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La nonviolenza e' in cammino. 915



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 915 del 30 aprile 2005

Sommario di questo numero:
1. Enrico Peyretti: La Resistenza antinazista in Germania
2. La "Carta" del Movimento Nonviolento
3. Per saperne di piu'

1. MEMORIA. ENRICO PEYRETTI: LA RESISTENZA ANTINAZISTA IN GERMANIA
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per averci
messo a disposizione il testo di questa sua lezione tenuta nel Corso di
aggiornamento per docenti "Nonviolenza nella storia. Casi di resistenze
civili nel Novecento" (Torino, ottobre 1996 - gennaio 1997) promosso dal
Centro Studi e Documentazione "Domenico Sereno Regis" e dall'Istituto
Piemontese per la storia della Resistenza  e della societa' contemporanea.
Il testo e' stato successivamente rivisto - ma senza aggiornare le fonti -
dall'autore. Enrico Peyretti e' uno dei principali collaboratori di questo
foglio, ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace
e di nonviolenza. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; e' disponibile nella rete telematica la
sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia
storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente
edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il
principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha
curato la traduzione italiana), e una recentissima edizione aggiornata e'
nei nn. 791-792 di questo notiziario; vari suoi interventi sono anche nei
siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org. Una piu' ampia bibliografia dei
principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15 novembre 2003 di
questo notiziario]

1. Che cosa ne sappiamo?
Della resistenza al nazismo interna alla Germania, in genere ne sappiamo
poco. "Non si puo' dire che la resistenza tedesca  (...) abbia (...) finora
suscitato grande interesse fra il pubblico colto, in Italia come in quasi
tutto il mondo (...). In questa opera di rimozione ha certamente pesato,
specialmente nei primi anni del dopoguerra, il cliche' della 'colpa
collettiva'. (...) Questo schema nefando (...) escludeva per definizione
l'esistenza di un''altra Germania'. Oggi una storiografia piu' avvertita e
critica sta scoprendo il fenomeno resistenziale, nelle sue diverse
stratificazioni e componenti" (1).
Forse ne sanno ancora meno i tedeschi stessi: un sondaggio serio eseguito
nella Repubblica federale tedesca nell'aprile 1970 rilevava che, tra i 16 e
i 29 anni di eta', il 47% non era in grado di citare alcun fatto relativo
all'attentato a Hitler del 20 luglio 1944. Nel 1984, 14 anni dopo, questo
dato era salito al 63%. Nel gruppo di eta' 16-19 anni, fra coloro che
sapevano qualcosa del 20 luglio, solo il 14% nel 1970 e la meta', il 7%, nel
1984, era in grado di riferire correttamente nomi di preti, pastori,
sindacalisti, socialisti, comunisti, che avevano preso parte alla resistenza
(2).
Ho percorso i migliori manuali liceali che avevo a disposizione. In alcuni
non si trova assolutamente nulla: quindi nessun tedesco si sarebbe opposto a
Hitler in nessun modo (Ortoleva-Revelli, De Rosa, Saitta). Altri citano solo
l'attentato del 20 luglio (Bontempelli-Bruni), oppure questo insieme al
gruppo studentesco della Rosa Bianca (Desideri), o insieme all'azione delle
chiese (De Bernardi-Guarracino, Giardina-Sabbattucci-Vidotto). Uno
(Traniello) informa sull'opposizione di chiese ed intellettuali. Questa
azione e' sottolineata nel piu' recente manuale di
Bordino-Chiattella-Gatti-Martignetti, entro un'ampia scheda di Alberto
Monticone sulla Resistenza morale. Un manuale (Gentile-Ronga-Salassa)
descrive piu' ampiamente il fenomeno portando anche la cifra di un milione
di tedeschi imprigionati dal 1933 al 1945 come oppositori. Lo stesso dato e'
fornito dal Salvadori scolastico, insieme all'opposizione di chiese,
intellettuali, militari. Naturalmente la Storia dell'eta' contemporanea
dello stesso Salvadori porta informazioni molto piu' complete in diverse
pagine, ma con giudizi che minimizzano il peso e il significato della
Resistenza tedesca (3).
Nelle biblioteche si trovano 10-20 titoli, in gran parte sul 20 luglio.
L'Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza conserva quasi 80
titoli di cui 32 in tedesco, 3 in francese, 2 in inglese, 4  pubblicazioni
promosse dal Consiglio Regionale Piemontese.
Ma qui non ci interesssa tanto la Resistenza in tutte le sue forme, quanto
verificare se ci sono state in Germania, oppure tra cittadini tedeschi nelle
zone occupate dal Reich, fatti e forze che attuarono una resistenza civile,
nonarmata e/o nonviolenta. Se troveremo questa realta', sara' provata la
possibilita' di opporre anche ad un regime feroce come quello nazista, e dal
suo interno, una resistenza che non ne imiti e riproduca la violenza. In tal
caso, restera' da verificare l'efficacia di una tale forma di resistenza.
*
2. Un rapido quadro generale
Mi servo a questo scopo della relazione tenuta a Torino il 6 aprile 1995 da
Hans Mommsen, autorevole studioso tedesco, nel convegno "Resistenza,
Resistance, Widerstand" indetto da Goethe Institut, Centre Culturel
Francais, Dipartimento di Studi Politici dell'Universita' di Torino.
Queste furono le caratteristiche salienti della Resistenza tedesca:
- Fu una resistenza contro la propria nazione e il suo governo, a differenza
di tutte le altre resistenze nazionali.
- Non pote' riferirsi ad una forma costituzionale preesistente, ne' Weimar
ne' precedente (in cio' simile alla Resistenza italiana).
- Fu condotta dai partiti antinazisti, scomparsi pero' dopo i primi anni di
regime. Dal 1938, fu condotta non da una classe politica, ma da alti
funzionari, alti gradi militari. Fece eccezione il partito comunista, anche
oltre il 1943. E' un errore vedervi un'azione soltanto a favore dell'Urss.
Cosi', e' un errore vedere nel complotto del 20 luglio 1944 soltanto una
matrice conservatrice e aristocratica, perche' ci furono pure
socialdemocratici, sindacalisti, cristiani (Bonhoeffer). Il movimento del 20
luglio non rappresentava tutta la resistenza tedesca, non prospettava una
democrazia ma un principio autoritario corporativo. Molti dei congiurati
pensavano che il nazismo fosse l'effetto della iper-democrazia di Weimar,
dell'industrializzazione e urbanizzazione. Gruppi borghesi di destra
volevano fare tabula rasa dell'ordinamento di Weimar pre-1933, non tenevano
conto dei partiti. Bisogna ammettere che non furono ne' i democratici ne' le
sinistre che tentarono di abbattere il regime del terrore.
- Schematicamente possiamo vedere due fasi della Resistenza. Nella prima i
comunisti tentarono una organizzazione compatta, piu' esposta alla Gestapo,
che non conquisto' adesioni. Nella seconda fase, dal 1938, la componente
borghese-militare rinuncia alle tecniche cospirative, percio' sfugge alla
Gestapo. L'esercito valeva come una forma di esilio interno. Hitler e la
Gestapo non seppero valutare appieno la forza politica della borghesia.
