostro livello di vita contro la concorrenza delle
maggioranze "in via di sviluppo" lo deve fare armi in pugno e comunque non
puo' consentire che tutto il mondo abbia gli stessi standard di consumo dei
paesi ricchi, pena l'invivibilita' del pianeta.
Se si rifiutano simili prospettive non c'e' che una strada: quella del
radicale cambiamento del nostro tipo di vita, di produzione e di consumo.
*
Scegliere la semplicita' volontaria e un modello di economia eco-compatibile
Essere per la pace oggi sempre piu' significa per noi, abitanti dei paesi
ricchi, scegliere la strada della semplicita' volontaria e un modello di
economia eco-compatibile, se vogliamo che condizioni di vita dignitose siano
accessibili a tutti.
Anche il terrorismo, presentato e vissuto con paura come la maggiore fonte
di insicurezza in ogni parte del mondo, non puo' essere contrastato senza
averne comprese le radici profonde, che trovano alimento nell'humus di
questi squilibri globali, in questo fertile terreno si propagano rapidamente
e non potranno essere disseccate fintanto che esso non sara' stato
bonificato da profonde trasformazioni.
Ecco allora che da questi due cruciali processi del mondo contemporaneo
scaturiscono chiare indicazioni su cio' che puo' voler dire oggi educare
alla pace.
*
Educare alla pace e alla nonviolenza
Per passare dal paradigma della crescita illimitata a quello della
sostenibilita' ambientale e sociale, che non ha bisogno della guerra per la
difesa di privilegi, disparita' e disuguaglianze e la rapina legalizzata di
risorse, occorre agire a piu' livelli e coinvolgere attori e processi
diversi.
Ci sono importanti trasformazioni strutturali che devono essere realizzate
sia a livello locale, sia in ambito internazionale (comprese le riforme
delle istituzioni internazionali come l'Onu).
Ma c'e' un livello piu' profondo, quello culturale, che agisce anche
attraverso i modelli di socializzazione e l'educazione dei giovani a nuove
prospettive di futuro, ad essere sfidato da questi problemi, da tempo sul
tappeto, ma oggi particolarmente rilevanti.
- La delegittimazione della guerra, la sua denuncia come prodotto del
sistema militare-industriale, parte essenziale del modello di sviluppo che
ha portato alla globalizzazione neoliberista, e' il primo passo di un
percorso culturale orientato alla pace, passo che potremmo chiamare di
"educazione al disarmo". Cio' deve tradursi anche in un radicale rifiuto
della cultura della violenza in tutte le sue forme, e mettere in discussione
i miti e i presupposti del "pensiero armato" come l'idea di "nemico", la
sindrome Dma (dualismo, manicheismo, armageddon) e la tendenza alla
polarizzazione "noi" (buoni), "loro" (cattivi).
- La nonviolenza come scienza del conflitto offre poi le riflessioni e gli
strumenti per trovare alternative alla violenza negli inevitabili conflitti
che attraversano tutti i livelli della convivenza umana, da quelli micro, a
quelli macro (educazione alla trasformazione nonviolenta dei conflitti).
- Il programma costruttivo ci puo' aiutare, infine, a immaginare, qui e ora,
scelte di vita fondate sulla responsabilita' personale nei consumi, nel modo
di vivere, nella vita civile e nella partecipazione politica, a partire
dalla consapevolezza di queste grandi sfide che il mondo contemporaneo ci
pone (educazione alla sostenibilita' e alla sobrieta').
Come tradurre tutto cio' in concreti ed efficaci percorsi di lavoro
formativo e' il compito che ci attende.
*
Note
1. Jeremy Rifkin, Ecocidio, Mondadori,  Milano 2001.

2. MAESTRE. GIOBATTA CORINZI: ANCORA DIECI PAROLE RIFLESSE IN DIECI VOLTI
[Da "La nonviolenza e' in cammino" n. 619]

Mary Wollstonecraft, della forza della verita'

Tutto puo' essere detto, ma prima
deve essere sentito, vissuto, e solo allora
tutto si fa chiaro, e tutto
il dolore il tormento la paura
si fa parola di rivendicazione
di umanita', cammino
di liberazione.

Per se', per tutte e tutti.

Conobbe tutto e non si arrese mai
sempre lotto' per la liberazione
di tutte, di tutti.
*
Edith Stein, della coscienza

Tutto e' pensiero e storia e tutto si rovescia
nella coscienza, e tutto vi si specchia.

Sta a te tenere limpido lo specchio
vedervi riflessa la via
tendere le braccia
salvare in te il mondo, aprire
porta dopo porta il varco
alla liberazione di tutti.
*
Ada Gobetti, dell'amore

Nessun uomo fu piu' intransigente di Piero Gobetti
ma una donna si', che ancora per molti anni
quella lotta comune che nel loro amore
era come una perla condusse.

Nessun uomo fu piu' educatore civile, al pubblico bene suscitatore
di Piero Gobetti, ma una donna si'
che per molti anni ancora quel magistero
seppe e volle recare, adempiere, consegnare
come un legato dai morti ai vivi.

Nessun uomo fu piu' di Piero Gobetti innamorato
della ragione e della virtu'
ma una donna si', che fu innamorata
della ragione, della virtu', di lui, del mondo.

Cadde giovane lui, lei
attraverso lunghi anni
sempre piu' giovane divenne e sempre
gentile e saggia seppe rimanere.
*
Isadora Duncan, della festa

Il corpo il movimento l'aria come acqua
tutto diviene luce quando la coscienza
si sente creatura fra creature
e si fa gesto, invito, amore, festa.
*
Ingeborg Bachmann, della sobrieta'

Concentrarsi, trovare il proprio centro
fare il vuoto, il deserto entro se',

e tendere alla patria da venire
e questa e' la virtu' dell'attenzione,

scavare la pietra del discorso
fino a raggiungere sorgiva la parola,

istituire cosi' quella comunita'
finora soltanto immaginata.
*
Anna Kuliscioff, della giustizia

In un possente rivolgimento d'amore
all'umanita' intera parlare la lingua
della carne che soffre, dello spirito che anela
dell'occhio che respira e che canta.

Col gesto largo del seminatore
fecondare il mondo, restituire
speranza agli oppressi, risanare
le ferite.

