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La nonviolenza e' in cammino. 879



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 879 del 25 marzo 2005

Sommario di questo numero:
1. Enrico Peyretti: Fede - poca fede - di Pasqua
2. Il vagone letto
3. Chiara Cavallaro: Prosegue la campagna contro la legge delega sui codici
penali militari
4. Silvia Pierosara: Note da un seminario su "Il principio nonviolenza" di
Jean-Marie Muller
5. Elisabetta D'Erme ricorda Lisa Fittko
6. Quando il Criticone chiede scusa
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. ENRICO PEYRETTI: FEDE - POCA FEDE - DI PASQUA
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
intervento. Enrico Peyretti e' uno dei principali collaboratori di questo
foglio, ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace
e di nonviolenza. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; e' disponibile nella rete telematica la
sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia
storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente
edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il
principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha
curato la traduzione italiana), e una recentissima edizione aggiornata e'
nei nn. 791-792 di questo notiziario; vari suoi interventi sono anche nei
siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org. Una piu' ampia bibliografia dei
principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15 novembre 2003 di
questo notiziario]

Per alcuni credenti cristiani, la mancata realizzazione storica delle
promesse bibliche ed evangeliche (queste comprendono anche anzitutto
persecuzioni ed emarginazioni) significano la "sconfitta di Dio" (titolo di
un libro di Sergio Quinzio, che lessi bene), lo smarrimento della sua parola
da parte delle chiese, l'impotenza stessa di Dio a mantenere le sue promesse
e la sua incapacita' di salvarci dal male e dal non senso.
Se per Quinzio e' tardi dopo duemila anni, allora - mi pare - era gia' tardi
dopo un'ora e dopo un giorno. "Noi speravamo", dicevano i due discepoli
sulla via (Luca, 24, 21), ma sbagliavano a non sperare piu'. Se noi possiamo
accusare Dio dei suoi ritardi (e gia' lo faceva Israele, preferendo
affidarsi al vitello d'oro), Dio puo' accusare noi (per esempio: Isaia 50,
1-3). Avremo piu' ragione noi o lui?
Quei credenti perplessi non negano la speranza e la fede, ma le pongono
completamente al di la' di quella dura constatazione, spesso pigramente
elusa, che e' un passaggio nella disperazione. Mi sembra una cosa vera e
robusta il sapere e dire chiaro che la speranza non facilmente e leggermente
consolatoria e' solo quella che si misura con la disperazione: "spes contra
spem", sperare dove non si vede nulla da sperare. Eppure, una tale speranza
non puo' essere un salto nel vuoto, che non sarebbe degno della persona
umana. Oltre l'angusto calcolo delle evidenze, si'. Senza un punto
d'appoggio che merita fede, no. Se Dio chiedesse il sacrificio della
coscienza che ci ha dato, un rigido "credo quia absurdum", non meriterebbe
fede.
Probabilmente quei critici hanno una solida ragione nel combattere quel
"cristianesimo senza Cristo" degli "atei devoti" (alla Marcello Pera e
Giuliano Ferrara, per dire due esempi, uno grossolano e l'altro luciferino)
che, complice spesso la chiesa ufficiale, fanno del cristianesimo la
"religione civile" del mondo "evoluto" e ricco, tutta buon senso
convenzionale, verniciata di nobilta' spirituale, utile a giustificare
l'esistente con tutte le sue nefandezze, dalle guerre alle iniquita'
planetarie, come se le democrazie del capitale e del consumismo fossero il
fine raggiunto della storia, il compimento delle divine promesse, dove
reale, razionale e teologico felicemente coincidono e guai a chi
ereticamente discute. Cosi' costoro svuotano il cristianesimo della croce,
gli tolgono la novita' di Gesu', che sconvolse la religione del suo popolo,
occultano il suo giudizio sul mondo, censurano lo scontro in cui Gesu' fu
espulso ed ucciso dai potenti, e continua ad esserlo. A costoro, a chi e' da
loro tentato, e alla chiesa che con loro fa concordati e conciliazioni, va
buttato in faccia lo scandalo della croce. Al falso evangelo - annuncio
pubblicitario di questo "benessere" - va opposto l'evangelo di Gesu' Cristo.
Il quale, pero', e' davvero un "buon annuncio": annuncio a noi disperati, o
illusi da speranze fallaci, che e' realmente entrato nel mondo, ed e' in
mezzo a noi, il regno di Dio, cioe' il modo di vivere che Dio sogna per noi,
il modo di vivere che ci salva dal male e dal nulla. Il vangelo e' severo e
disilluso, promette la croce, ma e' un "eu-angelion" (annuncio di un bene) e
non un "kak-angelion" (annuncio di un male, di un fallimento). Cio' che
annuncia e' una realta', non una improbabile utopia. Una realta', tuttavia,
non registrata dagli annali mondani, non affermata coi metodi mondani
dell'imporsi e del vincere, ma che vive come il seme che germina dopo essere
marcito nel terreno, come Gesu' crocifisso e sempre vivo e parlante.
Riconosce e vede questa realta', con l'occhio della fede, chi "ha orecchi
per intendere" perche' gli e' stato donato di trovare in se' quella "luce
che illumina ogni uomo" (Giovanni 1, 9). Chi ha fede lo vede, questo modo di
vivere evangelico, germogliare in se' e attorno a se', pur in mezzo al male
interiore ed esteriore, ma lo vive anche chi non ha fede ma ha volonta'
buona. Nel giudizio annunciato in Matteo 25, chi avra' servito il suo
prossimo scoprira' di aver vissuto nel regno di Dio.
Il vangelo di Gesu' e' ugualmente la croce e la pasqua, ne' questa senza
quella, ne' quella senza questa. A chi vorrebbe la pasqua senza croce, il
discepolo fedele ricorda la croce. A chi vede la croce senza pasqua, lo
stesso discepolo annuncia la pasqua. La notizia di Gesu' non termina nella
croce, come non arriva alla pasqua senza passare dalla croce. Il suo
fallimento non e' senza riscatto e vittoria, l'unica vittoria giusta,
perche' e' vita che vince la morte, dopo averla accettata per fedelta' alla
vita, per solidarieta' totale con le sofferenze degli ultimi e umiliati.
Questa vittoria e' l'unica vera perche' non umilia e non schiaccia, ma
solleva gli schiacciati perche' e' scesa, col massimo coraggio dell'amore
totale, nel loro inferno. "Mors et vita duello conflixere mirando. Dux vitae
mortuus regnat vivus" (poiche' non e' inglese, lo traduco: "la morte e la
vita si scontrarono in un mirabile duello; il condottiero della vita, morto,
regna vivo", dice l'antica liturgia pasquale). Nella croce c'e' piu'
coraggio che sconfitta. Gandhi (il maggiore profeta del nostro tempo) la
chiama "nonviolenza dei forti".
