[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

La domenica della nonviolenza. 13



==============================
LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
==============================
Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 13 del 20 marzo 2005

In questo numero:
1. Francesco Pistolato intervista Werner Wintersteiner sull'educazione alla
pace
2. Rocco Altieri: Presentazione di "Satyagraha in Sudafrica" di Mohandas K.
Gandhi
3. Eleonora Chiti: Mary Wollstonecraft

1. FORMAZIONE. FRANCESCO PISTOLATO INTERVISTA WERNER WINTERSTEINER
SULL'EDUCAZIONE ALLA PACE
[Ringraziamo di cuore Francesco Pistolato (per contatti:
fpistolato at yahoo.it) per averci messo a disposizione questo colloquio.
Francesco Pistolato, studioso, docente, lavora all'Universita' di Udine; e'
tra i promotori di un programma di cultura di pace all'interno delle
universita' e delle scuole della macroregione Alpe Adria, comprendente il
Friuli-Venezia Giulia, la Carinzia e la Slovenia; e' altresi' impegnato
nell'Associazione Biblioteca Austriaca di Udine, che ha tra l'altro
realizzato una mostra fotografica itinerante sulla Resistenza, gia' esposta
in vari luoghi, tra cui la Risiera di S. Sabba di Trieste, e che e a fine
2005 andra' nella Gedenkstaette des Deutschen Widerstands di Berlino, ed e'
visitabile in rete nel sito: www.abaudine.org/virtunascosta/virtu.htm.
Werner Wintersteiner e' nato nel 1951 a Vienna e insegna Didattica del
tedesco all'Universita' di Klagenfurt. Da venti anni si occupa di Educazione
alla Pace. Promotore di molteplici iniziative in questo campo, membro di
comitati internazionali, fondatore dell'Eured (1) e promotore del Centro per
le ricerche sulla pace e l'educazione alla pace, di cui si parla in questa
intervista, ha curato l'edizione di varie riviste e pubblicato circa 150
contributi sull'educazione alla pace. Qui ci limitiamo a citare le sue
monografie: Paedagogik des Anderen. Bausteine fuer eine Friedenspaedagogik
in der Postmoderne. Muenster: Agenda 1999; "Haetten wir das Wort, wir
braeuchten die Waffen nicht". Erziehung fuer eine "Kultur des Friedens".
Innsbruck-Wien-Muenchen: Studien Verlag 2001; Poetik der Verschiedenheit.
Literatur, Bildung, Globalisierung. Klagenfurt: Drava 2005 (in corso di
stampa); Transkulturelle literarische Bildung. Die "Poetik der
Verschiedenheit" in der literaturdidaktischen Praxis. Innsbruck: Studien
Verlag 2005 (in corso di stampa)]

- Francesco Pistolato: Da venti anni ti occupi di educazione alla pace. Come
si e' evoluta questa disciplina in questo arco di tempo, soprattutto nel
mondo di lingua tedesca?
- Werner Wintersteiner: L'educazione alla pace come attivita' pedagogica non
si e' mai sviluppata in modo autonomo, ma sempre in correlazione con momenti
difficili e con l'attivarsi dei movimenti per la pace. All'inizio del
Novecento il movimento pacifista, e nel suo ambito in particolare Bertha von
Suttner, ha tra le varie cose anche gettato le basi per l'educazione alla
pace, la quale si e' poi sviluppata successivamente dopo la prima guerra
mondiale, ad esempio con Maria Montessori. Venti anni fa e' successa la
stessa cosa: l'impulso e' arrivato dal movimento per la pace degli anni
Ottanta. L'educazione alla pace nel secondo dopoguerra puo' essere
suddivisa, soprattutto per quanto riguarda l'Austria e la Germania, dapprima
in una fase che inizialmente veniva chiamata "educazione internazionale",
laddove questo tipo di educazione era compito dei governi. Negli ultimi
trent'anni quello che e' cambiato e' stato il modello di riferimento; in
altri termini si e' cominciato a pensare che la pace fosse una cosa troppo
importante perche' la si potesse lasciare nelle mani dei politici. Una parte
del movimento per la pace era composta da educatori di vario genere, o era
gia' educazione in se', come indicava il titolo di un libro allora famoso:
Lernen in der Friedensbewegung (Imparare all'interno del movimento per la
pace), di Lutz van Dick, tedesco, che poi sarebbe divenuto direttore del
Museo Anna Frank di Amsterdam. In ogni caso gli studi di pace, e all'interno
di questi l'educazione alla pace, sono nati dal movimento, o quantomeno, si
sono sviluppati col sostegno del movimento; per alcuni, studi e movimento
sono quasi la stessa cosa. Io non la vedo pero' in questo modo, ritengo
debba esserci un'autonomia delle ricerche sulla pace dal movimento per la
pace, e anche un ruolo autonomo dell'educazione alla pace, la quale rischia
sempre di trovarsi in mezzo, tra movimento e ricerca, e di non venir presa
troppo sul serio, avendo essa da una parte a che fare "solo" con bambini e
ragazzi, e dall'altra di essere considerata "troppo politica", e non
sufficientemente scientifica. L'educazione alla pace non puo' uscire da
questa morsa limitandosi a respingere queste critiche; essa deve trovare un
proprio ruolo, e di questo si e' discusso e si continua a discutere.
*
- Francesco Pistolato: Tutto questo e' nato negli anni Ottanta?
- Werner Wintersteiner: No, anche prima, con la creazione delle scuole
partner dell'Unesco, e dopo, con il movimento post '68 che ha visto lo
sviluppo di una ricerca "critica" (politica) per la pace, e anche di una
"educazione critica" per la pace (vedi: Kritische Friedenserziehung, famoso
testo del pedagogo berlinese Christoph Wulf). E' vero tuttavia che molte
cose sono nate negli anni Ottanta. Quel periodo fu davvero particolare: il
ministero austriaco costitui' addirittura un gruppo di lavoro sulla pace,
composto di insegnanti esonerati dalle lezioni, con l'incarico di preparare
dei materiali ad hoc. Una parte di questi insegnanti si e' poi specializzata
nell'educazione alla pace; d'altro canto pero' il numero dei docenti
impegnati su questo fronte si e' ridotto, e altrettanto l'interesse generale
della societa'. A quella fase risale la costituzione del Peace Center Burg
Schlaining (2) ed e' interessante il fatto che il centro sia stato
denominato "Istituto per le ricerche sulla pace e l'educazione alla pace", e
poi il termine "Educazione alla pace" sia sparito, come anche dalla
denominazione di altre istituzioni. Al di la' di questo, pero', sono
successe molte cose positive: sono state istituite e sviluppate l'educazione
interculturale, l'educazione ambientale, e piu' recentemente la cosiddetta
"educazione globale". Tutti questi per me sono ambiti dell'educazione alla
pace, o quanto meno ambiti trasversali ad essa.
*
- Francesco Pistolato: Tu hai fondato diverse istituzioni. Puoi parlarci
brevemente delle ultime due, l'Eured e il Centro per le ricerche sulla pace
e l'educazione alla pace (Zentrum Friedensforschung und Friedenspaedagogik)
dell'Universita' di Klagenfurt?
