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La nonviolenza e' in cammino. 937



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 937 del 22 maggio 2005

Sommario di questo numero:
1. Clementina, dell'umanita'
2. Lidia Campagnano e Pina Nuzzo: Ai margini e nel cuore
3. Marina Forti: Si intensifica la distruzione dell'Amazzonia
4. Il programma di oggi del convegno di Palermo su nonviolenza e lotta alla
mafia
5. Anna Puglisi e Umberto Santino, Augusto Cavadi, Peppe Sini, Valeria
Ando': In dialogo tra persone amiche
6. Con "Qualevita", all'ascolto di Lev Tolstoj
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. CLEMENTINA, DELL'UMANITA'
[Clementina Cantoni, volontaria dell'associazione umanitaria "Care
international", impegnata in Afghanistan nella solidarieta' con le donne, e'
stata rapita alcuni giorni fa]

Che torni libera, sana e salva.
Che tutti si faccia quanto in nostro potere per questo.

2. EDITORIALE. LIDIA CAMPAGNANO E PINA NUZZO: AI MARGINI E NEL CUORE
[Dal sito de "Il paese delle donne" (www.womenews.net) riprendiamo il
seguente intervento.
Lidia Campagnano e' una prestigiosa intellettuale femminista; in una breve
presentazione autobiografica di qualche anno fa cosi' si descriveva: "ho 55
anni, ho studiato filosofia all'Universita' degli Studi di Milano. Dalla
paura della storia, instillatami da piccola con i racconti della potenza e
dell'orrore nazista che avevano preceduto la mia nascita, sono passata alla
passione politica e a quella per la parola, scritta e parlata, come
possibili attivita' di cura (forse anche di consolazione) inventate
dall'umanita'. Dopo il Sessantotto e la scoperta del femminismo sono
diventata giornalista presso la redazione del "Manifesto", dove ho lavorato
per diciassette anni (i "quaderni del Golfo", durante "quella" guerra [del
1991], li ho ideati e curati io, pensando alle persone piu' giovani o a
quelle piu' disarmate e sconcertate).  Ho partecipato alla fondazione di due
riviste di donne: "Orsaminore", a Roma, e "Lapis", a Milano. Adesso
collaboro dove capita: al "Manifesto"  alla "Rinascita della sinistra",
all'"Unita'" qualche volta. In passato ho condotto varie trasmissioni
radiofoniche (presso la Rai) dedicate alle donne, e due trasmissioni
televisive (una settimana di commenti a una notizia del Tg Tre, una
trasmissione culturale del mattino presso la Rete 2). Ogni anno, in varie
citta' (Milano presso la Libera universita' delle donne, Roma prossimamente,
presso la Casa internazionale delle donne, Torino in occasione del Forum
"Native, immigrate, cittadine del mondo", Firenze mentre bombardavano
Belgrado, Lucca, Catania, in un campeggio di giovani a Policastro, Valencia,
presso l'Universita', e chissa' dove ancora) cerco e trovo modo di condurre
seminari, dialoghi e riflessioni collettive, soprattutto tra donne, a volte
anche con la partecipazione di uomini, sui temi simili a quelli che
trattiamo in quest'occasione. Ricordo anche la partecipazione a "punto G,
genere e globalizzazione", a Genova, con la conduzione insieme a Barbara
Romagnoli e Lea Melandri del gruppo "l'ordine sentimentale della
globalizzazione". Da allora collaboro qualche volta con la rivista "Marea"
diretta da Monica Lanfranco. Ho scritto vari saggi e relazioni, pubblicate
in vari luoghi, mi limito a segnalare due libri interamente miei: Gli anni
del disordine, pubblicato dalla Tartaruga edizioni di Milano nel 1996, una
meditazione per frammenti su cio' che la fine del mondo bipolare stava
producendo, soprattutto in Jugoslavia ma anche altrove, e Un dopoguerra
ancora, edito nel 2000 dalle edizioni Erga di Genova, in prosa poetica. Il
terzo e' in cantiere, sulle ferite inflitte nel tessuto spaziale e in quello
temporale, e nel senso biografico di una donna, dalle guerre di questi
nostri tempi".
Pina Nuzzo, apprezzata pittrice, e' una delle figure piu' prestigiose
dell'Unione delle Donne in Italia (Udi)]

