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La nonviolenza e' in cammino. 903



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 903 del 18 aprile 2005

Sommario di questo numero:
1. Giulio Vittorangeli: Crisi della politica e lotta per la pace
2. Giancarla Codrignani: Interrogativi dopo le elezioni
3. Bruna Peyrot: Donne in guerra e in pace (parte terza)
4. Alessandra Amicone: Il messaggio di Aldo Capitini
5. Letture: Jorge Semprun, Vivro' col suo nome, morira' con il mio
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. GIULIO VITTORANGELI: CRISI DELLA POLITICA E LOTTA PER LA PACE
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento. Giulio Vittorangeli e' uno dei fondamentali collaboratori
di questo notiziario; nato a Tuscania (Vt) il 18 dicembre 1953, impegnato da
sempre nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di
solidarieta' internazionale, con una lucidita' di pensiero e un rigore di
condotta impareggiabili; e' il responsabile dell'Associazione
Italia-Nicaragua di Viterbo, ha promosso numerosi convegni ed occasioni di
studio e confronto, ed e' impegnato in rilevanti progetti di solidarieta'
concreta; ha costantemente svolto anche un'alacre attivita' di costruzione
di occasioni di incontro, coordinamento, riflessione e lavoro comune tra
soggetti diversi impegnati per la pace, la solidarieta', i diritti umani. Ha
svolto altresi' un'intensa attivita' pubblicistica di documentazione e
riflessione, dispersa in riviste ed atti di convegni; suoi rilevanti
interventi sono negli atti di diversi convegni; tra i convegni da lui
promossi ed introdotti di cui sono stati pubblicati gli atti segnaliamo, tra
altri di non minor rilevanza: Silvia, Gabriella e le altre, Viterbo, ottobre
1995; Innamorati della liberta', liberi di innamorarsi. Ernesto Che Guevara,
la storia e la memoria, Viterbo, gennaio 1996; Oscar Romero e il suo popolo,
Viterbo, marzo 1996; Il Centroamerica desaparecido, Celleno, luglio 1996;
Primo Levi, testimone della dignita' umana, Bolsena, maggio 1998; La
solidarieta' nell'era della globalizzazione, Celleno, luglio 1998; I
movimenti ecopacifisti e della solidarieta' da soggetto culturale a soggetto
politico, Viterbo, ottobre 1998; Rosa Luxemburg, una donna straordinaria,
una grande personalita' politica, Viterbo, maggio 1999; Nicaragua: tra
neoliberismo e catastrofi naturali, Celleno, luglio 1999; La sfida della
solidarieta' internazionale nell'epoca della globalizzazione, Celleno,
luglio 2000; Ripensiamo la solidarieta' internazionale, Celleno, luglio
2001; America Latina: il continente insubordinato, Viterbo, marzo 2003. Per
anni ha curato una rubrica di politica internazionale e sui temi della
solidarieta' sul settimanale viterbese "Sotto Voce" (periodico che ha
cessato le pubblicazioni nel 1997). Cura il notiziario "Quelli che
solidarieta'"]

Una delle conseguenze piu' gravi della crisi della politica e' stata la
rilegittimazione della guerra con il conseguente rilancio delle logiche
militari come strumento fondamentale nelle relazioni internazionali. E' la
famosa tesi di von Clausewitz della guerra come continuazione della politica
con altri mezzi. Riabilitazione della guerra, quindi, e regressione della
politica internazionale alla legge del piu' forte, di chi e' piu' forte
economicamente e sul piano militare.
In questi anni, sulla guerra sono state dette moltissime cose, interessanti
e fondamentali:
- sul ruolo dei mezzi d'informazione e disinformazione, che non possono
accettare l'idea che tutti i morti sono eguali, cosi' come lo sono i vivi.
La propaganda deve scavare un fosso tra gli uni e gli altri, deve
giustificare la morte e la distruzione, deve creare consenso;
- sulle ferite inferte al diritto internazionale e alla nostra Costituzione,
il famoso art. 11: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla
liberta' degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali; consente, in condizioni di parita' con gli altri Stati, alle
limitazioni di sovranita' necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace
e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni
internazionali rivolte a tale scopo";
- sull'affossamento dell'Onu, e sulla natura dell'Europa che si sta
costruendo.
Un'Europa che, lungi dal promuovere una politica di pace e di uguaglianza,
si impegna invece a ribadire, ed anzi ad allargare, la prassi e il diritto
di intervento militare nelle crisi internazionali (vere o alimentate ad
arte). E un discorso a parte meriterebbe il nuovo ruolo assunto dalla Nato e
quello relativo all'esercito europeo, con l'ulteriore processo di
militarizzazione che entrambi comportano.
Intanto le nuove guerre dell'era post-bipolare (la prima guerra del Golfo,
la Jugoslavia, l'Afghanistan, l'Iraq) hanno drammaticamente confermato lo
smarrimento, nel senso comune prima che nelle politiche dei governi, del
nesso tra diritto e ragione (la contraddizione piu' assurda: quella che le
ha presentate come guerre "per i diritti" nella forma del dilemma "o guerra
o Auschwitz", con Milosevic e Saddam paragonati a Hitler); tra legalita' e
garanzie dei diritti umani (si fa appello ai diritti, che per loro natura
escludono la guerra); tra mezzi e fini (incongruenza clamorosa tra il fine
umanitario e il mezzo guerra); tra forme e sostanza degli strumenti, anche
coercitivi, di tutela dei diritti che era stato solennemente proclamato
dalla Carta dell'Onu del 1945 e dalla Dichiarazione universale dei diritti
umani del 1948.
*
Restiamo convinti che la lotta per la pace con giustizia, non puo' essere il
codicillo aggiunto della politica dei partiti, ma essa stessa programma e
sostanza della politica da farsi.
In questo senso, il compito delle istituzioni, degli enti locali (Comuni,
Province, Regioni), e' importantissimo, perche' possono esprimere opzioni
politiche e culturali che vanno in direzione sociale e pacifista, in
opposizione a scelte militari e una concezione poliziesca del mondo; per una
cultura multietnica e tollerante, contro la xenofobia ed il razzismo
strisciante.