- Werner Wintersteiner: L'Eured e' sorto per la necessita' di incentivare
l'educazione alla pace non solo a livello dell'Austria, ma anche europeo,
considerato che l'Europa si autodefinisce "potenza di pace", ma fa piuttosto
poco per promuovere la cultura di pace e l'educazione alla pace, a parte le
notevoli iniziative del Consiglio d'Europa, che pero' diventano sempre meno,
e sono sempre meno finanziate. Ma il Consiglio d'Europa e' cosa diversa
dall'Unione Europea, che in questo ambito fa davvero troppo poco. Siamo
partiti quindi con un progetto di ricerca su quello che nel campo
dell'educazione alla pace c'era gia' in Europa. Abbiamo cosi' potuto
pubblicare Peace Education in Europe (3), e al contempo ideato un corso a
livello europeo, suddiviso in cinque seminari a distanza di sei mesi l'uno
dall'altro, ritenendo che solo mettendo insieme le diverse esperienze
sociali, politiche e culturali europee potesse sorgere un nuovo contesto.
L'Unione Europea pero' non prevede, tra i suoi programmi, la possibilita' di
finanziare un corso cosi' strutturato. Ci siamo allora guardati intorno, e
alla fine l'Unesco ci ha dato la sua benedizione, per il tramite della sua
Commissione austriaca. Finanziamenti pero' non ce ne sono stati dati (solo
in alcuni paesi, come in Austria, l'Unesco paga i corsisti) a parte qualche
borsa di studio per i partecipanti dell'Europa dell'est, e prevalentemente
solo per il primo dei cinque seminari previsti. Per gli altri iscritti il
corso e' a loro spese. Naturalmente questo ha fatto si' che molti venissero
automaticamente esclusi, ma non c'era altra via per fare in modo che il
corso partisse. L'Universita' di Klagenfurt ha poi deciso di riconoscere
questo corso come proprio, anche se ha luogo in cinque sedi europee diverse
da Klagenfurt. Questo ha contribuito a far si' che nascesse all'interno
dell'universita' un centro di coordinamento degli studi di pace, che con il
tempo speriamo possa diventare una delle specifiche dell'ateneo. Siamo solo
all'inizio, ma quanto meno c'e' una persona all'interno dell'universita' che
adesso ufficialmente si occupa di questo. Il progetto prevede
sostanzialmente tre cose: 1) che si organizzino programmi di ricerca sulla
pace all'interno dell'ateneo; 2) che ci si metta in rete con altre
universita' per progetti comuni di ricerca e corsi sulla pace; 3) che si
curi la formazione degli insegnanti in materia di educazione alla pace. Le
prime reazioni sono molto positive. L'anno scorso all'interno della
formazione degli insegnanti abbiamo tenuto un progetto di studi
interdisciplinari sulla pace, che ha funzionato molto bene, e sul quale
pubblicheremo un libro, che parlera' anche del ruolo dell'universita' sia
nella formazione degli insegnanti, che nell'educazione alla pace.
*
- Francesco Pistolato: Che differenza vedi negli studi di pace tra il mondo
di lingua tedesca e l'Italia?
- Werner Wintersteiner: Non sono in grado di dire molto. Sono in contatto
con educatori e movimenti di pace da circa venti anni, ma meno in contatto
con ricercatori della pace. Ho notato che all'inizio i sindacati si sono
impegnati molto per l'educazione alla pace, molto piu' che in Austria. Per
esempio, la Cgil friulana ha dedicato anni fa un numero speciale della
propria rivista all'educazione alla pace. La seconda cosa che mi ha colpito,
ma puo' essere un fatto molto soggettivo, e' l'attenzione sull'individuo
come soggetto autonomo. Mi riferisco qui all'approccio del Centro
psicopedagogico di Piacenza (4). In ambito di lingua tedesca, per esempio,
l'educazione alla pace e' parte dell'educazione politica. In Italia mi
sembra che la pace sia concepita piuttosto come una questione di
trasformazione dell'individuo. Credo che il giusto sia nel mezzo. Certo con
un ragazzo che non ha interesse per la politica l'approccio migliore e'
individuale, ma l'aspetto politico e' comunque importante, perche' il
problema non e' solo a livello personale, ma riguarda anche cio' che Galtung
chiama "violenza strutturale", cioe' violenza del sistema politico, o anche
cio' che che Krippendorf ravvisa nella politica estera, cioe' uno stato di
anarchia, la legge della giungla. Il mio concetto di educazione alla pace
tende a fondere l'aspetto psico-sociale dell'educazione, con quello
dell'educazione politica.
*
- Francesco Pistolato: Cosa si puo' fare, affinche' questi due mondi
dell'educazione alla pace, l'italiano e quello di lingua tedesca, possano
avvicinarsi reciprocamente e conoscersi meglio?
- Werner Wintersteiner: Un problema e' naturalmente la lingua. Sia l'Italia
che la Germania sono sufficientemente grandi per sentirsi autorizzati a
pubblicare nella propria lingua, mentre ad esempio in Scandinavia pubblicano
tutti direttamente in inglese, e cosi' i loro testi - non solo quelli sulla
pace - circolano a livello internazionale. Credo che il mondo italiano e
quello di lingua tedesca siano destinati a conoscersi attraverso una terza
lingua, naturalmente l'inglese, anche se l'idea in se' non mi appassiona
particolarmente. Nell'ambito dell'Alpe Adria e del Sud-Tirolo, dove i due
popoli storicamente si sono sempre incontrati, e' di solito possibile
comunicare con le nostre lingue, l'italiano e il tedesco. Confido nella
nostra iniziativa a livello universitario (5). In passato ho poi invitato
piu' volte in Austria esperti italiani, per esempio Roberto Mazzini, con il
suo Teatro dell'Oppresso. Il teatro funziona anche con una conoscenza della
lingua scarsa, con i gesti, con il linguaggio del corpo. Anche questa e' una
possibilita', invitarsi reciprocamente e cooperare nell'ambito scientifico.
Infine mi farebbe piacere se anche gli italiani facessero la conoscenza del
nuovo "Journal for Peace Education" (6), dove potrebbero anche fornire loro
contributi e recensire loro libri.
*
Note
1. www.aspr.ac.at/eured.htm
2. www.aspr.ac.at/
3. Dati e indice in: www.aspr.ac.at/eured/PeaceEdinEurope.pdf
4. www.cppp.it/
5. Alcune informazioni in: www.abaudine.org/ - Cultura ed estetica della
pace. Segnaliamo anche il convegno "Per un'idea di pace" che avra' luogo a
Udine dal 13 al 16 aprile 2005.
6. www.tandf.co.uk/journals/offer/pec_info.asp

2. LIBRI. ROCCO ALTIERI: PRESENTAZIONE DI "SATYAGRAHA IN SUDAFRICA" DI
MOHANDAS K. GANDHI
[Ringraziamo di cuore Rocco Altieri (per contatti:
roccoaltieri at interfree.it) per averci messo a disposizione come
anticipazione la sua presentazione alla prima edizione italiana, di
imminente publicazione, del primo libro di Gandhi, Satyagraha in Sudafrica,
edito dal Centro Gandhi di Pisa in collaborazione con la benemerita Lef, la
Libreria Editrice Fiorentina di milaniana memoria. Il libro puo' essere fin
d'ora prenotato presso il Centro Gandhi di Pisa versando 16 euro sul conto
corrente postale  ccp 19254531, intestato a Centro Gandhi, via S. Cecilia
30, 56127 Pisa.
