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La nonviolenza e' in cammino. 878



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 878 del 24 marzo 2005

Sommario di questo numero:
1. Peppe Sini: Ancora sulle parole e le cose
2. Testo per ragionare insieme sulla possibile depenalizzazione dell'aborto
(1989)
3. Benedetto Croce: Una nota sulla distinzione tra ordinamento giuridico e
vita morale
4. Riletture: S. Teresa di Gesu', Opere
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
6. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. PEPPE SINI: ANCORA SULLE PAROLE E LE COSE
Cosi' potenti sono le parole, che ai miei amici sempre dico: prudenza.
Poiche' esse sono lo strumento privilegiato attraverso cui noi umani
influiamo sul mondo, poiche' esse piu' che la spada uccidono, ed e' al
comando espresso in parole che il carnefice solleva la mannaia.
*
Una storia vera
Venti, venticinque anni fa insegnavo a studenti di una classe di ragioneria,
ed ebbi a dire loro dell'orrore del rapporto tra nord e sud del mondo, che
la fame e' figlia della nostra rapina, che le guerre sono il frutto di
strutturali ingiustizie, che di ognuno e' il dovere di opporsi alla guerra,
alla fame, alla morte; che a cominciare da noi stessi occorre opporsi
all'ingiustizia, alle uccisioni: a cominciare da noi stessi, dal nostro
stesso modo di vita. Erano gli anni del Rapporto Brandt, del rapporto del
Mit per il Club di Roma, e del lavoro grande dell'indimenticabile Lelio
Basso. I non piu' giovani ricorderanno.
Avevo cola' un allievo brillantissimo, di una sensibilita' cosi' vibratile
che percepiva ogni stormir di foglie, di una gentilezza cosi' acuta che
sempre parlava in un sussurro, avido solo di sapere e di donare. Io non
immaginavo che il mio dire cosi' in profondita' lui lo ascoltasse.
In breve, si persuase che cotanto orrore richiedesse una rottura, un netto
sottrarsi all'obiettiva complicita' di noi comunque ricchi, comunque felici
pochi. E senza chiacchiere, senza frastuoni, si mise a digiunare, nel
silenzio.
Frattanto io li' non insegnavo piu', neppure seppi che su quel cammino si
era silente collocato. Finche' non vennero un giorno, tempo dopo, a cercarmi
suo padre e suo fratello, a dirmi che a nulla eran valse le loro preghiere,
nel digiuno inflessibile quel giovane amico andava verso la morte, alle loro
obiezioni obiettando che tanto male vi era nel mondo, tanti esseri umani
infelici rapiva la morte. Mi chiesero di andarlo a trovare, di parlarci
ancora. Fu un mesto andare, un accorato incontro. Solo dopo un lungo
colloquiare accolse l'idea che quel suo soffrire ancor altro soffrire
aggiungeva al dolore del mondo, e non salvava; solo dopo un lungo
consentire, senza giudizi, senza cenno alcuno, si persuase che vivere
doveva, per contribuire alla lotta che e' di tutti, per un'umanita' di
libere e di liberi, degna di essere felice, degna della felicita' sola
possibile: tra tutte e tutti condivisa, sobria. Scelse dunque di rompere il
digiuno, ed ancor oggi vive ed e' persona buona, degna, gentile.
E' la prima volta che racconto questa vicenda. L'ho fatto qui per avvisare
tutti che le nostre parole sempre hanno effetti, a volte enormi, a volte
tragici. E quindi quando pronunciamo detti prudenza occorre, e ancora
prudenza.
*
Invece
E invece ci sono persone che usano le parole come fossero pugnali.
Per ferire, per uccidere: per negare altrui dignita', verita', umanita',
vita.
So bene che molti lo fanno senza rendersene affatto conto. Mi e' capitato ad
esempio di leggere recentemente persone buonissime scrivere che un atto
d'ipocrisia sia piu' grave che una uccisione: ne ho provato dolore e
vergogna grandi, questi buoni amici certo non si rendevano conto
dell'enormita' loro uscita dalla chiostra dei denti. Perche' l'astratto
uccide e fa uccidere; e' disumanante la cecita' di fronte al volto
dell'altra e dell'altro, l'irresponsabilita' che fa pronunciare asserzioni
senza pensare a quali effetti esse hanno sulla vita altrui, senza accorgersi
che una sola menzogna, un solo insulto, bastano gia' non solo a offendere
per sempre l'anima di chi ne e' bersaglio, ma anche a corrompere l'anima di
chi ignaro quel dire ascolta, e ad annientare la virtu' di chi quelle parole
pronuncia; bastano a contaminare terra e cielo. Lo sapeva quel buon galileo
che disse che se hai detto "raca", "stupido", a tuo fratello, ebbene, corri
a chiedergli scusa prima di ogni altra cosa.
*
Borges, naturalmente. E Schopenhauer
Ha scritto una volta Borges, nella sua Arte dell'ingiuriare, che quando in
una disputa si passa all'offesa personale, il contraddittore a buon diritto
puo' rilevare che quello non e' un argomento ma una digressione, e quindi
attende ancora una replica vera.
Poiche' sovente si passa all'offesa per eludere una discussione seria, un
argomentare stringente, una questione che ci angoscia. Per qualche motivo a
disagio nel sostenere un tema, nel confutare una tesi, nel rispondere a un
invito o un'urgenza, si passa alle mani. Mi perdonino gli amici del bar
dello sport.
Talvolta pero' capita anche che gli insulti condiscano ragionamenti che
senza essi insulti sarebbero ben degni di interesse. Perche' allora se ne fa
uso a scapito del proprio decoro? Un'ipotesi azzardo: che essi coprano
un'incertezza, equivalgano a un gesto che cerca surrogare un vuoto, un varco
che pur si percepisce ma sul quale non si vuole figgere lo sguardo, fissare
l'attenzione. E l'insulto allora e' il modo per parlar d'altro. Come
l'argumentum ad personam descritto nell'Arte di aver ragione, quell'operina
che Arthur Schopenhaur lascio' inedita.
*
"Se pur sia consueto, trovatelo strano. Inspiegabile pur se normale"
Nel dibattito promosso dalla pubblicazione dello straordinario saggio di
Anna Bravo, "Noi e la violenza. Trent'anni per pensarci", apparso sulla
rivista della Societa' italiana delle storiche "Genesis" e riprodotto anche
su questo foglio, si sono verificate alcune interessantissime bizzarrie, che
come tutte le bizzarrie rivelano molto delle correnti abitudini, ovvero
dell'ideologia dominante.
La pubblicazione del saggio di Anna Bravo ha agito da cartina di tornasole,
mettendo in luce molti aspetti della distretta presente che non si vedevano
per il semplice fatto che, per una tacita convenzione tra i poteri dominanti
e gruppi sociali che pur usufruiscono di qualche beneficio concesso dal
sistema di potere vigente, si preferiva non vederli, ed attraverso i media
si convinceva alla cecita' anche chi ne' del regime della corruzione ne' del
ceto degli intellettuali in quanto tecnici addetti all'oppressione fa parte.