*
Poiche' la guerra e' regressione allo stato selvaggio non solo nelle
relazioni internazionali, ma anche in quelle interne: la violenza e la forza
non sono solo oggetto di culto diffuso, ma intridono l'insieme del mondo.
Pensiamo alla novita' rappresentata dalle multinazionali degli eserciti;
vere societa' multinazionali di servizi militari di sicurezza. S.p.A.
militari, ben inserite nelle borse azionarie e nei conflitti armati di mezzo
mondo, oltre che strumenti di privatizzazione della guerra. Una
multinazionale della morte, cioe' un esercito che si costituisce
esplicitamente per andare ad ammazzare la gente per soldi. E' confermata
l'esistenza di almeno due multinazionali di questo tipo, che forniscono
eserciti a chi li vuole; in genere operano nelle guerre taciute dell'Africa
e hanno sede negli Stati Uniti d'America e in Gran Bretagna, con filiali in
Sudafrica e altrove.
*
In Italia (come in altre Paesi) abbiamo assistito alla nascita dell'esercito
professionale, motivato per "missioni di pace", "guerre umanitarie" e
simili; cosi' tutti i testi relativi al "Nuovo modello di difesa" parlano di
"difesa degli interessi vitali della nazione", ossia "delle materie prime
presenti nel terzo mondo, necessarie alle economie dei paesi
industrializzati". Sono i pochi ricchi (20% della popolazione mondiale) che
devono difendere il possesso (ovvero la rapina continuata) dell'80% dei beni
del mondo contro la massa dei poveri (ovvero dei rapinati). Da qui
l'affermarsi di una vera e propria economia di morte, perche' anche dopo la
guerra fredda si spendono ogni anno miliardi di dollari in macchine di morte
e in armi nucleari e chimiche. Incrementi della spesa militare mondiale
puntualmente documentati dal Sipri, l'Istituto di ricerca sulla pace di
Stoccolma.
In compenso, a casa nostra, adesso abbiamo anche il servizio militare
femminile, che chiede alle donne di essere viriloidi, competitive,
aggressive, cioe replicanti i peggiori modelli maschili.
Infine, nelle relazioni interne, la guerra vale ad assecondare ogni
possibile nefandezza, provocando una devastazione culturale, un blocco nella
crescita della societa', se non addirittura una sua involuzione. Come
dimenticare l'affollarsi di famiglie e giovani per vedere ad Aviano lo
"spettacolo" della partenza degli aerei da guerra, con il loro contenuto di
morte, che andavano a bombardare Belgrado. Di quale cultura sono figlie
quelle persone? E' un interrogativo che ci riguarda tutti; almeno tutti
quelli che credono nel valore della democrazia sostanziale, e che questa non
sia esportabile con le bombe.

2. RIFLESSIONE. GIANCARLA CODRIGNANI: INTERROGATIVI DOPO LE ELEZIONI
[Dal sito de "Il paese delle donne" (www.womenews.net) riprendiamo questo
intervento di Giancarla Codrignani. Giancarla Codrignani (per contatti:
giancodri at libero.it), presidente della Loc (Lega degli obiettori di
coscienza al servizio militare), gia' parlamentare, saggista, impegnata nei
movimenti di liberazione, di solidarieta' e per la pace, e' tra le figure
piu' rappresentative della cultura e dell'impegno per la pace e la
nonviolenza. Tra le opere di Giancarla Codrignani: L'odissea intorno ai
telai, Thema, Bologna 1989; Amerindiana, Terra Nuova, Roma 1992; Ecuba e le
altre, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1994]

Scrivo mentre sono tutta contenta per la vittoria elettorale e sto leggendo
l'ultimo numero de "il paese delle donne". Immagino che l'articolo di prima
pagina del prossimo numero sara' tutto centrato su questa bella festa del
centro-sinistra e sul lavoro per il 2006, ovviamente. Almeno per quella
parte di neutro che riguarda la nostra cittadinanza. E quella femminile?
Non va avanti un gran che: ci piacciano o non ci piacciano, le pari
opportunita' e le "quote" ci vengono assegnate d'ufficio. Su 13 regioni da
amministrare due sole contavano su una donna da portare al cosiddetto
governatorato, senza - che si sappia - che ci fosse stata contrattazione con
autorita' femminili, anche perche' bisognerebbe chiedersi quali. Elette,
dunque, "come un uomo" e senza impegni di genere.
Non sto a recriminare: autorita' femminili non se ne vedono e i partiti sono
al massimo disposti a rinunciare a qualche posto per attribuirlo alle donne,
purche' nessuna si sogni di modificare il modello delle politiche e la
qualita' dei diritti.
Alle donne verranno erogati anche dalle amministratrici i benefici di
qualche legge e qualche tutela in piu', senza produrre "differenza" nelle
regole dei pubblici poteri che anche le donne hanno studiato e percepiscono
come indifferenziate.
In fondo siamo consenzienti anche noi del "paese delle donne". Proprio
l'ultimo numero mostra i segni di cedimento. Parliamo di ricerca e di
universita', dell'azienda Rai, della direttiva europea sull'acqua, della
privatizzazione dei servizi pubblici come di problemi generali, e anche per
il governo della Regione Lazio prevale l'attenzione piu' alla laicita' che
al femminismo.
Dopo, si puo' anche discutere "il sistema di pensiero che governa il mondo",
come ricorda Angela Giuffrida; ma, se conosciamo i dati sulle reazioni delle
donne giovani e sul sistema di precarieta' che le insidia, si dovrebbe
andare alle ragioni critiche - e autocritiche - del "grande silenzio" di cui
parla Lea Melandri.
*
Occorre chiedersi non tanto "se" ci mancano nuovi argomenti di pensiero, ma
"perche'" non produciamo voce. Siamo anziane perche' soddisfatte di tutte le
teorie e le pratiche che abbiamo costruito negli ultimi trent'anni, oppure
quelle teorie e quelle pratiche - che andrebbero, in ogni caso,
riposizionate, perche', nel bene e nel male, non hanno seguito la storia
degli ultimi anni - invecchiano noi?