Rocco Altieri e' nato a Monteleone di Puglia, studi di sociologia, lettere
moderne e scienze religiose presso l'Universita' di Napoli, promotore degli
studi sulla pace e la trasformazione nonviolenta dei conflitti  presso
l'Universita' di Pisa, docente di Teoria e prassi della nonviolenza
all'Universita' di Pisa, dirige la rivista "Quaderni satyagraha". Tra le
opere di Rocco Altieri segnaliamo particolarmente La rivoluzione
nonviolenta. Per una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca
Franco Serantini, Pisa 1998.
Mohandas K. Gandhi e' stato della nonviolenza il piu' grande e profondo
pensatore e operatore, cercatore e scopritore; e il fondatore della
nonviolenza come proposta d'intervento politico e sociale e principio
d'organizzazione sociale e politica, come progetto di liberazione e di
convivenza. Nato a Portbandar in India nel 1869, studi legali a Londra,
avvocato, nel 1893 in Sud Africa, qui divenne il leader della lotta contro
la discriminazione degli immigrati indiani ed elaboro' le tecniche della
nonviolenza. Nel 1915 torno' in India e divenne uno dei leader del Partito
del Congresso che si batteva per la liberazione dal colonialismo britannico.
Guido' grandi lotte politiche e sociali affinando sempre piu' la
teoria-prassi nonviolenta e sviluppando precise proposte di organizzazione
economica e sociale in direzione solidale ed egualitaria. Fu assassinato il
30 gennaio del 1948. Sono tanti i meriti ed e' tale la grandezza di
quest'uomo che una volta di piu' occorre ricordare che non va  mitizzato, e
che quindi non vanno occultati limiti, contraddizioni, ed alcuni aspetti
discutibili - che pure vi sono - della sua figura, della sua riflessione,
della sua opera. Opere di Gandhi:  essendo Gandhi un organizzatore, un
giornalista, un politico, un avvocato, un uomo d'azione, oltre che una
natura profondamente religiosa, i suoi scritti devono sempre essere
contestualizzati per non fraintenderli; Gandhi considerava la sua
riflessione in continuo sviluppo, e alla sua autobiografia diede
significativamente il titolo Storia dei miei esperimenti con la verita'. In
italiano l'antologia migliore e' Teoria e pratica della nonviolenza,
Einaudi; si vedano anche: La forza della verita', vol. I, Sonda; Villaggio e
autonomia, Lef; l'autobiografia tradotta col titolo La mia vita per la
liberta', Newton Compton; La resistenza nonviolenta, Newton Compton;
Civilta' occidentale e rinascita dell'India, Movimento Nonviolento; La cura
della natura, Lef. Altri volumi sono stati pubblicati da Comunita': la nota
e discutibile raccolta di frammenti Antiche come le montagne; da Sellerio:
Tempio di verita'; da Newton Compton: e tra essi segnaliamo particolarmente
Il mio credo, il mio pensiero, e La voce della verita'. Altri volumi ancora
sono stati pubblicati dagli stessi e da altri editori. I materiali della
drammatica polemica tra Gandhi, Martin Buber e Judah L. Magnes sono stati
pubblicati sotto il titolo complessivo Devono gli ebrei farsi massacrare?,
in "Micromega" n. 2 del 1991 (e per un acuto commento si veda il saggio in
proposito nel libro di Giuliano Pontara, Guerre, disobbedienza civile,
nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1996). Opere su Gandhi: tra le
biografie cfr. B. R. Nanda, Gandhi il mahatma, Mondadori; il recente
accurato lavoro di Judith M. Brown, Gandhi, Il Mulino; il recentissimo libro
di Yogesh Chadha, Gandhi, Mondadori. Tra gli studi cfr. Johan Galtung,
Gandhi oggi, Edizioni Gruppo Abele; Icilio Vecchiotti, Che cosa ha veramente
detto Gandhi, Ubaldini; ed i volumi di Gianni Sofri: Gandhi e Tolstoj, Il
Mulino (in collaborazione con Pier Cesare Bori); Gandhi in Italia, Il
Mulino; Gandhi e l'India, Giunti. Cfr. inoltre: Dennis Dalton, Gandhi, il
Mahatma. Il potere della nonviolenza, Ecig. Una importante testimonianza e'
quella di Vinoba, Gandhi, la via del maestro, Paoline. Per la bibliografia
cfr. anche Gabriele Rossi (a cura di), Mahatma Gandhi; materiali esistenti
nelle biblioteche di Bologna, Comune di Bologna. Altri libri particolarmente
utili disponibili in italiano sono quelli di Lanza del Vasto, William L.
Shirer, Ignatius Jesudasan, George Woodcock, Giorgio Borsa, Enrica Collotti
Pischel, Louis Fischer. Un'agile introduzione e' quella di Ernesto Balducci,
Gandhi, Edizioni cultura della pace. Una interessante sintesi e' quella di
Giulio Girardi, Riscoprire Gandhi, Anterem]

"La vostra lotta nel Transvaal, che pur sembra essere cosi' lontana dal
centro della nostra civilta', in realta' e' un fatto fondamentale di
straordinaria importanza in quanto ci fornisce l'esperimento piu'
significativo [di nonviolenza] che il mondo da tempo aspettava e nel quale
possono ora impegnarsi non solo i cristiani, ma tutti i popoli della terra".
(dalla lettera di Tolstoj a Gandhi del 7 settembre 1910) (1)

Satyagraha in Sudafrica, qui tradotto  per la prima volta in italiano col
titolo di Una guerra senza violenza, si puo' considerare in assoluto lo
scritto piu' importante di Gandhi per comprendere i principi e le strategie
della lotta nonviolenta (2).
Gandhi lo scrisse in gujarati, a partire dal 26 novembre 1923, quando era
rinchiuso nella prigione centrale di Yeravda (3). Al momento del suo
rilascio, il 5 febbraio 1924 (4), aveva completato trenta capitoli e
redasse, quindi, fuori dal carcere i restanti venti capitoli.
Dapprima apparve come racconto a puntate sul settimanale "Navajivan" (5),
dal 13 aprile 1924 fino al 22 novembre 1925, con il titolo Dakshina Africana
Satyagrahano Itihas. I vari capitoli furono, poi, raccolti in libro, che fu
pubblicato in due parti successive, nel 1924 e nel 1925, con una dedica del
Mahatma al suo affezionato e fedele nipote Maganlal K. Gandhi (6).
In seguito, a cura di Valji G. Desai, fu realizzata la traduzione in inglese
che, letta ed approvata dallo stesso Gandhi, fu pubblicata dall'editore S.
Ganesan, a Madras, nel 1928. Poiche' i fatti narrati erano stati evocati da
Gandhi a distanza di molti anni dal loro accadimento, facendo ricorso
esclusivamente ai propri ricordi, il traduttore studio' diligentemente gli
archivi di "Indian Opinion" e, ovunque riscontrasse delle difformita', non
esito' ad apportare le opportune correzioni. Comunque, con grande
soddisfazione di Gandhi (7), in nessuno degli aspetti piu' rilevanti ed
essenziali della storia si rivelarono errori o vuoti di memoria.
Una seconda edizione, riveduta e corretta, della traduzione inglese fu
pubblicata dalla Navajivan Publishing House, ad Ahmedabad, nel Dicembre
1950. Il traduttore riconobbe qui di aver ricevuto per la revisione utili
suggerimenti da parte di Verrier Elwin, C. F. Andrews, Kaka Kalelkar e
Abhechand G. Desai. La casa editrice curo', infine, una terza ristampa
nell'agosto 1961. Su questo definitivo testo in inglese e' stata condotta la
presente traduzione italiana, realizzata con perizia e profonda empatia da
Maria Serena Marchesi, ricercatrice di anglistica presso l'Universita' di
Pisa, nonche' attiva redattrice dei "Quaderni Satyagraha".
