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La nonviolenza e' in cammino. 901



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 901 del 16 aprile 2005

Sommario di questo numero:
1. Bruna Peyrot: Donne in guerra e in pace (parte prima)
2. A Rovereto il secondo meeting delle scuole di pace
3. Una breve biografia di Primo Mazzolari
4. Giovanna Providenti: Maria Montessori, l'educazione, la pace, l'ecologia
5. Riletture: Anselm Jappe, Debord
6. Riletture: Oreste Macri', Il cimitero marino di Paul Valery
7. Riletture: Tiziano Terzani, La porta proibita
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. RIFLESSIONE. BRUNA PEYROT: DONNE IN GUERRA E IN PACE (PARTE PRIMA)
[Ringraziamo di cuore Bruna Peyrot (per contatti: brunapeyrot at terra.com.br)
per averci messo a disposizione il seguente capitolo tratto dal suo libro
Mujeres. Donne colombiane fra politica e spiritualita', Edizioni Citta'
Aperta, Troina (En) 2002, che tratta della scelta nonviolenta di un gruppo
di sindacaliste colombiane. Bruna Peyrot, torinese, scrittrice, studiosa di
storica sociale, conduce da anni ricerche sulle identita' e le memorie
culturali; collaboratrice di periodici e riviste, vincitrice di premi
letterari, autrice di vari libri; vive attualmente in Brasile. Si interessa
da anni al rapporto politica-spiritualita' che emerge da molti dei suoi
libri, prima dedicati alla identita' e alla storia di valdesi italiani, poi
all'area latinoamericana nella quale si e' occupata e si occupa della genesi
dei processi democratici. Tra le sue opere: La roccia dove Dio chiama.
Viaggio nella memoria valdese fra oralita' e scrittura, Forni, 1990; Vite
discrete. Corpi e immagini di donne valdesi, Rosenberg & Sellier, 1993;
Storia di una curatrice d'anime, Giunti, 1995; Prigioniere della Torre.
Dall'assolutismo alla tolleranza nel Settecento francese, Giunti, 1997;
Dalla Scrittura alle scritture, Rosenberg & Sellier, 1998; Una donna nomade:
Miriam Castiglione, una protestante in Puglia, Edizioni Lavoro, 2000;
Mujeres. Donne colombiane fra politica e spiritualita', Citta' Aperta, 2002;
La democrazia nel Brasile di Lula. Tarso Genro: da esiliato a ministro,
Citta' Aperta, 2004]

"Come facciamo una matassa, quando e' ingarbugliata: la prendiamo,
e tendiamo il filo sui fusi, da una parte all'altra.
Cosi' se ci lasciate fare, toglieremo di mezzo anche la guerra,
mandando ambascerie in giro da una parte e dall'altra"
(Aristofane, Lisistrata, 411 a. C.)

