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La nonviolenza e' in cammino. 942



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 942 del 27 maggio 2005

Sommario di questo numero:
1. Clementina, ancora
2 Enrico Peyretti presenta "La guerra e' la malattia non la soluzione" di
Eugen Drewermann
3. Goffredo Fofi: Capitini e noi
4. Con "Qualevita", all'ascolto di Simone Weil
5. Letture: Joerg Magenau, Christa Wolf. Una biografia
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. CLEMENTINA, ANCORA
[Clementina Cantoni, volontaria dell'associazione umanitaria "Care
international", impegnata in Afghanistan nella solidarieta' con le donne, e'
stata rapita alcuni giorni fa]

E' ancora prigioniera dei rapitori.
Non abbiamo ancora fatto abbastanza per liberarla.

2. LIBRI. ENRICO PEYRETTI PRESENTA "LA GUERRA E' LA MALATTIA NON LA
SOLUZIONE" DI EUGEN DREWERMANN
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
intervento.
Enrico Peyretti e' uno dei principali collaboratori di questo foglio, ed uno
dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di
nonviolenza. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non uccidere",
Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il Monte 1998;
La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la guerra, Beppe
Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei Gabrielli, Negarine
(Verona) 2005; e' disponibile nella rete telematica la sua fondamentale
ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia storica delle lotte
nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente edizione a stampa e' in
appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza, Plus,
Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha curato la traduzione italiana), e
una recente edizione aggiornata e' nei nn. 791-792 di questo notiziario;
vari suoi interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org,
www.ilfoglio.org. Una piu' ampia bibliografia dei principali scritti di
Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15 novembre 2003 di questo notiziario.
Eugen Drewermann e' un illustre teologo e psicoterapeuta; tra le sue opere
segnaliamo almeno: Psicoanalisi e teologia morale; Il vangelo di Marco;
Psicologia del profonde e esegesi (due volumi); Parola che salva, parola che
guarisce; Il cammino pericoloso della redenzione; Il messaggio delle donne,
L'essenziale e' invisibile; I tempi dell'amore; Cenerentola; Il tuo nome e'
come il sapore della vita; Il cielo aperto, Parole per una terra da
scoprire; tutte presso la Queriniana, Brescia; Guerra e cristianesimo, la
spirale dell'angoscia, Raetia, Bolzano; La fede inversa di Eugen Drewermann,
Edizioni La Meridiana, Molfetta 2033; La guerra e' la malattia non la
soluzione, Claudiana, Torino 2005]

Di questo libro di Drewermann (Eugen Drewermann, La guerra e' la malattia
non la soluzione, introduzione di Gianni Vattimo, Editrice Claudiana, Torino
2005, pp. 208, euro 17,50) oserei correggere il titolo: non piu' "La guerra
e' la malattia, non la soluzione", ma, addirittura, "L'esercito e' la
malattia, non la soluzione".
Molti sono i temi di questo lavoro appassionato del famoso psicoanalista e
teologo cattolico: guerra e terrorismo, tecnica e terrore, l'immagine del
nemico, l'islam, il pacifismo, Israele e palestinesi, il fondamentalismo, la
cultura di pace, i maschi e la guerra, la nonviolenza, le religioni e la
pace, guerra giusta, guerra santa, psicoterapia e violenza, educazione alla
pace. Ogni tema e' discusso in dialogo-intervista con Juergen Hoeren, con
apertura di orizzonti, sguardo all'attualita' seguita all'11 settembre
(l'edizione originale e' del 2002), liberta' critica, impegno umano di
liberazione, e forte senso evangelico. Drewermann indica che il discorso
della montagna di Gesu' e' praticabile nella storia.
Ma dicevo dell'esercito. Per poter fare la guerra bisogna plasmare gli
uomini con lo stampino dell'esercito, che non e' diverso dalla
disumanizzazione del fanatico. E' questo il tema psicologico piu' insistito
nel libro. "L'esercito, il servizio militare, non consiste in null'altro se
non attivare il lato criminale presente negli stessi esseri umani, che viene
poi istruito e strumentalizzato per combattere la criminalita' (sia
internazionale, sia interna). Cosi', pero', non ci se ne libera, ma la si
rende eterna" (p. 58).
Papa Pio XII affermo' che "nessun cattolico avrebbe avuto il diritto di
rifiutare il servizio militare appellandosi alla sua coscienza", e teologi
cattolici illustrarono nel Parlamento tedesco questa opinione, che un
cattolico responsabile deve essere (le parole sono di Drewermann)
"disponibile a fare la guerra", deve "imparare a uccidere a comando" (pp.
54-55). Dopo, la coscienza cattolica ha fatto un cammino.
Nell'addestramento militare "non e' solo importante distruggere l'autostima,
bisogna anche abbattere l'inibizione a uccidere... L'esercito e' un'arcaica
e barbara orda di uomini, un ostacolo alla civilta'" (p. 62).
"Cio' che produce l'esercito non e' sicurezza, ma una paranoia reale, un
apocalittico Armageddon, la perpetuazione nella storia del mondo di Caino e
Abele" (p. 70).
