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La nonviolenza e' in cammino. 881



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 881 del 27 marzo 2005

Sommario di questo numero:
1. Cose che non pensavi che avremmo visto ancora
2. Aldo Antonelli: Pasqua
3. Nicole Itano: Congo
4. Ida Dominijanni: Antigone, ancora
5. Un convegno a Palermo sul contributo della nonviolenza alla lotta contro
la mafia
6. Domenico Gallo: La Carta violata
7. Chiara Rossignoli: Joan Robinson, la ribelle di Cambridge
8. Cece' Damiani: Vandana Shiva
9. L'Associazione per una libera universita' delle donne
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
11. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. COSE CHE NON PENSAVI CHE AVREMMO VISTO ANCORA
I campi di concentramento riaperti in Italia (dalla legge Turco-Napolitano,
poi Bossi-Fini).
La guerra per le colonie ("per aprire i mercati", e' detto meglio cosi'?).
La tortura come rito di passaggio.
Il carcere affidato ai privati. Il carcere. Ai privati. La pena - la pena -
come business.
Il passo successivo: la reintroduzione della schiavitu' nell'ordinamento
giuridico. Solo un attimo di pazienza, signori.

2. POESIA E VERITA'. ALDO ANTONELLI: PASQUA
[Ringraziamo di cuore don Aldo Antonelli (per contatti: ednran at tin.it) per
questa meditazione. Don Aldo Antonelli e' parroco di Antrosano (Aq) e
straordinario costruttore di pace, una persona che ha preso sul serio il
discorso della montagna, un amico della nonviolenza]

Non il sole del tramonto
che stanco e depresso
lascia il mondo alla sua tenebra;
sole che sorge,
invece,
che a tutti,
indistintamente,
di speranze impossibili fa dono.

E Pasqua sara' domani.

Non il pallido languore
di una luna gemente,
spettatrice costretta di lutti e delitti;
il suo ridente tepore
fecondi i sogni
di cose novelle.

E Pasqua oggi sara' gia'.

Il vento piu' non turbi
le attese dei disperati,
ne' la polvere ricopra
le orme dei bambini
che non ancora conoscono
le strade del male.

E la Risurrezione di Uno
di tutti la Pasqua sara'.

E se i fabbricatori di croci
e gli industriali di morte
accetteranno la propria morte,
anche per loro sara',
sorprendentemente,
Pasqua.

Lui,
il Risorto,
per le strade del mondo ci precedera'.

E allora:
fuori i cristiani dalle loro chiese;
fuori i potenti dai loro palazzi;
fuori i soldati dalle loro caserme;
fuori gli epuloni della loro mangiatoie.

E tutti per strada,
la casa di chi casa non ha.

E Pasqua per tutti sara'.

3. MONDO. NICOLE ITANO: CONGO
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a  disposizione nella sua traduzione questo articolo di Nicole
Itano. Nicole Itano, corrispondente per "WeNews", e' una giornalista
indipendente che vive a Johannesburg, in Sudafrica; in questi anni si e'
recata parecchie volte nella Repubblica democratica del Congo per
testimoniare il conflitto]