Attorno alla procreazione assistita c'e' un spessore di tenebra. E'
impastato di vari elementi.
Del silenzio delle donne che hanno fatto esperienza di procreazione
medicalmente assistita - o della moderazione che e' stata imposta alle loro
testimonianze.
Della sostanziale falsita' che circonda le intenzioni del legislatore,
pressato tra l'obbedienza alle leggi non scritte sul funzionamento (e sul
finanziamento) della ricerca scientifica e sulla pratica medica e l'adesione
alle volonta' di potenza delle gerarchie ecclesiastiche.
Del balbettio politico sulla dimensione (mondiale) di ogni questione
(milioni di bambini e bambine nel mondo muoiono entro i primi cinque anni di
eta'), dimensione che potrebbe anche indicare il vero rischio insito negli
indirizzi della ricerca scientifica stessa: quello di rivoluzionare la
nascita umana segnandola programmaticamente con la disuguaglianza nei
diritti.
Cosi' e' nata una legge crudele, bugiarda, inapplicabile, che esercita
violenza sul corpo delle donne e pretende gia' da ora di imporre, in luogo
della tutela dei neonati, comunque siano venuti al mondo, il modo "giusto"
di venire al mondo (da una coppia eterosessuale convivente: come se nel
mondo tutti nascessero tutelati da una coppia eterosessuale convivente).
E c'e' una fonte di tenebra che riguarda tutte e tutti singolarmente: e'
l'incapacita' di fare i conti con la distanza tra desideri profondi e
realta'.
Il primo e ottimo motivo per ridurre a zero la legge 40 sta nel bisogno di
diradare coraggiosamente quelle tenebre cosi' da riaprire la strada per una
convivenza migliore, una vita migliore, un pensiero piu' ricco sulla vita e
sulla morte umana, mettendo al lavoro le coscienze che guardano lontano
quanto vicino a se'.
Perche' si faccia di meglio rispetto a cio' che propone il mercato e a cio'
che prescrive il patriarcato ecclesiastico. Perche' si pensi laicamente, nel
significato piu' democratico, aperto, creativo e responsabile di questa
parola.
A partire da un principio che si chiamo' autodeterminazione.
*
Nel momento in cui nuove tecniche consentono di produrre la fecondazione e
il primissimo stadio dello sviluppo dell'embrione umano fuori dal corpo
femminile, questo principio va approfondito nelle sue motivazioni.
Esso nasceva da un'esperienza divenuta coscienza, soggettivita':
l'esperienza di una materia vivente al cui sviluppo una donna doveva dare un
si' intimo assolutamente personale: il si' del corpo-mente-cuore che avverte
o viene avvertito di quella materia, interna a se' eppure non del tutto
"propria", corpo proprio toccato da altro, dall'altro.
Un si' umano che puo' fallire. Puo' essere un no bio-fisiologico, un no in
nome del modo in cui la fecondazione e' avvenuta, un no in nome di un futuro
per qualunque motivo minaccioso.
Attorno a quel si' e a quel no cosi' intimo si avvolge e radica molto della
possibilita' di essere umane e umani, quando si "mette al mondo". Perche' e'
nell'intimita', nell'individualita' protetta dal suo personale segreto
(dalla sua inviolabilita') che puo' nascere o no un rapporto tra se' e
l'altro che non debba rimontare volontaristicamente un abisso, un rapporto
con il desiderio che non sia censorio o avido, un rapporto tra la forza e la
debolezza che non sia imperialista, violento.
Questa esperienza dell'intimita' generativa e' cosi' importante per la donna
e potenzialmente per tutti che solo il pervicace impegno storico di alienare
le donne, di tenerle lontane dalla parola e dalla pratica
dell'autodeterminazione ha potuto a lungo isterilirla e renderla
irrilevante: per il male di tutti.
La minaccia continua e ripetuta a questa intimita' ha fatto si' che gli
uomini considerassero l'intimita' in se stessa come una minaccia dalla quale
tenersi lontani, per il pericolo del contagio. Cosi' che, mentre le donne
molto hanno imparato dagli uomini, questi ultimi poco hanno imparato dalle
donne sul piano della costruzione profonda di se'.
*
Ora che la scienza consente il portar fuori dall'intimita' la prima parte
del processo generativo (ma in futuro sara' probabilmente tutto il processo
generativo), la reazione della legge non e' quella di ripristinare in ogni
modo l'intimita' della relazione donna-embrione, bensi' quella di "farla
fuori" nominando immediatamente l'embrione come persona portatrice di
diritti, anche contro il corpo femminile che ancora lo deve ospitare, e
addirittura imponendo a quel corpo l'ospitalita'.
Qui si incrociano due misoginie: quella dell'uomo prometeico e solipsista,
che sogna semplicemente di fabbricare umani senza le donne, e quello del
patriarca in nome di Dio (del patriarca-Dio) che ricolloca la donna nel
luogo della materia inerte, della materia preumana che occorrera' poi e
sempre salvare da se stessa donandole un'anima. Difficile dire chi dei due
e' peggio.
Si puo' invece dire che entrambe le categorie di misogini sono tra le meno
adatte a parlare della tutela di quell'essere inerme, privo di segreto e di
precisi confini col mondo che e' il neonato. E non per caso entrambe sono
cosi' gravemente incapaci di fare qualcosa contro la violenza che tocca
l'intimita' corporea, la violenza sessuale, principio e metafora di ogni
tortura, di ogni violenza.
Sul ristabilimento di quella intimita' molto ci sarebbe forse da fare, e ben
oltre un referendum, ben oltre una legge. Perche' alle donne tocca di
interrogarsi sulla propria parte, nella crescita di un quadro cosi' poco
rassicurante.
A cominciare da una domanda: che cosa e' avvenuto del desiderio di
maternita'? Che cos'e', oggi?
*
In un paio di decenni e' avvenuta una lenta metamorfosi. Generazioni di
donne sono passate dalla maternita' come destino indipendente da un
desiderio che, se presente, era quasi muto, alla paura esplicita della
maternita', al desiderio questa volta nominato e analizzato, reso
consapevole, motivato in maniera multiforme. E adesso, a che punto sono le
donne? E quali donne?
E' difficile dirlo. Oggi in molte viviamo con fatica la gestione delle
nostre liberta' e dei nostri desideri, che sono molteplici. E' forse la
prima volta nella storia che in una parte del mondo, o in varie parti
socialmente circoscritte del mondo, una generazione di donne si misura con
l'intera progettazione di un'orizzonte di vita: studio, lavoro, amore e
maternita', sulla base di desideri che non sono affatto facilmente
conciliabili, che sono spesso ugualmente forti eppure non sono misurabili
con la stessa unita' di misura (una mentalita' assolutamente maschile,
benche' frequentata da molte donne, tenta invece di renderli commisurabili:
oggi un lavoro, domani un figlio, piu' tardi la ricerca spirituale, e
chissa' che altro).
Sull'oggi del desiderio di maternita' facciamo qualche ipotesi. Le
statistiche, molto poco diffuse, dicono che a richiedere la procreazione
medicalmente assistita sono prevalentemente le donne che si avvicinano ai