Una guerra senza violenza, il titolo scelto per l'edizione italiana, e' un
evidente ossimoro che riecheggia il titolo inglese di uno dei primi studi
scientifici sul metodo nonviolento: War without Violence di  Krishnalal
Shridharani (8), l'opera che per prima, diversamente dalla vulgata corrente,
non  enfatizzo' tanto le qualita' spirituali del Mahatma, un uomo certamente
venerato in tutto il mondo per la sua santita', ma presento' un Gandhi
inedito, condottiero e stratega di una vera e propria "guerra", che era
stata portata avanti, pero', mobilitando un esercito senza armi, con un
metodo di lotta che puo' far vincere liberta' e giustizia senza commettere
violenza, ne' perpetrare l'omicidio.
*
All'appassionante epopea che viene qui narrata, a questa inconsueta "guerra
senza violenza",  Gandhi attribui' il nome di satyagraha, un termine scelto
per significare la volonta' di non essere pavidi e passivi di fronte
all'ingiustizia, facendo appello, nella lotta, all'arma piu' efficace ed
invincibile che gli uomini abbiano mai sperimentata: la forza della verita',
altrimenti detta forza dell'anima, forza dell'amore o, ancora, forza della
nonviolenza.
L'11 settembre 1906, l'assemblea che si tenne all'Empire Theatre di
Johannesburg segno' la nascita della nonviolenza moderna. Si avvicina la
celebrazione di un centenario che puo' fare da contraltare costruttivo alle
tragedie di altri piu' recenti 11 settembre (9) e ispirare programmi di
riconciliazione, piuttosto che di guerre infinite.
Quella campagna di disobbedienza civile lanciata nel lontano 1906, come
leggiamo nel libro, inizialmente non fu ideata e proposta da Gandhi, anche
se poi l'accolse e la fece propria. Indipendentemente da chi se ne fece
portavoce nell'affollata assemblea, essa nasceva direttamente dagli
avvenimenti del tempo, al seguito di tutto un fermento di lotte nonviolente
che l'avevano preceduta, come il rifiuto da parte delle tribu' degli Zulu di
pagare le tasse o la protesta dei nuovi immigrati indiani per le difficolta'
insorte nel rilascio delle licenze commerciali. In quel contesto fu attivato
l'hartal, una antichissima pratica indiana di protesta nei confronti di
provvedimenti governativi, consistente in una interruzione totale delle
attivita' (10).
*
Tradizionalmente si pensa a Tolstoj e Thoreau come i massimi ispiratori
della prassi  nonviolenta di Gandhi. Gene Sharp (11) ha opportunamente
notato che lo sviluppo del satyagraha fu stimolato in realta' dagli
accadimenti che scossero il mondo in quegli anni. La storia fu maestra di
politica per Gandhi, ancor piu' delle idee dei pensatori sociali, delle cui
letture pur si nutri' costantemente negli anni della sua formazione
intellettuale. Lotte popolari nonviolente, infatti, si svilupparono nel
biennio 1905-1906 in Cina, in Bengala e in Russia. Gandhi seppe e scrisse di
queste lotte, traendone immediata e profonda ispirazione. In Cina, per
primo, fu promosso il boicottaggio delle merci americane per contrastare la
legislazione anti-cinese emanata dal governo degli Stati Uniti. In India, il
7 agosto 1905 i leader del Bengala (12), riuniti in una pubblica assemblea a
Calcutta, proclamarono un boicottaggio generale delle merci inglesi
sull'esempio del vittorioso boicottaggio dei prodotti americani da parte dei
cinesi, in risposta al progetto di Lord Curtzon (13) per la  spartizione del
Bengala e la creazione di una provincia musulmana orientale (14). Infine, lo
scoppio della  rivoluzione russa del 1905 apparve a Gandhi come il preludio
di una possibile rivoluzione nonviolenta mondiale. A differenza di quanto
era accaduto nel passato, quando i russi avevano tentato di scrollarsi di
dosso il potere dispotico attraverso il terrorismo e l'assassinio dello zar,
senza che cio' avesse loro assicurato maggiore liberta' e giustizia, ora
invece i lavoratori russi avevano attivato manifestazioni di protesta di
massa e si erano dichiarati in sciopero, finche' non fossero stati
riconosciuti i loro diritti. Se qualcuno ha detto che il potere risiede
sulla punta delle baionette, Gandhi affermo', come dimostrava la rivoluzione
russa, che "lo zar non puo' con la punta delle baionette costringere gli
scioperanti a tornare al lavoro. [...] Anche il piu' potente non puo'
governare senza la cooperazione dei governati. Se il popolo russo avra'
successo, la rivoluzione in Russia sara' considerata come la piu' grande
vittoria, il piu' importante avvenimento del secolo" (15).
Nell'elaborazione del satyagraha e', comunque, evidente l'influenza della
tradizione sociale e politica della cultura anglosassone. La disobbedienza
civile, il non pagare le tasse in nome dello slogan: "niente tassazione,
senza rappresentanza", il boicottaggio delle merci come forma di non
collaborazione, erano tutte pratiche ispirate all'azione delle colonie
americane nei confronti della madrepatria durante la lotta per
l'indipendenza (1765-1775) (16). Boicottaggio e', inoltre, il nome dato alla
lotta dei contadini irlandesi che nel 1880, in reazione all'atteggiamento
vessatorio del capitano Charles Cunningham Boycott, per sei anni sostennero
una campagna di scioperi, di rifiuto di pagare le tasse e le affittanze, nel
quadro di una lotta per l'indipendenza dell'Irlanda.
Il nazionalismo di Gandhi si caratterizzo' per una sua forte valenza
sociale, in cio' ispirato da quello di Mazzini, di cui volle ricordare nel
1905 il centenario della nascita (17). Non si trattava di sostituire i
dominatori stranieri con dominatori indigeni, ma di promuovere l'autogoverno
del popolo e la riforma sociale. Il satyagraha, percio', si proponeva come
una forza radicale e rivoluzionaria, che non aveva nulla a che vedere con il
blando riformismo, perche' si proponeva di favorire la rivoluzione sociale e
la democrazia dal basso.
*
A ben vedere il satyagraha ripristinava la possibilita' della lotta e della
rivoluzione sociale, che  Engels (18) aveva ritenuto defunte in seguito agli
esiti tragici della sconfitta della Comune di Parigi. Appariva evidente
come, di fronte alle armi di repressione delle lotte di massa che perseguono
il massacro delle popolazioni civili, l'unica possibilita' di condurre una
campagna di lotta all'ingiustizia e' il ricorso alla nonviolenza. I
conflitti sociali non sono sempre risolvibili con la sola opera di
mediazione e di arbitrato, o con appelli alla buona volonta' e inviti alla
pace sociale.  Essi comportano sempre un confronto di rapporti di forza e
necessitano del ricorso all'"azione diretta" (che puo' essere violenta o
nonviolenta), determinando spesso fatti illegali, che diventano inevitabili
per coloro che lottano per raggiungere la giustizia sociale. Percio' Gandhi,
piu' di ogni altra cosa, condanno' l'immobilismo e l'impotenza del pacifismo
dei buoni propositi e dichiaro' senza esitazione di preferire la violenza
all'inazione. Ha scritto, infatti, Gandhi: "Mai e' stato ottenuto qualcosa
su questa terra senza azione diretta. Io rigettai l'espressione 'resistenza
passiva' a causa della sua insufficienza e del suo essere interpretata come
un'arma del debole. Fu l'azione diretta in Sudafrica, continuamente
manifestata con efficacia, che spinse il generale Smuts alla ragionevolezza"
(19). E parlando della Russia e dell'India nel novembre 1905, Gandhi
annoto': "Anche il piu' potente tiranno non puo' governare senza la
cooperazione dei governati. [...] L'oppressione dell'India e' possibile solo
perche' c'e' gente che obbedisce e collabora" (20).