Caratteristica di questa fase e' di essere nazional-conservatrice: una
"Resistenza senza popolo". Il Circolo di Kreisau si considerava la "guida
nata" della nazione, non cerco' appoggio nella popolazione. Solo dopo la
richiesta degli inglesi: "Chi c'e' dietro di voi?", Goerdeler cerco'
contatti con le sinistre. Ma la resistenza rimase senza popolo: il 20
luglio, la popolazione reagi' sfavorevolmente all'attentato. Nel 1943 emerse
l'attivita' comunista, pericolosa per i nazional-conservatori, tra i quali
nacquero divisioni per questo motivo.
- Per quel che riguarda gli obiettivi dei congiurati ci furono molteplici
piani e progetti. Mancavano dei veri politici. Il piano aveva tratti
utopici. Il Circolo di Kreisau era anti-liberale: per esempio non prevedeva
il voto passivo alle donne. Padre Delp, gesuita di Monaco, voleva una
riforma morale-politica, non solo delle idee; diceva che i tedeschi erano
diventati un "popolo sulla strada", avendo perduto il senso di patria e dei
valori religiosi e sociali; bisognava riportare l'uomo "fuori dalla sua
solitudine" (elemento, dira' Hannah Arendt, del totalitarismo). Quindi:
ricostruzione delle capacita' politiche del singolo ma con tratti elitari.
Pero' anche Goerdeler accettava la nazionalizzazione delle industrie delle
materie prime. Il denominatore comune era il ripristino del diritto
calpestato, del diritto divino e naturale della persona umana. I resistenti
furono spinti anche dalla conoscenza della persecuzione degli ebrei.
- Infine, Mommsen valuta l'estremo tentativo del 20 luglio (ma gli attentati
a Hitler furono una ventina fra quelli preparati, quelli sfumati all'ultimo,
sventati, falliti) come un atto morale per uscire dalla complicita' del
popolo tedesco col terrore: era necessario tradire anche se il popolo non
avrebbe capito. Questo contava piu' di ogni ambizione personale. Incerta era
la possibilta' di costituire un governo dopo il 20 luglio. Ci sarebbe stata
una guerra civile, una situazione simile alla Resistenza italiana. Cio'
avrebbe dovuto accelerare la fine della guerra durata invece ancora quasi un
anno.
- Ma gli alleati non volevano altro che la resa senza condizioni, percio'
abbandonarono a se stessa l'"altra Germania". Invece era importante spezzare
il mito dell'onnipotenza del sistema, anche per merito soltanto di una
piccola minoranza. Oltre ai congiurati del 20 luglio, si opposero alla
tirannia totalitaria anche molti singoli che disobbedirono a ordini
disumani.
- Dopo il 1945 non ci furono rappresentanti sopravvissuti della Resistenza
nella politica tedesca, ma piuttosto la classe della Repubblica di Weimar.
Cosi' pure nella Ddr (Repubblica Democratica Tedesca): non i comunisti della
resistenza ma quelli provenienti da Weimar. Cosi' la Resistenza tedesca e'
stata rappresentata da una "generazione perduta", che non pote' dare
contributi successivi. Ma la Resistenza e' ancora una sfida per la Germania.
Fin qui, una mia sintesi della relazione di Hans Mommsen.
*
3. Si puo' parlare di "Resistenza civile" in Germania?
Certamente questa realta' ha molti limiti. Ma agisce anche un forte
condizionamento mentale e culturale. Cioe', accade questo: l'immagine ed
esperienza pesante, invasiva, terrificante della violenza tirannica e
omicida, attira a se' (come un corpo celeste di massa maggiore del
satellite) e assimila a se' ogni forza antagonista; e cio' sia
precedentemente, sia durante, sia successivamente al confronto diretto. E'
la mimesi, imitazione speculare della violenza, di cui parla Rene' Girard,
che opera anche nella rappresentazione storica, per cui l'opposizione e
resistenza ad un potere violento non sembra poter essere altro che violenta.
Lo e' ben spesso proprio per la realta' di questo meccanismo di imitazione.
Ma lo e' molto meno di quanto non lo configuri la rappresentazione della
memoria, anche nella memoria critica storiografica, essa pure soggetta a
quella attrazione fatale. Si tratta di accrescere la criticita' e liberta'
dell'indagine, anche per allargare le maglie del possibile presente e
futuro, grazie ad una piu' varia e accurata rappresentazione dei fatti.
Questo vuol fare la ricerca di aspetti e filoni, o anche solo di singoli
conati, liberi o in cerca di liberta' dalla coazione a ripetere la violenza.
Tali esperienze sono presenti anche nella Resistenza tedesca, quella che
piu' direttamente di ogni altra resistenza nazionale, in un terribile corpo
a corpo che penetrava le coscienze dei resistenti, si confronto' con la
violenza nazista.
Cerchiamo di non subire la distorsione della "storia potente e rumorosa" per
poter udire il sottofondo della vita. E' il grande tema di Guerra e pace di
Tolstoj. Napoleone e Platon Karatajev: il grande e' questo secondo, l'ultimo
e' il primo. Cosi', tra Hitler e Franz Jagerstatter, il primo distrugge la
storia umana, il secondo, decapitato per obiezione di coscienza, la
costruisce.
Dei fatti di resistenza civile ci sono. Jacques Semelin in Senz'armi di
fronte a Hitler, sulla scorta di una ricerca in corso nell'universita' di
Harvard, dice in sintesi che i dati mostrano "quanto l'opinione tedesca
fosse in grado di frenare il genocidio, nel caso in cui manifestava la sua
disapprovazione di fronte alla persecuzione degli ebrei" (4). Ci fu questa
disapprovazione? Fu manifestata, e quanto intensamente, dal popolo tedesco?
Anzitutto, chi si oppose alla dittatura nazista, lo fece, secondo Hoffmann,
soprattutto mosso dalla condanna morale della persecuzione degli ebrei (5).
Questo autore afferma "con sicurezza che la maggioranza dei tedeschi era
contraria alla persecuzione violenta e all'eccidio di massa degli ebrei"
(pp. 81-82) anche se nella stessa pagina porta un dato non facilmente
accordabile con questa affermazione. D'altra parte un altro autore, Daniel
Goldhagen, ha scritto che i tedeschi non solo hanno saputo, ma hanno voluto
la Shoah (6).
Lasciando sospeso un giudizio generale, guardiamo quei fatti che dimostrano
disapprovazione e opposizione di cittadini tedeschi non soltanto alla Shoah,
ma alla dittatura, opposizione e lotta senza uso di armi ne' violenza, con
la forza umana e l'unita'. Elenchero', quindi, dei fatti di tal genere,
rintracciabili nei lavori di storici che per lo piu' non hanno
specificamente ricercato la resistenza nonarmata e/o nonviolenta.
*
4. Collotti 1962.
Enzo Collotti  dedica il capitolo nono de La Germania nazista (7) a
"L'oppposizione antinazista". Ne traggo alcuni principali dati.
Nei primi due anni della dittatura si ebbero piccoli scioperi non
esclusivamente sindacali, ma anche politici. Gli episodi piu' rilevanti si
verificarono nelle elezioni dei fiduciari aziendali nel 1934 e 1935: le
masse manifestavano il loro dissenso con larghe astensioni dal voto; in
alcuni casi riuscirono perfino ad imporre esponenti di loro fiducia contro i
candidati ufficiali del partito nazista. Fu un grave scacco per il governo,
che il 31 marzo 1936 prolungo' di un anno la durata in carica degli eletti,
di nuovo il 9 marzo 1937, la terza volta il 1 aprile 1938. "Il governo di
Hitler mai piu' oso' effettuare elezioni direttamente nelle fabbriche"
(Walter Bartel).