Una donna viene stuprata da sei soldati, di fronte al marito e ai figli,
mentre altri soldati assalgono la sua bambina di tre anni. Una ragazza di 13
anni muore, vomitando sangue, due giorni dopo essere stata brutalmente
stuprata da un gruppo di miliziani. Un "peacekeeper" dell'Onu baratta sesso
con una donna disperata per due uova.
Queste storie orrende non hanno fine, e vengono dal nuovo rapporto di Human
Rights Watch (Hrw), come evidenza della tragedia che continua in questo
dimenticato angolo d'Africa: una delle piu' grandi crisi umanitarie del
mondo e' largamente ignorata dalla comunita' internazionale. Milioni di
persone sono morte, disperse, profughe. Decine di migliaia di donne e
bambine sono state vittime di aggressioni sessuali.
"Vediamo che nelle zone di conflitto lo stupro e' usato sempre di piu' come
un'arma da guerra", dice Anneke Van Woudenberg, ricercatrice per Human
Rights Watch nella Repubblica democratica del Congo. "Non si tratta di
occasionali voglie di sesso dei soldati. Lo stupro sta diventando parte
della condotta normale di guerra. In questo senso, il Congo non e' speciale.
Cio' che e' particolarmente spaventoso e' la vasta scala su cui questo
succede in Congo".
Il rapporto di Hrw, rilasciato il 7 marzo, testimonia come i combattenti di
ogni gruppo coinvolto nel complicato conflitto in corso in Congo siano
colpevoli di violenza sessuale diffusa e come ben poco sia stato fatto per
rallentare la violenza o perseguire i responsabili. Lo stupro viene usato
per intimidire le comunita' e forzarle alla sottomissione, per punirle del
sostegno ad altri gruppi e, nelle parti orientali del Congo dove il
conflitto e' guidato da odio razziale, per terrorizzare i membri di altri
gruppi etnici. In alcuni casi qui sono stati stuprati anche uomini e
ragazzi. Un'assistente umanitaria ha detto che le donne della regione Ituri
(Congo dell'est) potrebbero "scrivere uníintera enciclopedia sull'uso della
violenza sessuale".
Peggio ancora, coloro che sono stati mandati dalla comunita' internazionale
a proteggere la gente del Congo hanno non solo fallito nel proteggere le
donne, ma hanno contribuito al loro sfruttamento. Negli ultimi mesi, la
forza di peacekeeping dell'Onu in Congo, conosciuta con la sigla Monuc, si
e' dibattuta con le numerose denunce che accusano il suo personale di
coinvolgimento in stupri e prostituzione infantile.
"I posti in cui sono accaduti i peggiori episodi di violenze sessuali sono
gli stessi da cui abbiamo ricevuto le denunce peggiori sul comportamento dei
peacekeepers", testimonia Jane Rasmussen, una delle responsabili del
progetto in Congo. "Il fatto e' che le donne sono in una condizione di tale
degrado che la cosa appare loro quasi normale. Una ragazza mi ha detto, in
lacrime, che almeno quelli del Monuc pagano".
In gennaio, l'Onu ha reso pubblici i risultati delle proprie investigazioni
al proposito, e pure concludendo che molti casi specifici non potevano
essere controllati, ha attestato che "vi e un modulo di sfruttamento
sessuale praticato dai peacekeepers che e' del tutto contrario agli standard
fissati dal Dipartimento per le operazioni di peacekeeping".
*
La guerra civile e' terminata ufficialmente, in Congo, circa due anni
orsono. Il paese, una nazione vasta quanto l'Europa occidentale, e' anche
base per la piu' grande forza di peacekeeping dell'Onu in opera nel mondo.
Ma nonostante questa presenza, e l'insediamento di un governo basato sulla
condivisione del potere fra le parti nel 2003, un conflitto mortale per
quanto su scala ridotta continua, coinvolgendo milizie e piccoli eserciti,
specialmente nella regione di Ituri.
In dicembre, l'International Rescue Committee, una organizzazione non
governativa che si batte per i diritti umani, ha diffuso un proprio studio
sul Congo, rilevando che circa 31.000 persone continuano a morire ogni
giorno, e la maggior parte di esse sono bambini uccisi da cause correlate
alla guerra o dalla denutrizione. In totale, l'organizzazione stima che
dall'inizio del conflitto nell'agosto 1998 siano morte quasi quattro milioni
di persone.
Le violenze sessuali continuano. Il gruppo francese di "Medici senza
frontiere", presente nella citta' di Bunia (Ituri) teatro degli scontri piu'
recenti, testimonia che 40 fra donne e ragazze ogni settimana cercano aiuto
a causa delle violenze subite. Questo avra' fine, dicono a Human Rights
Watch, quando gli offensori cominceranno a credere che ci saranno
conseguenze per le loro azioni. Ma come il loro rapporto sottolinea, la
capacita' del Congo di processare gli accusati di violenze sessuali rimane
limitata. Fino a che la volonta' politica in questo senso non aumentera', e
non vi sara' un maggior supporto internazionale per il sistema legale
locale, ben poche donne congolesi hanno speranza di ottenere giustizia.
"Una lezione chiave che abbiamo imparato da queste missioni di peacekeeping
e' che raggiungono un grado di successo solo se sono in grado di spezzare la
cultura dell'impunita', e di far si' che le persone siano responsabili delle
proprie azioni, soprattutto nei casi di stupro e di altri abusi dei diritti
umani", dice ancora Anneke Van Woudenberg. Sebbene i gruppi per i diritti
umani sostengano che decine di migliaia di donne siano state assalite
sessualmente durante gli ultimi sei anni di conflitto, solo una manciata di
casi sono arrivati ai tribunali civili locali o a quelli militari.
Persino i peacekeepers raramente sono costretti a rispondere della propria
condotta, ammette l'Onu. Secondo il diritto internazionale, essi rimangono
sotto l'autorita' dei paesi di appartenenza, la maggior parte dei quali ha
scarsa volonta' politica di punire i soldati per tali crimini, dice Jane
Rasmussen.
A Bunia, un tribunale sostenuto da una Commissione Europea, e' riuscito a
processare dieci persone per violenza sessuale, ed ha altri nove casi
pendenti. Sebbene il numero dei processi sia esiguo, Human Rights Watch cita
il caso come un esempio di come il sostegno internazionale possa rafforzare
il sistema legale del Congo e, allo stesso tempo, di come sia stato fatto
veramente poco: il tribunale esistente a Bunia e' l'unico del genere in
tutto il paese.
Una cosa importante, dicono le organizzazioni umanitarie, e' che i
comandanti militari siano costretti a rispondere per le loro azioni. I
tribunali internazionali in Ruanda ed ex Jugoslavia hanno equiparato lo
stupro alla tortura, ed hanno condannato i comandanti che hanno incoraggiato
la violenza sessuale come colpevoli di crimini di guerra.
Fermare la violenza e processare i colpevoli di violazioni dei diritti umani
in Congo richiederebbe uno sforzo massiccio ed un coinvolgimento su larga
scala della comunita' internazionale che, dicono sempre i gruppi umanitari,
ha lasciato da parte il Congo sia a livello di aiuti, sia a livello di
informazione.
Nel 2004, nota l'International Rescue Committee, il mondo ha speso per il
Congo 188 milioni di dollari in aiuti umanitari, una cifra che corrisponde a
3 dollari e 23 centesimi per persona, contro gli 89 dollari per persona
impiegati in Sudan, e i 138 per persona impiegati in Iraq l'anno precedente.
"Si parla molto di come potremmo sostenere il sistema legale, soprattutto in
relazione alla violenza sessuale, conclude Van Woudenberg, E tutti sono
d'accordo sul fatto che si tratta di una questione molto importante, ma al
gran parlare non stanno seguendo azioni".
*
Per maggiori informazioni:
Human Rights Watch - "Seeking Justice: The Prosecution of Sexual Violence in
the Congo War": www.hrw.org/reports/2005/drc0305/
International Rescue Committee - "Democratic Republic of Congo: 3.8 Million
Dead in 6 Year Conflict": www.theirc.org/index.cfm/wwwID/2129
Monuc - Investigation by the Office of Internal Oversight Services into
allegations of sexual exploitation and abuse in the United Nations
Organization Mission in the Democratic Republic of the Congo:
www.monuc.org/downloads/0520055E.pdf

