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La nonviolenza e' in cammino. 910



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 910 del 25 aprile 2005

Sommario di questo numero:
1. Giobbe Santabarbara: E' vero
2. George J. Wittenstein: Ricordi della "Rosa bianca" (parte seconda e
conclusiva)
3. Pietro Pinna: "L'infinita apertura dell'anima" in Aldo Capitini
4. Riletture: Lidia Menapace: Resiste'
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
6. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. GIOBBE SANTABARBARA: E' VERO
E' vero che il 25 aprile non e' la festa di tutti.
Gli estimatori e gli eredi delle SS oggi non festeggiano. Non festeggiano i
discepoli dell'ordine hitleriano. Non festeggiano i torturatori, non
festeggiano gli assassini, non festeggiano i costruttori e i guardiani dei
Lager, i tagliagole, gli stragisti, i deportatori e i macellatori di carne
umana.
Oggi festeggia solo l'umanita'.

2. MEMORIA. GEORGE J. WITTENSTEIN: RICORDI DELLA "ROSA BIANCA" (PARTE
SECONDA E CONCLUSIVA)
[Dal sito: www.olokaustos.org riprendiamo il seguente testo, originariamente
una conferenza tenuta nel 1997 da George J. Wittenstein, uno dei superstiti
del gruppo di giovani resistenti antinazisti della "Rosa bianca". I curatori
del sito cosi' presentano il testo seguente: "Il 22 febbraio 1943, furono
processati e condannati a morte tre giovani del gruppo di resistenza tedesco
la 'Rosa Bianca'. Sophie Scholl, Hans Scholl e Christoph Probst vennero
decapitati nello stesso giorno dopo solo qualche ora dalla sentenza. La loro
colpa era di aver scritto e distribuito sei volantini antinazisti. Ci e'
sembrato importante presentare ai nostri lettori un episodio spesso
trascurato all'interno della tragedia nazista. Al di la' del valore pratico
della resistenza messa in atto dai ragazzi della 'Rosa Bianca', cio' che va
sottolineato e' il valore etico della loro azione. La resistenza che questi
giovani cercavano di suscitare nel popolo tedesco era una forma di
nonviolenza: la disobbedienza. La pericolosita' dell'atto di dissenso per un
regime totalitario e oppressivo rappresenta il maggior pericolo. Non e' la
violenza che puo' spaventare i teorici dell'oppressione ma il pensiero che,
finalmente libero, fa della disobbedienza arma di liberta'. Vogliamo
commemorare gli aderenti alla 'Rosa Bianca' con le parole del dottor George
J. Wittenstein, dalla sua conferenza 'Memories of the White Rose' (Copyright
1997 by Dr. George Wittenstein All Rights Reserved). Tra gli ultimi
sopravvissuti dei fondatori del gruppo, Wittenstein e' emigrato negli Stati
Uniti dopo la fine della guerra. Qui ha insegnato alla University of
California a Los Angeles ed esercitato come cardiochirurgo. Ringraziamo il
dottor Wittenstein per averci dato il consenso per la traduzione e la
pubblicazione del suo testo. La traduzione e' a cura di Olga Baldassi
Pezzoni".
Tra il 1942 ed il 1943 un gruppo di studenti ed un professore di Monaco
realizzarono e diffusero una serie di sei volantini clandestini antinazisti.
I primi quattro volantini si aprivano col titolo "Fogli volanti della Rosa
bianca" ed erano diffusi in poche centinaia di copie; gli ultimi due
intitolati "Fogli volanti del movimento di Resistenza in Germania"
ciclostilati in qualche migliaia di copie. Scoperti, furono condannati a
morte e decapitati gli studenti Hans Scholl, Sophie Scholl, Christoph
Probst, Willi Graf, Alexander Schmorell ed il professor Kurt Huber. Opere
sulla Rosa Bianca: Inge Scholl, La Rosa Bianca, La Nuova Italia, Firenze,
1966, rist. 1978 (scritto dalla sorella di Hans e Sophie Scholl, il volume -
la cui traduzione italiana e' parziale - contiene anche i testi dei
volantini diffusi clandestinamente dalla Rosa Bianca); Klaus Vielhaber,
Hubert Hanisch, Anneliese Knoop-Graf (a cura di), Violenza e coscienza.
Willi Graf e la Rosa Bianca, La nuova Europa, Firenze 1978; Paolo Ghezzi, La
Rosa Bianca. Un gruppo di resistenza al nazismo in nome della liberta',
Paoline, Cinisello Balsamo (Mi) 1993; Romano Guardini, La Rosa Bianca,
Morcelliana, Brescia 1994; Paolo Ghezzi, Sophie Scholl e la Rosa Bianca,
Morcelliana, Brescia 2003. Alcune piu' dettagliate notizie biografiche sui
principali appartenenti al movimento di resistenza della "Rosa bianca" sono
nel n. 909 di questo foglio]

L'esperienza del fronte orientale
Nell'estate del 1942 le autorita' si trovarono ad affrontare un dilemma:
cosa fare di migliaia di studenti di medicina in uniforme durante le vacanze
estive?
La soluzione ovvia non venne loro in mente se non molto piu' tardi, e cioe'
modificare il sistema dei semestri trasformandolo in trimestri e cosi'
continuando l'istruzione lungo l'intero arco dell'anno. In questo modo il
tempo necessario a formare un nuovo medico per le forze armate sarebbe stato
abbreviato. Invece si inventarono il concetto della "Frontbewaerung". L'idea
consisteva nell'inviare tutti gli studenti di medicina sul fronte russo per
un periodo di tre mesi, cosi' che potessero fare esperienza nel prestare
cure mediche sotto il fuoco e lavorare come assistenti medici negli ospedali
da campo.
Sul treno per la Russia insieme a noi c'era Willi Graf, uno studente di
medicina che, al contrario di noi, non aveva avuto la fortuna di essere
collocato in un'unita' di studenti medici e quindi non aveva potuto
continuare i suoi studi fino all'estate del 1942.
Era profondamente religioso e aveva aderito a organizzazioni giovanili
cattoliche gia' in eta' molto precoce. Aveva preso a tal punto le distanze
dal nazionalsocialismo che aveva perfino cancellato dalla sua agenda i nomi
di coloro che avevano aderito alla Gioventu' hitleriana. In Russia fece
amicizia con Hans e Alex e, una volta tornati a Monaco, divenne un membro
attivo del gruppo.
L'esperienza del lungo viaggio e i tre mesi trascorsi in Russia lasciarono
su tutti noi una profonda impressione.
