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La domenica della nonviolenza. 18



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 18 del 24 aprile 2005

In questo numero:
1. Franco Fortini: Canto degli ultimi partigiani
2. Emanuele Giordana: Il genocidio degli armeni
3. Hannah Arendt: L'imputato Boger
4. Guenther Anders: Tesi sull'eta' atomica
5. Simone Weil: Se

1. MEMORIA. FRANCO FORTINI: CANTO DEGLI ULTIMI PARTIGIANI
[Da Franco Fortini, Foglio di via, Einaudi, Torino 1946, 1999, p. 32,
riprendiamo questo notissimo testo del 1945 (da ultimo ristampato anche in
Franco Fortini, Versi scelti. 1939-1989, Einaudi, Torino 1990, p. 15). Poeta
e saggista tra i maggiori del Novecento, Franco Lattes (Fortini e' il
cognome della madre) e' nato a Firenze nel 1917, antifascista, partecipa
all'esperienza della repubblica partigiana in Val d'Ossola. Nel dopoguerra
e' redattore del "Politecnico" di Vittorini; in seguito ha collaborato a
varie riviste, da "Comunita'" a "Ragionamenti", da "Officina" ai "Quaderni
rossi" ed ai "Quaderni piacentini", ad altre ancora. Ha lavorato
nell'industria, nell'editoria, come traduttore e come insegnante. E' stato
una delle persone piu' limpide e piu' lucide (e per questo piu' isolate)
della sinistra italiana, un uomo di un rigore morale ed intellettuale
pressoche' leggendario. E' scomparso nel 1994. Opere di Franco Fortini: per
l'opera in versi sono fondamentali almeno le raccolte complessive Poesie
scelte (1938-1973), Mondadori; Una volta per sempre. Poesie 1938-1973,
Einaudi; Versi scelti. 1939-1989, Einaudi; cui si aggiungano l'ultima
raccoltina Composita solvantur, Einaudi, e postuma la serie di Poesie
inedite, sempre presso Einaudi. Testi narrativi sono Agonia di Natale (poi
riedito col titolo Giovanni e le mani), Einaudi; e Sere in Valdossola,
Mondadori, poi Marsilio. Tra i volumi di saggi, fondamentali sono: Asia
Maggiore, Einaudi; Dieci inverni, Feltrinelli, poi De Donato; Tre testi per
film, Edizioni Avanti!; Verifica dei poteri, Il Saggiatore, poi Garzanti,
poi Einaudi; L'ospite ingrato, De Donato, poi una nuova edizione assai
ampliata col titolo L'ospite ingrato. Primo e secondo, presso Marietti; I
cani del Sinai, Einaudi; Ventiquattro voci per un dizionario di lettere, Il
Saggiatore; Questioni di frontiera, Einaudi; I poeti del Novecento, Laterza;
Insistenze, Garzanti; Saggi italiani. Nuovi saggi italiani, Garzanti (che
riprende nel primo volume i Saggi italiani apparsi precedentemente presso De
Donato); Extrema ratio, Garzanti; Attraverso Pasolini, Einaudi. Si veda
anche l'antologia fortiniana curata da Paolo Jachia, Non solo oggi, Editori
Riuniti; la recente bella raccolta di interviste, Un dialogo ininterrotto,
Bollati Boringhieri; e la raccolta di Saggi ed epigrammi, Mondadori, Milano
2003. Tra le opere su Franco Fortini in volume cfr. AA. VV., Uomini usciti
di pianto in ragione, Manifestolibri, Roma 1996; Alfonso Berardinelli,
Fortini, La Nuova Italia, Firenze 1974; Romano Luperini, La lotta mentale,
Editori Riuniti, Roma 1986; Remo Pagnanelli, Fortini, Transeuropa, Jesi
1988. Su Fortini hanno scritto molti protagonisti della cultura e
dell'impegno civile; fondamentali sono i saggi fortiniani di Pier Vincenzo
Mengaldo; la bibliogafia generale degli scritti di Franco Fortini e' in
corso di stampa presso le edizioni Quodlibet a cura del Centro studi Franco
Fortini; una bibliografia essenziale della critica e' nel succitato
"Meridiano" mondadoriano pubblicato nel 2003]

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell'acqua della fonte
La bava degli impiccati.

Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull'erba secca del prato
I denti dei fucilati.

Mordere l'aria mordere i sassi
La nostra carne non e' piu' d'uomini
Mordere l'aria mordere i sassi
Il nostro cuore non e' piu' d'uomini.

Ma noi s'e' letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo liberta'
Ma l'hanno scritta i pugni dei morti
La giustizia che si fara'.

2. MEMORIA. EMANUELE GIORDANA: IL GENOCIDIO DEGLI ARMENI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22 aprile 2005. Emanuele Giordana,
giornalista, fa parte dell'esperienza di "Lettera 22"]