Il volto, il cuore d'Anna in sogno vidi
segno, impronta, aura della classe
che liberando se' liberi tutti.
*
Alice Paul, della liberazione

Una persona un voto. Lo diceva
in marcia per le vie della citta'.

Una persona un voto. Lo diceva
dal fondo della galera di qua e di la' dall'oceano
in sciopero della fame.

Una persona un voto. E poi ancora
la pace, il pane, le rose.
*
Flora Tristan, del potere di tutti

Noi che abbiamo conosciuto la miseria
e la miseria che sta sotto la miseria
ci siamo alzate e alzati infine e abbiamo detto:
da adesso no.

Noi che abbiamo sofferto la fame e le percosse
e cio' che genera la fame e le percosse
ci siamo alzate e alzati infine e abbiamo detto:
da adesso no.

Noi che ci siamo riconosciute e riconosciuti
uguali nella maschera del dolore e uguali nel sogno della gioia
ci siamo alzate e alzati infine e abbiamo detto:
da adesso no.

E avendo detto no allo sfruttamento
avendo detto no alla guerra e alla paura
e al calpestare gli altrui corpi piagati
ci siamo alzate e alzati infine e abbiamo detto:
da adesso si' che facciamo cominciare
la nuova storia.
*
Milena Jesenska', della bellezza

Vi e' una prima Milena, l'amica di Kafka
che e' il pozzo silenzioso che il praghese
colma delle parole in cui cerca di sciogliere
l'infinito auscultarsi nella notte: acque,
e delle acque la rottura che non viene
e il mistero che non affiora, e la luna,
la luna nel pozzo.

E vi e' una seconda Milena, la Milena restituita
da Margarete che la incontro' nel lager.
Oscuro mistero, che la sua vita
sia stata salvata dalla memoria
di chi la incontro' nell'inferno nazista.

Ed e' la Milena delle rotture
e del coraggio, la donna
che sa dire di no e di si',
che lotta inesausta, che e' uno
dei volti piu' belli della Resistenza.
*
Emma Thomas, della persuasione

Teneva insieme la vita attiva, poiche' senza le opere buone
le sofferenze dell'umanita' che incontri
tu alleviarle non puoi,
e la contemplativa,
poiche' nel silenzio e nella preghiera
libera e comune s'incontra l'altro e all'altro ci si apre.

Io sempre restai sconcertato di queste persone
cosi' diverse da me.
Molti anni mi occorsero per cogliere
quanto preziosa mi fosse la loro diversita', quanto
l'enigma che recano e' anche
uno specchio e un appello che mi tocca.

3. RIFLESSIONE. MIRIAM MAFAI: IL TUTTO E LA PARTE
[Dal sito www.universitadelledonne.it riprendiamo questo articolo di Miriam
Mafai apparso su "La Repubblica" del 3 febbraio 2005. Miriam Mafai,
giornalista e saggista, e' editorialista del quotidiano "La Repubblica" di
cui e' stata tra i fondatori; e' stata parlamentare in numerose legislature,
ha un lungo passato di militante del Pci ed ha lavorato per "l'Unita'" e
"Paese Sera". Tra le opere di Miriam Mafai: Pietro Secchia. L'uomo che
sognava la lotta armata, Rizzoli, Milano 1984; Il lungo freddo. Storia di
Bruno Pontecorvo scienziato atomico, Mondadori, Milano 1992; Pane nero,
Mondadori, Milano 1995; Dimenticare Berlinguer. La Sinistra italiana e la
tradizione comunista, Donzelli, Roma 1996; Botteghe oscure, addio,
Mondadori, Milano 1997; con Vittorio Foa e Alfredo Reichlin, Il silenzio dei
comunisti, Einaudi, Torino 2002]

