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La nonviolenza e' in cammino. 940



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 940 del 25 maggio 2005

Sommario di questo numero:
1. Giuliana Sgrena: Per Clementina
2. Ricoeur
3. La scomparsa di Paul Keene
4. Oggi a Roma una proposta di legge per i Corpi civili di pace
5. Enzo Sanfilippo: Nonviolenza e mafia: alcune indicazioni di percorso
6. Benito D'Ippolito: Dopo Capaci
7. Enrico Peyretti: Dei diritti della scienza
8. Con "Qualevita", all'ascolto di Etty Hillesum
9. Letture: AA. VV., Le nostre storie per i tuoi si'
10. Riletture: Maria Luisa Boccia, Grazia Zuffa, L'eclissi della madre
11. La "Carta" del Movimento Nonviolento
12. Per saperne di piu'

1. APPELLI. GIULIANA SGRENA: PER CLEMENTINA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22 maggio 2005.
Clementina Cantoni, volontaria dell'associazione umanitaria "Care
international", impegnata in Afghanistan nella solidarieta' con le donne, e'
stata rapita alcuni giorni fa.
Giuliana Sgrena, giornalista, intellettuale e militante femminista e
pacifista tra le piu' prestigiose, e' tra le maggiori conoscitrici italiane
dei paesi e delle culture arabe e islamiche; autrice di vari testi di grande
importanza, e' stata inviata del "Manifesto" a Baghdad, sotto le bombe,
durante la fase piu' ferocemente stragista della guerra tuttora in corso. A
Baghdad e' stata rapita il 4 febbraio 2005; e' stata liberata il 4 marzo,
sopravvivendo anche alla sparatoria contro l'auto dei servizi italiana in
cui viaggiava ormai liberata, sparatoria in cui e' stato ucciso il suo
liberatore Nicola Calipari. Opere di Giuliana Sgrena: (a cura di), La
schiavitu' del velo, Manifestolibri, Roma 1995, 1999; Kahina contro i
califfi, Datanews, Roma 1997; Alla scuola dei taleban, Manifestolibri, Roma
2002; Il fronte Iraq, Manifestolibri, Roma 2004]

Florence, Hussein, i giornalisti rumeni, ora Clementina. Dall'Iraq a un
Afghanistan tutt'altro che pacificato. Il popolo della pace deve tornare a
far sentire la sua voce. Subito. La straordinaria mobilitazione che ha
contribuito alla mia liberazione non puo' interrompersi: chi mi ha sostenuta
deve ora con altrettanta caparbieta' e passione sostenere la liberazione di
Clementina. Avevamo ragione quando, isolati, sostenevamo che in Afghanistan
ben poco era cambiato, che fare elezioni non vuol dire democrazia, che
l'ossimoro vivente di una donna col burqa che depone una scheda in un'urna
elettorale avrebbe dovuto scandalizzare il mondo che invece guardava
compiaciuto a questo esempio di "democrazia dal basso costruita grazie
all'uso legittimo della forza" (Gianfranco Fini, intervistato da Gad
Lerner). La scuola dei taleban ha funzionato bene, tanto che gli americani
sono riusciti a reinserirli nel processo elettorale come forza di
"stabilizzazione" e se questo ancora una volta va a discapito del diritto
alla vita di molte donne, poco importa.
In Iraq la spirale guerra/terrorismo sembra non aver fine e ogni istanza
politica e' annichilita dal fragore delle bombe. Noi che ci eravamo battuti
contro la follia della guerra, giustificata da ragioni dimostratesi false,
chiediamo oggi con forza il ritiro delle truppe come condizione necessaria,
anche se sappiamo benissimo non sufficiente, per spezzare la spirale della
violenza. E' questa la condizione anche per permettere a chi fa cooperazione
vera e aiuta realmente la popolazione civile in Afghanistan come in Iraq di
tornare a lavorare per difendere i piu' deboli e coloro che piu' hanno
sofferto le conseguenze di bombardamenti e distruzioni, innanzitutto donne e
bambini.
Clementina e tante altre donne e uomini devono poter tornare al loro lavoro
che molto piu' della presenza militare fa onore al nostro paese e questo
dovrebbe essere ben chiaro anche a tutti coloro che accusano oggi i
pacifisti di non muoversi e li accusavano ieri di collusione con il
terrorismo.
Nei prossimi giorni varie manifestazioni chiederanno la liberta' di
Clementina e di tutti gli altri ostaggi, per la pace e la liberta' del
popolo iracheno e afghano, per la fine di tutte le guerre: torniamo in
piazza per far sentire la nostra voce e per non rassegnarci di fronte alla
violenza e alla guerra.

2. LUTTI. RICOEUR
[E' deceduto Paul Ricoeur, uno dei maestri del Novecento. Paul Ricoeur,
filosofo francese nato nel 1913. Amico di Mounier, collaboratore di
"Esprit", docente universitario. Dal sito dell'Enciclopedia multimediale
delle scienze filsofiche rirpendiamo questa breve scheda: "Paul Ricoeur
nasce a Valence (Drome) il 27 febbraio 1913. Compie i suoi studi di
filosofia prima all'Universita' di Rennes, poi alla Sorbonne, dove nel 1935,
passa l'agregation. Mobilitato nel 1939, viene fatto prigioniero e nel campo
comincia a tradurre con Mikel Dufrenne Ideen I di Husserl. Dal 1945 al 1948
insegna al College Cevenol di Chambon-sur-Lignon, e successivamente
Filosofia morale all'Universita' di Strasburgo, sulla cattedra che era stata
di Jean Hyppolite, e dal 1956 Storia della filosofia alla Sorbona. Amico di
Emmanuel Mounier, collabora alla rivista "Esprit". Dal 1966 al 1970 insegna
nella nuova Universita' di Nanterre, di cui e' rettore tra il marzo 1969 e
il marzo 1970, con il proposito di realizzare le riforme necessarie a
fronteggiare la contestazione studentesca e, contemporaneamente, presso la
Divinity School dell'Universita' di Chicago. Nel 1978 ha realizzato per
conto dell'Unesco una grande inchiesta sulla filosofia nel mondo. Nel giugno
1985 ha ricevuto il premio "Hegel" a Stoccarda. Attualmente e' direttore del
Centro di ricerche fenomenologiche ed ermeneutiche". Opere di Paul Ricoeur:
segnaliamo i suoi libri Karl Jaspers et la philosophie de l'existence (con
Mikel Dufrenne), Seuil; Gabriel Marcel et Karl Jaspers, Le temps present;
Filosofia della volonta' I. Il volontario e l'involontario, Marietti; Storia
e verita', Marco; Finitudine e colpa I. L'uomo fallibile, Il Mulino;
Finitudine e colpa II. La simbolica del male, Il Mulino; Della
interpretazione. Saggio su Freud, Jaca Book, poi Il Melangolo; Entretiens
Paul Ricoeur - Gabriel Marcel, Aubier; Il conflitto delle interpretazioni,
Jaca Book; La metafora viva, Jaca Book; Tempo e racconto I, Jaca Book; Tempo
e racconto II. La configurazione nel racconto di finzione, Jaca Book; Tempo
e racconto III. Il tempo raccontato, Jaca Book; Dal testo all'azione. Saggi
di ermeneutica II, Jaca Book; Il male. Una sfida alla filosofia e alla
teologia, Morcelliana; A l'ecole de la fenomenologie, Vrin; Se' come un
altro, Jaca Book; Lectures 1. Autour du politique, Seuil; Lectures 2. La
contree des philosophes, Seuil; Lectures 3. Aux frontieres de la
philosophie, Seuil; Le juste, Esprit; Reflexion faite. Autobiographie
intellectuelle, Esprit; La critica e la convinzione (colloqui con Francois
Azouvi e Marc de Launay), Jaca Book. Segnaliamo inoltre: Kierkegaard. La
filosofia e l'"eccezione", Morcelliana; Tradizione o alternativa,
Morcelliana, e l'antologia Persona, comunita' e istituzioni, Edizioni
cultura della pace. Opere su Paul Ricoeur: segnaliamo particolarmente la
recente monografia di Francesca Brezzi, Ricoeur. Interpretare la fede,
Edizioni Messaggero Padova, 1999]

