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Nonviolenza. Femminile plurale. 5



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 5 del 31 marzo 2005

In questo numero:
1. Commissione pastorale della terra dell'Amapa': Suor Doroty
2. Angela Dogliotti Marasso: La comunicazione come antidoto ai conflitti
3. Una canzone per Marianella Garcia
4. Un profilo di Evelyn Fox Keller
5. Marina Forti: Rivendicare i "beni comuni"
6. Annamaria Medri presenta "La differenza politica" di Maria Luisa Boccia

1. MEMORIA. COMMISSIONE PASTORALE DELLA TERRA DELL'AMAPA': SUOR DOROTY
[Ringraziamo di cuore Dario Mencagli (per contatti: kandersen at iol.it) per
averci messo a  disposizione e tradotto per noi dal portoghese questa
testimonianza pervenutagli da Sandro Gallazzi e Anna Maria Rizzante su suor
Dorothy Stang, eroica lottatrice nonviolenta per la dignita' umana e la
difesa del creato, assassinata il 12 febbraio scorso dai sicari degli
sfruttatori.
Dario Mencagli, di vasti e solidi studi di filosofia e teologia, di
sociologia e scienze della comunicazione, con ricchissime esperienze di vita
e di impegno sociale in Africa, in Asia, in America Latina, cooperante
internazionale, educatore, impegnato nella solidarieta', apprezzatissimo
docente e gia' pubblico amministratore di esemplare competenza, limpidezza e
sensibilita', e' persona di straordinario rigore morale e intellettuale
tanto nell'azione pubblica come nello stile di vita, e una delle figure piu'
vive della pace, del dialogo interculturale e della nonviolenza. Tra i suoi
scritti hanno avuto ampia circolazione e profonda ripercussione tra le
persone che hanno la fortuna di essergli amiche le sue Lettera dalla
Guinea-Bissau.
Sandro Gallazzi e Anna Maria Rizzante vivono da trent'anni in Brasile,
condividendo le esperienze e le speranze del popolo della pace in cammino.
Un profilo di suor Dorothy Stang scritto da Maurizio Matteuzzi e' nel n. 843
di questo foglio, un suo ricordo scritto da Marcelo Barros e' nel n. 865]

"E la terra delle tenebre vedra' la luce" (Is. 26, 19)

Suor Doroty, chiamata dalla memoria sovversiva del Vangelo della vita e
della speranza, fedele al Dio dei poveri, alla terra di Dio e ai poveri
della terra, ascoltando il grido che viene dai campi e dalle foreste,
seguendo la pratica pedagogica di Gesu', volle essere una presenza solidale,
profetica, fraterna e piena d'affetto con i popoli della strada
transamazzonica, prestando un servizio educativo e trasformatore, per
stimolare e rafforzare il loro protagonismo.
Fedele al suo impegno pastorale, suor Doroty visse, con vigore sempre
rinnovato, il lavoro di base col popolo di Anapu (Para') (1) come
convivenza, promozione, appoggio, accompagnamento, nei suoi processi
collettivi  di conquista e resistenza nella terra e nella produzione
sostenibile, famigliare, ecologica, adatta per questa regione.
Per questo e' stata assassinata.
E' stata assassinata da quelli che vogliono accumulare ricchezze, opprimendo
il popolo, distruggendo la foresta, corrompendo e chiudendo la bocca ai
poteri pubblici.
Non accettiamo la versione di chi dice, a nome del governo, che la morte di
suor Doroty e' il risultato delle politiche positive del governo in campo
fondiario e ambientale. Al contrario: Doroty e' morta perche' lo Stato, da
piu' di un secolo, e' assente da queste zone, e per questo connivente con il
crimine organizzato nelle terre amazzoniche.
Lo Stato e' assente, in Anapu come nella regione  delle isole di Afua' e
Gurupa' - Para' (2), nonostante il clamore continuo che sale dal popolo, e
dove il crimine assassino e devastatore comanda senza che nessuno lo fermi.
Famiglie abbandonano le proprie terre, leaders sindacali e agenti pastorali
sono minacciati, la foresta e le acque sono depredate  e il terrore
paralizza le persone.
Lo Stato e' assente in Anapu, cosi' come nell'Amapa', dove l'Incra (Istituto
nazionale della colonizzazione e riforma agraria), nonostante le continue
denunce, e' incapace di bloccare la lottizzazione fondiaria fraudolenta,
molto spesso stimolata da alcuni suoi funzionari corrotti.
Le terre che la Champion (3) ha restituito, nel maggio 2004, gia' sono state
nuovamente occupate illegalmente perfino da persone influenti della nostra
societa'.
Terre pubbliche, che per legge devono essere destinate alla riforma agraria,
vengono adesso vendute e comprate impunemente o semplicemente occupate
illegalmente, in tutte le regioni dell'Amapa', concentrando le nostre
ricchezze nelle mani di pochi, con danno per la popolazione che continua a
vivere in condizioni di poverta' e umiliazione. In nessun momento la legge
statale sulla occupazione delle terre pubbliche e' tenuta in considerazione,
nemmeno dalla stessa Assemblea Legislativa, che ha il compito costituzionale
di controllare questo processo.
In vari casi il potere giudiziario tratta la questione della terra soltanto
dal punto di vista del codice civile, dimenticando tutta la legislazione
specifica, risolvendo i conflitti attraverso "liminares" (4) senza giungere
ad un giudizio di merito. Quante volte un'ordinanza sommaria di esproprio e'
diventata la vera e ultima sentenza?
Lo stato e' assente in Anapu, come nell'Amapa', quando le ditte
sfruttatrici di legname fanno quello che vogliono, nascondendosi perfino
dietro la facciata di una falsa manutenzione forestale comunitaria,
approfittandosi delle omissioni dei pubblici funzioanri e di licenze
concesse senza obbedire alla legge.
Lo stato e' assente, in Anapu come in Amapa', quando i finanziamenti
pubblici sono deviati, mal utilizzati, con la complicita' di funzionari
corrotti e di dirigenti di organizzazioni non governative, molte volte solo
di facciata.
Lo stato e' assente, in Anapu come in Amapa', quando la mancanza di
politiche pubbliche e di investimento in infrastrutture porta i nostri
agricoltori ad essere fornitori a buon mercato di matera prima per
l'industria del legname, siderurgica, energetica, aumentando la loro
dipendenza e riducendo la produzione di alimenti.
La lista potrebbe e dovrebbe continuare, in nome della verita' e della
giustizia, e in nome dei diritti del popolo dell'Amapa', dell'Amazzonia e
del  Brasile.
L'assassinio di Suor Doroty e di molti altri compagni e compagne smaschera
l'illusione del governo Lula, che possano coesistere il Brasile
dell'agrobusiness esportatore e il Brasile della piccola agricoltura
familiare.
L'agrobusiness e' violento, e' concentratore di ricchezze ed e' devastatore.
I dati della  Cpt (Commissione Pastorale della Terra) confermano questa
affermazione. La fame dell' agrobusiness - che vuole trasformare tutta la
terra in dollari - non si trattiene davanti a niente e, quel che e' peggio,
davanti a nessuno.
Come e' attuale la denuncia profetica:

"Guai a quelli che aggiungono casa a casa,
e campo a campo, fino a che non ci sia piu' posto,
e restino gli unici abitanti in mezzo alla terra"
(Is. 5, 8).