quarant'anni, quando cioe' si teme il calo naturale della fertilita' e
quando si teme di piu' la nascita di una creatura con problemi di salute.
L'avanzare dell'"eta' per fare un figlio" e' frutto dell'emancipazione
classica (l'emancipazione essendo, a detta di tutti gli studi demografici
internazionali, l'unico modo generalizzato ma non autoritario di ridurre gli
eccessi di natalita' nel mondo).
Ma l'emancipazione si sta convertendo in una condizione altra: la condizione
della precarieta'. Il sogno dell'emancipazione classica era quello di
programmare la maternita', l'incubo della precarieta' e' quello di non
farcela nella corsa col tempo fertile. La programmazione e la "conciliazione
dei tempi" sono state convertite in un unico tempo di vita non programmabile
se non dall'"altro da se'", cioe' dalle intricate strade della percezione
del reddito.
La precarieta' totale sta per giunta cancellando la possibilita' (e forse
anche il desiderio) di avere una percezione piu' intima del tempo che passa.
Cioe' sta devastando un vissuto del tempo proprio che non sia semplicemente
tempo libero bensi' tempo "di se' e per se'". Non solo il tempo del fai da
te, dell'hobby, tempo da giovanotto scapolo, per cosi' dire, ma il tempo per
l'ascolto di cio' che accade dentro di se', il tempo, anche, del "lasciar
accadere, lasciare avvenire" qualcosa dentro di se', il tempo di un'attesa
dunque.
Tipico tempo fertile, in ogni senso.
La perdita di questo specifico tempo e senso del tempo ha conseguenze oggi
non innocentemente incalcolate sull'intero modo d'essere, dal pensiero
all'amore alla maternita'. E nel contorto e affannoso tempo totalitario
della precarieta' emergono, come funghi intatti, antichi desideri che la
tecnica promette di soddisfare "chiavi in mano": un prolungamento della vita
potenzialmente illimitato; un prolungamento della vita fertile quasi
altrettanto illimitato; una eta' giovane senza limiti, con eterne e sempre
uguali possibilita' di successo, di seduzione, di potere. Un figlio quando
il reddito e' divenuto sufficiente per fermarsi e per pagarselo.
*
Se questa, a grandi linee, e' la condizione materiale delle donne candidate
alla procreazione medicalmente assistita, piu' difficile e forse piu'
necessario e' capire come sta oggi una donna a tu per tu con un'ipotesi di
procreazione.
Qui, tra noi, in questa nostra societa' le donne giovani sono piu' libere,
anche o soprattutto nel sentimento di se'. Questa liberta' si traduce in un
sentimento di individualita', di fronte alle proprie possibilita'
procreative, che e' stato una conquista molto alta, ma che rischia sempre, e
forse oggi molto piu' di ieri, di diventare per lo piu' solitudine,
impossibilita' o rifiuto a condividere con altre, oltre che con altri, il
problema del se, del come, del quando e con chi inserire nella propria vita
l'esperienza della maternita', in quali forme, secondo quali regole e
priorita' liberamente scelte, affermando quali diritti e quali doveri.
Tanto piu' di fronte ai nuovi modi "tecnologici" di mettere/venire al mondo.
Modi attraverso i quali sembra che il bisogno di uscire dalla solitudine, di
condividere e di comunicare un desiderio, prima ancora che di progettare una
procreazione, si traduca in un rapporto asettico e profondamente disuguale
tra donna e tecnico, tra donna e tecnica, sessualmente neutro, emotivamente
buio.
Modi che oscurano, tramite un'espropriazione visibilissima (di cellule,
ovuli, embrioni ecc.) la nuova responsabilita' di ogni donna nei confronti
del proprio corpo, delle proprie potenzialita', dei "prodotti" delle
metamorfosi che dentro il corpo si verificano.
Responsabilita' inedite, nel momento in cui un embrione puo' essere portato
fuori e poi di nuovo dentro una donna. Inedite, anche dal punto di vista di
una loro traduzione giuridica, per non parlare degli scenari che
prefigurano, alcuni davvero inquietanti. Credere, o fingere di credere, come
si fa, che l'evocazione di un presunto quanto astratto valore-famiglia possa
arginare gli esiti di queste novita', piu' che essere ingenuo e' in
malafede.
Restringere o allargare la categoria della famiglia per garantirsi da esiti
abissalmente disumani provenienti dall'estrazione e dalla manipolazione
degli embrioni umani serve solo a ribadire l'irrilevanza dell'essere donne
di fronte alla procreazione, e la cancellazione del loro campo di
responsabilita'. La procreazione passa ad altre mani, anonime,
spersonalizzate.
*
E' in questo intero quadro che si colloca la procreazione medicalmente
assistita, ed e' su questo intero quadro che occorre pensare a fondo
l'autodeterminazione.
Questa idea, cosi' cara al pensiero delle donne, diventa innominabile se
ogni momento della vicenda procreativa viene determinato da un meccanismo
economico e sociale, e ancor piu' se questo meccanismo opera anche sul
desiderio, lo plasma, lo rende adeguato alla tecnica. La quale a sua volta
si adegua.
L'idea della liberta' di ricerca scientifica infatti e' davvero messa in
questione dal fatto evidente che questa presunta liberta' non parla affatto
di se'.
Sembrano spenti i dibattiti sul modo del conoscere scientifico (sulla sua
originaria umilta' rispetto alla teologia) nel momento stesso in cui le
scienze vanno a toccare il genoma umano.
Nessuno piu' sembra interrogarsi sulla relazione scienza-tecnica, sulle
finalita' delle tecniche e delle pratiche che sulla scienza si fondano: la
medicina, per esempio, che cos'e'? Una pratica di prolungamento della vita
umana? Una pratica di salvataggio della vita in pericolo? Una pratica di
cura del dolore che la malattia infligge? Il dibattito e' cosi' poco diffuso
e visibile che occorre interrogarsi sulla base di sintomi: come si producono
le agonie o i coma che durano vent'anni? Come avviene che nascano e
letteralmente sopravvivano in condizioni spesso penosissime, bambini nati in
maniera terribilmente precoce?
Come, perche', sulla base di quali decisioni e di chi, e a che prezzo
vengono attivate e riattivate alcune funzioni vitali e non altre?
Forse non si apriranno davvero dibattiti di questo genere se non se ne
garantisce in qualche modo la finalita' propriamente umana.
Se non si e' sicuri e sicure di non scivolare verso trattamenti della
materia umana vivente, della vita umana inerme, di una disumanita' senza
pari e peraltro in parte gia' sperimentata.
Se non si diffonde una buona pratica di riconoscimento e quindi di governo
dei propri desideri non solo all'interno delle vite personali, ma anche
nella vita sociale, professionale. Politica.
Forse non si apriranno, questa volta, simili dibattiti e simili pratiche
senza una capacita' di interrogazione da parte delle donne, rivolta al mondo
intero, a partire da un'esperienza intima della fertilita' che sia
riabilitata e protetta, che faccia da bussola, alle donne prima di tutto. Ma
occorrera' imporre anche un ascolto.