Quante cose abbiamo imparato leggendo Ricoeur.
E soprattutto questa: che occorre saper ascoltare, e saper interpretare
occorre, difficile esercizio che reca doni preziosi, e da molti errori ed
orrori preserva.
E soprattutto questa: che cedere alla menzogna, alla presunzione, al
pregiudizio, alla prepotenza, alla violenza, che cedere al male non devi.
Quante cose abbiamo imparato leggendo Ricoeur.

3. LUTTI. LA SCOMPARSA DI PAUL KEENE
[Da "Bollettino bio. Informazioni per le aziende biologiche" (per contatti:
e-mail: bollettino_bio at greenplanet.net, sito: www.greenplanet.net), n. 198,
maggio 2005, riprendiamo il seguente articolo, che rinvia come fonti e per
approfondimenti alla rivista "Vita" (www.vita.it) e all'Associated Press]

Aveva 94 anni. Ha aperto la sua fattoria a meta' degli anni '40, quando
imperava l'uso di fertilizzanti artificiali e antiparassitari. Per questo,
fu persino sospettato di anti-americanismo.
Paul Keene, il pioniere dell'agricoltura biologica in America e i cui
prodotti organic sono stati primi a raggiungere gli scaffali dei
supermercati, e' morto a 94 anni in una casa di risposo di Mechanisburg in
Pennsylvania.
Keene e sua moglie Betty avevano preso in prestito 5.000 dollari per
acquistare i loro primi 108 acri a meta' degli anni '40. Nella sua Walnut
Acres Farm, nella Pennsylvania centrale, per oltre mezzo secolo Paul ha
prodotto una vasta gamma di alimenti biologici.
L'azienda era salita alla ribalta pubblica dopo che il "New York Herald
Tribune" aveva recensito i suoi prodotti come tra i migliori presenti sul
mercato statunitense.
Alla fine degli anni '80, Walnut Acres si era sviluppata al punto di
raggiungere un fatturato di cinque milioni di dollari, allargarsi a 500 acri
e dare occupazione a 95 addetti a tempo pieno, distribuendo circa 300
prodotti biologici qua e la' per il mondo, oltre a contribuire allo sviluppo
della comunita' con la costruzione di un centro sociale e ricreativo per
giovani e adulti.
L'azienda ha sempre contribuito generosamente alle cause filantropiche.
Nel 2000, per l'avanzata eta' di Paul, rimasto vedovo nel 1987, l'azienda
agricola e' stata affittata a un altro produttore biologico, mentre il
marchio Walnut Acres Organic e' stato ceduto nel 2003 a The Hain Celestial
Group, Inc, il colosso della produzione e commercializzazione organic
statunitense che tuttora lo distribuisce.
Quando Keene aveva aperto la sua fattoria nel 1946 il vangelo per gli
agricoltori richiedeva l'uso massiccio di fertilizzanti artificiali e
antiparassitari che promettevano di rendere piu' efficiente il lavoro dei
campi.
L'agricoltura biologica era considerata un'eccentricita', se non addirittura
una manifestazione di anti-americanismo.
''E' incredibile, ma all'epoca ci consideravano dei comunisti'', aveva detto
Keene in una intervista di dieci anni fa raccontando di quando una volta
''qualcuno tiro' una bomba contro l'azienda'' e quando ''qualcun altro diede
alle fiamme le croci''.
Figlio di un ministro protestante, Keene non era di formazione agricola, ma
professore di matematica, laueato a Yale.
La sua vita cambio' durante un periodo trascorso come missionario e
insegnante in India verso la fine degli anni '30.
La', Keene fu coinvolto nel movimento nazionalista indiano e venne in
contatto con Mohandas Gandhi, che gli raccomando' di "liberarsi di tutto
cio' che hai" come riferi' in un'intervista all'Associated Press nel 1988.
Sempre in India incontro' sua moglie - figlia di un missionario britannico -
assieme alla quale trascorse parecchi anni formandosi in agricoltura
biologica prima di avviare Walnut Acres.
Il suo ritorno alla terra seguiva gli insegnamenti gandhiani per una vita
piu' semplice.
Keene aveva dichiarato all'agenzia di stampa: "Il cibo dovrebbe essere -
e' - la cosa piu' importante nella vita: la gente dovrebbe essere
interessata a quel che si mangia piu' che a qualsiasi altra cosa" e "tutte
le gioie e i risultati possono essere apprezzati soltanto se siete in buona
salute e in armonia con voi stessi e con il vostro ambiente".

