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La nonviolenza e' in cammino. 873



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 873 del 19 marzo 2005

Sommario di questo numero:
1. Severino Vardacampi: In cammino
2. Luisa Muraro: Sul sequestro e la liberazione di Giuliana Sgrena
3. Letizia Tessicini: Il silenzio
4. Lea Melandri: La domanda
5. Alessandra Di Pietro: La parola delle donne e il tritacarne della
politica
6. Ida Dominijanni: Corpi che lottano
7. Marina Forti: Un appello di Wangari Maathai
8. Un laboratorio nonviolento antimafia
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. SEVERINO VARDACAMPI: IN CAMMINO
Sono previste oggi in vari paesi, anche in Italia, manifestazioni contro la
guerra e contro l'occupazione militare straniera in Iraq. Giuste richieste.
Ma insufficienti. Occorre aggiungere ad esse anche l'impegno per il disarmo,
antimilitarista, e contro ogni forma di guerra, contro ogni potere che
uccide, criminale e terrorista sempre.
Ed occorre aggiungere ancora l'impegno per un'alternativa nonviolenta che si
opponga con limpidezza ed efficacia alla guerra e all'oppressione,
un'alternativa nonviolenta che inveri responsabilita', solidarieta' e
democrazia.
E anche occorre aggiungere la lotta contro l'ingiustizia, che e' guerra
cronica - e appena camuffata - dei forti contro i deboli, dei prepotenti
contro i deprivati, dei ricchi contro i poveri, ovvero dei rapinatori contro
i rapinati.
E infine e soprattutto occorre aggiungere la lotta contro il patriarcato,
che e' all'origine del razzismo e del fascismo, della guerra e del terrore.
E occorre che questa lotta sia sempre e solo lotta nonviolenta, poiche'
altrimenti essa non puo' costruire pace, ma solo prolungare, riprodurre,
provocare ancora guerra, guerra senza fine. Solo la nonviolenza contrasta la
guerra, solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.
E solo allora si manifesta per la pace e si manifesta in pace, con metodi di
pace con i fini di pace coerenti. Impegno quotidiano, la piu' urgente delle
necessita'. Orsu', in cammino.

2. RIFLESSIONE. LUISA MURARO: SUL SEQUESTRO E LA LIBERAZIONE DI GIULIANA
SGRENA
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo questo intervento di Luisa Muraro dell'11 marzo 2005.
Luisa Muraro insegna all'Universita' di Verona, fa parte della comunita'
filosofica femminile di "Diotima"; dal sito delle sue "Lezioni sul
femminismo" riportiamo la seguente scheda biobibliografica: "Luisa Muraro,
sesta di undici figli, sei sorelle e cinque fratelli, e' nata nel 1940 a
Montecchio Maggiore (Vicenza), in una regione allora povera. Si e' laureata
in filosofia all'Universita' Cattolica di Milano e la', su invito di Gustavo
Bontadini, ha iniziato una carriera accademica presto interrotta dal
Sessantotto. Passata ad insegnare nella scuola dell'obbligo, dal 1976 lavora
nel dipartimento di filosofia dell'Universita' di Verona. Ha partecipato al
progetto conosciuto come Erba Voglio, di Elvio Fachinelli. Poco dopo
coinvolta nel movimento femminista dal gruppo "Demau" di Lia Cigarini e
Daniela Pellegrini e' rimasta fedele al femminismo delle origini, che poi
sara' chiamato femminismo della differenza, al quale si ispira buona parte
della sua produzione successiva: La Signora del gioco (Feltrinelli, Milano
1976), Maglia o uncinetto (1981, ristampato nel 1998 dalla Manifestolibri),
Guglielma e Maifreda (La Tartaruga, Milano 1985), L'ordine simbolico della
madre (Editori Riuniti, Roma 1991), Lingua materna scienza divina (D'Auria,
Napoli 1995), La folla nel cuore (Pratiche, Milano 2000). Con altre, ha dato
vita alla Libreria delle Donne di Milano (1975), che pubblica la rivista
trimestrale "Via Dogana" e il foglio "Sottosopra", ed alla comunita'
filosofica Diotima (1984), di cui sono finora usciti sei volumi collettanei
(da Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1987, a Il
profumo della maestra, Liguori, Napoli 1999). E' diventata madre nel 1966 e
nonna nel 1997".
Giuliana Sgrena, intellettuale e militante femminista e pacifista tra le
piu' prestigiose, e' tra le maggiori conoscitrici italiane dei paesi e delle
culture arabe e islamiche; autrice di vari testi di grande importanza (tra
cui: a cura di, La schiavitu' del velo, Manifestolibri, Roma 1995, 1999;
Kahina contro i califfi, Datanews, Roma 1997; Alla scuola dei taleban,
Manifestolibri, Roma 2002; Il fronte Iraq, Manifestolibri, Roma 2004); e'
stata inviata del "Manifesto" a Baghdad, sotto le bombe, durante la fase
piu' ferocemente stragista della guerra tuttora in corso. A Baghdad e' stata
rapita il 4 febbraio 2005; e' stata liberata il 4 marzo. Dal sito del
quotidiano "Il manifesto" riprendiamo, con minime modifiche, la seguente
scheda: "Nata a Masera, in provincia di Verbania, il 20 dicembre del 1948,
Giuliana ha studiato a Milano. Nei primi anni '80 lavora a 'Pace e guerra',
la rivista diretta da Michelangelo Notarianni. Al 'Manifesto' dal 1988, ha
sempre lavorato nella redazione esteri: appassionata del mondo arabo,
conosce bene il Corno d'Africa, il Medioriente e il Maghreb. Ha raccontato
la guerra in Afghanistan, e poi le tappe del conflitto in Iraq: era a
Baghdad durante i bombardamenti (per questo e' tra le giornaliste nominate
'cavaliere del lavoro'), e ci e' tornata piu' volte dopo, cercando prima di
tutto di raccontare la vita quotidiana degli iracheni e documentando con
professionalita' le violenze causate dall'occupazione di quel paese.
Continua ad affiancare al giornalismo un impegno anche politico: e' tra le
fondatrici del movimento per la pace negli anni '80: c'era anche lei a
parlare dal palco della prima manifestazione del movimento pacifista".
Nicola Calipari, nato a Reggio Calabria, laureato in giurisprudenza, con una
straordinaria e prestigiosa esperienza nelle forze dell'ordine con ruoli di
grande responsabilita' nella lotta contro il crimine, da due anni
funzionario del Sismi, e' l'eroe che ha salvato la vita a Giuliana Sgrena,
come gia' prima alle due Simone; e' stato ucciso il 4 marzo a Baghdad]