Sulla via del fronte trascorremmo alcuni giorni a Varsavia. Varsavia era
stata dichiarata citta' aperta dal governo polacco, per salvarla dalla
distruzione ma, in totale spregio della Convenzione di Ginevra, essa fu
parzialmente distrutta da bombardamenti e artiglieria. Non dimentichero' mai
la visita al ghetto, che era costituito da diversi isolati circondati da
mura e sorvegliati da soldati ucraini. Inorridii quando scoprii che, per un
pacchetto di sigarette, quegli ucraini avrebbero sparato per divertimento a
chiunque si affacciasse a una finestra e venisse loro indicato.
Gli abitanti del ghetto avevano il permesso di lavorare all'esterno e, al
loro rientro, i loro zaini venivano perquisiti.
Vidi con i miei occhi delle SS picchiare alcuni ebrei con dei frustini da
cavallo senza essere stati provocati, e riuscii perfino a fotografarli.
Grazie ad Alex, che parlava correntemente il russo, riuscimmo a prendere
contatto con dei contadini russi. Alex rimprovero' una guardia che aveva
picchiato a sangue un lavoratore russo e questo per poco non gli costo' la
corte marziale. Hans Scholl diede la sua intera razione di tabacco, un bene
di grandissimo valore, a un ebreo in una colonna di lavoratori forzati.
Provavamo grande compassione e rabbia per coloro che soffrivano sotto quegli
oppressori senza scrupoli. In Russia maturammo la convinzione che bisognava
fare qualcosa e arrivammo a comprendere la terribile verita' che la Germania
si poteva salvare soltanto perdendo la guerra: una conclusione estremamente
dolorosa per qualcuno che ami il proprio Paese, la propria patria - e noi di
certo l'amavamo.
*
Le dimostrazioni e gli ultimi volantini
Quando ritornammo, il 6 novembre 1942, l'impegno maggiore fu profuso
nell'allargare il nostro piccolo circolo e nel trovare e incoraggiare nuovi
attivisti in altre universita'. A quel tempo l'umore generale aveva
incominciato a cambiare: gli scacchi subiti sul fronte russo e i pesanti
bombardamenti alleati sulle citta' tedesche avevano avuto il loro effetto.
Piu' o meno in quel periodo un'altra persona si aggiunse al movimento: Kurt
Huber, 50 anni, professore di filosofia, psicologia e musicologia. Egli non
divenne attivo fino al novembre 1942, quando gli fu presentata la bozza del
quinto volantino di Hans Scholl, che rifiuto' perche' "troppo comunista".
Il professor Huber era un uomo straordinario. Aveva un handicap fisico che a
volte lo rendeva difficilmente comprensibile, ma quando si lasciava
trasportare durante le sue lezioni parlava splendidamente e con grande
eloquenza e ispirazione.
In qualche modo riusciva ad inserire nelle sue lezioni dei commenti su
argomenti, libri o autori censurati o proibiti, riuscendo alla fine a
dimostrarne la superiorita' rispetto ai governanti nazisti e alla loro
ideologia.
In una lezione su Leibniz, diede un esempio perfetto di travestimento
linguistico, contrapponendo il concetto antiassolutista di stato dei
filosofi alla realta' del nazionalsocialismo. Ricordo perfino una lezione di
un'ora sul filosofo ebreo Spinoza.
Il professor Huber ebbe una vita difficile: non fu mai promosso a docente di
ruolo, nonostante il suo straordinario lavoro. Per questo doveva
sopravvivere e mantenere una famiglia di quattro persone con il magro
stipendio di 300 marchi al mese. Una delle ragioni addotte per non
concedergli la promozione fu "Noi possiamo avere solo professori che possano
anche agire come ufficiali".
Il 13 gennaio 1943, il Gauleiter della Baviera (una carica simile a quella
di governatore, ma non elettiva, che veniva ricoperta da un funzionario del
partito nazista) arringo' tutti gli studenti universitari durante
un'assemblea presso il famoso Museo Tedesco di Monaco.
Rimprovero' le studentesse, perche' sprecavano tempo e fondi facendo le
studentesse, cosa che "non avevano il diritto di fare". Avevano invece
l'obbligo di dare un figlio al loro amato Fuehrer. Offri' loro i servigi di
alcuni begli stalloni, nel caso non fossero state abbastanza attraenti da
trovarsene uno da sole. Quando molte studentesse tentarono di abbandonare
l'aula in segno di protesta, acclamate dall'applauso generale degli
studenti, il Gauleiter le fece arrestare. A questo punto gli studenti, molti
dei quali indossavano l'uniforme, assaltarono il podio e presero in ostaggio
il leader studentesco, fino a quando tutte le donne non furono rilasciate.
Come si puo' immaginare, la notizia dell'accaduto si sparse per tutta Monaco
alla velocita' del lampo.
Questo rafforzo' la convinzione di Scholl e Schmorell che fosse venuto il
momento di incitare all'azione, e che il popolo fosse ormai maturo per
ribellarsi ai suoi oppressori. Quasi contemporaneamente fu scritto e diffuso
il quinto volantino, per la prima volta con una tiratura di 5.000-6.000
copie, perche' Schmorell era riuscito, con enormi difficolta', a procurarsi
un ciclostile. Questo volantino aveva un tono diverso ed era intitolato:
"Fogli del Movimento di Resistenza in Germania".
Poi ci fu la grande svolta nella guerra, con la sconfitta di Stalingrado nel
febbraio 1943. Questo ispiro' il professor Huber a scrivere un nuovo
volantino su richiesta di Hans Scholl. Il volantino fu approvato da tutto il
gruppo, che vi apporto' solo piccolissime modifiche. Fu spedito tra il 16 e
il 18 febbraio.
Stranamente, ne' Scholl ne' Schmorell ricevettero le copie che si erano
autospediti, come avevano sempre fatto per verificare se la corrispondenza
veniva intercettata.
Questo fatto e la sconfitta di Stalingrado furono lo stimolo per azioni
ancor piu' audaci: nelle notti del 4, dell'8 e del 15 febbraio, dipinsero
enormi slogan sui muri lungo la strada principale di Monaco, in 29 punti,
tra cui l'universita'. "Liberta'", "Abbasso Hitler", e cancellarono molte
svastiche, usando soprattutto catrame e stampini. L'impresa era resa
particolarmente rischiosa dalla presenza di pattuglie della polizia. Io
avevo il compito di scrivere slogan simili nelle toilette dell'universita'.
Il sesto volantino fu anche l'ultimo: la mattina del 18 febbraio, Hans e
Sophie Scholl arrivarono all'universita' con una valigia piena di volantini,
e ne lasciarono delle pile fuori da ogni aula.
Mentre stavano lasciando l'edificio, si accorsero che nella valigia c'erano
ancora molti volantini. Si voltarono e salirono le scale fino al'ultimo
pianerottolo sopra il cortile coperto da un tetto di vetro e Sophie
rovescio' il contenuto della valigia nel cortile sottostante.