1. Achille e Cassandra
La realizzazione personale degli esseri umani non puo' prescindere dalla
societa' in cui agiscono. Nei meandri delle configurazioni di alleanze e
scissioni, di lealta' e tradimenti, il soggetto ritaglia la sua identita',
nel confronto continuo con la pluralita' che lo circonda. La sua e' una
perenne condizione relazionale che si gioca fra la percezione
dell'interiorita' e le provocazioni della realta' esterna, fra il pensiero e
l'azione, fra l'ombra e la luce, fra la ricerca di verita' e la maschera. Le
storie umane si formano intorno e dentro alcune inevitabili polarita': uomo
e donna, nascita e morte, violenza e nonviolenza, poverta' e ricchezza.
Neppure l'isolamento della piu' alta vallata montagnosa o della sperduta
isola oceanica sottraggono da tali dinamiche il mondo che, nel suo destino
di convivenza, deve contare sulla totalita' umana per risolvere i problemi
dei singoli paesi. "Convivere vuol dire sentire e sapere che la nostra vita,
seppure nella traiettoria personale, e' aperta a quella degli altri, non
importa che siano nostri vicini o meno; vuol dire saper vivere in una
dimensione in cui ogni evento ha la sua ripercussione, che per essere
comprensibile non e' per questo meno certa; vuol dire sapere che anche la
vita e' in tutti i suoi strati un sistema" (1).
Se l'interdipendenza planetaria e' ormai riconosciuta, dobbiamo allora
prendere coscienza che sulla terra la condizione dominante e' la guerra.  E'
sufficiente leggere lo State of the war, per sincerarsene. Il ventesimo
secolo lascia dietro di se' una lunga scia di distruzioni belliche e una
pesante eredita' di conflitti irrisolti. Le due guerre mondiali hanno
colpito a morte piu' della meta' della popolazione civile. I paesi
industrializzati hanno alimentato continuamente la corsa agli armamenti, e
quelli in via di sviluppo ne sono stati sovente i destinatari per piu' di
mille miliardi nell'ultimo quinquennio. Se nel mondo circola mezzo miliardo
di armi da guerra leggere (2), in Colombia circolano piu' di sei milioni di
armi, senza la presenza di alcuna industria che le fabbrichi.
Se si aggiungono le testate nucleari e gli armamenti ordinari degli eserciti
nazionali, vediamo come la terra sia un enorme mercato bellico che si
alimenta soprattutto dei conflitti interni agli stati, dove si combattono
guerriglie, paramilitari, milizie etniche, squadroni di vigilanti, bande di
criminali comuni e soldati regolari. I conflitti odierni, nascono, infatti,
piu' che da tensioni fra stati o superpotenze, da "una molteplicita' di
pressioni e instabilita' che lacerano il tessuto sociale" (3), un coacervo
esplosivo che produce immensi disagi causati da disparita' economiche,
disoccupazione, emigrazioni forzate e degrado ambientale.
Come invertire questo nefasto cammino? Con quali strumenti? Molte Ong e
diversi organismi sovranazionali come l'Onu propongono la creazione di reti
per la prevenzione dei conflitti, rafforzate da leggi in difesa dei diritti
umani e strumenti di peacekeeping. Si e' cercato anche di "umanizzare la
guerra" sollecitando gli stati a firmare trattati e accordi per migliorare
le condizioni di prigionieri, civili e vittime della guerra. Le convenzioni
oggi in vigore sono una quarantina, ma non si sa se davvero diminuiscano la
crudelta' delle guerre, sempre piu' legate alla poverta' e alla
diseguaglianza sociale.
Come spiegare, infatti, al sud del mondo mediterraneo che i diritti di una
sponda non valgono per l'altra? Come spiegare al sud del mondo oltre
Atlantico che il costo della sua forza lavoro vale di meno di quella
europea? I poveri non sono sciocchi, sono soltanto poveri. E se cio' e'
accaduto, ci sara' un motivo.
La guerra, tuttavia, non ha solo un aspetto economico. Forgia menti e
comportamenti, imprime modi di ragionare, e' diventata la principale
rappresentazione simbolica della storia umana. La sua forte evocazione
storica, attraverso eroi ed episodi di conquista, assedi e invasioni,
tramandata da cronache e miti, si e' impressa nell'immaginario umano.
Dall'Iliade all'Odissea, da L'arte della guerra di Sun Tzu ai manuali di
guerriglia del generale Giap e di Che Guevara la contestazione violenta
dell'ordine esistente e' stata legittimata come strumento principale di
risoluzione dei conflitti.
*
Le donne si trovarono coinvolte nello stesso clima e nella medesima azione
di guerra dei loro uomini, fin dai tempi antichi e in ogni civilta'. Elias
Canetti riporta alcuni esempi interessanti di compartecipazione femminile
alla guerra (4). Mentre gli uomini sono in spedizione, le donne dei Kafir
dell'Hindukush asiatico, eseguono una danza per infondere loro forza e
coraggio e renderli astuti e vigili nel non essere sorpresi dal nemico. Le
donne degli Jivaros del Sudamerica, ornate di sonagli, si radunano invece
ogni notte in una casa a danzare e cantare scongiuri. Le donne, infine, del
Madagascar, si scatenano, a capelli sciolti, in un'antichissima danza
propiziatoria. In tutti e tre i casi si mantiene un collegamento con i
compagni "altrove", un'empatia solidale e magica che rende la parte
femminile altrettanto protagonista dell'evento bellico.
Quando si evocano le donne guerriere citare le Amazzoni, con tutta l'aura
mitica che le circonda, e' d'obbligo. Sotto questo termine generico si
definiscono gruppi di donne che si autogovernano, si uniscono con stranieri
e allevano solo figlie femmine e, sempre secondo la leggenda, si amputano un
seno per meglio maneggiare l'arco e la spada. Nella mitologia greca
rappresentano le donne che uccidono l'uomo, sostituendolo al posto di
completarlo, poiche' lo considerano una forza che annulla la loro
specificita' di madri.
*
Tuttavia, e' sulla inesistente storia della pace che e' interessante
soffermarci. Sul suo contrario gia' ampia bibliografia e' stata scritta.
Invece, il pacifismo civile, anche quando e' accaduto, si e' sciolto nella
vita quotidiana, vinto dalla storia delle istituzioni militari e dalle gesta
eroiche. E se pure le donne hanno cercato di combattere per le loro societa'
matriarcali, resta l'inequivocabile prova che hanno perso. Secondo alcune
studiose, cio' non fu un male. Giancarla Codrignani sostiene in proposito
che gli uomini, senza saperlo, privando le donne della liberta' e
obbligandole alla repressione dell'aggressivita', alla passivita' e alla
pazienza, hanno fatto di loro quella razza di "persone elevate, dotate di
indipendenza di pensiero, inaccessibili alle intimidazioni, e cultrici della
verita'" (5).
Personalmente, preferisco pensare al femminile come dimensione che
appartiene a tutti, uomini e donne, anche se nella storia e' stata incarnata
da un genere preciso. Anche le donne devono liberarsi da una cultura di
guerra che le ha imbrigliate, l'oppressione subita non puo' essere una