"Se bramano campi, se ne impadroniscono;
se case, se le prendono;
cosi' violentano un uomo e la sua casa,
una persona e la sua eredita'"
(Michea 2, 2).

L'agrobusiness non e' violento soltanto dove ha gia' vinto. In questo caso
non uccide piu' con pallottole; uccide a rate, di fame e di miseria.
Il governo non puo' propagandare l'agrobusiness in nome dello sviluppo e del
saldo della bilancia commerciale, e poi parlare della difesa della vita, dei
diritti, dell'ambiente e dello sviluppo sostenibile.
Le norme dell'Incra e dell'Ibama (Istituto brasiliano dell'ambiente), che
pretendono di porre limiti all'agrobusiness, sono destinate al fallimento,
cosi' come la presenza momentanea dell'esercito per contenere la violenza.
Cosa succedera' alle famiglie che dovranno restare la', quando, abbassatosi
il polverone provocato da questo assassinio, tutti torneranno ai propri
uffici e alle proprie caserme?

"Dio non fece la  morte, creo' per la vita.
Oltre la vita la morte non ha potere.
Realmente la giustizia e' immortale.
Oh! Gli empi, si', hanno la morte come amica
tutti la desiderano appassionatamente e si alleano con lei
insensati, sono degni di appartenerle!"
(Sapienza 13, 16)

"Vivono i giusti in braccio a Dio
immagini vive della sua immortalita'.
Vivra' Doroty per sempre.
E lei stara' nella pace"
(Sapienza. 2, 23; 3, 1)

Macapa', 18 febbraio 2005, settimo giorno dal martirio di suor Doroty Stang

Commissione pastorale della terra - Amapa' (5)
*
Tutti sapevano anche questa volta

Governi e autorita' lo sapevano,
latifondisti e sfruttatori di legname lo sapevano.
L'Incra lo sapeva, la polizia lo sapeva,
la Chiesa e la Commissione pastorale della terra lo sapevamo.

Tu lo sapevi, Doroty,
e continuasti senza paura e con coraggio,
parlare mansueto, decisione irrinunciabile
occhi chiari, coraggio irremovibile.
Hai parlato, hai denunciato, hai aspettato.senza retrocedere
le pallottole sono arrivate prima.

Non era quello che volevi, non era quello che volevamo:
ministri, autorita', il commissario e i poliziotti
per investigare sulla tua morte,
gli enti, le chiese, i capi
per vegliare il tuo corpo, manifestare, protestare, piangere.
Manco' lo stato, nel non concretizzare le decisioni,
nel non difendere le vite minacciate.
Mancammo noi nell'impegno, nella solidarieta',
nell'appoggio.
Quello che tu volevi era
Stato e chiesa e Commissione pastorale della terra li' in Anapu,
con te e col tuo popolo, nell'ora della lotta e del pericolo.

Adesso piangiamo di rabbia e di dolore, di impotenza.
Siamo arrivati tardi, Doroty: perdonaci.
No, Doroty, vecchia combattente, non perdonarci ancora.
Lasciaci nel nostro dolore e nella nostra rabbia
lasciaci sconvolti e feriti
fino a quando le lacrime e il dolore si trasformino in coraggio vigilante,
decisione rinnovata di continuare con la denuncia e con la lotta,
per svegliare le coscienze addormentate
e le volonta' messesi comode.
Fino a quando diventeremo degni della tua lotta e della tua fede,
del tuo impegno e del tuo coraggio.

Abbraccia Josimo, Adelaide, Margherita, Gringo e tutti gli altri
cantate e danzate nel girotondo della Vita senza fine.
Voi lo meritate.
Arrivederci un giorno, sorella-compagna.

Anna Maria, della Commissione pastorale della terra dell'Amapa', 13 febbraio
2005
*
Un breve profilo di suor Doroty Stang
Religiosa nordamericana della congregazione di Notre Dame. Ha vissuto in
Brasile e in Amazzonia dal 1966, dedicando la sua vita agli uomini e alle
donne dell'Amazzonia, soprattutto nelle regioni di Altamira e Anapu (Para'),
lottando con loro per la terra e foresta libere, per una vita degna, per i
diritti e la giustizia. Sostenuta dalla fedelta' al Vangelo di Gesu', ha
amato il popolo di Anapu e della Transamazzonica e ha dato la vita per loro.
E' stata assassinata il 12 febbraio, a 73 anni, dalla violenza e dalla
bramosia di guadagno dei latifondisti e dei trafficanti di legname, che non
vogliono mollare i propri guadagni, e dalla omissione di governi e
autorita'.
Adesso riposa nella terra di Anapu, dove e' stata piantata.
Di li' non se ne andra' piu'.
*
Note
1. Regione dell'interno dello stato del Para', lungo la strada
transamazzonica, storicamente abbandonata.
2. Regione della foce del Rio delle Amazzoni.
3. Multinazionale della cellulosa, oggi incorporata dalla International
Paper.
4. Sono decisioni preliminari dei giudici. Mi pare di capire sia una specie
di "non luogo a procedere".
5. La Cpt (Commissione pastorale della terra) e' un organismo legato alla
Conferenza episcopale brasiliana, che si occupa della problematica dei
contadini, della terra, dell'ambiente.