Certe volte ci capita di vivere storie che sono piu' grandi di noi e bisogna
starci lo stesso, io dico, senza cedere alla tentazione di ridurle alla
nostra statura. Ragionare si', perche' bisogna sempre ragionare, ma senza la
pretesa di avere capito tutto o, addirittura, di mettersi in cattedra. Tale
e' la storia che ha visto come protagonisti Giuliana Sgrena, Nicola
Calipari, e accanto a loro una serie di altri personaggi, i sequestratori di
Giuliana, i collaboratori di Calipari, sua moglie, i giornalisti del
"Manifesto", Letta e Berlusconi, il governo Usa, i soldati che hanno sparato
e, per finire, anche noi che abbiamo partecipato come abbiamo potuto, con
rabbia, ansia, pieta', gioia, dolore. Tutti, chi piu', chi meno, coinvolti
in una vicenda che ci porta fuori dai nostri limiti ordinari.
Scrivo per invitarci a non rimpicciolire le cose, a non fare i meschini,
come tendono certi commentatori che forse sono imbarazzati o spaventati da
cio' che li oltrepassa. E a custodire il ricordo di questa storia con
pensieri precisi.
*
Il primo pensiero deve restare, io credo, quello che ha espresso Rosa Maria
Calipari. A Giuliana che le diceva: suo marito e' morto per salvarmi, ha
risposto: e' andato in Iraq per salvarti.
Certi hanno detto di Nicola Calipari che ha commesso degli errori. Ho
analizzato un articolo in cui Scalfari ripeteva e argomentava questa tesi
("La repubblica" del 9 marzo), ma dai fatti che lui stesso elenca, a rigore
di logica risulta che si e' trattato di un rischio calcolato, che e' cosa
ben diversa da un errore. Con il senno di poi si puo' dire che Calipari
avrebbe fatto meglio a correre l'altro rischio (ossia, lui e la Sgrena
bloccati in Iraq dai servizi americani che combattono la pratica del
sequestro), ma sappiamo che "il senno di poi" e' merce scaduta. Anche il
governo italiano ha corso un certo rischio mandando un aereo militare a
prendere la Sgrena appena operata, la notte stessa della sparatoria, invece
di lasciarla riposare nell'ospedale americano, e suppongo per la stessa
ragione: non lasciarla nelle mani dei servizi americani. Senza contare che,
probabilmente, la missione di lui non era semplicemente di liberare la
Sgrena dai sequestratori, ma di liberarla e di portarla in Italia. Ci e'
riuscito, a costo della sua vita. Ne valeva la pena? Molti se lo chiedono e
alcuni, anche fra le persone comuni, rispondono di no.
A questi io dico: attenzione a come ragionate perche' tutto indica che
Calipari pensasse invece di si', e il suo giudizio vale tanto quanto la sua
dedizione: chi esalta questa e critica quello, involontariamente lo offende
e fa a pezzi tutta la storia in cambio di niente.
*
Un ragionamento analogo vale per la giornalista del "Manifesto": si e'
esposta al rischio del sequestro e della vita avendo fatto i suoi conti (so
positivamente che era molto lucida) e giudicando che ne valeva la pena. La
storia del giornalismo e' costellata di uomini e ora anche di donne che
hanno rischiato la vita per fare bene il loro lavoro. Finora l'abitudine e'
stata di ammirarli: non perdiamola, non tanto per un riguardo a loro ma per
noi, per restare persone decenti.
*
Un altro pensiero da custodire e' quello che ha formulato Giuliana parlando
della prigionia, nel primo articolo scritto per il "Manifesto". Ha scritto:
"Il mese che ho vissuto da sequestrata ha probabilmente cambiato per sempre
la mia esistenza, un mese da sola con me stessa, prigioniera delle mie
convinzioni piu' profonde, ogni ora e' stata una verifica impietosa sul mio
lavoro".
Sono parole impressionanti che vanno raccolte da ogni persona che sente di
avere delle convinzioni forti e non vuole tenerle per se' ma farle
conoscere: con che parole, con quanta responsabilita', con che verifiche.
Forse, con il passare del tempo, Giuliana tornera' alla cosiddetta
normalite' che e' di portare le proprie convinzioni come un corredo mentale
che niente e nessuno verifica; forse invece non potra' piu' e conservera' la
misura imparata nella vicinanza della morte, nello specchio di quegli uomini
sempre sul punto di diventare i suoi assassini. In quella situazione,
scrive, "ho provato tutta la durezza della verita'" e quanto sia difficile
proporla, quanto sia fragile chi ci prova. Parla, credo, degli scambi che ha
avuto con i sequestratori per essere riconosciuta come donna di pace e
giornalista al servizio del popolo iracheno, senza lasciarsi sopraffare
dalla paura e dalla disperazione.
*
Studiando i verbali della caccia alle streghe, ho incontrato donne che, come
lei, hanno cercato di distogliere i giudici dai loro fantasmi di morte per
poter essere viste e riconosciute nella loro umanita'. Qualcuna, a sprazzi,
ci e' riuscita. E' questo anche il caso di Giuliana? Sembra di si' ma non e'
possibile dare una risposta certa, molti essendo i fattori che hanno
giocato, e molti a noi sconosciuti, nella sua liberazione. Quello che e'
possibile intravvedere, e' che a questo esito lei ha contribuito nei modi a
sua disposizione, per esempio accettando - anche interiormente - il bisogno
che i suoi carcerieri avevano, a causa della loro cultura, di vederla
associata a un uomo, un marito, e da lui aiutata. E lui, Pier Scolari, come
sappiamo, ha fatto la sua parte generosamente.
*
Qualcuno, tra i personaggi pubblici, attacca Giuliana Sgrena perche' ha
parlato di "agguato" per interpretare i fatti che hanno trasformato la sua
liberazione in una tragedia. Io credo che usando questa parola lei sia
rimasta fedele non solo al suo compito giornalistico ma anche a quella
verita' di cui ora sa, piu' di chiunque fra noi, quanto sia dura da
proporre. Mi spiego. Non conosciamo la verita' su quei tragici fatti e
qualcuno ha detto che si sapra' solo quando non sara' d'interesse per
alcuno. Questa opinione mi pare condivisa dai piu', fra le persone comuni.
Dobbiamo allora lasciar perdere ogni idea di verita' e accomodarci con un
surrogato piu' o meno verosimile, o, peggio, inventarci la verita' che ci fa
piu' comodo? C'e' un'altra strada, ed e' di tenere presenti piu' ipotesi,
come si fa con gli identikit. La parola "agguato" contribuisce a fare questo
disegno, il disegno della verita' non (ancora) conosciuta, in quanto
descrive la modalita' dei fatti nella esperienza vissuta della giornalista e
potrebbe corrispondere anche alla loro sostanza. Puo' essere (avanzo
un'ipotesi) che quei militari che hanno sparato sull'auto degli italiani,
avessero l'ordine di fermarla per trattenere Giuliana e i suoi liberatori,
considerati colpevoli di avere trattato con i terroristi, e che quei
militari, male addestrati e peggio reclutati, come ci e' stato spiegato, non
abbiano saputo eseguire gli ordini correttamente.
*
La veridicita' di Giuliana Sgrena e' come l'intelligenza strategica di
Nicola Calipari, non possiamo disfarcene a piacere, per accontentare il
nostro umore o il nostro partito. Perderemmo il significato di quello che ci
e' successo. Le cose sono veramente accadute e formano una storia che ci ha
riguardati molto da vicino rendendoci meno meschini, perfino il capo del
governo. La sua memoria ora e' affidata al senso della misura nella polemica
politica e, ancor piu', alla consapevolezza che c'e' un di piu' da
salvaguardare, come un riferimento non solo interiore ma anche politico.
Altrimenti, che politica e', e non solo, che civilta' e', che vita e' mai la
nostra?