Poiche' io sono di quelli che credono che su almeno tre punti cruciali il
saggio di Anna Bravo di cui qui si parla costituisca un contributo grande
alla consapevolezza di tutte e tutti, un contributo grande alla lotta che e'
da condurre, un contributo grande alla causa della verita', che e' la causa
dell'umanita' contro quella disumanita' al potere che e' il potere
maschilista, fascista, guerriero, che distrugge vite umane, relazioni umane,
istituzioni umane, e natura (non solo "risorse" naturali, come vuole una
concezione capitalistica della natura come scrigno o magazzino; no, la
natura e' vita, mondo, storia; quindi diciamo natura nella sua pienezza ed
apertura: biosfera, mondo vivente, universo, cosmo, mondo degno di esistere,
di vivere, di persistere e riprodursi, mondo di cui l'umanita' e' parte, una
parte, mondo con cui istituire una relazione di cura).
Ed i tre punti cruciali del saggio di Anna Bravo a me sembra che siano di
tale rilevanza che spero di aver la possibilita' di scriverne adeguatamente
in un prossimo intervento, qui limitandomi ad accennarvi soltanto per
titoli:
I. il rapporto verificatore e veritativo tra memoria, elaborazione del lutto
e solidarieta' con le vittime (e qui avverto una forte consonanza con la
lezione di Primo Levi e il lavoro di Tzvetan Todorov);
II. l'affrontamento dell'aborto dal punto di vista del sentire delle donne e
ad un tempo della nonviolenza (poiche' sentire delle donne - come esperienza
storica ed esistenziale - e scelta della nonviolenza - anch'essa come
esperienza storica ed esistenziale - sono due concetti in ampia misura
fortemente convergenti ed in buona sostanza equivalenti), valorizzando tutta
la straordinaria elaborazione teorica ed esistenziale non solo dei movimenti
organizzati ma del pensiero e delle prassi delle donne in senso piu' lato,
piu' pieno, piu' profondo, in una prospettiva ancora una volta di cura, di
solidarieta', di liberazione, fondata sul "principio responsabilita'" e
mettendo a frutto tutta la ricchezza preziosa e feconda della riflessione
femminista, da Adrienne Rich a Diotima, da Simone de Beauvoir a Vandana
Shiva, da Virginia Woolf a Etty Hillesum, a Edith Stein, a Rigoberta
Menchu';
III. la critica della violenza come strumento di lotta politica: critica
decisiva per l'oggi, talche' la ricostruzione veritiera - possiamo dirlo? la
ricerca (quest) e la confessione (confessio) nel senso pieno e forte di
gesto di responsabilita' e di atto comunitario -, e l'interpretazione
adeguata, degli errori teorici e degli orrori concreti dei movimenti di ieri
e' conditio sine qua non, passaggio necessario per la lotta che dobbiamo
condurre oggi anche contro le ambiguita', gli equivoci, le complicita' che
deturpano, indeboliscono e infine largamente vanificano l'impegno dei
movimenti per la pace e i diritti.
In una parola: il saggio di Anna Bravo mi e' parso essere - nella sua
consapevole parzialita' e provvisorieta' - uno dei piu' rilevanti contributi
teorici e storiografici a quell'impegno che su questo foglio, utilizzando
una suggestione del mio indimenticabile maestro Franco Fortini, chiamiamo
nonviolenza in cammino.
Beninteso: di un saggio trattandosi, e cosi' palesemente ed esplicitamente
esplorativo, di apertura, e' ovvio che su alcune sue asserzioni, proposte,
quesiti, ben a ragione si possa e si debba discutere, esprimere punti di
vista diversi, esercitare l'arte della critica, dibattere anche aspramente,
aggiungere diverse prospettive, ipotesi diverse formulando.
Ma anche questa e' stata una troppo estesa digressione. Torniamo alle
bizzarrie del dibattito sul saggio di Anna Bravo.
Provo ad allineare quelle che a me sono parse le piu' flagranti.
*
"Cio' che non siamo, cio' che non sappiamo"
La prima bizzarria: nella polemica condotta sui giornali contro Anna Bravo
(si badi: non contro le tesi del saggio scritto da Anna Bravo - tesi
ovviamente discutibili ed i saggi si scrivono apposta per proporre dei temi
alla discussione - ma contro la persona di Anna Bravo) molti interventi
prescindevano del tutto dalla lettura del saggio che in teoria era l'oggetto
della discussione. Con il talora fin comico risultato di attribuire talvolta
ad Anna Bravo qualifiche e posizioni che sono l'esatto opposto della
realta'.
Io credo che cio' sia sintomatico di come il sistema dei mass-media sovente
corrompa e travolga ogni possibilita' di riflessione seria, di come esso sia
(e qui mi piace riprendere alcune idee e formulazioni che con grande potenza
ermeneutica proponeva Danilo Dolci) agente preposto a trasmettere il virus
del dominio anziche' creare spazi ove si possa comunicare umanita'.
La frettolosita', l'ipersemplificazione, il sensazionalismo a tutti i costi,
il ridurre tutto al mondo della chiacchiera, la mezza verita' che diviene
compiuta menzogna, l'arbitraria polarizzazione e fin estremizzazione,
l'invito alla rissa, il disprezzo per l'ascolto, il cannibalismo, e insomma
tutto cio' che Brecht chiamava "gastronomico" riferito all'industria
culturale, ovvero alla macchina dell'ideologia, vengono magnificati dal
sistema dei media, con gli esiti di scotomizzazione, corrompimento,
menzognizzazione e disvalutazione di tutto che tutti vediamo: non mi dilungo
in esempi, tutti sappiamo trovarne a iosa da soli, mi limito qui a rinviare
all'articolo a firma di Severino Vardacampi apparso sul n. 869 di questo
foglio.
Certo ci sarebbe da chiedersi perche' persone anche di grande valore (e che
nei loro interventi hanno scritto anche cose vere, acute ed importanti) si
siano prestate ad intervenire su uno scritto che non avevano letto. Cosi'
insondabile e' il mistero dell'animo umano, che ogni volta torno a rileggere
quell'incipit della tetralogia di Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann
per lenire un poco lo sgomento.
*
Il poker ebraico, o l'enciclopedia britannica
La seconda bizzarria: un noto stratagemma retorico consiste nel chiedere a
chi ricorda un evento o fa una proposta, perche' non ne abbia ricordato
anche un altro, un'altra non ne abbia formulata. C'e' un articolo di
Pasolini ("Come sono le persone serie?", nelle Lettere luterane) al riguardo
paradigmatico. Quante volte mi e' capitato che durante un'iniziativa di
solidarieta' con il popolo nicaraguense mi venisse obiettato che era grave
non mi occupassi di quello afghano, a una raccolta di firme per la
democrazia in Sudafrica mi si opponesse che avrebbero volentieri firmato ma
per la Polonia, e cosi' via.