2. FORMAZIONE. ANGELA DOGLIOTTI MARASSO: LA COMUNICAZIONE COME ANTIDOTO AI
CONFLITTI
[Ringraziamo Angela Dogliotti Marasso (per contatti: maradoglio at libero.it)
per averci messo a disposizione questa sua relazione sul tema "La
comunicazione come antidoto ai conflitti. Dalle relazioni interpersonali
alle dinamiche macrosociali. Dinamiche di escalation e de-escalation dei
conflitti: il ruolo della comunicazione" svolta nel corso di un convegno ad
Arezzo il 17-18 maggio 2002. Angela Dogliotti Marasso, rappresentante
autorevolissima del Movimento Internazionale della Riconciliazione e del
Movimento Nonviolento, svolge attivita' di ricerca e formazione presso il
Centro studi "Sereno Regis" di Torino e fa parte della Commissione di
educazione alla pace dell'International peace research association; studiosa
e testimone, educatrice e formatrice, e' una delle figure piu' nitide della
nonviolenza in Italia. Tra le sue opere segnaliamo particolarmente
Aggressivita' e violenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino; il saggio su
Domenico Sereno Regis, in AA. VV., Le periferie della memoria, Anppia -
Movimento Nonviolento, Torino - Verona 1999; e il recente volume in
collaborazione con Maria Chiara Tropea, La mia storia, la tua storia, il
nostro futuro, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2003]