Puo' darsi che Anna Bravo abbia ragione quando in un saggio recensito ieri
su queste pagine denuncia il "rapporto irrisolto" che il movimento
femminista ebbe con la violenza, non solo per quello che si riferisce agli
scontri di piazza o al picchettaggio, ma anche per cio' che si riferisce
alla "immaturita'" con cui allora le donne si misurarono con la questione
dell'aborto, facendone una bandiera di autonomia e liberta',
sottovalutandone la sofferenza e le implicazioni per la madre stessa e per
il feto. Puo' darsi, ripeto, che la storica abbia ragione a condizione pero'
di rendere esplicito che oggetto della sua critica non puo' essere "tutto"
il movimento delle donne ma la parte, pure non irrilevante ma minoritaria,
collegata, dal punto di vista culturale ed organizzativo, all'estremismo di
quegli anni, e in particolare a Lotta Continua. In mancanza di questa chiara
distinzione, tra tutto il movimento di quegli anni ed una sua parte, l'opera
di scavo nel passato della Bravo rischia di apparire come l'ennesimo
episodio di quel "revisionismo" della nostra storia passata, dalla
Resistenza in poi, che si va conquistando sempre piu' spazio nella
pubblicistica prima che nella opinione pubblica del nostro paese.
Pur non essendo una storica, e confermando tutta la mia stima per
l'intelligenza e la sensibilita' della Bravo, vorrei dunque precisare il mio
pensiero a proposito del punto essenziale affrontato dalla sua ricerca e che
si carica oggi di una stringente attualita'.
*
Ma davvero nella battaglia condotta negli anni Settanta per sconfiggere la
piaga dell'aborto clandestino (una piaga che provocava sofferenze fisiche e
morali), in quella battaglia condotta, e finalmente vinta, per ottenere una
legge rispettosa dell'autodeterminazione della donna, venne esaltata una
spregiudicata, assoluta liberta' della donna, quasi un "diritto all'aborto"
in dispregio della entita' e a danno del feto? A quanto ricordo, fu questa
la posizione di una parte soltanto del movimento femminista e di alcuni
gruppi piu' vivaci e rumorosi, ma non della sua maggioranza. Il problema
della liquidazione delle norme del codice che prevedevano il reato di
aborto, e quindi della sua legalizzazione e della possibilita' che
l'interruzione di gravidanza avvenisse nelle strutture pubbliche su
richiesta delle interessate, quel problema, quanto mai delicato, venne
affrontato con assai maggiore cautela e prudenza dalla maggioranza del
movimento femminista, dalle donne comuniste e all'interno dell'Udi (una
organizzazione femminile importante ed oggi ingiustamente dimenticata).
Adriana Seroni, la parlamentare comunista che diresse a Montecitorio la
battaglia per la legge 194, e convinse il suo partito della necessita' di
una legge, era instancabile nell'ammonire che il ricorso all'aborto non
poteva essere letto come una affermazione di liberta' per la donna, ma al
contrario come il prezzo pesante che le donne erano chiamate a pagare a
causa della deresponsabilizzazione del partner e della insufficiente tutela
offerta alla maternita' dalle nostre istituzioni. Una posizione che, lo
ricordera' certamente anche Anna Bravo, merito' alla Seroni, critiche,
irrisioni e inevitabili accuse di collusione con i cattolici. Da una parte,
ma da una parte soltanto del movimento femminista, quello al quale la Bravo
apparteneva.
Anche il movimento allora fu attraversato da divisioni e contraddizioni.
Sono passati molti anni e un'altra generazione di donne, che fortunatamente
fanno sempre meno ricorso alla legge 194, e' ormai sulla scena. Ma se
dovremo, come possibile, riaprire un dibattito su quella legge, ormai
apertamente messa in discussione da alcune forze politiche, sara' meglio
evitare di farci carico di autocritiche ingiuste o eccessive (quelle giuste,
in questo come in altri campi, sono gia' piu' che sufficienti).
*
E vengo rapidamente al secondo punto affrontato dalla Bravo: il rapporto del
movimento femminista con la violenza, tema affrontato a suo tempo dal
fondamentale testo di Robin Morgan, Il demone amante. Ben venga naturalmente
un approfondimento del tema in chiave nostra, italiana, e dunque un riesame
delle vecchie posizioni, di antichi eccessi e solidarieta', sempre che venga
precisato che non tutto il movimento femminista subi' quel fascino. La
scritta "uccidere un fascista non e' un reato" non venne mai fatta propria
dal movimento delle donne. E quando Lama a Roma venne aggredito
all'Universita' la maggior parte del movimento stava dalla parte di Lama,
non dalla parte dei cosiddetti "indiani metropolitani".
Non c'e' dubbio - e fa bene la Bravo a ricordarlo - che una parte del
movimento dei giovani fu inquinato in quegli anni dal cosiddetto "fascino
della violenza". Ricordo che quando i fratelli Mattei vennero bruciati vivi
nella casa di Primavalle, una parte del movimento studentesco si schiero'
non a difesa di Lollo, subito inquisito, ma a sostegno pregiudiziale della
sua innocenza. "Paese Sera", il giornale dove allora lavoravo, abbraccio'
questa tesi. Un giorno all'improvviso arrivo' in redazione un furibondo
Luigi Petroselli, segretario della Federazione romana del Pci e futuro
sindaco di Roma, per costringerci a correggere la nostra impostazione. Cosa
che facemmo. A dimostrazione che il nostro margine di autonomia era ridotto.
Ma aveva ragione Petroselli.

4. RIFLESSIONE. MARIA SCHIAVO: VOLEVAMO CAMBIARE IL MONDO. A PARTIRE DA NOI
[Dal sito www.universitadelledonne.it riprendiamo questo articolo di Maria
Schiavo apparso sul quotidiano "Liberazione" del 4 febbraio 2005. Maria
Schiavo e' nata a Palermo nel 1940, ha vissuto in Toscana e a Parigi, dal
1971 vive e lavora a Torino dove ha fondato con altre nel 1977 la Libreria
delle donne. Oltre ad articoli e racconti, ha pubblicato i seguenti volumi:
Macellum, storia violenta di donne e di mercato, La Tartaruga, Milano 1979;
Margarethe von Trotta, ovvero l'onore ritrovato, Aiace, Torino 1981;
Discorso eretico alla fatalita', Giunti, Firenze 1990, Actes Sud, 1995;
Amata dalla luce, ritratto di Marilyn, Quaderni di via Dogana, Milano 1996,
poi Tre Lune, Mantova 1999; Movimento a piu' voci. Il femminismo degli anni
Settanta attraverso il racconto di una protagonista, Fondazione Badaracco -
Franco Angeli, Milano 2002. Nel 1993 ha curato una raccolta di lettere di
Madame de Sevigne', Alla figlia lontana. Lettere 1671-1690, Editori Riuniti,
Roma 1993]