Cosi' molti interventi hanno obiettato al saggio di Anna Bravo di non essere
la summa della storia dei movimenti in Italia dal '68 a oggi. Stravagante
obiezione, poiche' quel saggio enunciava con chiarezza il suo oggetto ed i
suoi limiti, e va da se'  che ne' voleva ne' poteva essere l'Enciclopedia
britannica. Eppure l'obiezione e' stata ripetuta ad libitum, come se non
fosse evidente la sua irragionevolezza.
La cosa e' particolarmente, peculiarmente paradossale perche' il saggio di
Anna Bravo proponeva proprio un ampliamento della riflessione, sollecitava
altre ricerche, invitava ad altri contributi sia testimoniali che
storiografici, esortava ad aggiungere altre voci, altre esperienze, altre
percezioni, altre interpretazioni. Ed invece talora si e' arrivati al
parossismo di far carico all'autrice del saggio di aver vissuto una sola
vita, e di poter personalmente testimoniare solo di quella; si e' arrivati
all'assurdo di fare il catalogo delle cose che nel saggio non c'erano (et
pour cause), come se non fosse ovvio che tale catalogo e' di necessita'
infinito, ben piu' di quello di Leporello. Si e' arrivati al tratto
inconsapevolmente oulipien (o a' la Ionesco, infine, suvvia) di pretendere
che un saggio che propone un campo di ricerche quel campo di ricerche
esaurisse a priori.
Tutto cio' sarebbe solo buffo, e finanche soavemente candido, se non fosse
anche offensivo: poiche' tale incredibile "imputazione" e' stata
effettualmente reiteratamente rivolta alla storica in tutta serieta', anzi
seriosita', e in toni e forme talora del tutto irricevibili, come se Anna
Bravo avesse voluto occultare qualcosa proprio quando invece proponeva
un'opera di verita', di disvelamento, di disoccultamento, di emersione del
rimosso.
E per un altro verso mi ricorda sia quella strategia del "piu' uno", sia
quei paradigmi relazionali (classicamente indagati dalla scuola di Palo
Alto), in cui ad ogni passo si scaraventa l'interlocutore in una nuova
aporia e nell'inferno del "doppio vincolo", strategia e paradigmi che sono
l'oggetto profondo (la "lettera rubata" per cosi' dire) di quel racconto di
Ephraim Kishon, "Il poker ebraico", che qui non racconto perche' e' troppo
divertente e merita di essere letto per intero (e' nella raccolta dal titolo
Si volti, signora Lot, edita da Mondadori).
*
Un discorsetto tra vecchi bolscevichi
La terza bizzarria, e poi mi fermo.
Vi fu un tempo nella sinistra, anche italiana, in cui "revisionista" era
l'insulto degli insulti che i marxisti piu' ortodossi (quindi meno marxiani)
scagliavano come un giavellotto, anzi come una folgore, come un anatema, a
trafiggere altri marxisti, non necessariamente piu' eretici, ma
semplicemente meno solerti nel dogma (tra i quali a loro volta talora non
mancavano quelli che passavano dalla critica del dogma alla critica della
critica dei dogmi, ad altro dogma aderendo, con cio' altresi' passando
infine armi e bagagli nel campo degli oppressori se vivevano nell'occidente;
e fortunati loro, poiche' se invece vivevano nei paradisi del socialismo
reale bastava la critica del dogma per passare nel gulag, senza ne' armi ne'
bagagli. Il gorgo del gulag: dovremmo cercare di non dimenticarlo; poiche'
la parola "comunista" - e la scelta ed il campo morale che essa designa - ha
significato una cosa nei paesi capitalistici o feudali, ed il suo orribile
contrario nella quasi totalita' dei paesi sedicenti socialisti ed
effettualmente totalitari; cosicche' quando si dice "comunista" andrebbe
chiarito se si parla della parte degli assassinati per aver voluto salvare
delle vite, o della parte degli assassini che le vite estinguevano - senza
dimenticare neppure che talora, ma solo talora, i primi erano, per impervie
vie, altresi' complici dei secondi).
Ricordo quei tempi del secolo scorso, perche' c'ero, perche' di un piccolo e
nobile partito marxista, il Pdup-Manifesto - schierato dalla parte delle
vittime del gulag - sono stato segretario di federazione a Viterbo per un
decennio; e anch'io lessi Bernstein e Kautsky e Lenin, e tutte le penose
diatribe cominciate invero gia' fin dalla prima e proseguite nelle ulteriori
internazionali. E quante volte quel "revisionista" l'ho sentito sibilare
nelle fumose stanze in cui si celebravano le liturgie che attoscavano quanto
di meglio era in noi (non nel Pdup e non a Viterbo, rivendico a merito la
nostra diversita'). Ma questo e' un remoto passato (che tuttavia, anch'esso,
non passa).
*
Dove parlo col cuore
Poi venne un'altra accezione di quel termine "revisionista", con specifico
eminente riferimento al campo non piu' politologico ma storiografico (o
pseudostoriografico).
Perlomeno in Europa (altrove e' diverso, e ad esempio in Israele la nuova
storiografia democratica ed antisciovinista si e' autodefinita revisionista
senza che questo implicasse alcuna parentela con il "revisionismo" europeo,
anzi: e qui penso ad esempio a quell'opera cospicua che e' Vittime, di Benny
Morris - edita in italiano da Rizzoli -, che fu cosi' apprezzata anche, ad
esempio, da uno studioso come l'indimenticabile Edward Said).
Ma in Europa "revisionista" e' il termine con cui ci si riferisce ormai da
qualche decennio a quell'insieme di pubblicazioni e a quell'operazione
ideologica che ha come esito la relativizzazione della Shoah e, in fome piu'
o meno incerte, ambigue o decisamente esplicite, l'infame riabilitazione del
fascismo e del nazismo.
Intendiamoci: anche qui occorre distinguere; io ho letto con profitto le
opere maggiori di De Felice (ho letto anche la sua pubblicistica minore, e
questa con profonda amarezza); di Nolte ho letto opere ammirevoli, e scritti
che mi feriscono; e quindi non dico che tutte le opere di tutti gli autori
che sotto la generica etichetta di "revisionismo" vengono rubricate siano la
stessa cosa: ma certo tutte vengono utilizzate ai fini di un'operazione che
e' insieme ideologica e politica e il cui scopo e' cancellare la distinzione
tra il bene e il male, tra uccidere e salvare le vite, tra gli autori dei
campi di sterminio e coloro che allo sterminio si opposero: e questo e' un
orrore contro cui occorre lottare, per le ragioni che da Vladimir
Jankelevitch ad Hannah Arendt, da Primo Levi a Vittorio Emanuele Giuntella,
a Pierre Vidal-Naquet, i nostri maggiori maestri ci hanno chiarito una volta
per sempre. E chi si arrendesse alla menzogna si farebbe complice
dell'orrore.