Gli emigrati, specialmente in Cecoslovacchia, sostennero i superstiti gruppi
di opposizione con stampa clandestina. Socialdemocratici e comunisti
cercavano motivi di unione, si diffondeva la parola d'ordine "Fronte
Popolare" (Manifesto di Praga, gennaio 1934). Il 2 febbraio 1936 una grande
manifestazione unitaria a Parigi esprime solidarieta' con le vittime del
nazismo, chiede liberta' per i leaders in prigione, anche per lo scrittore
pacifista Carl von Ossietzky, premio Nobel per la pace 1936, torturato gia'
nel 1933.
Ma la stampa clandestina e' irregolare ed episodica. Lo spirito pubblico non
reagisce. La demagogia e l'orgoglio nazionalistico di Hitler ottengono
consensi. Questo pesante condizionamento spiega perche' l'opposizione non
ando' mai oltre un blando astensionismo dal coro, ad eccezione di un numero
esiguo di episodi concreti e precisi.
Collotti dissente da Gerhard Ritter, il quale attribuisce alle chiese
qualcosa che assomiglia a "un reale movimento popolare contro il nazismo",
l'unica resistenza che consegui' un "successo pratico". Tuttavia Collotti
ammette che le chiese compirono "gesti di dignita'", difesero la loro
autonomia, assunsero posizioni coraggiose anche al di la' dei loro
interessi, e che - e furono i casi piu' rilevanti - singoli esponenti delle
chiese parteciparono a piu' vasti gruppi e progetti di opposizione.
Le pubbliche proteste del cardinale Von Galen nel 1941 furono tra i pochi
aperti moniti levati in Germania, sotto il nazismo, contro le atrocita' e le
violazioni dei diritti umani. Ma l'opposizione delle chiese non fu
sistematica ne' con fini politici, ma in generale diretta a salvaguardare la
posizione e l'autonomia delle chiese stesse. Le quali non si posero il
problema del rapporto storico e politico tra il nazismo e la societa'
tedesca, ma del rapporto tra le chiese e il regime nazista. "La resistenza
fu opera di singoli coraggiosi, non della chiesa come tale" (p. 287).
La chiesa evangelica tedesca subi' una lacerazione che arrivo' alla
scissione. I tentativi dei "cristiani tedeschi" di conciliare la teologia
protestante e l'ideologia nazista rivelano lo sbandamento profondo della
cultura tedesca e la degenerazione dei valori che si accompagno'
all'affermazione del nazismo.
Proprio sul problema dell'antisemitismo si ebbero le prime reazioni della
parte sana del protestantesimo. L'affermazione dei "cristiani tedeschi"
nelle elezioni interne alla chiesa evangelica  (luglio 1933) con l'appoggio
nazista, provoca la frattura: nasce la Chiesa Confessante, che il Sinodo di
Barmen (maggio 1934) proclama unica legittima chiesa evangelica tedesca. Ci
sono in essa nobili figure di antinazisti, ma solo dei singoli fecero
resistenza politica.
Nuclei popolari di oppositori pubblicano "Die Innere Front", quindicinale e
anche settimanale, in piu' lingue per i lavoratori stranieri in Germania. E'
un fronte popolare antifascista che fa solidarieta' con i perseguitati
politici e razziali e coi movimenti di resistenza dei territori occupati, e
tiene anche i contatti con l'Urss. Nel dicembre 1942 sessanta esponenti di
questi nuclei sono condannati a morte. Altri nuclei minori vicini ai
comunisti fanno propaganda e anche azione terroristica. Diverse centinaia di
loro componenti sono impiccati o fucilati.
Collotti registra una svolta dopo Stalingrado e parla a questo punto del
noto gruppo della Rosa Bianca. Ma anche lui fa l'errore di Hoffmann (8). La
Rosa Bianca si mosse coi primi volantini nel giugno 1942, ben prima della
battaglia di Stalingrado, che dura dal 19 novembre 1942 al 2 febbraio 1943.
Quattro dei suoi sei (oppure sette) volantini precedono la battaglia e
cinque su sei (o sette) precedono la disfatta tedesca di Stalingrado. Quando
la Rosa Bianca comincia la sua azione, Hitler e' nel pieno dei suoi
successi, contrariamente all'osservazione di Collotti e di Hoffmann.
Quando viene a parlare del complotto militare, Collotti osserva che ne' Beck
ne' Goerdeler furono veri capi politici. L'obiettivo di evitare alla
Germania la sconfitta sopravanzo' sempre le esigenze della lotta senza
compromessi al nazismo. Limiti e contraddizioni del complotto furono il
nazionalismo (difesa dell'Anschluss), la ricerca di pace separata e
continuazione della guerra all'Urss, la sfiducia nella democrazia. La
maggiore contraddizione stava nel fatto che l'esercito era una componente
del regime.
*
5. Vaccarino 1981 (9)
Da un gornale di sinistra del 2 agosto 1933 si apprende che venticinquemila
operai scioperano a Kiel per ottenere l'espulsione di 10 operai nazisti.
Sono registrati altri esempi significativi delle agitazioni che
interessavano la classe operaia senza distinzioni di partito. Dal 1933 al
1937 si verificano scioperi simultanei e contagiosi, piu' o meno estesi in
tutte le regioni industriali, o anche semplicemente una diffusa resistenza
passiva nelle aziende.
Nel 1933 si istituiscono i campi di prigionia per operai, prima che per
intellettuali e altri oppositori (politici, uomini di chiesa). Nel 1933 il
4% (20.565 persone) di tutti i sottoposti a giudizio, lo e' per fatti
politici. In sei anni, dal 1933 al 1939, sono condannate 225.000 persone per
reati politici. Fra il 1933 e il 1945, tre milioni di tedeschi (10) sono
internati in lager per ragioni politiche, da poche settimane a tutti i
dodici anni di durata della dittatura. Negli stessi anni 32.600 persone sono
giustiziate con sentenza, ma centinaia di migliaia con esecuzioni
extra-giudiziali (11).
Il lavoro di Vaccarino e' molto dettagliato riguardo alle chiese e porta una
impressionante quantita' di appoggi ecclesiastici cattolici al nazismo. "La
chiesa non seppe o non volle valutare la sua forza reale, o fu incline a
sottovalutare il potere nazista" sui fedeli, scrive Vaccarino dopo avere
riportato l'effetto della denuncia di Von Galen che fermo' il programma di
eutanasia. Aggiunge pero' che forse anche un piu' fermo intervento avrebbe
trovato i fedeli gia' troppo traviati dalla propaganda nazista. Non
mancarono cattolici che protestarono con coraggio fino a pagare con la vita,
come i pochissimi obiettori di coscienza: "Dei sette cattolici (sei
austriaci) che in tutto il Reich rifiutarono di lasciarsi arruolare
nell'esercito di Hitler, sei furono condannati a morte e uccisi e uno
dichiarato infermo di mente".