4. RIFLESSIONE. IDA DOMINIJANNI: ANTIGONE, ANCORA
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo questo articolo apparso sul quotidiano "Il manifesto" dell'11
giugno 2004.
Ida Dominijanni, giornalista e saggista, e' una prestigiosa intellettuale
femminista.
Francesca Brezzi e' docente di filosofia morale e teoretica all'Universita'
di Roma III. Tra le opere di Francesca Brezzi: Filosofia e interpretazione,
Bologna 1969; Fenelon, filosofo della religione, Perugia 1979; Inquieta
limina, tra filosofia e religione, Roma 1992; A partire dal gioco. Per i
sentieri di un pensiero ludico, Genova 1992; Dizionario dei concetti
filosofici, Roma 1995; La passione di pensare. Angela da Foligno, Maddalena
de' Pazzi, Jeanne Guyon, Roma 1998; Ricoeur. Interpretare la fede, Padova
1999.
Judith Butler, pensatrice femminista americana, e' docente all'universita'
di Berkeley; dal quotidiano "Il manifesto" del 24 marzo 2003 riprendiamo
questa presentazione di Judith Butler scritta da Ida Dominijanni: "Judith
Butler e' una delle massime figure di spicco nel panorama internazionale
della teoria femminista. Docente di filosofia politica all'universita' di
Berkeley in California, ha pubblicato nell'87 il suo primo libro (Subjects
of Desire) e nel '90 il secondo, Gender Trouble, testo tuttora di culto nei
campus americani, cruciale per la messa a fuoco delle categorie del sesso,
del genere e dell'identita'. Del '93 e' Bodies that matter (Corpi che
contano, Feltrinelli, Milano 1995), del '97 The Psychic Life of Power.
Filosofa di talento e di solida formazione classica, Butler appartiene a
quello stile di pensiero post-strutturalista che intreccia la filosofia
politica con la psicoanalisi, la linguistica, la critica testuale; e a
quella generazione del femminismo americano costitutivamente attraversata e
tormentata dalle differenze sociali, etniche e sessuali fra donne e dalla
frammentazione dell'identita' che ne consegue. Decostruzione dell'identita',
analisi del corpo fra materialita' e linguaggio, critica della norma
eterosessuale e dei dispositivi di inclusione/esclusione che essa comporta,
critica del potere e del biopotere sono gli assi principali del suo lavoro,
che sul piano politico sfocia in una strategia di radicalita' democratica
basata sulla destabilizzazione e lo shifting delle identita'. Fin da subito
attenta ai nefasti effetti dell'11 settembre e della reazione antiterrorista
sulla democrazia americana, Butler e' fra gli intellettuali americani
maggiormente imegnati nel movimento no-war. "La rivista del manifesto" ha
pubblicato sul n. 35 dello scorso gennaio il suo Modello Guantanamo, un atto
d'accusa del passaggio di sovranita' che negli Stati Uniti si va producendo
all'ombra dell'emergenza antiterrorista: fine della divisione dei poteri,
progressivo svincolamento del potere politico dalla soggezione alla legge,
crollo dello stato di diritto con le relative conseguenze sul piano del
diritto penale (demolizione delle garanzie processuali) e del diritto
internazionale (violazione di trattati e convenzioni). A dimostrazione di
come la guerra in nome della liberta' e la soppressione delle liberta' si
saldino in un'unica offensiva di abiezione dei "corpi che non contano", per
le strade di Baghdad e nelle gabbie di Guantanamo". Opere di Judith Butler:
Corpi che contano, Feltrinelli, Milano 1995]