Introduzione
Nell'ambito della ricerca per la pace (Peace Research) si e' sviluppato,
soprattutto negli ultimi decenni, un settore specifico di ricerca,
denominato "Conflict Resolution" (1), che ha affrontato lo studio della
teoria e approfondito la pratica della gestione del conflitto ai vari
livelli (micro, meso, macro).
Facendo riferimento a tale letteratura e alla luce di teorie che sappiano
individuare analogie e differenze tra livelli e ambiti diversi, nella
presente comunicazione si analizzeranno alcune caratteristiche peculiari dei
processi di escalation e de-escalation dei conflitti, a partire dai seguenti
presupposti:
a) in quanto processo interattivo, il conflitto richiede di essere
analizzato in una prospettiva sistemica e secondo un'ottica della
complessita', che tengano conto delle variabili situazionali e contestuali,
dei fattori e delle dinamiche relazionali che entrano in gioco e ne
influenzano l'andamento. Poiche' il modo in cui agisce ciascuna delle parti
influenza il modo di reagire delle altre, la responsabilita' dell'andamento
del conflitto e' sempre, in una certa misura, condivisa: nessun singolo
attore detiene tutta la responsabilità di quanto accade (Galtung J., 1996);
b) ogni conflitto contiene in se' il rischio della violenza, ma anche la
possibilita' di essere un'occasione di crescita, una risorsa per il cambiame
nto. Come tutte le crisi, infatti, esso puo' evolvere in senso positivo,
portando ad una ristrutturazione della situazione e ad un riequilibrio,
oppure puo' degenerare in una spirale di violenza distruttiva (Galtung,
1996); imparare a trasformare costruttivamente i conflitti e' un
completamento indispensabile della democrazia e della convivenza nel mondo
contemporaneo;
c) nell'evoluzione di una dinamica conflittuale esistono alcuni fattori
cruciali e significativi, che possono contribuire ad incrementare o a
contenere la violenza del conflitto; tra questi, la comunicazione e' uno dei
piu' importanti.
Attraverso quali meccanismi si innesca la spirale distruttiva in un
conflitto? Come puo' essere bloccata, contenuta, invertita questa tendenza,
in modo da trasformare costruttivamente una situazione conflittuale?
*
Il mimetismo nei processi di escalation
Diverse possono essere le dinamiche che si attivano nell'innescare i
conflitti e nel farli crescere di intensita' e molti sono gli approcci
interpretativi emersi in questo ambito nelle scienze
socio-psico-antropologiche, da quelli che sottolineano l'importanza del
mondo interno e dei processi inconsci, a quelli che evidenziano il ruolo
della violenza strutturale o culturale nei comportamenti conflittuali.
Una lettura che mi pare particolarmente utile per mettere a fuoco gli
aspetti relazionali e comunicativi dei conflitti e' quella che chiama in
causa i processi mimetici, che sono stati interpretati e descritti in
diversi ambiti di ricerca.
In campo filosofico-antropologico, Rene' Girard ha elaborato la teoria della
rivalita' generata dal desiderio mimetico, che mette in luce alcuni dei
fondamentali meccanismi di crescita dell'intensita' dei conflitti.
"La violenza si propaga con la rapidita' di un fulmine....La violenza e'
contagiosa, e in modo tanto virulento, perche' si propaga per imitazione,
per mimetismo" (2).
 "La violenza e' un rapporto mimetico perfetto, reciproco. L'uno imita la
violenza dell'altro e gliela ricambia ad usura" (3).
E' questo "contagio" cio' che  abbandona i protagonisti al gioco mimetico,
cancellando l'oggetto del conflitto. In tal modo, i contendenti diventano
sempre piu' "simili", e,  imitandosi nel comportamento violento,  procedono
per simmetrie che, nel ribattere colpo su colpo e nell'illusione della
vittoria finale, fanno crescere l'intensita' della violenza in una
escalation tendente alla capitolazione dell'altro. Ma, soprattutto se il
rapporto di forze e' abbastanza equilibrato, cio' conduce solo al
peggioramento dei rapporti, fino a compromettere gravemente le relazioni
reciproche.
Nella teoria sistemica della comunicazione, rifacendosi al concetto di
scismogenesi simmetrica di Gregory Bateson (1958), si parla, come e' noto,
di "interazione simmetrica" per descrivere il modello di interazione
competitiva basata sul reciproco rispecchiamento del comportamento (4).
Anche in ambito sociologico viene evidenziata la tendenza a rispondere in
modo simmetrico. L Kriesberg (1973) infatti, nelle sue ipotesi sulle
dinamiche di scalata e descalata dei conflitti utilizza il principio della
"mutua reciprocita'", che puo' agire sia nel senso dell'incremento, che nel
senso del contenimento del conflitto, a certe condizioni.
Alberto L'Abate (5) ha utilizzato tale modello in una sua ricerca
storico-comparativa sulla scalata e descalata dei conflitti armati,
confermandone la validita'.
*
Il modello M-m di Patfoort e le fasi di escalation di Glasl
Patfoort (1992) analizza le dinamiche concrete di questo processo,
proponendo una lettura basata sul modello Maggiore-minore  (M-m).
Un conflitto e' connotato da violenza e tende a riprodurla quando ciascuna
parte presenta il proprio comportamento, i propri punti di vista, come
migliori di quelli dell'altro, ciascuno vuole avere ragione, dominare,
vincere. L'imposizione  di una parte sull'altra puo' provocare diversi tipi
di reazione: di ribellione ed escalation del conflitto, di interiorizzazione
della violenza subita, con conseguenze autodistruttive, oppure di
spostamento dell'aggressivita' verso terzi, con la propagazione della
violenza in una catena orizzontale.
Anche quando non c'e' violenza fisica, l'intensita' del conflitto puo'
crescere proprio attraverso le modalita' comunicative usate per mantenere la
posizione M.
Lo strumento principe del sistema M-m e', in questo caso, l'uso di
argomentazioni per vincere.
"I tre tipi più importanti di argomentazioni sono:
- argomentazioni positive: si cercano gli aspetti positivi del proprio punto
di vista per dargli valore (verso la posizione M);
- argomentazioni negative: si citano aspetti negativi del punto di vista
dell'altro per sminuirlo (verso la posizione m);
- argomentazioni distruttive: si cercano aspetti negativi dell'altro, per
sminuire oltre al punto di vista anche la persona (verso la posizione m)"
(6).
In questa dinamica nella quale la forza centrifuga della violenza tende ad
allontanare il conflitto dal suo oggetto e a focalizzarlo sulla relazione,
vengono messe in atto diverse strategie per vincere sull'altro, da quelle
dirette dell'aggressione, a quelle piu' sottili e indirette della
manipolazione o della colpevolizzazione, in una logica binaria che,
regredita ai meccanismi della mente infantile, separa e categorizza secondo
rigide contrapposizioni (io buono / l'altro cattivo), incapace di
riconoscere e tollerare il negativo in se' e di rielaborarlo per accoglierlo
e integrarlo.
Nelle sue analisi sui processi di escalation nei conflitti tra gruppi, F.
Glasl  (1982, 1997) (7) ha individuato nove passaggi nella crescita di
intensita' di un conflitto , fino alla reciproca distruzione.
Si inizia con l'irrigidimento delle posizioni (al centro dell'attenzione
c'e' l'oggetto del contendere); si passa, nella seconda fase, alla
polarizzazione e al dibattito, in cui le parti utilizzano la comunicazione
come un duello verbale per vincere l'una sull'altra; aumenta la coesione
interna e si sviluppano gli stereotipi reciproci; nella terza fase si passa
alla tattica del fatto compiuto e i comportamenti diventano piu' negativi.
Da qui in avanti la relazione tra le parti diventa elemento centrale del
conflitto stesso: e' avvenuto lo spostamento dall'oggetto del contendere
alla relazione tra i contendenti. Passata questa prima soglia, nelle tre
fasi che seguono si consolida l'immagine dell'altro come nemico, si
susseguono gli attacchi per svelare il "vero carattere" della controparte e
ciascuno si sente minacciato e danneggiato dall'altro.
La soglia successiva si attraversa quando la comunicazione e' interrotta e
aumentano le azioni dirette a danneggiare l'altro, a distruggere in modo
sempre piu' esteso le basi del suo potere e della sua legittimazione, fino
alla sua eliminazione, anche al prezzo della propria esistenza o della
reciproca distruzione.
*
Cambiare le regole del gioco
Per uscire da questa logica, per interrompere il circolo vizioso della
violenza che cerca legittimazione specchiandosi nella violenza simmetrica
dell'antagonista, occorre introdurre una dissimmetria, attraverso una
interruzione unilaterale di questi rimandi speculari.
J. P. Lederach, uno dei piu' noti e stimati peace-researcher americani,  in
un articolo scritto subito dopo l'11 settembre, sosteneva che per
interrompere l'escalation della violenza si sarebbe dovuto seguire un
fondamentale principio-guida: evitare di fare cio' che i terroristi si
attendevano che accadesse, secondo lo schema usuale della risposta
simmetrica: "I terroristi hanno cambiato il gioco, entrando nelle nostre
vite e utilizzando a proprio vantaggio i nostri mezzi. Non fermeremo il