Non e' possibile che, dopo aver discusso per anni su liberazione versus
emancipazione, differenza di genere, diritto sessuato, teologia femminista,
siamo al palo, come le antiche romane che potevano riavere i soldi della
dote e fare gli esercizi gladiatori, ma ebbero gioco nel potere solo come
mogli e madri.
O come le cristiane che, accolte in differenza e parita' alle origini,
furono subito velate, ridotte al silenzio e soggette ai "padri" della chiesa
che cancellarono anche la memoria delle "madri".
O come le donne dell'Illuminismo che si liberarono dalle vestimenta barocche
e chiesero alla rivoluzione i diritti per ottenere solo la parita' della
ghigliottina e cedere al ruolo domestico e "romantico" dell'Ottocento.
O come le amiche del Novecento che chiesero invano il diritto di voto e
ricevettero la possibilita' di "emanciparsi" nel lavoro solo perche' venne
la guerra, mentre, poi, il fascismo le ridusse a fattrici.
Basterebbe rileggere Anna Maria Mozzoni o una delle decine e decine di
riviste e rivistine femminili di cent'anni fa per rendersi conto di quante e
quali idee avevano messo in circolazione le nostre antenate. Senza ottenere
risultati che non fossero di normale evoluzione.
Come fu frenata la liberta' femminile? I padri romani recuperavano i beni
dotali delle figlie, ma ritenevano disonore che le donne prendessero la
parola in Senato; gli apostoli erano gelosi di Maddalena e imposero il velo
alle sorelle; i rivoluzionari chiusero per primi i club femminili; i
bis-bis-nonni, anche socialisti, reclusero nella domesticita' vittime anche
inconsapevoli da sublimare come angeli del focolare.
Oggi non abbiamo piu' ne' dote ne' velo, prendiamo la parola ovunque (con
misura e mai in Chiesa), facciamo parte dei partiti, ma - pur consapevoli,
nella nostra differenza, di valere come un uomo e di essere, anzi, piu'
brave a scuola - rischiamo di tornare a casa a badare i bambini e, gia' che
ci siamo, il nonno per risparmiare sulla "badante" senza neppure sentirci
defraudate perche' vengono soppressi i servizi sociali.
Non e' neo-emancipazionismo; ma incapacita' di traghettarci al futuro.
Le romane erano soggette ai padri e ai mariti, che in genere amavano; la
cristiane erano devote agli uomini dello spirito; le rivoluzionarie
affidarono le loro speranze ai rivoluzionari; le suffragiste credettero alle
promesse dei "compagni".
*
Le nostre generazioni hanno elaborato non solo la condizione femminile, ma
le ragioni che, partendo dalla differenza di genere, indicano il cammino
evolutivo di quella nuova societa' di cui il mondo - per tutte le scuole di
pensiero, di destra e di sinistra - ha bisogno urgente, per riformarsi e
salvarsi.
La storia ha, dunque, bisogno del contributo insostituibile delle donne per
il bene di tutti.
Che cosa e' mancato - e sta mancando - a tutte?
La consapevolezza di essere sole.
Di fatto non ci sono alleati nella lotta per la liberta' di genere ne' gli
uomini anche amati, ne' le strutture tradizionali, ormai anche nostre.
Per esempio, in queste amministrative quante hanno chiesto di fare i conti
sulle candidature (ovviamente, a tempo debito, non a liste gia' fatte)?
Naturalmente era importante che "la sinistra vincesse" e che "Berlusconi
perdesse"; meglio per tutti se fosse stata cosa anche nostra, non per il
nostro tacito assenso.
Anche l'Illuminismo illudeva le donne con buona ragione; ma le donne non
avevano altra forza che le idee e le proposte.
Se volevano realizzarle, o trovavano i mezzi per farle conoscere e
diffonderle, o si adattavano al volontarismo e al fallimento.
Noi non abbiamo mecenati, non truppe cammellate, non madrine che valgano
come padrini: ed e' giusto perche' le proposte innovative sono estranee ai
sistemi abusati per la contraddizione che non lo consente. Tuttavia, occorre
rendersi conto che non e' mai stato pensabile di nominare il mainstreaming
con le sedicenni o le settantenni, con le metalmeccaniche e le commesse
(anche laureate) per ottenere comprensione generale.
Quello che non abbiamo fatto vent'anni fa non e' recuperabile. Continuare a
rileggere le nostre cose, mentre le ragazze sono sole, sia come giovani (e i
giovani sono abbandonati dai partiti e dalle istituzioni), sia come donne,
non giova.
In una fase di transizione e di rischio i giovani non cercano di conoscere
le idee del passato, ma di fare fronte all'esistente. Che sia o no cedimento
alla logica maschile importa poco, perche' e' un dato di realta'.
Hanno fatto cose' anche le donne della Resistenza: chi legge quello che
scrivevano nella clandestinita' resta stupefatto: volevano la meta' dei
posti di lavoro! Dovettero accettare il riconoscimento al diritto al lavoro
solo perche' il proletario con il suo solo stipendio non poteva mantenere la
famiglia: sessant'anni dopo, in Emilia, il differenziale salariale e'
ancora, a parita' di lavoro, del 18%.
*
Non sono giuste, d'altra parte, le accuse che fanno del femminismo - non
solo contemporaneo - una questione intellettualistica; ma e' vero che, se le
filosofe fanno bene a fare le filosofe e a dare idee, le politiche non
possono limitarsi a condividere il piacere di pensare i pensieri teorici.
L'aborto non e' un diritto, ma una legge giusta; e' stata approvata perche'
c'erano i grandi numeri a seguire il percorso di informazione che fu fatto.
Oggi, invece, non siamo certe che sulla fecondazione assistita si potra'
raggiungere il quorum.
La vittoria in queste elezioni regionali e' una occasione per imporre una
campagna che, partendo dalle donne, faccia tornare ai grandi numeri.
Il problema e' complesso? Tutti i problemi oggi sono complessi: per questo
bisogna che i partiti sappiano mettere in campo persone informate che diano
senso alle aspirazioni non sempre motivate della gente. E' cosi' per tutte
le questioni democratiche, anche per la difesa della Costituzione.