Due libri tornano a interrogare il mito della figlia di Edipo per leggere in
termini radicali la crisi della politica: "Antigone e la philia. Le passioni
fra etica e politica" di Francesca Brezzi, e "La rivendicazione di Antigone.
La parentela fra la vita e la morte" di Judith Butler. Antigone come figura
della relazione, di un possibile intreccio fra etica e politica, di un
individuo non piu' scisso fra ragione e passione. Antigone come figura della
crisi dell'ordine patriarcale nella parentela come nella polis, e di un
desiderio post-edipico che apre a una nuova antropologia del presente.
*
"Ad alcune tragedie si torna, ma altre, come Antigone, sembrano tornare. Non
per essere scavate e rivelare nuovi sensi, ma come allusive, rivissute.
Quanto l'Antigone ricorrente nei nostri anni ci parla dell'Antigone
sofoclea, e quanto invece di noi?".
Cosi' Rossana Rossanda quindici anni fa, introducendo la sua rilettura della
tragedia di Sofocle (traduzione di Luisa Biondetti, Feltrinelli, Milano
1987), pensata per un ciclo di seminari del Centro culturale Virginia Woolf
di Roma sull'onda di due spinte: la stagione di conflittualita' radicale che
in tutta Europa aveva scosso lo stato negli anni '70, e la fioritura, nello
stesso decennio, dell'interrogazione femminista sull'eroina greca. Solo nove
anni prima Kluge e Schloendorff avevano filmato, in Germania d'autunno, i
funerali che il sindaco di Stoccarda aveva concesso ai detenuti del gruppo
terrorista Baader-Meinhof uccisi nel carcere di Stammheim, funerali che
altre citta' avevano rifiutato replicando a distanza di 2400 anni il divieto
di Creonte sulla sepoltura di Polinice. E solo dodici anni prima Luce
Irigaray aveva riletto Antigone in uno dei libri inaugurali del femminismo
della differenza, Speculum, facendone una figura dell'esclusione femminile
dal linguaggio e dalla polis e del ritrovamento della genealogia materna.
L'una e l'altra spinta autorizzavano a ripensare il mito portandosi oltre il
sedimento, pure molto spesso, di alcuni secoli di precedenti e
autorevolissime interpretazioni.
E oggi? Antigone non smette di tornare, come ha dimostrato di recente un
convegno ad essa dedicato tenutosi nelle universita' di Cagliari e di Roma
Tre. Ma perche', e da dove continuiamo, o riprendiamo, a interrogare il mito
della figlia di Edipo murata viva dal tiranno di Tebe Creonte per aver dato
sepoltura al fratello Polinice, morto in battaglia, reo di avere cercato di
spodestare il tiranno e percio' condannato a non ricevere l'onore delle
esequie? Lo scenario si e' spostato.
Non si tratta piu' di leggere attraverso Antigone il conflitto fra uno stato
autoritario da una parte e i tentativi di sovvertirlo dall'altra, e nemmeno
quello fra uno stato patriarcale e l'esclusione femminile dall'altra.
Entrambe queste dicotomie si sono complicate. La maschera autoritaria, anzi
ormai dichiaratamente guerrafondaia e poliziesca, della macchina statale, se
per un verso da' luogo a forme micidiali di controllo biopolitico sul corpo
individuale e sociale, per l'altro verso non riesce a nascondere le rughe
profonde che solcano il volto del Leviatano, la sua crisi di legalita',
legittimita' e consenso, la sua incapacita' di garantire il funzionamento
dei cardini basilari del contratto sociale moderno. Il fronte della
sovversione e della resistenza si e' a sua volta ri-formato su scala
sovranazionale, come nel caso del movimento no-global, o de-formato, come
nel caso del terrorismo suicida.
Quanto ai dispositivi di esclusione dalla polis, si sono fatti piu' feroci
nei confronti degli "stranieri", migranti legali e illegali che forzano i
confini materiali degli stati e quelli giuridici della cittadinanza, ma si
sono viceversa capovolti in dispositivi di inclusione forzata verso le donne
di casa nostra, dividendo le stesse strategie politiche femminili nei
confronti dello stato: a piu' di trent'anni dalla rivoluzione femminista
nulla ci autorizza a disegnare un conflitto lineare fra le donne e la polis,
di fronte a un panorama complesso abitato dall'estraneita' ma anche
dall'assimilazione femminile, dalle Antigoni che tuttora sfidano lo Stato ma
anche dalle torturatrici arruolate - a correzione della celebre lettura
hegeliana del testo di Sofocle - al fianco dei fratelli nella
militarizzazione dello Stato.
*
Reinterroghiamo Antigone, insomma, a partire da stati tanto piu' tentati da
strette autoritarie quanto piu' diventano obsolescenti, da campi di
detenzione come quello di Guantanamo che al corpo del nemico non negano la
sepoltura bensi' lo statuto dell'umano, da migrazioni che fanno saltare i
confini della cittadinanza, da un femminismo diviso che in parte e'
diventato di stato e in parte rilancia viceversa la sua sfida originaria
allo stato. Ma a maggior ragione torniamo a interrogarla, perche' tutto
questo panorama ci parla di una crisi radicale della politica, che dunque
alle radici della politica ci riporta: su quel bordo fra antropologia della
comunita' e organizzazione della polis su cui la tragedia di Sofocle si
colloca e si snoda.
E' da questo spirito di radicale interrogazione sulla crisi della politica
che prendono le mosse due recenti letture dell'Antigone, l'una della
filosofa italiana Francesca Brezzi (Antigone e la philia. Le passioni fra
etica e politica, Franco Angeli, Milano 2004), l'altra della filosofa
californiana Judith Butler (La rivendicazione di Antigone. La parentela fra
la vita e la morte, Bollati Bringhieri, Torino 2004; di Butler avremo presto
occasione di tornare a parlare, perche' Meltemi sta per mandare in stampa
Vite precarie, un testo che raccoglie le sue analisi politiche successive
all'11 settembre, mentre Sansoni ha da poco pubblicato il suo testo piu'
classico, Gender Trouble, col titolo - opinabile - Scambi di genere).
Entrambe dichiaratamente collocate nel solco delle interpretazioni
femministe della tragedia, la leggono tuttavia diversamente, pur
condividendo in partenza l'intenzione di superarne le tradizionali
interpretazioni in chiave dicotomica o essenzialista: quelle che oppongono
troppo semplicisticamente la polis al ghenos, il diritto al sangue, la
sovranita' alla trasgressione, l'uomo alla donna.
*
Per Francesca Brezzi - il cui libro ha fra l'altro il pregio di ripassare in
rassegna tutte le principali letture della tragedia, da Hegel a Goethe,
Heidegger, Brecht, Lacan, da Maria Zambrano a Marguerite Yourcenar, Luce
Irigaray, Rossanda, Martha Nussbaum, Adriana Cavarero - si puo' trovare
nell'Antigone una chiave per reinventare la politica facendola incontrare
con l'etica, per uscire dai paradossi odierni di democrazie incerte fra
l'universalismo e il comunitarismo, per disegnare i lineamenti di una nuova
cittadinanza. Figura non di un ghenos prepolitico, bensi' dell'irruzione
sotto il segno della philia nella polis in guerra sotto il criterio
dell'amico-nemico, Antigone apre a una politica della relazione, in cui
etica e politica non si scontrano ma si intrecciano.
Figura non della separazione fra diritto e morale e fra pubblico e privato,
bensi' della sua denuncia, Antigone apre a un "divenire cittadini" non piu'
diviso fra ragione di stato e passione personale.
Figura non dell'esclusione femminile dalla sfera pubblica, bensi' del
tentativo femminile di proclamare il diritto d'esistenza nella sfera
pubblica di leggi altre da quelle della sovranita', Antigone apre a un
ripensamento dell'individuo sessuato, incarnato, fonte sorgiva di diritto e
di un "universalismo contestuale", contro la concezione moderna
dell'universalismo astratto incardinata sull'individuo neutro.
Donna, combattuta ma non scissa fra due leggi e due lingue antinomiche,
quella della polis e quella del sangue, Antigone diventa la figura
dell'antropologia sessuata di una nuova politica possibile, non piu'
fallogocentrica e non piu' imprigionata nelle sue tradizionali antinomie,
ragione o passione, testa o corpo, diritto positivo o morale, amico o
nemico. E la philia, espunta dallo statuto moderno della politica ma non
assente nello scenario greco delle sue origini, torna in soccorso della
politica morente nelle nostre democrazie di inizio millennio.
*
Non basta pero' la Donna a Judith Butler per riedificare la politica;
perche' notoriamente, per la filosofa californiana, anche "la Donna" e' una
costruzione del discorso fallogocentrico con cui l'ordine politico e'
imparentato; e perche' prima di essere riedificata, la politica occidentale
abbisogna ancora di essere decostruita, disossata, smontata nelle sue
strutture primarie e nelle sue segrete complicita' con le strutture
dell'ordine simbolico. Percio' Butler, grande maestra nel corpo-a-corpo del
pensiero femminista con la tradizione filosofica, si muove con agilita'
corsara fra la lettura della tragedia di Hegel e quella di Lacan; ma non per
contrapporre la psicoanalisi alla politica, il dramma del desiderio
singolare al dramma della comunita', bensi' per reinsediare la questione del
desiderio nel cuore della polis. E rilegge a sua volta Antigone con
l'intenzione di mettere a tema i rapporti che intercorrono fra l'ordine
simbolico e l'ordine sociale, fra l'ordine della parentela e l'ordine della
polis, fra l'ordine fallocentrico della sessualita' incentrato sul tabu'
dell'incesto e l'ordine della legge e della normativita'.
Non e' dunque "la donna", Antigone riletta da Butler, perche' essa, come
dimostra la contaminazione del suo linguaggio con quello di Creonte, non
incarna l'identita' di genere bensi' la sua dislocazione nella recita dei
ruoli sessuali; ne' incarna le ragioni della parentela contro la ragion di
stato. Figlia dell'amore incestuoso fra Edipo e Giocasta, e a sua volta
soggetto di due amori incestuosi, verso Edipo e verso Polinice, rappresenta
piuttosto la crisi della parentela, il punto in cui il tabu' dell'incesto
vacilla; e contemporaneamente la crisi dell'ordine politico, che all'ordine
simbolico fondato sul tabu' dell'incesto e' legato da nessi strutturali. E
il problema di Antigone non e' di entrare in quell'ordine, bensi' di
rivelarne i divieti costitutivi e i limiti invalicabili, che la lasciano
sospesa, ne' dentro ne' fuori la polis, ne' morta viva, destinata a
un'esistenza senza luogo, senza rappresentanza e senza rappresentazione
possibile.
*
La rivendicazione di Antigone, si intitola il libro di Butler, e non e'
difficile scorgere quale sia la rivendicazione di Judith che emerge dalla
sua rilettura del mito.
Contro il femminismo di stato, che dallo stato chiede protezione,
legittimazione e riconoscimento, Butler rilancia la sfida antiistituzionale
originaria del femminismo.
Contro la ragion di stato, rilancia le ragioni di coloro che ne sono esclusi
o dannati.
Contro la teoria e la vulgata lacaniana dell'ordine simbolico come ordine
astorico e immutabile, ripropone il problema - cruciale nel femminismo
italiano - del rapporto fra ordine simbolico e ordine sociale.
Contro la teoria strutturalista della parentela incardinata sull'Edipo, ma
anche contro i movimenti identitari femministi e gay che spesso finiscono
con l'uniformarvisi al di la' di ostentate trasgressioni, rilancia la sfida
di parentele eterodosse e mobili, e di una sessualita' non anti-edipica ma
post-edipica, in cui il desiderio non sia vincolato alla norma sociale e
simbolica dominante.
Siamo sulla West Coast americana, dove la radicalita' politica fa tutt'uno
con la radicalita' sociale, e Butler si sente autorizzata a lanciare la sua
sfida dalle nuove configurazioni sociali che la parentela assume nelle
famiglie allargate, nelle madri single, nelle coppie gay, nelle famiglie
smembrate dei migranti; e dalla "malinconia" che avvolge, nella sfera
pubblica, queste figure di "irregolari", insieme ad altre - detenuti,
clandestini e quant'altri - ancor piu' tragicamente marchiate dalla
normativita' biopolitica e a sospese a loro volta in una condizione fra
l'umano e il non umano.
Ma noi possiamo rilanciare ancora altrimenti e diversamente la sua sfida,
inoltrandoci ulteriormente sul terreno della crisi della politica. Scrive
Butler che Antigone non segnala la questione del deficit della
rappresentanza, bensi' "la possibilita' politica che si apre quando si
palesano i limiti della rappresentanza e della rappresentazione".
E' un tema noto alla critica della politica portata avanti dal femminismo
italiano e dalle sue pratiche; critica e pratiche, per restare al gioco, a
loro volta tenute dall'ordine del discorso dominante in una condizione
sospesa, ne' politica ne' impolitica, destinate - come Antigone- a restare
senza rappresentanza e senza rappresentazione dentro lo statuto
tradizionale, convenzionale, normativo della politica. Condizione qualche
volta malinconica, ma tutt'altro che infelice. Viviamo nell'epoca in cui,
scrive Butler, "la politica e' entrata nella catacresi": non ha piu' nome
proprio, e' uscita dai suoi confini, e' - in tutti i sensi - "fuori di se'".
Il desiderio di politica che muove la politica oltre i suoi confini
deputati, il desiderio femminile di politica che ha gia' spostato e
modificato quei confini, e' un desiderio tombale, come quello di Antigone
secondo Lacan, o e' piuttosto generativo di una nuova nascita della
politica? Percio' interroghiamo ancora quel mito. Con e contro Lacan:
Antigone, encore.