3. BIOSFERA. MARINA FORTI: SI INTENSIFICA LA DISTRUZIONE DELL'AMAZZONIA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 20 maggio 2005. Marina Forti, giornalista
particolarmente attenta ai temi dell'ambiente, dei diritti umani, del sud
del mondo, della globalizzazione, scrive per il quotidiano "Il manifesto"
sempre acuti articoli e reportages sui temi dell'ecologia globale e delle
lotte delle persone e dei popoli del sud del mondo per sopravvivere e far
sopravvivere il mondo e l'umanita' intera. Opere di Marina Forti: La signora
di Narmada. Le lotte degli sfollati ambientali nel Sud del mondo,
Feltrinelli, Milano 2004]

Tra l'agosto del 2003 e lo stesso mese del 2004 e' scomparsa una porzione di
foresta amazzonica brasiliana pari a 26.000 chilometri quadrati, un'area
piu' estesa dell'intera Sicilia, o quanto la somma di Israele e i Territori
Palestinesi occupati. Scomparsa, disboscata: lo ha annunciato mercoledi' il
ministero dell'ambiente brasiliano.
E' un dato allarmante, sia in assoluto che come tendenza.
In assoluto e' un tasso di deforestazione secondo solo a quello verificato
nell'anno 1994-'95, il record assoluto nella storia dell'Amazzonia, quando
scomparvero 29.000 chilometri quadrati di foresta (come l'intero Belgio).
Come tendenza e' un segno di accelerazione, perche' rappresenta un aumento
del 6% rispetto all'anno precedente e segue altri anni di deforestazione in
aumento - in effetti e' dal 2001 che il ritmo continua a salire.
Gli ultimi dati inoltre sono una delusione per il governo, che sperava di
aver contenuto l'aumento della deforestazione entro il 2%.
La ministra brasiliana dell'ambiente Marina Silva ha commentato che le
azioni prese dal governo federale per proteggere la foresta amazzonica
richiedono tempo per sortire effetti: "Continueremo a combattere la
deforestazione in modo sistematico e strutturato, coinvolgendo tutti i
settori della societa' in azioni efficaci e durature", ha detto la ministra.
L'ultimo dato "dimostra che la deforestazione non e' una priorita' per il
governo di Lula", ha tuonato invece Greenpeace Brasile. Ma sarebbe troppo
facile prendersela con il presidente Luiz Ignacio da Silva, Lula. Il governo
federale in effetti ha adottato l'anno scorso un piano per proteggere
l'Amazzonia dalla distruzione ambientale in se' ineccepibile. Un progetto di
legge sulla gestione delle foreste pubbliche e' in discussione al Congresso
nazionale (il parlamento federale); il ministero dell'ambiente fa la sua
parte creando nuove aree protette. Si va facendo strada una strategia di
gestione multipla delle risorse forestali, con esperimenti di "uso della
biodiversita'" combinata alla conservazione dell'ecosistema, di uso
collettivo e tentativi di valorizzare le attivita' tradizionali. Questa
primavera il governo federale ha completato la demarcazione della riserva
degli indigeni Xavantes, concludendo una vicenda annosa. Ma le forze che
premono sulla foresta amazzonica sono molte, e potenti.
I dati diffusi dal governo brasiliano, guardati piu' da vicino, lo
confermano. Dei sette stati considerati nel rapporto governativo, cinque in
effetti hanno rallentato la deforestazione (Para', Amazonas, Acre, Maranhao
e Tocantins). Altri due, il Mato Grosso e Rondonia, hanno invece registrato
un balzo in avanti tale da annullare i progressi visti altrove. Sono la
parte piu' consistente di quello che veniva chiamato "l'arco di fuoco", la
zona di sfruttamento piu' intensivo e selvaggio della foresta, del commercio
illegale di legno e soprattutto delle grandi piantagioni industriali -
soprattutto la soia.
Da qualche anno poi la vera forza trainante della deforestazione e'
l'allevamento del bestiame. E' la "hamburger connection": l'export di carne
brasiliana e' triplicato tra il 1995 e il 2002 e continua a crescere, e tre
quarti dell'aumento si registrano nella regione amazzonica. Allevare bovini
su scala massiccia (nel 2002 se ne contavano 175 milioni di capi) significa
creare nuovi pascoli, dunque tagliare alberi in zone vergini, finche' il
pascolo si esaurisce e si va a tagliare altrove.
E questo si somma ai mali cronici - traffico illegale di legname tropicale,
occupazione abusiva di grandi estensioni di foresta da parte di coloni che
si "ritagliano" grandi piantagioni, l'espansione della soia... La stampa
brasiliana ieri metteva bene in risalto che il capo del governo dello stato
del Mato Grosso, Blairo Maggi, e' anche il maggior produttore di soia del
mondo - e che quasi meta' della deforestazione registrata nell'anno e'
avvenuta proprio nel suo stato. Greenpeace lo ha definito "il re della
deforestazione".
Vincere le forze che premono sulla foresta amazzonica non e' cosa semplice.
Resta l'allarme: il Wwf stima che ormai il 17% della copertura forestale
dell'Amazzonia brasiliana e' scomparsa.

4. INCONTRI. IL PROGRAMMA DI OGGI DEL CONVEGNO DI PALERMO SU NONVIOLENZA E
LOTTA ALLA MAFIA
Si conclude oggi, 22 maggio 2005, presso il Convento dei Frati Minori di
Baida, Palermo (via Convento 43, Baida - Palermo, tel. 091223595) il
convegno sul tema "Superare il sistema mafioso. Il contributo della
nonviolenza". Il convegno e' promosso da: Gruppo-laboratorio "Percorsi
nonviolenti per il superamento del sistema mafioso"; Seminario Nonviolenza;
Quaderni Satyagraha; Mosaico di Pace; Centro Siciliano di Documentazione G.
Impastato; Arci Sicilia; Libera; Dipartimento di Studi "Politica, Diritto e
Societa'" e Facolta' di Lettere e Filosofia dell'Universita' di Palermo;
Corso di Laurea in Scienze per la Pace dell'Universita' di Pisa.
*
Programma della giornata di domenica 22 maggio:
Sessione conclusiva: Prospettive
Moderatore: A. Foti, presidente Arci Sicilia.
Ore 9,30: sintesi dei gruppi di lavoro.
Ore 11,30: Ipotesi per un programma di lavoro: interventi di R. Altieri,
direttore "Quaderni Satyagraha", Universita' di Pisa; A. Cozzo, Universita'
di Palermo; G. Fiandaca, Universita' di Palermo; E. Villa, Libera-Palermo.
Ore 13: chiusura dei lavori.
*
Per ulteriori informazioni: e-mail: v.sanfi at virgilio.it, tel. 0916259789,
fax: 091348997. Altre e-mail di riferimento: acozzo at unipa.it, csdgi at tin.it