4. INCONTRI. OGGI A ROMA UNA PROPOSTA DI LEGGE PER I CORPI CIVILI DI PACE
[Nuovamente diffondiamo il seguente invito all'importante incontro di
presentazione di una proposta di legge di grande importanza. Per contatti
con la segreteria organizzativa dell'incontro: tel. 0667608381, fax:
0667608909, e-mail: pres_valpiana at camera.it]

Per iniziativa della Rete per i Corpi civili di pace, oggi - mercoledi' 25
maggio - dalle ore 10 alle ore 12 a Roma presso gli uffici del Parlamento
(nella sala della sacrestia, vicolo Valdina 3/A) si svolgera' un incontro di
presentazione della proposta di legge promossa da Tiziana Valpiana, Giovanni
Bianchi, Piero Ruzante, Marco Boato, Maura Cossutta e altri su "Disposizioni
per il riconoscimento dei congedi per la partecipazione a missioni
organizzate nell'ambito dei corpi civili di pace".
Introducono l'incontro il professor Alberto l'Abate, dell'Universita' di
Firenze, presidente dell'Ipri (Italian Peace Research Institute), ed il
professor Nanni Salio, dell'Universita' di Torino, segretario dell'Ipri.
Intervengono anche l'on. Carlo Giovanardi, ministro per i rapporti con il
Parlamento con delega per il servizio civile; l'on. Massimo Palombi,
direttore dell'Ufficio nazionale per il servizio civile.
Sono stati invitati parlamentari, rappresentanti sindacali, delle
associazioni democratiche, delle organizzazioni non governative di
cooperazione e solidarieta' internazionale.

5. RIFLESSIONE. ENZO SANFILIPPO: NONVIOLENZA E MAFIA: ALCUNE INDICAZIONI DI
PERCORSO
[Ringraziamo di cuore Enzo Sanfilippo (per contatti: v.sanfi at virgilio.it)
per averci messo a disposizione la sua relazione al convegno "Superare il
sistema mafioso. Il contributo della nonviolenza" svoltosi a Palermo il
21-22 maggio. Enzo Sanfilippo e' uno degli animatori del gruppo-laboratorio
"Percorsi nonviolenti per il superamento del sistema mafioso", promotore del
convegno che si e' svolto a Palermo il 21-22 maggio 2005. Riportiamo di
seguito una breve notizia biografica di Enzo Sanfilippo scritta gentilmente
per noi nel 2003 da lui stesso: "Sono nato a Palermo 45 anni fa. Sono
sposato e padre di due figli, Manfredi di 18 anni e Riccardo di 15. Sono
stato scout e capo scout fino all'eta' di 30 anni. Ho svolto il servizio
civile in un Centro di quartiere della mia citta'. Ho frequentato
l'Universita' di Trento dove mi sono laureato in sociologia. Ho perfezionato
i miei studi a Bologna in sociologia sanitaria. Dal 1989 lavoro nella
sanita' pubblica, nei servizi di salute mentale dove mi sono occupato finora
di sistemi informativi e inclusione sociale di soggetti  con disagio
psichico. Chiusa l'attivita' con gli scout, con mia moglie Maria abbiamo
cercato di impegnarci nell'area della nonviolenza. Abbiamo fatto parte per
diversi anni del Movimento Internazionale della Riconciliazione (Mir) per
poi approdare al movimento dell'Arca di Lanza del Vasto al quale aderiamo
come alleati dal 1996. Dallo stesso anno facciamo parte di un gruppo di
famiglie palermitane ("Famiglie in cammino") con  il  quale facciamo
esperienze di condivisione spirituale e sociale. Frequentiamo il Centro di
cultura Rishi di Palermo dove pratichiamo lo yoga. Con gli altri tre alleati
dell'Arca siciliani (Tito e Nella Cacciola e Liliana Tedesco) abbiamo
organizzato diversi campi su vari aspetti dell'insegnamento dell'Arca
(canto, danza, yoga, lavoro manuale, ecumenismo) presso un monastero a
Brucoli (Sr) dove Tito e Nella hanno abitato per cinque anni. Quest'anno
abbiamo acquistato una casa in campagna presso Belpasso (Ct) dove Tito e
Nella andranno ad abitare e a lavorare: la' assieme a loro e a vari amici
speriamo di riprendere le attivita' di approfondimento e di lavoro sulla
pace, la nonviolenza, l'insegnamento dell'Arca"]