Furono notati e subito fermati da un custode. Nel giro di pochi giorni piu'
di ottanta persone furono arrestate; fra esse Christof Probst, autore della
bozza di un volantino, scritta il 31 gennaio, che fu trovata nelle tasche di
Hans Scholl al momento del suo arresto. Se non fosse stato per questa
svista, probabilmente oggi Christof Probst sarebbe ancora vivo per mancanza
di prove a suo carico.
Non si sapra' mai che cosa indusse Hans e Sophie a compiere quell'azione
che, secondo quanto dichiararono durante gli interrogatori, non era stata
pianificata. Si e' speculato che fossero coscienti del fatto che la Gestapo
era sulle loro tracce e, incoraggiati da quanto era accaduto un mese prima
al Museo Tedesco, credevano che quest'ultimo atto disperato avrebbe portato
a una sollevazione generale in Germania. Certo nessuno di noi ne sapeva
nulla. Alex Schmorell, per esempio, apprese del loro arresto in tram, mentre
si recava all'universita'.
*
I processi contro la "Rosa Bianca"
La reazione di Hitler fu fulminea. La Corte Popolare fu convocata solo
quattro giorni dopo e, al termine di un processo durato appena quattro ore,
gli Scholl vennero condannati a morte per decapitazione.
Ero fortunosamente riuscito a chiamare i genitori degli Scholl, che
abitavano a Ulm, chiedendo loro di venire immediatamente a Monaco. Li
incontrai alla stazione ferroviaria e li condussi direttamente al Palazzo di
Giustizia, dove il processo era gia' in corso.
Naturalmente, con quest'azione mi mettevo in pericolo, ma altrimenti non
avrebbero piu' rivisto i loro figli vivi, perche' i tre furono giustiziati
il pomeriggio stesso.
Secondo i documenti storici disponibili, pochi passi prima di giungere alla
ghigliottina, Christof Probst disse: "Ci rivedremo tra pochi minuti", mentre
Hans Scholl grido': "Viva la liberta'".
Cosi' rapida e brutale fu l'azione delle autorita' naziste; cosi' grande fu
la fretta con cui cancellarono quello che consideravano un pericolo per se
stessi; cosi' seria considerarono questa minaccia, che nessuna notizie
dell'evento fu fatta filtrare fino ad esecuzioni avvenute.
Alex Schmorell era ancora latitante. Con uno stratagemma riuscii a lasciare
la caserma nella quale eravamo stati confinati dopo gli arresti e ad
incontrare suo padre nel suo ufficio, per informarlo che la mia famiglia
avrebbe potuto nascondere Alex nella nostra casa di campagna e, magari,
farlo passare in Svizzera.
Solo molto piu' tardi venni a sapere che Alex aveva cercato di fuggire in
Svizzera, ma aveva dovuto tornare indietro a causa della neve alta. Fu
arrestato durante un raid aereo su Monaco, tradito da un'ex fidanzata.
Il 19 aprile si svolse un secondo processo, durante il quale Schmorell, Graf
e Huber vennero condannati a morte e altri ai lavori forzati.
Il professor Huber tenne un discorso appassionato a propria difesa davanti
alla Corte Popolare. Per citare solo qualche frase: "Io chiedo la
restituzione della liberta' al popolo tedesco", e ancora, citando il
filosofo Johann Gottlieb Fichte, "voi dovete agire come se l'intero destino
della Germania dipendesse da voi e dalle vostre azioni, e la responsabilita'
fosse vostra e vostra soltanto".
Questi tre dovettero attendere a lungo prima di essere ghigliottinati. Tutti
gli appelli furono vani. Schmorell e Huber vennero infine giustiziati il 13
luglio 1944, e Wili Graf il 12 ottobre.
Kurt Huber aveva completato la sua opera maggiore su Leibniz mentre era in
prigione.
Per illustrare come Huber considerava la sua attivita' antinazista,
permettetemi la citazione di un breve brano da una poesia che dalla prigione
scrisse a suo figlio di quattro anni per spiegargli che suo padre non moriva
come traditore: "Io sono morto per la liberta' della Germania, per la
verita' e per l'onore. Fedelmente ho servito queste tre cose fino all'ultimo
palpito del mio cuore".
La brutalita' del regime nazista e' dimostrata dalla fattura di 600 marchi
che la signora Huber ricevette per "usura della ghigliottina". Quando ella
rispose all'ufficiale che non sarebbe stata in alcun modo in grado di
procurarsi una tale somma, che ammontava al doppio dello stipendio che suo
marito percepiva, l'ufficiale le rispose: "Forse potremmo farle uno
sconto... Dopotutto ne abbiamo talmente tanti in questi giorni...".
Ci furono altri gruppi, altri arresti e altre esecuzioni di persone
collegate alla "Rosa Bianca" anche alla lontana.
Desidero citare l'unico putsch militare riuscito contro il regime nazista;
si chiamava "Freiheitsaktion Bayern" (Azione bavarese per la liberta'), con
cui anch'io ero collegato.
Il comandante di un'unita' di addestramento per interpreti, il dottor
Rupprecht Gerngross, aveva segretamente armato la sua compagnia,
ufficialmente disarmata, e fece in modo che praticamente tutti i membri
fossero oppositori del regime. Mentre gli americani si avvicinavano alla
Baviera, le sue truppe occuparono Radio Monaco, facendo appello alla
cittadinanza perche' arrestasse i funzionari nazisti ed esponesse lenzuola
bianche (atto punibile con la morte).
Arrestarono il Reichsstatthalter, il governatore della Baviera nominato dai
nazisti.
Nella battaglia che segui' ci furono molte perdite.
Purtroppo, questa importante azione che salvo' molte vite di civili e salvo'
Monaco dalla completa distruzione che Hitler aveva ordinato, viene raramente
citata.
*
Sopravvissuto
Mi viene spesso chiesto come sono sopravvissuto. Solo dopo la guerra sono
venuto a conoscenza dei dettagli.
La Gestapo mi sospettava fin dall'inizio; era sulle mie tracce e continuava
a sorvegliarmi e a indagare sul mio conto.
Il comandante della mia compagnia mi racconto' successivamente che piu'
volte la Gestapo mi aveva cercato e gli aveva fatto domande su di me. Ormai
anche lui sospettava il mio coinvolgimento con la "Rosa Bianca", perche',
naturalmente, era al corrente della mia ottima amicizia con coloro che erano
stati arrestati e giustiziati.
Si era premurato di depistare deliberatamente la Gestapo. A tutt'oggi non
saprei dire quali siano state le sue motivazioni; se lo abbia fatto per
ragioni umanitarie, perche' lui stesso era contrario a Hitler, o se era
semplicemente furioso perche' l'autorita' militare era sottoposta ai
capricci del partito.
Il braccio politico del governo (il partito) aveva interferito con
l'autorita' dell'esercito arrestando, processando e giustiziando i suoi
uomini senza nemmeno consultarlo.