"Nel 1914, quando ebbe inizio la prima guerra mondiale, i turchi vennero nel
nostro villaggio, radunarono gli uomini armeni e li portarono via per
arruolarli nell'esercito ottomano. Ma ci fu poi chi porto' la notizia che,
lungo la strada, li avevano uccisi tutti a colpi di accetta. Tra quegli
uomini c'era anche mio padre". Mesrop Minassian aveva 4 anni nel 1914. Nato
a Samsun in Anatolia, e' uno dei sopravvissuti al genocidio che novant'anni
fa si consumo' in Turchia nel tentativo (quasi riuscito) di eliminare un
intero popolo. La data simbolo e' il 24 aprile 1915: ma in realta' il
progetto era gia' iniziato nel 1894 col sultano Abdul-Hamid, che aveva
organizzato battaglioni di curdi detti appunto hamidies e che, scrive Claude
Mutafian, "sarebbero diventati la punta di diamante della repressione contro
gli armeni". Ma se per l'impero ottomano battevano gli ultimi rintocchi
della storia, furono poi i "Giovani Turchi" a riprendere in mano il progetto
di sterminio con maggior vigore.
*
L'uomo che vide il genocidio
"Arrivarono - continua Mesrop - e ci fecero uscire tutti dalle case.
Ragazze, donne, bambini: ci portarono tutti nel deserto. Cosi', come un
agnellino, mi hanno strappato da mia madre. Mi misero sottoterra, mi
seppellirono lasciando fuori solo la testa e si allontanarono dicendo:
'Domani uccidiamo anche questo qui'. Poi se andarono a scegliersi le ragazze
piu' belle: quelle brutte le uccidevano o le gettavano nel fiume. Aprivano
la pancia alle donne incinte, per vedere se il figlio era maschio o femmina.
Alle ragazze vergini tagliavano i capezzoli, mentre alle donne tagliavano i
seni e glieli mettevano sulle spalle. Io, dal buco dove ero interrato,
vedevo tutto con i miei occhi".
Mesrop e' uno dei pochi che ha potuto raccontare quella tragedia. Tutto il
resto e' fatto di ricordi. Per molti versi simili. Gerard Chaliand, come
Antonio Arslan, si sono affidati alla memoria e ai racconti che si facevano
in famiglia. Yves Ternon o Vahakn Dadrian invece si sono basato su archivi,
carte, documenti. Ma le testimonianze dirette di quanto accadde a ridosso
della grande guerra, quando i "Giovani Turchi" inseguivano il sogno panturco
(che prevedeva la pulizia etnica dei non turchi), restano i piu' vividi.
A Mesrop capito', dopo aver assistito alla tragedia di amici e parenti, di
essere anche lui rapito: "Un turco che passava da quelle parti, senti' i
miei lamenti. Venne, mi tiro' fuori e mi porto' a casa sua. Poi mi condusse
dal mullah e mi fece circoncidere. Mi fecero stendere per strada, in mezzo
al paese, in modo che chi passava vedesse che c'era un musulmano in piu'. Io
rimasi con il mio padrone turco, badavo alle sue pecore. Mia madre era una
donna molto bella ed era stata rapita da un altro turco. Il mio padrone un
giorno mi lascio' andare da lei, perche' la vedessi: arrotolavano le foglie
del dolma. Mi vide e non disse niente, fece finta di nulla: intinse soltanto
una foglia nell'acqua e me la diede perche' la mangiassi... Il mio padrone
mi utilizzava come servo. Ogni giorno mi diceva: 'Infedele! Porta le pecore
al pascolo e torna!'. Mi davano i compiti piu' umili. Lui si accucciava per
fare i suoi bisogni e poi mi diceva: 'Infedele! Porta una pietra e puliscimi
il sedere!'. Un giorno tardai e si infurio', prese una grossa pietra e me la
voleva tirare in testa, ma la moglie si mise in mezzo e io mi salvai".
*
Il primo genocidio del XX secolo
Lo sterminio degli armeni pero' non c'entrava con la religione.
Era uno sterminio in nome della purezza della razza, ossessione
dell'efferato "secolo breve", come l'ha chiamato Eric Hobsbawm.
All'alba del sabato 24 aprile 1915 si comincio' a "ripulire" Istanbul e poi
via via, dalle citta' alle campagne dell'Anatolia orientale. I paesi
occidentali voltarono la testa e a poco servirono le resistenze eroiche come
quella di Mussa-Dagh, ricordata dal romanzo di Franz Werfel.
Infine Ataturk concluse il programma, e nel '21 turchi e bolscevichi si
accordarono sulle frontiere di una piccola Armenia sovietica.
Tra sterminio, deportazione, fuga restavano in Turchia qualche decina di
migliaia di armeni. Due milioni di persone con i cognomi in "ian" erano
scomparse nel primo genocidio del XX secolo.
*
La donna salvata dal soldato
Araxi Onpashian aveva 7 anni nel 1915. E' di Sivas, un'altra citta'
dell'Anatolia. Il suo racconto e' fatto di ricordi confusi. "Ci portarono in
esilio dalle parti del deserto di Surudj. Non ricordo come avvenne, mi
persi: mi guardai intorno e non c'era piu' nessuno. Iniziai a piangere... Ad
un tratto vidi che da lontano, in sella a un cammello, un uomo si
avvicinava... Forse aveva capito che mi ero persa; mi prese e mi porto'
nella sua tenda. Mi diede del pane e mangiai, mi diede del latte e bevvi, mi
indico' un angolo e la' mi addormentai. Cosi' rimasi con lui. Di giorno
spazzavo, mettevo ordine dentro la tenda e andavo a prendere l'acqua al
pozzo. Il mio padrone era un beduino arabo. Mi voleva bene e diceva sempre:
'Sei molto bella, ragazzina'. Aspettava che crescessi un po' per darmi in
sposa a suo figlio: ero di carnagione molto chiara e forse voleva rendere
piu' bianca la sua stirpe...".
Gli ando' meglio che a Mesrop, che la tragedia dello sterminio organizzato
aveva visto coi propri occhi nel giorno stesso della deportazione. "Un
giorno, a piedi scalzi, vestita come sempre di stracci, ero andata al pozzo.
Mentre tiravo su' il secchio pieno d'acqua ad un tratto - non capii come -
qualcuno colpi' la mia schiena con qualcosa, forse con una cintura". Non e'
il padrone beduino. "Mi colpisce e subito mi tira su' a cavallo con lui.
Frusta e inizia a galoppare. Dove mi porta? Il mio padrone beduino assieme
ad altri arabi inizio' a inseguirci con il cammello. Ma noi eravamo gia'
lontani... Mi voltai e guardai il viso del mio rapitore: era un soldato
europeo, sembrava una persona perbene. Mi teneva in braccio come se fossi
una sua parente. Arrivammo presso una specie di accampamento. Il militare
pago' una donna curda gentile che ci fece entrare e ci nascose nella sua
casa. La donna pensava che il soldato fosse mio padre... Il cavallo del
soldato trottava nel buio. Continuammo la nostra strada. Era gia' mattina
quando arrivammo a Istanbul. Il soldato fermo' il cavallo davanti a una
bella casa. Il padrone di casa era un medico greco a cui i turchi avevano
rapito la figlia, una bambina di sette, otto anni. Il medico aveva
incaricato questo soldato di cercarla, in cambio di una ricca ricompensa.
Gli aveva dato una fotografia e gli aveva chiesto di trovarla e di
riportarla a casa". Il militare europeo aveva infatti licenza di libera
circolazione nelle province turche.
"Il soldato si era messo subito in viaggio. Quando quel giorno mi aveva
visto vicino al pozzo, scalza e vestita di stracci, aveva pensato: Portero'
questa piccola al medico, al posto della sua bambina: meglio di niente...
Per questo mi aveva rapito. Il medico greco ordino' alle cameriere di
lavarmi per bene: ero molto sporca. Le donne mi strigliarono per bene; poi,
mentre mi vestivano, una di loro vide sul mio braccio alcune lettere armene.
Quelle lettere me le aveva incise mia madre, pensando che in questo modo se
mi fossi perduta mi avrebbe potuto ritrovare. Nel vedere quegli strani segni
le cameriere chiamarono subito il medico e gliele mostrarono. Questi, che
era un uomo colto, guardo' con gli occhiali e disse: 'armenikos!', armeno. E
cosi', nonostante il suo lutto improvviso, mi condusse fino all'orfanotrofio
armeno della citta'. Per qualche tempo rimasi nell'orfanotrofio. Un giorno
si presento' un uomo; cercava una ragazzina sul cui braccio erano impresse
in armeno le lettere A e O... Non ci crederete, ma quello era mio zio.
Appena viste le lettere sul mio braccio, per la grande felicita' inizio' a
baciarmi. Mi ritiro' subito dall'orfanotrofio e mi porto' in una casa".
A volte anche una tragedia finisce con una nota di speranza. Conclude Araxi:
"Apri' la porta una donna con i capelli completamente bianchi. Come mi vide,
esclamo': 'E' la mia!'. Povera madre mia, dopo avermi perduto aveva pianto
talmente tanto che i capelli le si erano imbiancati. Anche lei aveva molto
patito. Era stata serva presso un pascia' arabo che voleva darla in sposa al
figlio cieco. Il giorno del matrimonio mia madre riusci' a scappare e, a
piedi, cammina cammina, arrivo' a Istanbul. La' ritrovo' suo fratello, e lui
nell'orfanotrofio ritrovo' me e mi porto' a casa di sua sorella... Questa e'
la vita... Eh, figlia mia... Quando uno mette il piede fuori da casa sua,
trova mille e una difficolta'. Cosa dire a quelli che ci hanno gettato in
testa queste disgrazie? Chi ha provocato esodo, non veda il paradiso".
*
Il genocidio e il silenzio
Il paradosso del genocidio degli armeni e' che, ancora oggi, per molti paesi
questa vicenda non esiste. Nessuno ama ricordare perche' e grazie a quali
silenzi milioni di persone furono sradicate dalla loro terra, deportate e
uccise dalla fame, dalla sete, dalla malattia e ovviamente dalle pallottole
e dalle sciabole. La Turchia prima di tutto. Il ministero delle foreste
turco ha deciso in marzo che cambiero' i nomi di animali che contengano
termini come curdo o armeno, come la volpe rossa. Vulpes Vulpes
Kurdistanicum o Ovis Armeniana. Un altro modo per cancellare quella pagina
di storia.
*
Per saperne un po' di piu'
Nonostante nel caso degli armeni il termine "genocidio" sia ancora un tabu',
molto e' stato scritto anche in italiano.
I racconti sintetizzati nell'articolo a fianco fanno parte di una raccolta
di testimonianze inedite che Sonya Orfalian sta curando per l'editore Argo,
cui si deve anche il bellissimo "Memoria della mia memoria" (2003) di Gerard
Chaliand che cura tra l'altro "L'imputato non e' colpevole", atti del
processo a Talaat Pasha, sempre in uscita per Argo.
L'editore Guerini e' forse il piu' prolifico: tra i tanti titoli segnaliamo
Flavia Amabile e Marco Tosatti che hanno raccontato nel 2003 "La vera storia
del Mussa Dagh" (l'originale di Werfel e' edito da Corbaccio), mentre e'
appena uscito "Condannato a uccidere" di Arshavir Shiragian, sull'uccisione
a Roma nel '21 di Said Halim, primo ministro ottomano all'epoca.
La sezione storica e' molto ricca: il poderoso e documentato "Storia del
genocidio armeno" di Vahakn N. Dadrian (collana Carte armene) alla terza
ristampa, e la recente breve storia del genocidio di Claude Mutafian, dal
titolo "Metz Yeghern", ossia "il grande male", come gli armeni chiamano il
genocidio. Il saggio e' la traduzione dal francese di un libretto del '95 a
cura del Comite' pour la Commemoration du 24 Avril.
Sul versante storico da segnalare "Gli armeni" di Yves Ternon (Rizzoli,
2003), l'autore francese che ha scritto tra l'altro il bellissimo "Lo stato
criminale" (Corbaccio, '97), analisi dei genocidi del xx secolo.
Sempre con Rizzzoli, Antonia Arsan ha pubblicato "La masseria delle
allodole" (2004), memorie sul popolo "mite e fantasticante".
Su un altro versante, quello archeologico, da segnalare i "Documenti di
architettura armena" (volumi illustrati di Oemme).
Infine, un titolo a caso: "Missione a Dzablvar. Epistolario socialista del
compagno Phanciuni" di Yervant Odian (Edizioni Lavoro 2004).