"E' chiaro che, attraverso questo comportamento [la guerra Usa in risposta
all'11 settembre] i terroristi troveranno conferme piuttosto che smentite
riguardo alla loro visione dell'Occidente... Ripeto, ogni guerra e' di per
se stessa terrorismo" (p. 75).
Non sono "realiste" le persone che pretendono di stabilire la "pace" con la
minaccia di omicidi di massa: "ai miei occhi si ha a che fare con potenziali
stragisti, con criminali del piu' alto rango, con terroristi di Stato, con
pazzi di ogni tipo" (p. 73).
"Non appena viene pronunciata la parola guerra, qualsiasi mezzo viene
giustificato... Leggiamo, per esempio, che dobbiamo distruggere i talebani
"con tutti i mezzi"... Nulla e' cosi' santo da rendere tutto il resto
giustificabile, altrimenti avremmo fatta nostra la mentalita' dei
terroristi. A quel punto l'ideologia dello Stato sarebbe identica a questa
mentalita' e con essa intercambiabile. Sarebbe la stessa follia della
coscienza" (p. 99).
Riguardo al conflitto Israele-Palestina, Drewermann osserva che l'apporto
delle religione renderebbe possibile "un discredito dell'intero, folle
apparato militare, che in effetti gia' solo attraverso la sua esistenza
assorbe tutti gli elementi capaci di cultura... C'e' una carenza di parole
nel nostro mondo che ci chiude. La violenza e' una lingua sostitutiva
motivata dal rifiuto del dialogo" (pp. 102-103).
"La guerra... non e' degna di noi. Ripeto: dovremmo rimuovere in primo luogo
i campi di addestramento militare, il lavaggio del cervello fatto nelle
caserme di ogni citta', e non solo presso i terroristi in Afghanistan.
Bisognerebbe cominciare qui, da noi" (p. 112).
"Rispettando l'obbligo dell'obbedienza all'esercito, gli esseri umani
vengono del tutto annullati come persone in quanto essi si identificano
completamente con la centrale di comando. A questo si aggiunge il fatto che
viene creato un pensiero sostitutivo, non piu' soggetto al controllo
emozionale" (p. 120). L'autore mostra con vari esempi atroci di quali
nefandezze normali in guerra diventano capaci i soldati eccitati ad
uccidere, privati dei normali sentimenti umani. "La sola realta'
dell'esercito uccide quotidianamente molti piu' esseri umani di quanti non
ne possiamo 'salvare'" (p. 122). Sento qui l'eco del grande Kant: "La guerra
fa piu' malvagi di quanti ne toglie di mezzo".
Il grande valore dell'islam autentico, e delle altre religioni
monoteistiche, e' l'affermazione che "Dio e' grande", che e' "piu' grande
del potere stabilito". Allora, chiede Drewermann: "Che cosa accadrebbe se ci
fossero esseri umani che dichiarassero: proprio perche' Dio e' piu' grande,
non prendo ordini per andare in guerra, non prendo ordini per fare il
soldato?" (p. 143). Ecco la grande possibilita' e responsabilita' delle
religioni, forza eversiva della violenza, liberatrice di umanita' nella
storia. Forza non usata. Forza non creduta. Dio e' assoggettato ai poteri
stabiliti.
"La violenza distrugge moralmente colui che la utilizza". Fatto l'esempio
attuale di un soldato istruito ad essere un killer professionista, l'autore
chiede: "Quanti sensi di colpa lo assaliranno? E se non ne ha piu', ancora
peggio. Quante reazioni della sensibilita' umana devono essere state
eliminate in lui, affinche' possa essere un assassino?" (p. 153). "Chiunque
faccia il soldato deve essere pronto a utilizzare veramente le cose che gli
sono state insegnate in caserma. L'epoca delle scuse morali e' finita" (p.
160).
L'esistenza dei cappellani militari, che assicurano la "consolazione morale"
dei soldati, pone il problema: o "religione di popolo", confortato ad
obbedire ai potenti, oppure religione profetica, percio' critica dei poteri
assolutizzati, e dunque istigante il popolo alla indipendenza morale e alla
possibile disobbedienza, percio' perseguitata dai potenti e, probabilmente,
rifiutata dalla maggioranza succube (cfr p. 161).
A proposito dei famosi esperimenti di Milgram (dimostrazione che persone
normalissime per rispettare l'autorita' e la scienza diventano potenziali
assassini), scrive Drewermann: "Nell'esercito non viene semplicemente fatto
affidamento a questa 'obbedienza media', ma l'obbedienza viene addestrata
duramente, con paura e sotto giuramento, affinche' di fronte ai superiori
tutto questo venga continuamente automatizzato in gesti di sottomissione"
(p. 174).
Richiamando Freud (ma qui c'e' un errore: non si tratta della lettera ad
Einstein, che e' del 1932, ma del saggio del 1915), per il quale "la morale
del singolo e' ormai molto superiore alla 'morale' dei potenti", e Einstein
nel 1950, per il quale "l'uccidere in guerra non si differenzia per nulla da
un omicidio efferato", Drewermann aggiunge: "Tuttavia, raramente si
troveranno omicidi con una considerazione di se' pari a quella dei soldati"
(p. 175).