Del resto, gia' nella Bibbia ebraica bisogna leggere il Qohelet, poi subito
il Cantico, e certamente viceversa.
Il fatto che noi non ci adagiamo rassegnati nella disperazione - e ci sono
continue pesanti ragioni per disperare, nel bel mezzo di questo mondo ricco
ed "evoluto" - e' la vittoria del regno di Dio, invisibile ai potenti, e' la
pasqua di Cristo che si realizza in noi, che lo sappiamo o no, che possiamo
gioirne psicologicamente oppure no. Il fatto che noi vediamo l'onore e la
bellezza degli schiacciati dalla storia, e vogliamo difenderli e liberarli
(in questo mondo, non in un altro) e' la luce di Dio nei nostri occhi. Il
fatto che noi non abbandoniamo la storia alla rovina che sembra spesso
meritare e volere, e' segno della forza tenace dell'amore di Dio che
attraversa le nostre mani, i nostri pensieri e le nostre fatiche. Il fatto
che noi non rispettiamo la legge della guerra - che per Bush e' un blasfemo
mandato divino - e' segno che, pur da poveri peccatori, seguiamo nella stori
a le orme del vero umile pacifico Messia della pace.
Giovanni l'evangelista seppe vedere gia' nella croce di Gesu' la gloria di
Dio trasparente in lui. La nostra poca fede ha un germe di questa luce e di
questa forza, che incontriamo anche in chi ha in se' Cristo vivo
(semplicemente la forza di Dio immessa nella vita) pur senza conoscerlo.
Quel padre, che implorava da Gesu' la guarigione del figlio, posseduto da
uno spirito muto che lo sbatteva di qua e di la', interpreta tutti noi,
continuando a dire "a voce alta" la preghiera piu' sincera: "Io credo, ma tu
aiuta la mia incredulita'" (Marco 9, 24).

2. EDITORIALE. IL VAGONE LETTO
La marcia su Roma. Il re che nomina presidente del consiglio il capo delle
squadracce assassine. Mussolini che arriva in vagone letto.
La Costituzione fatta a pezzi. Il parlamento ridotto a bivacco di manipoli.
I larghi sorrisi in tivu'.
Ed il materassaio incappucciato assurto al rango di padre della patria. E il
vento, la bufera.
E l'ora di difendere la Costituzione, e con essa la democrazia, la legalita'
repubblicana, la dignita' nostra e di tutti, le antiche virtu' repubblicane
di Dante e Leopardi e Mazzini e Gramsci, di Eleonora Fonseca Pimentel.
E tu che ascolti, tu che guardi, tu che sai, tu che devi. Tu che piangi, tu
che asciughi le lacrime.

3. INIZIATIVE. CHIARA CAVALLARO: PROSEGUE LA CAMPAGNA CONTRO LA LEGGE DELEGA
SUI CODICI PENALI MILITARI
[Ringraziamo Chiara Cavallaro (per contatti:
chiara.cavallaro at issirfa.cnr.it) per questo intervento. Chiara Cavallaro,
prestigiosa figura del movimento per la pace, economista, ricercatrice Cnr,
formatrice alla nonviolenza, fa parte del Comitato scienziate e scienziati
contro la guerra, di "Articolo 11. Sana e robusta Costituzione",
dell'esperienza di "Ostinati/e per la pace", ed e' una delle persone piu'
attivamente impegnate nella campagna "No alla censura preventiva sulla
guerra"]

Un breve aggiornamento sulla campagna contro l'approvazione della proposta
di legge di delega al governo per la riforma dei codici penali militari di
pace e di guerra (disegno di legge n. 5433, presentata dal Ministro della
Difesa Martino di concerto con il Ministro della Giustizia Castelli).
*
I lavori delle commissioni parlamentari
Nelle due giornate del 7 e 8 marzo 2005, il disegno di legge delega per la
riforma dei codici militari di pace e di guerra e' approdata alla
discussione alla Camera.
Vi e' arrivata monca rispetto al testo originario: un emendamento
all'articolo 1 presentato dalla on. Deiana in sede di lavori di commissione,
con l'incredibile risultato di 18 voti di opposizione contro 17 della
maggioranza, ha abrogato tutti gli elementi della legge delega relativi alla
riforma del codice penale militare di guerra (cpmg). Questo risultato, del
tutto inaspettato, ha prodotto la convocazione di un comitato ristretto
delle due commissioni, che avrebbe dovuto operare un ripensamento
sull'intera materia. Questo risultato non e' stato ottenuto. I lavori del
comitato, oltremodo sbrigativi secondo quanto riportato in aula dai/dalle
parlamentari di opposizione, ha semplicemente confermato una linea gia'
prospettata dalla maggioranza: quella di presentare alla discussione in aula
uno o piu' emendamenti che reintroducessero gli elementi di delega anche sul
cpmg.
*
La discussione in assemblea
In data 7 marzo, la Camera ha iniziato la discussione del disegno di legge,
partendo dalle linee generali. La premessa del relatore di maggioranza e'
stata che, scontando la successiva reintroduzione degli elementi relativi
anche al cpmg, tale discussione potesse essere estesa ad entrambi gli ambiti
normativi. A cio' si sono di fatto attenuti tutti gli interventi.
Per la maggioranza sono intervenuti: Pierfrancesco E. R. Gramba, relatore IV
Commissione, che ha ricordato, nelle leggi n. 6 e n. 15 del 2002, i
precedenti per l'applicazione della legge penale militare di guerra e
l'introduzione di una importante equivalenza fra lo stato di guerra
dichiarato e il conflitto armato, con la definizione di quest'ultimo e
l'applicazione del cpmg a prescindere dall'avvenuta dichiarazione dello
stato di guerra; Italico Perlini  (Fi), secondo il quale l'uso esterno della
forza militare, oggi, e' finalizzato non piu' soltanto alla difesa del
territorio nazionale, ma ai valori supremi della pace e della sicurezza
internazionali; Francesco Bosi, Sottosegretario di Stato per la difesa, che
ha sottolineato come la prassi di decidere con atto avente forza di legge
per l'invio di missioni all'estero e per l'applicazione del cmpg sia di
fatto gia' stata sperimentata nel corso degli ultimi due anni, senza
suscitare le perplessita' oggi sollevate dall'opposizione.