So distinguere tra le persone e le opere, e so distinguere tra autori che
valgono anche se non se ne condividono le tesi, e gli infami propagandisti
dell'ordine ariano, i complici postumi della Shoah che nuove Shoah
preparano: c'e' un bel libro di Valentina Pisanty che molto e' giovevole a
tal fine. Poi, certo, preferirei che De Felice e Nolte ed altri storici di
vaglia non si fossero trovati a poter essere strumentalizzati, e non
avessero avuto ammiccamenti e cedimenti e talora fin connivenze indegni di
loro; ma so anche che tra queste figure e i miseri figuri che incuranti di
ogni dignita' si spingono talora fino all'obbrobrio del cosiddetto
"negazionismo" una distinzione c'e', e non la dimentico.
Va dato merito a non molti storici (e qualche filosofo e saggista) di
essersi battuti contro questo "revisionismo": e la loro lotta contro questo
revisionismo dagli esiti e  dalla funzione filonazisti e' stata importante,
e' importante: gli storici e le storiche che con coraggio e tenacia hanno
tenuta viva la memoria, hanno cercato, studiato, tramandato la verita' della
Shoah e della resistenza contro la Shoah, io li e le considero dei maestri e
delle guide. Poiche' la lotta contro la menzogna sul passato (una menzogna
che e' complice degli assassini, che reduplica l'oltraggio alle vittime, che
nuovamente pretende annientare persone innocenti la cui vita fu spezzata
dall'orco) e' elemento decisivo per difendere l'umanita' presente e futura.
Anna Bravo e' una delle figure piu' nitide di questa necessaria lotta. Sono
parole impegnative, le uso con piena coscienza. Poiche' attribuisco alla
lotta per la memoria della Shoah e della Resistenza, alla lotta contro il
fascismo che risorge (poiche' "il ventre da cui nacque e' ancora fecondo"
ricordava il buon Bertoldo che cambio' piu' paesi che scarpe), alla lotta
per la verita' storica e per il rispetto delle vittime, una decisiva
rilevanza; e perche' so, di quel sapere di cui sapeva il Pasolini del
"romanzo delle stragi", quanto duro deve essere stato e deve essere tuttora
e ogni giorno di piu', fare storiografia per la verita', per l'umanita',
fare la storiografia che fa Anna Bravo.
Sono cose che so perche' sono una persona che cerca di ragionare, perche'
sono un militante politico che giunto al paragone ha saputo testimoniare,
perche' non ho dimenticato quel che mi scrisse una volta Tomaso Serra, quel
che mi disse per telefono Primo Levi, quel bacio che ci scambiammo con
Vittorio Emanuele Giuntella: e so che ora che loro sono morti da anni e'
dovere anche mio tramandarne la memoria; perche' non dimentico quell'anno
che passai a coordinare per l'Italia la campagna di solidarieta' con Nelson
Mandela; o "la notte che passai con tanta pieta" a Mercogliano, in Irpinia,
tra i bambini restati orfani a ridosso del terremoto dell'81 dopo la
minaccia rivolta a me, e con me ai miei compagni e alle mie compagne - le
compagne, voglio ricordarlo, dell'Udi -, di far intervenire "gli amici degli
amici". Io non dimentico, io non sto nel partito degli assassini, io sto nel
partito dei fucilati, dalla parte di Gandhi e di Chico Mendes, di Martin
Luther King e di Marianella Garcia, di Pippo Fava e di Pino Puglisi, di Etty
Hillesum e di Rachel Corrie, di Oscar Romero e di Milena Jesenska', di Ninni
Cassara' e di Nicola Calipari. E so che Anna Bravo e' da questa parte della
barricata.
Perche' Anna Bravo e' la storica che ha saputo raccogliere in libri
indimenticabili la voce dei e delle superstiti della Shoah; che ha saputo
restituire la voce e la grandezza della Resistenza civile fino alle sue
ricerche pressoche' dimenticata se non soffocata; che ha saputo fare e
promuovere la storia delle donne dentro e contro la guerra, in libri e saggi
che davvero gia' col loro solo esistere aprono una nuova percezione storica
e quindi anche contribuiscono a schiudere una nuova storia.
Ed ora che ho detto tutto questo, per dire il resto bastera' un sorriso.
*
E dunque
Il fatto che con una improntitudine persino grottesca in alcuni interventi
si sia preteso di stigmatizzare Anna Bravo con l'epiteto sciagurato di
"revisionista" lascia semplicemente sbigottiti. Poiche', come credo sia
chiaro a chiunque, nel campo della ricerca storiografica attuale non vi e'
dubbio che proprio Anna Bravo col suo lavoro, le sue ricerche, i suoi libri,
il suo magistero, sia uno dei punti di riferimento fondamentali e per cosi'
dire alto un bastione nell'impegno per contrastare quel "revisionismo" oggi
in Italia al potere nelle istituzioni politiche, nei mass-media,
nell'ideologia diffusa che incessantemente manipolazione e ignoranza
alimentano.
Cosicche' rivolgere ad Anna Bravo quell'insulto e' semplicemente un assurdo.
Se non fosse che chi legge i giornali potrebbe non saperlo, e quindi
prenderlo per buono.
Non solo, ma quella scempiaggine reca con se' oltre alla nequizia sua
propria anche un secondo motivo di offesa e di mistificazione, se possiamo
aggiungere un dato ulteriore, di cui verosimilmente non erano al corrente le
persone che con leggerezza estrema hanno proferito quella parola disonesta
talora con riferimento neppure al saggio (non letto o letto assai
frettolosamente) ma direttamente all'autrice; e l'implicazione e' questa.
Coloro tra noi che per circostanze diverse non possono e non vogliono
dimenticare la Shoah, e non vogliono e non possono dimenticare la Resistenza
contro gli autori della Shoah, non molti anni fa accolsero come una
liberazione morale e intellettuale l'avvio di ricerche storiche che diedero
finalmente riconoscimento e rilevanza alla Resistenza condotta in forme non
armate e nonviolente (su cui in questo foglio abbiamo piu' volte pubblicato
l'eccellente ricerca bibliografica redatta da Enrico Peyretti, una delle
piu' autorevoli figure della cultura della pace e della riflessione morale e
civile). Di quelle ricerche Anna Bravo, come e' noto, e' stata una delle
protagoniste e delle promotrici: ma quando pubblico' i primi suoi
fondamentali lavori sulla Resistenza civile, fondamentali nel far emergere
come la Resistenza non sia stata solo, ne' eminentemente, un fatto militare,
ed anzi vi sia stata una Resistenza civile, e anche di massa, animata
soprattutto da donne, in forme non solo non violente ma sovente
consapevolmente nonviolente (nel senso preciso e forte del termine, che
congiunge e traduce i due termini e concetti gandhiani di ahimsa e
satyagraha), non mancarono i soliti pubblicisti poco acuti (ma forse dovrei
meglio dire: di cultura totalitaria, militarista e patriarcale, e di
atteggiamento ad un tempo inconsciamente pusillanime e protervo) che a
proposito di questi lavori storiografici sulla Resistenza civile,
particolarmente delle donne, si permisero di insultare l'autrice
attribuendole una sprezzante qualifica, quell'aggettivo "revisionista" che
tutti per l'appunto sappiamo bene essere in campo storiografico un'offesa
che tiene finanche del criminale e del macabro e addirittura insinua una
complicita' col neofascismo; e solo dopo che alcune delle piu' autorevoli e
riconosciute personalita' della storiografia della Resistenza presero
pubblicamente posizione a sostegno del valore dell'opera di Anna Bravo,
quegli ignobili insulti cessarono, ed oggi l'intero arco della storiografia
democratica, e della pubblicistica che in forme divulgative non
inonestamente la riecheggia, e' grato all'autrice per quelle ricerche,
quelle testimonianze, quei libri; e delle rozze insolenze di cui fu vittima
allora nessuno si ricorda piu'. Ma certo quell'offesa non puo' non
continuare a dolere, a dolere ad Anna Bravo che ne fu vittima, a dolere a
quante e quanti se ne sentirono parimenti infangati, a dolere - voglio
credere - anche a coloro che la pronunciarono.