5. INCONTRI. UN CONVEGNO A PALERMO SUL CONTRIBUTO DELLA NONVIOLENZA ALLA
LOTTA CONTRO LA MAFIA
[Da Enzo Sanfilippo (per contatti:  v.sanfi at virgilio.it) riceviamo e
diffondiamo]

Si svolgera' il 21-22 maggio 2005 a Palermo, presso il Salone del convento
dei Francescani di Baida, il convegno nazionale "Superare il sistema
mafioso. Il contributo della nonviolenza".
Sono previsti interventi di: R. Altieri (Universita' di Pisa, direttore
della rivista "Quaderni Satyagraha"); R. Bruno (cappellano del carcere di
Lecce); M. Cannito (esperta di giustizia rigenerativa, "Witness for Peace",
Washington); A. Cavadi (Scuola di formazione etico-politica "Giovanni
Falcone", Palermo); A. Cozzo (docente di Teoria e pratica della nonviolenza,
Universita' di Palermo); A. Drago (esperto di Difesa Popolare Nonviolenta,
primo presidente del Comitato di consulenza presso l'Ufficio nazionale per
il servizio civile), A. Foti (Arci Sicilia, vicepresidente nazionale di
"Libera"); N. Salio (Centro studi "Domenico Sereno Regis" di Torino); G.
Scardaccione (esperta di mediazione penale, Universita' di Chieti); V.
Sanfilippo (Movimento dell'Arca); U. Santino (Centro Impastato, Palermo); S.
Rampulla (Seminario nonviolenza, Palermo); E. Villa ("Libera", Palermo).
Gruppi di lavoro su: Pratiche di mediazione e di giustizia rigenerativa;
Pratiche di resistenza civile: antiracket, boicottaggi; Difesa Popolare
Nonviolenta, servizio civile, contrasto alla mafia; Strategie educative;
Ruolo delle donne; Comunita' religiose e mafia; Percorsi di accompagnamento
per vittime, testimoni, dissociati.
Per informazioni: v.sanfi at virgilio.it

6. RIFLESSIONE. DOMENICO GALLO: LA CARTA VIOLATA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 25 marzo 2005 riprendiamo il seguente
articolo. Domenico Gallo, illustre giurista, e' nato ad Avellino nel 1952,
magistrato ed acuto saggista; tra i suoi scritti segnaliamo particolarmente:
Dal dovere di obbedienza al diritto di resistenza, Edizioni del Movimento
Nonviolento, Perugia 1985; Millenovecentonovantacinque, Edizioni Associate,
Roma 1999]