Per l'opposizione sono invece intervenuti/e: Francesco Bonito, relatore di
minoranza II Commissione, che ha ricordato la natura delle giurisdizioni
speciali come sedi nelle quali si riduce la terzieta' del giudice, con
differente tutela delle parti; Giuseppe Molinari, relatore di minoranza IV
Commissione, che ricordando le posizioni critiche espresse in sede di
audizione dai Cocer delle Forze armate, dell'Arma dei carabinieri e della
Guardia di finanza ha sottolineato la modifica nella definizione del reato
militare, e il suo conseguente ampliamento anche a reati comuni; Silvana
Pisa (Ds) che ha ricordato la questione, nell'ambito delle missioni
all'estero, dell'estensione dell'applicazione del codice militare di guerra
ai civili (combinato disposto dell'articolo 4, primo comma, lettera c), con
l'articolo 4, primo comma, lettere l) e m)); Elettra Deiana (Prc), che ha
sottolineato la dilatazione della nozione giuridica di "conflitto armato"
attraverso l'annessione a tale categoria anche delle azioni terroristiche,
in contraddizione con l'ordinamento internazionale, che non consente il
ricorso alla forza a fini sanzionatori; Piero Ruzzante (Ds), che e'
ritornato sulla questione della militarizzazione dei reati comuni; Paolo
Cento (Verdi) che ha esplicitato la dichiarazione di voto negativo al
disegno del proprio gruppo parlamentare per motivi ampliamente riportati
negli altri interventi.
E' intervenuto, a titolo personale, anche Carlo Taormina (Fi) (1), che si e'
dichiarato contrario al disegno di legge, aggiungendo a quanto sostenuto
negli interventi di opposizione il riferimento alla esiguita' del corpo
della magistratura militare rispetto ai compiti previsti (104 magistrati,
con non piu' di 40 sentenze decisorie con riferimento ai fatti penalmente
rilevanti in un anno) e la generalita' di definizione di conflitto armato.
*
La questione pregiudiziale di costituzionalita' del provvedimento
La seduta si e' chiusa con il rinvio della discussione della questione
pregiudiziale posta dall'opposizione, prima firmataria Anna Finocchiaro (2).
Tale questione, contrariamente alla discussione avvenuta in aula, e' stata
posta solo sulla parte di testo del disegno di legge attualmente esistente,
e quindi limitatamente a quanto previsto per il solo codice penale militare
di pace (cpmp).
Si e' fondata su tre punti:
1) l'arbitraria e irragionevole estensione dell'applicabilita' della legge
penale militare sotto il profilo sia soggettivo (sottoposizione di civili
all'amministrazione militare), sia oggettivo (introduzione di reati comuni
tra i reati militari allorche' commessi da militari, in luoghi militari o
comunque in danno di militari) in aperta violazione dell'articolo 3 della
Costituzione;
2) la previsione di cui al numero 10) della lettera a) dell'articolo 3 di
limitazione dei casi di applicazione della sanzione accessoria della
rimozione dal grado militare a seconda del titolo di reato e dell'eventuale
concorso con inferiore senza ulteriori indicazioni che ne circoscrivano la
discrezionalita';
3) la violazione dell'articolo 110 della Costituzione (che attribuisce
esclusivamente al ministro della giustizia "l'organizzazione e il
funzionamento dei servizi relativi alla giustizia") attraverso la
previsione, in materia di reati militari, di forme di concertazione con il
ministro della difesa, quando si tratti di rapporti giurisdizionali con
autorita' straniere.
La seduta dell'8 marzo si e' aperta quindi con l'intervento dell'on. Anna
Finocchiaro, di presentazione per linee generali della pregiudiziale oggetto
di votazione, a cui si sono succeduti gli interventi di R. Zaccaria
(Margherita), non centrato sul contenuto della pregiudiziale, di Carlo
Taormina, che ne ha contestato tutti i fondamenti, anche con interpretazioni
diversificate rispetto a quanto sostenuto nell'intervento a titolo personale
del giorno precedente, e con una interpretazione, relativa al punto 3 della
questione pregiudiziale, discutibilmente restrittiva dell'art. 110 della
Costituzione, dove si parla di "servizi alla giustizia" e non "alla
magistratura ordinaria" come sostenuto dall'onorevole. Questo difetto
interpretativo e' stato rilevato nell'intervento dell'on. Elettra Deiana,
che ha richiamato inoltre l'inquadrameto dell'art. 110 nell'ambito del
Titolo IV,  Sezione I "Ordinamento giurisdizionale", dove, per esempio
nell'art. 108, diviene evidente come il riferimento sia generalmente rivolto
alla amministrazione della giustizia, senza esclusione delle giurisdizioni
speciali.
Un punto a parte merita di essere citato nell'intervento di Roberto Menia
(An) che oltre a ritenere che l'art. 2 (e non il 52! - ndr -) della
Costituzione faccia riferimento al concetto di difesa nazionale, "dal quale
discende strumentale l'interesse militare", si sofferma sulla definizione
del "luogo militare", ricordando che il disegno di legge riprende
esattamente quanto gia' presente nel cpmp, art. 230.
La discussione si conclude con la votazione, che boccia la pregiudiziale
(Presenti e votanti 456, Maggioranza 229, Voti favorevoli 221, Voti contrari
235).
*
Un inciso: sul "luogo militare"
Su questo punto, si deve notare che, per quanto concerne l'art. 230 del
cpmp, quanto riportato dall'on. Menia e' esatto, ma cio' che non esplicita
l'onorevole e' che, a fronte di una definizione cosi' ampia di luogo
militare vi e', nello stesso articolo, una definizione molto ristretta del
reato (Furto militare) per la quale essa e' pertinente: Il militare, che, in
luogo militare, si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola ad
altro militare che la detiene, al fine di trarne profitto per se' o per
altri, e' punito con la reclusione militare da due mesi a due anni. Se il
fatto e' commesso a danno della amministrazione militare, la pena e'della
reclusione militare da uno a cinque anni. La delega, invece, da un lato
amplia la definizione di reato militare (3) a tutti i reati, compresi quelli
comuni se commessi da militari, in piu' prevede che la definizione di luogo
militare cosi' come da art. 230 cpmp vigente si applichi indiscriminatamente
per tutte le tipologie di reato, di fatto rendendo, mi sembra, almeno
ambigua, se non pericolosamente generica, la definizione stessa.