3. CRATERI. HANNAH ARENDT: L'IMPUTATO BOGER
[Da Hannah Arendt, Responsabilita' e giudizio, Einaudi, Torino 2004, p. 217:
e' un passo del saggio "Auschwitz sotto processo" del 1966 (nel volume cit.,
alle pp. 194-217). Ci perdonino i lettori e le lettrici per aver trascritto
qui il brano che segue: tanto orrore non dovrebbe neppure essere detto,
poiche' la sua empieta' e' cosi' flagrante che tu leggi e te ne senti
contaminato, tu leggi e piangi e urli; tanto orrore non avrebbe giammai
dovuto aver luogo, ma esso si e' dato, e ricordarlo dunque occorre, poiche'
e' contro questo orrore, contro il gesto dell'imputato Boger, che anche tu
sei chiamato a lottare. Hannah Arendt e' nata ad Hannover da famiglia
ebraica nel 1906, fu allieva di Husserl, Heidegger e Jaspers; l'ascesa del
nazismo la costringe all'esilio, dapprima e' profuga in Francia, poi esule
in America; e' tra le massime pensatrici politiche del Novecento; docente,
scrittrice, intervenne ripetutamente sulle questioni di attualita' da un
punto di vista rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori'
a New York nel 1975. Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali
(quasi tutti tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di
seguito non diamo l'anno di pubblicazione dell'edizione italiana, ma solo
l'anno dell'edizione originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima
edizione 1951), Comunita', Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano;
Rahel Varnhagen (1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961),
Garzanti, Milano; La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme (1963),
Feltrinelli, Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita', Milano; postumo e
incompiuto e' apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una
raccolta di brevi saggi di intervento politico e' Politica e menzogna,
Sugarco, Milano, 1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers
(Carteggio 1926-1969. Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con
Mary McCarthy (Tra amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary
McCarthy 1949-1975, Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti
vari e' Archivio Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio
Arendt 2. 1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta
Responsabilita' e giudizio, Einaudi, Torino 2004. Opere su Hannah Arendt:
fondamentale e' la biografia di Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt,
Bollati Boringhieri, Torino 1994; tra gli studi critici: Laura Boella,
Hannah Arendt, Feltrinelli, Milano 1995; Roberto Esposito, L'origine della
politica: Hannah Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 1996; Paolo Flores
d'Arcais, Hannah Arendt, Donzelli, Roma 1995; Simona Forti, Vita della mente
e tempo della polis, Franco Angeli, Milano 1996; Simona Forti (a cura di),
Hannah Arendt, Milano 1999; Augusto Illuminati, Esercizi politici: quattro
sguardi su Hannah Arendt, Manifestolibri, Roma 1994; Friedrich G. Friedmann,
Hannah Arendt, Giuntina, Firenze 2001. Per chi legge il tedesco due
piacevoli monografie divulgative-introduttive (con ricco apparato
iconografico) sono: Wolfgang Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt, Reinbek bei
Hamburg 1987, 1999; Ingeborg Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv, Muenchen 2000]

C'e' l'imputato Boger, che vede per caso un bambino che sta mangiando una
mela, lo blocca con le gambe e gli spiaccica la testa contro il muro, per
poi raccogliere la mela e mangiarsela tranquillamente un'ora dopo.