Dopo un lungo attacco al diritto, alla giustizia e alla liberta'
d'informazione una maggioranza estranea alla storia, alla cultura ed ai
valori della Resistenza, sta per portare a termine l'attacco finale alla
Costituzione italiana.
Il disegno di riforma della II parte della Costituzione approvato in prima
lettura dal Senato e' un progetto eversivo che getta alle ortiche la
Costituzione nata dalla Resistenza, cancellando il suo frutto principale:
l'ordinamento democratico.
Al suo posto viene introdotto un ordinamento fondato sul Governo (personale)
del primo ministro, al quale vengono attribuiti poteri superiori a quelli
che la legge del 24 dicembre 1925 (attribuzioni e prerogative del capo del
governo, primo ministro) attribui' a Mussolini, instaurando il regime
fascista, che gli studiosi dell'epoca consideravano una forma di governo
basata sul primato del primo ministro.
Come se non bastasse, il prezzo pagato per questo mutamento di regime, sara'
la demolizione dell'universalita' dei diritti, strettamente collegata allo
sfascio dell'unita' nazionale prodotto dalla cosidetta devolution. Bossi ha
ragione di esultare e di presentare ai suoi elettori, nella prossima
campagna elettorale, il trofeo conquistato sul campo: le spoglie della
Repubblica italiana.
Uccidere una repubblica, pero', non e' operazione da poco: dipende da quanto
siano salde le sue fondamenta. La nostra Costituzione e' la casa comune che
ha consentito al popolo italiano negli ultimi cinquant'anni di affrontare le
tempeste della storia, salvaguardando, nell'essenziale, la pace, la
liberta', i diritti fondamentali degli individui e quelli delle comunita'.
Essa ha contribuito a formare l'identita' nazionale, per cui oggi non e'
possibile pensare al popolo italiano separato dai suoi istituti di liberta',
dal grande pluralismo dei corpi sociali, dalla distribuzione dei poteri,
dalla partecipazione popolare, dalla passione per il bene pubblico.
La sostituzione della Costituzione con l'editto Bossi-Berlusconi, colpisce
l'identita' stessa del popolo italiano come comunita' politica, distruggendo
quell'ordinamento attraverso il quale si sostanzia la democrazia e si
garantisce il rispetto della dignita' umana alle generazioni future.
In questo modo, demolendo le istituzioni della democrazia, si disfa
l'Italia, trasformando il popolo italiano in un aggregato di individui in
perenne competizione tra loro, in una folla anonima, adatta ad essere
plasmata da un nuovo duce. Possono toglierci tutto, ma non l'identita'.
D'altro canto se il popolo italiano dovesse perdere la sua identita' di
comunita' politica organizzata in ordinamento democratico, avrebbe perso
tutto.
Se la riforma dovesse passare, il frutto della Resistenza sarebbe cancellato
ed il suo patrimonio disperso per sempre. Il fatto e' che la Costituzione
italiana non e' stata scritta sulla sabbia e non puo' essere portata via
dalle onde. E' stata scritta, per dirla con Calamandrei, sulla roccia.
"Sulla roccia di un patto giurato fra uomini liberi che volontari si
adunarono, per volonta', non per odio, decisi a riscattare la vergogna ed il
terrore del mondo". Oggi, come allora, e' necessario ritrovare lo stesso
spirito, la stessa coscienza di un dovere civile da adempiere: sconfiggere
il progetto di demolizione della Costituzione repubblicana, attraverso la
mobilitazione popolare ed il referendum, per ricostruire il primato della
convivenza civile orientata al perseguimento del bene comune. Fondamento
morale senza il quale non puo' vivere una democrazia.

7. MAESTRE. CHIARA ROSSIGNOLI: JOAN ROBINSON, LA RIBELLE DI CAMBRIDGE
[Dal sito www.universitadelledonne.it riprendiamo questo profilo di Joan
Robinson redatto da Chiara Rossignoli, tratto dal libro a cura di di Liliana
Moro e Sara Sesti, Donne di scienza. 55 biografie dall'antichita' al
Duemila, Pristem - Universita' Bocconi, seconda edizione 2002.
Chiara Rossignoli insegna alla facolta' di economia dell'Universita' di
Verona.
Joan Robinson, nata nel 1903, scomparsa nel 1983, e' stata una grande
docente di economia a Cambridge, studiosa di straordinario valore e di forte
impegno civile. Tra le molte opere di Joan Robinson: Ideologie e scienza
economica, Sansoni; L'economia a una svolta difficile, Liberta' e
necessita', ambedue presso Einaudi]

Un secolo fa, il 31 ottobre, nasceva Joan Robinson (1903-1983), protagonista
della "rivoluzione keynesiana" nella Cambridge degli anni Trenta. La
studiosa puo' essere annoverata tra i grandi economisti avendo legato il suo
nome a tre grandi "rivoluzioni" nella storia del pensiero economico: la
teoria della concorrenza imperfetta, la teoria della domanda effettiva e la
critica alla teoria neoclassica del capitale. E' stata definita "il piu'
grande Nobel per l'economia mancato"...
Joan Violet Maurice nacque in Inghilterra, a Camberley, da una famiglia
dell'alta borghesia di tradizioni illustri, ma anticonformiste. Da ragazza,
leggeva poesie allo "Speaker's Corner" in Hyde Park a Londra. Non sopportava
le chiacchiere, tratto dominante della sua personalita' fu l'intelligenza.
Intraprese nel 1922 gli studi economici all'Universita' di Cambridge. Dalla
tradizione di Cambridge acquisi' la concezione dell'economia quale ricerca
delle cause del benessere materiale; la convinzione che la fonte dei
problemi analitici debba essere il mondo reale; la preferenza per la
presentazione dei modelli in forma letteraria anziche' matematica. Joan
divento' famosa per le sue brillanti lezioni, per l'intensa attivita' di
supervisione dei giovani ricercatori e per le vivacissime battaglie
polemiche con i colleghi. Anche in cio' fece proprio l'affidamento, tipico
di Cambridge, nella trasmissione orale e nella discussione quale fonte di
progresso scientifico.
In quegli anni Cambridge, ancora dominata dal pensiero di Alfred Marshall
(1842-1924), era il centro di una rivoluzione teorica guidata da John
Maynard Keynes, l'economista inglese che avrebbe inaugurato una concezione
innovativa del funzionamento del sistema economico capitalistico, basata
sulla nozione di "domanda effettiva", dalla quale dipende il livello del
reddito nazionale e, in definitiva, l'occupazione. Nel gruppo di "apostoli"
che circondavano il maestro spiccavano Joan Robinson e Richard Kahn (1905).
Con quest'ultimo, Joan inizio' un'intensa collaborazione che duro' tutta la
vita.
Dopo la laurea, si sposo' con Austin Robinson, suo docente, di sette anni
piu' anziano. Probabilmente cio' era destinato ad ostacolare la sua
carriera; autrice di opere famose in tutto il mondo, Joan avrebbe ottenuto
la cattedra solo nel 1965, dopo il ritiro del marito dall'insegnamento. Nel
1926, subito dopo il matrimonio, Joan segui' il marito in India, dove si
fermarono piu' di due anni. Al loro ritorno, i Robinson trovarono il piccolo
mondo cambrigiano sconvolto: era iniziato, grazie all'economista italiano
Piero Sraffa (1898-1983), l'attacco all'ortodossia marshalliana. Da questi
fermenti nacque nel 1933 la prima opera di Joan Robinson La teoria della
concorrenza imperfetta.
Nel frattempo il circolo keynesiano inizio' i lavori che portarono alla
pubblicazione nel 1936 della Teoria generale; con l'intento di divulgare e
approfondire questa fondamentale opera di Keynes, Joan Robinson pubblico'
nel 1937 i Saggi sulla teoria dell'occupazione e l'Introduzione alla teoria
dell'occupazione. La guerra mondiale segno' la fine della fioritura della
rivoluzione keynesiana.
Joan Robinson inizio' nel 1940 a leggere il Capitale di Marx, "per distrarsi
dalle notizie". Frutto di questo studio fu il Saggio sull'economia marxiana
(1942), nel quale, separando gli aspetti scientifici da quelli ideologici,
valorizzo' il contributo di Marx alla teoria economica presso gli economisti
liberali.
Nel 1951 Joan Robinson scrisse l'introduzione all'edizione inglese della
principale opera di Rosa Luxemburg, L'accumulazione del capitale; nel 1956,
diede lo stesso titolo al suo lavoro piu' impegnativo, nel quale studio' la
crescita economica. In quel periodo Robinson cercava di raccogliere
l'eredita' di Keynes e di svilupparla in senso dinamico (perseguendo cosi'
una "seconda rivoluzione"). Ripresero le riunioni, che l'economista
statunitense Paul Samuelson (1915) descrisse cosi': "Nicky [Kaldor
(1908-1986)] parlava per il 75 per cento del tempo, e Joan parlava per il 75
per cento del tempo". Nasce da qui la Teoria dell'accumulazione (1956). Joan
Robinson passo' il resto della sua vita a lottare contro i "keynesiani
bastardi" che tentavano di conciliare le innovazioni keynesiane con
l'ortodossia di Marshall.
Joan aveva una domestica, una cuoca e una bambinaia per le due figlie. Non
guidava, non portava con se' il portafogli, e qualcuno sempre l'accompagnava
e pagava per lei. Portava spesso abiti acquistati in India o in Cina che
contribuivano a crearne un'immagine eccentrica. Tenne conferenze e lezioni
agli studenti di tutto il mondo e negli anni Sessanta era famosa nelle
universita' statunitensi in rivolta. Invitata dagli studenti, accettava
sempre di intervenire nei seminari e nei gruppi di studio e dormiva nei
pensionati. Vegetariana, apprezzava molto l'whisky.
Nelle sue ultime opere, Ideologia e scienza economica (1962) e Liberta' e
necessita' (1970), indago' in senso piu' metodologico i fondamenti della
scienza economica. Mori' a Cambridge all'eta' di 80 anni, alcuni mesi dopo
un colpo apoplettico.