Infatti, dopo gli arresti mi diede esplicitamente il permesso di usare
l'arma che avevo in dotazione, se la Gestapo avesse tentato di arrestarmi.
Naturalmente cio' sarebbe stato insensato, ma era indicativo della sua
indignazione.
Spesso mi sono chiesto quanto egli stesso fosse intelligente o circospetto,
perche' usare le armi contro la Gestapo sarebbe equivalso ad un suicidio.
Cio' mi fa pensare che si sia trattato di una reazione spontanea ed emotiva.
Qualunque fosse il motivo, io ero evidentemente protetto quando mi trovavo
in caserma sotto il suo comando. E' piu' che probabile che mi abbia salvato
la vita.
Durante gli interrogatori, della Gestapo prima e di un tribunale militare
poi, per aver offerto aiuto ad una donna ebrea il cui figlio era stato
giustiziato (offrendole rifugio e aiuto per lasciare clandestinamente la
Germania), riuscii a negare qualsiasi coinvolgimento. Tuttavia quando
appresi, tramite i miei contatti nella "Freiheitsaktion Bayern", che la
Gestapo era di nuovo sulle mie tracce, compresi che forse non avrei avuto
un'altra possibilita'; dato che non potevo lasciare la Germania, l'unica
possibilita' che avevo di sfuggire alla Gestapo era di chiedere il
trasferimento al fronte, cosa che di norma nessuno faceva volontariamente.
Ma il fronte era l'unico luogo dove la Gestapo non aveva giurisdizione, e
quindi il solo luogo "sicuro" per uno come me. Fui ferito sul fronte
italiano.
Concludo leggendo il sesto e ultimo volantino. Fu scritto da Kurt Huber dopo
la sconfitta tedesca a Stalingrado, e distribuito da Hans e Sophie Scholl
nell'edificio principale dell'universita' in quella mattina fatale del 18
febbraio 1943. (...).
(Parte seconda - Fine)

3. MAESTRI. PIETRO PINNA: "L'INFINITA APERTURA DELL'ANIMA" IN ALDO CAPITINI
[Da "Azione nonviolenta" del marzo 2005 riprendamo questo articolo di Pietro
Pinna; una breve nota redazionale cosi' lo presenta: "Questo articolo e'
stato scritto per la rivista mensile nonviolenta indiana "Sarvodaya"
(mensile del Khadi Friends Forum, Gandhi Smarak Nidhi, Gandhi Museum). Pur
se contenente cose ampiamente risapute nel nostro ambito, riteniamo utile
pubblicarlo come possibile stimolo a riprendere direttamente in mano gli
scritti di Capitini, perennemente ispiranti la coscienza e animanti
all'azione".
Pietro Pinna, primo obiettore di coscienza nel 1950, collaboratore di Aldo
Capitini e di Danilo Dolci, infaticabile promotore della nonviolenza, e' una
delle figure di riferimento per i movimenti e le iniziative per la pace.
Opere di Pietro Pinna: fondamentale e' La mia obiezione di coscienza,
Edizioni del Movimento Nonviolento; numerosi suoi contributi sono stati
pubblicati in vari volumi.
Aldo Capitini e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato,
docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la
nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande
pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Opere di Aldo Capitini:
la miglior antologia degli scritti e' (a cura di Giovanni Cacioppo e vari
collaboratori), Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che
contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche' integrale -
ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell'epoca -
bibliografia degli scritti di Capitini); recentemente e' stato ripubblicato
il saggio Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989; una
raccolta di scritti autobiografici, Opposizione e liberazione, Linea
d'ombra, Milano 1991, nuova edizione presso L'ancora del Mediterraneo,
Napoli 2003; e gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996;
segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri,
Edizioni Associate, Roma 1991; e la recentissima antologia degli scritti Le
ragioni della nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004. Presso la redazione di
"Azione nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito:
www.nonviolenti.org) sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi
ed opuscoli di Capitini non piu' reperibili in libreria (tra cui i
fondamentali Elementi di un'esperienza religiosa, 1937, e Il potere di
tutti, 1969). Negli anni '90 e' iniziata la pubblicazione di una edizione di
opere scelte: sono fin qui apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza,
Protagon, Perugia 1992, e un volume di Scritti filosofici e religiosi,
Perugia 1994, seconda edizione ampliata, Fondazione centro studi Aldo
Capitini, Perugia 1998. Opere su Aldo Capitini: oltre alle introduzioni alle
singole sezioni del sopra citato Il messaggio di Aldo Capitini, tra le
pubblicazioni recenti si veda almeno: Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci,
Torino 1988; Clara Cutini (a cura di), Uno schedato politico: Aldo Capitini,
Editoriale Umbra, Perugia 1988; Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni
cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La
pedagogia del nuovo di Aldo Capitini. Tra religione ed etica laica, Clueb,
Bologna 1991; Fondazione "Centro studi Aldo Capitini", Elementi
dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova Italia, Scandicci (Fi)
1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia
intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1998; AA.
VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume monografico de "Il
ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante, La realta'
liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia
1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta 2001; cfr.
anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d'Orsi, Intellettuali nel
Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; per una bibliografia della critica
cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito citato; numerosi utilissimi
materiali di e su Aldo Capitini sono nel sito dell'Associazione nazionale
amici di Aldo Capitini: www.aldocapitini.it, altri materiali nel sito
www.cosinrete.it; una assai utile mostra su Aldo Capitini puo' essere
richiesta scrivendo a Luciano Capitini: capitps at libero.it, o anche a
Lanfranco Mencaroni: l.mencaroni at libero.it, o anche al Movimento
Nonviolento: tel. 0458009803, e-mail: azionenonviolenta at sis.it]

"Tanto dilagheranno violenza e materialismo, che ne verra' stanchezza e
disgusto; e dalle gocce di sangue che colano dai ceppi della decapitazione
salira' l'ansia appassionata di sottrarre l'anima ad ogni collaborazione con
quell'errore, e di instaurare subito, a partire dal proprio animo (che e' il
primo progresso), un nuovo modo di sentire la vita: il sentimento che il
mondo ci e' estraneo se ci si deve stare senza amore, senza una apertura
infinita dell'uno verso l'altro, senza una unione di sopra a tante
differenze e tanto soffrire. Questo e' il varco attuale della storia".
In questa frase (scritta profeticamente alla vigilia di quella tremenda
"decapitazione" che fu la seconda guerra mondiale) troviamo limpidamente
condensati gli elementi fondamentali che caratterizzano l'istanza
nonviolenta di Aldo Capitini: il suo motivo ispiratore; l'uomo nuovo che se
ne fa portatore teso al superamento della realta' di male in cui l'umanita'
e' immersa; e il basilare atteggiamento pratico da cui avviare il
rinnovamento.