4. MATERIALI. GUENTHER ANDERS: TESI SULL'ETA' ATOMICA
[Ancora una volta ripubblichiamo questo breve ma capitale testo di Guenther
Anders. Ancora una volta proponendolo a tutti i nostri interlocutori come
una occasione di riflessione e come uno strumento ermeneutico. Guenther
Anders e' stato forse il pensatore che con piu' rigore e concentrazione e
tenacia ha pensato la condizione dell'umanita' nell'epoca delle armi che
mettono in pericolo la sopravivvenza stessa della civilta' umana. Insieme a
Hannah Arendt, ad Hans Jonas (e ad altre e altri, certo) e' tra gli
ineludibili punti di riferimento del nostro riflettere e del nostro agire.
Il testo riprendiamo dall'appendice all'edizione italiana del libro di
Guenther Anders, Der Mann auf der Brueke. Tagebuch aus Hiroshima und
Nagasaki, apparso col titolo Essere o non essere, presso Einaudi, Torino
1961, nella traduzione di Renato Solmi (questo maestro grande e generoso che
cogliamo l'occasione per salutare). Come li' si specifica, queste Tesi sull'
eta' atomica sono "un testo improvvisato dall'autore dopo un dibattito sui
problemi morali dell'eta' atomica organizzato da un gruppo di studenti
dell'Universita' di Berlino-Ovest, e uscito nell'ottobre 1960 nella rivista
"Das Argument - Berliner Hefte fuer Politik und Kultur" [nota del
traduttore]". Guenther Anders (pseudonimo di Guenther Stern, "anders"
significa "altro" e fu lo pseudonimo assunto quando le riviste su cui
scriveva gli chiesero di non comparire col suo vero cognome) e' nato a
Breslavia nel 1902, figlio dell'illustre psicologo Wilhelm Stern, fu allievo
di Husserl e si laureo' in filosofia nel 1925. Costretto all'esilio
dall'avvento del nazismo, trasferitosi negli Stati Uniti d'America, visse di
disparati mestieri. Tornato in Europa nel 1950, si stabili' a Vienna. E'
scomparso nel 1992. Strenuamente impegnato contro la violenza del potere e
particolarmente contro il riarmo atomico, e' uno dei maggiori filosofi
contemporanei; e' stato il pensatore che con piu' rigore e concentrazione e
tenacia ha pensato la condizione dell'umanita' nell'epoca delle armi che
mettono in pericolo la sopravivvenza stessa della civilta' umana; insieme a
Hannah Arendt (di cui fu coniuge), ad Hans Jonas (e ad altre e altri, certo)
e' tra gli ineludibili punti di riferimento del nostro riflettere e del
nostro agire. Opere di Guenther Anders: Essere o non essere, Einaudi, Torino
1961; La coscienza al bando. Il carteggio del pilota di Hiroshima Claude
Eatherly e di Guenther Anders, Einaudi, Torino 1962, poi Linea d'ombra,
Milano 1992 (col titolo: Il pilota di Hiroshima ovvero: la coscienza al
bando); L'uomo e' antiquato, vol. I (sottotitolo: Considerazioni sull'anima
nell'era della seconda rivoluzione industriale), Il Saggiatore, Milano 1963,
poi Bollati Boringhieri, Torino 2003; L'uomo e' antiquato, vol. II
(sottotitolo: Sulla distruzione della vita nell'epoca della terza
rivoluzione industriale), Bollati Boringhieri, Torino 1992, 2003; Discorso
sulle tre guerre mondiali, Linea d'ombra, Milano 1990; Opinioni di un
eretico, Theoria, Roma-Napoli 1991; Noi figli di Eichmann, Giuntina, Firenze
1995; Stato di necessita' e legittima difesa, Edizioni Cultura della Pace,
San Domenico di Fiesole (Fi) 1997. Si vedano inoltre: Kafka. Pro e contro,
Corbo, Ferrara 1989; Uomo senza mondo, Spazio Libri, Ferrara 1991; Patologia
della liberta', Palomar, Bari 1993; Amare, ieri, Bollati Boringhieri, Torino
2004. In rivista testi di Anders sono stati pubblicati negli ultimi anni su
"Comunita'", "Linea d'ombra", "Micromega". Opere su Guenther Anders: cfr.
ora la bella monografia di Pier Paolo Portinaro, Il principio disperazione.
Tre studi su Guenther Anders, Bollati Boringhieri, Torino 2003; singoli
saggi su Anders hanno scritto, tra altri, Norberto Bobbio, Goffredo Fofi,
Umberto Galimberti; tra gli intellettuali italiani che sono stati in
corrispondenza con lui ricordiamo Cesare Cases e Renato Solmi]