Cerchero' di condurre questa prima riflessione, tenendo conto non solo del
mio personale cammino di ricerca, ma anche di una serie di contributi
elaborati nel corso di circa due anni dal gruppo-laboratorio che ha
organizzato questo convegno e di alcune sollecitazioni che ci sono arrivate
dall'esterno.
Il gruppo-laboratorio si e' costituito a Palermo con la partecipazione di
vari esponenti del cosiddetto "movimento antimafia", operatori sociali,
sacerdoti, docenti universitari, insegnanti, sociologi.
Quanto cerchero' di esporre segue quindi e ripropone in sintesi
l'elaborazione teorica di alcuni testi ai quale rimando per una piu'
esaustiva presentazione del dibattito.
Vorrei precisare che il gruppo-laboratorio si e' costituito con la
partecipazione di persone di orientamenti culturali diversi in cui la stessa
direzione nonviolenta e' assunta con vari gradi di adesione o criticita'.
Cio' non ha impedito di procedere in questa ricerca con uno spirito di
ascolto e di collaborazione nella direzione di una proposizione problematica
e dialogica del pensiero, dell'esposizione dei punti in comune, dei punti su
cui emergono soluzioni diverse e dei punti su cui non abbiamo trovato
risposte ne' alternative ne' comuni. Cio' apre quindi ad ulteriori
contributi, in linea, pensiamo, con un idea nonviolenta di verita' e di
conoscenza. Secondo il pensiero nonviolento infatti la verita' appare a noi
come emergenza sempre relativa, sempre rinnovabile, aperta, nell'incontro
tra i partecipanti ad un sistema di scambio.
Un primo punto in comune e' l'avere individuato nella nonviolenza una
possibile strada che puo' apportare degli elementi di novita', sia nelle
modalita' con cui affrontare e conoscere il fenomeno mafioso, sia nelle
prassi che essa puo' suggerire per la trasformazione delle strutture sociali
in cui siamo inseriti.
Ma, nello stesso tempo, un secondo elemento e' quello di un atteggiamento di
continuita' con un movimento civile che possiamo dire e' iniziato con il
fenomeno mafioso stesso, che ne ha sempre evidenziato i pericoli,
contrapponendosi in forme diverse anche se con una partecipazione e una
visibilita' intermittente e con metodi non sempre nonviolenti e cio' non
tanto perche' storicamente si sono dati - lo ricordera' Umberto Santino -
episodi di contrasto alla mafia condotti da soggetti civili con l'uso delle
armi, quanto perche' come tutti sappiamo - ma cerchero' di ritornare su
questo punto - non tutta l'azione sociale per il cambiamento che non fa
ricorso alla violenza puo' essere definita tout court nonviolenta.
La nonviolenza non e' certamente neutra rispetto ad un conflitto squilibrato
in cui una parte opprime e sopprime l'altra, ha il possesso delle armi, usa
una cultura di dominio verso cui alcune persone e gruppi sociali restano
impotenti, incapaci di elaborare risposte. La nonviolenza non puo' che
essere dentro il processo storico di liberazione dal dominio mafioso e
pertanto non si tratta di stravolgere forme storiche di impegno antimafia
che vedono impegnate tantissime associazioni e tanti uomini delle
istituzioni sul versante della prevenzione e della repressione. Ma nello
stesso tempo la nonviolenza non si sottrae al compito di aggiungere, come
diceva Capitini, una visione particolare dell'uomo e del mondo. Un'aggiunta
alla quale attribuiamo una dimensione qualitativa alta, capace di anticipare
sin d'ora una societa' liberata.
Quali sono allora questi elementi che apportano tratti di novita' nel solco
di un movimento che durante un lungo periodo storico si e' contrapposto e si
contrappone ancor oggi alla mafia?
Ho provato ad enuclearli sinteticamente. Essi sono elementi  che
caratterizzano o potranno caratterizzare le azioni di superamento, di
conoscenza e di gestione dei conflitti. Lo dico poiche' e' facile operare
delle semplificazioni grossolane. Quella per esempio di considerare
naturalmente e inevitabilmente violenta l'azione istituzionale e di contro
inscrivere tutta l'azione della societa' civile nel campo della nonviolenza
dal momento che ad essa non e' consentito l'uso legittimo della forza e
delle armi. Violenza e nonviolenza attraversano istituzioni e movimenti,
coscienza personale e cultura.
*
1. La nonviolenza e' lavoro sulla coscienza
Un primo punto di forza della nonviolenza e' quello che la porta ad agire
sulla coscienza dell'avversario, nella consapevolezza dell'umanita' di cui
ciascuno e' portatore.
Cosa distingue infatti la societa' umana se non la coscienza? E che cos'e'
la coscienza se non la capacita', almeno potenziale, di pensiero riflesso
dell'uomo sul suo agire? In che rapprorto sta la nonviolenza con questa
capacita'? Chi e' il nonviolento, si chiedeva Lanza del Vasto, e rispondeva
senza troppe esitazioni: "e' colui che mira alla coscienza".
Non esiste azione nonviolenta che possa prescindere da questo obiettivo.
Questo approccio implica allora una pratica di ascolto del vissuto e del
punto di vista dell'altro, di qualunque "altro" con il quale confliggiamo,
ovviamente non per accettarli passivamente e legittimarli, ma per attivare
un contatto vero e profondo.
*
2. Le cause della violenza non risiedono solo in una parte ma sempre in
relazioni di sistema, e cio' vale anche per la violenza mafiosa
Questa acquisizione puo' assumere varie formulazioni, ma tutti siamo
convinti che ferma restando la responsabilita' individuale dei fatti di
mafia essa ha sullo sfondo, e a volte in forme marcate, una causalita' di
tipo sistemico-strutturale.
Siamo dentro un sistema sociale mafioso o - come afferma Umberto Santino -
mafiogeno, che crea la mafia? Penso che non sia il caso in questa sede di
addentrarci in sottili questioni teoriche. Cio' che condividiamo - e che ha
rilevanza per la prassi - e' che esiste una causalita' diffusa del fenomeno
mafioso, un'interdipendenza a volte circolare tra fatti economici,
psicologici, culturali, politici.
Certo siamo di fronte ad un tipo di sistema e di conflittualita' nuovi
rispetto ad altri con cui il metodo nonviolento si e' sperimentato:
l'avversario non ha un volto (su questo tornera' certamente Nanni Salio),
non tanto perche' la mafia come organizzazione criminale e'
un'organizzazione segreta, ma per il fatto che essa si e'' fatta sistema
sociale, conformando molti aspetti della cultura, dell'agire politico, dei
processi di socializzazione, dei meccanismi dell'economia.
Le strategie di contrasto devono assumere fino in fondo questo dato.
C'e' forse un aspetto "positivo" in questa lettura del fenomeno mafioso:
ogni attore sociale (ogni cittadino) ha certamente uno spazio di azione, un
compito trasformativo da eseguire responsabilmente, senza deleghe a soggetti
terzi.
Penso che la nonviolenza abbia molte risorse per agire in tale direzione:
essa coglie sempre questo nesso di causalita' diffusa riportandolo ancora
una volta alla coscienza di tutti: non solo di chi commette la violenza, non
solo di chi e' responsabile di reati, ma anche talora in qualche modo e
misura delle stesse vittime, e delle terze parti apparentemente meno
coinvolte.
Se un mio privilegio, anche minimo, e' collegato alla mafia, allora ho il
dovere etico di non collaborare piu', di rinunciare a quel privilegio.
Un'intuizione che alcuni studenti di Palermo, conosciuti come gruppo degli