*
Motivo ispiratore e' "l'infinita apertura dell'anima", l'affermazione cioe'
dell'unita' amorevole, "di sopra a tante differenze", tra tutti gli esseri
umani. Cogliamo qui una prima caratterizzazione della nonviolenza
capitiniana. L'unita' amorevole da essa postulata si distingue dalle altre
forme tradizionali di unione, perche' queste confinano la solidarieta' ad un
numero limitato di esseri: i parenti, la propria congregazione, e al piu' i
cittadini del proprio Stato. Qui l'orizzonte si chiude, di la' dal quale si
fa lecita la violenza - oppressione, sfruttamento, guerra - verso chi ne sta
fuori- per la difesa indiscriminata ed esclusiva dei propri particolari
interessi.
La nonviolenza capitiniana (gandhiana) estende invece questi confini
all'orizzonte mondiale, dove l'unita' amorevole vale per tutti gli uomini.
"Tutti - afferma Capitini - e' il nuovo nome di Dio", nel concetto che la
salvezza, la liberazione non e' individuale ma di tutti insieme. (Ripeteva
Capitini che "il male dell'umanita' deriva da un fatto che dura da millenni:
il fatto che non abbiamo pensato e operato per tutti, l'uomo preoccupato
soltanto della sua proprieta' individuale in terra e della sua salvezza in
cielo, in cio' favorito dalle vecchie societa' e vecchie religioni che sono
societa' e religioni del privilegio"). In questa "apertura infinita dell'uno
verso l'altro" emerge il riconoscimento del valore centrale di ogni essere
nella sua singolarita' unica e irripetibile, da preservare e valorizzare
poiche' "in tutti - sostiene Capitini -, fino all'essere piu' meschino o
malvagio, quale che sia il loro vivere e il loro agire, il loro sviluppo e
la loro buona fede, c'e' l'esigenza e la possibilita' della vita
spirituale".
*
Il secondo essenziale elemento richiamato da Capitini e' che "il primo
progresso dell'apertura infinita" consiste nel partire da noi stessi, dal
proprio "nuovo modo di sentire la vita" in un rapporto amorevole verso ogni
altro.
In che cosa consiste questo cambiamento rispetto al nostro modo d'essere
attuale, che contrariamente ad ogni nostro migliore proposito ci fa vivere
in una perenne condizione schizofrenica, che nella scissione tra i nostri
professati ideali e i nostri reali comportamenti ci fa inevitabilmente
ritrovare immersi nella confusione, nella conflittualita', nella
disperazione e nella solitudine?
Se appena fossimo veramente consapevoli di noi stessi, vedremmo che al
centro del nostro interesse, invece che la sollecitudine per l'altro nella
ricerca del bene comune, c'e' fondamentalmente la preoccupazione del nostro
io, la soddisfazione e la difesa strenua di se', del proprio comodo, della
propria sicurezza, delle proprie svariate appetizioni. Noi non guardiamo
veramente l'altro per quello che e' in se', chiedendoci come fa Capitini:
"Qual e' la sua caratteristica, la sua vita, la sua liberta', le sue
esigenze, il suo formarsi dal di dentro?". Guardiamo invece gli altri
semplicemente in rapporto a quanto ci puu' venire utilitariamente da loro,
ad esclusivo nostro vantaggio materiale o psicologico. In realta' noi
finiamo col non guardare altro che noi stessi.
Il cambiamento allora, se vogliamo attuare una relazione adeguata,
instaurare quel rapporto creativo di bene, di giustizia, di pace, di
solidarieta' con l'altro, dev'essere quello di orientare la nostra vita in
direzione opposta, non in quella dell'io ma nella direzione del tu - il
"divino-tu" capitiniano - , visto come un altro se stesso (vedendo Dio, come
dice Gandhi, in ogni creatura). E questo diverso orientamento si realizza se
noi riduciamo per quanto possibile, con un'attenzione costantemente vigile,
il nostro io, la sfera egoistica ed egotistica dei nostri esclusivi
interessi ed ambizioni, distaccati dalla sete di potere e di successo, di
prestigio usurpato, di arrampicata sociale, dei piu' diversi stravolti
desideri, non morbosamente attaccati agli oggetti di questi desideri.
Quell'io distaccato che - dice Capitini - "non chiede di avere cose, ma di
essere anima".
*
Infine il terzo elemento, il basilare atteggiamento pratico da cui avviare
il rinnovamento: "Sottrarre subito ogni collaborazione con quell'errore" (il
dilagare della violenza e del materialismo). Il che comporta il
riconoscimento che del tanto male sociale deprecato, una parte di
responsabilita' attiene a noi medesimi. Perche' la verita' e' che, se quel
male e' cosi' profondamente radicato nella societa' e cosi' esteso da
investire moltitudini, esso beneficia della complicita', cioe' a dire della
collaborazione, della larga parte dei suoi stessi membri, quelli stessi che
se ne dolgono e al quale dicono di volersi ribellare. Ma di questa
ribellione, di questa noncollaborazione, non siamo poi disposti ad assumere
i rischi e i sacrifici e veniamo ad adagiarci in un atteggiamento di
passivita', di complice adeguazione al male sociale che salvaguardi per
quanto possibile la nostra personale tranquillita' e interessi. Del male
tremendo della guerra, che tutti a parole aborriamo, possiamo far
responsabili e artefici soltanto i capi di Stato e l'infima cerchia di
politici, burocrati, scienziati, generali? La guerra si impianta e si
effettua essenzialmente con la collaborazione della pressoche' totalita' di
noi stessi, imbracciandone le armi, fabbricandole, nutrendo con le nostre
tasse i bilanci militari, ecc., e nulla eccependo alla politica militare dei
partiti politici cui diamo il nostro pieno voto. Talmente fondamentale e' la
debita consapevolezza di questo aspetto che Gandhi vi ha insistito con
particolare forza: "A mio avviso la non collaborazione col male e' un dovere
ancor piu' della collaborazione col bene".