5. RIFLESSIONE. ANNA PUGLISI E UMBERTO SANTINO, AUGUSTO CAVADI, PEPPE SINI,
VALERIA ANDO': IN DIALOGO TRA PERSONE AMICHE
[La "lettera di alcune donne di Palermo sul convegno su mafia e nonviolenza"
pubblicata anche su questo foglio nel n. 935 del 20 maggio ha promosso
alcune ulteriori riflessioni che qui di seguito in parte vengono
documentate. Ringraziamo ancora di cuore le autrici e firmatarie di quella
lettera (Valeria Ando', Rosalba Bellomare, Giusi Catalfamo, Cettina
D'Onofri, Daniela Dioguardi, Piera Fallucca, Giovanna Fiume, Simona Mafai,
Maria Maniscalco, Gisella Modica, Daniela Musumeci, Bice Salatiello,
Francesca Vassallo; alcuni nomi si sono aggiunti quando la lettera era stata
gia' pubblicata sul nostro foglio) e crediamo che la riflessione ulteriore
che essa ha promosso sia proficua per tutte e tutti, e dara' buoni frutti
ancora. Del resto anche quella lettera e' stata a sua volta uno dei frutti
del convegno di cui si parla. Cosicche' in un unico ringraziamento
accomuniamo anche promotori e promotrici del convegno. C'e' un racconto di
Borges, "I teologi", che rivela come spesso le persone che discutono talora
con toni anche aspri e con qualche evidente forzatura e fin fraintendimento,
ad uno sguardo piu' attento appaiono essere molto piu' affini di quanto
forse non sembri. Nel nostro caso ci sembra di poter dire che fortunatamente
tutti gli interlocutori sono consapevoli di essere persone amiche, e
compagne e compagni di lotta contro i poteri criminali, per la pace e la
dignita' umana di tutti gli esseri umani. Ringraziamo di tutto cuore Valeria
Ando', Augusto Cavadi, Anna Puglisi ed Umberto Santino sia per aver
contribuito a questa riflessione, sia per lo straordinario lavoro che da
tanti anni svolgono, sia per l'amicizia che ci hanno donato e di cui non
solo assai siamo onorati ma oltre ogni dire felici.
Valeria Ando' (per contatti: andov at tele2.it), docente di Cultura greca
all'Universita' di Palermo, e' tra le promotrici ed animatrici presso
quell'ateneo di un gruppo di riflessione e di pratica di nonviolenza di
genere; direttrice del Cisap (Centro interdipartimentale di ricerche sulle
forme di produzione e di trasmissione del sapere nelle societa' antiche e
moderne), autrice di molti saggi, ha tra l'altro curato l'edizione di
Ippocrate, Natura della donna, Rizzoli, Milano 2000. Opere di Valeria Ando':
(a cura di), Saperi bocciati: riforma dell'istruzione, discipline e senso
degli studi, Carocci, Roma 2002; con Andrea Cozzo (a cura di), Pensare
all'antica. A chi servono i filosofi?, Carocci, Roma 2002.
Augusto Cavadi (per contatti: acavadi at lycos.com), prestigioso intellettuale
ed educatore, collaboratore del Centro siciliano di documentazione "Giuseppe
Impastato" di Palermo, e' impegnato nel movimento antimafia e nelle
esperienze di risanamento a Palermo, collabora a varie qualificate riviste
che si occupano di problematiche educative e che partecipano dell'impegno
contro la mafia. Opere di Augusto Cavadi: Per meditare. Itinerari alla
ricerca della consapevolezza, Gribaudi, Torino 1988; Con occhi nuovi.
Risposte possibili a questioni inevitabili, Augustinus, Palermo 1989; Fare
teologia a Palermo, Augustinus, Palermo 1990; Pregare senza confini,
Paoline, Milano 1990; trad. portoghese 1999; Ciascuno nella sua lingua.
Tracce per un'altra preghiera, Augustinus, Palermo 1991; Pregare con il
cosmo, Paoline, Milano 1992, trad. portoghese 1999; Le nuove frontiere
dell'impegno sociale, politico, ecclesiale, Paoline, Milano 1992; Liberarsi
dal dominio mafioso. Che cosa puo' fare ciascuno di noi qui e subito,
Dehoniane, Bologna 1993, nuova edizione aggiornata e ampliata Dehoniane,
Bologna 2003; Il vangelo e la lupara. Materiali su chiese e mafia, 2 voll.,
Dehoniane, Bologna 1994; A scuola di antimafia. Materiali di studio, criteri
educativi, esperienze didattiche, Centro siciliano di documentazione
"Giuseppe Impastato", Palermo 1994; Essere profeti oggi. La dimensione
profetica dell'esperienza cristiana, Dehoniane, Bologna 1997; trad. spagnola
1999; Jacques Maritain fra moderno e post-moderno, Edisco, Torino 1998;
Volontari a Palermo. Indicazioni per chi fa o vuol fare l'operatore sociale,
Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1998,
seconda ed.; voce "Pedagogia" nel cd- rom di AA. VV., La Mafia. 150 anni di
storia e storie, Cliomedia Officina, Torino 1998, ed. inglese 1999;
Ripartire dalle radici. Naufragio della politica e indicazioni dall'etica,
Cittadella, Assisi, 2000; Le ideologie del Novecento, Rubbettino, Soveria
Mannelli 2001; Volontariato in crisi? Diagnosi e terapia, Il pozzo di
Giacobbe, Trapani 2003; Gente bella, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2004.
Vari suoi contributi sono apparsi sulle migliori riviste antimafia di
Palermo. Indirizzi utili: segnaliamo il sito:
http://www.neomedia.it/personal/augustocavadi (con bibliografia completa).
Anna Puglisi (per contatti: csdgi at tin.it), prestigiosa studiosa e militante
antimafia, e' impegnata nell'esperienza del Centro siciliano di
documentazione "Giuseppe Impastato" di cui e' una delle fondatrici. Tra le
opere di Anna Puglisi: con Umberto Santino (a cura di), La mafia in casa
mia, intervista a Felicia Bartolotta Impastato, La Luna, Palermo 1986; con
Antonia Cascio (a cura di), Con e contro. Le donne nell'organizzazione
mafiosa e nella lotta antimafia, Centro siciliano di documentazione Giuseppe
Impastato, Palermo 1988; Sole contro la mafia, La Luna, Palermo 1990; Donne,
mafia e antimafia, Centro Impastato, Palermo 1998, Di Girolamo, Trapani
2005; con Umberto Santino (a cura di), Cara Felicia. A Felicia Bartolotta
Impastato, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo
2005.
Umberto Santino (per contatti: csdgi at tin.it) ha fondato e dirige il Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo. Da decenni e'
uno dei militanti democratici piu' impegnati contro la mafia ed i suoi
complici. E' uno dei massimi studiosi a livello internazionale di questioni
concernenti i poteri criminali, i mercati illegali, i rapporti tra economia,
politica e criminalita'. Tra le opere di Umberto Santino: (a cura di),
L'antimafia difficile,  Centro siciliano di documentazione "Giuseppe
Impastato", Palermo 1989; Giorgio Chinnici, Umberto Santino, La violenza
programmata. Omicidi e guerre di mafia a Palermo dagli anni '60 ad oggi,
Franco Angeli, Milano 1989; Umberto Santino, Giovanni La Fiura, L'impresa
mafiosa. Dall'Italia agli Stati Uniti, Franco Angeli, Milano 1990; Giorgio
Chinnici, Umberto Santino, Giovanni La Fiura, Ugo Adragna, Gabbie vuote.
Processi per omicidio a Palermo dal 1983 al maxiprocesso, Franco Angeli,
Milano 1992 (seconda edizione); Umberto Santino e Giovanni La Fiura, Dietro
la droga. Economie di sopravvivenza, imprese criminali, azioni di guerra,
progetti di sviluppo, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1993; La borghesia
mafiosa, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1994; La mafia come soggetto politico, Centro siciliano di documentazione
"Giuseppe Impastato", Palermo 1994; Casa Europa. Contro le mafie, per
l'ambiente, per lo sviluppo, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe
Impastato", Palermo 1994; La mafia interpretata. Dilemmi, stereotipi,
paradigmi, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1995; Sicilia 102. Caduti
nella lotta contro la mafia e per la democrazia dal 1893 al 1994, Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1995; La
democrazia bloccata. La strage di Portella della Ginestra e l'emarginazione
delle sinistre, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1997; Oltre la
legalita'. Appunti per un programma di lavoro in terra di mafie, Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1997; L'alleanza e
il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ai giorni
nostri, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1997; Storia del movimento
antimafia, Editori Riuniti, Roma 2000; La cosa e il nome. Materiali per lo
studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000.
Peppe Sini di questo foglio e' postino e cuciniere, come quel Long John
Silver rivelatoci da Stevenson una seconda volta in quella sua favola o
botola dal titolo "I personaggi del racconto" (in Robert Louis Stevenson,
Romanzi racconti e saggi, Mondadori, Milano 1982, pp. 1773-1776) pensata
come intermezzo tra il XXXII e il XXXIII capitolo dell'Isola del tesoro]