Si poteva, si doveva risparmiare ad Anna Bravo questa reduplicazione della
diffamazione, che per essere irriflessa, stolta e fin ridicola, non e' meno
crudele, non fa meno male.
E  detto questo vorrei sperare che su questo punto, almeno su questo foglio,
non occorra tornarci piu' sopra; e se anche su questo foglio, quand'anche in
forme che invero ritengo innocenti, e sicuramente con buone intenzioni, o a
meri fini di citazione e di documentazione, di quell'offesa si e' data
notizia o non meditata riproposizione, una volta per tutte io che questo
foglio firmo come direttore responsabile ne chiedo scusa ad Anna Bravo, alla
quale so di poter attestare la stima, l'affetto, l'amicizia non solo mia ma
di tutta la redazione e di tutte le collaboratrici e tutti i collaboratori.
*
Questo foglio e tre tesi
Questo foglio, chi lo legge lo sa, propone della nonviolenza una nozione
complessa e pluridimensionale, contestuale ed aperta, e di essa mette in
rilievo anche l'essere un campo di ricerche in cui si confrontano approcci,
posizioni e proposte diverse e fin divergenti, dialogiche, dialettiche e fin
conflittuali, ed in questa conflittualita' reciprocamente fecondamente
maieutiche.
E nel dibattito in corso dal saggio di Anna Bravo promosso questo foglio ha
accolto e vorra' accogliere ancora una pluralita' di opinioni fin
confliggenti; ma tre tesi, per parte sua, ha particolarmente sostenuto, che
ancora una volta vogliamo enunciare:
1. I movimenti impegnati per la pace e per i diritti umani di tutti gli
esseri umani non possono piu' restare nell'ambiguita' riguardo all'uso
politico della violenza; occorre fare una scelta di verita' e di lotta per
la verita'; occorre fare una scelta di lotta contro tutte le strutture e le
epifanie della violenza che opprime, che devasta, che uccide. Occorre fare
la scelta del satyagraha, dell'attaccamento alla verita', della verita' come
forza che degnifica e libera. Occore fare la scelta della nonviolenza. Se
non si fa la scelta della nonviolenza non si e' piu', ammesso che lo si sia
potuto essere nel passato, movimenti per la pace e per i diritti, movimenti
di solidarieta' e di liberazione.
2. Della nonviolenza, la nonviolenza concreta, la nonviolenza agita, la
nonviolenza come relazione e come lotta, come ricerca e come comunicazione,
come metodo e come sistema, nella pluralita' delle sue dimensioni
epistemologiche, assiologiche, ermeneutiche, deliberative, operative, della
nonviolenza in cammino insomma, il femminismo (i femminismi, le esperienze
teoriche e pratiche delle donne e dei movimenti delle donne) e' la "corrente
calda", l'esperienza storica e culturale di riferimento primario, la
maggiore e migliore emersione fin qui nell'umana vicenda, il vettore del
percorso da compiere, la voce e lo sguardo che piu' aggetta, apre, libera,
connette, preserva e crea.
3. Lottare efficacemente contro il sistema di potere patriarcale,
sfruttatore, oppressivo e guerriero, e' possibile solo se continuiamo a
riflettere non solo sulle sue malefatte e sulle alternative possibili, ma
anche sulle nostre complicita' e sulle nostre contraddizioni, sui limiti e
le incertezze, senza eludere quei nodi e quei grovigli che ci implicano e
fin impigliano, senza aver paura di porre a verifica la nostra storia e le
nostre ragioni.
Ergo la proposta di riflessione avanzata dal saggio di Anna Bravo non solo
non e' cosa da temere, ma e' anzi un aiuto reale e potente alla conferma in
cio' che e' giusto, alla ricerca in cio' che e' incerto, alla presa di
coscienza di cio' su cui non sufficiente chiarezza ancora vi e', all'impegno
contro ogni concrezione di male e di morte, al prendere atto lucidamente e
non rassegnatamente della realta', e all'aumento di coscienza e di impegno
dinanzi ad essa, all'inevitabilmente parziale e dialettico intervenire per
ridurre la sofferenza nel mondo e del mondo, per rendere piu' umana
l'umanita': la nonviolenza non e' un astratto concionare, ma un agire nelle
contraddizioni del reale.
Sapendo che solo ponendo le domande si possono cercare le risposte, e che -
fortunatamente - non abbiamo una risposta per tutto.
Sapendo che affinche' si dia a tutte e tutti la possibilita' di parlare
occorre in primo luogo tutte e tutti disporsi all'ascolto dell'altra e
dell'altro, anche dell'assolutamente altro, dell'irriducibile alterita', ed
ogni alterita' all'identita' e' irriducibile. Ma e' solo nel riconoscimento
del volto altrui che si possono riconoscere le affinita', che si possono
costruire le relazioni, che si invera la sostanziale e sempre precaria e
parziale e cangiante eguaglianza tra le umane persone, che si da' umanita'.
*
Envoi
Dixi et salvavi animam meam? Non scherziamo. Detto tutto cio' la discussione
e' appena aperta, e se posso permettermi vorrei a nome della redazione tutta
ringraziare le tante persone che hanno gia' scritto interventi su questo
argomento per il nostro foglio, o che ci hanno messo a disposizione loro
testi gia' apparsi altrove, o i cui interventi abbiamo recuperato da siti e
giornali diversi: tutte le ringraziamo ugualmente, tutte hanno dato un
contributo prezioso, per tutte sentiamo amicizia ed ammirazione sincere.
La discussione e' appena aperta, e spero anch'io che essa si estenda, si
approfondisca, fruttifichi vieppiu'. Altri interventi desidereremmo ricevere
e pubblicare.
Naturalmente spero anche che per il futuro si prescinda dai fraintendimenti,
e massime dagli insulti. Ed altrettanto naturalmente occorre che questa
riflessione continui ad essere franca e leale, anche aspra nel merito,
rigorosa e plurivoca.