terrorismo con le armi tradizionali della guerra. Dobbiamo cambiare, a
nostra volta, il gioco" (8).
Che cosa significa e che cosa comporta cambiare le regole del gioco, in una
dinamica conflittuale violenta?
Significa, in primo luogo e in linea generale, non cercare la
contrapposizione frontale e la competizione contro l'avversario, ma
percorrere le strade asimmetriche dello sbilanciamento, dello spiazzamento
che, interrompendo il mimetismo violento, pongono la dinamica conflittuale
su binari diversi, trasformandola.
Piu' in particolare, secondo Semelin occorre dar forma ad un dispositivo di
decontaminazione mimetica che consiste nel "non rispondere alle
provocazioni... dell'avversario, riconducendo costantemente il conflitto
all'oggetto originale, senza aggredire le persone" (9).
Naturalmente un simile ribaltamento di prospettiva ha alle spalle una
"rivoluzione copernicana", un cambiamento di paradigma nella concezione e
nella gestione del conflitto: dall'ottica del conflitto come gioco a somma
zero (io vinco, tu perdi), all'ottica del conflitto come sfida da vincere
insieme, gioco a somma positiva; dalla logica della violenza alla
trasformazione nonviolenta del conflitto.
Per quanto questo cambiamento sia profondo, esso si sostanzia di piccoli
passi, accorgimenti e strategie concrete che lo rendono praticabile come
percorso di sperimentazione nei conflitti quotidiani a tutti i livelli.
Alcune di queste indicazioni concrete sono:
- per ricondurre il conflitto all'oggetto originario, collocare il confronto
il piu' possibile sul terreno dei fatti (non dei processi alle intenzioni);
valorizzare l'oggetto del conflitto esprimendolo in simboli (il simbolo,
come il rito, e' una forma di controllo del mimetismo) ed eventualmente
drammatizzandolo (Semelin, 1985); gia' la verbalizzazione di un conflitto e'
un modo per trasferire sul piano simbolico una situazione che crea problemi
e suscita disagio e quindi per iniziare ad elaborarla. A proposito della
drammatizzazione del conflitto come modo per valorizzarne l'oggetto, Semelin
cita come esempio alcune modalita' di azione nonviolenta nei macroconflitti,
come ad esempio il digiuno o l'accettazione intenzionale della sofferenza
causata dall'avversario, in quanto attraverso di esse chi agisce secondo i
principi della nonviolenza intende "rappresentare  la sofferenza causata
dalla violenza sacrificale del persecutore, drammatizzandola per tramite di
una sofferenza liberamente consentita" (10).
Ma in tal modo, e proprio in quanto rifiuta il ricorso alla violenza anche
di fronte a quella dell'avversario, l'opposizione nonviolenta blocca il
processo di vittimizzazione smontando il meccanismo sacrificale che
porterebbe alla sua condanna, e restituisce alla vittima un ruolo di
protagonista: "una vittima de-sacralizzata, de-colpevolizzata, un oppresso
che puo' far valere i propri diritti, mentre la logica sacrificale vuole
tappargli la bocca" (11).
- de-polarizzare il conflitto, utilizzare le terze parti, interne o esterne,
per creare ponti di contatto e di dialogo tra le persone o i gruppi in
conflitto; sviluppare empatia, che porta a riconoscere anche la sofferenza
dell'altro oltre alla propria, e trasforma gli atteggiamenti nel conflitto;
promuovere il dialogo per cambiare i comportamenti e la creativita' per
trovare soluzioni condivise, che si collochino in una prospettiva di
"trascendenza" del conflitto stesso (12).
- passare dalle argomentazioni per vincere, all'esplorazione dei fondamenti
(bisogni, interessi, valori, sentimenti) di entrambe le parti, sulla base di
una relazione di equivalenza ( E-E, anziche' M-m; Patfoort, 1992, 2001).
Ecco ritornare in primo piano le competenze comunicative, con un ruolo
fondamentale nella de-escalation, da mettere a fuoco, seppur sinteticamente.
*
Le competenze comunicative per una trasformazione costruttiva dei conflitti
Lo psicolinguista F. Schultz von Thun (1981), evidenziando la comunicazione
come un fenomeno a quattro livelli (il contenuto, la relazione, l'appello,
lo status), sottolinea come i conflitti  sorgono quando un parlante intende
comunicare con un aspetto e il ricevente ascolta con un altro.
Il modello di comunicazione nonviolenta proposto da Marshall Rosenberg (13)
si propone sia di affrontare adeguatamente i conflitti originati a livello
comunicativo, sia di contenere la violenza nelle interazioni conflittuali,
attraverso efficaci competenze comunicative.
Sviluppando in modo originale i contributi di Rogers, Gordon, della
psicologia umanista in genere, e sulla base della propria pluriennale
esperienza di terapeuta, Rosenberg articola tale modello, conosciuto come
"il linguaggio giraffa", in quattro fasi:
1) osservare, distinto dal valutare
Nelle nostre modalita' di comunicazione siamo soliti usare quelle che Gordon
chiama le "barriere della comunicazione" e Rosenberg sintetizza nelle
modalita' della "comunicazione alienante": giudizi moralistici espressi in
seconda persona, che etichettano l'altro e focalizzano l'attenzione sulla
classificazione, l'analisi e la valutazione dei torti, anziche' concentrarsi
sui bisogni; confronti  negativi, svalutanti; il rifiuto della
responsabilita' dei propri atti e sentimenti; le minacce, le pretese in nome
del principio d'autorita'...
Il giudizio produce reazioni di difesa, resistenza e rifiuto, l'osservazione
si limita a descrivere cio' che accade.
2) identificare ed esprimere i propri sentimenti
Distinguere tra sentimenti e pensieri e non attribuire all'altro la
responsabilita' di cio' che si sente. Evitare percio' l'uso di aggettivi che
attribuiscono interpretazioni o comportamenti all'altro ed esprimere,
invece, i propri sentimenti.
3) esprimere i bisogni che sono all'origine dei sentimenti
Gli atti degli altri possono essere il fattore scatenante, non la causa dei
nostri sentimenti, i quali hanno origine nei nostri bisogni.
Ci sono tre fasi, secondo Rosenberg, nello sviluppo di una piena maturita'
affettiva: la schiavitu' affettiva, cioe' la convinzione di essere
responsabili dei sentimenti dell'altro, da cui deriva il continuo sforzo per
far piacere a tutti; la fase reattiva, nella quale ci si ribella a questa
situazione e si rigetta totalmente ogni responsabilita' nella relazione ("e'
un problema tuo, non sono responsabile di cio' che provi"); la liberazione
affettiva, cioe' l'assunzione piena della responsabilita' delle nostre
intenzioni e dei nostri atti, l'esposizione chiara di cio' che vogliamo,
mostrando nel contempo attenzione anche ai bisogni dell'altro.
4) formulare delle richieste, non delle pretese
Chiedere chiaramente atti concreti, non fare richieste generiche, ne'
pretendere.
La comunicazione nonviolenta comporta, dunque, da un lato, la capacita' di
esprimere chiaramente ciò che si osserva, si sente, di cui si ha bisogno,
cio' che si vorrebbe, usando il "messaggio-io", formulando cioe' in prima
persona le osservazioni, le richieste (affermazione positiva, assertivita');
dall'altro, comporta la capacita' di ricevere con empatia le osservazioni, i
sentimenti, i bisogni, le richieste dell'altro (decentramento, ascolto
attivo ed empatico).
*
Conclusioni
Un'interazione comunicativa come quella appena descritta e' un processo
simile a quello che Galtung chiama "dialogo", condivisione della parola che
parte da una disposizione interiore di apertura, ascolto ed esplorazione dei
fondamenti reciproci.
E' questo tipo di competenza, in ultima analisi, che puo' fare della
comunicazione un antidoto alla violenza e uno strumento efficace, insieme
alla creativita', per trascendere le incompatibilita' e trasformare
costruttivamente i conflitti.
*
Note
1. Sulle diverse prospettive di ricerca in questo ambito, si veda "The
Ondine Journal of Peace and Conflict Resolution", 3.3 june 2000,
www.trinstitute.org/ojpcr
2. Semelin J., Per uscire dalla violenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino
1985, pp. 129-130, in riferimento alla teoria girardiana.
3. Girard R., Delle cose nascoste fin dalla fondazione del mondo, Adelphi,
Milano,1983, p. 370.
4. Watzlawick P. et al., pragmatica della comunicazione umana,
Astrolabio-Ubaldini, Roma 1971, p. 61.
5. L'Abate A., Sociologia dei conflitti e ricerca per la pace, Dispense per
il Corso Interfacolta' in "Operatori di pace", Universita' di Firenze, Anno
Accademico 2001-2002.
6. Patfoort P., Io voglio, tu non vuoi, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2001,
p. 16.
7. Nonviolent Peaceforce Feasibility Study, Chapter 1, p. 7,
www.nonviolentpeaceforce.org
8. Lederach J. P., The Challenge of Terror: a Travelling Essay, 16 settembre
2001.
9. Semelin J., op cit., p. 138.
10. Semelin, op cit. p. 142.
11. Semelin, op cit., p. 143.
12. Galtung J, Conflict transformation by Peaceful Means (The Transcend
Method), United Nations Disaster Management training programme, 2000.
13. Rosenberg M., Les mots sont des fenetres, Syros, 1999 (tr. it.: Le
parole sono finestre, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2003].