adesivi, hanno fatto propria in questi giorni chiedendosi in che modo il
cittadino che acquista presso un esercizio che paga il "pizzo" e' coinvolto
in una relazione di ingiustizia e che cosa puo' fare attivamente per
contribuire al suo superamento.
La nonviolenza  non e' allora una tecnica chirurgica e non puo' porsi in
modo banale e semplificato, neanche quando il conflitto e le controparti
sono ben distinte. Qualora lo fossero, talvolta il suo primo compito sara'
quello di "complicare il conflitto", smussando i confini tra "ragioni" e
"torti". Il conflitto non coinvolge solo estorsore e commerciante, ma
estorsore, commerciante e consumatore.
*
3. Il consenso sociale alla criminalita' e' un sintomo di malattia
Ora tutto cio' non e' soltanto un punto di partenza teorico o spirituale.
Se interi quartieri, come mostrano le cronache napoletane di qualche mese fa
(e non e' peraltro una novita'), fanno quadrato contro le forze dello stato
che cercano di "mettere ordine" e' segno che proprio i rapporti di forza
impongono nuove strategie e nuove intelligenze.
Ed e' anche segno che i valori che istituzionalmente difendiamo non sono
assolutamente riconosciuti da alcune (non piccole) parti della popolazione
italiana.
E' questo uno dei campi in cui a mio avviso l'imperativo etico  nonviolento
del lavoro sulle coscienze trova una ragion d'essere anche a partire da un
evidenza empirica: il sistema repressivo ' costretto dai fatti a fare i
conti con la necessita' di una comunicazione col mondo mafioso perche' la
mafia non e' un'associazione criminale di qualche migliaio di persone,
essa - riprendo un'espressione di Giovanni Falcone - "vive in perfetta
simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di
ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata
che appartiene a tutti gli strati della societa'". E in maniera piu'
esplicita essa gode - come dice Santino - di consenso sociale.
*
4. I mafiosi come "avversari" e le "ragioni" della mafia
Ecco perche' ho detto che dobbiamo ancora comprendere nel profondo le
ragioni della mafia e non possiamo farlo senza comprendere nel profondo le
ragioni dei mafiosi.
Su questo stiamo dialogando io e Umberto Santino, che avra' modo di
ritornare sul tema.
In un suo contributo egli dice: "Le ragioni della mafia e dei mafiosi sono:
la violenza per arricchirsi, per comandare, per avere un ruolo sociale". E
ancora: "dobbiamo dare la parola ai mafiosi, ascoltarli, per una sorta di
par condicio? La parola i mafiosi l'hanno gia' ed e' fatta di sangue e di
disonore (tutti i delitti, anche quando si tratta di uccidere un bambino,
sono in agguato e mai a viso aperto). Tocca a loro dimostrare che vogliono
prendere la parola, deponendo le armi".
Ancora vorrei dire che  quando parlo di "ragioni dei mafiosi" non ne parlo
certamente nell'accezione di una "ragione" come cio' che e' conforme od
orientato al giusto o al vero ma come semplice fondamento soggettivo,
intelligibile anche nei sui aspetti di costrizione interiore da un attore
esterno in quello sforzo di "comprensione" indicato da Weber. E riprendendo
proprio l'obiettivo citato da Santino, "avere un ruolo sociale", c'e' da
dire che esso e' un bisogno che non giustifica in assoluto la violenza, ma
che gia' possiamo riconoscere come un bisogno vitale, la cui negazione e'
definibile a sua volta come violenza.
Appare emblematica, ad esempio, nell'ottica di una lettura "comprendente" la
dichiarazione di un collaborante il quale afferma che, prima di entrare in
Cosa Nostra lui era "nenti ammiscatu cu nenti" (niente mischiato con
niente).
Comunicare, comprendere non significa allora condividere valori e scelte
etiche, significa non escludere dal nostro orizzonte la conversione
(mutamento del punto di vista) dei mafiosi, non escludendo  al contempo la
nostra conversione, non escludendo a priori la riconciliazione.
*
5. La nonviolenza, lo Stato, la legalita'
Non e' disgiunta da tutto cio' un'esigenza che alcuni di noi evidenziano da
diverso tempo, che e' quella di superare alcune parole d'ordine, alcuni
concetti e alcuni termini dal lessico del movimento antimafia. Mi riferisco
soprattutto al tema dell'educazione alla legalita'. Un tema molto caro per
esempio all'associazione "Libera".
Ora a scanso di ogni equivoco io vorrei qui ringraziare pubblicamente don
Ciotti, che avremmo voluto qui tra noi questa mattina, per un impegno che e'
risultato prezioso nella nostra terra, un impegno che lo espone
personalmente, che ha dato opportunita' di riscatto a tante persone, che
richiama costantemente il nostro torpore rispetto al problema mafia.
Voglio tuttavia avanzare l'idea che oggi ci e' forse richiesto un ulteriore
passo in avanti.
Troppo forte sentiamo in alcune aree del sud il retaggio di una diffidenza
forse ancora legittima nei confronti dello Stato. E' una diffidenza che
purtroppo non e' dei mafiosi, ma della gente del sud. Ed e' una diffidenza
dalla quale tuttavia possiamo ancora partire per costruire una comunita'
civile.
Possiamo costruire comunita', ovvero aggregazioni in cui ognuno si riconosca
profondamente.
Possiamo costruire giustizia, come sistema di garanzie dei piu' deboli e non
mero formale rispetto delle leggi, come ci ha insegnato don Milani.
Possiamo costruire societa', intesa come sistema di organizzazioni che
migliorino le relazioni e non le appesantiscano.
Possiamo costruire responsabilita', ossia senso di appartenenza personale
alla comunita' e ai problemi.
Ci vogliono parole nuove che significhino immediatamente tutto questo.
La  legalita' richiama purtroppo soltanto al rispetto delle leggi vigenti in
uno Stato.
Uno Stato che troppe scuole ha intitolato a don Milani senza elaborare un
progetto educativo globale per l'educazione nel meridione che potenzi i
presidi scolastici dal punto di vista quantitativo e qualitativo, anzi che
proprio a spese di questo settore vuol fare quadrare i suoi bilanci.
Oggi, alla luce di quanto fin qui sottolineato e in un quadro di generale
"legalizzazione dell'illegalita'" appare piu' opportuno coniare dei termini
che ci conducano alla costruzione di leggi che ancora non esistono o
all'obiezione a quelle che non rispecchino chiaramente la giustizia, la
pace; ma - come dicevo prima - che ancor prima del rispetto delle regole
formali facciano riferimento a valori che ogni cittadino del sud sente
ancora dentro il proprio cuore.
Tutto cio' non e' disgiunto neanche dalla necessita' di un'applicazione
ripensata della legge sulla confisca dei beni mafiosi. Ripensata non solo
dallo Stato ma anche dai soggetti del terzo settore coinvolti. Mi ha molto
colpito positivamente, qualche mese fa, la testimonianza del presidente di
una cooperativa di Partinico che ha riferito commosso che la processione
della Madonna del Borgo, dove la cooperativa ha ottenuto l'uso di un terreno
confiscato e dove impegna dei soggetti svantaggiati del paese, si ferma
proprio in quel terreno a significare una saldatura tra aspetti religiosi
della comunita' e un progetto di riscatto sociale, con la partecipazione
quindi di una parte significativa degli abitanti.
Penso che questi aspetti simbolici di riappropriazione e di "restituzione"
siano importanti tanto quanto la pur necessaria efficienza burocratica. Anzi