*
La prosecuzione dell'iter parlamentare e gli emendamenti
Il Presidente chiude la discussione sul provvedimento rinviando l'esame
delle proposte emendative e degli articoli del disegno di legge, con tempi
non contingentati, al mese di aprile. La data non risulta, al 22 marzo,
ancora indicata sul programma dei lavori del sito della Camera. In quella
sede verranno presentati una serie di emendamenti sia da parte
dell'opposizione che della maggioranza, sia tenuto conto di quanto approvato
in sede di Comitato ristretto.
In particolare, il Comitato ristretto si sarebbe trovato d'accordo a:
- abrogare, art. 3, lettera l, quanto previsto in merito all'abbandono o
interruzione collettiva di un servizio;
- integrare i riferimenti normativi dell'art. 1 con la L. 382/78 "Norme di
principio sulla disciplina militare";
- integrare all'art. 2, c. 1, i riferimenti di principio e di diritto per la
delega con le "convenzioni ratificate dall'Italia";
- armonizzare alcuni elementi della delega art. 3, lettera a), n. 12.1 -
affidamento in prova, 12.2 - limitazione in caso di cpmg, 12.4 - detenzione
al domicilio, con quanto previsto dal codice penale ordinario;
- limitazione dell'applicazione degli art. 72, 73, 74 del cpmg al solo
personale militare;
- prevedere un aumento da 5 a 6 tribunali militari con la possibilita' di
ulteriori due sezioni distaccate;
- prevedere alcune possibili integrazioni numeriche delle figure presenti
nella giurisdizione militare (avvocato difensore, integrazione del Consiglio
superiore della magistratura militare) e diverse modalita' per la loro
nomina.
In ogni caso, dopo l'eventuale approvazione, il provvedimento dovra'
ritornare all'approvazione del Senato, che potra' rivedere tutte le parti
che sono state oggetto di emendamento a meno che l'emendamento non si sia
limitato a ripristinare il testo gia' approvato dal Senato stesso, come
auspicato dalla maggioranza nel caso dell'art. 4 - Riforma del Codice penale
militare di guerra.
*
La prosecuzione della campagna contro l'approvazione della legge delega
Questo periodo di pausa dell'iter parlamentare e' quindi da sfruttare al
massimo per continuare a fare pressione. Qui di seguito sono riportate
alcune delle proposte promosse dalla Campagna:
a) Promuovere la firma dell'appello
Sono state raccolte piu' di 2.000 adesioni, ma e' importate continuare a
promuovere la raccolta di firme sul sito al seguente link:
http://db.peacelink.org/forum/thread.php?id_forum=24&id=1164
b) Inviare una valanga di email ai parlamentari
Provare provare e provare ad inviare la "valagna di mail" agli indirizzi dei
parlamentari. Sul sito www.ostinatiperlapace.org sono riportati gli
indirizzi di tutti i parlamentari e una proposta di testo da inviare. Per
inviare i messaggi ai parlamentari visitate questo link:
http://www.ostinatiperlapace.org/ostinati/articles/art_9950.html
c) Far approvare ordini del giorno contrari alla delega dalle istituzioni
locali
Fate pressione sulle istituzioni locali per dare seguito alle iniziative del
Comune di Roma e della Provincia di Modena che hanno approvato un ordine del
giorno (odg) contrario alla proposta di riforma del codice penale militare
di guerra.
Al seguente link potete trovare degli utili suggerimenti:
http://www.ostinatiperlapace.org/ostinati/articles/art_9684.html
*
Note
1. Va ricordato che anche in sede di Commissioni riunite, il Cocer ha
dichiarato di aver avuto l'on. Taormina quale interlocutore per la parte di
maggioranza, per quanto ha riguardato la presentazione di emendamenti al
testo. L'on. Taormina non ha, pero', presentato alcun emendamento, sino al
momento della costituzione del comitato ristretto.
2. Altri firmatari: Minniti, Fanfani, Molinari, Deiana, Armando Cossutta,
Buemi, Oricchio, Cento, Bonito, Ostillio, Lucidi, Carboni, Pinotti, De
Brasi, Annunziata, Pisa, Ruta, Mantini, Loddo, Marino, Rocchi, Tanoni,
Pisapia, Leoni.
3. Codice Penale Militare di Pace - Capo I Del reato consumato e tentato -
Art. 37: "Reato militare". Qualunque violazione della legge penale militare
e' reato militare. E' reato esclusivamente militare quello costituito da un
fatto che, nei suoi elementi materiali costitutivi, non e', in tutto o in
parte, preveduto come reato dalla legge penale comune. I reati preveduti da
questo codice, e quelli per i quali qualsiasi altra legge penale militare
commina una delle pene indicate nell'articolo 22, sono delitti.

4. RIFLESSIONE. SILVIA PIEROSARA: NOTE DA UN SEMINARIO SU "IL PRINCIPIO
NONVIOLENZA" DI JEAN-MARIE MULLER
[Ringraziamo di cuore Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) e
Sergio Labate (per contatti: sergiolabate at unimc.it) per essere stati il
tramite attraverso cui abbiamo potuto avere la gioia di pubblicare questo
saggio di Silvia Pierosara, che anch'ella ringraziamo per la gentile
cortesia di aver acconsentito a mettercelo a disposizione.
Sivia Pierosara studia filosofia all'Universita' di Macerata. Per presentare
l'autrice riportiamo questa breve notizia - inclusiva anche di alcune dense
sue riflessioni ulteriori - scritta da Sergio Labate, il docente che ha
promosso il seminario tenutosi sul libro di Jean-Marie Muller presso
l'Universita' di Macerata che e' stato causa occasionale dello scritto che
segue: "Silvia Pierosara, studentessa di filosofia, ha scritto queste righe
come resoconto piuttosto libero del seminario svolto presso il Dipartimento
di Filosofia e scienze umane dell'Universita' di Macerata dedicato
all'analisi del libro di Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza (Plus,
Pisa 2004). Lei stessa ha dettato questa presentazione: 'le mie parole
raccolgono un appello urgente, una vera e propria emergenza. Parlare di
nonviolenza, sfatare alcuni tra i luoghi comuni che la riguardano e' un
dovere per chiunque accostandosi ad essa si senta in qualche modo chiamato a
rispondere. Educare alla nonviolenza e' tra i compiti piu' difficili,
poiche' e' in gioco un risveglio del sentire. La virtu' dell'educatore e' la
fede che prima o poi questo risveglio avverra'; quella dell'educando e' la
capacita' di ascoltare. Cio' che li accomuna e' l'umilta'. Credo che
concretamente ci si possa impegnare piu' di quanto non si immagini, anche se
tradizionalmente la categoria della nonviolenza ha trovato un'opposizione
pressoche' unanime in quasi tutti gli ambiti, da quello politico a quello
religioso. Quanto a me, ancora non posso credere che quella nebulosa di idee
e pensieri sparsi che fino a poco fa ritenevo cosi' estranea alle mie
materie di studio abbia trovato finalmente voce e si sia rivelata come la
cifra di un ragionare altro, capace di tradursi in azione senza forzature'.