Tesi sull'eta' atomica
*
Hiroshima come stato del mondo. Il 6 agosto 1945, giorno di Hiroshima, e'
cominciata un nuova era: l'era in cui possiamo trasformare in qualunque
momento ogni luogo, anzi la terra intera, in un'altra Hiroshima. Da quel
giorno siamo onnipotenti modo negativo; ma potendo essere distrutti ad ogni
momento, cio' significa anche che da quel giorno siamo totalmente impotenti.
Indipendentemente dalla sua lunghezza e dalla sua durata, quest'epoca e'
l'ultima: poiche' la sua differenza specifica, la possibilita'
dell'autodistruzione del genere umano, non puo' aver fine - che con la fine
stessa.
 *
Eta' finale e fine dei tempi. La nostra vita si definisce quindi come
"dilazione"; siamo quelli-che-esistono-ancora. Questo fatto ha trasformato
il problema morale fondamentale: alla domanda "Come dobbiamo vivere?" si e'
sostituita quella: "Vivremo ancora?". Alla domanda del "come" c'e' - per noi
che viviamo in questa proroga - una sola risposta: "Dobbiamo fare in modo
che l'eta' finale, che potrebbe rovesciarsi ad ogni momento in fine dei
tempi, non abbia mai fine; o che questo rovesciamento non abbia mai luogo".
Poiche' crediamo alla possibilita' di una "fine dei tempi", possiamo dirci
apocalittici; ma poiche' lottiamo contro l"apocalissi da noi stessi creata,
siamo (e' un tipo che non c'e' mai stato finora) "nemici dell'apocalissi".
*
Non armi atomiche nella situazione politica, ma azioni politiche nella
situazione atomica. La tesi apparentemente plausibile che nell'attuale
situazione politica ci sarebbero (fra l'altro) anche "armi atomiche", e' un
inganno. Poiche' la situazione attuale e' determinata esclusivamente
dall'esistenza di "armi atomiche", e' vero il contrario: che le cosiddette
azioni politiche hanno luogo entro la situazione atomica.
*
Non arma ma nemico. Cio' contro cui lottiamo, non e' questo o
quell'avversario che potrebbe essere attaccato o liquidato con mezzi
atomici, ma la situazione atomica in se'. Poiche' questo nemico e' nemico di
tutti gli uomini, quelli che si sono considerati finora come nemici
dovrebbero allearsi contro la minaccia comune. Organizzazioni e
manifestazioni pacifiche da cui sono esclusi proprio quelli con cui si
tratta di creare la pace, si risolvono in ipocrisia, presunzione compiaciuta
e spreco di tempo.
*
Carattere totalitario della minaccia atomica. La tesi prediletta da Jaspers
fino a Strauss suona: "La minaccia totalitaria puo' essere neutralizzata
solo con la minaccia della distruzione totale". E' un argomento che non
regge. 1) La bomba atomica e' stata impiegata, e in una situazione in cui
non c'era affatto il pericolo, per chi la impiego', di soccombere a un
potere totalitario. 2) L'argomento e' un relitto dell'epoca del monopolio
atomico; oggi e' un argomento suicida. 3) Lo slogan "totalitario" e' desunto
da una situazione politica, che non solo e' gia' essenzialmente mutata, ma
continuera' a cambiare; mentre la guerra atomica esclude ogni possibilita'
di trasformazione. 4) La minaccia della guerra atomica, della distruzione
totale, e' totalitaria per sua natura: poiche' vive del ricatto e trasforma
la terra in un solo Lager senza uscita. Adoperare, nel preteso interesse
della liberta', l'assoluta privazione della stessa, e' il non plus ultra
dell'ipocrisia.
*
Cio' che puo' colpire chiunque riguarda chiunque. Le nubi radioattive non
badano alle pietre miliari, ai confini nazionali o alle "cortine". Cosi',
nell'eta' finale, non ci sono piu' distanze. Ognuno puo' colpire chiunque ed
essere colpito da chiunque. Se non vogliamo restare moralmente indietro agli
effetti dei nostri prodotti (che non ci procurerebbe solo ignominia mortale,
ma morte ignominiosa), dobbiamo fare in modo che l'orizzonte di cio' che ci
riguarda, e cioe' l'orizzonte della nostra responsabilita', coincida con
l'orizzonte entro il quale possiamo colpire o essere colpiti; e cioe' che
diventi anch'esso globale. Non ci sono piu' che "vicini".
*
Internazionale delle generazioni. Cio' che si tratta di ampliare, non e'
solo l'orizzonte spaziale della responsabilita' per i nostri vicini, ma
anche quello temporale. Poiche' le nostre azioni odierne, per esempio le
esplosioni sperimentali, toccano le generazioni venture, anch'esse rientrano
nell'ambito del nostro presente. Tutto cio' che e' "venturo" e' gia' qui,
presso di noi, poiche' dipende da noi. C'e', oggi, un'"internazionale delle
generazioni", a cui appartengono gia' anche i nostri nipoti. Sono i nostri
vicini nel tempo. Se diamo fuoco alla nostra casa odierna, il fuoco si
appicca anche al futuro, e con la nostra cadono anche le case non ancora
costruite di quelli che non sono ancora nati. E anche i nostri antenati
appartengono a questa "internazionale": poiche' con la nostra fine
perirebbero anch'essi,  per la seconda volta (se cosi' si puo' dire) e
definitivamente. Anche adesso sono "solo stati"; ma con questa seconda morte
sarebbero stati solo come se non fossero mai stati.
*
Il nulla non concepito. Cio' che conferisce il massimo di pericolosita' al
pericolo apocalittico in cui viviamo, e' il fatto che non siamo attrezzati
alla sua stregua, che siamo incapaci di rappresentarci la catastrofe.
Raffigurarci il non-essere (la morte, ad esempio, di una persona cara) e'
gia' di per se' abbastanza difficile; ma e' un gioco da bambini rispetto al
compito che dobbiamo assolvere come apocalittici consapevoli. Poiche' questo
nostro compito non consiste solo nel rappresentarci l'inesistenza di
qualcosa di particolare, in un contesto universale supposto stabile e
permanente, ma nel supporre inesistente questo contesto, e cioe' il mondo
stesso, o almeno il nostro mondo umano. Questa "astrazione totale" (che
corrisponderebbe, sul piano del pensiero e dell'immaginazione, alla nostra
capacita' di distruzione totale) trascende le forze della nostra
immaginazione naturale. "Trascendenza del negativo". Ma poiche', come
homines fabri, siamo capaci di tanto (siamo in grado di produrre il nulla
totale), la capacita' limitata della nostra immaginazione (la nostra
"ottusita'") non deve imbarazzarci. Dobbiamo (almeno) tentare di
rappresentarci anche il nulla.
*
Utopisti a rovescio. Ecco quindi il dilemma fondamentale della nostra epoca:
"Noi siamo inferiori a noi stessi", siamo incapaci di farci un'immagine di
cio' che noi stessi abbiamo fatto. In questo senso siamo "utopisti a
rovescio": mentre gli utopisti non sanno produrre cio' che concepiscono, noi
non sappiamo immaginare cio' che abbiamo prodotto.
*
Lo "scarto prometeico". Non e' questo un fatto fra gli altri; esso
definisce, invece, la situazione morale dell'uomo odierno: la frattura che
divide l'uomo (o l'umanita') non passa, oggi, fra lo spirito e la carne, fra
il dovere e l'inclinazione, ma fra la nostra capacita' produttiva e la
nostra capacita' immaginativa. Lo "scarto prometeico".
*
Il "sopraliminare". Questo "scarto" non divide solo immaginazione e
produzione, ma anche sentimento e produzione, responsabilita' e produzione.
Si puo' forse immaginare, sentire, o ci si puo' assumere la responsabilita',
dell'uccisione di una persona singola; ma non di quella di centomila. Quanto
piu' grande e' l'effetto possibile dell'agire, e tanto piu' e' difficile
concepirlo, sentirlo e poterne rispondere; quanto piu' grande lo "scarto",
tanto piu' debole il meccanismo inibitorio. Liquidare centomila persone
premendo un tasto, e' infinitamente piu' facile che ammazzare una sola
persona. Al "subliminare", noto dalla psicologia (lo stimolo troppo piccolo
per provocare gia' una reazione), corrisponde il "sopraliminare": cio' che
e' troppo grande per provocare ancora una reazione (per esempio un
meccanismo inibitorio).
 *
La sensibilita' deforma, la fantasia e' realistica. Poiche' il nostro
orizzonte vitale (l'orizzonte entro cui possiamo colpire ed essere colpiti)