3. INCONTRI. LETIZIA TESSICINI: IL SILENZIO
[Ringraziamo Letizia Tessicini (per contatti: tessatessa06 at libero.it) per
questo intervento che commenta l'incontro svoltosi la scorsa settimana
nell'ambito del corso di educazione alla pace del liceo scientifico di Orte
con don carlo Sansonetti e con Lorella Pica di ritorno dal Guatemala, in cui
l'associazione "Sulla strada" di cui sono tra gli animatori ha realizzato un
progetto di solidarieta' che ha portato acqua, luce, assistenza sanitaria e
scuola (bilingue, in spagnolo e kaqchikel) in un villaggio di indios
precedentemente nella poverta' piu' assoluta e costretti a lavorare in una
fabbrica di fuochi d'artificio.
Letizia Tessicini, studiosa di beni culturali, cura un sito internet
storico-archeologico sulla citta' di Orte; e' autrice di uno studio su "Le
voci femminili nella letteratura, nella storia, nella filosofia, nell'arte",
Orte 2003.
Carlo Sansonetti, parroco di Attigliano, ha preso parte a molte rilevanti
esperienze di solidarieta', ed e' trascinante animatore dell'esperienza di
"Sulla strada".
Lorella Pica, gia' apprezzata pubblica amministratrice, e' impegnata
nell'associazione "Sulla strada", nella rivista "Adesso", in molte
iniziative di pace, solidarieta', nonviolenza.
Per ulteriori informazioni e per sostenere le attivita' di solidarieta' in
Guatemala e in Angola dell'associazione "Sulla strada": via Ugo Foscolo 11,
05012 Attigliano (Tr), tel. 0744992760, cell. 3487921454, e-mail:
sullastrada at iol.it, sito: www.sullastradaonlus.it; l'associazione promuove
anche un periodico, "Adesso", che si situa nel solco della proposta di don
Primo Mazzolari, diretto da Arnaldo Casali; per contattare la redazione e
per richiederne copia: c. p. 103, 05100 Terni, e-mail: adesso at reteblu.org,
sito: www.reteblu.org/adesso]

Un incontro a Orte
Il silenzio: e' stata questa la prima reazione che abbiamo avuto quando don
Carlo e Lorella hanno terminato di raccontarci delle loro esperienze in
Guatemala e in Angola. Nella nostra testa frullavano mille pensieri, e mille
erano le domande che avremmo voluto fare, eppure... eppure solo silenzio,
perche' tanta era stata la passione e l'ardore che questi nostri amici
avevano messo nel narrarci le loro storie che queste ci sono entrate nella
testa. Solo dopo una decina di minuti ci siamo sbloccati, iniziando a dare
ordine a tutti i nostri pensieri, proponendo le nostre idee, commentando e
domandando.
La televisione, i giornali, raramente ci mostrano queste realta' e quando lo
fanno utilizzano quei loro modi sensazionalisti che difficilmente permettono
di cogliere quanto invece sia consueto per queste popolazioni non avere
nulla e subire terribili ingiustizie, uno sfruttamento spietato. La vita
delle comunita' indigene, che come i nostri amici di "Sulla strada" ci hanno
raccontato, sono prive di ogni minimo bene di consumo, e' mostrata dai
documentari come folkloristicamente interessante, oppure come segno di un
perdurante stato di "vita primitiva". Ma non e' stato questo che ci hanno
trasmesso Carlo e Lorella. Loro sono entrati nel punto della questione: di
fronte al nulla, cosa possiamo fare noi occidentali superficiali e spreconi?
Soprattutto cosa fare per aiutare queste comunita' a uscire dall'abbandono e
liberarsi dallo sfruttamento, senza far cadere le persone in uno stato di
assistenzialismo alienante ovvero trasformarle in comunita' prive di vita?
Questo e' il lavoro di "Sulla Strada": aiutare questi villaggi, queste
persone, ad aiutarsi da se'; creare le basi perche' i bambini vedano nella
loro comunita' il futuro e non un ostacolo ad una vita migliore, perche'
nella scuola e nell'istruzione trovino un punto di riferimento culturale non
deviante dalla loro essenza.
Allora grazie. Grazie a don Carlo Sansonetti, a Lorella Pica, a tutti quanti
lavorano con l'associazione "Sulla strada' di Attigliano, per aver portato
nei nostri cuori un vento nuovo, passione ed idee, vita e speranza.
*
L'attivita' di "Sulla strada" in Guatemala
"Abbiamo adottato, nel 2001, un villaggio maya, dove non c'era acqua, luce,
assistenza sanitaria, scuola. I bambini, insieme ai loro genitori,
trascorrevano tutta la loro giornata a fare fuochi d'artificio, e spesso,
quando lavoravano di sera al lume di una candela, succedevano incidenti che
provocavano dolorosissime e a volte mortali bruciature. Con le famiglie di
questo villaggio abbiamo progettato un cammino da fare insieme per costruire
una opportunita' per un futuro migliore. Ora c'e' acqua, luce, assistenza
sanitaria, e soprattuto c'e' una scuola dove i bambini possono imparare a
leggere e a scrivere in spagnolo e nella loro lingua madre, il kaqchikel".
"La nostra associazione vuole diffondere i grandi valori della persona umana
attraverso una scuola che nasca dalla cultura del luogo. Per questo ci
impegniamo a dare un'istruzione ai bambini piu' povei e oppressi e ad
offrire loro migliori condizioni alimentari, sanitarie e igieniche".
*
L'attivita' di "Sulla strada" in Angola
"L'Angola e' una terra martioriata da quaranta anni di guerra, che detiene
il triste primato di essere il paese con maggior presenza di mine antiuomo:
se ne contano 11 milioni su uan popolazione di 10 milioni circa. Nella
nostra casa di accoglienza ospitiamo stabilmente 75 bambini di strada, e
sono circa 200 all'anno quelli che passano per la casa per poi essere
reinseriti, quando possibile, nelle rispettive famiglie. Diamo loro tanto
amore, una educazione, una casa, da mangiare, un maestro che li segue e
soprattutto cerchiamo di ricreare quell'ambiente familiare a cui hanno
diritto e che la guerra ha loro negato".
*
Per contribuire
Per sostenere le attivita' dell'associazione "Sulla strada": via Ugo Foscolo
11, 05012 Attigliano (Tr), tel. 0744992760, cell. 3487921454, e-mail:
sullastrada at iol.it, sito: www.sullastradaonlus.it, conto corrente postale:
12055059; coordinate bancarie: Banca popolare etica, c/c n. 114501, ABI
05018 - CAB 12100.