Il referendum sulla procreazione assistita non vedra' in prima fila tutte le
intellettuali, che anche per l'interruzione di gravidanza in parte si
tirarono indietro. D'altra parte le premesse conoscitive piu' o meno ormai
le sappiamo tutte.
Ma il referendum potra' diventare un momento di forza se le donne sapranno
trarre all'impegno non solo le amiche in ordine sparso, ma le forze
politiche e sindacali dei maschi: in primo luogo, infatti, non si tratta
solo di riconoscere i diritti di maternita' delle donne sterili, perche'
sono sterili anche gli uomini. L'interferenza della Chiesa, poi, e' molto
strumentale, perche' non c'e' stato intervento dell'etica cattolica
all'origine delle pratiche di fecondazione assistita e i bambini nati cosi'
sono migliaia e oggi vanno all'universita'.
Forse potremmo sentirci meno sole e riprendere a proiettare idee e progetti
piu' in la', nel futuro: come sempre senza problemi generazionali quando
esiste la vera relazione che non nasce senza occasioni di incontro e che
riguarda i metodi di una democrazia vissuta.

3. RIFLESSIONE. BRUNA PEYROT: DONNE IN GUERRA E IN PACE (PARTE TERZA)
[Ringraziamo di cuore Bruna Peyrot (per contatti: brunapeyrot at terra.com.br)
per averci messo a disposizione il seguente capitolo tratto dal suo libro
Mujeres. Donne colombiane fra politica e spiritualita', Edizioni Citta'
Aperta, Troina (En) 2002, che tratta della scelta nonviolenta di un gruppo
di sindacaliste colombiane. Bruna Peyrot, torinese, scrittrice, studiosa di
storica sociale, conduce da anni ricerche sulle identita' e le memorie
culturali; collaboratrice di periodici e riviste, vincitrice di premi
letterari, autrice di vari libri; vive attualmente in Brasile. Si interessa
da anni al rapporto politica-spiritualita' che emerge da molti dei suoi
libri, prima dedicati alla identita' e alla storia di valdesi italiani, poi
all'area latinoamericana nella quale si e' occupata e si occupa della genesi
dei processi democratici. Tra le sue opere: La roccia dove Dio chiama.
Viaggio nella memoria valdese fra oralita' e scrittura, Forni, 1990; Vite
discrete. Corpi e immagini di donne valdesi, Rosenberg & Sellier, 1993;
Storia di una curatrice d'anime, Giunti, 1995; Prigioniere della Torre.
Dall'assolutismo alla tolleranza nel Settecento francese, Giunti, 1997;
Dalla Scrittura alle scritture, Rosenberg & Sellier, 1998; Una donna nomade:
Miriam Castiglione, una protestante in Puglia, Edizioni Lavoro, 2000;
Mujeres. Donne colombiane fra politica e spiritualita', Citta' Aperta, 2002;
La democrazia nel Brasile di Lula. Tarso Genro: da esiliato a ministro,
Citta' Aperta, 2004]

3. Dentro il dolore
La guerra e' un laboratorio di tutti i sentimenti che una persona puo'
provare nel corso dell'esistenza. Al contrario di una tranquilla
quotidianita', con abitudini e dinamiche sociali prestabilite, la guerra si
polarizza intorno a due opzioni radicali: la vita e la morte, mentre la
violenza, con i moti dell'animo e le reazioni pratiche che scatena, assume
un carattere dominante, nel senso che diventa imprescindibile per chiunque e
nessuno puo' fingere la sua assenza.
Nel mezzo di un confronto sociale violento, le persone in tutta la loro
interezza, sono coinvolte. Uomini e donne sono presi dalla complessita'
lancinante che si combatte nelle loro coscienze, per cercare un senso al non
senso della distruttivita' della guerra. Da molti studi sulla psicologia in
tempi di guerra, viene "la conferma definitiva della capacita' umana di
ascrivere significato a un mondo, anche quando quel mondo paia impermeabile
ad ogni significazione" (28).
Le donne, come abbiamo visto, non ne sono estranee. La storia dimostra che
nelle epoche di guerra, esse non interrompono la contrattazione di spazi
propri. Anzi, quando la guerra, oltre il fatto bellico, diventa "uno
sconvolgimento generale, allora e' innanzi tutto, e soprattutto,
sconvolgimento della vita di una donna, e' la storia di una donna" (29).
Sarebbe interessante verificare questa ipotesi, valida per le societa'
occidentali, in America Latina, non coinvolta su larga scala in guerre
mondiali del suo continente. Le guerriglie, tuttavia, potrebbero essere un
terreno comparativo perche', offrendo la stessa possibilita' a uomini e
donne di combattere per una causa, almeno in teoria, hanno offerto una
possibilita' di parita' alle donne.
Le guerre mondiali europee, specie la seconda con la Resistenza al
nazifascismo, offri' ai suoi partecipanti, non solo il rischio della vita, o
perche' no, proprio per quello, una "esperienza caotizzante ed insieme
rigeneratrice della guerra per la personalita' individuale" (30), nel senso
che pur dentro la guerra e dentro la violenza, si creo' uno straordinario
clima per la sperimentazione di nuovi tipi di rapporti fra donne e uomini,
basati sull'amicizia e sulla parita', nonche' su nuove concezioni dell'amore
e dell'innamoramento suggeriti dalla convivenza promiscua. In altre parole,
la guerra o un conflitto in armi, rischiando le vite singole ogni giorno,
mostra un duplice volto. Da un lato conferma i rapporti di potere esistenti
irrigiditi nei ruoli sociali e familiari, dall'altra apre potenziali varchi
in grado di rovesciarli, proprio in nome della precarieta' dei tempi
vissuti.
*
Cio' significa che, se seguiamo il suggestivo ragionamento di Ernesto Galli
della Loggia, la guerra o un conflitto in armi puo' essere letto non solo
negli aspetti che riguardano la presenza sociologica delle donne: quante
sono coinvolte, dove sono impiegate, che grado di emancipazione o
emarginazione raggiungono. Si tratta di interrogare l'evento stesso, le sue
categorie storico-antropologiche, l'immaginario che suscita, per chiedersi
se non possieda "in virtu' del suo carattere proprio, uno specifico
contenuto storico che possa dirsi legittimamente 'femminile'" (31).