3. MEMORIA. UNA CANZONE PER MARIANELLA GARCIA
[Da "La nonviolenza e' in cammino" n. 534, da cui riprendiamo anche la
seguente nota di presentazione: "Questa canzone su un modulo tradizionale e'
stata raccolta e frettolosamente trascritta durante un viaggio dal nostro
collaboratore Benito D'Ippolito. Marianella Garcia, nata nel 1949, attivista
per i diritti umani salvadoregna, collaboratrice di monsignor Romero, amica
della nonviolenza, 'avvocato dei poveri, compagna degli oppressi, voce degli
scomparsi', fu assassinata il 13 marzo del 1983 dai soldati del regime. La
sua vita e' narrata nel bel libro (ampiamente basato sulla registrazione di
conversazioni con lei svoltesi nel 1981 e nel 1982) di Raniero La Valle e
Linda Bimbi, Marianella e i suoi fratelli, Feltrinelli, Milano 1983"]

Ay Marianella, Marianella Garcia
potevi fare la vita dei signori
i tuoi buoni studi, il tuo seggio in parlamento
ma tu scegliesti di stare con noi poveri.
Ay Marianella che pioggia di sangue.

Era Marianella sorella di noi morti
perche' amava la vita e che la vita
fosse degna di essere vissuta.
Ay Marianella si spensero le stelle.

Era intrepida e vestita di umilta'
sapeva che i fascisti la cercavano
e ti raggiunse la furia dei fascisti.
Ay Marianella la furia dei fascisti.

Parlava la lingua dei contadini e degli angeli
sapeva le parole che guariscono
parole di luce e di pane.
Ay Marianella la terra nera e rossa.

Sapeva tutte le cose e anche le cose
che tutti sanno e e' difficile dire
e lei le diceva con voce di uccellino.
Ay Marianella che fredda e' la notte.

Ti ammazzarono come hanno ammazzato
i morti che cercavi e che il tuo sguardo
resuscitava nel cuore del popolo.
Ay Marianella che pianto infinito.

Cosi' dura e' la nostra dura vita
che anche nella gioia noi piangiamo
ma mentre ti piangiamo ricordiamo
con gioia che sei stata e resti viva.
Ay Marianella, Marianella Garcia.

4. SCIENZIATE. UN PROFILO DI EVELYN FOX KELLER
[Dal sito www.universitadelledonne.it riprendiamo il seguente profilo di
Evelyn Fox Keller estratto dal libro di di Sara Sesti e Liliana Moro, Donne
di scienza. 55 biografie dall'antichita' al duemila, Edizioni Pristem -
Universita' Bocconi, seconda edizione Milano 2002]

Scienziata e filosofa, Evelyn Fox Keller e' considerata l'esponente di
maggior spicco in quell'ambito di ricerca che e' stato definito
epistemologia femminista.
Nata a New York nel 1936 e laureata in fisica alla Harvard University nel
1963, ha compiuto ricerche e pubblicato saggi di fisica teorica, biologia
molecolare e bio-matematica, dedicandosi nel contempo all'insegnamento in
diverse universita'.
Madre di due figli, e' passata dal fare scienza allo scrivere di scienza,
approfondendo sempre piu' il suo interesse per gli aspetti psicologici,
filosofici e storici del pensiero scientifico, indagando in particolare le
connessioni tra genere e scienza. Ha osservato che nella cultura occidentale
i concetti di scienza e di femminilita' sono considerati oppositivi: "Mentre
la scienza e' venuta a significare oggettivita', ragione, freddezza, potere,
la femminilita' ha assunto il significato di tutto cio' che non appartiene
alla scienza: soggettivita', sentimento, passione, impotenza".
Attualmente insegna storia e filosofia della scienza nel Programma scienza
tecnologia e societa' del Massachusetts Institute of Technology.
Ha raggiunto notorieta' internazionale con due saggi pubblicati a meta'
degli anni Ottanta.
Il primo, In sintonia con l'organismo, e' un ritratto inconsueto di Barbara
McClintock, la genetista vincitrice del premio Nobel per la medicina nel
1983; questo testo ha gettato luce sull'originalita' del suo metodo di
ricerca, basato su una diversa relazione tra soggetto ricercatore e oggetto
indagato, e ha inoltre chiarito molti aspetti della relazione tra individuo
e comunita' scientifica e della carriera di una donna nel mondo della
scienza.
Il secondo, Sul genere e la scienza (Garzanti, Milano  1987), e' una
indagine attorno ai concetti base del linguaggio scientifico e alle
implicazioni del dualismo maschile-femminile su di esso, dualismo che ha
segnato una tappa importante nella riflessione femminista.
Nel suo scritto Vita, scienza e cyberscienza (Farzanti, Milano 1996),
ripercorre lo sviluppo della biologia moderna, dalle scoperte ottocentesche
sull'ereditarieta' all'attuale rivoluzione genetica e approfondisce la sua
indagine sul legame tra linguaggio e scienza ed esplora le idee di maschile
e femminile che hanno condizionato la ricerca di genetisti ed embriologi
fino a discutere le conseguenze delle nuove tecnologie (dall'ingegneria
genetica all'elettronica) sul rapporto tra la scienza e l'intera societa'.