Questo seminario rappresenta una delle poche iniziative istituzionali
dedicate dal mondo universitario alla nonviolenza, e l'eco che viene qui
presentata vale come testimonianza di una fecondita' che richiede ulteriori
spazi".
Jean-Marie Muller, filosofo francese, nato nel 1939 a Vesoul, docente,
ricercatore, e' tra i più importanti studiosi del pacifismo e delle
alternative nonviolente, oltre che attivo militante nonviolento. E'
direttore degli studi presso l'Institut de Recherche sur la Resolution
non-violente des Conflits (Irnc). In gioventu' ufficiale della riserva, fece
obiezione di coscienza dopo avere studiato Gandhi. Ha condotto azioni
nonviolente contro il commercio delle armi e gli esperimenti nucleari
francesi. Nel 1971 fondo' il Man (Mouvement pour une Alternative
Non-violente). Nel 1987 convinse i principali leader dell'opposizione
democratica polacca che un potere totalitario, perfettamente armato per
schiacciare ogni rivolta violenta, si trova largamente spiazzato nel far
fronte alla resistenza nonviolenta di tutto un popolo che si sia liberato
dalla paura. Tra le opere di Jean-Marie Muller: Strategia della nonviolenza,
Marsilio, Venezia 1975; Il vangelo della nonviolenza, Lanterna, Genova 1977;
Significato della nonviolenza, Movimento Nonviolento, Torino 1980; Momenti e
metodi dell'azione nonviolenta, Movimento Nonviolento, Perugia 1981; Lessico
della nonviolenza, Satyagraha, Torino 1992; Simone Weil. L'esigenza della
nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1994; Desobeir a' Vichy, Presses
Universitaires de Nancy, Nancy 1994; Vincere la guerra, Edizioni Gruppo
Abele, Torino 1999; Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004]

Nell'ottica di una triplice dinamica, filosofica, esistenziale e politica,
si impone la considerazione della originarieta' della nonviolenza contro
l'apparente originarieta' propria della violenza. L'indagine deve prendere
le mosse dalla distinzione netta tra la guerra ed il conflitto, che deve
servire a sfatare il luogo comune secondo cui il nonviolento non entrerebbe
mai in conflitto con i suoi simili. La nonviolenza come modalita' originaria
di relazionarsi agli altri implica dunque il conflitto, che va pero' risolto
senza l'aiuto della violenza, o meglio, senza lo spirito di vendetta e la
previa volonta' di nuocere all'altro. Un dato e' emerso in modo
fenomenologicamente evidente anche dall'esperienza del seminario: la pretesa
della violenza (o della diffidenza) come forma prima della relazione con
altri. Di qui l'urgenza, anche a livello macroscopico, di una
chiarificazione, della ricerca di un maggior approfondimento a tutti i
livelli (ritorna la triplice dinamica esistenziale, filosofica, politica,
volta ad attribuire il primato alla violenza o alla nonviolenza).
*
Credo che la costitutiva relazionalita' dell'essere umano, che e' venuta
alla luce dalle discussioni del seminario, sia sovente posta in secondo
piano e occorre come prima cosa dissotterrarla perche' possa essere
trapiantata e possa fruttificare. Il fatto che ci sia una distanza
apparentemente incolmabile tra ideale e reale non si puo' pagare con il
misconoscimento dell'ideale: e' un prezzo troppo alto, e pagarlo
equivarrebbe a dare campo libero a priori alla violenza, approssimandosi
anche ad una purtroppo non irrealistica teorizzazione della violenza.
Un'altra considerazione da fare secondo me e' quella del rapporto tra
violenza e nonviolenza: il fatto che la prima venga sempre giustificata dal
suo essere a fin di bene o dal suo essere l'ultima necessaria per porre fine
ad una catena di morte non deve portarci a considerare la violenza
giustificabile. Il fatto che la violenza non dica mai a se stessa di essere
tale non deve esimerci dall'esecrarla.
A questo punto entrano in gioco a mio avviso due sentimenti autentici che
nella lotta con i loro corrispettivi inautentici creano un terreno su cui il
germe della violenza puo' inocularsi e diffondersi: in altre parole, e'
nell'esperienza quotidiana che si deve aver cura, con pazienza ermeneutica,
della verita'.
Il primo dei due sentimenti a cui mi riferisco, e a mio avviso anche il piu'
originario, e' la meraviglia: riscoprire in ogni atto, in ogni detto, lo
stupore dell'agire e del dire originari, ritrovare intorno a se' il nuovo,
cio' che gli altri per inerzia o per ipocrisia non vedono; e poi orientare
questo sentire meravigliato e meraviglioso verso il bene senza lasciare
nulla in balia del "non mi stupisco piu' di niente".
C'e' un passo di Roberta de Monticelli che vorrei qui citare: "Colui che
guarda il mondo con occhi spalancati e' il filosofo. Il filosofo e'
tutt'occhi, il filosofo e' l'occhio spalancato, se prendiamo la frase alla
lettera, ganz offenes Auge; o forse, il filosofo e' tutt'occhi, non e' altro
che sguardo. L'immagine giusta, qui, e' quella degli occhi sgranati del
bambino, piuttosto che quella dello sguardo indagatore del detective e dello
sguardo circospetto dell'uomo prudente, o perfino dello sguardo potenziato
dalla lente del microscopio. Questo sguardo esprime meraviglia e candore,
oltre che la gioia di scoperte ancora tutte nuove; l'atteggiamento che gli
corrisponde e' quello dell'affidarsi fiducioso allo spettacolo del visibile"
(Roberta de Monticelli, L'ordine del cuore. Etica e teoria del sentire,
Garzanti, Milano 2003, p. 33).
L'unica aggiunta che farei e' che anziche' fenomenologicamente neutro,
questo atteggiamento e' gia' in se' intrinsecamente orientato verso il bene,
sia perche' presuppone l'originaria apertura ad altri che a mio avviso solo
forzatamente si puo' sganciare da un giudizio di valore, sia perche' dove
c'e' fiducia c'e' speranza, e dove c'e' speranza c'e' amore (o nonviolenza
che dir si voglia).
Facendo un piccolo passo avanti, si puo' dire che la meraviglia stessa e' la
condizione necessaria per il sorgere dell'altro sentimento autentico:
l'indignazione.