E' apparsa su "La Repubblica" del 2 febbraio un'intervista di Simonetta
Fiori ad Anna Bravo in occasione dell'uscita di un suo saggio sugli anni
'70: "Noi e la violenza. Trent'anni per pensarci", oggi in libreria con la
rivista "Genesis". Non avendo ancora letto il testo, mi chiedo se, come
succede, possa esserci stato qualche equivoco di interpretazione da parte
dell'intervistatrice. D'altra parte, le affermazioni di Anna Bravo, citate
con tanto di virgolette, sono cosi' insistentemente articolate intorno alla
violenza della lotta politica in quegli anni da non lasciar dubbi.
Spiego subito il motivo di disagio: queste affermazioni sono molto
scioccanti, non per la condanna da parte sua della violenza politica dei
gruppi politici extraparlamentari negli anni in cui lei fu militante di
Lotta Continua. Anzi, la riflessione autobiografica di una militante di quei
gruppi potrebbe essere di grande interesse, preziosa perche' rara, se si
collocasse in un contesto storico, in uno sfondo politico ben chiaro e
individuabile. Purtroppo non e' cosi', c'e' nelle affermazioni di Anna Bravo
una fortissima ambiguita', che non ha basi storiche fondate, il tentativo di
coinvolgere tutto il femminismo nell'avventura che fu sua, del suo e di
altri gruppi politici, attribuendogli attrazione per la violenza,
incapacita' di interrogarsi su di essa, in occasione della lotta per la
legalizzazione dell'aborto. Fino ad affermare che se c'e' un vuoto
storiografico sul femminismo degli anni '70, cio' e' dovuto al "rapporto
irrisolto con la violenza".
Ma di quale femminismo parla Anna Bravo? Quale esperienza femminista ha
vissuto all'interno di Lotta Continua? Dovrebbe parlarci di questo per farci
cogliere nella loro giusta collocazione storica le sue affermazioni
sull'attrazione per i maestri violenti, per gli scontri di piazza, per la
lotta armata. Il femminismo di cui lei parla, lo si deduce dalle battaglie
che gli attribuisce, e' quello delle donne dei gruppi extraparlamentari, che
all'epoca si chiamavano donne della doppia militanza e che in effetti
lottarono esclusivamente per l'aborto e per altri obiettivi legati alla
politica tradizionale. Scesero in piazza con parole d'ordine dettate dai
loro gruppi politici, cercarono di trascinare in questa lotta le donne del
femminismo autonomo, che facevano - non dimentichiamolo - autocoscienza in
piccoli gruppi, si riunivano in collettivi, ed erano alla ricerca di in un
modo di far politica nuovo, non gerarchico, lontano da quello della lotta
politica, anche di quella rivoluzionaria della tradizione marxista. Tutto il
contrario delle femministe di cui parla Anna Bravo nell'intervista, che
ricalcavano gli schemi dei loro compagni e maestri.
Mi permetto di osservare che se non si riconosce che il movimento delle
donne e' stato un movimento complesso, a piu' voci, non si potra' mai capire
quel che e' successo in quegli anni. In questa complessita', tuttavia, una
cosa rimane chiara e indiscutibile: da una parte, ci sono stati i gruppi di
donne che attraverso l'autocoscienza cercavano un modo di far politica
diverso. Il famoso partir da se'. E questa e' stata la pratica innovativa
del femminismo autonomo, la rivoluzione pacifica delle donne legata alla
presa di coscienza, allo scambio, all'ascolto dell'altra, alla rimessa in
discussione della societa' patriarcale, del rapporto con l'uomo, nel
pubblico e nel privato. Dall'altra, ci sono stati i gruppi di donne che
militavano in gruppi e partiti, che hanno dato luogo a un femminismo, che
pur cogliendo qualche elemento dell'altro, come l'autocoscienza, alla fine
voleva sempre coinvolgere le donne (le masse) su degli "obiettivi". Quando
negli anni '70 inizio' la battaglia per la legalizzazione dell'aborto,
queste donne della doppia militanza si mobilitarono cercando l'alleanza del
femminismo autonomo che, come risulta da libri e documenti, non approvava la
loro pratica politica, si interrogava sulla violenza dell'aborto.
Basta del resto guardare il "Sottosopra rosso" del 1975 per smentire quanto
sostiene Anna Bravo sulla mancanza di riflessione nel femminismo circa la
pratica abortiva. Stupisce quindi che una storica della sua scrupolosita'
consideri il femminismo legato a gruppi e partiti, e quindi non autonomo,
non fondato sull'autocoscienza, sulla riflessione a partire da se', come
"il" femminismo tout court. Lei che ammira tanto la figura di Carla Lonzi,
al punto da aver scritto anni fa un pezzo che ne faceva quasi un'icona, sul
giornale "Liberal", non puo' ignorare che esisteva in quegli anni un altro
femminismo.
Una volta fatti i dovuti distinguo, sono felice che Anna Bravo si interroghi
oggi sulla mancata riflessione, sulla leggerezza con cui affrontarono questo
tema le donne inquadrate politicamente in gruppi e partiti, che appoggiarono
la campagna per la legalizzazione degli anni '70. E' da parte sua, anche se
nell'intervista non appare chiaramente, (spero appaia nel saggio), un modo
di riconoscere a posteriori, anche se un po' troppo indirettamente,
l'assenza della pratica politica dell'autocoscienza, del partir da se', nel
femminismo cui lei si riferisce e che dichiara di aver praticato negli anni
della militanza in Lotta Continua.
I gruppi femministi radicali autonomi di Roma, Milano, Torino, e di altre
citta', non commisero questo errore (ne commisero altri sui quali nel libro
Movimento a piu' voci ho cercato di riflettere) e discussero dell'aborto
come di un rimedio estremo, cui ricorrere in situazioni particolarmente
gravi. Molte donne si rifiutarono addirittura di parlarne per il profondo
disagio che provocava in loro quel tema; altre, perche' avevano spesso
radicalmente rimesso in discussione l'eterosessualita', scegliendo di vivere
(o vivendo da sempre) la loro sessualita' insieme a un'altra donna. E piu'
in generale, anche se non avevamo allora la consapevolezza, la cautela cui
ci ha abituate (o dovrebbe abituarci) l'ingegneria genetica, ci rendevamo
confusamente gia' conto che nell'oppressione femminile si rispecchiava un
rapporto di dominio dell'uomo sulla natura, sul quale era necessario
riflettere piu' ampiamente.
In realta', quando Anna Bravo parla della violenza, dei morti, del desiderio
di vendicarli, facendo un'autocritica su quegli anni, evoca un'esperienza
profondamente diversa, un concetto di rivoluzione armata da cui il
femminismo autonomo degli anni Settanta fu lontanissimo. Quando evoco quel
periodo per me il concetto di rivoluzione e' ancora vivissimo ma non e'
associato ad alcuna idea di fucili e di spari. Rivoluzione mi evoca la forte
tensione di cambiamento che ci attraverso', che in quegli anni ci apparve
innanzi, nitida, insistente, come una visione che l'atmosfera di fluidita',
di estrema mobilita' dell'epoca rendeva ancora piu' imperiosa. Fu il
tentativo di cambiare noi stesse, di chinarci a meditare anche sulla
violenza che era in noi, oltre che nell'altra/o, di rivoluzionarci, di
"convertire" la nostra vita. Fu il desiderio fortissimo, che ancora dura, di
provare a costruire insieme un mondo migliore.

5. RIFLESSIONE. LUCETTA SCARAFFIA: TRA ESPERIENZA E DISCORSO PUBBLICO
[Dal sito www.universitadelledonne.it riprendiamo questo intervento apparso
sul "Corriere della sera" del 6 febbraio 2005. Lucetta Scaraffia, nata nel
1948, insegna storia contemporanea all'universita' "La Sapienza" di Roma.
Socia fondatrice della Societa' italiana delle storiche, si e' occupata,
oltre che di storia della religiosita', di storia della famiglia e della
comunita' contadina. Tra le sue opere di Lucetta Scaraffia: La santa degli
impossibili, Rosenberg & Sellier, 1990; con Gabriella Zarri, Donne e fede,
Laterza,1994, traduzione inglese Women and faith, Cambridge University
Press, 1999; Il Concilio in convento, Morcelliana,1996; Rinnegati. Per una
storia dell'identita' occidentale, Laterza,1993; Il giubileo, Il mulino,
1999, tradotto in spagnolo per l'editore Acento; con Anna Bravo, Donne del
'900, Liberal libri, 1999; con Anna Bravo e Anna Foa, I fili della memoria,
Uomini e donne nella storia, Laterza, 2000 (manuale di storia, in tre
volumi)]