4. RIFLESSIONE. LEA MELANDRI: LA DOMANDA
[Dal sito www.liberazione.it riprendiamo questo articolo di Lea Melandri
apparso sul quotidiano "Liberazione" del 12 gennaio 2005. Lea Melandri, nata
nel 1941, acutissima intellettuale, fine saggista, redattrice della rivista
"L'erba voglio" (1971-1975), direttrice della rivista "Lapis", e' impegnata
nel movimento femminista e nella riflessione teorica delle donne. Opere di
Lea Melandri: segnaliamo particolarmente L'infamia originaria, L'erba
voglio, Milano 1977, poi Manifestolibri, Roma 1997. Cfr. anche Come nasce il
sogno d'amore, Rizzoli, Milano 1988; Lo strabismo della memoria, La
Tartaruga, Milano 1991; La mappa del cuore, Rubbettino, Soveria Mannelli
1992; Migliaia di foglietti, Moby Dick 1996]

Negli ultimi mesi sono usciti rapporti, dati statistici, inchieste sulla
violenza a donne e bambini, che avrebbero meritato maggiore attenzione
(Eurispes, Amnesty International, Istat 2002). Elemento comune risulta il
fatto che in entrambi i casi l'aggressione viene perlopiu' da persone vicine
alla vittima: padri, mariti, amanti, amici. A parte qualche doveroso grido
di allarme o di indignazione morale quando si parla di sfruttamento e di
violenza sui bambini, per il resto non si puo' non essere colpiti
dall'indifferenza con cui generalmente vengono accolti questi dati, che
parlano di una "guerra" quotidiana, molto vicina a noi, per non dire interna
alle nostre case. La freddezza con cui si elencano atrocita' date per
scontate - stupri, omicidi, maltrattamenti fisici e psicologici, ecc. -
risulta tanto piu' evidente e inspiegabile se confrontata con l'enfasi e
l'eccitazione immaginaria con cui, spesso nella stessa pagina di giornale,
viene raccontato un fatto di cronaca dal contenuto analogo: per esempio,
l'omicidio di una giovane donna, con sospetto di violenza sessuale. La
differenza nasce dal fatto che, in questi casi, la vittima ha un nome, un
volto, una famiglia, un luogo, delle abitudini. Se ne possono ricostruire i
movimenti, spiare i desideri, soprattutto quelli piu' inconfessabili, in cui
si e' tentati di rintracciare la ragione che li ha portati alla morte.
Ma la diversita' maggiore, tra le due notizie, e' che nelle inchieste
l'elemento che balza per primo agli occhi e' l'appartenenza di sesso della
vittima e dell'aggressore - il fatto cioe' che a uccidere, violentare,
sfruttare le donne sono quasi esclusivamente uomini -, mentre nel racconto
di cronaca il sesso dei protagonisti resta in sottofondo, ragione nascosta
dell'eccitazione e del voyeurismo, e dominante e' invece la loro
singolarita': quella particolare ragazza, quel presunto omicida. La
dimensione generale del problema lascia cioe' il posto a una casistica
rassicurante di "ordinaria" delinquenza o di "ordinaria" patologia.
Non e' difficile constatare tuttavia che, in entrambi i casi, finisce per
scomparire l'interrogativo di fondo: perche' gli uomini fanno violenza alle
donne?
Perche' gli aggressori sono soprattutto figure della loro vita familiare e
sentimentale (mariti, figli, amanti)? Perche' questa violenza aumenta? Nel
primo caso e' la genericita' del dato quantitativo, numerico, a scoraggiare
l'identificazione, e quindi l'assunzione di responsabilita'; nel secondo, al
contrario, e' la particolarita' del caso, il suo aspetto ogni volta "unico",
"eccezionale".
*
Come venire allora a capo di una "evidenza" che continua a restare
"invisibile", come far si' che una inspiegabile "guerra tra i sessi", fatta
di amore e odio, vita e morte, tenerezza e violenza, venga portata non solo
alla coscienza, ma alla storia e alla cultura, a cui ha sempre appartenuto?
Un modo, che puo' essere rivelatore, e' quello degli accostamenti:
cominciare, per esempio, a riflettere su due inchieste apparentemente
estranee l'una all'altra, quella sulla violenza ai minori e quella sulla
violenza alle donne, chiedendosi che cosa hanno in comune.
L'elemento che piu' immediatamente li avvicina e' che si tratta, in tutti e
due i casi, di una violenza che va a colpire i piu' "deboli", quegli stessi
corpi che l'uomo (il maschio) ha pensato di dover proteggere, a garanzia
della sua stessa sopravvivenza, e coi quali si puo' dire che e' stato
"tutt'uno": cioe' il suo corpo-bambino e il corpo della madre.
Ma, oltre che deboli, questi corpi sono anche carichi di quella seduzione
sessuale che, conosciuta in una fase precoce della vita, e' destinata a
lasciare segni duraturi nelle fantasie, nei desideri e nelle paure della
vita adulta, tanto piu' quanto piu' pesante e' la maschera di "virilita'" di
cui l'uomo e' chiamato a rispondere dalla comunita' storica dei suoi simili.
La "fuga dal femminile" e' percio' presa di distanza non solo da un sesso
diverso, ma anche da quella parte di se' - il bambino/figlio - che continua
in qualche modo a farne parte, come rischio permanente di debolezza,
dipendenza, effeminatezza, manipolabilita'. La "pedofilia", in senso lato,
fa parte della "preistoria" personale di tutti gli umani, cosi' come i
sentimenti contraddittori di attrazione e repulsione rispetto al corpo che
ci ha generati.
Resta da spiegare perche', quello che dovrebbe essere un naturale distacco
dall'infanzia e dalla madre, sia tutt'oggi vissuto come un taglio violento,
un atto di guerra - morte tua/vita mia -, perche' il rapporto intimo con una
donna sia al medesimo tempo un legame che strangola e un legame di cui non
si puo' fare a meno, perche' non si riesca a immaginare l'uscita dal dominio
maschile se non come capovolgimento di poteri.
*
Il 18 dicembre 2004, su "Liberazione", un "giovane studente-lavoratore" ha
scritto una lettera di protesta per la scelta del giornale di pubblicare
articoli "ultrafemministi", e soprattutto per aver fatto una "vergognosa
pagina" con la scritta "maschi assassini". Senza tener conto che con quel
titolo si apriva un dettagliato resoconto sul rapporto di Amnesty
International sulla crescente violenza alle donne nel mondo, lo scenario
immediatamente si ribalta: le donne non sono vittime, ma protagoniste di un
"sessismo alla rovescia", aspiranti, per effetto di antiche "frustrazioni
sessuali", a uno "strapotere" che si aggiunge ai "privilegi" che gia' hanno.
L'espressione "maschi assassini" poteva effettivamente essere presa per
un'"incriminazione" generalizzata del sesso maschile, ma mi chiedo anche
perche' non ha potuto essere considerata invece un modo provocatorio per
spingere gli uomini a interrogarsi su come si e' costruita storicamente la
maschilita', che forme ha preso, che problemi pone il fatto che una
percentuale cosi' alta di persone del proprio sesso uccidono, sfruttano,
violentano, accanendosi proprio sulle persone che piu' amano e desiderano.
Lo "strapotere" femminile, che il lettore vede avanzare per effetto di un
femminismo distorto dai suoi fini emancipatori, e' sicuramente quello che la
specie umana alla sua "origine" - e ogni bambini alla sua nascita - deve
aver visto o attribuito al corpo che lo ha messo al mondo e in balia del
quale si e' trovato a lungo "inerme". Ma non e' certo la "storia" del
rapporto tra i sessi, che ancora si configura come il piu' duraturo dei
domini, perche' "incorporato", come ha scritto Pierre Bourdieu (Il dominio
maschile, Feltrinelli 1998), assorbito attraverso l'educazione, la divisione
sessuale del lavoro, le istituzioni della vita pubblica, frutto di una
"violenza simbolica" che impronta i pensieri e i sentimenti di uomini e
donne, cosi' che dominato e dominatore parlano la stessa lingua.
Il ribaltamento operato dal lettore ne e' la prova, e dice anche quanto sia
difficile uscire da una logica di guerra che parla allo stesso modo quando
si tratta di "scontro di civilta'" o di conflitto tra i sessi: l'impianto e'
quello della specularita' - il Bene e il Male, la vittima e l'aggressore -,
poli che si fronteggiano e si ribaltano, secondo da che parte li si guarda.
Uscirne vuol dire avere la forza di risalire alle cause, andare alla radice
dei comportamenti, cercando dentro di se' prima di tutto, e insieme
ragionando sulla cultura che, nostro malgrado e a nostra insaputa, abbiamo
ereditato.