I. Anna Puglisi e Umberto Santino: Donne, antimafia e nonviolenza

In merito alla lettera pubblicata sul giornale del 19 maggio, dal titolo "Il
ruolo delle donne nella lotta alla mafia" desideriamo precisare quanto
segue.
Il gruppo-laboratorio "Percorsi nonviolenti per il superamento del sistema
mafioso" si e' costituito nel dicembre del 2003 come spazio aperto a
chiunque fosse interessato. Le adesioni al gruppo sono individuali ma come
Centro Impastato abbiamo avuto un ruolo attivo nella riflessione su queste
tematiche, contribuito alla promozione di varie iniziative, regolarmente
pubblicizzate a mezzo stampa e con altri mezzi. I materiali prodotti dal
gruppo sono ospitati sul sito del Centro (www.centroimpastato.it).
Nessuna delle firmatarie della lettera si e' mai fatta viva e ha partecipato
alle iniziative, pertanto non si capisce come potessero essere coinvolte
nell'organizzazione del convegno, alla cui preparazione hanno partecipato
gli aderenti al gruppo-laboratorio e gli altri soggetti che si sono mostrati
interessati.
Per cio' che riguarda la partecipazione femminile, al convegno nazionale
"Superare il sistema mafioso" intervengono: Gilda Scardaccione, Marinetta
Cannito, Anna Puglisi, Simona Rampulla, Liliana Tedesco. In merito alle
affermazioni contenute nella lettera, ci limitiamo a osservare: che la mafia
sia soltanto maschile e che le donne siano soltanto vittime e' uno
stereotipo smentito dalla letteratura piu' avvertita, dalla storia e dalla
cronaca quotidiana.
Comunque, nel convegno si parlera' ampiamente del ruolo delle donne, dalle
lotte contadine all'Associazione delle donne siciliane nella lotta contro la
mafia, ignorate dalle autrici della lettera, alle donne del digiuno.
Attendiamo le firmatarie della lettera al convegno. Un'occasione per
riflettere sulle teorie e pratiche nonviolente, finora solo episodicamente
sperimentate in Sicilia, e senza una riflessione adeguata, se si toglie la
lunga militanza di Danilo Dolci.

*

II. Augusto Cavadi: Su una lettera che lascia l'amaro in bocca

Undici donne palermitane hanno inviato una lettera aperta, a proposito del
convegno "Superare il sistema mafioso. Il contributo della nonviolenza"
(Baida, 21-22 maggio), che e' stata ospitata dall'edizione palermitana de
"La Repubblica' (del 19 maggio) e da "La nonviolenza e' in cammino" (del 20
maggio).
In essa, sostanzialmente, si invitavano gli organizzatori del convegno a
riflettere su due errori: che il "ruolo delle donne" sia oggetto di un
laboratorio tra otto proposti (col rischio che cio' possa implicitamente
significare il misconoscimento della centralita' del soggetto femminile
nella lotta alla mafia), e che non siano state "coinvolte con un ruolo
attivo" quelle donne siciliane che, "nella terribile estate del '92, dopo le
stragi di Capaci e di via D'Amelio, (...) si sono rese protagoniste di una
straordinaria mobilitazione nonviolenta: un digiuno in pubblico, in piazza
Politeama, per manifestare il loro dolore e il loro fermo rifiuto
dell'accaduto".
Poiche' non sono stato tra gli organizzatori del convegno, suppongo di avere
la serenita' interiore e la distanza critica per contribuire alla
riflessione con qualche considerazione supplementare.
La prima e' di metodo. Poiche' sono legato da sentimenti di fraterna
amicizia con alcune firmatarie della lettera, non sarei leale con loro se
nascondessi un certo stupore - e una certa amarezza - nel constatare che una
questione delicata si e' voluta sottoporre all'attenzione non solo,
opportunamente, di un certo ambito di persone sensibilizzate (come i lettori
di questo notiziario quotidiano) ma anche, meno opportunamente, di persone
assai distanti dalle tematiche della nonviolenza (come non pochi tra i
lettori di "Repubblica"). La cosa mi addolora tanto piu' perche' chi ha
redatto la lettera aveva gia', privatamente, espresso al responsabile
dell'organizzazione del convegno certe sue perplessita' circa la scarsa
presenza femminile; e ne aveva ricevuto in risposta un messaggio rispettoso
e pacato in cui, dati alla mano, si evidenziava come i numeri deponessero in
senso diverso (essendo le donne, implicate a diversi livelli, di gran lunga
piu' numerose degli uomini)...
Sui rilievi, telegraficamente, tre considerazioni di merito.
Prima: non e' vero che la donna ha avuto storicamente un ruolo centrale
nella lotta alla mafia. E non l'ha avuto per la stessa ragione per cui non
ha avuto un ruolo centrale nella gestione del potere mafioso: perche',
sociologicamente, le donne nel Meridione, e in Sicilia in particolare, hanno
esercitato una presenza pubblica secondaria rispetto ai maschi. Purtroppo.
Seconda: questa disputa storico-sociologica non c'entra niente con la scelta
degli organizzatori di dedicare un seminario su otto al ruolo delle donne...
Terza: si potevano invitare le donne del digiuno del 1992 (digiuno a cui
alcuni maschi abbiamo partecipato in prima persona)? Certamente. Infatti, da
due anni, quanti ci riuniamo periodicamente su "Mafia e nonviolenza" abbiamo
comunicato con ogni mezzo (compresi vari articoli su questo notiziario e su
"Repubblica") l'invito a partecipare ai nostri incontri (dai quali e'
germinata l'idea di questo appuntamento nazionale). Del tutto
legittimamente, nessuna delle firmatarie della lettera di ieri ha deciso di
accettare l'invito. Infatti non si puo' fare tutto cio' che si ritiene
interessante. Ci aspettavamo che partecipassero almeno al convegno di Baida
per portare la loro esperienza, ben piu' corposa e durevole di
quell'episodio, per altro significativo. Ce lo aspettavamo e ce lo
aspettiamo con il massimo dell'apertura e dell'accoglienza...