Quanto ai protestanti tedeschi, Vaccarino nota anzitutto l'impressionante
cedimento protestante (luterano) a nazismo e razzismo. Per i Cristiani
Tedeschi non c'era piu' un Dio umile e sofferente, ma un Cristo forte e
glorioso, come gli dei nordici. Pesava su questo atteggiamento la tradizione
luerana dell'obbedienza al principe, ridimensionata soltanto dalla Chiesa
Confessante. Vaccarino pero' si chiede se fu resistenza quella di questa
chiesa, e osserva che ci fu generosita' e slancio morale non solo teologico,
pero' neppure la Chiesa Confessante accetto' tutte le implicazioni politiche
della lotta a fondo. Ma, in alcune notevoli pagine (12), Vaccarino afferma
che resistenti non furono solo i partigiani armati e dimostra la radicale
opposizione e resistenza morale dei Kreisauer (membri del Circolo di
Kreisau) e della Rosa Bianca. Neppure la Chiesa Confessante oso' (ne' lo
credette suo compito), condannare il regime nazista. Cosi' la coscienza dei
fedeli non rimase turbata nei suoi doveri verso lo stato. Cosi' come Pio XII
non turbo' la coscienza dei cattolici tedeschi. Per questo la dichiarazione
di Stoccarda del 19 ottobre 1945 confessa una "solidarieta' di colpa" della
chiesa evangelica col popolo tedesco. Nessun prelato cattolico riconobbe con
tale franchezza la responsabilita' della sua chiesa.
*
6. Semelin 1993
Quest'opera di Semelin (13), a differenza di quelle citate finora, e' una
ricerca specificamente diretta a cogliere le forme di resistenza civile al
nazismo. "Per quanto riguarda la Germania, e' poco conosciuto il fatto che
le chiese siano riuscite a fare indietreggiare Hitler su uno degli intenti
piu' deliranti della sua azione: lo sterminio dei malati di mente". Tuttavia
Semelin non esalta la resistenza morale attuata dalle chiese - cioe', non
tenta di provare troppo la propria tesi -, anzi denuncia (riferendo un
giudizio di Scholder) che quel potenziale non fu "attivato in maniera
significativa dalle alte gerarchie delle due chiese" e avverte di "non
sopravvalutare la lotta delle chiese" (cfr. Collotti e Vaccarino nello
stesso senso). Pero' gli archivi della Gestapo mostrano che Hitler temeva
piu' le chiese che il Partito Comunista perche' potevano mobilitare le
masse.
Semelin riferisce di una ricerca in corso nel 1989 di Nathan Stolzfus a
Harvard secondo cui l'opinione pubblica tedesca poteva frenare il genocidio
quando manifestava la sua disapprovazione. Emblematico e' cio' che avvenne
dal 27 febbraio al 5 marzo 1943: 600 persone, specialmente mogli tedesche di
uomini ebrei, protestano apertamente per strada contro l'arresto di questi.
Goebbels nel suo diario e la legazione degli Stati Uniti a Berna registrano
che "l'azione della Gestapo ha dovuto essere interrotta in seguito alle
proteste suscitate".
La societa' tedesca tollero' la persecuzione degli ebrei, non l'eutanasia
dei malati di mente. Questa seconda opposizione fu efficace perche' ci fu un
movimento di opinione che invece non sorse contro la persecuzione degli
ebrei. Il primo settembre 1939 (giorno di inizio della guerra), comincio'
l'operazione T4 per l'uccisione degli incurabili. Subito ci fu resistenza da
parte di alcuni istituti psichiatrici e di alcuni medici. Reagirono le
famiglie che pero' fecero molto fatica a trovare portavoci istituzionali. Si
ebbero agitazioni di magistrati che dichiararono la completa illegalita'
dell'operazione, ma poi, convocati in conferenza, non fecero alcuna
rilevante opposizione. Si opposero anche i militari. E' evidente che in
guerra si puo' diventare invalidi incurabili, mentre non si puo' diventare
ebrei... La base delle chiese protesto' prima delle autorita' religiose.
Finalmente quando vescovi protestanti e cattolici decisero di intervenire
pubblicamente dando voce a quelle reazioni, il governo dovette interrompere
il programma.
Il vescovo di Munster, Von Galen, il 3 agosto 1941, arriva a chiamare i
cristiani alla resistenza, alla non-collaborazione, visto che usa
l'espressione "sottrarci alla loro influenza". Poteva nascere un movimento
di disobbedienza civile. Altri vescovi si associano. Si associa l'aviatore
Werner Molders, eroe decorato della Croce di Ferro.
Sorgono divisioni sul da farsi all'interno del governo. Il 24 agosto la
Cancelleria lascia intendere che, per decisione del Fuehrer, l'operazione T4
e' interrotta. Hitler senti' questo come una sconfitta personale e intendeva
saldare i conti con le chiese dopo la guerra, perche' ora gli erano utili.
Fu il suo primo smacco importante.
L'operazione T4 fece da 70.000 a 100.000 vittime, tra il settembre 1939 e
l'agosto 1941. Semelin segnala i limiti di questa azione di resistenza, la
cui importanza tuttavia consiste nell'esserci stata e nell'aver dimostrato
la sua potenzialita' inespressa. C'e' un giudizio severo di Adenauer in
questo senso. Interrotta la T4, il primo settembre 1941 gli ebrei vennero
obbligati a portare la stella gialla.
*
7. Ghezzi 1994 (14)
La Rosa Bianca, un'azione di grande significato, e' uno dei pochi fatti piu'
noti della Resistenza tedesca, sebbene mal conosciuto anche da buoni autori
(come abbiamo visto). Fu un vero attentato alla dittatura di Hitler, non col
tentare di ucciderlo, ma cercando di levargli il rispetto e l'obbedienza del
popolo. Ghezzi ci fa conoscere, attorno ai fatti piu' noti, altre azioni di
resistenza civile. Il 13 gennaio 1943, gli studenti universitari di Monaco
fecero una clamorosa contestazione pubblica contro il Gauleiter Giesler, che
aveva offeso pesantemente le studentesse invitandole a farsi femmine da
riproduzione della pura razza ariana, invece di studiare. In dieci anni di
regime non si era mai vista una  simile contestazione, arrivata a
fronteggiare fisicamente le SS e a picchiare (certo non era perfettamene
nonviolenta...) il capo degli studenti hitleriani. Alla fine del mese il
Gauleiter Giesler dovette scusarsi pubblicamente con gli studenti. Da questo
episodio, i fratelli Scholl trassero la convinzione purtroppo errata
(Ghezzi, p. 184), che il tempo era maturo per una ribellione delle coscienze
(pp. 19-20).
Quando Hitler inauguro' il primo tratto di autostrada Francoforte-Darmstadt,
la notte precedente, in molti punti dell'asfalto nuovo comparvero le scritte
"Fame!", "Abbasso Hitler", e furono messi fuori uso altoparlanti e telefoni.
La polizia non scopri' mai gli autori. Questa azione corrispondeva al metodo
teorizzato in un volantino di quel periodo dal socialista Ernst Fraenkel: il
lavoro illegale deve essere visibile sia per la popolazione sia per la
Gestapo, perche' uno dei suoi effetti essenziali sta nel dare insicurezza
proprio ai detentori del potere. L'attivita' illegale sia visibile,
l'attivista illegale invisibile. Solo cosi' l'azione ha un significato
politico (pp. 246-247).