Ma ancora una cosa mi resta da aggiungere, ed e' quella che mi sta piu' a
cuore, il motore e il telos per cui a scrivere questa interminabile
articolessa mi sono infine risoluto: ed e' il mio personale ringraziamento
ad Anna Bravo, che e' anche il ringraziamento della redazione di questa
intrapresa informativa che ogni giorno raggiunge ed ahime' talora intasa le
caselle di posta elettronica di circa ventimila interlocutrici ed
interlocutori sparsi per l'Italia e per il mondo, per proporre loro di
approfondire le ragioni della nostra comune amicizia, il nostro comune - ed
infinitamente variegato, originale per ogni persona - accostamento alla
nonviolenza.
Il ringraziamento che rivolgo e rivolgiamo ad Anna non solo per aver scritto
quel saggio, non solo per le altre opere sue (magnifico il testo sulla
resistenza civile che ci ha donato e che abbiamo pubblicato nel numero di
ieri di questo foglio), non solo per la sua attivita' di storica e di
docente, di intellettuale femminista e di amica della nonviolenza. Non solo:
anche per la pazienza infinita; anche per l'amicizia di cui ci ha onorato;
anche per la fiducia di cui ci ha fatto dono. Dal profondo del cuore,
grazie.

2. DOCUMENTI. TESTO PER RAGIONARE INSIEME SULLA POSSIBILE DEPENALIZZAZIONE
DELL'ABORTO (1989)
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo questo assai noto documento femminista del novembre 1989]

"Fino a quando la legge cerchera' di controllare l'aborto in forme mai
applicate alle altre pratiche di medicina chirurgica ci sara' pericolo. Il
motivo per cui la parola 'rifiuto' compariva in tanti documenti degli anni
Sessanta e Settanta e' semplice: lo scopo era estromettere il governo dal
processo decisionale sulla riproduzione respingendo ogni legge sull'aborto o
sulla contraccezione".
Sono parole di Gloria Steinem, femminista americana. In che cosa consiste il
pericolo di cui lei parla? In pericolo sono sia la liberta' femminile sia la
riproduzione equilibrata. Fino a quando la legge cerchera' di sostituire la
donna nella regolazione della sua fecondita', ci sara' pericolo per la
liberta' di lei singola, come e' evidente, ma anche per la liberta' delle
donne in genere e per la loro capacita' di regolare il processo della
riproduzione.
In questi mesi di discussione sull'aborto e, ultimamente, sulla pillola
abortiva, la cosa per noi piu' significativa e' stata la posizione
autocritica di gran parte del movimento femminista nordamericano. (Dal
1973 - dice Ann Sintow a Giovanna Pajetta su "Il manifesto" - anno in cui la
Corte Suprema sanci' che abortire era un diritto, abbiamo passato il tempo a
difendere cio' che i giudici ci avevano dato).
Come negli Usa, anche in Italia la legge che regola l'interruzione di
gravidanza e' stata sottoposta a vari attacchi con lo scopo di tornare al
vecchio regime. E come negli Usa, molte hanno difeso la legge in questione,
forse senza rendersi conto di difendere un potere esterno che pretende di
regolamentare il rapporto della donna con il suo corpo fecondo.
Certo, la legge 194 e il cosiddetto diritto di abortire vengono attaccati
per motivi che nulla hanno a che fare con gli interessi delle donne. Ma
questa non e' una ragione sufficiente per difendere la 194 e, piu' in
generale, la necessita' di legiferare in materia di fecondita' femminile.
Noi sosteniamo anzi che l'esistenza di una legge dello Stato in questa
materia - legge piu' o meno repressiva, non e' questo il punto - non sia
compatibile con la liberta' femminile. E che, invece di difendere la legge o
cercare di migliorarla, sia meglio pensare alla cosa piu' giusta e semplice
in questa materia: depenalizzare l'aborto, cancellare dal codice penale la
parola "aborto".
Questo nostro testo e' stato scritto per aprire la discussione sulla
possibile depenalizzazione dell'aborto e sul farne una proposta politica del
movimento delle donne.
Siamo interessate al giudizio di quelle con cui siamo in rapporto, ma anche
di quelle che, a partire dalla loro competenza ed esperienza (medica,
giuridica, parlamentare), vorranno valutare con noi i pro e i contro della
nostra proposta.
*
Per cominciare sottolineiamo due dati di fatto.
Primo, il fatto che anche con la legge 194 l'aborto resta un reato. E' un
reato se non viene eseguito nelle strutture pubbliche. Cio' significa attese
lunghissime per lo scarso numero di medici non obiettori negli ospedali.
Significa inoltre un interrogatorio inutile ma umiliante che rimanda alla
donna l'immagine che il legislatore ha di lei: individua di una specie
irresponsabile, alla quale si deve far ridire quello che lei ha gia' deciso,
per controllarne la consapevolezza. Nessuna meraviglia se il numero degli
aborti clandestini cresce.
Passiamo cosi' al secondo dato di fatto: la legge 194 e' applicata poco e
male. Il disagio piu' grave riguarda il Mezzogiorno, dove scarseggiano
ospedali e consultori e dove il numero degli obiettori e' tale da rendere
impossibile l'attuazione del servizio previsto dalla legge.
A noi sembra che la non applicazione della 194 costituisca una invalidazione
della legge stessa. Come si puo' difendere una legge che non viene applicata
in meta' del paese? Oppure si considera il Mezzogiorno una zona franca?
D'altra parte, come possiamo noi donne difendere una legge che crea essa
stessa e incrementa il regime dell'aborto clandestino con i suoi rischi e
costi?
Alcune concludono, da quei due dati di fatto, che bisogna migliorare la 194,
cosi' da renderla piu' facilmente applicabile e meglio applicata. Questa
posizione ha pero' contro di se', in maniera insormontabile, l'obiezione
della liberta' femminile, del pericolo che rappresenta per la liberta' delle
donne qualsiasi legge in materia di fecondita' del corpo femminile.
Non vale, d'altra parte, appellarsi al problema delle donne economicamente
svantaggiate o del Mezzogiorno. L'aborto depenalizzato dovra' infatti
restare un servizio medico offerto dalla societa' alle donne che ne hanno
bisogno. E dove i servizi medici sono carenti per tutti, come nel
Mezzogiorno, possiamo supporre che la depenalizzazione favorira'
l'invenzione di soluzioni alternative, come l'apertura di ambulatori
autogestiti piu' sicuri e meno costosi degli attuali sistemi clandestini.
Se cio' sia realistico, si dovra' naturalmente discutere, soprattutto da
parte delle donne meridionali.
In ogni caso, difendendo o anche migliorando la 194, comunque si fa
dipendere dallo Stato la pratica dell'aborto attribuendogli il potere di
legittimarlo. E questo vuole dire, fra l'altro, negare valore giuridico (di
diritto consuetudinario) e politico alla realta' di una secolare autonomia
femminile che caratterizza la storia demografica dei paesi occidentali. Le
donne, infatti, nei paesi europei, con le loro scelte individuali di
abortire o non abortire non hanno mai prodotto squilibri demografici. Da
questo fatto possono discendere un rapporto con la vita e un sapere preziosi
per la societa'.