Silvia Vegetti Finzi ha opportunamente ricordato su queste pagine come il
movimento femminista, sin dagli anni Ottanta del Novecento, abbia compiuto
"un lungo lavoro di riflessione e di discussione" sulla necessita' dei
limiti da porre al desiderio personale e lamenta che pochi se ne siano
accorti. Dimentica pero' che questi dibattiti non solo hanno coinvolto un
numero esiguo di persone, ma che queste stesse persone, quando poi ci si
trovava a discutere di questi temi in pubblico, non si distaccavano per
nulla dalla posizione del politicamente corretto femminista che portava a
protestare contro l'offesa della liberta' delle donne tutte le volte che sul
piano legislativo si e' tentato di regolamentare in modo piu' rigido il
diritto di aborto o l'uso degli embrioni o la fecondazione assistita. Questa
e' una prova delle difficolta' che incontra in Italia il discorso pubblico
sui temi dell'aborto e dello statuto dell'embrione, fitto di non detti e
contraddizioni che rendono spesso le discussioni sterili e ripetitive.
Ci sono altri esempi: il richiamo che viene dalla Vegetti Finzi e da altre
voci femministe sulla parte positiva che avrebbero sempre le donne nei
confronti di queste scelte riprende in realta' uno degli argomenti usati
piu' spesso contro i fautori della legge sulla fecondazione assistita e,
cioe', che insistere su una regolamentazione severa sarebbe segno mancante
di fiducia nella natura umana. Pochissime, cioe', sarebbero in realta' le
donne disposte a partorire bambini a sessant'anni o a selezionare gli
embrioni eugeneticamente, cosi' come gli scienziati sarebbero anch'essi
ispirati a una superiore visione etica, quindi immuni da qualunque
tentazione demiurgica o da ambizioni personali. I fautori dell'attuale legge
vengono cosi' naturalmente collocati nella parte odiosa di chi e'
diffidente, pessimista, oltre che verso le conquiste della scienza, anche
verso la supposta naturale bonta' del genere umano.
Ma un secondo e piu' grave ambiguo non detto grava sul discorso pubblico:
quello dell'esperienza personale. E' questo un ambito delicatissimo che
comprensibilmente non deve entrare nel dibattito pubblico, ma bisogna pur
tenere presente che chi, nella propria vita o in quella di persone vicine,
abbia provato la dolorosa e drammatica esperienza di un aborto - terapeutico
o no - senza dubbio e' influenzato da questa nella discussione sullo statuto
dell'embrione. Se infatti l'embrione viene difeso come persona, o meglio
come progetto di essere umano ormai avviato e quindi destinato al
completamento, l'inevitabile conseguenza e' una rimessa in discussione anche
della legge 194. E, a questo proposito, si arriva a toccare un ricordo
drammatico nella vita di molti di noi: si comprende bene, quindi, il bisogno
di non rimettere tutto in discussione, di non abbandonare una sorta di alibi
e come questo bisogno possa inevitabilmente distorcere poi il giudizio
pubblico.
Si tratta di un discorso molto difficile da fare, naturalmente, perche'
tocca corde scoperte e dolorose nelle coscienze di noi tutti, cattolici e
laici, ma in questo c'e' forse una differenza fra cattolici e laici: e non
gia' perche' i cattolici non abbiano mai abortito o partecipato a pratiche
abortive, ma perche' culturalmente essi non hanno potuto negare a se stessi
la gravita' della decisione presa, che ha quindi continuato a pesare nella
loro coscienza. Per chi non e' credente, anche se ha provato senza dubbio lo
stesso dolore e disperazione, c'e' stata pero' la possibilita' di
considerare lecito questo atto, data dalla legge e dall'opinione pubblica:
tornare dietro e ripensarci, riaprire un capitolo, in qualche modo chiuso,
puo' essere molto piu' difficile. Non a caso nei dibattiti pubblici ha il
coraggio di parlare della propria esperienza personale in genere solo chi ha
fatto una scelta controcorrente, tenendo un bambino minorato o accettando
una gravidanza indesiderata. Si tratta infatti di vicende in qualche modo
eroiche e vittoriose che si possono raccontare con gioia, pur comportando
fatica e dolore.
Questa difficolta' a tornare indietro, a ripensare all'idea di embrione che
ci siamo fatti, si riaffaccia anche quando ci arrivano dalla ricerca
scientifica informazioni sempre piu' dettagliate sulla complessita'
biologica dell'embrione e del feto, che ci dovrebbero suggerire una doverosa
prudenza per quanto riguarda la tutela dell'embrione. Un esempio clamoroso:
non si ha il coraggio di un ripensamento neppure per la legge che regola
l'aborto terapeutico, anche se, con le attuali tecnologie, un feto di
ventitre' settimane e' un neonato che puo' sopravvivere. Almeno si dovrebbe
cambiare il nome all'intervento e non chiamarlo piu' aborto, ma parto
prematuro. Il progresso scientifico non ci porta, infatti, solo nuove
possibilita' di manipolazione delle origini dell'uomo, ma anche nuove prove
sull'esistenza fin dall'origine di un essere vitale, prove su cui bisogna
riflettere senza paura.

6. RIFLESSIONE. LEA MELANDRI: DELLA FRAGILITA' DELLA MEMORIA
[Dal sito www.universitadelledonne.it riprendiamo questo articolo di Lea
Melandri apparso sul quotidiano "Liberazione" dell'11 febbraio 2005 col
titolo "Il revisionismo delle donne". Lea Melandri, nata nel 1941,
acutissima intellettuale, fine saggista, redattrice della rivista "L'erba
voglio" (1971-1975), direttrice della rivista "Lapis", e' impegnata nel
movimento femminista e nella riflessione teorica delle donne. Opere di Lea
Melandri: segnaliamo particolarmente L'infamia originaria, L'erba voglio,
Milano 1977, poi Manifestolibri, Roma 1997. Cfr. anche Come nasce il sogno
d'amore, Rizzoli, Milano 1988; Lo strabismo della memoria, La Tartaruga,
Milano 1991; La mappa del cuore, Rubbettino, Soveria Mannelli 1992; Migliaia
di foglietti, Moby Dick 1996]