Con l'azione individuale, l'operaio berlinese Quangel e sua moglie,
riconoscendo lucidamente la brutalita' e la menzogna del regime, la
denunciano per due anni scrivendo cartoline che depongono davanti alle porte
delle case. Sono "appelli alla resistenza contro la perversione dello
spirito". Arrestato, Quangel incalza e rende sempre piu' insicuri gli
inquisitori che lo interrogano, prima di essere giustiziato. E' una tipica
azione di resistenza morale, fondamento e movente di ogni resistenza analoga
a quella della Rosa Bianca. Quangel fu ricordato dal presidente della
Repubblica Federale Tedesca Richard von Weizsaecker, il 15 febbraio 1993,
insieme ai giovani della Rosa Bianca (p. 296).
Hans e Sophie Scholl e Christoph Probst sono ghigliottinati di nascosto in
carcere il giorno stesso della sentenza, invece che nella Marienplatz di
Monaco, come voleva Giesler, perche' il governo di Berlino temeva
manifestazioni di solidarieta' (p. 183). Invece, non ci fu nessun
sollevamento di studenti, nessuna protesta per la loro uccisione. Soltanto,
il giorno della sepoltura, 24 febbraio 1943, qualcuno aveva scritto sul muro
dell'universita' "Lo spirito vive" (pag. 188). Debole e forte simbolo di
vita sotto la pressione della morte: un resistere, esistere, stare fermi,
stare e ri-stare, reggere sotto la violenza, alla quale cosi' si vieta di
vincere davvero. Sebbene piccolo come un granello di senape, questo
resistere personale e in qualche modo comunicato e' il seme di ogni
resistenza: "Resistere e' l'atto principale della fortezza. Resistere e'
piu' difficile (richiede piu' forza) che aggredire" (15).
La notte prima del processo, Sophie fa un sogno che racconta alla compagna
di cella Else Gebel: "Era un giorno di sole e portavo un bambino al
battesimo, avvolto in una lunga veste bianca. La strada per la chiesa
diventava un ripido sentiero di montagna. Ma io camminavo sicura tenendo
forte il bambino. Improvvisamente mi si apri' davanti un crepaccio. Ma ebbi
il tempo di posare il bambino in un posto sicuro prima di sprofondare
nell'abisso". Sophie aveva spiegato a Else il sogno: "Il bambino e' la
nostra idea, che si affermera' nonostante tutti gli ostacoli. Per questa
idea abbiamo dovuto preparare la strada, ma anche morire" (pp. 186-187).
Morire con questa visione e' un fortissimo atto di resistenza, piu' forte di
ogni arma che si oppone alla morte con altra morte, ed e' una resistenza
tutta consegnata a chi vive dopo grazie a questi morti, alla loro luce, alla
loro superiorita' sulla violenza.
*
8. Resistenti e ribelli nell'esercito tedesco
In questa sede (16) richiamo solamente alcuni dati: 35.000 furono i
disertori nell'esercito nazista. Di questi, 15.000 vennero arrestati e
giustiziati. Su dodici milioni di soldati, sono pochi? Una quantita' molto
maggiore avrebbe avuto effetti decisivi, ma il significato di questi
coraggiosi ribelli trascende il loro numero. Sembra di poter dire che, nelle
stragi naziste di S. Anna di Stazzema (Lucca) e di Marzabotto (Bologna),
alcuni militari tedeschi, anche delle SS, si adoperarono per salvare alcuni
civili, altri esitarono ad obbedire all'ordine di ucciderli, altri si
rifiutarono di obbedire e pagarono con la vita questo loro riscatto morale.
Degli obiettori di coscienza e renitenti alla leva si conoscono alcuni nomi,
sufficienti a pensare che il fenomeno occultato sia stato almeno un poco
maggiore. Anche qui, il numero e' piccolo, grande il segno. Piu' numerosi i
semi-obbedienti: coloro che obbedivano a rilento, capivano male gli ordini,
li dimenticavano, trovavano un modo astuto di sottrarvisi, e non sempre
senza rischio personale. Chi ricorda l'occupazione nazista in Italia puo'
testimoniare alcuni di questi casi. Non erano resistenti aperti, ma certo
non collaboravano appieno e cercavano di frenare la macchina che li
coinvolgeva.
*
9. Il boicottaggio della Shoah con l'azione umanitaria in favore degli ebrei
In altra sede (17) ho raccolto un certo numero di nomi e storie di "altri
Schindler", con riferimento al personaggio reso famoso dal film di Steven
Spielberg. Quanto al numero di ebrei salvati, alcuni di loro ne sottrassero
allo sterminio molti piu' di Schindler, fino a molte migliaia, fino ai
100.000 di Raoul  Wallenberg, diplomatico svedese. Ma, per limitarci qui ai
cittadini tedeschi, richiamo soltanto il fatto che, secondo i calcoli del
Centro per le ricerche sull'antisemitismo dell'Universita' tecnica di
Berlino, quando nel maggio 1943 la citta' fu dichiarata "libera dagli
ebrei", vivevano in Berlino almeno 1.400 ebrei nascosti e protetti da
cittadini tedeschi. Dato che l'esistenza di ogni clandestino era nota a
circa 4-5 persone, si ricava che, solo a Berlino, almeno 6-7.000 tedeschi
sfidavano la morte per proteggere ebrei. In tutta la Germania gli ebrei
nascosti erano circa 4.000. Contando anche i casi in cui l'aiuto falli', il
Centro suddetto calcola che 50-80.000 tedeschi aiutarono coraggiosamente gli
ebrei.
*
10. Obiezione degli scienziati atomici tedeschi?
Questa non appare come una chiara e dichiarata obiezione di coscenza.
Per Leandro Castellani (18) resta incerto quanto peso' il non potere (per
"mancanza di mezzi", dovuta anche a sabotaggi e bombardamenti inglesi e
statunitensi sulle riserve di uranio e di acqua pesante) e quanto il non
volere degli scienziati tedeschi. Karl Friederich von Weizsaecker dichiara
all'autore nel 1967: "Non sarei mai andato da Hitler a dirgli: 'Ecco.
Abbiamo trovato l'arma definitiva'. Avevo delle buone, buonissime ragioni
per non farlo. Primo non lo volevo fare; e poi comunque non sarebbe stato
possibile farlo". Resta pero' il fatto che gli scienziati tedeschi
ingannarono il governo nazista facendogli credere fino all'ultimo di poter
lavorare alla costruzione dell'atomica.
Secondo Thomas Powers (19), essi non misero "un serio impegno", "non si
apprestarono mai attivamente alla costruzione della bomba". Egli sottolinea
di piu' la non volonta' di Heisenberg e degli altri scienziati di mettere in
mano a Hitler l'atomica. Gli scienziati tedeschi "smorzarono" l'interesse.