5. RIFLESSIONE. ALESSANDRA DI PIETRO: LA PAROLA DELLE DONNE E IL TRITACARNE
DELLA POLITICA
[Dal sito http://italy.indymedia.org riprendiamo il seguente articolo
apparso sul quotidiano "Il foglio" del 9 marzo 2005. Alessandra Di Pietro e'
una giovane giornalista e storica del presente]

A nove anni sono scappata da casa per non imparare a ricamare, a dieci
ingaggiavo una battaglia per cambiare il nome di battesimo ritenendolo
un'intollerabile imposizione. Per fortuna ho perso e oggi non mi chiamo
Perla di Labuan come avrei voluto. Chiedevo a mio padre di finanziare le
battaglie libertarie dei radicali, domandavo alle mie nonne esterrefatte che
cos'era stato l'aborto proibito, loro me lo raccontavano e cosi' giurai che
avrei sempre difeso la possibilita' per tutte di farlo in condizioni
sanitarie ottimali.
Non ero una bambina speciale. Semplicemente il fiume carsico di una storia
femminista che accadeva nel continente arrivava anche in quel buco di paese
dove sono nata e traducevo a modo mio, nella mia vita, quel che arraffavo da
un tg, da un giornale, dal racconto di una zia comunista.
Volevo saperne di piu', cercavo ma non trovavo. Chi erano le femministe che
un'iconografia diffusa mi rimandava come streghe malvestite e semmai un po'
"buttane"? Non mi aiutavano i libri di storia o qualche insegnante
progressista e neanche la mia felice militanza nei centri sociali.
A 23 anni, vivevo a Roma, scoprii la Libreria delle donne, andai e chiesi un
libro che raccontasse la storia del femminismo. Una gentile signora mi disse
che non avrei trovato nulla di simile in un solo volume, ma io non mollavo e
alla fine ebbi tra le mani Non credere di avere dei diritti, storico testo
sul pensiero della differenza che, fin dal titolo, spiazzo' tutte le mie
convinzioni.
Qualche giorno dopo entravo per uno stage nella redazione del "Manifesto".
Li' incontrai Paola che mi invito' nella redazione di "Noidonne" e, giorno
dopo giorno, ho cominciato a sapere, capire, odiare, amare, criticare quel
che era accaduto e accadeva tra le donne.
Adesso che ho piu' di trent'anni, il pensiero femminista e' sempre merce
rara. Non nel privato, certo. So dov'e' la miniera d'oro e i suoi filoni, ma
non trovo altrettanto sulla scena pubblica dove io vivo, agisco, mi
confronto.
*
Eugenia Roccella ha scritto su queste pagine che le donne non hanno mai
smesso di pensare, solo rifiutano i salotti mediatici e il tritacarne della
politica che semplifica ragioni e dubbi: "la resistenza a tradurre e tradire
il nostro pensiero... ci preserva dalla contaminazione e ci impedisce di
pesare... il risultato e' che si lasciano le prese di posizione nette ad
altri, ai partiti, agli scienziati, ai vescovi, mentre noi continuiamo ad
approfondire in silenzio, in un brusio appena udibile".
Non credo che alzando la voce si possa incidere sulla decisione politica,
anzi non ho alcun interesse a far incontrare norma e pensiero femminile.
Non mi piace la legge 40 e forse non me ne piacerebbe un'altra liberale.
Sono disillusa di fronte a un compromesso caduco e parziale, frutto di un
equilibrio di poteri che domani potra' essere aggiustato seguendo nuove
convenienze politiche o economiche. Certo, comprendo la necessita' delle
istituzioni di fare legge, ma non riesco a sentirlo davvero come il mio
primo interesse.
Per me e' in gioco, innanzitutto, il confronto delle coscienze con i nuovi
modi di nascere, il posto del corpo e del sapere femminile nelle nuove
tecnologie riproduttive, il rapporto tra donne e potere medico, la
costruzione di una convinzione o di un limite individuale che sommato ad
altri diventa patrimonio collettivo. Oggi il divieto legislativo di
praticare la fecondazione eterologa e' sentito da molti come una
discriminazione, poiche' chi ha i soldi va a farla all'estero. Domani, una
legge liberale potra' rendere la fecondazione eterologa una pratica
possibile, ma i miei dubbi rimarrebbero intatti.
Una proibizione o un permesso non costruiscono coscienza ne' rendono le
persone capaci di un confronto consapevole e informato con una tecnologia
che incide pesantamente su mente e vita di genitori e futuri bambini.
*
Sapere, conoscere, avere gli strumenti, fosse anche per dire "si'" o "no" ad
una legge, si da' solo se ci sono circolazione di pensiero e informazione
piu' ampie possibile. E che cos'e' piu' prezioso di una riflessione di donne
su un tema che coinvolge le donne in prima persona, che ricolloca corpo,
funzione biologica e culturale nel modo di dare la vita? Sono avida di
quelle voci femminili che so essere libere, polemiche, fuori da un interesse
istituzionale.
Lavoro nella comunicazione politica da nove anni. Ho stimato moltissimo e
qualche volta sono stata amica delle donne di centrosinistra con cui ho
lavorato. Non ho mai fatto politica in un partito, ma ho anche capito che le
posizioni di tutti partiti, in buona o cattiva fede, sono per necessita'
partigiane e funzionali a quel che serve in quel momento. Chi fa politica
puo' coltivare dubbi nel privato e talvolta puo' esprimerli in pubblico, ma
poi dovra' prendere la decisione, schierarsi, questo e' il suo mestiere se
sa farlo bene.
Applicare il tatticismo della politica alla circolazione del pensiero - in
questo caso mi riferisco al pensiero femminista, ma ho in mente anche
pensieri altri che non sono racchiusi in uno slogan - e' limitante, e
finisce per legittimare partiti e parlamento come unico contesto di
confronto. E invece il fiume carsico di un pensiero femminile che mi ha
raggiunto da ragazzina nel mio buco di paese oggi ha la possibilita' di
moltiplicarsi in infiniti rivoli. Mettere in circolazione le idee, rischiare
che siano cambiate, fraintese, strumentalizzate, e' una forma di coraggio
che mi interessa, significa essere generose con le altre, dare spazio alla
creativita' delle singole coscienze per destrutturare e ricomporre
liberamente i pezzi del sapere. Se non lo facciamo diamo ragione a chi ci
accusa di essere snob. E me lo sento rinfacciare da amiche tutt'altro che
ingenue o inclini alle semplificazioni.
Piu' che avere un confronto con la politica, mi piacerebbe che il pensiero
femminile fosse merce spendibile e facile da trovare dappertutto, anche nei
supermercati.
*
Per questo voglio ringraziare la rivista "Genesis", e Anna Bravo per il suo
prezioso saggio, Noi e la violenza, trent'anni per pensarci, trattato da
gran parte dei media con brutale semplificazione.
Una accurata analisi politica sul rapporto tra movimenti di donne e violenza
e' diventato la notizia di una femminista che si interroga sul dolore del
feto (ovvero: ma allora il feto soffre? Se lo dicono pure le femministe...).
E' la conferma offensiva di un sistema sordo, incapace di accogliere una
riflessione personale, profonda, interessante. Il prezzo che si paga a
comunicare attraverso i media puo' essere alto e disgustoso.
Ma io sono andata a cercare il saggio, l'ho letto e posso dire che senza il
coraggio e la capacita' di esporsi di Anna Bravo, non avrei sentito che cosa
pensavano le altre allora ne' quel che hanno da dire oggi, saprei meno e
sarei meno appassionata. Non avrei chiesto a mia nonna di raccontarmi di
nuovo, come a dodici anni, come ha vissuto, e come ha gestito la sua vita
riproduttiva quando non c'erano i contraccettivi e si abortiva con atroci
mezzi di fortuna. E non starei pensando a un docu-fiction sull'aborto, non
avrei ricominciato a discutere con le mie amiche delle nostre vite, dei
nostri amori, dei nostri figli, di quel che ci ha fatto male. E sapere,
parlare, avere interesse per le altre, per me resta un valore.
Allora, per favore, mie care amiche femministe, madri simboliche da cui ho
imparato tanto, sorelle a cui sono riconoscente, io oggi vi chiedo: a
vantaggio di chi pensate sia giusto comunicare solo in circoli ristretti
oppure tacere?