giustificazione per  pensarsi nella propria immacolata separatezza, anche se
e' indubbio che la guerra e' un mestiere privilegiato per gli uomini.
*
Lo scontro fra lo sguardo femminile sulla guerra e la pratica maschile e'
tutto racchiuso nella vicenda di Cassandra, la figlia di Priamo, re di
Troia.
Nell'attesa del suo destino, prigioniera di Agamennone, il vincitore che
l'ha condotta a Micene e che poi morira' per mano della moglie Clitennestra,
la veggente ripensa al lungo decennio dell'assedio greco alla sua citta', al
senso di quella storia, all'amato Enea. "La guerra modella gli uomini di cui
si appropria" (6), afferma mentre va a ritroso lungo il filo della sua vita.
"La guerra avanzo' e mise a nudo le viscere di ciascuno" (7), per culminare
nella morte del fratello Troilo, strozzato dalle mani di Achille "la
bestia", di cui Cassandra vide sul viso il piacere insaziabile di
distruggere il nemico.
La "nuda terrificante voglia maschile" (8) dell'eroe greco si ritrova
intatta negli stupri di guerra, quell'atto finale della conquista
perfezionata simbolicamente e materialmente sul corpo delle donne del
nemico. La storia dell'umanita' cammino' sulla scia del trionfo di Achille.
Lisistrata e Antigone, invece, sono state espulse dai tracciati mnemonici
delle convivenze possibili. Eppure varrebbe la pena riscoprire le loro
strategie, assumerle con emblematica esemplarita' per spiegare cosa avrebbe
significato accogliere lo spirito di pace delle donne.
L'ateniese Lisistrata decise, nel lontano 400 a. C., di trovare un modo per
far cessare la guerra fratricida che insanguinava da anni l'Ellade,
riportando gli uomini alla ragione. Per farli negoziare, propose di vietare
loro l'ingresso al talamo nuziale, finche' non fossero arrivati a un
accordo. Asserragliata con un gruppo di amiche e complici sull'Acropoli,
Lisistrata dovette combattere due fronti: quello maschile e in parte quello
femminile. Nonostante il giuramento scambiato, diverse donne, infatti,
vacillavano, indecise fra l'amore per il marito e la giusta causa. Ma i
fatti diedero ragione a Lisistrata e la pace avvenne.
Il centro del ragionamento di Lisistrata considera la guerra un fatto contro
natura, che riconduce l'uomo e la donna alla bestialita' primitiva. A questa
distorsione oppone una metafora tratta dall'arte femminile del tessere, un
mestiere che ben si presta a essere agito su altri piani da quello pratico
del confezionare stoffe pregiate, come il tessere relazioni fra persone.
Dice la capopopolo: "se ci lasciate, toglieremo di mezzo anche la guerra,
mandando ambascerie in giro da una parte all'altra... Poi, in un paniere...
la concordia generale, mescolando un po' tutti: i meteci, gli stranieri che
vi sono amici, chi deve danaro all'erario, e mescolarli tutti insieme.
Quanto poi alle citta', che sono colonie di questa terra, dovete rendervi
conto che esse, per noi, sono come pennecchi che stanno a terra, ciascuno
per se'. E bisogna prenderli tutti e raccoglierli qui e riunirli insieme e
farne un grosso gomitolo: e da questo, tesserci una tunica per il popolo"
(9). Chi e' piu' interculturale ed ecologica di Lisistrata?
Le fa eco Antigone, descritta da Sofocle nel 442 a. C., quando da' sepoltura
al fratello ribelle, ucciso dall'altro fratello, vincitore e leale allo
stato. Antigone motiva il suo gesto in base a una legge non scritta, quella
della nascita che li accomuna.
Queste possibilita' di conciliazione dei conflitti, vera e propria eresia
femminile, non sono state tramandate dalla tradizione storica. Soltanto il
dramma ne ha restituito la plausibilita'. Alla storia dovevano apparire
strade impossibili da percorrere, desideri - e paure - irrealizzabili,
perche' in caso contrario avrebbero mostrato la forza femminile. Meglio
affidarli allora alla rappresentazione scenica del dramma che legittima un
destino possibile, schiacciato nell'inconscio collettivo.
*
Risvegliare Antigone e Lisistrata significherebbe scrivere la storia della
ricerca di pace nell'umanita'. Scoprire quali esperienze hanno unito i
popoli piuttosto che separarli, dove essi si sono mescolati e hanno
costruito nuove storie di convivenza rispettosa. Significherebbe accettare
la forza femminile come una delle parti umane con la quale confrontarsi e
far passare la conoscenza attraverso l'ascolto delle argomentazioni
dell'altro, piuttosto che con la sua eliminazione.
Per chi ancora oggi e' dentro la guerra, questo recupero di memoria della
pace significa un ulteriore percorso: l'analisi della violenza e dei
sentimenti che essa genera. Soltanto lasciandoli venire a galla in tutta la
loro dirompenza, infatti, e' possibile piegarli a un progetto di pace.
Perche' non e' facile disciplinare le proprie aggressivita' se non si impara
a riconoscerle. Cio' comporta, ancora una volta, la doppia azione, sia sul
piano collettivo, nell'intraprendere un lungo percorso di analisi storica,
sia sul piano individuale, nello scendere nell'ombra dell'uomo e della
donna, per riportarla alla coscienza e impararne la convivenza. La pace,
prima di diventare strategia collettiva, passa per l'educazione di se
stessi.
Le donne colombiane, dopo molte vicissitudini, hanno scelto questa strada,
convinte che la violenza sia una dimensione piu' generale, non il "semplice"
stato di guerra di una nazione. Che esista una guerra che dura incessante
nella quotidianita', non eroica, occulta e quasi involontaria e che continua
a essere la piu' carica di vittime e di morte. Si tratta dell'emarginazione
della donna, vittima della "doppia morale" che fa credere alla violenza
separata dalla nonviolenza, quando invece anche in pace le donne sono
oggetto di sopruso (10). Tale consapevolezza e' l'esito di un duro
addestramento, avvenuto dentro una militanza politica che non ha escluso la
violenza e la partecipazione a movimenti guerriglieri, soprattutto le Farc.
Lo sbocciare alla nonviolenza, dunque, assume per le sindacaliste colombiane
un valore ancora maggiore, perche' scaturito da profonde inquietudini e
difficili rivolgimenti, che le hanno coinvolte profondamente alla radice del
loro essere.
*
Note
1. M. Zambrano, Persona e democrazia, Milano, Mondadori, 2000, p. 14.
2. M. Renner, State of the war, Milano, Edizione Ambiente, 1999, p. 12.
3. Ivi, p. 40.
4. E. Canetti, Massa e potere, Milano, Bompiani, 1988, p. 78.
5. N. Fusini, Introduzione in G. Codrignani, Ecuba e le altre. La donna, il
genere, la guerra, Fiesole (Fi), Edizioni Cultura della Pace, 1994.
6. C. Wolf, Cassandra, Roma, Edizioni e/o, 1984, p. 29.
7. Ivi, p. 36.
8. Ivi, p. 90.
9. Aristofane, Le Commedie, Torino, Einaudi, 1972, p. 430.
10. G. Codrignani, Ecuba e le altre. La donna, il genere, la guerra, cit.,
p. 7.
(Parte prima - Segue)