Al femminismo degli anni '70 e' toccata una sorte strana, ma non
inspiegabile. Lasciato a lungo in sottofondo da buona parte delle donne
stesse che ne erano state protagoniste, nel momento in cui ricompare sulle
pagine dei due giornali piu' letti in Italia, il "Corriere della sera" e "La
Repubblica", risulta per certi aspetti irriconoscibile, per altri sfiorato
cosi' marginalmente da lasciar credere che non sia mai stato altro che un
mito. Se il "femminile", denudato ed esposto in tutti i modi possibili, ha
cessato di essere il continente misterioso dell'immaginario maschile, ora la
parte dell'"oggetto oscuro" e innominabile sembra essere toccata al
movimento che per primo ha cercato di riportarlo alla storia, attraverso un
paziente lavoro di analisi e pratiche di cambiamento.
Quando ho parlato del "silenzio" del femminismo, in un articolo su
"Liberazione" (10 dicembre 2004), non mi riferivo a "omissioni",
"reticenze", peccati d'origine di un'esperienza che e' peraltro ampiamente
documentata da pubblicazioni, materiali d'archivio, testimonianze orali e
ricostruzioni storiografiche, ne' tantomeno alludevo all'assenza di donne
consapevoli e impegnate sulla questione dei sessi negli ambiti piu' diversi
della vita pubblica. Mi chiedevo, al contrario, come mai tanto lavoro
teorico e pratico, tante iniziative, tanti studi, libri, riviste,
associazioni, seminari - cinque, tra Roma e Milano, solo negli ultimi
quattro anni, con una presenza di circa duecento donne di generazioni
diverse -, non facessero notizia, e tanto meno "opinione". Ora mi accorgo
che la stessa parola, a cui bisogna riconoscere comunque un effetto
contagioso, puo' essere usata per aprire un vuoto di realta' storica, per
far precipitare nell'"indicibile" consapevolezze, saperi, relazioni che per
la loro forza "rivoluzionaria" risultano oggi, piu' che in passato,
insopportabili.
Riconoscere che gia' dalla fine degli anni '60, col gruppo Demau, e
soprattutto dal 1970 in poi con Rivolta femminile, i gruppi di
autocoscienza, i convegni nazionali di Pinarella e di Paestum, si era andata
affermando una pratica politica anomala, capace di snidare la violenza fin
nelle zone piu' oscure della vita psichica, per farne oggetto di una
paziente riflessione collettiva, deve essere effettivamente fastidioso se
una storica di valore come Anna Bravo ("La Repubblica", 2 febbraio 2005)
puo' parlare di "silenzi" e "reticenze" del femminismo a proposito di temi,
come la sessualita', la maternita' e l'aborto, su cui si e' scavato con una
meticolosita' quasi crudele.
In presenza di un dibattito che ha al centro la legge 40 sulla fecondazione
assistita, ma che finisce inevitabilmente per toccare il tema dell'aborto,
che significato puo' avere azzerare un patrimonio di consapevolezze, saperi
acquisiti collettivamente dalle donne nel corso di piu' di un trentennio,
anziche' toglierlo dalla clandestinita', dal "silenzio" per l'appunto, e
costringere gli uomini a riconoscere la loro parte in queste esperienze
essenziali della vita umana? Di solito il "revisionismo" cala dalla parte
politica avversa come una mannaia che va ad amputare la complessita' di un
evento storico. Le donne, che si sono portate dentro come una spada di
Damocle l'imperativo dei loro aggressori, sanno purtroppo mutilarsi da sole,
nella vita privata come in quella pubblica. Il fatto che oggi si torni a
parlare del femminismo, convogliandolo sbrigativamente sotto la voce
"violenza e aborto", oppure sovrapponendo maternita', procreazione assistita
e interruzione di gravidanza, dimostra quanto totalizzante sia ancora la
figura della donna-madre, quale strascico di ansie e di incertezze la
legittimazione a "vivere per se'"si e' lasciata dietro, quanto sia difficile
storicizzare un movimento che ha preteso di portare allo scoperto le
esperienze piu' vicine al corpo, alla sessualita', al "vissuto" particolare
di ogni individuo. Si puo' pensare percio' che sia la radicalita' e
l'ampiezza del suo assunto iniziale, la sua ambizione di sovvertire non solo
rapporti di potere, ma anche saperi, linguaggi, istituzioni, a condannare il
femminismo al silenzio, all'anonimato, al vuoto di storia.
Che l'"autonomia" da una "rappresentazione del mondo aprioristicamente
ammessa e poi compresa per virtu' d'analisi", come gia' scriveva Sibilla
Aleramo, dovesse comportare un percorso tortuoso e "tragico", in quanto
presa di distanza da "cio' che si e' amato e in cui si e' creduto",
l'avevamo intuito. Non potevamo immaginare che, oltre alla sordita' del
mondo maschile, avremmo dovuto combattere anche la fragilita' della nostra
memoria, la tentazione di confondere l'io e il noi, facendo
dell'autobiografia non il luogo di partenza da cui ripensare il mondo, ma
l'orizzonte personale che lo divora. Sorprende anche che un movimento
caratterizzato dalla marcata specificita' dei suoi contenuti e delle sue
pratiche, dalla critica permanente ai gruppi della sinistra
extraparlamentare, possa, retrospettivamente, andare ad appiattirsi su
quella "doppia militanza" che costrinse molte donne a tenere faticosamente
insieme "femminismo e lotta di classe". Il bisogno di chiudere dentro
l'ombra nefasta delle manifestazioni violente e del terrorismo la varieta'
indescrivibile di forme che aveva preso l'agire politico per la comparsa di
problematiche, luoghi e soggetti "imprevisti" nel panorama tradizionale,
aveva finora risparmiato l'unica "rivoluzione pacifica", attestata sul
fronte di una conflittualita' non meno sconvolgente degli scontri di piazza,
ma di una natura totalmente diversa: il doloroso, ambivalente rapporto con
la madre, e quindi la difficolta' a costruire una socialita' tra donne che
non ne erediti i fantasmi e le spinte distruttive, la fatica di dar voce a
desideri e pensieri contrastanti con quelli di un uomo amato, la scoperta di
una sessualita' femminile indipendente dalla funzione procreativa attribuita
per "natura" alla donna.
Mentre si sta aprendo un dibattito che si profila quanto mai complesso, e
percio' facile alle semplificazioni delle ideologie e della prassi politica
corrente, e' a dir poco allarmante che a inaugurarlo sia proprio il "fronte"
femminista, con la figura astorica della madre mortifera, anello mancante e,
sia pure forzatamente, connesso agli spiriti guerrieri dei militanti
rivoluzionari. Problematizzare la maternita', quella che si desidera e
quella che si respinge perche' indesiderata, quella che sulle donne pesa
come "necessita'" biologica di conservazione della specie (oggi della
"tribu' occidentale" in via di estinzione) e quella che da molte parti si
invoca come contrassegno identitario della "differenza" femminile, e' stato
e continua ad essere l'assunto piu' radicale del movimento delle donne, un
tema su cui si e' detto e scritto molto. Ma i "pensieri" delle donne non
sembra che godano ancora di molto credito e dovere di informazione neppure
tra le proprie simili.
Come faremo a convincere il mondo che nascita, sessualita', maternita', cura
dei figli, non sono solo una "questione femminile"?