*
L'infinita apertura dell'anima ha portato Capitini a ricercare e concretare,
con una pratica instancabile, impegni e iniziative conseguenti, tutto teso a
trasfondere nella realta' la sua coscienza appassionata di vicinanza e di
liberazione per tutti, quella del singolo nel suo cieco egoismo e della
societa' nella sua illiberta' e ingiustizia. A chi lo avvicinava foss'anche
per la prima volta, quella sua cordiale attenzione verso chiunque dava loro
il senso di essergli amico da tempo ("L'ultimo che incontro - diceva
Capitini - e' come se lo conoscessi da sempre"). Ecco il nuovo uomo
nonviolento, colui che non soltanto non deve incutere timore a nessuno, ma
accanto al quale nessuno deve sentirsi estraneo. Una vicinanza - la sua -
sempre intrisa di spiritualita', volta al superiore senso dei valori che
contano. Ha scritto di se' Capitini: "Se penso a quello che io sono
veramente, alla composizione del mio essere e, allo stesso tempo, al mio
bisogno profondo e al mio ideale piu' costante, trovo questi due elementi:
familiarita' e tensione. Non l'una senza l'altra. La familiarita' senza
tensione mi appare un abusare delle cose, delle persone, della vita,
prendendo volgare confidenza con tutto. Si', mettere il braccio sulla spalla
della persona che ci sta accanto, ma mentre la nostra compagnia s'innalza a
un pensiero di bonta', a una promessa di sacrificio o di dedizione di amore,
alla scoperta di una verita', alla formulazione di un grande proposito
sociale, alla visione di una cosa bella. E anche la tensione senza la
familiarita' diventa durezza, anima e verita' scoscesa, solitaria e anche
pericolosa a se stessa, soggetta a inabissarsi nel vuoto che si fa intorno".
Questo atteggiamento di amicizia e di apertura verso chiunque, Capitini
tendeva a concretarlo nei confronti di ogni altro essere vivente, animali e
piante. "Dagli animali ci vengono tanti tesori di affetto, gia' abbiamo
costituito con essi piani di collaborazione, e altri sempre piu' potremo
scoprirne e fondarne". Da qui - in aggiunta a quello riservato generalmente
da noi occidentali ai soli esseri umani - un altro suo atteggiamento
amorevole, la pratica vegetariana. Ed anche le piante arricchiscono
l'unita'-amore, poiche' "anch'esse sono una presenza, un essere che ha in
se' un soffio e un'apertura all'aria, alla luce, in tutto simile a com'e'
per noi esseri umani". E scendeva anche piu' giu', alle cose, poiche'
pur'esse nel contatto umano si caricano di una valenza spirituale; e
finanche alla materia inanimata, nel profondo di essa vedendo vibrare un
palpito di vita e di partecipazione: "Il rispetto che possiamo attuare fin
da ora nei riguardi degli oggetti e delle cose e' quello di usarli non oltre
quanto ci e' strettamente necessario". Si puo' qui notare, nel cerchio
onnicomprensivo dell'apertura nonviolenta capitiniana, la delineazione con
decenni di anticipo di un tema assorbente in questi ultimi anni, quello
ecologico; e come egli dia al corrispettivo problema del consumismo e della
devastazione della natura la migliore, piu' esatta risposta: non per un dato
negativo, per un angusto motivo utilitaristico, ma per una ragione positiva,
un'iniziativa di amore.
*
Congiuntamente all'attuazione di una vita spirituale personale, prende
rilievo in Capitini, in adeguazione al principio dell'apertura a tutti, il
piu' intenso dispiegamento operativo nella vita pubblica. Metodo
fondamentale, strumento pratico della vita politica tesa alla liberazione di
tutti e' per Capitini - com'e' per Gandhi - la nonviolenza (che per lui,
come in un'unica medaglia, e' l'altra faccia dell'apertura a tutti,
dell'unita'-amore in cui si afferma la presenza di Dio, cosi' come per
Gandhi la nonviolenza e' l'altra faccia della Verita'). Tra le tante
pregnanti definizioni che ce ne ha date: "La nonviolenza e' apertura (cioe'
interesse, appassionamento, amore) per l'esistenza, la liberta' e lo
sviluppo nel bene di ogni essere" - c'e' il meglio, diremmo, di quanto
possiamo pensare e volere per il singolo e per tutti.
L'impegno pubblico capitiniano si e' dispiegato nei settori piu' vari.
Si e' gia' accennato alla scelta vegetariana, ai suoi tempi universalmente
considerata in Italia un'alimentazione innaturale, nociva alla salute,
criticata e irrisa dai suoi colleghi universitari come una "bizzarria".
Diremo sinteticamente che Capitini ha reso popolare in Italia il
vegetarianesimo, attivandovi l'interesse attraverso scritti e fondando la
Societa' Vegetariana Italiana, oggi sempre piu' fiorente.
Non avendo qui spazio per dilungarci su tant'altre sue iniziative (i Centri
di Orientamento Religioso, per la critica e la radicale riforma delle
istituzioni religiose tradizionali, autoritarie e dogmatiche; per
un'educazione che di la' dalla semplice trasmissione della conoscenza
intellettuale fosse volta alla comunicazione dei valori (verita', bonta',
bellezza, ecc.), dove l'educatore porta la consapevolezza dei gravi limiti
della realta' naturale e sociale e la personale esperienza dei valori, e il
giovane educando la sua aurorale e festiva creativita', aperta a nuovi e
piu' ampi sviluppi; ecc.), ci limiteremo alla presentazione di due campi
d'importanza fondamentale dell'attivita' politica capitiniana, quello della
trasformazione della societa' e quello della pace.
*
Nel primo campo, la sua opera iniziale e' rivolta ad avversare l'imperante
dittatura fascista.
Nel 1933, poco piu' che trentenne, rifiuta pubblicamente l'obbligo per i
professori universitari di iscrizione al partito unico fascista e di qui la
perdita del suo posto di docente presso una delle piu' prestigiose
universita' italiane. E' la messa in atto di una basilare tecnica della
nonviolenza, la noncollaborazione col male; ed e' al contempo un'indicazione
di lotta politica per tutti quale strumento di esautoramento del potere
oppressivo, al cui esercizio e' necessaria la collaborazione degli stessi
oppressi. Per una dozzina d'anni, fino alla caduta del regime fascista
allorche' pote' riprendere il suo posto universitario, Capitini si riduce a
vivere del modesto introito di lezioni private. Si prodiga fino all'ultimo
in una estesa ed intensa attivita' di propaganda contro il regime (che lo
portera' due volte per mesi in carcere), con l'elaborazione e la diffusione
di scritti clandestini, incontri, costituzione di nuclei antifascisti. Esce
anche, nel 1937, un suo primo libro Elementi di un'esperienza religiosa (da
cui abbiamo tratto la frase citata all'inizio), che costitui' un testo
fondamentale per l'educazione politica liberale di tanti giovani di allora,
cosi' sottratti all'ebbrezza della mistica totalitaria fascista.
*
A superamento non soltanto del regime fascista ma altresi' di quello
democratico tanto largamente deficitario, Capitini e' venuto teorizzando e
promuovendo sul piano socio-politico una sua peculiare posizione definita
omnicrazia (potere di tutti). Come avvio alla sua attuazione, pose in
essere, gia' nel 1944 - appena liberata la sua citta', Perugia, dal potere
nazi-fascista -, una originalissima esperienza, i Centri di Orientamento
Sociale (C.O.S.).