2. INCONTRI. A ROVERETO IL SECONDO MEETING DELLE SCUOLE DI PACE
[Dalla Tavola della Pace (per contatti: segreteria at perlapace.it) riceviamo e
diffondiamo]

Si svolgera' il 29 e 30 aprile 2005 a Rovereto (Tn) presso la Sala Piave,
Centro Tecnofin, via F. Zeni 8, il secondo meeting nazionale delle scuole di
pace, intitolato "La scelta della pace".
Il meeting, che vedra' la partecipazione di dirigenti scolastici,
insegnanti, studenti, amministratori locali e associazioni, ci consentira'
di:
- mettere a confronto le diverse esperienze e progetti realizzati;
- definire alcune linee guida per la preparazione dei Piani dell'offerta
formativa per l'anno scolastico 2005-2006;
- avviare la costruzione di una rete di scuole ed enti locali impegnati
nella promozione dell'educazione alla pace.
Il meeting e' promosso da: Coordinamento nazionale degli enti locali per la
pace e i diritti umani, Tavola della pace, Provincia Autonoma di Trento
(assessorato all'istruzione, assessorato alla solidarieta' internazionale,
Consiglio), Consiglio della Regione Trentino Alto Adige/Sudtirol, Forum
trentino per la pace, Comune di Rovereto, Fondazione Opera Campana dei
Caduti di Rovereto, in collaborazione con il Centro diritti umani
dell'Universita' di Padova e la Cattedra Unesco diritti umani, democrazia e
pace (Padova).