6. RIFLESSIONE. IDA DOMINIJANNI: CORPI CHE LOTTANO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 15 marzo 2005. Ida Dominijanni,
giornalista e saggista, e' una prestigiosa intellettuale femminista]

Non sapevo che la prima proposta di legge italiana sulla procreazione
assistita - per la precisione sulla fecondazione eterologa, quella che la
legge attuale vieta - risalisse al 1958. L'ho appreso da una nota a pagina
90 di un recente libro di Paola Borgna, Sociologia del corpo (Laterza), che
inserisce, come va fatto, la questione delle tecnologie di riproduzione
artificiale nel piu' ampio contesto della costruzione sociale del corpo
nelle societa' occidentali di oggi.
I corpi "manomessi" dalle tecnologie biomediche, i corpi rifatti dalla
chirurgia estetica, i corpi rinforzati dal body building o tatuati dalla
body art, i corpi evanescenti delle anoressiche, i corpi cyborg pieni di
protesi o imbottiti di esplosivo, i corpi sono tutti corpi costruiti: natura
e biologia modificate e risignificate dalla scienza, dal diritto,
dall'immaginario. Corpi percio' intrinsecamente politici, perche' attraverso
di essi passano e sopra di essi si inscrivono una quantita' di conflitti
sulla definizione, la legittimazione, la normazione e normalizzazione di
cio' che un corpo e'.
Non c'e' ritorno indietro da questa complessa costituzione del corpo nella
cultura contemporanea, e percio' appaiono tragicomici i tentativi di
ricondurla a uno statuto puramente naturale, o di portare a coincidenza
biologia e tecnologia, o di imbrigliare la trasformazione in norme troppo
rigide e prescrittive.
Il corpo e' in mutazione, e sul corpo si lotta: nei parlamenti dove si
decide chi si puo' fare inseminare e chi no, ma anche dai chirurghi plastici
dove si va in aderenza a dei canoni estetici vincenti, o nei centri tatoo
dove si va per imporne altri tatuandosi.
*
Quali lotte sul corpo e quali corpi in lotta si stanno muovendo nel teatro
della legge sulla procreaione assistita?
Scrive Borgna: "L'incontro - meglio, lo scontro - fra rappresentazioni del
corpo e rappresentazioni della parte giocata dal corpo nella definizione del
ruolo di genitori ha accompagnato l'iter legislativo del disegno di legge".
Esempi: la protesta bipartisan delle parlamentari che andarono in aula con
addosso le magliette con su scritto "Nessuna legge contro il corpo delle
donne"; le iniziative contro la legge delle associazioni di pazienti che
consideravano il testo della legge offensivo della loro dignita' di persone
infertili; l'appello alla disobbedienza riproduttiva lanciato da
organizzazioni di donne single, di lesbiche e di gay. Soggetti che lottano
per contrapporre la propria rappresentazione del corpo, della sessualita',
della fertilita' a quella normata e normalizzata dalla legge. La quale
"impone un modello, e delegittima tutti gli altri. Impone una
rappresentazione del corpo - della donna, dell'uomo, del nascituro -, una
rappresentazione della riproduzione e una rappresentazione della famiglia, a
scapito di altre". E delegittimando tutte le altre, e' destinata a
moltiplicare i conflitti che inevitabilmente saranno agiti da donne single,
da coppie omosessuali, da coppie eterosessuali che non possono garantire
ovociti e/o spermatozoi omologhi.
Niente di nuovo, che non sia stato gia' detto e ridetto. E che pero' va
ripetuto, contro la guerriglia culturale che e' in corso, una vera
operazione di depistaggio che tende a spostare il problema sul terreno
metafisico della definizione dell'embrione e dell'inizio della vita, come se
questo fosse il problema che una legge deve risolvere e non quello di un
accesso non discriminatorio alle tecnologie riproduttive, e di una loro
disponibilita' non sottoposta ne' all'onnipotenza della scienza ne' ai
soprusi del mercato.
Con l'avvicinarsi del referendum, sara' bene rimettere le questioni in un
ordine di priorita' ragionevole.

7. INIZIATIVE. MARINA FORTI: UN APPELLO DI WANGARI MAATHAI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 16 marzo 2005 riprendiamo questo
articolo.
Marina Forti, giornalista particolarmente attenta ai temi dell'ambiente, dei
diritti umani, del sud del mondo, della globalizzazione, scrive per il
quotidiano "Il manifesto" sempre acuti articoli e reportages sui temi
dell'ecologia globale e delle lotte delle persone e dei popoli del sud del
mondo per sopravvivere e far sopravvivere il mondo e l'umanita' intera.