7. RIFLESSIONE. EMMA FATTORINI: UNA VIOLENZA FIGLIA DI OPPOSTI INTEGRALISMI
[Dal sito www.universitadelledonne.it riprendiamo questo articolo di Emma
Fattorini apparso sul "Corriere della sera" del 15 febbraio 2005. Emma
Fattorini si e' occupata del problema religioso nelle sue implicazioni
teoriche e storiche, fin dalla sua tesi laurea in filosofia morale, con
studi sulla questione religiosa in Italia nei suoi rapporti con la cultura e
la politica Otto-Novecentesca. Le sue ricerche si non concentrate poi sullo
studio dei cattolicesimi europei nell'Ottocento e nel Nocecento e in
particolare sul modello tedesco: la lotta del Kulturkampf, il romaticismo
religioso ottocentesco, la storia del piu' antico partito cattolico e della
piu' fitta rete associativa cattolica, fino agli anni della seconda guerra
mondiale (I cattolici tedeschi. Dall'intransigenza alla modernita'.
1870-1953, Brescia 1997). Ha condotto ricerche di storia
politico-diplomatica sul nuovo ruolo che viene assumendo nello scenario
internazionale la Santa Sede all'indomani della prima guerra mondiale
pubblicando i rapporti inediti del nunzio Pacelli in Germania e anticipando
cosi' una documentazione che sara' al centro delle polemiche internazionali
degli ultimi anni sui silenzi di Pio XII nei confronti del nazismo (Germania
e Santa Sede. Le Nunziature di Pacelli tra la Grande guerra e la repubblica
di Weimar, Bologna 1992. Ora e' in corso di pubblicazione un lavoro sulla
politica di pace di Benedetto XV durante la grande guerra). Ha poi condotto
studi sulla pieta' religiosa, sulle devozioni e sulla santita', con una
particolare attenzione al culto mariano nei suoi significati religiosi,
politici e sociali, ricostruendo il tracciato di modernita' e arretratezza
che e' contenuto in queste forme solo apparentemente arcaiche di
religiosita', sottraendole dunque a quella lettura sociologica e
antropologica che le relegava alla mera sfera dell'arretratezza e del
folklore (ha curato il volume collettaneo: Santi, culti, simboli nell'eta'
della secolarizzazione. 1815-1915, Torino 1997, le sue ricerche sul culto
della Vergine sono in parte contenute nel recente Il culto mariano nell'Otto
e Novecento, Simboli e Devozioni, Roma 2000). Sempre valorizzando gli
aspetti modernizzanti e anticipatori ha studiato la religiosita' femminile,
il primo associazionismo femminile, le forme di culto piu' vicine alle
donne, coordinando anche un gruppo di ricerca tra laureande su questi temi e
partecipando, tra le fondatrici, alla Societa' delle storiche. Ha svolto ,
negli anni passati una intensa attivita' pubblicistica, collaborando con
diversi istituti di ricerca e scrivendo su riviste e quotidiani]