*

III. Peppe Sini: Alcuni frammenti da una lettera personale

Rinviando ad altro momento una piu' adeguata riflessione, trascrivo qui
alcuni frammenti da una lettera a un amico assai caro (col quale mi scuso
per l'ineleganza di "riciclare" qui alcune frasi nate come comunicazione
epistolare ad personam).
... alcune tradizioni della nonviolenza a me sembra non si siano accorte che
l'apartheid di genere, proprio ad esempio di talune tradizioni religiose, in
qualche modo e misura le tocchi, e che non siano quindi neppure consapevoli
di un fatto di cui io almeno sono persuaso: che le esperienze dei movimenti
femministi e il pensiero e la prassi delle donne siano la corrente centrale
e decisiva della nonviolenza come movimento storico (con una rilevanza a mio
avviso maggiore di quella di esperienze e figure assai piu' riconosciute e
sovente citate).
... chi come me ha letto il programma dei due giorni [del convegno] per
cosi' dire dall'esterno, coglie non il dato della maggior partecipazione di
donne (e' sempre cosi' nelle iniziative nonviolente, tra chi partecipa le
donne sono sempre di piu': e significhera' pur qualcosa) ma del massimo
rilievo (... del ruolo dominante) dato ai maschi; e se posso permettermi
l'ineleganza di metterlo in chiaro: i moderatori delle plenarie sono solo
maschi; i relatori in plenaria del sabato mattina sono quattro uomini e una
donna; i quattro relatori della domenica sono tutti maschi; i coordinatori
dei gruppi di lavoro sono tre donne e sette uomini.
... Se posso aggiungere una nota personale per farti sorridere: da molto
tempo non partecipo piu' ad iniziative in cui non vi sia un uguale numero di
relatori dei due sessi. Puo' sembrare una buffa idiosincrasia, ma io
l'intendo invece come un piccolo contributo a combattere il maschilismo che
e' anche in noi, militanti maschi che pure vorremmo opporci al fascista che
ci portiamo dentro (parlo naturalmente solo per me).
... che il contributo delle donne sia relegato ad un gruppo di lavoro,
mentre a me sembrerebbe ovvio che nell'analizzare il contributo della
nonviolenza alla lotta contro la mafia il pensiero e le esperienze delle
donne e dei movimenti delle donne e' centrale.
... [e] sarebbe utile avviare un percorso di ricerca sul nesso tra
patriarcato e sistema di potere mafioso, muovendo dalla ricchissima analisi
del potere patriarcale che da Virginia Woolf in qua il pensiero delle donne
ha elaborato magnificamente.
E' questione decisiva, e lo e' ancor piu' alla luce della cecita' su questo
ad esempio da parte di persone molto care e molto autorevoli...
Vorrei anche aggiungere... che personalmente credo anche che le donne
abbiano un ruolo decisivo non solo nella nonviolenza (...) ma anche nella
lotta da condurre contro il sistema di potere mafioso, e su piu' versanti di
fondamentale importanza. Ahime', non ho tempo ed agio di argomentarlo qui,
ma particolarmente nei libri di Anna [Puglisi] e curati da lei e da Umberto
[Santino], ed in quelli di Renate Siebert (alcuni dei quali a mio avviso
utilissimi), mi pare di poter indicare alcune delle fonti principali che
suffragano questa tesi... Accenno soltanto che faccio riferimento anche ad
ambiti (ad esempio quelli detti dei "mondi vitali quotidiani") che non sono
ricompresi nella formula della "presenza pubblica" [intesa] in specifico
riferimento alle forme di dominio politiche, sociali e istituzionali
maschili, ma io penso appunto ad altri ambiti: la memoria, il lavoro di
cura, la sfera della riproduzione, le trame relazionali che fondano la
socializzazione e la convivenza anche se non trovano riconoscimento
nell'universo simbolico patriarcale...