3. PROFILI. UNA BREVE BIOGRAFIA DI PRIMO MAZZOLARI
[Dal sito della Fondazione don Primo Mazzolari (www.fondazionemazzolari.it)
riprendiamo la seguente nota biografica. Per una bibliografia essenziale
cfr. il n. 898 di questo foglio]

Le origini contadine
Primo Mazzolari nacque al Boschetto, una frazione di Cremona, il 13 gennaio
1890, figlio di Luigi e di Grazia Bolli. Il padre era un piccolo
affittuario, che manteneva la famiglia con il lavoro dei campi. Primo fu il
primogenito, poi vennero Colombina, Giuseppe (Peppino), Pierina, Giuseppina.
Nel 1900, spinta dalla necessita' di trovare migliori condizioni di lavoro e
di vita, la famiglia Mazzolari si trasferi' a Verolanuova, in provincia e
diocesi di Brescia. Due anni dopo, terminate le scuole elementari, Primo
decise di entrare in seminario. Fu scelto, per la vicinanza dei parenti, il
seminario di Cremona, citta' dove era allora vescovo mons. Geremia
Bonomelli, uomo celebre per le sue idee cattolico-liberali, di conciliazione
con il giovane Stato italiano.
*
La vita in seminario
Primo Mazzolari rimase nell'istituto cremonese fino al 1912, anno nel quale
fu ordinato prete. Per l'occasione egli torno' in famiglia, a Verolanuova e
ricevette l'ordine sacro dal vescovo di Brescia, mons. Gaggia, nella chiesa
parrocchiale. Il decennio trascorso a Cremona fu molto duro per il giovane
seminarista. Non si puo' dimenticare che quelli erano i tempi della dura
repressione antimodernista avviata da Pio X, che comporto' nei seminari
l'irrigidimento della disciplina, la cacciata dei professori ritenuti troppo
innovativi e la chiusura ad ogni forma di dialogo con la cultura del
momento. Anche Mazzolari dovette fare i conti con una seria crisi
vocazionale, che riusci' a superare grazie all'illuminato aiuto del padre
barnabita Pietro Gazzola, in precedenza allontanato da Milano proprio
perche' sospettato di indulgenze verso il modernismo. Lo stesso padre
Gazzola profetizzo' al giovane che la sua vita adulta sarebbe stata "una
croce".
*
I primi incarichi pastorali
Divenuto prete, don Primo fu inviato come vicario cooperatore a Spinadesco
(Cremona). Qui rimase circa un anno, venendo poi trasferito nella parrocchia
natale, S. Maria del Boschetto. Poco dopo, pero', nell'autunno del 1913 fu
nominato professore di lettere nel ginnasio del seminario. Svolse tale
funzione per un biennio, durante il quale utilizzo' le vacanze estive per
recarsi in Svizzera, ad Arbon, come missionario dell'Opera Bonomelli tra i
lavoratori italiani la' emigrati.
*
La prova della guerra
Era intanto scoppiata la Prima Guerra Mondiale e, nella primavera del 1915,
si pose con forza il problema dell'atteggiamento italiano. Don Mazzolari si
schiero' in quel frangente tra gli interventisti democratici, cosi' come
altri giovani cattolici, tra i quali Eligio Cacciaguerra, animatore della
Lega Democratica Cristiana e del giornale "L'Azione" di Cesena, a cui
Mazzolari collaboro' con diversi articoli. Si intendeva sostenere
l'intervento militare italiano nella guerra al fine di eliminare per sempre
le forme di militarismo simboleggiate dalla Germania e per contribuire ad
instaurare un nuovo regime democratico e di collaborazione internazionale in
tutta l'Europa.
La guerra comporto' pero' subito un atroce dolore per il giovane prete. Nel
novembre 1915, infatti, mori' sul Sabotino l'amatissimo fratello Peppino, il
cui ricordo rimase sempre vivissimo in don Primo. Questi aveva comunque gia'
deciso di offrirsi volontario: fu cosi' inserito nella Sanita' militare e
impiegato negli ospedali di Genova e poi di Cremona. Il timore di sentirsi
"imboscato" spinse pero' don Mazzolari a chiedere il trasferimento al
fronte. Cosi' nel 1918 fu destinato come cappellano militare a seguire le
truppe italiane inviate sul fronte francese. Rimase nove mesi in Francia.
Rientrato nel 1919 in Italia ebbe altri incarichi con il Regio Esercito,
compreso quello di recuperare le salme dei caduti nella zona di Tolmino. Nel
1920 segui' un periodo di sei mesi trascorso in Alta Slesia insieme alle
truppe italiane inviate per mantenere l'ordine in una zona che era stata
forzatamente ceduta dalla Germania alla neonata Polonia. Tutte le
testimonianze concordano nel raccontare dell'impegno e della passione umana
con cui don Primo segui' in questi vari frangenti i suoi soldati.
*
Il periodo di Cicognara
Smobilitato nell'agosto 1920, don Mazzolari chiese al suo vescovo (mons.
Giovanni Cazzani) di non tornare all'insegnamento in seminario, ma di essere
destinato al lavoro pastorale tra la gente. Dall'ottobre 1920 al dicembre
1921 fu delegato vescovile nella parrocchia della Ss. Trinita' di Bozzolo,
un paese in provincia di Mantova, ma dipendente dalla diocesi di Cremona. Da
qui fu trasferito come parroco nel vicino paese di Cicognara, a due passi
dal fiume Po, dove rimase per un decennio, fino al luglio 1932.
A Cicognara don Primo si fece le ossa come parroco, sperimentando
iniziative, riflettendo, annotando idee e, soprattutto, cercando forme nuove
per accostare tutti coloro che si erano ormai allontanati dalla Chiesa. Il
paese, infatti, aveva una forte connotazione socialista. Don Mazzolari
cerco' in vario modo di valutare positivamente le tradizioni popolari
contadine, come la festa del grano e dell'uva, ma non trascuro' di
commemorare i caduti in guerra e le ricorrenze patriottiche. Durante
l'inverno faceva la scuola serale per i contadini e istitui' la biblioteca
parrocchiale.
L'avvento del fascismo lo vide fin dall'inizio diffidente e preoccupato,
senza celare la propria intima opposizione. Gia' nel 1922 egli scrisse, a
proposito delle simpatie di certi cattolici verso il nascente regime, che
"il paganesimo ritorna e ci fa la carezza e pochi ne sentono vergogna". Nel
novembre 1925 rifiuto' di cantare solennemente il Te Deum dopo che era stato
sventato un complotto per attentare alla vita di Mussolini.
Egli preferiva infatti mantenersi su un piano esclusivamente religioso,
tanto che perfino nel 1929 si differenzio' dall'atteggiamento entusiastico
di tanti vescovi e preti, non andando neppure a votare al plebiscito indetto
da Mussolini dopo la firma dei Patti Lateranensi. Rifiutava intanto
l'esaltazione acritica della guerra e del militarismo e respingeva ogni
spirito settario e partigiano. Cosi', pur evitando di prendere posizioni di
aperta rottura, don Primo fu presto considerato un nemico agli occhi dei
fascisti e anzi un vero e proprio ostacolo alla "fascistizzazione" di
Cicognara, e la notte del primo agosto 1931 lo chiamarono alla finestra e
spararono tre colpi di rivoltella che fortunatamente non lo colpirono.
*
La "promozione" a Bozzolo
Nel 1932 don Primo fu trasferito a Bozzolo in concomitanza con la fusione
delle due parrocchie esistenti. Nell'occasione egli scrisse un piccolo
opuscolo, Il mio parroco, per salutare i suoi parrocchiani, vecchi e nuovi.
A Bozzolo don Mazzolari inizio' poi a scrivere in modo regolare, cosi' che
gli anni Trenta furono per lui molto ricchi di opere. Nei suoi libri, egli
tendeva a superare l'idea della Chiesa come "societa' perfetta" e si
confrontava onestamente con le debolezze, le inadempienze e i limiti insiti
nella stessa Chiesa. A suo parere cio' era necessario per poter finalmente
presentare il messaggio evangelico anche ai "lontani", a coloro cioe' che
rifiutavano la fede, magari proprio a causa dei peccati dei cristiani e
della Chiesa. Negli scritti di don Mazzolari era inoltre presente l'idea che
la societa' italiana fosse da rifondare completamente sul piano morale e
culturale, dando maggiore spazio alla giustizia, alla solidarieta' con i
poveri, alla fratellanza. Idee simili lo costrinsero inevitabilmente a fare
i conti con la censura ecclesiastica e con quella fascista.
Nel 1934 don Mazzolari pubblico' La piu' bella avventura, basata sulla
parabola del figliuol prodigo, ma questo testo fu condannato l'anno dopo dal
Sant'Uffizio vaticano, che giudico' "erroneo" il libro e ne impose il ritiro
dal commercio. Ubbidiente, don Primo si sottomise. Il Sant'Uffizio non
spiego' al povero parroco quali fossero le pagine del libro giudicate
erronee: si mosse forse solo su denuncia di qualche cremonese, scandalizzato
dal fatto che ambienti protestanti avessero elogiato lo scritto
mazzolariano.
Don Primo tuttavia non si scoraggio'. Nel 1938 apparvero cosi' altri suoi
testi, come Il samaritano, I lontani, Tra l'argine e il bosco. Quest'ultimo
era una raccolta di articoli e scritti vari, da cui emergeva la concezione
della parrocchia che don Mazzolari aveva, ma anche la sua capacita' di
guardare la natura e la realta' della vita di campagna. Nel 1939 fu invece
pubblicata La via crucis del povero.