laddove essi non siano possibili puo' essere in qualche caso utile desistere
dall'assumere un carico di impegno economico e imprenditoriale che non lasci
contemporaneamente il segno nel cuore della comunita'.
E perche' non puntare a una restituzione spontanea di beni e terreni?
Da parte di chi? Di ex mafiosi, di vedove della mafia, ma anche di persone
normali, e - consentitemi - della Chiesa e degli ordini religiosi a volte
proprietari di conventi in disuso, di terreni e fabbricati che al posto di
essere "messi a reddito" con affitti insignificanti potrebbero essere messi
a disposizione per progetti di sviluppo di comunita'.
La nonviolenza si costruisce anche con la testimonianza che puo' rendere
piu' credibile ogni appello alla restituzione.
Mi viene in mente il lavoro di Vinoba (collaboratore di Gandhi) e dei suoi
seguaci in India che proseguono ancora oggi il suo impegno contro le
multinazionali, alcuni dei quali abbiamo conosciuto, che chiedeva porta a
porta ai grossi proprietari terrieri un acro di terra per i paria. Il dono
della terra da parte di alcuni potenti raja indiani (potenti soprattutto dal
punto di vista religioso) diede vita ad un movimento di redistribuzione
della terra e alla costruzione di centinaia, forse migliaia di villaggi.
*
6. Mafia, nonviolenza e modello di sviluppo
L'apporto originale che l'approccio nonviolento puo' fornire ad un'azione di
superamento del sistema mafioso non risiede tanto nell'individuazione delle
interconnessioni tra mafia e modello di sviluppo, ma nel raccordare questo
piano (macro) della dimensione sistemica con quello (micro) dell'azione
interindividuale.
La leva della risoluzione nonviolenta dei conflitti chiama tutti coloro che
scorgono una co-responsabilita' in un male del mondo ad agire con
creativita' per far giungere gli altri attori alla medesima consapevolezza.
Questo lavoro e' si' un lavoro sulle coscienze individuali, ma puo' avere
immediate conseguenze sul piano dell'economia e dei rapporti sociali.
Torniamo infatti al modello di sviluppo: acquisire consapevolezza del
possibile scenario planetario in cui il crimine diventa apocalitticamente
"struttura" del mondo, potrebbe lasciarci sgomenti in quanto non riusciamo a
scorgere vie di uscita. Ma di fronte alle piu' grandi ingiustizie e alle
piu' grandi violenze non abbiamo, diceva Lanza del Vasto, che da vivere le
nostre relazioni in un modo che, adottato da tutti, non consentirebbe il
sopravvenire di ingiustizie, miserie, guerre.
Abbiamo scoperto che c'e' un nesso tra mafia ed economia? Tra mafia e
smaltimento dei rifiuti? Tra mafia e consumismo? Tra mafia e modelli
autoritari di educazione? qual e' il nostro personale coinvolgimento in
questi fenomeni e qual e' il modo alternativo di agire e ancor prima
vivere?
Certamente una risposta possiamo trovarla in quello che oggi viene definito
il mondo dei "nuovi stili di vita", improntati alla sobrieta', al
mutuo-aiuto, alla solidarieta' verso i piu' deboli, ma e' ugualmente quello
in cui si possono sperimentare relazioni interpersonali improntate al
perdono e alla conversione, a un lavoro su se stessi teso a scoprire e
curare le proprie ferite interiori e nelle relazioni con gli altri.
Tutte queste scelte rimandano si' alla spiritualita', ma hanno il loro
risvolto sociale nella misura in cui possono diventare nuovi modi di
lavorare, di produrre energia, di abitare, di gestire i conflitti in luoghi
comunitari ancor prima che giudiziari: pensiamo a cosa potrebbe fare una
comunita' religiosa in tal senso, ai risvolti pedagogici che potrebbe avere
per esempio una piu' creativa celebrazione del sacramento della
riconciliazione in ambito cattolico.
Ma tornando al modello di sviluppo, io penso che vada introdotta una nuova
consapevolezza anche nel mondo del volontariato, che ha costituito uno dei
fenomeni piu' interessanti degli ultimi anni, ma che rischia di restare
centrato sulla dimensione del "dare" prima ancora che dell'"essere". C'e' un
modo di aiutare i poveri che non si sostanzia, secondo la consueta metafora,
nel dar loro pesci  e nemmeno "canne da pesca" (tecnologie e culture
inventate spesso a nostra misura). Tale modo consiste, semplicemente, nel
non pesare, con i nostri bisogni e con l'organizzazione necessaria al loro
soddisfacimento, sulla vita di chi possiede meno di noi.
E' questo un punto essenziale dell'insegnamento di Lanza del Vasto che ha
portato  la nonviolenza di Gandhi a noi occidentali che occupiamo una
diversa posizione dei rapporti planetari [Cfr. Giuseppe Giovanni Lanza del
Vasto, Prefazione all'edizione francese di "Hind Swaraj" (1957),  in:
Mohandas K. Gandhi, Civilta' occidentale e rinascita dell'India, Edizioni
del Movimento Nonviolento, Perugia, 1984, p. 8].
*
7. Una nuova giustizia ispirata alla nonviolenza
Infine solo un richiamo ad un tema che sara' ripreso da due autorevoli
presenze in questo convegno la professoressa Scardaccione e la dottoressa
Cannito che ci ha raggiunto da Washington, che e' quello dell'emergere di
nuove pratiche di giustizia, anche istituzionalmente riconosciute.
Mi riferisco  alla giustizia rigenerativa o riparativa come pratica
d'elezione dal punto di vista nonviolento.
La  giustizia rigenerativa infatti:
- si fonda e richiama costantemente i valori che, nella cultura della
societa' di riferimento, si richiamano all'unita' del genere umano (si
tratterebbe allora di ritrovare tracce di tale fondamento nella cultura
meridionale);
- intende ogni danno inferto a un singolo individuo come un danno inferto
alla collettivita' affermando cosi' il principio che un uomo che colpisce un
altro uomo fa male anche a se stesso; e il corollario di tale principio mi
ricordava ieri Marinetta Cannito e' che  un uomo che perdona fa bene a chi
e' perdonato ma anche e forse soprattutto a se medesimo per la liberazione
interiore che ne puo' derivare;
- mira alla riparazione (materiale e/o simbolica) del danno con il
coinvolgimento attivo sia degli autori, sia delle vittime della violenza,
riparazione che puo' quindi sfociare, anche con l'aiuto di terze parti
(civili, religiose e istituzionali) in una riconciliazione.
L'obiezione che e' stata fatta all'applicabilita' di questo tipo di pratica
giudiziaria ai reati di tipo mafioso e' che la giustizia rigenerativa e'
riferibile a situazione di danno rimediabile e di reati individuali e non
associativi. Non e' quindi proponibile per i reati mafiosi.
Questa osservazione e' legata, oltre che alla nostra tradizione giudiziaria,
ad una rappresentazione sociale della giustizia molto radicata nella nostra
cultura. Tale rappresentazione travalica lo stesso ruolo attribuito dal
nostro ordinamento al sistema giudiziario, ed e'  ancora molto legata ad un
idea di pena intesa come punizione.
La sottrazione coattiva di spazio vitale all'autore del reato, che rimanda
al monopolio legittimo della violenza da parte dello Stato, ha tre
giustificazioni:
- la tutela della sicurezza dei cittadini (vengono rinchiuse in carcere
persone potenzialmente pericolose);
- l'effetto deterrente attribuito al complesso penale per i potenziali
futuri criminali;
- la gia' richiamata funzione rieducativa che la pena detentiva dovrebbe
assumere nei confronti di chi ha commesso il crimine.