Powers dubita che Heisenberg fosse sincero e leale nel dire che il progetto
era "troppo impegnativo". Egli "si preoccupava soltanto del problema posto
dalla bomba e non del problema di come costruirla". Non si limito' ad
astenersi ma fu lui stesso a far abbandonare il progetto. Houtermans,
nell'aprile 1941, fa arrivare agli americani informazioni sul progetto
tedesco della bomba e dice che Heisenberg cerca di procrastinare il piu'
possibile i risultati. Nel 1941 Heisenberg in Danimarca informa Niels Bohr e
gli propone un accordo tra i fisici di tutto il mondo per far fallire
ovunque il progetto atomico dicendo sia ai tedeschi sia agli alleati che la
costruzione della bomba e' troppo impegnativa e incerta. La verita' e' che
le iniziative tedesche "furono stroncate dal pessimismo tecnico dei piu'
eminenti scienziati tedeschi che non volevano costruire la bomba per
Hitler". Powers riferisce questa dichiarazione di  Heisenberg: "Era orribile
l'idea di mettere in mano a Hitler la bomba atomica". Ma Heisenberg rimase
poi reticente, non rivendico' alcun merito perche' - suppone Powers - amava
la Germania, rimase in "esilio interiore" e non volle figurare come
sabotatore, non si assunse la responsabilita' di essere anche un esempio
oltre il risultato contingente.
Mi pare di capire che la coscienza di questi scienziati cerco' degli
spiragli per non collaborare al male, pur senza affrontarlo di petto e
apertamente. Anche questa tuttavia fu una resistenza civile, non armata,
alla violenza nazista. Infatti Semelin individua, tra le forme di questa
resistenza, il lavoro a rilento (20). Tale fu il lavoro di questi
scienziati, anzi una non-collaborazione e un boicottaggio mascherati da
collaborazione faticosa, difficile, lunga. Essi tennero occupato il posto di
collaboratore senza dare collaborazione.
*
11. L'arte come resistenza
Senza sviluppare questo tema affascinante ne' raccogliere altra
documentazione, vorrei ricordare un solo nome di donna tedesca: Kaethe
Kollwitz (1867-1945), di cui abbiamo visto alcuni disegni e sculture nella
mostra "L'arte per la liberta'", a Genova nel gennaio 1996: scene tese,
scabre, dolenti, soprattutto di donne; scene che sono un vivente grido
contro guerra e violenza; sono quel rifiuto, quel no profondo e solenne
all'offesa, che e' fondamento e completamento di ogni resistenza, tanto piu'
quanto piu' questa e' radicalmente alternativa alla violenza anche nei
mezzi. Kaethe Kollwitz mori' all'inizio del 1945, non vide la fine della
querra. Ma le sue opere anche oggi gridano "fine" ad ogni guerra contro
l'umanita', la dignita', la giustizia. Quel piccolo gruppo in legno scuro di
donne appoggiate le une alle altre, che salutano dolorosamente i loro uomini
in partenza per la guerra, emana un lutto cosi' straziante che non si ha un
cuore umano se non ci lascia determinare ad opporre il no di tutta la
propria persona, di tutte le proprie energie, al male che in Germania in
quegli anni si chiamava nazismo, e che sotto molti nomi e aspetti sempre si
ripresenta a minacciare moralmente prima che fisicamente la vita umana in
noi tutti.
*
12. Per un giudizio generale: la Resistenza tedesca come resistenza di
coscienze
Friedrich Muckermann, gesuita, autore de La via tedesca, pubblico' in Olanda
dal 1933 al 1939 una rivista con lo stesso titolo, "Der Deutsche Weg",
diretta ai tedeschi, per contestare al nazismo il monopolio del
patriottismo, al quale egli rivendicava (con un tentativo oggi discutibile
piu' di allora) il fondamento cristiano. In conclusione del libro, nel 1945,
Muckermann scrive: "Ci fu in Germania un movimento di resistenza che ebbe
uno sviluppo sino ad oggi sconosciuto nell'opinione pubblica mondiale.
Questo movimento di resistenza ha condotto la sua battaglia nel campo
essenziale e piu' importante: nel campo della liberta' di coscienza, che e'
il fondamento e la premessa di ogni liberta' umana" (21).
In effetti, la Resistenza tedesca fu una lotta nelle coscienze e delle
coscienze. Lotta nelle coscienze per i militari, che passarono all'azione
contro Hitler e dovettero superare il giuramento di fedelta' personale, che
non era solo un alibi, ma un vero problema di coscienza, anche riguardo
all'uccidere (come sentirono in particolare Goerdeler e Moltke), cioe'
all'usare un metodo nazista per abbattere il nazismo (22). Lotta nelle
coscienze per i cristiani ispirati alla tradizione luterana dell'obbedienza
"teologica" al principe, superata con forza e sforzo interiore dalla Chiesa
Confessante con la Confessione di Barmen (23). Lotta delle coscienze,
perche' quel milione (o tre milioni, secondo Vaccarino) di tedeschi chiusi
in lager come oppositori politici, opposero a Hitler invece delle armi, e
ben piu' che le armi, il rifiuto delle loro coscienze ad obbedire al comando
malvagio. Questo rifiuto e', come ha detto Muckermann, fondamento della
liberta'. La quale ha, nelle armi, al massimo uno strumento molto ambiguo e
insicuro, e invece nella responsabilita' delle coscienze, la sua sostanza.
Colgono meno questo carattere della Resistenza tedesca giudizi come quelli
di Collotti citati sopra al paragrafo 4, o questo di Salvadori: "Un
movimento di resistenza vero e proprio non pote' svilupparsi". "Nessuna
forma di opposizione, ne' direttamente politica come quella comunista e
socialdemocratica, ne' militare, ne' religiosa, riusci' a rappresentare
altro che la protesta di una piccola minoranza del popolo tedesco (...). La
macchina del totalitarismo nazista fu spezzata, essa che aveva quasi tutto
travolto all'interno del paese, soltanto nel corso di una guerra perduta"
(24).
Un tale giudizio, molto diffuso, che riconosce alla guerra antinazista tutto
il merito e il valore di opposizione efficace al nazismo, richiede alcune
semplici considerazioni:
1) la previsione e avvertimento di Gandhi, che non si sarebbe potuto vincere
il nazismo con la guerra, cioe' con metodi simili ai suoi, perche' la guerra
puo' essere vinta solo facendosi piu' spietati e piu' crudeli del nemico
(25), si e' verificata nel fatto che i vincitori di Hitler ne hanno
ereditato lo sterminismo nella misura amplificata del dominio atomico
sull'umanita'. La guerra ha distrutto l'impero di Hitler, ma non il suo
spirito. Certamente si deve riconoscere che la cultura politica e
l'evoluzione morale umana non erano in grado allora (come ancora oggi, ma in
presenza di una consapevolezza assai cresciuta) di opporre alla guerra di
Hitler se non altra guerra, ma si deve ugualmente riconoscere che
l'opposizione morale e spirituale dei resistenti senza violenza batteva vie
piu' antiche e piu' nuove, piu' profondamente contrarie e alternative  al
nazismo.
2) Quel giudizio di Salvadori appare meno illuminato e chiaroveggente di
quelli che riconoscono e valorizzano piu' della guerra, in un bilancio umano
profondo e di lunga prospettiva, il moto di coscienze, pur minoritario e
nell'immediato sconfitto e fisicamente soppresso, che fu la Resistenza
tedesca.