Drewermann riferisce l'impressionante testimonianza di un soldato
statunitense in Vietnam (1). Era quasi impazzito per le conseguenze
interiori dei suoi omicidi a decine, commessi in guerra. Guarito da un
monaco buddhista, ora e' monaco lui stesso. Egli riconosce "che il mondo in
cui aveva vissuto e' follia pura: addestrare esseri umani a uccidere... e il
peggiore aspetto di questa follia e' che esiste una societa' che non solo
non vuole alcuna riflessione su queste presunte necessita', ma che le
vieta". Il cristianesimo occidentale e' impreparato a curare "questa follia
apparentemente normale, perche' si tiene ancora troppo allineato
all'autorita' statale" (pp. 181-184).
Il primo dei cinque punti che Drewermann propone per educarci alla pace e'
la necessita' di liberarci dall'ostacolo che sta "nella disponibilita'
all'obbedienza, nella capacita' di cedere la propria responsabilita', di
richiamarsi a ordini dati da altri" (p. 185).
"Caratteristica dell'essere soldato e' il fatto che egli si debba annullare
come soggetto per essere disponibile all'annullamento di 'materiale umano'
insito nel nemico, e all'omologazione nella propria truppa" (p. 187).
"L'esercito e' la condizione marginale o di catastrofe della vita civile, e
tanto piu' a lungo questo sopravvive, tanto piu' diviene catastrofe per
tutta la nostra vita" (p. 189).
Ha scritto Teresa Sarti, di Emergency: "Finche' la guerra sara' tra le
opzioni possibili, la guerra ci sara'" ("Il manifesto", 12 marzo 2004). La
principale alternativa alla guerra che Drewermann propone e' il dialogo
profondo, preveggente, preventivo, autocritico, col "nemico". Solo la parola
seria guarisce i rapporti umani.
*
Vorrei terminare con una orrenda esperienza personale, che ho gia' riferito
in numerosi articoli e in piu' di un libro. Il 29 marzo 1996, durante un
dibattito sulla guerra in un teatro torinese, pieno di studenti di scuola
media superiore, il generale Carlo Jean, allora come oggi alto comandante
militare, disse letteralmente (prendevo appunti sotto dettatura):
"Nell'esercito e' necessaria la disciplina... perche' combattere significa
uccidere. Occorre l'esecuzione automatica dell'ordine". Ora, dove c'e'
esecuzione automatica non c'e' coscienza, dunque non c'e' piu' un essere
umano. Mi pento di non avere denunciato il generale per corruzione di
minorenni. Le tesi di Drewermann (che gia' anticipava Kant, a proposito di
eserciti permanenti) sulla disumanizzazione dei soldati, imposta per usarli
come strumenti di omicidio, e' confermata da un alto militare italiano.
*
Note
1. Si tratta, con tutta evidenza, di Claude Thomas, venuto piu' volte in
Italia, di cui abbiamo qualche scritto, come l'opuscolo Un cammino di
liberazione. Dalla guerra in Vietnam alla pace nel cuore, pubblicato da La
Rete di Indra, Roma 1996 (per richieste: e-mail: indra at alfanet.it, tel.:
068079090). Ne ha parlato anche "L'Unita'" del 6 maggio 1997.

3. RIFLESSIONE. GOFFREDO FOFI: CAPITINI E NOI
[Ringraziamo Antonello Ronca ed Enrico Peyretti per averci fatto pervenire
questo articolo di Goffredo Fofi apparso sulla bella rivista "Lo Straniero"
nel fascicolo del maggio 2005.
Goffredo Fofi, nato a Gubbio nel 1937, ha lavorato in campo pedagogico e
sociale collaborando a rilevanti esperienze. Si e' occupato anche di critica
letteraria e cinematografica. Tra le sue intraprese anche riviste come
"Linea d'ombra", "La terra vista dalla luna" e "Lo straniero". Per sua
iniziativa o ispirazione le Edizioni Linea d'ombra, la collana Piccola
Biblioteca Morale delle Edizioni e/o, L'ancora del Mediterraneo, hanno
rimesso in circolazione testi fondamentali della riflessione morale e della
ricerca e testimonianza nonviolenta purtroppo sepolti dall'editoria -
diciamo cosi' - maggiore. Opere di Goffredo Fofi: tra i molti suoi volumi
segnaliamo almeno L'immigrazione meridionale a Torino (1964), e Pasqua di
maggio (1989). Opere su Goffredo Fofi: non conosciamo volumi a lui dedicati,
ma si veda almeno il ritratto che ne ha fatto Grazia Cherchi, ora alle pp.
252-255 di Eadem, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli).