Essa a sua volta per essere superata deve sfociare nel conflitto, ma non si
puo' fingere che non ci sia. Direi che a ritroso l'indignazione e' un segno
positivo: in sua presenza si puo' risalire il crinale della verita'.
I corrispettivi inautentici della meraviglia e dell'indignazione sono il
giudizio che impoverisce e l'invidia; nel primo caso, considerata la
meraviglia come punto di partenza per la scoperta di un senso ulteriore nel
cammino verso la verita', il suo contrario puo' essere quell'operazione
decostruttiva di toglimento di senso, di impoverimento di senso che
paralizza l'essere umano e le sue potenzialita' e che innalza i soli suoi
avere o  aver fatto al proprio essere. Siamo all'invidia, molto vicina
all'ipocrisia del "va tutto bene, non c'e' conflitto" e alla vigliaccheria,
alla paura che fa chinare il capo.
*
Tra l'autentico e l'inautentico sta un processo che Muller molto a ragione
definisce di semplificazione, e che collegherei con cio' che ho chiamato
impoverimento di senso, e che per la sua compiutezza da solo e' in grado di
portarci dalla questione dell'autenticita' a quella della violenza; un altro
elemento che a mio avviso puo' chiarire il discorso e' il pondus della
parola. Ma procediamo con ordine.
A monte si potrebbe collocare la paura di morire, di cui la paura di essere
superato, ovvero l'invidia, non sono che una prefigurazione, che vede
l'essere umano asserragliato, preso nel costruirsi barriere intorno a se' e
a tirare frecce alla cieca dall'interno della sua inespugnabile fortezza
(pensiamo alla diffusione delle armi da fuoco negli Stati uniti). Cio'
avviene sia a livello mondiale, sia a livello interpersonale, basti pensare
alla pratica assai diffusa del "rinfacciarsi" azioni passate, dell'ancorarsi
sulla propria linea di difesa, in questo caso il passato, pur di non
scoprire le proprie debolezze.
Semplificare puo' significare trovare un nemico, un capro espiatorio,
cercare nel passato dell'inquisito un solo atto che giustifichi la
ghigliottina; tagliare il nodo e' piu' semplice che scioglierlo, avverte
Muller; semplificare e' dare la morte nella persuasione di allontanare la
propria, giudicare nella persuasione di non essere giudicati, o perlomeno di
giocare ad armi pari: occhio per occhio dente per dente, il mondo da allora
non e' progredito un granche'. Semplificare e' rendere tutto banale, e'
appunto non meravigliarsi piu', dare per scontato, inaridirsi: ed ecco che
l'uomo tutto preso a non morire e' gia' morto da un pezzo, cammina, parla,
sente, pensa e anche generalizza per sentito dire; qui entra in gioco anche
la violenza totalizzante del concetto.
Allora alla parola si deve restituire tutta la sua pienezza, e se definire
e' porre in essere, non chiamare, non dire, assimilare sono tutte operazioni
che semplificando tolgono realta'. Una caratteristica del seminario secondo
me e' stata proprio quella di dare il giusto nome alle cose con esattezza
fenomenologica e pazienza ermeneutica.
*
Rispondere significa sentirsi chiamati dalla e alla verita'; per questo non
si puo' operare una cesura tra pubblico e privato: non c'e' una verita' che
vada bene per l'uno e male per l'altro. Mi sembra interessante riportare
l'esempio di Gandhi nelle parole di Giuliano Pontara: "Assai piu'
interessante dell'interpretazione pacifista e' quella di coloro i quali, pur
negando l'esistenza di un messaggio gandhiano sul piano teorico, ideologico,
o comunque giudicando su questo piano il suo messaggio del tutto secondario
e non particolarmente originale, sottolineano l'importanza e l'originalita'
del suo contributo sul piano della prassi, in quanto Gandhi avrebbe mostrato
la pratica possibilita' ed efficacia di un comportamento morale nella sfera
dei rapporti politici, cioe' in quella sfera di rapporti umani in cui, di
regola, la possibilita' e l'efficacia di un comportamento del genere e'
stata negata e l'uso della violenza teorizzato sulla base di ragioni di
varia natura, psicologica, sociologica, storica, ecc." (Giuliano Pontara,
Introduzione a Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino 1996, p.
XXXV).
E' d'obbligo il riferimento a Max Weber, e alla sua distinzione tra etica
della responsabilita' ed etica della convinzione, l'una posta a guida della
politica, l'altra come faro delle scelte individuali; ancora una volta
Muller coglie nel segno quando individua il meccanismo che sta alla radice
di questa distinzione: "Dunque, non e' sulla scelta del mezzo che dobbiamo
interrogarci, ma sulla scelta del fine. La questione e' sapere se gli uomini
non possono avere insieme un'ambizione diversa da quella di stabilire tra
loro dei rapporti di dominio-sottomissione, di comando-obbedienza; se non
hanno la vocazione a concepire un altro progetto politico, che fondi un
ordine sociale non fondato sulla violenza. Ci sembra che proprio queste
domande richiedano delle risposte diverse da quelle a cui, col pretesto del
realismo, si rassegna Max Weber" (Jean-Marie Muller, Il principio
nonviolenza, Plus, Pisa 2004, p. 140).
I mezzi non possono considerarsi solo in quanto utili a raggiungere un fine:
ogni azione in quanto compiuta ha in se' una propria perfezione, un suo
telos immanente che la rende passibile di un giudizio di valore, anche se in
quel momento parrebbe esclusivamente asservita allo scopo. Cio' vale sia a
livello individuale, sia a livello pubblico.
*
La paura di non essere riconosciuti spesso e' la molla che suscita la
violenza. La catena della paura-semplificazione-identificazione del
nemico-legittimazione della violenza non ha risparmiato nessuno, neanche
quegli ambiti che per definizione avrebbero dovuto tirarsi fuori e
schierarsi dalla parte della nonviolenza: le religioni. Anche in questo caso
lo spazio tra ideale e reale e' andato talmente assottigliandosi da
scomparire.
Troppe volte il richiamo alla finitezza e all'imperfezione umana e' servito
da giustificazione per la risoluzione violenta dei conflitti: quello che
dovrebbe essere un positivo appello all'apertura ontologica verso un comune
nucleo di verita' (pena l'implosione, l'autoreferenzialita') si e' spesso
trasformato in un invito necessitante a ristabilire un presunto ordine
tramite la violenza.