e l'orizzonte dei nostri effetti e' ormai illimitato, siamo tenuti, anche se
questo tentativo contraddice alla "naturale ottusita'" della nostra
immaginazione, a immaginare questo orizzonte illimitato. Nonostante la sua
naturale insufficienza, e' solo l'immaginazione che puo' fungere da organo
della verita'. In ogni caso, non e' certo la percezione. Che e' una "falsa
testimone": molto, ma molto piu' falsa di quanto avesse inteso ammonire la
filosofia greca. Poiche' la sensibilita' e' - per principio - miope e
limitata e il suo orizzonte assurdamente ristretto. La terra promessa degli
"escapisti" di oggi non e' la fantasia, ma la percezione.
Di qui il nostro (legittimo) disagio e la nostra diffidenza verso i quadri
normali (dipinti, cioe', secondo la prospettiva normale): benche' realistici
in senso tradizionale, sono (proprio loro) irrealistici, perche' sono in
contrasto con la realta' del nostro mondo dagli orizzonti infinitamente
dilatati.
*
Il coraggio di aver paura. La viva "rappresentazione del nulla" non si
identifica con cio' che si intende in psicologia per "rappresentazione"; ma
si realizza in concreto come angoscia. Ad essere troppo piccolo, e a non
corrispondere alla realta' e al grado della minaccia, e' quindi il grado
della nostra angoscia. - Nulla di piu' falso  della frase cara alle persone
di mezza cultura, per cui vivremmo gia' nell'"epoca dell'angoscia". Questa
tesi ci e' inculcata dagli agenti ideologici di coloro che temono solo che
noi si possa realizzare sul serio la vera paura, adeguata al pericolo. Noi
viviamo piuttosto nell'epoca della minimizzazione e dell'inettitudine
all'angoscia. L'imperativo di allargare la nostra immaginazione significa
quindi in concreto che dobbiamo estendere e allargare la nostra paura.
Postulato: "Non aver paura della paura, abbi coraggio di aver paura. E anche
quello di far paura. Fa' paura al tuo vicino come a te stesso". Va da se'
che questa nostra angoscia deve essere di un tipo affatto speciale: 1)
Un'angoscia senza timore, poiche' esclude la paura di quelli che potrebbero
schernirci come paurosi. 2) Un'angoscia vivificante, poiche' invece di
rinchiuderci nelle nostre stanze ci fa uscire sulle piazze. 3) Un'angoscia
amante, che ha paura per il mondo, e non solo di cio' che potrebbe
capitarci.
*
Fallimento produttivo. L'imperativo di allargare la portata della nostra
immaginazione e della nostra angoscia finche' corrispondano a quella di cio'
che possiamo produrre e provocare, si rivelera' continuamente
irrealizzabile. Non e' nemmeno detto che questi tentativi ci consentano di
fare qualche passo in avanti. Ma anche in questo caso non dobbiamo lasciarci
spaventare; il fallimento ripetuto non depone contro la ripetizione del
tentativo. Anzi, ogni nuovo insuccesso e' salutare, poiche' ci mette in
guardia contro il pericolo di continuare a produrre cio' che non possiamo
immaginare.
*
Trasferimento della distanza. Riassumendo cio' che si e' detto sulla "fine
delle distanze" e sullo "scarto" tra le varie facolta' (e solo cosi' ci si
puo' fare un'idea completa della situazione), risulta che le distanze
spaziali e temporali sono state bensi' "soppresse"; ma questa soppressione
e' stata pagata a caro prezzo con una nuova specie di "distanza": quella,
che diventa ogni giorno piu' grande, fra la produzione e la capacita' di
immaginare cio' che si produce.
*
Fine del comparativo. I nostri prodotti e i loro effetti non sono solo
diventati maggiori di cio' che possiamo concepire (sentire, o di cui
possiamo assumerci la responsabilita'), ma anche maggiori di cio' che
possiamo utilizzare sensatamente. E' noto che la nostra produzione e la
nostra offerta superano spesso la nostra domanda (e ci costringono a
produrre appositamente nuovi bisogni e richieste); ma la nostra offerta
trascende addirittura il nostro bisogno, consiste di cose di cui non
possiamo avere bisogno: cose troppo grandi in senso assoluto. Cosi' ci siamo
messi nella situazione paradossale di dover addomesticare i nostri stessi
prodotti; di doverli addomesticare come abbiamo addomesticato finora le
forze della natura. I nostri tentativi di produrre armi cosiddette "pulite",
sono senza precedenti nel loro genere: poiche' con essi cerchiamo di
migliorare certi prodotti peggiorandoli, e cioe' diminuendo i loro effetti.
L'aumento dei prodotti non ha quindi piu' senso. Se il numero e gli effetti
delle armi gia' oggi esistenti bastano a raggiungere il fine assurdo della
distruzione del genere umano, l'aumento e miglioramento della produzione,
che continuano ancora su larghissima scala, sono ancora piu' assurdi; e
dimostrano che i produttori non si rendono conto, in definitiva, di che cosa
hanno prodotto. Il comparativo - principio del progresso e della
concorrenza - ha perduto ogni senso. Piu' morto che morto non e' possibile
diventare. Distruggere meglio di quanto gia' si possa, non sara' possibile
neppure in seguito.
*
Richiamarsi alla competenza e' prova d'incompetenza morale. Sarebbe una
leggerezza pensare (come fa, per esempio, Jaspers) che i "signori
dell'apocalissi", quelli che sono responsabili delle decisioni, grazie a
posizioni di potere politico o militare comunque acquisite, siano piu' di
noi all'altezza di queste esigenze schiaccianti, o che sappiano immaginare
l'inaudito meglio di noi, semplici "morituri"; o anche solo che siano
consapevoli di doverlo fare. Assai piu' legittimo e' il sospetto: che ne
siano affatto inconsapevoli. Ed essi lo provano dicendo che noi siamo
incompetenti nel "campo dei problemi atomici e del riarmo", e invitandoci a
non "immischiarci". L'uso di questi termini e' addirittura la prova della
loro incompetenza morale: poiche' in tal modo essi mostrano di credere che
la loro posizione dia loro il monopolio e la competenza per decidere del "to
be or not to be" dell'umanita'; e di considerare l'apocalissi come un "ramo
specifico". E' vero che molti di loro si appellano alla "competenza" solo
per mascherare il carattere antidemocratico del loro monopolio. Se la parola
"democrazia" ha un senso, e' proprio quello che abbiamo il diritto e il
dovere di partecipare alle decisioni che concernono la "res publica", che
vanno, cioe', al di la' della nostra competenza professionale e non ci
riguardano come professionisti, ma come cittadini o come uomini. E non si
puo' dire che cosi' facendo ci "immischiamo" di nulla, poiche' come
cittadini e come uomini siamo "immischiati" da sempre, perche' anche noi
siamo la "res publica". E un problema piu' "pubblico" dell'attuale decisione
sulla nostra sopravvivenza non c'e' mai stato e non ci sara' mai.
Rinunciando a "immischiarci", mancheremmo anche al nostro dovere
democratico.
*
Liquidazione dell'"agire". La distruzione possibile dell'umanita' appare
come un'"azione"; e chi collabora ad essa come un individuo che agisce. E'
giusto? Si' e no. Perche' no?
Perche' l'"agire"" in senso behavioristico non esiste pressoche' piu'. E
cioe': poiche' cio' che un tempo accadeva come agire, ed era inteso come
tale dall'agente, e' stato sostituito da processi di altro tipo: 1) dal
lavorare; 2) dall'azionare.
1) Lavoro come surrogato dell'azione. Gia' quelli che erano impiegati negli
impianti di liquidazione hitleriani non avevano "fatto nulla", credevano di
non aver fatto nulla perche' si erano limitati a "lavorare". Per questo
"lavorare" intendo quel tipo di prestazione (naturale e dominante, nella
fase attuale della rivoluzione industriale) in cui l'eidos del lavoro rimane
invisibile per chi lo esegue, anzi, non lo riguarda piu', e non puo' ne'
deve piu' riguardarlo. Caratteristica del lavoro odierno e' che esso resta
moralmente neutrale: "non olet", nessuno scopo (per quanto cattivo) del suo
lavoro puo' macchiare chi lo esegue. A questo tipo dominante di prestazione