La guerriglia, ad esempio, puo' valorizzare simboli del materno, come quello
dell'apparire e disparire, tipici del flusso di movimenti giocati fra
attacco e ritirata, assalto e difesa, in una mobilitazione complessiva della
personalita' che coinvolge uomini e donne, come accadde al tempo della
Resistenza  italiana (32). Oppure, un altro simbolo del materno potrebbe
essere rappresentato dal senso dell'attesa e dell'aspettare perennemente che
qualcosa accada, mentre si sta all'erta e si gestisce la "normalita'" della
guerra, fatta di scambi di detenuti, lettere, ordini, e ritorno dei
combattenti (33).
La guerriglia, l'insurgencia e la rivoluzione sono parole di genere
femminile che negli anni settanta hanno avuto grande fascino ed evocato
immaginari mitici di rivolgimento totale, non solo in America Latina, ma in
tutta Europa, collegate alla sinistra e al movimento giovanile del 1968.
Sul periodo della resistenza armata, tuttavia, cala il silenzio. Sul piano
del racconto quel denso tratto di vita diventa simile a un intercalare
frettoloso. I motivi li ho gia' detti: un conflitto armato in corso e la
scelta di una progettualita' di pace in quanto soggetto collettivo femminile
ne impediscono il recupero nelle attuali biografie politiche.
*
Mi sembra pero' che anche un'altra dimensione meriti di essere approfondita:
quella del consenso attivo e positivo che la scelta guerrigliera aveva
comportato per una donna. Alle militanti armate si aprirono nuovi
comportamenti. Essere una guerrigliera significo' impadronirsi di un
territorio dal punto di vista fisico, uscendo definitivamente dalle case e
capovolgendo il ruolo della donna, angelo del focolare. Questa uscita
drammatica non ha ancora parole per essere narrata per due motivi: il primo
e' l'assenza di una precisa fine del conflitto armato, senza la linea di
demarcazione che la societa' traccia fra un prima e un dopo collettivo. Il
secondo motivo consiste nella rottura della trasmissione del sapere delle
madri verso le figlie della generazione nata negli anni cinquanta e
dell'incomunicabilita' delle figlie verso le madri che avevano assunto un
ruolo troppo tradizionale per le loro ambizioni di cambiamento. Le donne
della contestazione giovanile degli anni sessanta non hanno mai comunicato
con le loro madri, ne' spiegato il loro stile di vita. L'incontro fra donne
di diverse generazioni, difficile, a volte traumatico, gia' documentato per
l'Europa e il Nordamerica, tanto piu' lo fu in un'area come quella
latinoamericana, percorsa da ataviche e irrisolte contraddizioni sociali ed
economiche che, oltre a non risolvere gli squilibri dello sviluppo,
impedirono il libero fluire della memoria collettiva e individuale nel
recupero di una storia "integrale".
Finche' alla base di quel continente persistera' un legame violento e
spezzato, non ricomposto e "curato", si verificheranno sempre ricostruzioni
a loro volta spezzate delle memorie fra la sua gente e i suoi popoli. Non so
quale potrebbe essere il gesto rifondativo delle identita'. Forse le donne,
componente organizzata alla quale corrispondere i diritti di una vera
democrazia, potrebbero essere una delle sue artefici.
*
La parita' con l'uomo nel combattimento guerrigliero consegno' alle
sindacaliste un modello omologato al maschile, dal quale si dissociarono, ma
che all'inizio sembro' un valore positivo nel suo riconoscere le stesse
possibilita' a entrambi i sessi. Questi "vantaggi" non sono mai stati
descritti nei racconti di vita, solo intuiti. Neppure il libro di Patricia
Lara Salive, Las mujeres en la guerra (34), che attualmente fa discutere
molto il movimento delle donne colombiane, nelle sue diverse anime, ne
parla. La giornalista intervista dieci donne che, nelle loro storie di
madri, compagne, mogli, vedove, comandanti guerrigliere, narrano il dolore e
la crudelta' della guerra. Una testimonianza in piu' di quanto dicevamo
poc'anzi: in questa fase, per far smettere la guerra si deve parlare solo
dei suoi aspetti terribili e non delle motivazioni che hanno portato
all'immersione dentro di essa.
Il "dentro", in questi racconti vividi e drammatici, non e' il piacere del
combattere, scelto perche' "non si incontrava un'alternativa migliore" (35).
Il 'dentro' e' un dialogo con se stesse sul dolore e, per chi e' stata ed e'
coinvolta in armi nel conflitto, un rammarico per averle dovute usare.
Queste considerazioni valgono per donne di parti avverse, militanti sia
nelle formazioni guerrigliere delle Farc e dell'Eln, sia dei paramilitari
delle Auc. Di tutto il libro, un passaggio colpisce piu' degli altri: la
confessione di Isabel Bolanos, detta la Chave, dirigente delle Auc in
carcere al tempo dell'intervista. Isabel dice che la sua permanenza da
reclusa e' stata addolcita dall'amicizia con una comandante delle Farc che
l'aiuto' a svuotare la sua cella quando si inondo': "sappiamo che stiamo in
guerra. Ne abbiamo parlato. Fuori, lei sarebbe uno dei bersagli militari
privilegiati. Lei dice che se le capitasse, le spiacerebbe molto, ma mi
ammazzerebbe, perche' cosi' e' la guerra. 'Tu lo capiresti vero?', mi disse.
'Si',  tranquilla', le risposi" (36).