Aldo Capitini e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato,
docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la
nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande
pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Opere di Aldo Capitini:
la miglior antologia degli scritti e' (a cura di Giovanni Cacioppo e vari
collaboratori), Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che
contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche' integrale -
ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell'epoca -
bibliografia degli scritti di Capitini); recentemente e' stato ripubblicato
il saggio Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989; una
raccolta di scritti autobiografici, Opposizione e liberazione, Linea
d'ombra, Milano 1991, nuova edizione presso L'ancora del Mediterraneo,
Napoli 2003; e gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996;
segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri,
Edizioni Associate, Roma 1991; e la recentissima antologia degli scritti Le
ragioni della nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004. Presso la redazione di
"Azione nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito:
www.nonviolenti.org) sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi
ed opuscoli di Capitini non piu' reperibili in libreria (tra cui i
fondamentali Elementi di un'esperienza religiosa, 1937, e Il potere di
tutti, 1969). Negli anni '90 e' iniziata la pubblicazione di una edizione di
opere scelte: sono fin qui apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza,
Protagon, Perugia 1992, e un volume di Scritti filosofici e religiosi,
Perugia 1994, seconda edizione ampliata, Fondazione centro studi Aldo
Capitini, Perugia 1998. Opere su Aldo Capitini: oltre alle introduzioni alle
singole sezioni del sopra citato Il messaggio di Aldo Capitini, tra le
pubblicazioni recenti si veda almeno: Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci,
Torino 1988; Clara Cutini (a cura di), Uno schedato politico: Aldo Capitini,
Editoriale Umbra, Perugia 1988; Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni
cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La
pedagogia del nuovo di Aldo Capitini. Tra religione ed etica laica, Clueb,
Bologna 1991; Fondazione "Centro studi Aldo Capitini", Elementi
dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova Italia, Scandicci (Fi)
1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia
intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1998; AA.
VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume monografico de "Il
ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante, La realta'
liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia
1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta 2001; cfr.
anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d'Orsi, Intellettuali nel
Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; per una bibliografia della critica
cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito citato; numerosi utilissimi
materiali di e su Aldo Capitini sono nel sito dell'Associazione nazionale
amici di Aldo Capitini: www.aldocapitini.it, altri materiali nel sito
www.cosinrete.it; una assai utile mostra e un altrettanto utile dvd su Aldo
Capitini possono essere richiesti scrivendo a Luciano Capitini:
capitps at libero.it, o anche a Lanfranco Mencaroni: l.mencaroni at libero.it, o
anche al Movimento Nonviolento: tel. 0458009803, e-mail:
azionenonviolenta at sis.it]

Che si parli di Capitini, che lo si racconti e che lo si legga e'
importante, ma da questo dovrebbe conseguire che si prenda esempio e si
riparta dal suo pensiero e dalla sua azione, mettendoli al passo con le
necessita' di oggi, con un'epoca radicalmente cambiata rispetto a quella in
cui egli e' vissuto. In Europa non ci sono piu' le grandi dittature,
semplicemente non ce n'e' piu' bisogno, almeno per ora, grazie al benessere
e a un accorto uso dei mezzi di comunicazione di massa produttori di
consenso; all'"assoluto dello Stato" (come Capitini definiva il sistema
sovietico) e' succeduto, non piu' soltanto sua controparte yankee,
"l'assoluto del benessere" (come Capitini definiva il sistema statunitense,
l'american way of life), e un'unica proposta, un unico "consiglio per gli
acquisti", un unico modello di societa' esportato dagli Usa nelle nostre
lande e verso tutti i possibili altrove.
A questa invasione che, in molti casi, dopo la caduta dell'Impero sovietico,
e' stata ed e' anche invasione militare e che, come negli antichi tempi, si
dice ed e' convinta di agire per il bene contro il male e addirittura nel
nome del Cristo, si reagisce con disperati e non diversamente criminali
eserciti di molti (o di pochi, i kamikaze) in difesa di una "vera fede"
contro quell'altra "vera fede". E se al tempo di Hitler (o con lo Stalin che
reagiva all'invasione nazista riaprendo abilmente le chiese dopo anni di
persecuzioni) i capi di governo si servivano della religione, oggi si
sentono e sono credenti e religiosi, parlano e sparano in nome della fede.
Prima dell'11 settembre 2001 che ha davvero cambiato di nuovo il mondo, i
dati del problema, e ha reso urgente come mai prima una risposta dei singoli
e dei gruppi che sia davvero altra, di rifiuto dell'aggressione e della
violenza, il teologo Bernhard Haering aveva scritto che "una delle maggiori
minacce del genere umano e' costituita da quelle persone e da quei gruppi di
potere che si trincerano in una pseudo-innocenza e auto-giustizia, al punto
di sacralizzare ogni tipo di violenza, di tortura, di guerra insensata".
La religione, che all'inizio del Novecento si credeva destinata a non
contare, alla fine del secolo, piu' nulla, e' tornata invece a dominare, a
vincere, e in modi antichi, di piena brutalita'; non c'e' intorno molta
"religione aperta" e tollerante, come la voleva Capitini, bensi' una
religione chiusa e ferina... E questo in tanti paesi, negli Stati Uniti come
in Iraq, e in Africa e in Asia e nei nostri dintorni - lasciando, per ora,
che sia un'isola felice l'Europa occidentale e ricca cui apparteniamo, una
zona privilegiata del pianeta. (E di essa l'Italia e' forse l'unica isola
esente da guerre dopo il 1945). L'Europa e' per buona misura teatro di una
secolarizzazione che non puo' soddisfarci, tanto e' il prodotto di cinismo e
benessere e di una democrazia sempre manipolabile.