Quali strumenti di autoeducazione popolare e di preparazione
all'autodeterminazione, i C.O.S. si ponevano come integrazione alle
insufficienze e difetti del regime rappresentativo democratico e come suo
possibile superamento nello sviluppo di forme di democrazia diretta dal
basso, per un nuovo assetto socio-politico e un nuovo potere partecipato da
tutti. I C.O.S. erano libere assemblee aperte a tutti, per periodiche
discussioni su tutti i temi, amministrativi e politici, locali e
internazionali.
Constavano di alcuni essenziali strumenti di valore:
- il principio di "ascoltare e parlare" (era il motto dei C.O.S.): ognuno
poteva prendere la parola nella discussione e ricerca collettiva, come un
pensare insieme, precisando e armonizzando le esigenze fin dal loro sorgere;
- la presenza delle autorita': i capi degli enti e uffici pubblici venivano
a farvi relazioni sui loro provvedimenti, ed a ricevere critiche e
suggerimenti da chiunque;
- il contatto degli intellettuali col popolo: essi vi recavano il contributo
della loro cultura e delle loro riflessioni bene articolate, al contempo
imparandovi semplicita' di espressione, concretezza e autenticita' di
esperienze; il popolo a sua volta vi apportava la concretezza e autenticita'
delle sue esigenze e la immediata schiettezza del suo linguaggio, e vi
corroborava la sua fiducia negli intellettuali sentiti non piu' quali
appartenenti ad una classe astratta e lontana dai ceti popolari, ma come
pari individui partecipi, investiti dei problemi comuni a tutti.
I C.O.S., diffusisi rapidamente in diverse localita', durarono alcuni anni,
fino al momento delle prime elezioni politiche del dopoguerra; poi
l'interesse e la partecipazione ad essi venne a scemare fino ad estinguersi,
a causa del sopravvenuto monopolio della vita politica da parte dei
ricostituiti partiti che se n'erano fatti gli unici collettori e
protagonisti, in un'attivita' tutta accentrata nel cerchio chiuso delle loro
centrali burocratiche, e ricercanti il contatto con le moltitudini popolari
soltanto al momento delle competizioni elettorali per la conquista del voto.
*
Capitini non era avverso in assoluto alla democrazia. "Non sono d'accordo
con i distruttori del sistema rappresentativo, che le democrazie occidentali
hanno costruito, che nel suo migliore sviluppo cerca di allargare il potere
al maggior numero possibile di cittadini". Ma ne denuncia taluni gravi
limiti e storture: "La democrazia attuale attribuisce alla maggioranza un
potere che qualche volta e' eccessivo rispetto ai diritti delle minoranze;
conferisce alle polizie un potere di sopraffazione fino alla tortura (come
e' pressoche' in tutti i Paesi) e molte volte un soverchio intervento
nell'ordine pubblico; si lascia sopraffare dalle burocrazie trascurando il
servizio al pubblico anonimo, ed e' largamente influenzabile, fino alla
corruzione, da parte di interessi particolari e settari; abusa della
insufficiente informazione e della scarsa educazione critica delle
moltitudini popolari, quelle a cui bisognerebbe tenere di piu', perche' le
persone colte hanno altri modi per esercitare una qualche influenza
pubblica; fa guerre di Stato contro Stato (...). Considero utile il
Parlamento, ma mi preme dire che esso ha bisogno di essere integrato da
moltissimi centri sociali, assemblee deliberanti o consultive in tutta la
periferia, tali da costituire il necessario contrappeso e correttivo. Non
importa che i centri sociali siano inizialmente soltanto consultivi, perche'
la pressione che essi possono esercitare sugli istituti deliberativi e'
sempre possibile, se non altro esercitando il consenso e il dissenso secondo
le tecniche della nonviolenza". In difetto di cio', rilevava: "Una
democrazia che non sia sotto il controllo continuo dei cittadini, nella
piena liberta' e possibilita' di informazione e di critica, finisce per
diventare un gioco chiuso di pochi eletti, nell'apatia e nel disinteresse
degli elettori".
*
L'altro campo centrale dell'attivita' politica capitiniana e' stato quello
riguardante la pace, non per un pacifismo relativo e condizionato quale e'
quello dominante dei governi - avallato dalle Chiese -, che proclamantisi
amanti della pace si prodigano schizofrenicamente ad apprestare strumenti di
guerra; ma all'opposto per un pacifismo incondizionato, totale, ossia di
rifiuto assoluto alla preparazione e all'effettuazione di qualsiasi guerra
fatta da chiunque e per qualsiasi ragione.
Capitini considerava l'opposizione alla guerra, e quindi l'abolizione
integrale e immediata del suo essenziale strumento portante, l'esercito,
un'esigenza primaria per ciascun popolo di ogni Stato e per l'intera
umanita': e non soltanto per ragioni morali, ma per le condizioni di fatto
della storia attuale, in cui tutta l'umanita' si trova investita da
interessi e bisogni sovrastatali, di ambito universale (la cosiddetta
"globalizzazione"), che delle attuali singole patrie viene a fare una
sovrastante patria comune, e dove pertanto la guerra fra Stati risulta
essere null'altro che una fratricida guerra civile intestina. Altrimenti -
non manca di avvertire Capitini - "di fronte all'unita' mondiale in
formazione, di fronte all'assemblea universale sopravvivono le limitate
assemblee dei popoli (chiuse nelle divisive frontiere statali) dietro cui e
sopra cui si costituisce l'assemblea armata, l'esercito, fornito di armi
schiaccianti e che puo' intervenire dappertutto". Viene spontaneo notare
come anche qui l'anticipatrice avvertenza capitiniana trovi una puntuale
tragica conferma negli "interventi" imperialistici di questi anni e giorni.
Per Capitini la lotta per l'abolizione degli apparati militari poteva,
inoltre, contemporaneamente servire quale leva e punto di partenza per la
trasformazione della societa' ingiusta, che oltre la guerra genera
oppressione e sfruttamento e dove i ristrettissimi e reazionari ceti
dominanti trovano nella forza militare il loro decisivo strumento di potere
e di repressione. Insistenti erano i suoi richiami - rivolti in particolare
alle forze progressiste, nazionali e internazionali, - a voler considerare
che proprio la lotta pacifista poteva costituire il punto di coagulo della
piu' larga solidarieta' e mobilitazione popolare, con moltitudini di
persone, uomini e donne, delle piu' diverse condizioni sociali e
appartenenze politiche e religiose, all'interno di ogni comunita' statale e
dappertutto nel mondo, insieme operanti nel comune supremo valore della
pace; e su quest'opera di smontamento del sistema militare-industriale - che
oltre ad arrecare le devastazioni della guerra sottrae ogni giorno
ingentissimi mezzi allo sviluppo civile - sarebbe possibile, soltanto
allora, innestare sostanziali piani di rinnovamento nei piu' diversi settori
sociali, ora invece strozzati da quel vampiresco sistema.