*

IV. Valeria Ando': Una risposta difficile, sofferta, e spero distensiva

Provo a formulare una risposta ai testi di Anna Puglisi e Umberto Santino e
di Augusto Cavadi in merito alle lettera di un gruppo di donne di Palermo,
firmata anche da me.
Rispondo a titolo personale, mettendoci dentro le mie opinioni, la mia
visione della vicenda, la mia sensibilita'; le altre amiche potranno fornire
altre risposte, magari adottando un altro linguaggio.
Dal tono dei due testi mi rendo conto delle forti incomprensioni suscitate
dalla nostra lettera, il cui intento non era muovere accuse ma sollevare un
problema che ci sta a cuore, aprire una riflessione con tono pacato,
ampliare il dibattito e moltiplicare i punti di vista. Che questa azione
abbia provocato amarezza o sofferenza, lo considero un grave limite della
nostra comunicazione, di cui mi rincresce.
Mi piacerebbe invece che traessimo spunto da questo episodio per avviare una
riflessione ampia sul rapporto tra donne e nonviolenza, riflessione che non
mi sembra piu' rinviabile e su cui mi sto personalmente impegnando, tanto la
ritengo di vitale importanza.
Non posso non osservare innanzi tutto che il tono del testo di Anna Puglisi
e Umberto Santino risulta, alla mia lettura, aggressivo, segnala errori e
omissioni, nella volonta' di difesa sembra volere attaccare. Perche' dire
che considerare la mafia un fenomeno maschile e' uno stereotipo smentito
dalla storia e dalla cronaca? Nella nostra lettera la partecipazione storica
delle donne alla mafia era riconosciuta esplicitamente. Dunque stavamo
parlando di altro: cioe' del carattere patriarcale della mafia, della sua
iscrizione all'interno dell'ordine simbolico maschile, allo stesso modo
della guerra, nonostante Condoleeza Rice, le kamikaze, le aguzzine. Comunque
esprimevamo un punto di vista, per altro non isolato, e dunque rispettabile
e da prendere in considerazione nel dibattito.
Nel loro testo ricordano poi, come fa anche Augusto Cavadi, che il
laboratorio su mafia e nonviolenza e' stato uno spazio aperto, cui si poteva
accedere da parte di chiunque. E' vero, certo. Dunque ancora una volta non
e' questo il punto: si trattava invece, a mio avviso, se diversa fosse stata
l'ottica, di considerare il contributo femminile non come opzionale,
affidato quindi alla casualita' delle donne interessate a partecipare ai
lavori, ma come essenziale nel percorso. Dunque le donne impegnate negli
anni passati in associazioni, gruppi e esperienze di lotta antimafia
sarebbero state coinvolte fin dal principio a partecipare all'elaborazione,
in quanto "soggetti politici". Per questo, il richiamo ai numeri e ai nomi
delle donne attive nel convegno non mi sembra cogliere lo spirito e la
sostanza della nostra osservazione.
Augusto Cavadi contesta poi il metodo di comunicazione, nel senso che gli
sembra opportuno l'invio al foglio "La noviolenza e' in cammino", meno
opportuno l'invio al quotidiano "La Repubblica" i cui lettori, mediamente,
potrebbero non saper nulla di nonviolenza. I lettori di Palermo, a
differenza dei lettori de "La nonviolenza e' in cammino", hanno vissuto la
stagione delle stragi, il dolore di quei mesi e' segnato in modo indelebile
nella loro memoria, sicche' ricordare loro che l'esperienza delle donne del
digiuno e stata una pratica di lotta nonviolenta puo' essere un utile e
doveroso riconoscimento.
Augusto Cavadi dice poi, giustamente, che non e' vero che la donna ha avuto
storicamente un ruolo centrale nella lotta alla mafia. E' vero, ma nella
nostra lettera non si diceva questo. Il richiamo al ruolo della donne
siciliane in prima fila riguardava le molte esperienze, richiamate dal testo
di Anna Puglisi e Umberto Santino, di cui abbiamo ricordato solo quella
delle donne del digiuno perche' maggiormente paradigmatica di un metodo di
lotta nonviolenta. Anche in questo caso c'e' stato un fraintendimento, che
trae origine dall'assunto non condiviso da Anna Puglisi e Umberto Santino
sul carattere patriarcale della mafia. Provo a ripeterlo: se, dal nostro
punto di vista, la mafia e' un fenomeno del patriarcato, allora, cambiando
ordine simbolico, non piu' patriarcale ma materno e femminile, si avvia una
rivoluzione culturale che prepara "un altro mondo possibile", senza mafia
ne' guerre.
Tralascio l'umorismo su un possibile laboratorio sul "ruolo degli uomini"
per non discriminare gli uomini [il riferimento e' alla penosa boutade di
uno sconosciuto, di cui si dava notizia in una lettera, qui non riportata -
ndr -]. Vorrei solo che riflettessimo su quanto appare ridicola e grottesca
una tale ipotesi, mentre sembra del tutto normale e apprezzabile un
laboratorio sul "ruolo delle donne". Questa idea umoristica mi fa capire
quanto cio' che la nostra lettera esprime sia rimasto purtroppo del tutto
incompreso: considerando centrale il ruolo delle donne, come potenzialita' e
non come dato storico, si tratta di fare attraversare le discussioni, nella
loro interezza, da un'ottica di genere, in cui cioe' la differenza sessuale
sia considerata "non indifferente".
Vorrei aggiungere qualche osservazione sul patriarcato, precisando che la
mia rifessione su questo tema e' cio' che mi ha indotto a firmare il
documento, dal momento che, rispetto alla lotta alla mafia, non ho
esperienze alle spalle come le altre amiche.
Il patriarcato e' il dominio secolare di meta' del genere umano sull'altra
meta'. A questo dominio il femminismo, quello storico emancipazionista,
quello della differenza degli anni '70 e '80, ha cercato di opporsi. Ritengo
che molta strada si sia fatta ma che molta debba ancora essere compiuta. Il
patriarcato attuale, a parte la guerra ormai permanente e le altre forme
vistose di violenza, ha un volto piu' nascosto, non evidente, ma per cio'
stesso piu' insidioso: si insinua nelle dinamiche di potere, nelle relazioni
interpersonali, nelle modalita' comunicative, nelle strutture pubbliche e
private. In quanto abbattimento della struttura Maggiore-minore e la sua
sostituzione con una relazione di Equivalenza, la lotta contro il
patriarcato e' una lotta che puo' essere interpretata e assunta dalla
nonviolenza.
Intendo dire che se finora il femminismo e' stato, come dice Lidia Menapace,
una grande rivoluzione nonviolenta della storia, adesso mi sembra tempo che
non solo le donne, ma tutti gli amici della nonviolenza assumano la lotta
contro il patriarcato come "la" lotta da condurre a fianco delle donne,
perche' dalla sua riuscita dipende l'esito del nostro tempo, devastato da
una vera e propria crisi di civilta'.
Femminilizzare la noviolenza significa per me avere una speranza di
costruire un mondo di pace, governato dall'etica della cura, in cui
prevalgano i valori dell'umanita' contro la disumanita' e la barbarie della
violenza, della guerra e della mafia.
Naturalmente sono consapevole che molte donne incarnano, assumono e
trasmettono i valori patriarcali; sicche' la mia non e' una visione mitica e
idealizzata delle donne e del femminile. Il mio e' un progetto che richiede
produzione di pensiero, valorizzazione della filosofia femminile e delle
pratiche politiche delle donne.
Per favore, facciamo di questa vicenda un'occasione per riflettere su tutto
questo, al di la' di incomprensioni e amarezze: trasformiamo questo
conflitto che si e' aperto in un gioco a somma positiva, senza vincitori ne'
vinti ma con un arricchimento per tutti/e...

6. RIVISTE. CON "QUALEVITA", ALL'ASCOLTO DI LEV TOLSTOJ
Abbonarsi a "Qualevita" e' un modo per sostenere la nonviolenza. Sulla via
di Lev Tolstoj.
*
"Sappiamo che un esercito e' uno strumento d'omicidio e che il costituire e
il comandare un esercito - ovverosia cio' di cui si occupano appunto con
tanta disinvoltura i re, gli imperatori, i presidenti - e' soltanto una
preparazione all'omicidio" (Lev Tolstoj, in "Non uccidere" (8 agosto 1900),
in Idem, Perche' la gente si droga? e altri saggi su societa', politica,
religione, Mondadori, Milano 1988, p. 255).
*
"Qualevita" e' il bel bimestrale di riflessione e informazione nonviolenta
che insieme ad "Azione nonviolenta", "Mosaico di pace", "Quaderni
satyagraha" e poche altre riviste e' una delle voci piu' qualificate della
nonviolenza nel nostro paese. Ma e' anche una casa editrice che pubblica
libri appassionanti e utilissimi, e che ogni anno mette a disposizione con
l'agenza-diario "Giorni nonviolenti" uno degli strumenti di lavoro migliori
di cui disponiamo.
Abbonarsi a "Qualevita", regalare a una persona amica un abbonamento a
"Qualevita", e' un'azione buona e feconda.
Per informazioni e contatti: Edizioni Qualevita, via Michelangelo 2, 67030
Torre dei Nolfi (Aq), tel. 3495843946, o anche 0864460006, o ancora
086446448; e-mail: sudest at iol.it o anche qualevita3 at tele2.it; sito:
www.peacelink.it/users/qualevita
Per abbonamenti alla rivista bimestrale "Qualevita": abbonamento annuo: euro
13, da versare sul ccp 10750677, intestato a "Qualevita", via Michelangelo
2, 67030 Torre dei Nolfi (Aq), specificando nella causale "abbonamento a
'Qualevita'".

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 937 del 22 maggio 2005

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