Su queste verita', gia' proclamate nel XVI secolo da Etienne de la Boetie
(21), si fonda l'analisi nonviolenta delle strutture di dominio, che
riconosce come non  possa durare a lungo un governo senza consenso. Gandhi,
da parte sua, non ha inventato nulla, come lui stesso teneva sempre a
ripetere, ma dagli avvenimenti e dall'analisi delle dinamiche del potere e'
stato capace di ricavare una conoscenza ineguagliata dei meccanismi di
cambiamento sociale e di utilizzare questo sapere per attivare una
mobilitazione di massa per una "guerra" rivoluzionaria nonviolenta.
In realta', il lettore potra' trovare in Satyagraha in Sudafrica, scritto a
circa venti anni dall'inizio dei fatti, l'elaborazione dei principi
fondamentali di una strategia per una guerra senza violenza, secondo uno
sforzo di riflessione teorica che fa apparire il libro, a tutti gli effetti,
come il prosieguo dell'opera di Clausewitz (22), in chiave nonviolenta.
*
Dietro un racconto avvincente, a tratti romanzato con forti accenti
autobiografici, si cela, infatti, un vero e proprio trattato di "grande
strategia", dove vengono teorizzati e verificati i principi di ogni azione,
i rapporti tra mezzi e fini, tra  scelte tattiche e strategie generali,
valutando costi e benefici di ogni azione in funzione dell'obiettivo della
campagna, ribadendo sempre la necessita' di tener fede agli obiettivi
prefissati, sviluppando l'analisi della propria forza e di quella
dell'avversario, esaminando la propria capacita' di far leva sulla
mobilitazione di massa in funzione della lotta sul campo, in un alternarsi
sapiente delle varie fasi della "battaglia": il momento della difesa, della
ritirata e dell'attacco (sia pure nonviolento), esplicitando in ogni
occasione quali sono le "armi" a disposizione dell'esercito dei satyagrahi e
in cosa consista la loro forza vincente.
Come ha osservato per primo M. Q. Sibley (23), la prassi gandhiana del
satyagraha realizzo' in pieno quelli che sono i principi essenziali della
strategia militare disegnata da Clausewitz e  cosi' riassumibili: massima
informazione, costante mobilita', mantenere sempre l'iniziativa, economia
delle forze e importanza di concentrare le forze in un punto decisivo,
individuazione di questo punto, superiorita' del fattore morale rispetto
alle semplici risorse materiali, appropriata relazione tra attacco e difesa,
tenacia e pervadente volonta' di vittoria finale.
Come in guerra, la campagna del satyagraha ha bisogno di combattenti
addestrati, dotati di grande spirito di dedizione alla comunita' e, quindi,
capaci di sacrificio, resistenza, organizzazione e  disciplina, qualita'
senza le quali non si puo' vincere. Gandhi fu in grado di costruire, per la
prima volta in Sudafrica, un vero e proprio esercito nonviolento,
trasformando i miserabili immigrati indiani, straccioni senza speranza,
contadini e minatori ridotti a una condizione di semi-schiavitu', non
escludendo dall'arruolare le donne e i ragazzi, in valorosi "soldati", in
autentici satyagrahi che non ebbero paura di finire in prigione, ai lavori
forzati o di morire per la dignita' e il riscatto della comunita' indiana.
William James aveva proposto un "equivalente morale della guerra" (24).
Gandhi sviluppo' concretamente cio' che James aveva solo intuito, evocando
nella pratica del satyagraha quella drammatizzazione emozionale della
mobilitazione sociale con una sua simbologia e ritualita' che alimentarono
l'immaginazione popolare, parlarono ai cuori e ai sentimenti dei lavoratori,
costruendo quello spirito guerriero dell'esercito che si prepara alla
battaglia.
Gandhi nel suo racconto esalta in continuazione le qualita' guerriere dei
satyagrahi: il coraggio, lo spirito di sacrificio, la dedizione, la
disciplina.
*
In tanti momenti il lettore assiste a una progressione dell'azione che ha un
carattere analogo all'"appello alle armi", oppure ad accadimenti o
"incidenti"  che somigliano a vere e proprie provocazioni e "aggressioni".
Tutta la fase finale dell'epopea somiglia a un'offensiva finale che porta
alla vittoria. Questa dinamica di assalto spiega perche' Gandhi non
apprezzasse il termine, fino ad allora usato, di resistenza passiva. Il
termine resistenza, infatti, creava sempre l'impressione di  una reazione,
mai di un'azione. La nonviolenza, in realta', ha bisogno di una sua
aggressivita', molto, molto attiva, che deve essere esercitata come forza di
pressione e persino di coercizione, seppure morale, in un modo estremamente
creativo e imprevedibile, mostrando quell'elemento di sorpresa che
costituisce, secondo  Clausewitz, il fattore decisivo per la vittoria.
Nel tenere sempre alta l'iniziativa morale, incalzando continuamente
l'avversario, la nonviolenza non mira all'umiliazione o alla distruzione del
coraggio dell'avversario, ma  semplicemente a trasformare il suo paradigma
etico, costruendo nuove modalita' di comprensione, di dialogo, di comune
sentire.
Per questo scopo, sceglie di concentrare la sua forza in un punto decisivo:
il cuore dell'avversario e' il punto di fusione, la sofferenza il fattore di
conversione e di empatia. Non certo la sofferenza procurata all'avversario,
ma l'auto-sofferenza diviene generatrice di potere, creatrice di forza umana
e sociale che rigenera la moralita' dell'avversario, la sua percezione etica
e psicologica del conflitto.
*
Nel racconto vediamo con chiarezza come per Gandhi fosse importante
dialogare con l'avversario, cercare di farsi capire, trovando quei punti di
contatto comuni. Percio', volle dimostrarsi costantemente un leale suddito
dell'impero, dichiarandosi pronto a condividerne i valori culturali e umani
positivi presenti in quella civilta', nonostante tutto. Per questo esalto' i
protagonisti e i momenti della storia morale inglese che costituivano, a suo
parere,  esempi luminosi  di spirito di sacrificio e di progresso civile.
Nell'ottobre del 1906, circa un mese dopo la storica manifestazione che
lancio' la campagna di disobbedienza civile, Gandhi scrisse su "Indian
Opinion" due articoli (25) in cui riconobbe l'influenza di tre inglesi che
nella storia erano stati protagonisti di azioni coraggiose di disobbedienza,
riconoscendo che la loro azione aveva contribuito alla nascita delle
liberta' moderne. Questi erano: Wat Tyler, John Hampden e John Bunyan (26).
Gandhi ne addito' agli indiani l'esempio, perche' la forza della verita' si
afferma solo attraverso il fuoco del sacrificio, introducendo nel conflitto
l'elemento nuovo della propria sofferenza.