sono oggi assimilate quasi tutte le azioni affidate agli uomini. Lavoro come
mimetizzamento. Questo mimetizzamento evita all'autore di un eccidio di
sentirsi colpevole, poiche' non solo non occorre rispondere del lavoro che
si fa, ma esso - in teoria - non puo' rendere colpevoli. Stando cosi' le
cose, dobbiamo rovesciare l'equazione attuale ("ogni agire e' lavorare")
nell'altra: "ogni lavorare e' un agire".
2) Azionare come surrogato del lavoro. Cio' che vale per il lavoro, vale a
maggior ragione per l'azionare, poiche' l'azionare e' il lavoro in cui e'
abolito anche il carattere specifico del lavoro: lo sforzo e il senso dello
sforzo. Azionare come mimetizzamento. Oggi, in realta', si puo' fare in tal
modo pressoche' tutto, si puo' avviare una serie di azionamenti successivi
schiacciando un solo bottone; compreso, quindi, il massacro di milioni. In
questo caso (dal punto di vista behavioristico) questo intervento non e'
piu' un lavoro (per non parlare di un'azione). Propriamente parlando non si
fa nulla (anche se l'effetto di questo non-far-nulla e' il nulla e
l'annientamento). L'uomo che schiaccia il tasto (ammesso che sia ancora
necessario) non si accorge piu' nemmeno di fare qualcosa; e poiche' il luogo
dell'azione e quello che la subisce non coincidono piu', poiche' la causa e
l'effetto sono dissociati, non puo' vedere che cosa fa. "Schizotopia", in
analogia a "schizofrenia". E' chiaro che solo chi arriva a immaginare
l'effetto ha la possibilita' della verita'; la percezione non serve a nulla.
Questo genere di mimetizzamento e' senza precedenti: mentre prima i
mimetizzamenti miravano a impedire alla vittima designata dell'azione, e
cioe' al nemico, di scorgere il pericolo imminente (o a proteggere gli
autori dal nemico), oggi il mimetizzamento mira solo a impedire all'autore
di sapere quello che fa. In questo senso anche l'autore e' una vittima; in
questo senso Eatherly e' una delle vittime della sua azione.
*
Le forme menzognere della menzogna attuale. Gli esempi di mascheramento ci
istruiscono sul carattere della menzogna attuale. Poiche' oggi le menzogne
non hanno piu' bisogno di figurare come asserzioni ("fine delle ideologie").
La loro astuzia consiste proprio nello scegliere forme di travestimento
davanti a cui non puo' piu' sorgere il sospetto che possa trattarsi di
menzogne; e cio' perche' questi travestimenti non sono piu' asserzioni.
Mentre le menzogne, finora, si erano camuffate ingenuamente da verita', ora
si camuffano in altre guise:
1) Al posto di false asserzioni subentrano parole singole, che danno
l'impressione di non affermare ancora nulla, anche se, in realta', hanno
gia' in se' il loro (bugiardo) predicato. Cosi', per esempio, l'espressione
"armi atomiche" e' gia' un'asserzione menzognera, poiche' sottintende,
poiche' da' per scontato, che si tratta di armi.
2) Al posto di false asserzioni sulla realta' subentrano (e siamo  al punto
che abbiamo appena trattato) realta' falsificate. Cosi' determinate azioni,
presentandosi come "lavori", sono rese diverse e irriconoscibili; cose'
irriconoscibili, e diverse da un'azione, che non rivelano piu' (neppure
all'agente) quello che sono (e cioe' azioni); e gli permettono, purche'
lavori "coscienziosamente', di essere un criminale con la miglior coscienza
del mondo.
3) Al posto di false asserzioni subentrano cose. Finche' l'agire si traveste
ancora da "lavorare", e' pur sempre l'uomo ad essere attivo; anche se non sa
che cosa fa lavorando, e cioe' che agisce. La menzogna celebra il suo
trionfo solo quando liquida anche quest'ultimo residuo: il che e' gia'
accaduto. Poiche' l'agire si e' trasferito (naturalmente in seguito
all'agire degli uomini) dalle mani dell'uomo in tutt'altra sfera: in quella
dei prodotti. Essi sono, per cosi' dire, "azioni incarnate". La bomba
atomica (per il semplice fatto di esistere) e' un ricatto costante: e
nessuno potra' negare che il ricatto e' un'azione. Qui la menzogna ha
trovato la sua forma piu' menzognera: non ne sappiamo nulla, abbiamo le mani
pulite, non c'entriamo. Assurdita' della situazione: nell'atto stesso in cui
siamo capaci dell'azione piu' enorme - la distruzione del mondo - l'"agire",
in apparenza, e' completamente scomparso. Poiche' la semplice esistenza dei
nostri prodotti e' gia' un "agire", la domanda consueta: che cosa dobbiamo
"fare" dei nostri prodotti (se, ad esempio, dobbiamo usarli solo come
"deterrent"), e' una questione secondaria, anzi fallace, in quanto omette
che le cose, per il fatto stesso di esistere, hanno sempre agito.
*
Non reificazione, ma pseudopersonalizzazione. Con l'espressione
"reificazione" non si coglie il fatto che i prodotti sono, per cosi' dire,
"agire incarnato", poiche' essa indica esclusivamente il fatto che l'uomo e'
ridotto qui alla funzione di cosa; ma si tratta invece dell'altro lato
(trascurato, finora, dalla filosofia) dello stesso processo: e cioe' del
fatto che cio' che e' sottratto all'uomo dalla reificazione, si aggiunge ai
prodotti: i quali, facendo qualcosa gia' per il semplice fatto di esistere,
diventano pseudopersone.
*
Le massime delle pseudopersone. Queste pseudopersone hanno i loro rigidi
principii. Cosi', per esempio, il principio delle "armi atomiche" e' affatto
nichilistico, poiche' per esse "tutto e' uguale". In esse il nichilismo ha
toccato il suo culmine, dando luogo all'"annichilismo" piu' totale.
Poiche' il nostro agire si e' trasferito nel lavoro e nei prodotti, un esame
di coscienza non puo' consistere oggi soltanto nell'ascoltare la voce nel
nostro petto, ma anche nel captare i principii e le massime mute dei nostri
lavori e dei nostri prodotti; e nel revocare e rendere inoperante quel
trasferimento: e cioe' nel compiere solo quei lavori dei cui effetti
potremmo rispondere anche se fossero effetti del nostro agire diretto; e
nell'avere solo quei prodotti la cui presenza "incarna" un agire che
potremmo assumerci come agire personale.
*
Macabra liquidazione dell'ostilita'. Se il luogo dell'azione e quello che la
subisce sono, come si e' detto, dissociati, e non si soffre piu' nel luogo
dell'azione, l'agire diventa agire senza effetto visibile, e il subire
subire senza causa riconoscibile. Si determina cosi' un'assenza d'ostilita',
peraltro affatto fallace.
La guerra atomica possibile sara' la piu' priva d'odio che si sia mai vista.
Chi colpisce non odiera' il nemico, poiche' non potra' vederlo; e la vittima
non odiera' chi lo colpisce, poiche' questi non sara' reperibile. Nulla di
piu' macabro di questa mitezza (che non ha nulla a che fare con l'amore
positivo). Cio' che piu' sorprende nei racconti delle vittime di Hiroshima,
e' quanto poco (e con che poco odio) vi siano ricordati gli autori del
colpo.
Certo l'odio sara' ritenuto indispensabile anche in questa guerra, e sara'
quindi prodotto come articolo a se'. Per alimentarlo, si indicheranno (e, al
caso, s'inventeranno) oggetti d'odio ben visibili e identificabili, "ebrei"
di ogni tipo; in ogni caso nemici interni: poiche' per poter odiare
veramente occorre qualcosa che possa cadere in mano. Ma quest'odio non
potra' entrare minimamente in rapporto con le azioni di guerra vere e
proprie: e la schizofrenia della situazione si rivelera' anche in cio', che
odiare e colpire saranno rivolti a oggetti completamente diversi.
*
Non solo per quest'ultima tesi, ma per tutte quelle qui formulate, bisogna
aggiungere che sono state scritte perche' non risultino vere. Poiche' esse
potranno non avverarsi solo se terremo continuamente presente la loro alta
probabilita', e se agiremo in conseguenza. Nulla di piu' terribile che aver
ragione. Ma a quelli che, paralizzati dalla fosca probabilita' della
catastrofe, si perdono di coraggio, non resta altro che seguire, per amore
degli uomini, la massima cinica: "Se siamo disperati, che ce ne importa?
Continuiamo come se non lo fossimo!".