3) Quel giudizio pero' pone giustamente il problema dell'efficacia
irrinunciabile: l'opposizione ad un potere iniquo deve proporsi di
sostituirlo, non soltanto di giudicarlo, ne' soltanto di negargli la
collaborazione e l'obbedienza personali senza che questi rifiuti lo svuotino
e lo facciano cadere. Oltre la testimonianza si deve cercare il risultato
storico. Certamente. Ma l'efficacia delle lotte nonviolente (26) - come
quella di ogni tipo di lotta e di impresa importante - non e' soltanto
quella immediata (che pure in alcuni casi storici si e' avuta: per esempio
nell'opposizione degli insegnanti norvegesi alla nazificazione della scuola
(27)), ma e' anche quella profonda, che agisce a lungo nel tempo successivo
col porre le premesse di esperienza, le premesse teoriche, soprattutto le
premesse morali per la lotta alla violenza senza ripetere la violenza. Lo
vediamo dal fatto che, se il nazismo avesse avuto di fronte soltanto una
opposizione violenta (fallita e soppressa in Germania e in cio' esauritasi,
a differenza della opposizione morale), il giudizio su di esso sarebbe piu'
appannato risolvendosi quasi in un confronto di forze brute. E tale e'
infatti quel giudizio per chi vede la storia come uno scontro di forze
materiali, di violenze che si giustificano a vicenda, e non dei valori umani
contro le negazioni dell'umanita'. La disumanita' della violenza risalta
invece quando la fronteggia l'umanita' piu' pura, piu' tesa a liberarsi da
ogni offesa e danno ad esseri umani, fossero pure colpevoli. Questa
efficacia morale, di esempio, incoraggiamento, stimolo, direi che e'
assicurata sempre all'azione nonarmata mossa da volonta' di nonviolenza,
dalla ricerca di liberarsi anche dalla propria violenza. La morte dei
fratelli Scholl e dei loro compagni, per esempio, e' un fallimento
nell'immediato, ma e' una forza operante ed efficace nel trasmettere ad ogni
tempo e luogo umano la forza del rifiuto della tirannia disumana. Questa
forza e' l'anima e la ragione di ogni ricerca doverosa di effettiva e rapida
demolizione politica di un potere ingiusto. Senza quella forza, la piu'
potente forza materiale non cambia veramente le cose in meglio: puo'
cambiare gli occupanti del potere senza affatto renderlo piu' giusto, meno
violento. Abbondano le prove storiche. La disposizione al sacrificio della
propria vita (anche chi usa le armi puo' essere ucciso, e gli occorre questa
disposizione) non e' rinuncia all'efficacia attuale, ma affermazione
dell'efficacia certa dei fini piu' umani. Non e' da calcare la distinzione
weberiana tra etica dei fini, delle intenzioni da un lato, e ricerca
responsabile del risultato dall'altro lato: nel concreto, escluse le
posizioni estreme, chi agisce con un senso morale umano persegue entrambe le
cose. L'importante e' che, se viene a mancare il risultato, non manchi la
chiarezza del fine e la forza dell'intenzione. Il fine e l'intenzione
potranno trovare in altra circostanza, per mano di altri, la loro
realizzazione, mentre non e' vero il contrario: un risultato  concreto e
vantaggioso ottenuto in contraddizione con quelli che erano i fini e le
intenzioni pure originarie dell'agente, non e' un risultato positivo,
perche' ha un valore statico ed ambiguo, non dinamico. Altra cosa e' il
risultato parziale, sulla linea dei fini maggiori, cioe' quello che Gandhi
chiamava il "nobile compromesso". L'importante e' che tanto il risultato,
piccolo o grande, quanto il sacrificio, indichino chiaramente il fine
maggiore. In tal caso, una efficacia c'e'.
Dunque, la Resistenza tedesca e' stata, come scrive Hans Mommsen, "un atto
di autodifesa morale" (28), una resistenza dello spirito.
Quando leggiamo l'ultima lettera di Helmuth James von Moltke alla moglie,
dell'11 gennaio 1945, dodici giorni prima di essere impiccato, in cui
racconta il suo processo e la condanna a morte, ci pare di leggere gli
antichi Atti dei martiri. Il presidente del "Tribunale del popolo", Roland
Freisler (lo stesso feroce giudice che aveva condannato il gruppo della Rosa
Bianca), gli chiede retoricamente: "Da chi prende ordini lei? Dall'aldila' o
da Adolf Hitler? (...) A chi va la sua fedelta' e la sua fede?" (29). Il
delitto di Moltke e' il non essere tutto di Hitler. Egli scrive alla moglie
che e' felice di essere condannato "non come protestante, non come
latifondista, non come nobile, non come prussiano, non come tedesco (...)
bensi' come cristiano e assolutamente nient'altro". Davanti al potere
assolutamente prevaricante, che pretende adorazione divina, si alza la
resistenza della coscienza. Colpiscono, in questa nostra ricerca, le parole
di Freisler quando accusa Moltke, protestante, per i contatti col gesuita
Alfred Delp (30): "Un padre gesuita, e proprio con lui lei va a discutere i
problemi della resistenza civile!" (31).
Un documento, forse il piu' grande per profondita', di questa resistenza
dello spirito, sono le pagine di Dietrich Bonhoeffer, pubblicate in apertura
delle sue lettere dal carcere e scritte nel 1943 (32).
*
13. Dedica al Resistente Ignoto
Dedichiamo questo sguardo, molto incompleto e correggibile, sulla Resistenza
civile al nazismo da parte di cittadini tedeschi, al piu' sconosciuto e
disconosciuto, al piu' offeso e calpestato - perche' diversi di loro furono
offesi e sono disconosciuti (33) anche nella democrazia, dopo la caduta del
nazismo - tra quanti tedeschi opposero alla violenza nazista l'insorgere
della loro coscienza. Infatti, l'oscurita' di questo "Resistente Ignoto" e'
piu' luminosa dei lampi mortali del nazismo, e il suo rifiuto ha costruito
la Germania umana tra i popoli umani, per molto piu' che mille anni, non
soltanto meglio e piu' veramente di ogni superbia e violenza che essa abbia
prodotto, ma anche meglio e piu' solidamente di ogni ricchezza ed influenza
che essa oggi produce.
Se la Resistenza tedesca e' stata soltanto un moto di coscienze e' stata
molto, non poco. E non e' un caso, probabilmente, che, negli anni '80, gli
anni del montare dello sterminismo atomico, il movimento per la pace abbia
avuto in Germania forse il suo luogo piu' vivo. Forse non e' un caso che le
manifestazioni popolari tedesche per la pace, cioe' per la "incapacita'
strutturale di aggressione" (34), siano state, tramite la televisione,
modello e proposta delle tecniche di rivoluzione nonviolenta che,
nell'Europa dell'est, hanno delegittimato e fatto cadere senza violenza i
regimi autoritari (35).
*
Appendice. Riferimenti attuali (2000) in Germania sulla Resistenza
antinazista
1 - DRAFD, Deutsche in der Resistance, in den Streitkraeften der
Antihitlerkoalition und der Bewegung Freies Detschland (Tedeschi nella
Resistenza, nelle forze armate della coalizione antihitleriana, nel
movimento Libera Germania). Telefono sede centrale di Berlino:
0049/30/509.88.52. Contatto diretto con un partigiano del DRAFD: Peter
Gingold, Reichsforststrasse 3, D-60528 Frankfurt, tel 0049/69/672.631.