Oggi l'intralcio al pensiero e all'autonomia dell'individuo, e a una
qualsiasi forma di forte spiritualita' e' dato dal rumore, dall'ossessione
della comunicazione, dalla spettacolarizzazione del pubblico e del privato,
dalla violenza della pubblicita' come espressione centrale del "fascismo del
nostro tempo". Non c'e' piu' bisogno di dittature, nella parte d'Europa
benestante, poiche' basta la manipolazione del consenso, diventata perno di
ogni politica. Basta, insomma, la produzione di persone di poca mente,
condizionate al tempo libero da un'economia che ci ha tolto il sudore dalla
fronte e ci ha regalato larghi spazi di ozio e reso passivi consumatori, di
consumi indotti e superflui. Di cose e di televisione. E di festa. Ma che
differenza tra le feste chiassose che scandiscono la nostra vita e la festa
teorizzata, sognata, proposta da Capitini, punto centrale di un'aspirazione
all'armonia del tutto, di noi nel tutto, e con tutto il vivente,
dell'io-tutti e anche oltre, nella compresenza dei morti e dei viventi! La
festa e' per lui quella che "puo' soddisfare la parola inesprimibile da
individuo a individuo", che e' "di la' dall'utile", che unisce "tutti",
tutte le creature e anche le morte, cio' che e' stato vivo, poiche'
"compensa ogni perdita", poiche' "apre l'unita' a purificate presenze"...
La festa in cui noi oggi siamo immersi e a cui siamo addirittura obbligati
e' invece la festa della colpevole dimenticanza, dell'osmosi o dell'incrocio
tra la nostra parte animale con la parte meccanica e robotica in cui ci
vanno chiudendo, noi compiacenti e consenzienti. Il paradosso e' che, per
rendere accettabile questa festa "laica" del non-pensiero, abbiamo bisogno
anche noi, ricchi europei, del conforto della religione. Ma si tratta allora
di una religione priva di spigoli e di difficolta', di prove e di fatica -
una parodia: una religione di sdilinquita superficialita', una new age di
blando e basso spiritualismo che confronti e rallegri cio' che si e', come
si e', che non esiga cambiamento alcuno, nessun peso di trasformazione,
nessuno scandalo di verita', e che allontani ed esorcizzi il tragico della
nostra addomesticata finitudine.
*
Scriveva nel 1956 Capitini nel "Colloquio corale", il suo poema da
riscoprire, che "pedanteria e volgarita' hanno occupato la vita", che
"bellissimi volti dicono insulse parole". Ci sarebbe da obiettare oggi su
quel "bellissimi volti", poiche' decenni di televisione, di consumismo
brutale, di supinita' alle mode, si direbbe abbiano abolito anche quel tipo
di bellezza residuale, e viene da sposare la domanda che Capitini si pone
nei versi che seguono a questi: "Perche' portare temi di musica alta, nel
frastuono di vite scomposte?". Ma per Capitini si tratta, per una volta, di
una domanda retorica; egli non e' mai crudele con l'uomo, neanche con il
peggiore, e tutto il "Colloquio corale", anzi tutta la sua opera, e' un
invito alla bellezza e all'armonia, e' di incitamento all'apertura, a
liberare la realta' dalla paura, dalla violenza, dalla bruttezza, dalla
morte. Capitini era nonostante tutto un grande ottimista, un uomo che amava
le creature e amava i propri simili e che praticava la fiducia e il dialogo;
era il "persuaso" che sa come cambiare l'uomo e il mondo sia possibile
soltanto amando l'uomo: "sempre siamo interessati alle altre persone e agli
altri esseri, al tu, al dialogo, alle assemblee. Noi sappiamo sempre che
c'e' da praticare e da perfezionare questo rapporto, a ogni livello e
occasione della nostra vita".
Ma e' proprio questo che oggi siamo tentati di mettere in discussione del
suo pensiero... Oggi il mondo non va piu' in salita, la fiducia nella
possibilita' di "completare" o "correggere" la Creazione che, diceva molto
semplicemente Anna Maria Ortese, e' "sbagliata" ed e' un fallimento, non ci
appartiene piu'; anche se non per questo vogliamo rinunciare alla sfida e al
rischio che comporta la non-accettazione del mondo come e'. Ancora Capitini,
ancora il "Colloquio corale": "No, non si creda, non ho fatto la pace col
mondo". E anche: "Venga pure il pericolo in questo mio essere nel mondo,
cosa ambigua".