*
Si puo' affermare che il satyagraha appaia, in questa prospettiva, piu'
vicino alla filosofia dell'interventismo che a quella del neutralismo,
dell'attendismo o del "pacifismo imbelle". Il fallimento del pacifismo e
dell'internazionalismo di arrivare alla pace attraverso il negoziato,
l'arbitrato e l'appello a un governo mondiale della Societa' delle Nazioni
porto' al disastro della seconda guerra mondiale. Come ha ben sottolineato
Shridharani: "L'insufficienza del pacifismo e le illusioni
dell'internazionalismo erano un diretto risultato di una inadeguata
incomprensione della natura del cambiamento sociale. I pacifisti fallirono,
perche' considerarono la pace come un fine in se stesso" (27).
Walter Lippmann (28), richiamandosi al saggio di James, scrisse gia' nel
lontano 1928 che non era sufficiente proporre un "equivalente morale" delle
virtu' militari, ma era necessario attivare dei meccanismi politici diversi
dalla guerra nella gestione dei conflitti, realizzando a questo scopo una
istituzione permanente di corpi civili di pace.
L'arruolamento nel corpo delle ambulanze, promosso da Gandhi durante la
guerra boera, e' stato letto da alcuni (29) come una giustificazione della
guerra e un'adesione ad essa in quanto, in certe circostanze, diviene lo
strumento necessario di risoluzione delle controversie fra nazioni, mentre
il satyagraha sarebbe un metodo di lotta riservato ai conflitti interni agli
Stati.
A parte tutte le affermazioni fatte da Gandhi di fronte alla tragedie
contemporanee, che gli fecero dire come alla guerra moderna non si possa
partecipare neppure come barelliere, insieme ai molteplici inviti fatti agli
occidentali a resistere ad Hitler con la lotta nonviolenta (30), in realta'
l'attivazione del corpo di ambulanze durante la guerra boera, o il soccorso
medico durante la rivolta degli zulu, vanno visti come un esercizio di
coraggio degli indiani del Sudafrica, che rivendicavano pari diritti di
cittadinanza, e che quindi non si volevano sottrarre al dovere del servizio.
Ma, bisogna dire di piu', quella prova fu anche l'addestramento alla lotta,
la formazione del carattere dei combattenti indiani, che saranno
successivamente mobilitati in una grande impresa di lotta e disobbedienza
civile, e che si spingera' fino alla vittoriosa marcia finale verso il
Transvaal.
Nel racconto della  costituzione del corpo sanitario indiano durante la
guerra boera, che occupa pagine importanti del libro, possiamo cogliere in
nuce quel programma originale e costruttivo di fondazione di  una
istituzione permanente, di realizzazione  di quell'esercito della pace (lo
shanti sena), con corpi civili di interposizione nonviolenta, che ritornera'
come tema centrale della visione gandhiana per creare alternative politiche
funzionali agli eserciti e alla guerra nell'intervento nonviolento nei
conflitti internazionali (31).
Se l'ammiraglio inglese Stephen King-Hall (32) ha osservato che le armi
nucleari hanno tolto ai militari la possibilita' di pensare la guerra, in
quanto le armi di distruzione di massa hanno messo fuori gioco ogni ipotesi
difensiva, si puo' affermare che il satyagraha riabiliti l'idea del
"combattimento", mettendo in atto la possibilita' di una difesa popolare
nonviolenta. In questa prospettiva, il satyagraha consente di riprendere e
sviluppare quell'idea di "guerra totale", intesa come mobilitazione sociale
di massa mirante a coinvolgere nella lotta tutta la societa', che fu
fondamentale nella difesa della rivoluzione francese (33).
*
Alla vigilia del suo "digiuno fino alla morte" del dicembre 1932, Gandhi
scrisse: "Le persone che si propongono di operare cambiamenti radicali nella
condizione umana e sociale non possono fare a meno di suscitare un
sommovimento nella societa'. Non e' possibile ottenere nulla senza scuotere
la societa'. Ci sono solo due metodi per fare cio', uno violento e l'altro
nonviolento. La pressione violenta agisce sugli esseri fisici e degrada sia
chi la usa, sia la vittima, mentre la pressione nonviolenta esercitata
attraverso l'auto-sofferenza, come il digiuno, agisce in un modo
completamente differente. Non tocca i corpi fisici, ma fortifica la
condizione morale di coloro verso cui e' diretta" (34).
La nonviolenza di per se' non evita sacrifici, durezze, sofferenze, ferite o
anche la morte (35). Uomini e donne nell'intraprendere la via del satyagraha
sono consapevoli di mettere a rischio le loro vite e le loro fortune. Ma
offrendosi al carcere, al sacrificio personale, alla perdita economica:
"their chains will break" (36), le loro catene saranno spezzate.
*
Note
1. "Tolstoj's Letter to Gandhi", in The Collected Works of Mahatma Gandhi
(da ora in poi CWMG),  vol. X, New Delhi, Publication Division, Government
of India, 1966, p. 513. Questa lettera, scritta da Tolstoj poco tempo prima
della morte, avvenuta ad Astapovo il 7 novembre 1910, rappresenta il
testamento spirituale del grande profeta russo in cui riconosce a Gandhi
l'investitura morale di erede nel proseguire a livello planetario l'urgente
magistero della nonviolenza. Cfr. P. C. Bori, G. Sofri, Gandhi e Tolstoj,
Bologna, il Mulino, 1985.
2. In realta' i cento volumi che compongono l'opera omnia di Gandhi
comprendono una gran massa di articoli, lettere, discorsi, opuscoli,
programmi, mentre i veri e propri libri sono solo due, oltre al presente
Satyagraha in Sudafrica, la famosa autobiografia: The Story of my
Experiments with Truth, Ahmedabad, Navajivan Press, 1927, (ed. it. : M. K.
Gandhi , La mia vita per la liberta', Roma, Newton, 1973).
3. Cfr. CWMG, vol. XXIII, p. 186. Gandhi era stato arrestato la notte del 10
marzo 1922, presso l'ashram di Sabarmati, come risposta delle autorita'
inglesi all'annuncio della campagna di disobbedienza civile di massa
lanciata a Bardoli nel  febbraio 1922. Processato dal Tribunale di Ahmedabad
il 18 marzo 1922 fu condannato a sei anni di reclusione. Due giorni dopo la
sentenza, il 20 marzo Gandhi fu trasferito nel carcere di Yeravda.
4. Gandhi fu liberato anticipatamente e senza condizioni in seguito alle
forti pressioni popolari, suscitate dalla notizia del suo precario stato di
salute, che lo aveva portato il 12 gennaio 2004 a un improvviso ricovero in
ospedale per appendicite, dove fu sottoposto a operazione chirurgica.
5. Navajivan, letteralmente "nuova vita", era un settimanale in lingua
gujarati, di cui Gandhi assunse il controllo editoriale nel maggio 1919.
6. Maganlal K. Gandhi era il figlio di un cugino che il Mahatma aveva
portato con se' dall'India al suo ritorno in Sudafrica a meta' del novembre
1902 e che visse nella comunita' di Phoenix, dando prova di grande spirito
di sacrificio e di devozione. Cfr. M. K. Gandhi , La mia vita per la
liberta', op. cit., p. 275.
7. Cfr. M. K. Gandhi, Satyagraha in South Africa. Foreword, in CWMG, vol.
XXIX,  p. 1.