2 - Bundesvereinigung Opfer der NS Militaerjustiz (Associazione vittime dei
tribunali militari nazisti), Freidrich Humbert Strasse 116, D-28758 Bremen,
tel 0049/421/622.073, fax 621.422. Contatto diretto con il presidente Ludwig
Baumann, Aumunder Flur 3, D-28757 Bremen, tel 0049/421/66.57.24.
3 - Antikriegsmuseum, Friedensbibliotek, Bartolomaeuskirche, Friedensstrasse
1, D-10249 Berlin, tel 0049/30/508.12.07.
4 - Mahn- und Gedenkstaette fuer die Opfer der Nationalsozialistischen
Gewaltherrschaft (Ammonimento e memoria per le vittime del dominio nazista),
Muehlenstrasse 29, D-40591 Duesseldorf.
*
Note
1. L. Caracciolo, Gli uomini del 20 luglio, in "L'Indice", n. 7, 1988, p.
23, citato da Jens Petersen, "La resistenza tedesca vista dall'Italia: il
giudizio dei contemporanei e degli storici", in La Resistenza tedesca
1933-1945, a cura di Claudio Natoli, Franco Angeli, Milano 1989, p. 263.
2. Peter Hoffmann, Tedeschi contro il nazismo. La Resistenza in Germania, Il
Mulino, Bologna 1994 (1988), pp. 7-8.
3. Massimo L. Salvadori, Storia dell'eta' contemporanea, Loescher, Torino
1976, pp. 745-746, 911.
4. Jacques Semelin, Senz'armi di fronte a Hitler, La Resistenza civile in
Europa, 1939-1943, Ed. Sonda, Torino 1993 (1989), p. 171.
5. Peter Hoffmann, op. cit., pp. 72 e 174-178.
6. Daniel Goldhagen, I volenterosi carnefici di Hitler, Mondadori, Milano
1997.
7. Enzo Collotti, La Germania nazista. Dalla Repubblica di Weimar al crollo
del Reich hitleriano, Einaudi, Torino 1962, pp. 273-305.  Dello stesso
autore utilizzo in parte anche l'articolo Per una storia dell'opposizione
antinazista in Germania, in "Rivista storica del socialismo", gennaio-aprile
1961, pp. 105-137, che contiene piu' ampie referenze bibliografiche.
8. Cfr Peter Hoffmann, op. cit., p. 147.
9. Giorgio Vaccarino, Storia della Resistenza in Europa. 1938-1945,
Feltrinelli, Milano 1981, parte prima, pp. 17-152.
10. Solo Vaccarino, a quanto mi risulta, da' questa cifra, che invece e' di
un milione per Salvadori (nell'edizione scolastica 1978, p. 365, non
nell'opera maggiore, in cui parla solo di "decine di migliaia di quadri",
op. cit., p. 743) e per Claudio Natoli (Introduzione a La Resistenza
tedesca, 1933-1945, cit., p. 21).
11. Cfr Peter Hoffmann, op. cit., pp. 173-174.
12. Cfr Giorgio Vaccarino, op. cit., pp. 106 e 108.
13. Jacques Semelin, op. cit., pp. 120-129, 171-172.
14. Paolo Ghezzi, La Rosa Bianca, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1994.
15. "Principalis actus fortitudinis est sustinere". "Sustinere est
difficilius quam aggredi", Tommaso d'Aquino, Summa Theologica, IIa-IIae, q.
123, art. 6.
16. Ho sviluppato questa ricerca in un capitolo dal titolo provvisorio
Quelli dell'ultima ora, per un lavoro collettivo ancora inedito sulle forme
di resistenza nonviolenta al nazifascismo.
17. Per il medesimo lavoro ora citato, ho raccolto questi casi nel capitolo
provvisoriamente intitolato Molti Schindler: dunque si poteva resistere al
nazismo.
18. Leandro Castellani, La grande paura, Storia dell'escalation nucleare,
Prefazione di Carlo Bernardini, Eri, Torino 1984, pp. 96-106.
19. Thomas Powers, La storia segreta dell'atomica tedesca, Mondadori, Milano
1994 (1993), pp. 503-509.
20. V. Semelin, op. cit., pp. 51, 53-54, 95, 202
21. Friedrich Muckermann, La via tedesca, Morcelliana, Brescia 1947 (1945),
pp. 99-100. Il libro e' presentato da Mario Bendiscioli, che fin dal 1935
scriveva in Italia sulla resistenza religiosa al nazismo in Germania (cfr p.
6 della Presentazione).
22. Cfr, sul problema di coscienza relativo all'uccidere Hitler, la mia
recensione del libro citato di Hoffmann, in "Servitium", n. 102, nov.-dic.
1995, fascicolo Resistenza al male, pp. 117 e 119-120.
23. Cfr Giorgio Vaccarino, op. cit., pp. 90 e 93, che cita Sergio Bologna,
La Chiesa Confessante sotto il nazismo: 1933-1936, Feltrinelli, Milano 1967.
24. Massimo L. Salvadori, Storia dell'eta' contemporanea, cit., p. 911, pp.
745-746.
25. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino 1996, p.
249.
26. Su questo argomento cfr il mio articolo Quale efficacia nelle azioni
nonviolente?, in "Azione nonviolenta", ottobre 1993, pp. 22-24.
27. Cfr Semelin, op. cit., pp. 86-89.
28. Hans Mommsen, "La Resistenza tedesca 1933-1945. Formazione, profilo
sociale e condizionamenti strategici", in La Resistenza tedesca 1933-1945, a
cura di C. Natoli, cit., p. 35.
29. Helmuth James von Moltke, Futuro e resistenza (dalle lettere degli anni
1926-1945), Morcelliana, Brescia 1985, p. 208.
30. Alfred Delp, membro del Circolo di Kreisau, ucciso il 2 febbraio 1945.
Di lui si puo' vedere Gesammelte Schriften, Aus dem Gefaengnis, Frankfurt/M,
1984. Un bel capitolo dedicato a Delp e' in Thomas Merton, Fede e violenza,
Prefazione di Ernesto Balducci, Morcelliana, Brescia 1965, pp. 41-75.
31. Helmuth James von Moltke, op. cit., p. 202.
32. Dietrich Bonhoeffer, Dieci anni dopo. Un bilancio sul limitare del 1943,
in Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere,  Edizioni Paoline,
Cinisello Balsamo 1989, pp. 59-74.
33. Soltanto il 29 maggio 1998, mentre sono in Germania, vedo su giornali
italiani e tedeschi la notizia che il Bundestag ha approvato il giorno
precedente, a stragrande maggioranza, una legge che annulla "tutte le
sentenze emesse tra il 1933 e il 1945 che offendono l'elementare idea del
diritto". Questa legge riabilita quasi 500.000 persone, tra cui oppositori
politici e disertori, ma e' criticata come tardiva e compromissoria, perche'
non da' alcun riconoscimento positivo agli atti di opposizione politica e di
rifiuto di combattere la guerra nazista, ma si limita a dichiarare
illegittime le sentenze imposte dalla dittatura nazista.
34. Questa formula era usata dai pacifisti tedeschi negli anni '80. Cfr il
mio articolo Idee per la pace, resoconto del convegno fiorentino di
'Testimonianze', in "il foglio" n. 131, dicembre 1985.
35. Cfr Giovanni Salio, Il potere della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele,
Torino 1995, cap. 1. "Cosa e' successo nel 1989?".

2. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

3. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 915 del 30 aprile 2005

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