5. RIVISTE. MARINA FORTI: RIVENDICARE I "BENI COMUNI"
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22 marzo 2005. Marina Forti, giornalista
particolarmente attenta ai temi dell'ambiente, dei diritti umani, del sud
del mondo, della globalizzazione, scrive per il quotidiano "Il manifesto"
sempre acuti articoli e reportages sui temi dell'ecologia globale e delle
lotte delle persone e dei popoli del sud del mondo per sopravvivere e far
sopravvivere il mondo e l'umanita' intera. Opere di Marina Forti: La signora
di Narmada. Le lotte degli sfollati ambientali nel Sud del mondo,
Feltrinelli, Milano 2004]

Nel corso del XVII secolo in Inghilterra scomparvero le terre comuni o
comunitarie, "commons" - quelle che per diritto consuetudinario erano di uso
collettivo delle popolazioni rurali.
Recintate poco a poco, furono trasformate in proprieta' privata con leggi
apposite, Enclosure Bills, leggi sulla recinzione. La scomparsa dei commons
fu una premessa della rivoluzione industriale - le terre erano recintate
perche' servivano all'allevamento intensivo di pecore la cui lana era
necessaria alla nascente industria tessile - e fu seguita da un'offensiva
ideologica contro l'uso condiviso della terra, a favore della "liberta'" di
trasformarla in bene commerciale per "metterla a frutto" e trarne profitto.
Tutto questo e' cosa nota - e' parte della nascita del capitalismo.
Le terre di uso comune pero' non sono tutto scomparse (terre, pascoli,
foreste, e sorgenti d'acqua da attingere, o fiumi e lagune con i pesci che
vi si possono pescare, e cosi' via): forme di proprieta' e uso collettivo
restano molto diffusi nel grande Sud del mondo e in parte, sotto forma di
"usi civici", perfino nella vecchia Europa. Ne' e' scomparsa la battaglia
politica (e ideologica) attorno a questi "beni comuni", o la spinta a
recintarli/privatizzarli.
E ormai non si tratta solo terre o risorse naturali, ma di un'amplissima
gamma di beni e servizi necessari alla sussistenza degli umani e al loro
benessere collettivo.
*
Di questo tratta un numero monografico della rivista "Cns - Ecologia
politica": Beni comuni tra tradizione e futuro, a cura di Giovanna Ricoveri
e con la collaborazione di Antonio Castronovi, Giuseppina Ciuffreda e
Marinella Correggia.
Numero importante, anche perche' segna la reincarnazione della rivista nata
nel 1991 come "Capitalismo Natura Socialismo", che ora prende la forma di
quaderni monografici pubblicati da Emi, Editrice missionaria italiana.
La prima cosa da notare e' come si sia estesa la categoria di "beni comuni".
Le risorse naturali, certo: terra, acqua, aria, foreste, pesca. Per bene
comune pero' si intende non solo la risorsa ma il diritto collettivo d'uso,
"la forma partecipata e comunitaria della proprieta' o dell'uso di
determinate risorse" (dall'introduzione di Giovanna Ricoveri, che richiama
qui "The Ecologist": e infatti la rivista ripubblica un articolo del 1992,
"I beni comuni, ne' pubblici ne' privati").
I beni comuni dunque sono beni di sussistenza e insieme "spazi di
autorganizzazione delle comunita'", esprimono "un modello di organizzazione
sociale e produttiva e un modello culturale che si contrappone a quello del
mercato".
Poi ci sono beni globali come l'atmosfera e il clima, gli oceani, la
sicurezza alimentare, la pace: vi rientrano "i saperi locali, i semi
selezionati nei secoli dalle popolazioni contadine, la biodiversita'".
Terza categoria di beni comuni sono i servizi pubblici forniti dai governi
in risposta ai bisogni essenziali dei cittadini - acqua, luce, sanita',
trasporti, ma anche sicurezza sociale e alimentare, amministrazione della
giustizia: "I servizi pubblici sono infatti un elemento di legame sociale,
prima ancora che redistribuzione del reddito e componente del welfare".
Ridefiniti cosi', rivendicare i "beni comuni" significa riprendere i nodi
fondamentali del conflitto politico, l'idea di sviluppo, la giustizia
ambientale e quella sociale.
Basti pensare a come le organizzazioni finanziarie internazionali vanno
predicando (e imponendo) ai paesi "in via di sviluppo" politiche basate sul
privatizzare i beni comuni (dall'acqua alle foreste) e tagliare la spesa
sociale: l'equivalente attuale della "recinzione" del diciassettesimo secolo
e' la privatizzazione di terre e acqua, sementi e sanita', dicono gli
autori.
Indicative le vicende italiane di "usi civici" e bacini idrografici (ne
scrivono Franco Carletti e Giorgio Nebbia). La "recinzione" poi raggiunge
una nuova frontiera con la brevettazione degli organismi viventi (che Juan
Martinez Allier descrive come "biopirateria globale contro i saperi locali")
e la privatizzazione di ospedali e scuole.
Parlare di "beni comuni", sostiene la rivista, significa uscire
dall'alternativa secca tra pubblico e privato e ridare importanza sociale,
politica ed ecologica al "collettivo".

6. LIBRI. ANNAMARIA MEDRI PRESENTA "LA DIFFERENZA POLITICA" DI MARIA LUISA
BOCCIA
[Dal sito www.universitadelledonne.it riprendiamo la seguente presentazione
del libro di Maria Luisa Boccia, La differenza politica, Il Saggiatore,
Milano 2002.
Annamaria Medri e' impegnata nell'esperienza dell'Univerista' delle donne di
Milano.
Maria Luisa Boccia e' nata il 20 giugno 1945 a Roma, dove vive. Dal 1974
lavora all'Universita' di  Siena, e attualmente vi insegna filosofia
politica. Dagli anni '60 ha preso parte alla vita politica del Pci e dei
movimenti, avendo la sua prima importante esperienza nel '68. Deve alla
famiglia materna la sua formazione politica comunista, e al padre,
magistrato e liberale, la sua formazione civile, l'attenzione per
l'esistenza e la liberta' di ciascun essere umano. Ad orientare la sua vita,
la sua mente, le sue esperienze, politiche e umane, e' stato il femminismo.
In particolare e' stato il femminismo a motivare e nutrire l'interesse alla
filosofia. La sua pratica tra donne, cominciata nel 1974 a Firenze con il
collettivo "Rosa", occupa tuttora il posto centrale nelle sue attivita', nei
suoi pensieri, nei suoi rapporti. Ha dato vita negli anni a riviste di
donne - "Memoria", "Orsaminore",  "Reti" - e a diverse esperienze di gruppi,
dei femminili tra i quali ricordare, oltre al suo primo collettivo, dove
iniziano alcune delle relazioni femminili piu' profonde e durevoli, "Primo,
la liberta'", attivo negli anni della "svolta" dal Pci al Pds; "Koan", con
alcune allieve dell'universita'; "Balena", nato dal rifiuto della guerra
umanitaria in Kosovo e tuttora felicemente attivo. E' stata giornalista,
oltre che docente, partecipa dagli anni '70 alle attivita' del Centro per la
riforma dello Stato, ha fatto parte della direzione del Pci, poi del Pds, ed
ha  concluso questa esperienza politica nel 1996. Vive da molti anni con
Marcello Argilli, scrittore per l'infanzia, e non ha figli. Ha scritto
articoli, saggi, ed elaborato  moltissimi interventi, solo in parte
pubblicati, per convegni, incontri, iniziative. Tra i suoi scritti recenti:
Percorsi del femminismo, in "Critica marxista" n. 3, 1981; Aborto, pensando
l'esperienza, in Coordinamento nazionale donne per i consultori, Storie,
menti e sentimenti di donne di fronte all'aborto, Roma 1990; L'io in
rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi, La Tartaruga, Milano 1990; con
Grazia Zuffa, l'eclissi della madre. Fecondazione artificiale, tecniche,
fantasie, norme, Pratiche, Milano 1998; La sinistra e la guerra, in
"Parolechiave" nn. 20/21, 1999; Creature di sabbia. Corpi mutanti nello
scenario tecnologico, in "Iride" n. 31, 2000; L'eredita' simbolica, in
Rossana Rossanda (a cura di), Il manifesto comunista centocinquanta anni
dopo, Manifestolibri, Roma 2002; Miracolo della liberta', declino della
politica. Rileggendo Hannah Arendt e Simone Weil, in Ida Dominijanni (a cura
di), Motivi di liberta', Angeli, Miano 2001; La differenza politica. Donne e
cittadinanza, Il Saggiatore, Milano 2002]