Le opere successive finirono pero' ancora sotto la scure della censura. Le
autorita' fasciste censurarono infatti nel 1941 Tempo di credere, ritenuto
un libro non conforme allo "spirito del tempo", quello cioe' di un'Italia in
guerra. Gli amici di don Primo riuscirono a far circolare clandestinamente
il testo. Nel 1943 torno' invece a farsi sentire il Sant'Uffizio che
biasimo' l'opera Impegno con Cristo, almeno per la forma utilizzata
dall'autore.
*
Guerra e Resistenza
Nel 1943 alla caduta del fascismo (25 luglio) e all'annuncio dell'armistizio
(8 settembre) si apri' la fase piu' drammatica della storia italiana
contemporanea, con la spaccatura del Paese in piu' parti, l'occupazione
tedesca, la nascita della Resistenza e subito dopo della Repubblica Sociale
Italiana. Don Primo si impegno' a creare contatti con vari ambienti e
personalita' cattoliche in vista del domani. Strinse inoltre sempre piu'
rapporti con la Resistenza, cosi' che il suo nome - gia' inviso da anni ai
fascisti - circolo' sempre piu' nelle liste di coloro che erano giudicati
nemici del regime di Salo'.
Nel febbraio 1944 don Mazzolari fu chiamato una prima volta in questura a
Cremona per accertamenti; segui' in luglio un vero e proprio arresto da
parte del Comando tedesco di Mantova. Liberato e richiesto di restare a
disposizione, preferi' passare alla clandestinita' a Gambara in provincia di
Brescia. Lascio' cosi' per qualche tempo Bozzolo, ritornandovi poi di
nascosto. Dovette infatti vivere per alcuni mesi completamente segregato,
all'insaputa di tutti, al piano superiore della sua stessa casa e solo dopo
la Liberazione pote' uscire allo scoperto. Testimonianza di quel tempo sono
i libri Diario di una primavera e Rivoluzione Cristiana, pubblicati dopo la
sua morte.
*
Il dopoguerra
L'impegno per l'evangelizzazione, la pacificazione, la costruzione di una
nuova societa' piu' giusta e libera costituirono i cardini dell'impegno di
don Mazzolari dal 1945 in poi. Figlio in questo della Chiesa del suo tempo,
egli era convinto che solo il cristianesimo potesse costituire un rimedio ai
mali del mondo e si fece portatore cosi' dell'idea di una vera e propria
"rivoluzione cristiana". I cristiani dovevano essere autentica guida della
societa', a patto di rinnovarsi completamente nella mentalita' e nei
comportamenti. Don Primo non perse naturalmente di vista il compito
principale della Chiesa, quello dell'annuncio evangelico. Con Il compagno
Cristo. Vangelo del reduce (1945) cerco' quindi di rivolgersi anzitutto a
coloro che tornavano dal fronte o dalla prigionia, per additare loro la via
tracciata da Gesu' Cristo. Scrisse in quegli anni molti articoli,
collaborando tra l'altro ai giornali "Democrazia" e "L'Italia".
Continuo' a interessarsi dei "lontani", particolarmente dei comunisti. La
sua critica del comunismo fu sempre molto dura, come dimostro' il dibattito
pubblico con un altro celebre cremonese, Guido Miglioli, ex organizzatore
sindacale cattolico ed ex deputato del Partito Popolare, che era approdato
alla collaborazione stretta con il Partito Comunista. In ogni caso, come
ebbe a dire nel 1949 (l'anno della scomunica vaticana verso i comunisti), lo
slogan di don Mazzolari era: "Combatto il comunismo, amo i comunisti".
Dopo le decisive elezioni del 1948, nelle quali appoggio' la DC, don Primo
inizio' subito ad ammonire i parlamentari, invitandoli alla coerenza e
all'impegno. Un suo articolo portava per esempio un titolo chiarissimo:
Deputati e senatori vi hanno fatto i poveri.
*
La stagione di "Adesso"
Tante speranze di cambiamento andarono presto deluse. Don Mazzolari si rese
conto di dover creare un movimento di opinione piu' vasto e si dedico'
allora anima e corpo al progetto di un giornale di battaglia. Il 15 gennaio
1949 usci' il primo numero del quindicinale "Adesso", nel pieno di una
stagione in cui si moltiplicavano gli appelli cattolici verso la DC (l'anno
dopo, nel 1950, Giorgio La Pira pubblico' L'attesa della povera gente).
Nelle sue pagine il giornale volle toccare tutti i temi cari al suo
fondatore: l'appello a un rinnovamento della Chiesa, la difesa dei poveri e
la denuncia delle ingiustizie sociali, il dialogo con i "lontani", il
problema del comunismo, la promozione della pace in un'epoca di guerra
fredda. Al giornale collaborarono in molti: da don Lorenzo Bedeschi a padre
Aldo Bergamaschi, al sindaco socialista di Milano Antonio Greppi, a tanti
preti e laici piu' o meno noti, come Franco Bernstein, padre Umberto
Vivarelli, padre Nazareno Fabbretti, Giulio Vaggi e piu' tardi Mario V.
Rossi.
Intanto don Primo stringeva rapporti sempre piu' stretti con le voci piu'
libere e critiche del cattolicesimo italiano di quel tempo, dominato dal
conformismo e dalla rigidezza nei confronti del mondo contemporaneo: fu
cosi' amico del fondatore di Nomadelfia don Zeno Saltini, del poeta padre
David Maria Turoldo, del sindaco fiorentino Giorgio La Pira, dello scrittore
Luigi Santucci e di molti altri.
Il carattere innovativo e coraggioso di "Adesso" provoco' ancora
l'intervento vaticano, cosi' che nel febbraio del 1951 il giornale dovette
cessare le pubblicazioni. In luglio arrivarono altre misure personali contro
don Mazzolari (proibizione di predicare fuori diocesi senza il consenso dei
vescovi interessati; divieto di pubblicare articoli senza preventiva
revisione ecclesiastica). Si pote' ripartire nel novembre dello stesso 1951,
ma con la direzione di un laico, Giulio Vaggi. Don Primo collaboro' ancora,
utilizzando spesso pseudonimi come quello di Stefano Bolli. Proprio alcuni
interventi di "don Bolli" sul tema della pace provocarono nuove indagini
disciplinari. Nel 1950, infatti, si sviluppo' un ampio dibattito sulla
proposta del movimento dei Partigiani della Pace (a prevalenza comunista) di
mettere al bando la bomba atomica e don Mazzolari (che pure aveva accettato
l'adesione dell'Italia al Patto Atlantico) si dichiaro' disponibile al
dialogo. Insomma, il giornale continuo' a vivere pericolosamente. Ancora nel
1954 don Primo ricevette da Roma l'ordine di predicare solo nella propria
parrocchia e il divieto di scrivere articoli su "materie sociali".
*
Gli ultimi anni
Usando sempre il suo caratteristico linguaggio, che puntava direttamente a
suscitare l'emozione nel cuore, senza voler indugiare nell'analisi
scientifica o sociologica, don Mazzolari pubblico' negli anni Cinquanta
altre opere significative.
Nel 1952 usci' cosi' La pieve sull'argine, un ampio racconto fortemente
autobiografico, che ripercorreva le vicende e le vicissitudini di un prete
di campagna (don Stefano) negli anni del fascismo.
Nel 1955 apparve anonimo Tu non uccidere, che affrontava la questione della
guerra. Qui Mazzolari riprendeva un suo scritto inedito del 1941, la
Risposta a un aviatore, in cui si era gia' posto il problema della liceita'
della guerra. In questo modo il parroco di Bozzolo approdava
all'accettazione dell'obiezione di coscienza e pronunciava un durissimo atto
di accusa contro tutte le guerre ("La guerra non e' soltanto una calamita',
e' un peccato", "Cristianamente e logicamente la guerra non si regge").
Libri a parte, don Primo spendeva le sue ultime energie per affrontare temi
nuovi e conoscere problemi sociali anche lontani: nel 1951 visito' il delta
del Po, nel 1952 fece un viaggio in Sicilia, riportandone forti impressioni,
e nel 1953 si reco' in Sardegna.
Nella Chiesa italiana il nome di Mazzolari continuava intanto a dividere:
alle prese di posizione ufficiali, che in pratica lo proscrivevano e lo
volevano rinchiudere nella sua Bozzolo, si contrapponevano i tanti amici,
ammiratori, discepoli di ogni tipo che si riconoscevano nelle sue battaglie
e diffondevano le sue idee in tutta Italia. Lui rimaneva coerente al suo
proposito di "ubbidire in piedi", sottomettendosi sempre ai suoi superiori,
ma tutelando la propria dignita' e la coerenza del proprio sentire.
Proprio alla fine della sua vita comincio' a venire qualche gesto
significativo di distensione nei suoi confronti. Nel novembre del 1957
l'arcivescovo di Milano mons. Montini (il futuro papa Paolo VI) lo chiamo' a
predicare alla Missione di Milano, una celebre iniziativa straordinaria di
predicazioni e interventi pastorali. Nel febbraio 1959, infine, il nuovo
papa, Giovanni XXIII, lo ricevette in udienza in Vaticano, lasciando in don
Primo un'intensa emozione.
Ormai pero' la salute del parroco di Bozzolo era minata e logorata. Don
Primo Mazzolari mori' infatti poco tempo dopo, il 12 aprile 1959. Anni piu'
tardi, Paolo VI dira' di lui: "Lui aveva il passo troppo lungo e noi si
stentava a tenergli dietro. Cosi' ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche
noi. Questo e' il destino dei profeti".