8. MAESTRE. CECE' DAMIANI: VANDANA SHIVA
[Dal sito www.universitadelledonne.it riprendiamo questo profilo di Vandana
Shiva redatto da Cece' Damiani, tratto dal libro a cura di di Liliana Moro e
Sara Sesti, Donne di scienza. 55 biografie dall'antichita' al Duemila,
Pristem - Universita' Bocconi, seconda edizione 2002.
Cece' Damiani collabora con l'Universita' delle donne di Milano; ha
contribuito a diverse pubblicazioni, tra cui: Luciana Percovich, Piera
Radaelli, Cece' Damiani (a cura di), Islam e islamismo: ne parlano le donne.
Atti del seminario (Milano, maggio 1995), Associazione per una libera
universita' delle donne, Milano 1996; Luciana Percovich, Cece' Damiani,
Franca Petronio (a cura di), Pensare globalmente, Agire localmente (Dopo
Pechino). Atti del convegno (Milano, 25-26 novembre 1995), Associazione per
una libera universita' delle donne, Milano 1996; Sara Sesti, Liliana Moro (a
cura di), Donne di scienza. 55 biografie dall'antichita' al Duemila,
Edizioni Pristem - Universita' Bocconi, seconda edizione 2002.
Vandana Shiva, scienziata e filosofa indiana, direttrice di importanti
istituti di ricerca e docente nelle istituzioni universitarie delle Nazioni
Unite, impegnata non solo come studiosa ma anche come militante nella difesa
dell'ambiente e delle culture native, e' oggi tra i principali punti di
riferimento dei movimenti ecologisti, femministi, di liberazione dei popoli,
di opposizione a modelli di sviluppo oppressivi e distruttivi, e di denuncia
di operazioni e programmi scientifico-industriali dagli esiti
pericolosissimi. Tra le opere di Vandana Shiva: Sopravvivere allo sviluppo,
Isedi, Torino 1990; Monocolture della mente, Bollati Boringhieri, Torino
1995; Biopirateria, Cuen, Napoli 1999, 2001; Vacche sacre e mucche pazze,
DeriveApprodi, Roma 2001; Terra madre, Utet, Torino 2002 (edizione riveduta
di Sopravvivere allo sviluppo); Il mondo sotto brevetto, Feltrinelli, Milano
2002. Le guerre dell'acqua, Feltrinelli, Milano 2003]