L'aborto e' sempre stato punito, anche quando la societa' industrializzata
imponeva pochi figli. Sull'ipocrisia di quella punizione il movimento
politico delle donne ha detto molto. Ma non si tratta solo di ipocrisia:
sull'aborto si e' giocato e si gioca un conflitto di potere tra i sessi.
Sono le donne a sapere quando e' cominciata una gravidanza e a decidere se
proseguirla, se informare il compagno, se interromperla, per lo piu'
consultandosi con altre donne. L'autorizzazione eventuale ad abortire viene
data all'interno di una cultura e di una societa' di donne. Legiferare
sull'aborto o sulla pillola e' un modo per gli uomini di assicurarsi
simbolicamente il controllo sul corpo femminile fecondo. In fondo, sia i
sostenitori sia i critici della legge 194 sono accomunati dalla volonta' di
avere quel controllo. Non si riconosce cosi' autorita' alle decisioni
femminili, ne' si cerca di trovare strumenti piu' appropriati (come sarebbe
un controllo della sessualita' maschile), trincerandosi solo
nell'irresponsabilita' e nel moralismo.
*
La questione dell'aborto va affrontata a piu' livelli. Ne abbiamo
individuati tre.
Il primo e' quello sanitario. Oggi rappresenta il livello in cui si crede di
poter affrontare la questione dell'aborto in tutta la sua complessita'. Non
e' cosi': il dramma, lo scacco, la liberazione che una donna vive in
rapporto a questa esperienza non devono essere zone di interesse dei
servizio sanitario nazionale. Si dice da piu' parti: l'aborto non e' un
intervento come tutti gli altri. Ogni donna sa che questo e' vero. Ma a
livello sanitario l'aborto e' un intervento come gli altri, ed e' giusto che
sia visto cosi'. Altrimenti, oltre a provocare molte disfunzioni, come
l'obiezione di coscienza, si favorisce una concezione del servizio medico
che esorbita dalla sua funzione propria di aiuto sociale offerto ai singoli,
alle singole nella gestione del loro corpo. Si tende invece a dare ai medici
il potere di decidere che spetta alla donna. Dietro a questa prevaricazione
c'e' la volonta' dello Stato di far valere il suo controllo e la sua
ideologia sulla riproduzione della specie. Da questo punto di vista, il
discorso non e' diverso se per abortire si usa una pillola, anche se certo
lo e' dal punto di vista della sofferenza fisica.
Su questo punto in particolare ci interessano i giudizi di mediche,
ostetriche, ginecologhe, operatrici nel campo della salute.
Considerare l'aborto, limitatamente al livello sanitario, un intervento come
gli altri, e' il primo effetto della sua depenalizzazione. Si trattera',
naturalmente, di un intervento mutualizzato, che potra' essere eseguito
anche in strutture private, a pagamento o convenzionate. Il nostro sistema
sanitario prevede la scelta tra pubblico e privato, cosi' come prevede una
serie di strumenti assistenziali. Quale che sia il giudizio che diamo su
tale sistema, noi donne non abbiamo nessun motivo di fare dell'interruzione
di gravidanza una cosi' vistosa eccezione come e' attualmente.
Depenalizzare l'interruzione di gravidanza significa non considerarla piu'
un reato. Non e' una banalizzazione del problema, bensi' una separazione -
ecco la ragione dei piu' livelli - tra la sfera della competenza femminile e
quella dell'intervento pubblico. Contro questa posizione qualcuno fa appello
all'etica. Un'etica, notate, di cui la legge dovrebbe farsi strumento
penale. Noi crediamo che se di etica si deve parlare, bisognerebbe intanto
cominciare dalla deontologia propria degli operatori e operatrici della
salute.
*
Il secondo livello e' quello giuridico.
La 194 e' un compromesso. Cosi' a suo tempo l'ha definita quella parte del
movimento delle donne che pure era per la legalizzazione (e non per la
depenalizzazione) dell'aborto. Non tanto, come superficialmente si potrebbe
pensare, un compromesso tra destra e sinistra o tra Dc e Pci o tra cattolici
e laici C'e' stato anche questo, ma, piu' profondamente, quella legge fu un
compromesso rispetto al conflitto tra i sessi.
Noi preferiamo che il conflitto tra i sessi non venga coperto. Tutte
sappiamo che le donne, nel campo della riproduzione, si sono sempre
riconosciute una capacita' di decisione responsabile, cosi' come sappiamo
che in questo ambito c'e' conflitto tra i due sessi. Pertanto, qualsiasi
legge, qualsiasi regolazione parlamentare che si sovrapponga o pretenda di
sostituire la competenza femminile equivale a voler chiudere la
contraddizione a favore degli uomini perche' misconosce la competenza e
l'autorizzazione di origine femminile.
Da dove viene la richiesta di regolazione statale? Viene, come e' noto, da
cattolici, sebbene dal loro punto di vista, se fosse rigoroso, sarebbe
preferibile il regime di depenalizzazione che toglie allo Stato l'identita'
di Stato abortista e, piu' radicalmente, di istituzione che si arroga il
potere di legiferare sugli inizi della vita. Viene anche da uomini dell'area
laica e questo sarebbe incomprensibile se non si considerasse quella realta'
di fondo che e' il conflitto tra i sessi.
Anche alcune donne dicono: l'aborto va regolato ulteriormente. La loro voce
si fa sentire parecchio, mentre quella delle molte che abortiscono e non
sentono il bisogno di regolamentazioni statali, quella e' piu' debole. Ma
per capire la posizione femminile autonomamente, dobbiamo passare a un altro
livello, quello dei significato che ha o non ha l'aborto per la donna, le
donne.
*
Il terzo livello, dunque, e' quello simbolico, in cui una donna sperimenta
la sua liberta' e la sua non liberta' sapendo riconoscere fin dove arriva
una e dove comincia l'altra.
L'aborto e' una necessita', e' legato alla costrizione della sessualita'
maschile che non separa piacere e riproduzione.
Vent'anni di ascolto dell'esperienza femminile insegnano che una donna,
quando decide di abortire, sa di aver subito la regola della sessualita'
maschile. Qui nasce lo scacco che e' per una donna il dover abortire, ma
anche la coscienza: si tocca con mano il dato della propria non liberta',
gli impedimenti che la propria liberta' scontra nel rapporto con quella
maschile.
La liberta' femminile e' venuta al mondo. Si tratta di un avvenimento di
natura simbolica. Vuol dire che la liberta' si e' resa possibile e pensabile
dalle donne. E che esse la desiderano. Questo significa che le donne non si
rappresentano piu' essenzialmente come schiacciate, represse o discriminate
dagli uomini. Gli uomini, infatti, non hanno nulla di essenziale da togliere
o da dare alle donne quanto alla loro liberta'.