Accanto a queste motivazioni, che in varia misura sono riconosciute
istituzionalmente, ve ne e' una quarta che invece e' presente al solo
livello della rappresentazione sociale della giustizia: essa e' costituita
dal convincimento che la pena, nel suo carattere punitivo (sottrazione
violenta di spazio vitale al condannato), determini un appagamento della
vittima della violenza e costituisca, pertanto, una forma di riparazione del
danno. In particolare si e' convinti che, quando la vittima e' stata uccisa,
la certezza di una condanna di carcerazione, da espiarsi senza sconti di
durata, possa costituire conforto per i familiari dell'ucciso.
E' singolare come il parere delle vittime dei reati, il loro eventuale
perdono, le loro eventuali richieste di veracita' del pentimento, che fino
alla condanna non sono stati tenuti in alcuna considerazione (eccezion fatta
per gli aspetti di testimonianza e di accertamento del danno), ricevano
successivamente una grande attenzione a livello di opinione pubblica e in
contesti impropri (per loro natura approssimativi) quali quelli
mediatici.(tutti ricorderanno a questo proposito la celebre invocazione di
Rosaria Schifani agli autori e ai mandanti della strage di Capaci: "Sappiate
che anche per voi c'e' possibilita' di perdono, io vi perdono, ma vi dovete
mettere in ginocchio...").
E tuttavia cio' e' il segnale di un limite della giustizia retributiva, in
quanto essa non da' rilievo alla relazione tra vittima e autore del reato,
fino a non tenere in alcuna considerazione l'eventuale riconciliazione tra
le parti, per la commutazione della pena.
Sono convinto che queste nuove pratiche sociali centrate sulla riparazione
del danno costituiscano una vera linea di frontiera per l'evoluzione dei
sistemi giudiziari.
Riguardo alla riparabilita' del danno, c'e' da dire che essa non e'
ovviamente ottenibile sempre in termini materiali. Non c'e' nessuno che puo'
restituire una vita tolta. Al contempo, va pero' ricordato che la giustizia
rigenerativa ha avuto la sua massima concretizzazione storica nella
Commissione per la verita' e la riconciliazione, in un contesto -  come
quello sudafricano - in cui i reati in questione erano omicidi, torture e
altre violazioni dei diritti umani i cui segni non potranno mai essere
cancellati. In quel caso la richiesta che fu fatta agli autori di tali
violenze (e che sarebbe stata condizione per l'amnistia) e' stata quella di
collaborare pienamente al ripristino della verita' (quando e come erano
state commesse le torture e le uccisioni, dove erano state sepolte le
vittime, ecc.).
Si e' trattato in questo caso di una riparazione simbolica che ha avuto
pero' effetti significativi e profondi sulle esperienze esistenziali sia di
singole persone, sia di un'intera comunita' nazionale, e cio' proprio
perche' le gravi violazioni dei diritti umani, compiute in nome
dell'apartheid, si fondavano su un convincimento radicato culturalmente,
riconosciuto dalla legislazione e dalle strutture dello stato. Cosi', anche
le gravi violazioni dei diritti umani, come la tortura e l'assassinio, non
certamente ammesse dalla legislazione, si compivano all'ombra di strutture
statali compiacenti.
Il ripristino della verita' ha potuto allora costituire la riparazione alle
violenze subite in quanto e' stato ufficialmente riconosciuto che la vite
spente e la sofferenza di chi le avute sottratte hanno avuto un senso, non
sono piu' anonime, sono riconosciute come sacrificio per l'evoluzione civile
e democratica di un'intera comunita': si puo' dire che esse hanno in qualche
modo fondato la nuova repubblica del Sudafrica.
E' impossibile immaginare qualcosa di analogo per le tante violenze commesse
dalla mafia e dalla camorra?
Forse si puo' pensare - ha suggerito  Andrea Cozzo all'interno del nostro
laboratorio -  ad uno spazio di confessione pubblico, diffuso e aperto (come
avveniva nelle sedute della Commissione per la Verita' e la Riconciliazione
in Sudafrica), per il processo di dissociazione. In questo modo sarebbe
direttamente la societa' nella sua interezza ad essere informata.
Oggi che tutti i cosiddetti "pentiti" sono, per ragioni di sicurezza e di
protezione, sradicati dai loro luoghi di origine e' possibile un
coinvolgimento attivo di alcuni di essi, a partire da una loro eventuale
disponibilita' ad incontrare alcune vittime e i familiari degli uccisi
(disponibili ovviamente a tale incontro)? Una tale esperienza potrebbe
generare nuovi campi di relazione, di intervento?
Alcune delle vittime, persuase di un tale approccio, potrebbero impegnarsi
in appelli volti a raggiungere i mafiosi non ancora pentiti, i familiari, i
politici, gli imprenditori che con loro ancora collaborano? Perche' non
pensare ad esempio a degli spot radio o televisivi in cui le vittime della
mafia, del racket, dell'usura (ancora una volta quelle disposte a farlo) si
rivolgano a chi e' ancora dentro l'organizzazione mafiosa, ai loro familiari
che spesso "sanno" di questa appartenenza senza condividerla (non
dimentichiamo Rita Atria) implorandone una fuoriuscita?
*
8. Nuove forme di presenza dello Stato
L'esempio della giustizia rigenerativa non esaurisce il campo di forme
innovative di presenza dello stato nel territorio: Andrea Cozzo e' da alcuni
anni impegnato nella formazione alla nonviolenza per agenti dell'Arma dei
Carabinieri e della Guardia di Finanza. Egli ricorda che la figura attuale
piu' vicina a quanto pensiamo e' quella del cosiddetto poliziotto di
quartiere; lavorando sulla quale, attraverso una specifica preparazione, si
potrebbe giungere ad avere un operatore in grado di accrescere la buona
comunicazione tra gli abitanti di un quartiere e, di conseguenza, la loro
capacita' di opporsi ai soprusi mafiosi.
Ma altrettanto pertinente a me pare la prospettiva istituzionale aperta
dalle leggi che riconoscono in Italia la legittimita' della Difesa Popolare
Nonviolenta (in sigla: Dpn) su cui un gruppo di lavoro del pomeriggio si
trovera' a confrontarsi. A tal proposito sempre Andrea Cozzo ha recentemente
individuato alcuni capisaldi della Dpn e di una sua possibile attuazione in
azioni di contrasto alla mafia.
Sono tre - egli afferma - i messaggi che da parte di chi adotta la Dpn
dovrebbero giungere con chiarezza a chi opera mafiosamente:
- l'ingiustizia e, piu' specificamente, la sofferenza che si sta patendo
("dire all'altro il male che fa");
- la propria volonta' di rispettare l'avversario;
- la ferma intenzione di resistere senza minacciare a propria volta (il
rifiuto nonviolento di accettare intimidazioni).
Capacita' di comunicazione e di perdono, accompagnate dalla ferma
dimostrazione di coraggio, sono i due elementi che Hildegard Goss-Mayr in un
incontro svoltosi recentemente a  Palermo ci ha ricordato essere i due
requisiti essenziali della nonviolenza, che lei e il marito Jean Goss hanno
cercato di sperimentare in tantissime situazioni di conflitto in tutto il
mondo.
E oggi che l'Italia e' l'unico Paese al mondo che dispone di una normativa
che prevede l'organizzazione della difesa civile non armata e nonviolenta
non abbiamo che da rimboccarci le maniche per dare il nostro contributo e
per coniugare la nostra personale persuasione con un impegno civile
nonviolento organizzato di difesa dalla mafia.