Opere di Marina Forti: La signora di Narmada. Le lotte degli sfollati
ambientali nel Sud del mondo, Feltrinelli, Milano 2004.
Su Wangari Maathai, premio Nobel per la pace, si veda il profilo scritto da
Nanni Salio nel n. 792 di questo foglio]

Cancellare il debito estero e convertirlo in un fondo per la difesa degli
ecosistemi, per gestire in modo sostenibile le foreste e le risorse naturali
mobilitando le comunita' locali per il bene di tutti. In sintesi estrema,
questa e' la proposta illustrata ieri a Roma da Wangari Maathai, premio
Nobel per la pace e viceministro dell'ambiente del Kenya.
Cancellare il debito e usarlo per finanziare la conservazione ambientale: la
proposta riecheggia la "conversione ecologica del debito" per cui si batte a
partire dagli anni '80 una corrente di movimenti ambientalisti e per la
giustizia tra Nord e Sud del pianeta (che aveva tratto ispirazione proprio
da figure come Maathai, fondatrice del Greenbelt Movement in Kenya, che si
batte per l'ambiente e la giustizia sociale).
Questa volta pero' Wangari Maathai parla per conto di un gruppo di governi
dell'Africa centrale. In effetti ieri era a Roma ospite della Fao, dove e'
in corso una conferenza ministeriale sulla gestione delle foreste, in veste
di "ambasciatrice di buona volonta'" degli undici paesi del bacino del fiume
Congo (di cui non fa parte il suo paese). A nome di quei paesi ha illustrato
un "piano di convergenza", approvato un mese fa, per la gestione sostenibile
e congiunta delle risorse forestali dell'ecosistema del Congo - piano in cui
vogliono investire 1,3 miliardi di euro in dieci anni, di cui il 40% messo
dai paesi africani attraverso, appunto, la cancellazione del debito.
Ha auspicato, Maathai, un fondo da gestire in modo trasparente, con la
mobilitazione della societa' civile e le forze sociali dei paesi
interessati, a cominciare dalle popolazioni che traggono da quelle foreste
la loro sopravvivenza: "Sono quelle che hanno meno voce in capitolo, anche
se subiscono direttamente le conseguenze del degrado delle risorse
naturali". Ed e' qui che il discorso di fa interessante: perche' per Wangari
Maathai l'intervento alla Fao (e la conferenza stampa che ne e' seguita)
sono state l'occasione per sottolineare i legami tra le minacce
all'ambiente, i conflitti che affliggono la sua Africa, la lotta per la
democrazia.
Le foreste nel bacino del Congo sono minacciate "dal disboscamento, sia
legale che illegale; dal consumo incontrollato di flora e fauna selvatica, e
tutto questo porta a una perdita di biodiversita' su grande scala", dice
Maathai. Parla di implicazioni locali e globali. Per spiegarsi ripercorre la
sua storia: torna al '75, quando le Nazioni Unite preparavano la prima
Conferenza mondiale sulle donne e lei, all'Universita' di Nairobi,
rifletteva con le altre sulle priorita' delle donne in paesi rurali come il
Kenya: legna da ardere, acqua, terra da coltivare, cibo ("con il passaggio
dall'agricoltura per l'autoconsumo a quella per il mercato le donne sono
state emarginate perche' i soldi andavano in tasca agli uomini"). "Cosi'
abbiamo deciso di cominciare a piantare alberi, abbiamo lavorato con le
donne e le comunita', abbiamo cominciato a vedere le connessioni tra la
scomparsa delle foreste, la penuria d'acqua, il degrado della terra. Tutto
si riassume in un problema: l'ambiente naturale degradato non riesce piu' a
sostenere la vita delle persone. Ma in Kenya non c'era spazio per criticare,
protestare, denunciare. Cosi' siamo diventati anche un movimento per la
democrazia".
Chiedo: che impatto hanno le guerre del passato recentissimo della regione
del Congo sul degrado dell'ecosistema? La verita', risponde Wangari Maathai,
e' che "molte delle guerre oggi presenti nel mondo intero sono giocate sulle
risorse naturali: su chi le controlla, chi vi ha accesso, chi le usa". E'
ben per questo che il Comitato norvegese del Nobel ha deciso di estendere il
concetto di "pace" quando le ha dato il premio: lavorare per la pace
"significa anche lavorrare perche' le risorse naturali siano gestite in modo
sostenibile, trasparente, e che siano condivise". "Dove delle elites
controllano le risorse e la grandi masse ne sono escluse, presto o tardi
vedrete scoppiare conflitti e guerre. I dittatori non redistribuiscono
risorse, questo e' certo. Alla radice dei conflitti nel bacino del Congo
vedi che non c'e' democrazia, ne' equa distribuzione delle risorse".