Fisica quantistica ed economista, dirige il Centro per la Scienza,
Tecnologia e Politica delle Risorse Naturali di Dehra Dun in India. E'
considerata la teorica piu' nota di una nuova scienza: l'ecologia sociale.
Vandana Shiva e' nata nel 1952 a Dehra Dun, nell'India del nord da una
famiglia progressista. Ha studiato nelle universita' inglesi ed americane
laureandosi in fisica. Tornata a casa dopo aver terminato gli studi, rimase
traumatizzata rivedendo l'Himalaya: aveva lasciato una montagna verde e
ricca d'acqua con gente felice, poi era arrivato il cosiddetto "aiuto" della
Banca Mondiale con il progetto della costruzione di una grande diga e quella
parte dell'Himalaya era diventato un groviglio di strade e di slum, di
miseria, di polvere e smog, con gente impoverita non solo materialmente.
Decise cosi' di abbandonare la fisica nucleare e di dedicarsi all'ecologia.
Nel 1982 ha fondato nella sua citta' natale il Centro per la Scienza,
Tecnologia e Politica delle Risorse Naturali, un istituto indipendente di
ricerca che affronta i piu' significativi problemi dell'ecologia sociale dei
nostri tempi, in stretta collaborazione con le comunita' locali e i
movimenti sociali. Vandana Shiva fa parte dell'esteso movimento di donne che
in Asia, Africa e America Latina critica le politiche di aiuto allo sviluppo
attuate dagli organismi internazionali ed indica nuove vie alla crescita
economica rispettose della cultura delle comunita' locali, che rivendicano
il valore di modelli di vita diversi dall'economia di mercato. L'incontro
con le donne del movimento "Cipko", che abbracciano i tronchi che i
tagliatori stanno per abbattere nelle foreste dell'Himalaya, ha permesso a
Vandana Shiva di ampliare la comprensione di nessi tra ecologia e
femminismo.
Nel suo libro Staying Alive: Women, Ecology and Survival, pubblicato in
Italia nel 1990 col titolo Sopravvivere allo sviluppo, la scienziata
denuncia le conseguenze disastrose che il cosiddetto "sviluppo" ha portato
nel Terzo Mondo. Lo sviluppo, o piuttosto il "malsviluppo", come lo
definisce la scienziata, anziche' rispondere a bisogni essenziali minaccia
la stessa sopravvivenza del pianeta e di chi vi abita. Le conseguenze dello
"sviluppo" sono la massiccia distruzione ambientale, un enorme indebitamento
che spinge i paesi a fare programmi di aggiustamento strutturale basati
sulla scelta di spendere meno in salute pubblica, scolarizzazione e
sussistenza rendendo la gente piu' povera.
Si verifica cosi' la distruzione di culture e di altri modi di vivere per
far posto a culture competitive il cui grado di civilta' e' dato solo dal
mercato. Il danno maggiore prodotto dalla civilta' industriale, secondo
Vandana, e' stata l'equazione donna-natura e la definizione di entrambe come
passive, inerti, materia prima da manipolare. A suo avviso invece "le donne
sono le depositarie di un sapere originario, derivato da secoli di
familiarita' con la terra, un sapere che la scienza moderna baconiana e
maschilista ha condannato a morte". Per il patriarcato occidentale la
cultura e' altro dalla natura, dalla donna e cosi' gli uomini hanno creato
uno sviluppo "privo del principio femminile, conservativo, ecologico" e
fondato "sullo sfruttamento delle donne e della natura".
Nel 1991 Vandana Shiva ha fondato Navdanya, un movimento per proteggere la
diversita' e l'integrita' delle risorse viventi, specialmente dei semi
autoctoni (native seeds) in via di estinzione a causa della diffusione delle
coltivazioni industriali. Nella visione di Vandana Shiva, la riproduzione
femminile e la riproduzione agricola sono due processi vitali che hanno la
stessa capacita' di sottrarsi e di resistere alla mercificazione. La
possibilita' delle donne di concepire e la possibilita' dei semi di
autogenerarsi sono entrambi processi naturali gratuiti, dove la legge del
mercato e' stata costretta a fermarsi. Ma come le donne sono state
lentamente espropriate, attraverso la scienza maschile occidentale del loro
corpo e del sapere sul loro corpo, cosi' i contadini vengono espropriati del
sapere sui loro semi.
Nel mondo sviluppato, il primo passo nella direzione della espropriazione e'
stato proprio quello di introdurre piante sterili costruite attraverso la
biotecnologia in laboratorio, per aumentare la produttivita' e, in teoria,
per limitare l'uso dei pesticidi. In realta' questa perdita di diversita'
biologica fa si' che le coltivazioni siano invece molto piu' vulnerabili
agli attacchi dei parassiti e soprattutto costringe i coltivatori a
ricomprare i semi per ogni semina. Come se non bastasse, le multinazionali
agro-chimiche si impossessano dei semi selezionati dal lavoro millenario dei
contadini del Terzo mondo, per analizzarli e registrarli con un vero e
proprio brevetto, per rifarli in laboratorio e rivenderli a caro prezzo o
obbligare i contadini di quegli stessi paesi a pagare il "diritto d'autore"
dei semi, al momento della semina.
Anche per aver denunciato tutto questo Vandana Shiva e' stata premiata nel
1993 con il "Right livehood award", ritenuto il Premio Nobel alternativo.
Nello stesso anno ha scritto Monocultures of the Perspectives on
Biodiversity and Biotechnology, pubblicato in Italia col titolo Monoculture
della mente. Biodiversita', biotecnologia e agricoltura scientifica, una
raccolta di cinque saggi che riflette sulle cause della scomparsa della
diversita' e sulle sfide da vincere per contrastarla. In questo lavoro la
scienziata sostiene che la diversita' vivente della natura e' un'alternativa
alla monocultura, all'omogeneita' e all'uniformita' e corrisponde alla
diversita' vitale delle culture come fonte di ricchezza.
Nei saggi sulla biodiversita' e sulla biotecnologia scritti come documenti
di lavoro per la Conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo,
Vandana Shiva denuncia gli interessi che stanno dietro le biotecnologie,
contesta che queste possano migliorare le specie naturali e sottolinea i
problemi etici ed ambientali che esse pongono.
Nel 1995 ha scritto insieme all'economista tedesca Maria Meis il libro
Ecofeminism, dimostrando ancora una volta che donne di culture diverse
possono capirsi e lavorare insieme. Nel 1999 ha pubblicato Biopirateria. Il
saccheggio della natura e dei saperi locali. E' del 2001 il testo Vacche
sacre e mucche pazze. Il furto delle riserve alimentari globali. Vandana
Shiva e' attualmente considerata la teorica piu' significativa dell'ecologia
sociale ed e' una dei leader dell'International Forum on Globalization.

9. ESPERIENZE. L'ASSOCIAZIONE PER UNA LIBERA UNIVERSITA' DELLE DONNE
[Dall'utilissimo sito dell'Universita' delle donne
(www.universitadelledonne.it) riprendiamo queste note di presentazione]

L'Associazione per una Libera Universita' delle Donne e' un'organizzazione
non lucrativa ad utilita' sociale (onlus), nata nel 1987 da un gruppo di
donne di varia estrazione sociale e culturale.
Attualmente coinvolge circa 300 donne che danno continuita' a un lavoro
ormai ventennale, nato spontaneamente attorno ai Corsi di educazione degli
adulti frequentati dalle donne e alle esperienze dei Consultori per la
salute della donna. Piu' di mille donne seguono le attivita' proposte.
Nel 2002 ha ricevuto un attestato di benemerenza dal Comune di Milano.
Collabora con l'International Feminist University Network.
La sede dell'Universita' delle donne e' in Corso di Porta Nuova 32, a
Milano, tel. e fax: 026597727. La segreteria e' aperta dal lunedi' al
giovedi' dalle 15 alle 18.
L'attivita' dell'Universita' delle donne si articola in corsi anche
decentrati nel territorio, in attivita' di formazione e di ricerca,
seminari, cicli di incontri e dibattiti pubblici anche su temi di attualita'
e in numerose occasioni di incontri di discussione critica e bilancio sul
lavoro svolto.

10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

11. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 881 del 27 marzo 2005

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