Capitini e' morto nel '68, l'anno che gli permise di entusiasmarsi ancora
per un movimento, nuovo e di giovani, che purtroppo rientro' molto presto
nell'ordine, dopo le prime sconfitte e i recuperi da parte della politica
(la politica con la kappa, come la si scriveva allora, e avrebbe ancora piu'
senso scrivere ora...), pronto a ri-adattarsi e a ri-accettare il mondo
dato, ricuperando la convinzione dei cinici che non e' possibile far
qualcosa che risulti davvero incisivo, per poterlo cambiare in meglio. Dopo
il '68, quando si poteva sperare nella purezza e nella forza della
gioventa', dei "ragazzini" morantiani che avrebbero dovuto e potuto cambiare
il mondo, c'e' stato il '75, una data per noi simbolica: la morte di
Pasolini; ma anche storica: la fine di un grande ciclo internazionale di
lotte; della fiducia nella decolonizzazione, nel socialismo, nella
solidarieta' tra i popoli e le etnie, per esempio tra i bianchi e i neri (e
nel '68 fu assassinato Martin Luther King, profeta di rivolta nonviolenta,
mentre nel '65 era gia' stato assassinato Malcolm X, profeta di rivolta
violenta). C'e' stato l'89, ma nonostante quel felice '89, la parte del
mondo che si libero' allora dal giogo di una burocrazia che si diceva
comunista ed era colonialista, classista e dittatoriale, quei paesi e quei
popoli non ci hanno dato per ora motivo di grandi speranze, non hanno potuto
offrirci modelli di nuova socialita' e giustizia. E c'e' stato infine il
2001, inizio di un nuovo secolo e millennio, e quell'11 settembre che ci
impone, o dovrebbe imporci, una tensione d'urgenza per evitare le catastrofi
che a esso sono seguite e che seguiranno.
Come e' possibile essere oggi ottimisti sui destini dell'uomo e del suo
giardino - "l'aiuola che ci fa tanto crudeli"? Ma, prima, che tipo di
ottimista era Capitini? Il suo ottimismo era fatto di persuasione, ma mai di
ingenuita', era l'ottimismo di chi spende la vita nella scommessa sul
cambiamento piu' radicale di tutti, nella fiducia nei mezzi di cui si serve,
nella giustizia della lotta che si propone o a cui si aderisce, nella
bellezza dei fini giusti. Era un ottimismo che si faceva azione, intanto,
quello di chi dice: Non ci sto. (Un suo grande contemporaneo, Albert Camus,
elaboro' una formula che doveva forse piacere a Capitini: "mi rivolto dunque
siamo", ma non precisava modi e mezzi della ribellione...). Era l'ottimismo
di chi dice "non accetto"... e fosse pur vero che il pesce grande mangera'
sempre il piccolo... che ci sara' sempre la morte... che l'uomo non mettera'
mai le ali... io non ci sto, io dico di no, io faccio tutto cio' che mi e'
dato di poter fare perche' avvenga il contrario.
Cosi' Capitini: "Quando incontro una persona, e anche un semplice animale,
non posso ammettere che poi quell'essere vivente se ne vada nel nulla, muoia
e si spenga, prima o poi, come una fiamma. Mi vengono a dire che la realta'
e' fatta cosi', ma io non accetto. E se guardo meglio, trovo anche altre
ragioni per non accettare la realta' cosi' com'e' ora, perche' non posso
approvare che la bestia piu' grande divori la bestia piu' piccola, che
dappertutto la forza, la potenza, la prepotenza prevalgano: una realta'
fatta cosi' non merita di durare. E' una realta' provvisoria, insufficiente,
ed io mi apro ad una sua trasformazione profonda, ad una sua liberazione dal
male nelle forme del peccato, del dolore, della morte. Questa e' l'apertura
religiosa fondamentale, e cosi' alle persone, agli esseri che incontro,
resto unito intimamente per sempre qualunque cosa loro accada, in una
compresenza intima, di cui fanno parte anche i morti; i quali non sono ne'
finiti ne' stanno a fare cose diverse da noi, ma sono uniti a noi,
cooperanti, a fare il bene, i valori che facciamo, e che nessuno puo'
vantarsi di fare da se'. Cosi' anche chi e', per ora, sfinito, pallido,
infermo, e pare che non faccia nulla di importante; anche chi e' sfortunato,
pazzo (per ora), e' una presenza e un aiuto unito a tutti. La religione e'
semplicemente un insieme di pensiero e di azione, di principi e di atti (che
possono anche accrescersi e variare) allo scopo di preparare e formare in
noi l'apertura religiosa. Ma cio' che conta non e' di avere sempre la
religione, ma che venga una realta' liberata che comprenda tutti; e percio'
incontriamo ogni persona, ogni essere, senza l'apprensione che possa finire,
e con la gioia di essere in seguito sempre piu' uniti e cooperanti, verso
delle realta' aperte che non possiamo descrivere".
*
Che cos'era religione per Capitini? Era, diceva, "la coscienza appassionata
della finitezza [dei limiti che sono la possibilita' del peccato, del
dolore, della morte] e il superamento della finitezza stessa". Questa
"persuasione", punto di partenza e non di arrivo, ha fatto di Capitini un
"servo, credente, sacerdote, profeta [sinonimi di persuaso], della realta'
di tutti, che dal di dentro tramuta la realta' inaccettabile". Interessa,
della religione, quanto essa possa aiutare a modificare, a cambiare, quanto
possa contribuire a una liberazione che comprende tutti. "Percio' la mia
vita religiosa avra' due caratteri essenziali: 1) si aggiungera' al mondo
circostante come contributo che vuole arricchire e non opprimere; 2) sara'
aperta a tutto cio' che possa incontrare per approfondire, rivedere,
ascoltando e parlando, e non con la pretesa di soltanto parlare e rivelare".