Anche se si tiene per vero che non e' su questa Terra che si raggiungera' la
pace, non bisogna stancarsi di cercare, pur nella consapevolezza di essere
in itinere, di donare la propria vita, che e' gia' dono, di spendere se
stessi per la Verita'. Rassegnarsi alla violenza toglie a qualsiasi
religione lo slancio verso l'alto. Giustificare anche una sola volta una
sedia elettrica significa giustificarla sempre. Mi pare significativo
ricordare qui la triplice apertura che ricorda Raimon Panikkar: "Dobbiamo
aprirci, innanzitutto, all'immanenza nascosta nelle nostre stesse tradizioni
fino alle loro radici piu' profonde. Dobbiamo aprirci, in secondo luogo,
alla trascendenza orizzontale delle altre culture, cioe', sapere ascoltare
l'esperienza umana attraverso le epoche, senza disprezzarne nessuna a causa
di acritici pregiudizi evoluzionistici. Questo significa mantenere un
dialogo dialogico aperto a tutto cio' che possa apparire al nostro
orizzonte. Dobbiamo aprirci verticalmente, in terzo luogo, al mistero della
realta'; mistero che non si esaurisce ne' in noi ne' negli altri, ne'
nell'immanenza ne' nella trascendenza, e che ci mantiene vigili,
criticamente recettivi e in definitiva veramente umani: infatti ne'
personalmente ne' collettivamente siamo i padroni del destino dell'universo"
(Raimon Panikkar, L'esperienza filosofica dell'India, Cittadella editrice,
Assisi 2000, pp. 192-193).
Lo spunto che si puo' cogliere e' il seguente: il richiamo alle radici piu'
profonde non deve essere interpretato come una acritica accettazione delle
proprie tradizioni, ma come una conoscenza profonda di cio' che abbiamo alle
spalle; se si pensa alla tradizione cristiana l'attenzione cade agevolmente
sulla radicalita' del precetto "non uccidere", che significativamente non
recita "non uccidere l'embrione ma uccidi l'assassino", o viceversa. Avere
il coraggio di accettare fino in fondo il "non uccidere" implica una fiducia
profonda nel mistero, (dal basso verso l'Alto), una "fedelta' creatrice"
(dall'Alto verso il basso). Come ricorda Muller, non possiamo fondare le
nostre scelte sull'innocenza o meno dell'altro (Jean-Marie Muller, op. cit.
p. 78).
*
Una considerazione da fare e' quella sulla distinzione tra risultato e
frutto, o tra efficacia e fecondita'; la nonviolenza non si puo' valutare a
livello di efficacia, perche' esso e' gia' un criterio violento; infatti dal
punto di vista dell'efficacia la nonviolenza non assicura nulla, non ci
assicura dalla paura della morte, anzi spesso ha condotto alla morte
migliaia di vite umane, ma la paura di morire e' gia' in se' un
atteggiamento violento: il nonviolento considera la vita un'esperienza di
pienezza che si compie al di la' della propria morte, la vera condizione
della morte e' per lui la vita, ed il dare la vita si puo' misurare solo in
termini di frutti, di fecondita'; la vita e' gia' un premio, essa si compie
a prescindere dalla morte. Il criterio dell'efficacia chiama
l'assolutizzazione della nostra finitezza e la rassegnazione ad essa, oltre
ad evidenziare che l'economia con le sue leggi ha impregnato di se' tutto e
tutti sganciandosi dall'etica e dalla politica.
Un'ulteriore suggestione ci invita a riflettere sul tempo come condizione
necessaria della fecondita', e sulla pazienza del saper aspettare:
quest'ultima, oltre ad essere, credo, una tra le principali virtu' del
nonviolento, implica quella fiducia profonda di cui ho parlato prima, e che
qui va diretta all'altro uomo. Dare tempo e' esattamente il contrario
dell'agire violento che toglie tempo e si illude de-cidendo di risolvere il
conflitto.
Mi pare significativo ricordare una questione che Muller mette in rilievo
nel paragrafo Comprendere la violenza della rivolta (Ivi, p. 48). prima di
tutto vorrei rilevare che saper vedere, stupirsi e meravigliarsi ha anche
qui la sua fondamentale importanza, e voglio sperare che il problema sia
soltanto di cattiva informazione; in altre parole, trovo giusto, anzi
sacrosanto indignarsi per i fatti dell'11 settembre, ma non trovo
altrettanto giusto rifiutarsi ancora una volta di capire le ragioni (si
badi, non giustificare), chiudersi gli occhi, e, cosa ancora piu' vile,
vendicarsi di qualcosa che gia' era una vendetta e che se continuiamo cosi'
non potra' essere l'ultima. Perche' solo quelle immagini fanno cosi' presto
a fare il giro del mondo? La violenza dell'oppresso va condannata quanto
quella dell'oppressore, ma ignorarne volutamente le ragioni significa
lasciare la vittima in balia del carnefice e schiava della violenza di
ritorno da cui da sola non sembra capace di liberarsi. Ancora una volta le
parole di Muller colgono nel segno: "Spesso la violenza degli oppressi e
degli esclusi e' piu' un mezzo di espressione che un mezzo di azione. Non e'
tanto la ricerca di un'efficacia quanto la rivendicazione di un'identita'.
E' il mezzo che hanno, per farsi riconoscere, coloro la cui esistenza stessa
non resta soltanto sconosciuta, ma misconosciuta" (Ivi, p. 48).
*
In conclusione, l'esperienza di questo seminario e' stata per me nuova per
due ordini di motivi: da un lato perche', anziche' essere la traduzione di
un testo filosofico in termini comprensibili, viceversa e' stata la
traduzione (e dunque interpretazione), in termini filosofici, di un testo
volutamente non rigoroso come quello di Muller, che poteva disorientare il
lettore abituato ad un argomentare piu' serrato, ma che e' ricco di spunti
da cogliere (o di semi fecondi); dall'altro lato perche', senza nulla
togliere all'unicita' della Verita' e al rigore, mi ha insegnato che in
ultima analisi cio' che conta e che ci orienta e' cio' che crediamo, in
altre parole, e' una questione di fede, o di fiducia.