8. ESPERIENZE. UN LABORATORIO NONVIOLENTO ANTIMAFIA
[Ringraziamo Enzo Sanfilippo (per contatti: v.sanfi at virgilio.it) per averci
inviato il seguente comunicato. Enzo Sanfilippo e' uno degli animatori del
gruppo-laboratorio "Percorsi nonviolenti per il superamento del sistema
mafioso". Riportiamo di seguito una breve notizia biografica di Enzo
Sanfilippo scritta per noi nel 2003 dallo stesso autore: "Sono nato a
Palermo 45 anni fa. Sono sposato e padre di due figli, Manfredi di 18 anni e
Riccardo di 15. Sono stato scout e capo scout fino all'eta' di 30 anni. Ho
svolto il servizio civile in un Centro di quartiere della mia citta'. Ho
frequentato l'Universita' di Trento dove mi sono laureato in sociologia. Ho
perfezionato i miei studi a Bologna in sociologia sanitaria. Dal 1989 lavoro
nella sanita' pubblica, nei servizi di salute mentale dove mi sono occupato
finora di sistemi informativi e inclusione sociale di soggetti  con disagio
psichico. Chiusa l'attivita' con gli scout, con mia moglie Maria abbiamo
cercato di impegnarci nell'area della nonviolenza. Abbiamo fatto parte per
diversi anni del Movimento Internazionale della Riconciliazione (Mir) per
poi approdare al movimento dell'Arca di Lanza del Vasto al quale aderiamo
come alleati dal 1996. Dallo stesso anno facciamo parte di un gruppo di
famiglie palermitane ("Famiglie in cammino") con  il  quale facciamo
esperienze di condivisione spirituale e sociale. Frequentiamo il Centro di
cultura Rishi di Palermo dove pratichiamo lo yoga. Con gli altri tre alleati
dell'Arca siciliani (Tito e Nella Cacciola e Liliana Tedesco) abbiamo
organizzato diversi campi su vari aspetti dell'insegnamento dell'Arca
(canto, danza, yoga, lavoro manuale, ecumenismo) presso un monastero a
Brucoli (Sr) dove Tito e Nella hanno abitato per cinque anni. Quest'anno
abbiamo acquistato una casa in campagna presso Belpasso (Ct) dove Tito e
Nella andranno ad abitare e a lavorare: la' assieme a loro e a vari amici
speriamo di riprendere le attivita' di approfondimento e di lavoro sulla
pace, la nonviolenza, l'insegnamento dell'Arca"]

Il gruppo-laboratorio "Percorsi nonviolenti per il superamento del sistema
mafioso" si e' costituito nel dicembre 2003. Il gruppo, formato da varie
persone di diverso orientamento culturale, impegnate a vario titolo in
esperienze educative, di studio e ricerca, di impegno civile o religioso di
contrasto alla mafia, ha cominciato un percorso di riflessione, individuando
alcune piste di elaborazione teorica e di azione civile.
Dopo alcuni incontri e' sembrato utile riproporre i temi affrontati tramite
un documento di proposta.
Attualmente il gruppo si e' dato il compito di svolgere una serie di
approfondimenti e di incontri con esperti e con aree di impegno sociale
interessate al tema.
Il primo di questi seminari si e' svolto nel dicembre del 2004 sul tema
"Mafia, modello di sviluppo, nonviolenza", ed e' stato introdotto dal prof.
Tonino Drago dell'Universita' di Pisa.
Nel gennaio 2005 si e' svolto un altro incontro sul tema "Nonviolenza,
mafia, antimafia", introdotto da Umberto Santino, presidente del Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato".
A seguire il seminario su "Mafia e nonviolenza: lo stato della riflessione",
con introduzione di Andrea Cozzo ed Vincenzo Sanfilippo (28 febbraio).
In aprile si svolgera' un seminario sul tema "La lettura psicologica del
mondo mafioso. Identita' e cultura" con introduzione del dott. Gianluca Lo
Coco della facolta' di Psicologia dell'Universita' di Palermo. In maggio
infine un seminario sulla giustizia rigenerativa con introduzione della
studiosa Marinetta Cannito dell'organizzazione non governativa Witness for
Peace di Washington.
Il percorso vuole segnare una prima importante tappa con un convegno
nazionale sul tema "Superare il sistema mafioso. Il contributo della
nonviolenza" previsto per il 21-22 maggio  2005.
Tale convegno vuole intrecciare riflessioni teoriche ed esperienze di
resistenza alla mafia in vari contesti del territorio nazionale.
Per informazioni e adesioni: v.sanfi at virgilio.it

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it, sudest at iol.it,
paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 873 del 19 marzo 2005

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