E' davvero troppo ingenuo sperare che il dibattito sulla vita e sulla morte
avvenga in un clima sereno, con un confronto vero, almeno fino a che la
mannaia dei referendum non schiacci tutto? Benemerite le analisi che tentano
un bilancio di come sono andate le cose, senza rimozioni ma senza neppure
"revisionismi" selvaggi, patetici sui temi etici. Ebbene evitiamo le
reticenze, ma pretendiamo approfondimento e pietas. E' il caso del saggio
della storica Anna Bravo, disinteressato e coraggioso, apparso sull'ultimo
numero della rivista "Genesis".
Prima di tutto (bisogna leggerlo) e' un raro esempio di come si puo' fare
bene storia essendo soggetto e oggetto della propria ricerca, diventandone
la fonte principale. Gli anni Settanta, cosi' carichi di soggettivita', sono
un bel banco di prova per studiare il dispiegarsi delle emozioni nella
politica, per ricostruire quell'intreccio di memoria, sentimenti e politica.
Quella saggezza "civica" delle emozioni di cui ci parla la filosofa
americana Martha Nussbaum. Con questo spirito, aggiungo allora qualche
tassello a quella storia, dopo gli interventi di Silvia Vegetti Finzi e
Lucetta Scaraffia.
I referendum del divorzio e dell'aborto furono una deflagrazione. Improvvisa
e inaspettata per laici, cattolici e comunisti. Nessuno aveva previsto che l
a societa' fosse cosi' laica e soprattutto cosi' piu' laica delle sue
culture politiche. La crisi della Dc ha il suo momento piu' significativo e
quasi simbolico nel referendum del 1974. Se dunque la stagione referendaria
ha inciso sul sistema politico italiano molto piu' di quanto non abbia fatto
il biennio del 1968-'69, come mai la soggettivita' che ne era all'origine,
tanto enfatizzata per essere "piu' avanzata" delle culture politiche dei
partiti, una volta esauritesi quelle, si e' vanificata, dispersa o nel nulla
o nella violenza? Una seconda considerazione. Il divorzio poneva un problema
di laicita' e di modernita' del Paese che erroneamente venne estesa anche
alla successiva legge sull'aborto che invece toccava "temi morali e
psicologici assoluti".
E cosi', tra divorzio e aborto si instauro' una impropria continuita', che
ha fatto malauguratamente ascrivere i temi della sessualita' a quelli dei
diritti. E questo non fu (solo) "colpa" delle donne. Le gerarchie
ecclesiastiche capirono solo fino a un certo punto che si trattava di due
piani molto diversi. Una mancanza di senso delle distinzioni che ha origine
in quegli anni lontani e che resta il punto piu' opaco della posizione della
Chiesa in materia di morale sessuale. Il fronte cattolico era molto piu'
diviso di oggi e rifletteva, come ha bene ricostruito Paola Gaiotti nello
stesso numero di "Genesis", le divisioni interne alla Democrazia cristiana:
nel 1971 la forte rivalita' tra Moro e Fanfani, sulla presidenza della
Repubblica, coinvolgeva il tema del divorzio perche' evitare il referendum
sarebbe stato un vantaggio per Moro. I vertici vaticani, divisi fra Villot,
Benelli, Casaroli, cercavano di influenzare Paolo VI, chiamato in definitiva
a dirimere la questione sulla possibilita' o meno di un accordo. Di grande
acume fu, in quel frangente, il tentativo di ricomposizione voluto da Enrico
Bartoletti, segretario della Conferenza episcopale italiana dal 1972 al
1976.
Sarebbe interessante riaprire la riflessione su come e perche', poi, si
interruppe quel processo ecclesiale, gia' prima della morte di Moro? Ma in
tutto cio', nessuno, neppure le forze di sinistra capirono il legame tra
quel processo di secolarizzazione e una nuova identita' femminile che per la
prima volta separava sessualita' e riproduzione. Una generazione di giovani
donne scopriva forme di liberta' del tutto impensabili che finivano per
identificarsi con la immediata soddisfazione dei propri bisogni. Un inganno
psicologico ancora prima che etico, nel senso che confondeva il proprio
bisogno compulsivo con il desiderio maturo e scelto, l'appagamento immediato
con l'amore.
Da qui, da questa immaturita' emotiva comprensibile, ancorche' non
giustificabile, (per rientrare nei canoni del revisionismo corretto che
chiede abiure e pentimenti) nasceranno le onnipotenze sul proprio corpo,
frutto di poca consapevolezza, prima che di "immoralita'", causa di
infelicita' prima che di peccato. In questo clima le posizioni si
estremizzarono. Vogliamo, ora, ritornare a quel clima? A quella
contrapposizione tra due integralismi: cio' che di quegli anni resta piu'
vivo nella memoria e', infatti, il radicalismo autistico di un certo
femminismo e i filmini nelle parrocchie sui feti straziati dagli interventi
abortivi. Ci si ricorda molto meno di come, nella stragrande maggioranza
delle donne (anche cattoliche), fu vissuta quella difficile situazione: e
cioe' con la percezione che l'aborto fosse una indubbia questione morale,
perche' la vita e' tale fin dal concepimento, ma che comunque andava
sottratto alla clandestinita' e dunque depenalizzato come reato. Da allora
le donne sono maturate (anche grazie agli errori delle femministe) e sarebbe
davvero immorale da parte di tutti tornare allo stesso punto,
accapigliandosi in una arena su temi oggi ancora piu' complessi e gravi di
ieri. Capitalizziamo e non buttiamo via quel senso del limite cresciuto
soprattutto tra le donne, nella maggioranza delle loro vite concrete.
Le femministe, "storiche" ormai de iure e de facto, data l'eta', sono vicine
ai temi della vita e della morte sotto il segno dell'invecchiamento, della
fatica di vivere, della malattia. Da loro percepisco una pieta'
compassionevole per il liminale, per cio' che e' scarto, piccolo, ancora non
uomo-donna. Ma anche da quello che fu il Movimento per la vita ci sono
segnali di minore rigidita'. Non buttiamo via tutta questa vita cresciuta
sugli errori e che anche per questo e' piu' matura e profonda.

8. RIFLESSIONE. QUESTIONI DI METODO (ED UN RINGRAZIAMENTO AD ANNA BRAVO)
Ci appassiona il dibattito suscitato dal saggio di Anna Bravo ripubblicato
anche su questo foglio. E vorremmo proseguisse, si estendesse, si
approfondisse; ed anche si decantasse di alcuni equivoci e finanche
scadimenti di stile ai quali qui vorremmo accennare.
1. Molti interventi apparsi sui quotidiani sono stati scritti senza prima
aver letto il saggio di cui si parla. Stravagante e insieme sintomatica
cosa, monsieur Dupin.
2. Taluni interventi hanno qua e la' sostituito l'insulto gratuito e
grossolano (e ingiustificato e quindi vieppiu' inammissibile) alla
discussione anche aspra ma leale. Sono cose di questo mondo, ma dispiacciono
sempre.
3. Si avverte talvolta in alcuni interventi come un disagio, su cui
cannibalesco il sistema dei mass-media (patriarcale, fascista e belligeno)
non manchera' di tentar di speculare.
4. Molte e molti di noi forse temono ancora che una rinnovata e franca
riflessione sui temi posti da Anna Bravo possa "fare il gioco" del potere
che opprime, mentre si avvicinano elezioni importanti ed un decisivo
referendum su una pessima e sadica legge (quella sulla fecondazione
assistita), mentre la guerra e' in corso, mentre l'offensiva ideologica e
pratica delle nuove ferocissime totalitarie e terroristiche destre si
dispiega su scala planetaria.
Ma e' non saggio timore. Anzi. Piu' che mai oggi abbiamo bisogno di tutta la
nostra lucidita' ed empatia, di tutta la partecipazione e la riflessione e
la discussione di tutte e di tutti, di tutta la forza della verita'.
5. E quindi a maggior ragione ad Anna Bravo siamo grati per aver promosso
questa corale, dialogica, conflittuale e maieutica riflessione.
E se nel riproporre in questi giorni su questo foglio anche alcuni
interventi apparsi sulla stampa (che recano anche, ci pare, utili e degni e
fecondi contributi alla riflessione comune) riproduciamo anche - per
fedelta' testuale - alcune ingiuste e fin dereistiche espressioni offensive
e fin scandalose a lei rivolte ivi contenute, la preghiamo di portare ancora
pazienza, e di accogliere sincere le nostre scuse e il nostro affetto e la
gratitudine nostra ancora, e i sensi della nostra piena solidarieta'.

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 3 del 17 marzo 2005