4. PROFILI. GIOVANNA PROVIDENTI: MARIA MONTESSORI, L'EDUCAZIONE, LA PACE,
L'ECOLOGIA
[Ringraziamo Giovanna Providenti (per contatti: providen at uniroma3.it) per
averci messo a disposizione questo articolo pubblicato nel numero di
novembre 2004 di "Noi donne"; ringraziamo altresi' per la disponibilita' a
consentirne la ripubblicazione la direttrice della rivista Tiziana
Bartolini, e cogliamo l'occasione per segnalare l'indirizzo della storica
testata: e-mail: noi.donne at libero.it; sito: www.noidonne.org
Giovanna Providenti e' assegnista di ricerca presso l'Universita' Roma Tre,
si occupa di nonviolenza, studi sulla pace e di genere, con particolare
attenzione alla prospettiva pedagogica. Ha due figli. Partecipa  al Circolo
Bateson di Roma. Scrive per la rivista "Noi donne". Ha curato il volume
Spostando mattoni a mani nude. Per pensare le differenze, Franco Angeli,
Milano 2003, e pubblicato numerosi saggi su rivista e in volume, tra cui:
Cristianesimo sociale, democrazia e nonviolenza in Jane Addams, in "Rassegna
di Teologia", n. 45, dicembre 2004; Imparare ad amare la madre leggendo
romanzi. Riflessioni sul femminile nella formazione, in M. Durst (a cura
di), Identita' femminili in formazione. Generazioni e genealogie delle
memorie, Franco Angeli, Milano 2005; L'educazione come progetto di pace.
Maria Montessori e Jane Addams, in Attualita' di Maria Montessori, Franco
Angeli, Milano 2004. Scrive anche racconti e ha in cantiere un libro dal
titolo Donne per, sulle figure di Jane Addams, Mirra Alfassa e Maria
Montessori.
Maria Montessori, nata nel 1870 e deceduta nel 1952, medico, illustre
pedagogista, antifascista, abbandono' l'Italia nel 1936. Opere di Maria
Montessori: segnaliamo Il metodo della pedagogia scientifica (poi col
titolo: La scoperta del bambino), 1909; L'autoeducazione nelle scuole
elementari, 1916; il Manuale di pedagogia scientifica, 1930; Il segreto
dell'infanzia, 1950; La mente del bambino, 1952. Un'utile antologia
(autorizzata dalla Montessori, e curata da M. L. Leccese) e' Educazione alla
liberta', Laterza, Bari 1950; cfr. anche Educazione e pace, Garzanti, Milano
1970. Un'ampia bibliografia di e su Maria Montessori e' nel n. 899 di questo
foglio]