5. MAESTRE. SIMONE WEIL: SE
[Da Simone Weil, Sulla Germania totalitaria, Adelphi, Milano 1990, p. 267:
e' un passo dell'ampio saggio sulle origini dello hitlerismo scritto negli
ultimi mesi del 1939 (nel volume cit., alle pp. 197-279). Simone Weil, nata
a Parigi nel 1909, allieva di Alain, fu professoressa, militante sindacale e
politica della sinistra classista e libertaria, operaia di fabbrica,
miliziana nella guerra di Spagna contro i fascisti, lavoratrice agricola,
poi esule in America, infine a Londra impegnata a lavorare per la
Resistenza. Minata da una vita di generosita', abnegazione, sofferenze,
muore in Inghilterra nel 1943. Una descrizione meramente esterna come quella
che precede non rende pero' conto della vita interiore della Weil (ed in
particolare della svolta, o intensificazione, o meglio ancora:
radicalizzazione ulteriore, seguita alle prime esperienze mistiche del
1938). Ha scritto di lei Susan Sontag: "Nessuno che ami la vita vorrebbe
imitare la sua dedizione al martirio, o se l'augurerebbe per i propri figli
o per qualunque altra persona cara. Tuttavia se amiamo la serieta' come
vita, Simone Weil ci commuove, ci da' nutrimento". Opere di Simone Weil:
tutti i volumi di Simone Weil in realta' consistono di raccolte di scritti
pubblicate postume, in vita Simone Weil aveva pubblicato poco e su periodici
(e sotto pseudonimo nella fase finale della sua permanenza in Francia stanti
le persecuzioni antiebraiche). Tra le raccolte piu' importanti in edizione
italiana segnaliamo: L'ombra e la grazia (Comunita', poi Rusconi), La
condizione operaia (Comunita', poi Mondadori), La prima radice (Comunita',
SE, Leonardo), Attesa di Dio (Rusconi), La Grecia e le intuizioni
precristiane (Rusconi), Riflessioni sulle cause della liberta' e
dell'oppressione sociale (Adelphi), Sulla Germania totalitaria (Adelphi),
Lettera a un religioso (Adelphi); Sulla guerra (Pratiche). Sono fondamentali
i quattro volumi dei Quaderni, nell'edizione Adelphi curata da Giancarlo
Gaeta. Opere su Simone Weil: fondamentale e' la grande biografia di Simone
Petrement, La vita di Simone Weil, Adelphi, Milano 1994. Tra gli studi cfr.
AA. VV., Simone Weil, la passione della verita', Morcelliana, Brescia 1985;
Gabriella Fiori, Simone Weil, Garzanti, Milano 1990; Giancarlo Gaeta, Simone
Weil, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole 1992; Jean-Marie
Muller, Simone Weil. L'esigenza della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele,
Torino 1994; Angela Putino, Simone Weil e la Passione di Dio, Edb, Bologna
1997; Maurizio Zani, Invito al pensiero di Simone Weil, Mursia, Milano 1994]

Se io oggi ammiro o anche giustifico un atto di brutalita' commesso duemila
anni fa, vengo meno, oggi, nel mio pensiero, alla virtu' di umanita'. L'uomo
non e' fatto a compartimenti, ed e' impossibile ammirare certi metodi
impiegati un tempo senza far nascere in se stessi una inclinazione a
imitarli non appena l'occasione rendera' facile tale imitazione.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 18 del 24 aprile 2005