5. LUTTI. ELISABETTA D'ERME RICORDA LISA FITTKO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22 marzo 2005. Elisabetta D'Erme e'
giornalista, saggista, consulente editoriale di grande cultura e fine
sensibilita']

Nelle memorie di centinaia di persone scampate alla persecuzione nazista e'
spesso presente il riferimento a una via di fuga attraverso i Pirenei, nome
in codice: "F-Route". Per anni nessuno ha saputo cosa si nascondesse dietro
a quella "F". Il mistero venne svelato quando nel 1982 usci' in Germania la
prima parte delle memorie di una ebrea tedesca, Lisa Fittko. Raccontava il
suo tentativo di salvare la vita del filosofo Walter Benjamin facendolo
scappare nottetempo attraverso un sentiero che da Banyuls sur Mer passava
sui Pirenei fino ad arrivare al confine con la Spagna. Segui' nell'85 Mein
Weg ueber die Pyrenaeen. Erinnerungen 1940-41, memorie di una donna
eccezionale, dotata di una umanita' e un coraggio fuori dal comune. Il libro
e' stato pubblicato nel 2000 da Manifestolibri per la traduzione di Sarina
Reina, col titolo La Via dei Pirenei.
Ed e' con grande commozione che apprendiamo la scomparsa di Lisa Fittko,
stroncata da una polmonite, il 12 marzo, a 96 anni, nella Chicago dove
viveva dal 1948 e dove aveva continuato a svolgere, fino a eta' avanzata,
attivita' pacifista.
E' stata una donna d'azione e gli unici suoi due libri non sono il prodotto
di un esercizio letterario ma nascono dall'urgenza di lasciare una
testimonianza scritta di un impegno politico, etico e civile oggi forse
impensabile. Nei suoi due libri, La Via dei Pirenei e Solidariteat
unerwuenscht ("Solidarieta' sgradita", '92) Lisa Fittko ricorda la sua
attivita' di militante nella Resistenza contro il nazifascismo e poi la sue
esperienza di esule nel nuovo mondo.
Nata nel 1909 a Uzhorod (odierna Russia), era cresciuta a Vienna, per
emigrare poi a Praga e Berlino. La sua attivita' politica la costrinse a
lasciare nel 1933 la Germania, per 15 anni visse in esilio tra Svizzera,
Olanda, Francia e Cuba.
Con singolare immediatezza e grande carica comunicativa, nei suoi libri Lisa
Fittko ripercorre alcuni episodi della sua vita avventurosa. Pagine di
storia che avrebbero altrimenti corso il rischio d'andare perse nell'oblio.
La "sua" via attraverso i Pirenei ci riporta agli anni 1940-'41 durante i
quali Fittko, dopo essere finita nel campo di concentramento femminile di
Gurs, riesce a fuggire e a organizzare con il marito Hans il salvataggio di
centinaia di esuli, che vennero aiutati a passare il confine francese,
attraverso un sentiero sui Pirenei. Profughi illustri, politici,
intellettuali, comuni perseguitati, raggiunsero la Spagna grazie all'aiuto
di Lisa e Hans Fittko, gente che una volta arrivata in Portogallo si sarebbe
conquistata la liberta' oltreoceano. Solo uno si arrese troppo presto.
Walter Benjamin. Infine anche Hans e Lisa riuscirono a sfuggire a quella
tremenda "trappola" che andava chiudendosi sempre piu' inesorabilmente
intorno a loro. Con l'aiuto dell'Emerescu, l'Emergency Rescue Committee
costituito da Varian Fry rangiunsero Cuba.
I suoi libri sono stati tradotti in inglese, tedesco francese e giapponese.
In Germania La Via dei Pirenei e' da anni un testo scolastico. In chiusura
del suo libro Lisa Fittko scriveva: "Alcuni dei nostri amici americani ci
domandano: come potete desiderare di tornare in Germania? Dopo tutto quello
che vi hanno fatto? Quello che i nazisti ci hanno fatto ci obbliga a
ritornare. Abbiamo aspettato questo momento per tutto il tempo dell'esilio.
I combattenti della Resistenza devono contribuire a estirpare le radici del
fascismo, a condannare i colpevoli. Gli Alleati hanno 'vinto' la Germania.
Soltanto noi possiamo 'liberare' la Germania dal fascismo". E a chi le
chiedeva ormai novantenne quale fosse la sua patria, seguitava a rispondere:
"la mia casa e' questa, qui a Chicago. Il sogno di pace e liberta' puo'
vivere ovunque".

6. TEMPI MODERNI. QUANDO IL CRITICONE CHIEDE SCUSA
[Il nostro buon amico il Criticone, nel suo noioso veteromarxismo
luxemburghista, le spara grosse una volta ancora, vogliano gentili
lorsignori compatire]

Chiedo scusa, ma otto occidentali su dieci che partecipano ai vari raduni di
Porto Alegre et similia sono borghesi e professionisti delle arti liberali,
privilegiati per antonomasia e nei ranghi dei tecnici addetti
all'oppressione, in vario modo e misura sovente munificamente stipendiati o
finanziati da enti pubblici o privati decisamente non innocenti; e la
circostanza che per aver fatto un po' di turismo, convegnistica, campeggio e
voli transatlantici pretendano poi di impancarsi a portavoce e guida dei
poveri, anche da loro rapinati, infine anche della parola, andiamo, non e'
un bel vedere, caro affardellato signor Kipling.
*
Chiedo scusa, apprezzo molto molto di cio' che consapevolmente ha fatto
Gorbaciov, e ne riconosco i meriti e i talenti, ma in quel paese i miei
compagni di lotta stavano nelle galere e nei manicomi mentre il sunnominato
era parte - e in brillante carriera - dell'apparato che in gabbia e
all'elettroshock li mandava. Sono cose che non riesco a dimenticare, mi
spiace.
*
Chiedo scusa, ringrazio anch'io lo stato italiano per aver salvato la vita
di alcune persone italiane in Iraq; ma se si fosse opposto alla guerra
invece di sostenerla avrebbe potuto salvare un'infinita' di altre persone,
vittime della guerra e del terrorismo che ne e' estrinsecazione e frutto.
*
Chiedo scusa, con tutto il cuore apprezzo l'opposizione parlamentare che
alla guerra dice di no, ma avrei desiderato tanto che alla guerra avessero
detto di no anche quando erano al governo, in quel 1999 che e' ferita che
non cicatrizza.
*
Chiedo scusa, e' un piacere sincero sentir segretari di partito (e son piu'
d'uno, vivaddio) che si esprimono in pro della nonviolenza. Apprezzerei
ancor piu' se costoro sapessero anche di cosa parlano quando quella parola
usano palesemente svuotandola della sua storia piu' vera e del suo arduo e
non banale contenuto.
*
Chiedo scusa, ma finche' nel movimento per la pace si dara' credito e spazio
e autorita' a vecchi e giovani squadristi, autoritari, militaristi e
totalitari, e infine anche - anzi, all'origine - machisti e patriarcali,
dubito assai che saremo un movimento per la pace.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 879 del 25 marzo 2005

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