6. MEMORIA. BENITO D'IPPOLITO: DOPO CAPACI

"En mayo llegan las primeras lluvias
La hierba tierna renace de las cenizas"
(Ernesto Cardenal, Hora 0)

Che nessuno si arrenda, che nessuno
dei carnefici sieda alla mensa, che nessuno
s'impiastricci le mani le mani stringendo
lorde ancora di sangue,
che nessuno versi l'obolo al tiranno.

Che nessuno dimentichi, nessuno
permetta che quei morti siano morti
invano, per sempre.

7. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: DEI DIRITTI DELLA SCIENZA
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
intervento. Enrico Peyretti e' uno dei principali collaboratori di questo
foglio, ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace
e di nonviolenza. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; e' disponibile nella rete telematica la
sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia
storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente
edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il
principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha
curato la traduzione italiana), e una recentissima edizione aggiornata e'
nei nn. 791-792 di questo notiziario; vari suoi interventi sono anche nei
siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org. Una piu' ampia bibliografia dei
principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15 novembre 2003 di
questo notiziario]

A me da' molta piu' preoccupazione e paura la hybris scientifica - armi
distruttive, manipolazione della vita vegetale, animale, umana, squilibrio
dell'ambiente - che non i ritardi nel progresso, anche medico (morire
naturalmente non e' il massimo dei mali), dovuti a saggia autolimitazione
scientifica per rispetto del principio di cautela, dove siamo in condizioni
di abbondante ignoranza e imprevedibilita' degli effetti. E cio' tanto piu'
se considero che la tanto celebrata scienza, quasi fosse il massimo dei
saperi, e' enormemente inquinata dai poteri economici, che indirizzano a
forza, col dare-negare finanziamenti e istituzioni, sia la ricerca sia
l'applicazione, la' dove pensano di trarre profitto, anche a scapito di
inviolabili diritti umani di persone e popoli, e a danno della natura,
mentre ostruiscono il cammino verso direzioni di ricerca e applicazione
medica, sanitaria, ecologica, cooperativa, alimentare, pacifica, solo
perche' possono trarne minore profitto. La scienza, di fatto, non e' pura.
Nelle condizioni attuali, puo' anche essere criminale, molto piu' facilmente
della prudenza. La ricerca scientifica avrebbe maggiore diritto e importanza
e utilita', se il capitale fosse al suo servizio, invece di servirsene.

8. RIVISTE. CON "QUALEVITA", ALL'ASCOLTO DI ETTY HILLESUM
Abbonarsi a "Qualevita" e' un modo per sostenere la nonviolenza. All'ascolto
di Etty Hillesum.
*
"Mi piace aver contatto con le persone. Mi sembra che la mia intensa
partecipazione porti alla luce la loro parte migliore e piu' profonda, le
persone si aprono davanti a me, ognuna e' come una storia, raccontatami
dalla vita stessa. E i miei occhi incantati non hanno che da leggere" (Etty
Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985, 1996, p. 232).
*
"Qualevita" e' il bel bimestrale di riflessione e informazione nonviolenta
che insieme ad "Azione nonviolenta", "Mosaico di pace", "Quaderni
satyagraha" e poche altre riviste e' una delle voci piu' qualificate della
nonviolenza nel nostro paese. Ma e' anche una casa editrice che pubblica
libri appassionanti e utilissimi, e che ogni anno mette a disposizione con
l'agenza-diario "Giorni nonviolenti" uno degli strumenti di lavoro migliori
di cui disponiamo.
Abbonarsi a "Qualevita", regalare a una persona amica un abbonamento a
"Qualevita", e' un'azione buona e feconda.
Per informazioni e contatti: Edizioni Qualevita, via Michelangelo 2, 67030
Torre dei Nolfi (Aq), tel. 3495843946, o anche 0864460006, o ancora
086446448; e-mail: sudest at iol.it o anche qualevita3 at tele2.it; sito:
www.peacelink.it/users/qualevita
Per abbonamenti alla rivista bimestrale "Qualevita": abbonamento annuo: euro
13, da versare sul ccp 10750677, intestato a "Qualevita", via Michelangelo
2, 67030 Torre dei Nolfi (Aq), specificando nella causale "abbonamento a
'Qualevita'".

9. LETTURE. AA. VV.: LE NOSTRE STORIE PER I TUOI SI'
AA. VV., Le nostre storie per i tuoi si', Mammeonline, Padova 2005, pp. 32,
euro 2 (prezzo consigliato). Un utile essenziale opuscolo che soprattutto
attraverso il racconto in prima persona di alcune storie di vita spiega le
ragioni del si' ai quattro quesiti del referendum del 12-13 giugno sulla
procreazione medicalmente assistita, a cura di Amica Cicogna
(www.amicacicogna.it), Cittadinanzattiva toscana
(www.cittadinanzattiva.toscana.it), Hera (www.hera.it), L'altra cicogna
(e-mail: laurapisano at hotmail.com), Lega italiana fibrosi cistica
(www.fibrosicistica.it), Madre Provetta (www.madreprovetta.org), Mammeonline
(www.mammeonline.net)

10. RILETTURE. MARIA LUISA BOCCIA, GRAZIA ZUFFA: L'ECLISSI DELLA MADRE
Maria Luisa Boccia, Grazia Zuffa, L'eclissi della madre. Fecondazione
artificiale, tecniche, fantasie e norme, Pratiche, Milano 1998, pp. 260,
lire 28.000. Scritto da due illustri studiose, un libro la cui lettura e'
necessaria.

11. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

12. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 940 del 25 maggio 2005

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