Da questo discendono azioni, pratiche, interventi, che si concentrano
nell'idea di una nonviolenza attiva, che nasce dalla "non-paura", uno stato
d'animo e una persuasione che saranno i religiosi, i persuasi, a dover
diffondere; ed e', aggiungeva Capitini, "una vergogna per noi che i governi
abbiano paura dei rivoluzionari politici e non dei religiosi. E' una
vergogna che avvengano guerre senza che i religiosi contrappongano e
dispieghino il metodo nonviolento". Se il religioso non sente questa duplice
vergogna, e' meglio che cessi di parlare di religione. Fatto religioso,
essenza religiosa la nonviolenza lo e' in quanto "la nonviolenza non e'
soltanto una cosa della vita e nella vita. Nel suo sforzo continuo di
migliorare il rapporto tra gli esseri, e di congiungere piu' saldamente la
vita del singolo con la vita di tutti, avviene effettivamente un'influenza
sulla cosi' detta 'natura', che e' la vitalita', la volonta' di forza, di
vita come vita, come piacere, come guadagno e profitto, come potenza, come
riposo utile, come schiacciante energia dal seno stesso della realta'
fisica. Il Vesuvio sterminatore osservato dal Leopardi e che uccise tanta
gente; l'acqua di un'inondazione, che copre indifferente un sasso e il volto
di un bambino, sono aspetti della natura. Ma natura e' anche la vitalita'
che spinge il bambino a nascere e a crescere; la forza che ci affluisce ogni
giorno mediante il cibo, il riposo, l'aria. Non si puo' tagliare da noi
tutta la natura; ma si puo' scegliere: o svilupparci come bruta natura, o
svilupparci come crescente nonviolenza verso gli esseri, rimediando la
crudelta' della natura e proseguendola nel buono, nel vivo, trasformandola
progressivamente. Perche' al limite estremo c'e' la sua trasformazione e il
suo portarsi al servizio di tutti gli esseri affratellati. Un atto di
nonviolenza e' percio' anche un atto di speranza in questa trasformazione
della cruda forza della natura".
La nonviolenza, pero', e' anche un programma politico, che distingue i suoi
"persuasi" dai "militanti" della sinistra tradizionale. Certo, si puo'
essere, nel gruppo dei nonviolenti, "il persuaso religioso della
compresenza". Ma se non si tendesse a diventare tutti tali, cio' toglierebbe
alla nonviolenza la sua piu' intima carica, la ridurrebbe a un metodo
politico importante ma limitato. Senza "religione" la nonviolenza non
sarebbe altro che un insieme, lodevolmente radicale, di tecniche
d'intervento politico; il suo orizzonte rimarrebbe quello di un insieme di
mezzi per la politica, o per la conquista del potere, e avrebbe obiettivi
troppo realistici per modificare la realta' nelle sue ingiustizie
originarie.
Che cosa caratterizza e definisce la politica di un gruppo nonviolento? Il
gruppo nonviolento "1) si sente impegnato, nella contrapposizione al
sistema, al potere, al meglio nella condotta e in ogni agire in modo che
cada piu' evidente la squalifica di merito sul potere; 2) essendo convinto
che la sacralita' e' fuori del potere, vede negli umili, sfruttati,
oppressi, colpiti, proprio estranei al sistema del potere e della potenza,
qualche cosa di infinitamente nobile, che rappresenta la vera realta' di
tutti; 3) e vede negli altri, quelli del potere e della potenza, un rapporto
con la realta' di tutti anche se a loro non presente; quindi conduce le
lotte della rivoluzione aperta nonviolenta sapendo che negli avversari c'e'
una possibilita', e percio' non li distrugge; 4) distingue... il potere
senza governo, quel potere di tutti che in tanti modi puo' essere,
attivamente e coordinatamente, rafforzato dai nonviolenti mediante
l'incoraggiamento a prender posizione, a controllare, a collegarsi, a
formare comunita', a sacrificarsi".
Cio' che sembra mancare ai nonviolenti di oggi e' proprio questo empito
"religioso", ed e' forse questo che limita gli effetti della loro azione, la
portata del loro richiamo, l'influenza del loro modello. La nonviolenza e'
diventata soltanto politica. Un piccolo, significativo volume di questi mesi
intitolato appunto "Nonviolenza" (Fazi) porta come firma principale quella
di Fausto Bertinotti. E' un pamphlet politico che sembra escludere il
religioso e cioe' la "persuasione" capitiniana. A questa sinistra che a
malapena cita Aldo Capitini viene da dire: provate a leggerlo e meditarlo,
Capitini, per davvero; oppure: cercate, paradossalmente, di tirare le
conseguenze che stanno a monte dei vostri discorsi, pena la perdita di
efficacia della vostra nonviolenza, una formula tra tante con il sospetto di
una sorta di nuovo marchio pubblicitario per discorsi che non investono
davvero le pratiche politiche di sempre.
*
Piu' serie e forse necessarie sono state, cosi' poco discusse dai movimenti,
le obiezioni alla nonviolenza di un filosofo contemporaneo di Capitini,
Guenther Anders, quello del "Pilota di Hiroshima", di "Noi, figli di
Eichmann", di "L'uomo e' antiquato", attivo sin dal primo dopoguerra in
tante imprese di ripudio della guerra, di denuncia del ritorno della guerra,
di domande sulla realta' presente e sui modi di reagire alle sue storture.