8. K. J. Shridharani, War without Violence. A Study of Gandhi's Method and
Its Accomplishments, New York, Harcout, Brace and Company, 1939,
(originariamente presentato come tesi di laurea in sociologia presso la
Columbia University), ristampato con una nuova introduzione di Gene Sharp,
New York & London, Garland Publishing, 1972. Shridharani (1911-1960) aveva
partecipato alla marcia del sale nel 1930 e alle campagne di disobbedienza
civile  nel biennio 1930-'31. Diplomatosi nel 1934 alla scuola Shanti
Niketan di Tagore, si era recato a studiare negli Stati Uniti presso la New
York University e la Columbia University, dove si laureo' in sociologia.
Shridharani non fu il solo negli anni trenta a studiare l'importanza
dell'approccio nonviolento ai conflitti. Si ricordano: il libro di  R.
Gregg, Power of Nonviolence, uscito negli Usa  nel 1934; in Danimarca uno
studio di due danesi e di un tedesco dal titolo: Kamp Uden Vaaben: Ikke-vold
som Kammiddel mod Krieg og Undertrykkelse (Combattere senza armi: la
nonviolenza come strumento di lotta contro la guerra e l'oppressione),
Copenhagen, Levin & Munksgaard, Ejnar Munksgaard, 1937; in Olanda gli studi
di B. de Ligt, tra cui The Conquest of Violence: An Essay in War and
Revolution, New York, Dutton, 1938. Cfr. anche J. V. Bondurant, Conquest of
Violence,  Princeton, Princeton University Press, 1958, e M. Q. Sibley, The
Quiet Battle, Bombay, Bharatiya Vidya Bhavan, 1965.
9. Un 11 settembre che va ricordato, quindi, non piu' solo per il golpe in
Cile del 1973 o per l'attentato terroristico alle Torri gemelle del 2001.
10. Cfr. M. K. Gandhi, The Duty of Transvaal Indians, "Indian Opinon", 6
ottobre 1906, ora in CWMG, p. 461.
11. G. Sharp, Gandhi as a Political Strategist, Boston, Porter Sargent,
1979, p. 26.
12. Pyarelal, Mahatma Gandhi. The Early Phase, vol. I, Ahmedabad, Navajivan
Publishing House, p. 152.
13. Lord Curtzon era il segretario di Stato per l'India.
14. Inizialmente pensato come strumento di pressione politica contro i
progetti di spartizione, il boicottaggio divenne subito un modo per
affermare lo Swadeshi, la volonta' di rilanciare l'economia domestica
indiana.
15. M. K. Gandhi, Russia end India,  in  "Indian Opinion", 11 novembre 1905,
ora in CWMG, vol. V, p. 132.
La rivoluzione russa del 1905 e' stata interpretata dalla storiografia
marxista in maniera riduttiva secondo il giudizio di Lenin che la
considerava solo come "la prova generale" della rivoluzione del 1917,
sostanzialmente una rivoluzione immatura, fallita "perche' le masse non
erano state abbastanza intensamente illuminate sulla necessita' di abbattere
lo zarismo con la forza", cit. in V. Gitermann, Storia della Russia, vol.
II, Firenze, La Nuova Italia, 1963, p. 531. In realta', essa manifesto' una
forte spinta popolare nonviolenta, che offri' a Gandhi molti spunti di
riflessione. La sollevazione ebbe inizio la mattina di domenica 9 gennaio
1905, in una Pietroburgo innevata, allorche' centocinquantamila lavoratori
insieme alle loro famiglie, dopo essersi riuniti a pregare nelle chiese, si
diressero verso il Palazzo d'Inverno, guidati da padre Gapon, un pope della
Chiesa ortodossa, per presentare allo zar una supplica che implorava riforme
per determinare migliori condizioni di vita. Nonostante lo svolgimento
pacifico della manifestazione, i soldati spararono sulla folla provocando un
bagno di sangue. Seguirono scioperi e agitazioni da parte di studenti e
operai. Il sentimento di rivolta si propago', presto, nelle campagne, dove i
contadini cominciarono a praticare scioperi dell'affittanza, occupando le
terre e promovendo delle vere e proprie repubbliche autonome, che gestivano
cooperative di consumo, sale di lettura, scuole popolari. La piu' famosa di
queste fu la repubblica di Markovo, fondata da Sergej Semenov, uno scrittore
contadino tolstojano, cfr. O. Figes, La tragedia di un popolo, Milano,
Corbaccio, 1996, p. 236. Intanto, interi reparti  militari della fanteria e
della cavalleria cosacca si rifiutavano di reprimere la rivolta. Anche la
marina fu contagiata: celebre fu l'episodio della corazzata Potemkin.
16. Cfr. W. Conser, R. M. McCarthy, D. J. Toscano, G. Sharp, Resistance,
Politics, and the American Struggle for Independence, 1765-1775, Boulder,
Lynne Rienner, 1986.
17. M. K. Gandhi, Joseph Mazzini. A Remarkable Career, in "Indian Opinion",
22 luglio 1905, ora in CWMG, vol. V, pp. 27-28.
18. Cfr. F. Engels, Introduzione alla prima ristampa, in K. Marx, Le lotte
di classe in Francia, Roma, Editori Riuniti, 1973, pp. 39-85.
19. M. K. Gandhi, Neither a Saint Nor a Politician, "Young India", 12 maggio
1920, ora in CWMG, vol. XVII, p.407.
20. M. K. Gandhi, Russia end India, in "Indian Opinion", 11 novembre1905,
ora in CWMG, vol. V, p. 132.
21. E. De La Boetie, La servitu' volontaria, Napoli, Procaccini, 1994.
22. K. von Clausewitz, Della guerra, Milano, Mondadori, 1970.
23. M. Q. Sibley, The Quiet Battle, op. cit., pp. 74-75.
24. W. James, "The Moral Equivalent of War", in Memories and Studies, New
York, Longmans, 1911.
25. Il primo articolo e': The Duty of Transvaal Indians, in "Indian
Opinion", 6 ottobre 1906, ora in CWMG, pp. 461-463. Il secondo: Tyler,
Hampden and Bunyan, in "Indian Opinion", 20 ottobre 1906, ora in CWMG, pp.
476-477.
26. Tyler aveva  capeggiato nel 1381 la rivolta dei contadini inglesi
dell'Essex e del Kent, contro le nuove imposte volute dal re Riccardo II per
finanziare la ripresa della guerra contro la Francia. Tyler fu ucciso a
tradimento da un complotto ordito dal sindaco di Londra, ma la lotta
costrinse comunque il re alla rimozione della pesante tassa. John Hampden
(1594-1643), un aristocratico di grande prestigio, aveva combattuto contro
l'assolutismo monarchico di Carlo I Stuart, rifiutando di pagare le imposte
illegali dello ship-money, che sarebbero servite al re per finanziare le
guerre coloniali. A causa del suo rifiuto fino' in carcere, ma il suo gesto
gli attiro' la simpatia popolare e molti ne seguirono l'esempio. Di fronte
al dilagare della disobbedienza, non potendo arrestare migliaia di persone,
il re fu costretto a fare marcia indietro e  Hampden fu liberato. Ma ormai
il seme della lotta per la liberta' era stato gettato,  aprendo la strada
alla rivoluzione di Cromwell. Infine John Bunyan (1628-1688), un umile
stagnino che divenne in breve un riformatore religioso. Per aver predicato,
nonostante il diniego del vescovo, trascorse dodici anni in carcere, dove
scrisse uno dei testi spirituali piu' belli della letteratura della Riforma:
The Pilgrim's Progress.