Liberta' significa trarre dallo stato di costrizione gli elementi per
superarlo, ma anche, se questo fosse impossibile, per accettarlo
lucidamente. Cosi' il senso dell'esistenza femminile non viene da fuori,
nasce da dentro. Cosi' si sposta il limite tra non liberta' e liberta'.
L'aborto ha sempre rappresentato questo limite. A partire da una
costrizione, quella imposta dalla sessualita' maschile, le donne si sono
sempre autorizzate reciprocamente questo gesto. Non pero' come gesto di
dominio sulla vita, come fantasticano quelli che parlano di omicidio, bensi'
come conclusione necessitata dalle circostanze. Alcune, occorre aggiungere,
hanno esercitato ed esercitano sull'aborto e, piu' in generale, sulla loro
capacita' di regolare la riproduzione, un potere e il senso di liberta'.
Questa posizione e' pienamente accettabile. Visto che il corpo che fa figli
e' quello femminile, visto che la funzione materna e' femminile, e'
legittimo che le donne fondino su cio' un loro maggior potere nella
riproduzione della specie.
*
C'e' contraddizione tra il dire che l'aborto e' una conclusione necessitata
da elementi esterni come la costrizione della sessualita' maschile, e il
registrare un potere femminile legato alle decisioni sulla vita. Tra noi che
scriviamo, alcune mettono l'accento sul primo aspetto, altre sul secondo.
Siamo pero' d'accordo nel riconoscere la contraddizione. In fondo, la
liberta' nasce dalla contraddizione: la necessita' infatti e' la materia
prima della liberta', se da essa si parte per produrre senso, regola e
misura di se'.
Il bisogno di regole e' legittimo. Indica una volonta' di misura e di
societa' femminile Alle donne che invocano o anche solo ammettono che siano
altri (partiti, istituzioni, uomini) a dare loro misura e regole, vogliamo
portare la nostra esperienza che dice che le donne possono dare alle donne
l'una e le altre. Non lo dimostra solo la storia recente del nostro sesso,
l'invenzione di forme politiche per noi vantaggiose, la riflessione teorica,
l'agire pratico di molte. Non lo dimostra solo la vita delle moltissime che
non si sono mai trovate nelle condizioni di dover abortire. Lo dicono anche
le diverse modalita' che le donne hanno trovato e trovano per fare fronte
alle necessita' via via imposte dalla vita, dall'organizzazione sociale, dal
dominio maschile.
Crediamo che l'autorizzatone simbolica femminile vada potenziata e lavoriamo
a questo. Il potenziamento avviene contemporaneamente all'apertura di vuoti
nell'ordine simbolico dato. Qualsiasi intervento legislativo in materia di
riproduzione non farebbe invece che accentuare l'eteroregolazione occupando
spazi che vanno lasciati alla competenza e all'autorita' femminili. Per
questo vogliamo che la parola "reato" legata alla parola "aborto" scompaia
dal codice penale.
*
Questo testo vuole essere uno strumento per il lavoro politico di singole e
gruppi. Non domanda pubblicita' per se' ma attenzione al tema della
depenalizzazione dell'aborto.
Potete migliorarlo o sostituirlo con vostre elaborazioni, in vista di un
convegno che potremo tenere fra qualche mese. Quelle che lo condividono
cosi' com'e', possono aggiungere la loro firma, riprodurlo e farlo
circolare.
*
Franca Chiaromonte, Grazia Negrini, Luisa Muraro, Rossana Tidei, Raffaella
Lamberti, Elena Paciotti, Maria Grazia Campari, Letizia Paolozzi, Alessandra
Bocchetti, Daniela Dioguardi, Maddalena Giardina, Lia Cigarini, Ivana
Ceresa, Angela Putino, Giovanna Borrello, Adriana Cavarero...

3. HERI DICEBAMUS. BENEDETTO CROCE: UNA NOTA SULLA DISTINZIONE TRA
ORDINAMENTO GIURIDICO E VITA MORALE
[Da Benedetto Croce, Etica e politica, Laterza, Bari 1931, ma citiamo
dall'edizione 1973, p. 188. Benedetto Croce, filosofo, storico, critico
(1866-1952), e' stato una delle personalita' piu' illustri della cultura del
Novecento. Per lungo tempo parlar male di Croce e' stato quasi uno sport
nazionale; eppure, con tutte le sue idiosincrasie e tutti i suoi limiti (che
non misconosciamo) resta il filosofo del manifesto degli intellettuali
antifascisti, un liberale autentico, una persona generosa, quel suscitatore
di cultura e promotore di civilta' in un'Italia provinciale e arretrata ai
primi del secolo, poi oppressa dalla dittatura fascista. Opere di Benedetto
Croce: qui segnaliamo particolarmente Etica e politica (che contiene anche
il Contributo alla critica di me stesso), Storia d'Europa nel secolo
decimonono, La storia come pensiero e come azione, tutti presso Laterza; da
alcuni anni Adelphi sta ripubblicando Croce, ed ha gia' edito anche
un'antologia personale curata da Croce per il pubblico inglese negli anni
quaranta e solo ora presentata al pubblico italiano: La mia filosofia,
Adelphi, Milano 1993. Opere su Benedetto Croce: un punto di partenza può
essere Paolo Bonetti, Introduzione a Croce, Laterza, Roma-Bari 1989; si veda
anche Alfredo Parente, Croce per lumi sparsi, La Nuova Italia, Firenze 1975;
e ancora Antonino Bruno (a cura di), Benedetto Croce tent'anni dopo,
Laterza, Roma-Bari 1983; ma naturalmente anche le molte pagine a Croce
dedicate da Gramsci nei Quaderni del carcere (ora nell'edizione critica
curata da Valentino Gerratana per Einaudi, Torino 1975, ristampata nel
2001)]

Nonostante codeste esaltazioni e codesto dionisiaco delirio statale e
governamentale, bisogna tener fermo a considerare lo Stato per quel che esso
veramente e': forma elementare e angusta della vita pratica, dalla quale la
vita morale esce fuori da ogni banda e trabocca, spargendosi in rivoli
copiosi e fecondi; cosi' fecondi da disfare e rifare in perpetuo la vita
politica stessa e gli Stati, ossia costringerli a rinnovarsi conforme alle
esigenze che essa pone.

4. RILETTURE. S. TERESA DI GESU': OPERE
S. Teresa di Gesu', Opere, Postulazione generale dei carmelitani scalzi,
Roma 1950, pp. XLII + 1524. Leggere Teresa d'Avila e' una delle grandi
esperienze che la vita ti dona: ad ogni passo una meditazione, una sorpresa,
uno specchio e un enigma, sconvolgente un invito, un abisso di sogni ed
attese e visioni e richiami, un esperimento di se' e del mondo, una voce e
una mano sollecita, un pozzo di acqua scintillante che aiuta ad affrontare
questo deserto, questa traversata. Tenero e caldo un convocare alla
solidarieta', sottile e profonda una parola di donna, una parola sororale,
che costruisce relazioni, che mette al mondo il mondo, e mena altrove.

5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

6. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 878 del 24 marzo 2005

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