Molte donne delle parti in lotta non hanno ucciso direttamente. Hanno
seguito le operazioni, hanno visto altri uccidere, hanno accolto i feriti,
non amano le armi. Ma non riescono a far diventare tutto questo politica,
valore di convivenza al di sopra di ogni cosa. Dimostrano grande
solidarieta' nel dolore, il sentimento che le accomuna, fuori e dentro il
conflitto armato. Le sindacaliste colombiane possono comprenderle. Tutte le
donne colombiane possono testimoniarlo. Il dolore si suddivide in molte
dimensioni affettive: per la Colombia disastrata che non permette una
nazione con la quale identificarsi positivamente come cittadino di fronte al
mondo, per le perdite continue di persone care, per la divisione delle
famiglie, per la militanza perduta, per la mancanza di speranza verso il
futuro, per la precarieta' materiale quotidiana. Il dolore non si vuole
ammettere del tutto. Significherebbe lasciarsene paralizzare, meglio farlo
cogliere fra le righe dei racconti, a volte piu' espliciti a volte meno, a
volte detti a registratore chiuso, altre dimostrati in piccoli gesti
inavvertiti, scatti di disorientamento, per strada, nei negozi, nelle stesse
abitazioni private.
*
In ogni famiglia ormai c'e' un lutto per un parente perduto in questo
conflitto armato. La morte ha scandito le genealogie familiari. La morte e'
l'orlo della vita. Piu' la vita e' complessa, piu' la morte che ne fa parte,
riaffiora nella sua multiformita'. A ogni uscita di casa, in questa Colombia
polarizzata fra vita e morte, si dice: chissa'! Ogni volta e' un seguire un
flusso altissimo di energie che si sentono intorno, addosso, da ogni angolo,
senza capire come va a finire, se nella costruzione di qualcosa di positivo
o nella distruzione. Vita o morte si rincorrono a vicenda fra i viali della
capitale e dell'intero stato latinoamericano. Cio' che deve succedere
scaturisce quasi dal nulla. Io stessa, nei soggiorni colombiani mi sono
detta: che faremo oggi? Come si svolgera' la giornata? Chi colpiranno fra la
gente conosciuta?
Mas muerte mas vida, sentii dire, fra l'avventuroso e il rassegnato. O forse
no, non e' rassegnazione, piuttosto e' consegna senza condizioni al proprio
destino. In Colombia ognuno sa che la morte e' dentro la propria
quotidianita'. Anche nella memoria orale entra con drammatica normalita'.
"E' morto ammazzato", annuncia con semplicita' Maria Eugenia, a proposito
del suo amatissimo compagno Fernando. "Mio nonno paterno, un uomo molto
forte, venne ammazzato... Entrarono nella sua casa e lo ammazzarono", spiega
Angela, descrivendo quasi un'azione semplice e normale, come bere un
bicchiere d'acqua.
*
Cio' che in Europa e' scivolato sul piano della metafora e cioe' la
consapevolezza che la morte puo' colpire a ogni istante, qui e' diventato
realta', come il tempo atmosferico, la luce e l'ombra. La morte e' il
possibile esito di una banale spesa al supermercato, di un angolo svoltato
troppo innocentemente, di un ponte attraversato a un'ora proibita o di un
ricatto a scopo di estorsione su una persona cara.
La morte e' vicina, non come compresenza inevitabile di una societa' che ha
imparato a rimuoverla, dedicandosi ai beni di consumo, allo shopping e al
benessere, bensi' come dimensione di una societa' in cui in modo quasi
primitivo ogni giornata gira come una roulette russa, in un interminabile
gioco d'azzardo con la morte. Per questo anche la vita e' piu' intensa. Per
questo tutti si dedicano con ardore alla vita: ballano, cantano, si
innamorano. Gli uomini vanno e vengono con piu' liberta' ancora e le donne,
divenute consapevoli, si permettono di dire loro quando sono piaciuti e
quando no. Forse e' sempre cosi': la vita e' nella morte e la morte nella
vita, ma ci si accorge di questo soltanto quando entrambe sono portate
all'estremo. Forse accettare questo e' una scommessa. Cosi' non si teme
neppure piu'. La paura nasce soltanto nella proiezione esterna dei nostri
fantasmi. Quando li vediamo in carne e ossa diventano umani. La morte
rischiata sembra meno pericolosa della morte attesa: la "banalita' del male"
dilaga, rende abitudinario cio' che dovrebbe essere denunciato a voce forte,
perche' "la politica non e' un asilo: in politica appoggiare e obbedire sono
la stessa cosa" (37).
Per le strade di citta' o di campagna, in certi giorni, il dispiegamento
delle forze di polizia e dell'esercito regolare e' massiccio. Non si puo'
passare inosservati e si spera soltanto di non essere fermati, per non dover
dare spiegazioni difficili o semplicemente per paura di non essere creduti,
nonostante si dica la verita'.
*
La guerra possiede nonostante tutto una sua vivibilita'. Basta acquisirne,
come dire, una conoscenza epidermica, basta avere chiara in testa la mappa
dei pericoli piu' pericolosi, del tipo: non frequentare le zone no transit,
non uscire di casa o rientrare con il buio, interpretare i rumori (scoppi di
armi, gatti che scorrazzano fra i bidoni della spazzatura, rombi di
camionette della polizia, elicotteri vaganti in cerca di sospetti, passi di
militari per le scale), decifrare le intenzioni sui volti e nei gesti degli
sconosciuti che si incontrano, conoscere i meccanismi della  cultura comune
della violenza. E' un vero e proprio sapere che si acquisisce in anni,
decenni - secoli? - di conflitti armati e si e' in grado di trasmettere. La
storia delle violenze e' un antico titolo delle presenze umane.