27. M. Q. Sibley, The Quiet Battle, op. cit., p. 270.
28. W. Lippmann, The Political Equivalent of War, in "The Atlantic Monthly",
August, 1928, p. 181.
29. Cfr. A. Parel, Gandhi, War, and Peace, in "Gandhi Marg", vol. XXVI, n.1,
New Delhi, Gandhi Peace Foundation, 2004, p. 12.
30. Cfr. M. K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Torino, Einaudi,
1973.
31. Cfr. T. Weber, Gandhi's Peace Army. The Shanti Sena and Unarmed
Peacekeeping, Syracuse, New York, Syracuse University Press, 1996.
32. S. King-Hall, Defense in the Nuclear Age, London, Gollancz, p. 110.
33. Cfr. L. Carnot, Revolution et mathematiques, Paris, L'Herne, 1984.
34. M. K. Gandhi, Statement on Fast to Anti-Untouchability Committee, 4
dicembre 1932, ora in CWMG, vol. LII, p. 114.
35. Ciononostante il livello di feriti e morti e' di gran lunga inferiore a
quello delle rivoluzioni violente.
36. M. K. Gandhi, Tyller, Hampden and Bunyan, in  "Indian Opinion", 20
ottobre1906, ora in CWMG, vol. V, p. 477.

3. MAESTRE. ELEONORA CHITI: MARY WOLLSTONECRAFT
[Dal sito www.antrodellasibilla.it riprendiamo questo profilo estratto da
Maria Antoniettta Pappalardo (a cura di), Ritratti di donne dall'eta' greca
all'eta' contemporanea, Bandecchi e Vivaldi editori, Pontedera 2000.
Eleonora Chiti (Lori), lucchese, vive e lavora a Livorno; e' insegnate di
liceo, si occupa di didattica e aggiornamento, di critica letteraria e di
saggistica, con un interesse specifico per il rapporto tra parola e immagine
e per la scrittura delle donne; e' parte attiva del Centro donne livornesi;
ha esordito come disegnatrice vincendo la prima edizione della biennale "Le
donne ridono" nel 1985, iniziando subito dopo a collaborare a "Leggere
Donna" e a "Il Paese delle Donne", ha collaborato con varie altre riviste,
tra cui "Noi Donne". E' autrice di una opera narrativa e saggistica a
fumetti che la accosta ad altre esperienze di alta cultura e profondo
scandaglio sociologico e morale nella forma del fumetto, come ad esempio
quella di Claire Bretecher. Tra le sue opere: La De Magistris, Luciana
Tufani editrice, Ferrara 1996.
Mary Wollstonecraft (Londra, 1759-1797), scrittrice, intellettuale e
militante femminista e libertaria, compagna di William Godwin, madre di Mary
Shelley (la moglie del poeta inglese, autrice del Frankenstein), visse,
scrisse, opero' nel Settecento, ma la sua opera e' di un valore perenne e
merita di essere riletta e meditata oggi. In traduzione italiana sono
disponibili il suo capolavoro saggistico scritto nel 1792, I diritti delle
donne, Editori Riuniti, Roma 1977, tradotto anche dalle Edizioni Elle,
sempre nel 1977, col titolo Il manifesto femminista; ed il suo romanzo (con
larghi tratti autobiografici) scritto nel 1788, Mary, Savelli, Roma 1978.
Alcune incisive pagine di e su Mary Wollstonecraft sono in Franco Restaino,
Adriana Cavarero, Le filosofie femministe, Paravia, Torino 1999]

"Il nocciolo della sua filosofia", dice Virginia Woolf di Mary
Wollstonecraft, "era che nulla conta se non l'indipendenza". Questa
convinzione si era sviluppata molto presto: aveva un padre dispotico e
violento il quale pensava che le femmine non avessero nessun diritto
all'istruzione, e picchiava la madre che la bambina cercava di difendere.
A diciotto anni cercava gia' di essere autonoma economicamente, criticando
il ruolo tradizionale che la societa' imponeva alle donne e le donne che lo
accettavano. Prima di arrivare a condurre una vita libera, stimata,
riconosciuta, dovette affrontare anni di lavoro umiliante e malpagato, di
miseria e fatica, di lotte con una realta' dura e sfavorevole.
Il suo primo libro, Pensieri sull'educazione delle figlie, e' gia' pieno di
passione verso la necessita' di una istruzione corretta, che renda le
giovani donne autonome e rispettabili. Non e' strano dunque che attaccasse,
in seguito, la pedagogia di Rousseau per la sua insultante indifferenza
all'educazione delle bambine, anche se apprezzava di Rousseau l'importanza
data alla passione d'amore.
Lei fu infatti sempre una "femminista innamorata": bella e geniale com'era,
scrisse con passione del conflitto tra la liberta' di amare e di capire e la
schiavitu' delle convenzioni, anche nei due romanzi che portano il suo nome:
Mary, a fiction (1788) e Mary, and the wrongs of a woman (postumo).
Nella sua opera piu' famosa, I diritti delle donne, chiede per il suo sesso
istruzione, lavoro, diritti legali e politici: l'opera, pubblicata nel 1792,
e' preceduta da una dedica provocatoria a Talleyrand che, all'Assemblea
Costituente, in piena Rivoluzione francese, aveva escluso le donne
dall'istruzione pubblica; afferma l'autrice: "E' giunto quindi il momento
per una rivoluzione nel comportamento delle donne; e' il momento di
restituire loro la dignita' perduta e di fare in modo che esse, in quanto
parte dell'umana specie, si adoperino a trasformare il mondo, iniziando da
se stesse".
Mary mori' di parto quando era realizzata, felice e piena di progetti, dando
alla luce un'altra Mary, quella fanciulla geniale che a soli diciannove anni
scrivera' il Frankenstein.
Ma lasciamo parlare ancora Virginia Woolf: "Mary mori' a trentasei anni; ma
e' stata vendicata. Milioni di donne sono morte e sono state dimenticate da
quando fu sepolta: eppure quando leggiamo le sue lettere e seguiamo i suoi
ragionamenti e guardiamo i suoi esperimenti (...) e ci rendiamo conto del
modo generoso e appassionato con cui si getto' nel vivo della vita, non
abbiamo dubbi che ella possieda una sua forma di immortalita': e' ben viva
tra noi, discute e fa esperimenti, sentiamo la sua voce, riconosciamo la sua
influenza ancor oggi tra i vivi".
*
Tutte le opere della Wollstonecraft furono pubblicate dall'editore Joseph
London di Londra. Le date si riferiscono alle prime edizioni:
1787 - Thoughts on the education of Daughters: with reflections on female
conduct in the more important duties of life.
1788 - Mary: a fiction.
1788 - Original stories from real life with conversation calculated to
regulate the affections and form the mind to truth and goodness.
1790 - A vindication of the rights of men.
1792 - Vindication of the rights of woman.
1794 - An historical and moral view of the origin and progress of the French
revolution and the effect it has produced in Europe.
1796 - Letters written during a short residence in Sweden, Norway and
Denmark.
1797 - On poetry, and our Relish for the beauties of nature.
Libri disponibili attualmente in libreria: Mary Wollstonecraft, A
vindication of the rights of woman, Penguin Classics; Mary Wollstonecraft,
Mary and Maria, Penguin Classics.
Su Mary Wollstonecraft: Virginia Woolf, "Mary Wollstonecraft", in Le donne e
la scrittura, La Tartaruga, Milano.

==============================
LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
==============================
Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 13 del 20 marzo 2005