*
L'opposizione assoluta alla guerra vede Capitini, al sorgere in Italia
nell'immediato dopoguerra del primo caso di obiezione politica al servizio
militare, impegnato in un lavoro decisivo - in quegli anni di
misconoscimento e ripulsa di quella posizione - nell'attrarvi l'attenzione e
la considerazione dell'opinione pubblica. Non si trattava di un semplice
isolato problema individuale di coscienza, di personale aborrimento allo
spargimento di sangue; ben al di la' di cio', quell'obiezione poneva un
problema generale che investiva la coscienza e la responsabilita'
dell'intera collettivita', quello di una politica ancorata sempre alla
predisposizione bellica.
Ad illustrazione del significato ideale e della portata politica
dell'obiezione di coscienza, Capitini cosi' ne scriveva ad esempio: "E' in
gioco un punto di vista sui rapporti umani, una visione su cio' che e' o
dovrebbe essere l'umanita'. Si tratta di un sentimento e un impegno
profondo, che porta fuori dall'inerzia di seguire i piu'". "I piu'": non
soltanto i decisori politici e i capi religiosi, ma anche i cittadini
comuni, che pur affermando di aborrire la guerra, nei fatti consentono e
collaborano alla sua preparazione.
Centrale e determinante fu poi il contributo apportato da Capitini alla
campagna di sostegno all'obiezione di coscienza (punita con anni di
carcere), che giunse alfine ad approdare al suo riconoscimento legale, col
diritto per gli obiettori di sostituire il servizio (dell'uccisione)
militare con un servizio civile di pubblica utilita'.
*
Insieme col lavoro specifico e distinto per il pacifismo assoluto
nonviolento, Capitini ha altresi' sviluppato una serie continua di
iniziative, aperte alla partecipazione di una cerchia piu' ampia di
organizzazioni e persone pur genericamente pacifiste, e particolarmente atte
a raggiungere la popolazione piu' periferica e lasciata ai margini
dell'attivita' politica, fornendo ad essa l'occasione e la possibilita' di
dare voce ed espressione alla sua volonta' di pace.
Tra quelle varie iniziative, resta memorabile l'ideazione e l'organizzazione
della "Marcia Perugia-Assisi per la pace e la fratellanza dei popoli" del
1961. Presentandone il progetto, cosi' si esprimeva Capitini quanto al suo
motivo originario: "Avevo visto, nei dopoguerra della mia vita, le domeniche
nella campagna frotte di donne vestite a lutto per causa delle guerre,
sapevo di tanti giovani ignoranti e ignari mandati a uccidere e a morire da
un immediato comando dall'alto, e volevo fare in modo che questo piu' non
avvenisse, almeno per la gente della terra a me piu' vicina". L'invito di
Capitini alla partecipazione alla Marcia era stato rivolto a tutti, e la sua
presenza centrale di nonviolento nell'ispirazione e nell'organizzazione
dell'iniziativa assicuro' che essa non venisse monopolizzata da nessuna
forza politica per propri fini particolari. Al momento conclusivo della
Marcia, Capitini ne lesse la mozione finale: "... Il tempo e' maturo per una
grande svolta del genere umano. Il passato e' passato. Basta con le torture,
con le uccisioni per qualsiasi motivo; basta con il veleno che la violenza
porta nell'educazione dei giovani; basta con il pericolo che enormi forze
distruttive siano in mano alla decisione di pochi uomini. Noi del Centro per
la Nonviolenza chiediamo che si allarghi l'applicazione del metodo di
resistenza attiva nonviolenta, alle lotte per la liberazione
dall'imperialismo, dal colonialismo, da tutte le oppressioni, dal potere
assoluto di gruppi dittatoriali o reazionari o asserviti alle forze
economiche sfruttatrici. Da questo orizzonte aperto, infinito e sereno
(delle colline in cui era vissuto San Francesco - n.d.r.), sacro da sette
secoli ad ogni essere che nasce alla vita e alla compresenza di tutti,
scenda una volonta' intrepida e serena di resistere alla guerra, in
propositi costruttivi di pace".
La Marcia riusci' di tale successo, con la piu' larga inusitata confluenza
intellettual-popolare, che e' venuta a segnare una data storica
nell'intensificazione del pacifismo italiano. Dopo essere stata riconvocata
alcune altre volte, dopo la morte di Capitini, dal Movimento Nonviolento da
lui fondato, la direzione della Marcia e' stata poi assunta da un comitato
di varie organizzazioni pacifiste che a scadenza annua o biennale la
promuovono sul medesimo percorso iniziale da Perugia ad Assisi, con la
partecipazione di centinaia di migliaia di persone anche estere, e
rifacentisi al nome - se non propriamente allo spirito - del suo iniziatore
Aldo Capitini.
*
Diremo conclusivamente che Aldo Capitini e' stato il massimo ideatore,
propagatore e attuatore della nonviolenza in Italia (della cui iniziale
ispirazione ha riconosciuto il suo debito verso Gandhi). A lui si deve se in
questo paese l'idea e la pratica nonviolenta godono ora - dopo persistenti
ostracismi e travisamenti - di una discreta maturita' e credibilita'. Il
Movimento Nonviolento, ricco del suo patrimonio di idee e di esperienze, e'
tuttora operante, considerato da taluni osservatori come "il centro piu'
dinamico e qualificato della nonviolenza in Italia". Quanto all'elaborazione
teorica, va sottolineato che Capitini ha qui dato un contributo altissimo,
che puo' stare alla pari con quant'altro di sommo e' stato scritto nel mondo
sulla nonviolenza.
In uno degli ultimi suoi scritti, Capitini aveva annotato: "La nonviolenza
ha cominciato ad aprire in ogni paese un conto, in cui ognuno puo'
depositare via via impegni e iniziative". Il deposito che Aldo Capitini ci
ha lasciato in tale "conto" e' enorme, inestimabile. Da questo capitale -
come e' per l'immenso patrimonio fornito al mondo dalla suprema lezione
nonviolenta di Gandhi - ognuno puo' trarre una fonte inesauribile di
ispirazione e di forza per ulteriori, possibili e quanto mai necessari e
urgenti impegni e iniziative, per un nuovo mondo aperto alla liberta' e al
benessere di tutti.

4. RILETTURE. LIDIA MENAPACE: RESISTE'
Lidia Menapace, Resiste', Il dito e la luna, Milano 2001, pp. 86, lire
18.000. "Racconti e riflessioni di una donna che ancora resiste": Lidia
Menapace racconta la sua esperienza nella lotta partigiana e riflette sui
compiti dell'oggi. Una testimonianza e un contributo nitidi e prezioni alla
nonviolenza in cammino. Per richieste alla casa editrice: tel. 0252209743,
fax 0255210359, e-mail: dluna at iol.it

5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

6. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 910 del 25 aprile 2005

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