La differenza politica di Maria Luisa Boccia si suddivide in due sezioni -
Figure della differenza e Cittadinanza -; la prima si occupa del soggetto e
la seconda della politica in modo da percorrere e ridefinire la storia del
pensiero sessuato centrato sui problemi del presente.
Il nesso che lega le due parti e' la constatazione che il femminismo nasce
come "effetto imprevisto" dal progetto e dalla storia dell'emancipazione
proprio da quelle donne che, dopo aver dato per acquisita la propria
emancipazione, scoprono (negli anni '70) che questa non consente loro di
riconoscersi come soggetti nella propria vita e in quella collettiva. Cio'
che impedisce la liberta' e la cittadinanza delle donne non e' un retaggio
arcaico del passato, una serie di ostacoli e ritardi da rimuovere, ma si
colloca proprio nell'atto fondante della modernita': il patto sociale
costruito con la Rivoluzione francese.
La modernita' stabilisce la figura dell'individuo e del cittadino sul genere
maschile e la estende alla nozione stessa di umanita' su cui pretende basare
l'universalismo delle forme politiche. Le donne sono escluse dalla politica
non tanto per condizione quanto per essenza, per cio' che esse sono: l'altra
e l'altrove dell'uomo.
Il femminismo contemporaneo, afferma Boccia, nasce come critica alla
tradizione moderna centrata sull'uguaglianza uomo-donna e alla specificita'
femminile, valorizzata dalla convivenza civile, ricondotta alla maternita'.
Solo dopo essersi poste la domanda "Sono donna se non sono madre?" inizia la
riflessione sulla possibilita' di dare un senso alla differenza tra essere
donna ed essere uomo; la femminilita' proposta dalla storia e dal pensiero
maschile diventa a questo punto oggetto di decostruzione, non piu' di
valorizzazione; implode l'atemporalita' dell'identita' femminile
rappresentata sempre identica nel tempo, con il medesimo ruolo nelle diverse
situazioni socioculturali.
Dal secondo al quinto capitolo, della prima sezione, viene visitato il
percorso fatto dalle donne del Novecento che hanno seguito l'invito di
Virginia Woolf a pensare e continuare a pensare "senza unirsi al corteo
degli uomini colti": dall'estraneita' delle Tre ghinee all'autocoscienza di
Carla Lonzi e delle altre, che affida "alla capacita' della parola il 'chi'
femminile, e di significarne l'esperienza".
Parlare di se' da' un riconoscimento politico alla soggettivita' femminile
incarnata nei corpi e uno spazio alle relazioni fra donne; non e' il ritorno
ad un'autenticita' originaria ma "la necessita' di sottolineare il vuoto
scaturito dalla rinuncia attiva all'identita' suggellata e modellata dalla
Femminilita'". In questo spazio autocosciente, che permette di dare forma
alla soggettivita' femminile, emerge il problema dell'individualita'
lacerante rispetto all'esperienza comune; "il conflitto tra le soggettivita'
singolari e il collettivo" che accompagna da sempre il pensiero della
differenza e verra' amplificato, in contesti e forme diversi, anche nella
nozione/questione della rappresentanza.
La differenza sessuale non riguarda unicamente le donne, implica gli uomini;
"l'originalita' del suo discorso non attiene al suo parlare d'altro
(esperienza e identita' femminile), ma e' un differente modo di produrre
significati sui nodi di fondo della condizione e dell'esistenza umana nel
mondo contemporaneo".
La modificazione di se' operata dal femminismo, la critica eversiva ai
saperi e alla politica costruita dall'uomo-maschio, comporta "un divorzio
dal mondo su una dichiarazione di 'irrealta'' nei confronti di cio' che il
mondo e' e continua ad essere" senza le donne, senza ascoltarne il pensiero
e vederne la presenza. Nella comune percezione di "irrealta'" si articolano
le due principali tendenze del femminismo: "quella che privilegia l'azione
verso l'esterno, la necessita' di incidere e modificare il contesto; quella
che fa leva sull'estraneita', per modificare la relazione fra interno ed
esterno".
Constata Boccia che il partire dalle differenze e il tenerne conto nella
pratica culturale e politica porta il pensarsi donna a non avere una meta
certa, "una diversa identita' di sesso nella quale tutte le donne si
riconoscono", ma la sposta continuamente. E suggerisce l'immagine di
Heidegger dell'"incamminarsi all'indietro" per pensare cio' che e' ancora da
pensare senza cercare luoghi d'origine e rimettersi sulle tracce del
passato: una continua significazione per dare senso alle cose, per porsi in
relazione e capire, per ridefinire i luoghi e gli spazi e per trovare la
possibilita' di declinare l'uguaglianza e la cittadinanza, senza
inclusione/esclusione, all'interno delle differenze.

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 5 del 31 marzo 2005