Quando Angela e' stata rapinata per soli 5.000 pesos e una catenina d'oro,
pochi spiccioli e un caro ricordo, se non avesse avuto niente da consegnare,
l'avrebbero colpita. E niente sarebbe diventata la sua vita, per ripicca,
per ritorsione a un mancato bottino. Milena, invece, mentre veniva al lavoro
ha incontrato un tizio che rapinava una donna. "Solo rabbia" confesso',
alludendo alla sua impotenza di intervenire. Io stessa, un giorno da sola a
casa di Maria Luisa, ho sentito una lunga sparatoria davanti all'edificio,
dal quale non ho osato affacciarmi, memore delle raccomandazioni della mia
padrona di casa, per verificare l'accaduto. In questo piccolo appartamento,
al primo piano con due finestre inferriate, ho imparato a riconoscere non i
volti ma i rumori dei vicini, i loro scalpiccii, gli sciacquoni dei bagni,
il pendolo di un antico orologio, il garage che si alza e abbassa, le tre
serrature con il catenaccio di tutte le singole porte di ingresso, il
silenzio tombale delle prime ore dopo la mezzanotte. Le abitudini della
gente diventano presto memoria. Fuori, invece, un'auto che rallenta o
accelera suscita sospetto, ogni voce piu' forte fa soprassaltare. Se siamo
in piccolo gruppo a chiacchierare non badiamo al fuori, ci sentiamo quasi
normali. La solitudine, anche breve, al contrario, impone di alzare con
circospezione la stessa cornetta del telefono. Siamo pur sempre in casa di
sindacaliste, abituate alle minacce di morte. Come non desiderare di essere
forti e vendicatori? Di possedere una pistola e magari usarla per una giusta
causa di autodifesa? Cosa diventerebbe allora la societa' se tutti si
"giustiziassero" da soli? Come vivere e prosperare in una "civilta'" armata?
La societa' senza diritto prende sembianza di giungla.
*
E che dice la gente indifferente? Ma si puo' essere davvero indifferenti in
Colombia, oppure l'indifferenza e' un modo per sopravvivere? Soltanto quando
si rischia la vita si prende coscienza dell'assopimento esistenziale
generato da alcune forme di societa', in cui l'origine delle forme
associative, degli istituti giuridici, dei patti di convivenza sfocano nel
tempo. In Italia le nuove generazioni, ad esempio, non comprendono piu' il
senso della Costituzione, ma in Colombia l'attualita' di un patto fra parti
in conflitto recupera tutto il suo senso.
Se massacri, omicidi e sequestri sono diventati abitudine quotidiana, un
altro sentimento diventa a poco a poco dominante: l'umiliazione. Dice
Milena: "non resta alcuno spazio nel mezzo per chi non vuole schierarsi da
una parte o dall'altra. C'e' un limite anche alla sopportazione, alla
violenza generale, come e' successo in Salvador e in Nicaragua. Trenta,
quaranta, cinquanta anni di guerra sono davvero troppi. Come possono pensare
che ancora sopportiamo? Eppure questo e' il nostro territorio. Conservo
speranza e fede che le cose possano cambiare".
L'umiliazione nasce da quasi mezzo secolo di sconfitte rispetto
all'applicazione dei diritti civili, con la conseguente assenza di una
simbologia nazionale capace di fare sentire tutti membri di una stessa
comunita' politica. Senza uno stato che garantisca la liberta' dello "spazio
nel mezzo", l'individuo non ha garanzie. Ne consegue una profonda
disaffezione verso l'ente garante, lo stato appunto, che dovrebbe
equilibrare e ricomporre gli interessi di una nazione (38).
*
Note
28. E. J. Leed, Terra di nessuno, cit., p. 6.
29. E. Galli della Loggia, Una guerra "femminile"? Ipotesi sul mutamento
dell'ideologia e dell'immaginario occidentali tra il 1939 e il 1945, in A.
Bravo (a cura di), Donne e uomini nelle guerre mondiali, Bari, Laterza,
1991, p. 3.
30. Ivi, p. 13.
31. Ivi, p. 22.
32. A. Bravo, Simboli del materno, in A. Bravo (a cura di), Donne e uomini
nelle guerre mondiali cit., p. 104.
33. Ivi, p. 124.
34. P. Lara Salive, Las mujeres en la guerra, Bogota',  Planeta, 2000.
35. Ivi, L. Lopez, alias Olga Lucia Marin, comandante Farc, p. 104.
36. Ivi, Isabel Bolanos, detta la Chave, dirigente delle Auc, p. 192.
37. H. Arendt, La banalita' del male, Milano, Feltrinelli, 1964, p. 284.
38. D. Pecaut, Un mayor compromiso con este pais, "Analisis politico",
Bogota', Universidad Nacional de Colombia, 2000/41.
(Parte terza - Segue)

4. RIFLESSIONE. ALESSANDRA AMICONE: IL MESSAGGIO DI ALDO CAPITINI
[Ringraziamo di cuore Alessandra Amicone (per contatti: presso il liceo
scientifico di Orte, tel. 0761402882) per questo intervento.
Alessandra Amicone sta concludendo gli studi presso il liceo scientifico di
Orte (Vt), e' una delle partecipanti ed animatrici del corso di educazione
alla pace 2004-2005 presso quell'istituto scolastico, e principale
promotrice delle iniziative concrete realizzate nel liceo a sostegno di
alcuni progetti di solidarieta' internazionale di "Mani Tese"  e di "Sulla
strada".
Aldo Capitini e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato,
docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la
nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande
pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Opere di Aldo Capitini:
la miglior antologia degli scritti e' (a cura di Giovanni Cacioppo e vari
collaboratori), Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che
contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche' integrale -
ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell'epoca -
bibliografia degli scritti di Capitini); recentemente e' stato ripubblicato
il saggio Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989; una
raccolta di scritti autobiografici, Opposizione e liberazione, Linea
d'ombra, Milano 1991, nuova edizione presso L'ancora del Mediterraneo,
Napoli 2003; e gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996;
segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri,
Edizioni Associate, Roma 1991; e la recentissima antologia degli scritti Le
ragioni della nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004. Presso la redazione di
"Azione nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito:
www.nonviolenti.org) sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi
ed opuscoli di Capitini non piu' reperibili in libreria (tra cui i
fondamentali Elementi di un'esperienza religiosa, 1937, e Il potere di
tutti, 1969). Negli anni '90 e' iniziata la pubblicazione di una edizione di
opere scelte: sono fin qui apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza,
Protagon, Perugia 1992, e un volume di Scritti filosofici e religiosi,
Perugia 1994, seconda edizione ampliata, Fondazione centro studi Aldo
Capitini, Perugia 1998. Opere su Aldo Capitini: oltre alle introduzioni alle
singole sezioni del sopra citato Il messaggio di Aldo Capitini, tra le
pubblicazioni recenti si veda almeno: Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci,
Torino 1988; Clara Cutini (a cura di), Uno schedato politico: Aldo Capitini,
Editoriale Umbra, Perugia 1988; Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni
cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La
pedagogia del nuovo di Aldo Capitini. Tra religione ed etica laica, Clueb,
Bologna 1991; Fondazione "Centro studi Aldo Capitini", Elementi
dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova Italia, Scandicci (Fi)
1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia
intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1998; AA.
VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume monografico de "Il
ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante, La realta'
liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia
1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta 2001; cfr.
anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d'Orsi, Intellettuali nel
Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; per una bibliografia della critica
cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito citato; numerosi utilissimi
materiali di e su Aldo Capitini sono nel sito dell'Associazione nazionale
amici di Aldo Capitini: www.aldocapitini.it, altri materiali nel sito
www.cosinrete.it; una assai utile mostra su Aldo Capitini puo' essere
richiesta scrivendo a Luciano Capitini: capitps at libero.it, o anche a
Lanfranco Mencaroni: l.mencaroni at libero.it, o anche al Movimento
Nonviolento: tel. 0458009803, e-mail: azionenonviolenta at sis.it]

Negli ultimi tempi si e' diffuso soprattutto fra i giovani e i giovanissimi
un grande interesse per la nonviolenza, ma spesso si e' usata questa
denominazione per esperienze e movimenti che di nonviolento hanno ben poco.
La nonviolenza, quella vera, elaborata in primis da Gandhi, e che in Italia
si e' concretizzata soprattutto nella figura e nell'opera di Aldo Capitini,
e' tutt'altra cosa rispetto a certe sue rappresentazioni superficiali e
falsificanti.
Ancora pochi conoscono Capitini e la sua opera; molti lo ritengono
unicamente l'ideatore della marcia della pace Perugia-Assisi, evento
indubbiamente importante, ma che non e' certo il solo per cui vada
ricordato. Capitini ha saputo tradurre il satyagraha gandhiano in concetti
applicabili quotidianamente. Nulla e' riuscito a piegarlo, neppure il regime
fascista, che combatte' strenuamente, proclamandosi sempre un intellettuale
libero, perche' la nonviolenza non ha paura di nessun potere, perche' e'
certa che si fara' valere: forse non oggi, e neppure domani, ma certo in un
prossimo futuro.
Riteneva che la storia fosse giunta ad una svolta, cosicche' o ripete se
stessa riproponendo secoli di distruzione, o si rinnova definitivamente; da
cio' muove la sua analisi della societa' di oggi e del nostro rapporto con
essa: l'unica scelta possibile e' quella della nonviolenza, nonviolenza che
non porta alla "pace dei sensi", ma che ti costringe a scavare nel tuo
essere.
La nonviolenza non e' una scelta semplice, da fare a cuor leggero, non
implica l'impassibilita', anzi e' una lotta, lotta costante contro cio' che
ci deteriora, che deteriora il nostro rapporto con l'altro, quindi anche
lotta con il nostro io.
La nonviolenza non si abbatte davanti ai colpi che gli vengono inflitti dai
governi dispotici piu' o meno mascherati; la nonviolenza e' impegno tenace
dalla parte dei miseri, gli sfruttati, i perseguitati.
Capitini e' stato capace di formulare in maniera chiara tutti i principi che
sono alla base del movimento nonviolento. La nonviolenza non solo combatte
la guerra, ma anche la guerriglia, il terrorismo, ogni uso delle armi. La
nonviolenza promuove organismi che controllino il potere dal basso: i centri
di orientamento sociale gestiti dai cittadini stessi, in grado di sentire le
opinioni dei singoli, di realizzare le loro aspettative, di dare una
soluzione efficace ai problemi esposti durante le assemblee cui tutti
possono partecipare.
Vagheggiamento di una politica utopistica? No, la popolazione tutta si deve
educare, deve essere partecipe, deve interessarsi di politica.
*
L'invito di Capitini alla partecipazione politica e' importantissimo, esso
deve essere rivolto in particolar modo ai giovani. Oggi i ragazzi tendono a
respingere sempre di piu' il mondo dei partiti, delle ideologie, dell'agire
politico. Questo atteggiamento di disinteresse e' oramai diventato radicato,
sistematico; il disinteresse, pero', coincide con l'accettazione passiva del
sistema vigente: significa rimanere impassibili davanti agli errori e
persino ai crimini dei poteri dominanti.
Capitini era convinto che l'opposizione fosse assolutamente necessaria,
anche quando i governi operassero in maniera esemplare.
Il disimpegno e' stato alla base di tutti i regimi totalitari, i quali hanno
potuto agire anche grazie al sostegno passivo di chi non ha voluto prendere
una decisione, ha preferito non rischiare, far finta di niente, in modo da
non avere problemi; come se fosse possibile chiudere gli occhi di fronte ai
processi sommari, agli arresti arbitrari, all'uso sistematico e
indiscriminato della violenza.
Prendere parte alla politica del proprio paese attivamente e' il primo passo
per dire di no alla violenza e al totalitarismo, per non sottostare alla
prepotenza e all'arbitrio; per creare istituti a misura d'uomo all'interno
dei quali ognuno abbia la possibilita' di migliorarsi, di rapportarsi con
l'altro, di intraprendere un cammino di riconoscimento, di solidarieta', di
giustizia, di nonviolenza.

5. LETTURE. JORGE SEMPRUN: VIVRO' COL SUO NOME, MORIRA' CON IL MIO
Jorge Semprun, Vivro' col suo nome, morira' con il mio. Buchenwald, 1944,
Einaudi, Torino 2005, pp. 208, euro 14. Ancora una intensa testimonianza di
Jorge Semprun, una delle figure piu' vive dell'antifascismo e della cultura
contemporanea, resistente, deportato, sopravvissuto alla Shoah, militante
antifranchista nella clandestinita', oppositore di ogni totalitarismo,
autore di alcuni libri imprescindibili, scrittore e sceneggiatore
cinematografico di straordinario valore (sue sono le sceneggiature di
fondamentali film di Constantin Costa-Gavras, di Joseph Losey, di Alain
Resnais).

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 903 del 18 aprile 2005

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