Nel 1948 Maria Montessori introducendo la pubblicazione inglese de Il metodo
della pedagogia scientifica, uscito per la prima volta nel 1909 e che ora
veniva intitolato, The discovery of the Child, La scoperta del bambino,
cosi' scrive: "l'umanita' puo' sperare in una soluzione dei suoi problemi,
fra cui i piu' urgenti sono quelli di pace e di unita', soltanto volgendo la
propria attenzione e le proprie energie alla scoperta del bambino e allo
sviluppo della grande potenzialita' della personalita' umana in corso di
formazione" (1).
I problemi considerati piu' urgenti sono quelli di "unita' e pace": il
problema ecologico della unita' e interconnessione dei sistemi viventi
strettamente collegato al problema della pace. Pace intesa non solo come
cessazione di tutte le guerre, ma come il volgersi verso un mondo, e una
umanita', eticamente responsabile del proprio bene, della vita di tutti i
sistemi viventi riconosciuti come sacri e interconnessi tra loro. Ecologia e
pace come risvolto di uno stesso discorso.
Maria Montessori ritiene possibile salvare il mondo attraverso una
educazione rivolta allo sviluppo integrale di una personalita' umana
socialmente responsabile, edificatrice di una societa' rispettosa della
ecologia dei sistemi viventi e della pace tra stati, come tra persone. Nella
sua visione scopo dello sviluppo interiore di ogni persona e' il
miglioramento dell'umanita', e' il raggiungimento della consapevolezza di
non essere atomi isolati, ma parte di un tutto, di cui ognuno e ognuna e'
responsabile per la propria parte.
La pace e l'ecologia sono il risultato di un processo evolutivo umano, che
e' sia interno alla formazione di ogni singolo individuo sia generazionale,
e avviene attraverso lo sviluppo della mente del bambino: "Il bambino non
solo acquista tutte le facolta' umane, assai piu' varie e numerose di quelle
degli altri animali, ma deve anche adattare il proprio essere fisico e
psichico, che durante l'infanzia egli stesso va costruendo, alle condizioni
climatiche ed ecologiche in cui dovra' vivere, e alle esigenze di una
civilta' che si va facendo sempre piu' complessa" (2).
*
La sfida montessoriana alla attuale societa' complessa si identifica, come
scrive Franca Pinto Minerva, con la possibilita' "di disporre di forme di
pensiero dinamiche e flessibili, aperte e problematiche, antidogmatiche e
critiche [e di una] attrezzatura cognitiva e affettiva necessaria a pensare,
a progettare e a gestire la differenza, la pluralita', la problematicita'
della societa' contemporanea" (3).
Tale attrezzatura cognitiva puo' svilupparsi, a partire dal bambino, solo se
il potenziale creativo di ogni persona viene rispettato e lasciato libero di
espandersi attraverso un processo formativo coerente con il fine proposto.
Per questo il/la bambino/a montessoriano/a si forma in un ambiente adatto
alla crescita sana delle sue potenzialita', rispettato/a nei tempi di
apprendimento e nella naturale propensione alla curiosita'.
Il processo formativo, per Montessori, si svolge, intrinsecamente,
attraverso una profonda concentrazione sui meccanismi delle cose e non sulle
cose in se'. Un bambino "libero di svolgere la sua interiore personalita'"
sara' in grado di costruire da se' la chiave per accedere alla conoscenza
delle cose "mediante l'esperienza diretta del mondo circostante. Il compito
del maestro sara' dunque di preparare una serie di spunti e incentivi
all'attivita' culturale, distribuiti in un ambiente espressamente preparato,
per poi astenersi da ogni intervento troppo diretto o invadente... Cosi'
facendo assistera' allo sviluppo dell'anima umana e alla comparsa dell'Uomo
Nuovo, che non sara' piu' la vittima degli avvenimenti, ma avra' la
chiarezza di visione necessaria per dirigere e plasmare il futuro della
societa' umana" (4).
Il /la maestro/a dunque predispone l'ambiente e assiste allo sviluppo della
intelligenza, alla liberazione delle potenzialita' naturali del bambino e
all'instaurarsi di una mente libera, in grado di pensare in maniera critica:
"Se a un contadino incolto offriamo delle carte monetate buone e false e lo
lasciamo 'libero di scegliere', se egli sceglie le false non e' libero e'
ingannato; se egli sceglie le buone non e' libero e' fortunato. Libero sara'
quando avra' una conoscenza sufficiente non solo per distinguere le buone
dalle false, ma per pensare quale e' l'utilita' sociale delle une e delle
altre. E' dare questa 'formazione interiore' che rende liberi senza bisogno
di ottenere un 'permesso sociale' cioe' una conquista esteriore di liberta'"
(5).
La persona libera e costruttrice del Mondo Nuovo e' la persona che ha potuto
sviluppare pienamente la propria intelligenza, attraverso processi di
coscienza della differenza tra le cose, apprendendo a distinguere e
associare gli oggetti tra loro: "Il lavoro della mente in questa ricerca
deve necessariamente essere attivo... perche' l'intelligenza non ha come suo
carattere di 'fotografare' gli oggetti, e 'tenerli uno sull'altro' come le
pagine di un album, o giustapposti come le mattonelle di un pavimento. Un
tale lavoro di semplice 'deposito' e' una violenza alla natura
intellettuale. L'intelligenza con i suoi caratteri di ordinamento e di
distinzione sa pure distinguere ed estrarre i caratteri prevalenti degli
oggetti, ed e' su questi che essa edifica poi le sue interiori costruzioni"
(6).
*
L'attualita' montessoriana sta in questa visione della mente umana:
predisposta a un pensare complesso e in grado di andare oltre la logica
delle opposizioni, verso una ecologia delle relazioni tra persone e con
l'ambiente circostante. "Il problema ecologico non puo' essere risolto se
non attraverso una ecologia delle idee" (7), scrive Marcello Sala in un
libro ispirato al pensiero ecologico di Gregory Bateson e rivolto a una
"ecologia dell'educazione scientifica". Sala individuando "una epistemologia
dei bambini o comunque un modo diverso di pensare, di conoscere dei bambini"
auspica che la consapevolezza di questa epistemologia possa contribuire
all'urgente bisogno di "una profonda ristrutturazione delle premesse stesse
della conoscenza", sulla scia della idea di Bateson che gli "errori nelle
nostre abitudini di pensiero" siano causa dei danni ecologici contro natura
e umanita', cui e' possibile riparare solo attraverso un "corretto abito
mentale".
Solo una "pedagogia dell'ascolto" (che richiama l'osservazione del/la
maestro/a montessoriano/a) potra' dare lo spazio necessario per sviluppare
il potenziale della mente complessa di bambine e bambini. Tale pedagogia
dovra' anche essere in grado di farci andare oltre "l'uso di un pensiero e
di un linguaggio che appartengono a una cultura storicamente determinata e
caratterizzata dal predominio del genere maschile", e indurci verso una
ecologia dei rapporti di genere.
*
Piu' che "modelli semplificati e addomesticati", e risposte preconfezionate
a "domande non legittime", una educazione ecologica dovra' prevedere lo
spazio per permettere ai bambini di svolgere tutto l'itinerario conoscitivo
per giungere ad una determinata risposta, svolgerlo da se'.
In tutti i suoi scritti Montessori insiste sulla importanza del "capire da
se'": "Colui che capisce da se' ha una impressione improvvisa: sente che la
sua coscienza si e' sgomberata, e qualche cosa di luminoso risplende in
essa" (8). Compito dell'adulto in questa metodologia di apprendimento e'
l'osservazione, l'ascolto: "l'ascolto come modalita' di interazione che dia
ai bambini non solo il senso della dignita' del loro ricercare, ma anche
della pertinenza 'scientifica' dei loro pensieri" (Sala, p. 220).
E' questo lo strumento formativo che, nella idea sia di Montessori che dei
recenti studi rivolti alla "ecologia dell'educazione", va nella direzione
della formazione di personalita' intere e integrate con la natura e tutti i
sistemi viventi. Solo tale integrazione, a partire da ogni singolo
individuo, puo' portare ad una societa' rispettosa dell'ambiente e degli
altri esseri umani. All'ecologia e alla pace.
*
Note
1. Maria Montessori, La scoperta del bambino, Garzanti, Milano 1950, p.
VIII.
2. Maria Montessori, Educazione per un mondo nuovo (1943), Garzanti, Milano
2000, pp. 52-53.
3. Franca Pinto Minerva, Il bambino nella societa' complessa: prospettive
montessoriane, in "Vita dell'infanzia", n. 6, 1995, pp. 9-15.
4. Educazione per un mondo nuovo, p. 14.
5. Autoeducazione, p. 173.
6. Ivi, p. 183.
7. Marcello Sala, Il volo di Perseo, Junior, Bergamo 2004, p. 30. Da ora in
poi le citazioni sono da ivi.
8. Maria Montessori, L'autoeducazione, op. cit., p. 187.

5. RILETTURE. ANSELM JAPPE: DEBORD
Anselm Jappe, Debord, Tracce, Pescara 1992, pp. 254, lire 20.000. Una bella
monografia su Guy Debord, che ne ricostruisce con puntualita' e finezza il
percorso esistenziale e il lavoro teorico.

6. RILETTURE. ORESTE MACRI': IL CIMITERO MARINO DI PAUL VALERY
Oreste Macri', Il cimitero marino di Paul Valery. Studio, testo critico,
versione metrica e commento, Le Lettere, Firenze 1989, pp. 384. Il libro e'
la "nuova edizione interamente rifatta" del lavoro edito per Sansoni nel
1947. Un classico che e' anche una summa di molte cose che tutte ci
appassionano.

7. RILETTURE. TIZIANO TERZANI: LA PORTA PROIBITA
Tiziano Terzani, La porta proibita, Longanesi, Milano 1984, Tea, Milano
2000, 2004, pp. 280, euro 7,80. L'esperienza di un grande reporter in Cina,
cercando e documentando la verita' con gli occhi aperti: fino all'arresto e
all'espulsione.

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 901 del 16 aprile 2005

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