Anders aveva molto chiaro cosa il potere e' andato facendo del mondo, e
dell'uomo. Se Capitini poteva sembrare a volte condizionato da una visione
troppo italiana, Anders ha avuto il vantaggio (o svantaggio!) di essere
cresciuto nella Germania di Weimar a contatto con alcuni tra i maggiori
filosofi del secolo, da Heidegger ad Arendt ad Adorno, e di essere stato
ebreo, errante nell'esilio negli anni del nazismo, costretto a confrontarsi
anche con la realta' americana e con un sistema di potere che ha
colonizzato, nel XX secolo, piu' di ogni altro.
Nei suoi ultimi anni di vita - e' morto a Vienna nel '92 - Anders ha finito
per alienarsi la simpatia dei movimenti pacifisti di cui era stato uno degli
iniziatori e teorici, perche' ha osato parlare delle loro manifestazioni
come di inutili happenings, di sfilate salutiste domenicali, di marce di
autosoddisfazione, di nuove forme di spettacolarita' sociale, nel mentre che
il potere - oggi la finanza, con la politica e la scienza al suo servizio -
andava e va modificando le condizioni di vita sul pianeta rendendo probabile
per la prima volta nella storia la fine della vita, la distruzione di tutto.
Grazie all'aggressione e alla distruzione della natura in cui viviamo, alle
mutazioni radicali cui andiamo assistendo senza reagire, sostanzialmente
complici. Si pensi all'uso e abuso dell'automobile, feticcio universale,
insidiosa portatrice di morte per noi e per l'ambiente. Per Anders la
risposta nonviolenta e' obsoleta, e' inefficace perche' sono fiacchissime le
sue azioni rispetto alla terrificante capacita' di portar morte che ha la
sua controparte, un potere che bada solo ai suoi interessi immediati e che
sa come truccare le carte, come manipolare e convincere noi, suoi sudditi,
attratti da quegli immediati vantaggi che esso sa offrirci. Questo sara'
presto il futuro, dice Anders: "nei cimiteri in cui riposeremo nessuno
verra' a piangerci, perche' i morti non possono piangere altri morti". E
ancora: "Per me la pace non e' il mezzo, ma il fine. Non sopporto piu' di
vedere che ce ne stiamo con le mani in mano, mentre assieme ai nostri
discendenti veniamo esposti al pericolo di morte da parte di uomini
violenti; non sopporto piu' di vedere che abbiamo paura di impiegare la
violenza contro la violenza che ci minaccia. L'affermazione di Hoelderlin,
citata tanto volentieri dai retori della domenica, quella secondo cui la'
dove il pericolo minaccia e' prossimo anche il principio della salvezza, e'
semplicemente non vera: ad Auschwitz e a Hiroshima e' noto che non si e'
avvicinato nulla di salvifico. E' compito nostro impegnarci come salvatori:
dunque annientiamo il pericolo mettendo in pericolo gli annientatori...
L'uso della violenza da parte nostra puo' essere introdotto sempre solo come
mezzo disperato, sempre solo come controviolenza, sempre solo come
provvisorio... Noi siamo obbligati da questo stato di necessita' a
rinunciare alla nostra rinuncia alla violenza. In altri termini: in nessun
caso possiamo abusare del nostro amore per la pace per offrire a chi non ha
scrupoli l'opportunita' di annientare noi e i nostri discendenti. Guardare
impassibilmente negli occhi il pericolo e, nello stesso tempo, starsene con
le mani in mano, come fa il 90% dei nostri simili, non e' prova di coraggio
e neppure di valore, ma di servilismo".
Non seguiremo Anders sul suo finale terreno (per noi, come per Capitini e
per Gandhi, la coerenza nel rapporto tra i fini e i mezzi e' decisiva per
ogni proposta politica rispettabile) ma la sua critica e' stata cosi'
provocatoria da venir semplicemente ignorata, cioe' censurata, dai movimenti
pacifisti e nonviolenti, e va invece affrontata. (Una parentesi necessaria:
Capitini, sia chiaro, era un nonviolento, solo di conseguenza era un
pacifista, non era prima un pacifista e poi un nonviolento, e le sue
critiche al pacifismo non furono meno severe di quelle di un Anders, a quel
pacifismo che non mette in discussione e non contribuisce a mutare lo status
quo di situazioni e paesi dove l'ingiustizia e l'oppressione sono
dominanti). Noi abbiamo il vantaggio (lo svantaggio!) di parlare dopo l'11
settembre, quando l'analisi di Anders sui pericoli che corre il mondo non
puo' che venir mutata in peggio, e renderci ancora piu' disperati, facendoci
tremare di fronte alla inarrestabile degradazione dei rapporti
internazionali, all'accrescimento della violenza e della disumanizzazione
ulteriore degli scontri. In qualche modo, non possiamo che essere ancora
piu' pessimisti di Anders nell'analisi, e pero', proprio per questo,
dovremmo essere piu' decisi nel considerare i rischi che dobbiamo correre,
la sfida che dobbiamo accettare - ultima, direbbe Anders, e destinata con
molta probabilita' all'insuccesso; ma proprio per questo, perso per perso,
sconfitti per sconfitti, che almeno si tenga fede alla nostra persuasione
come direbbe, forse, Capitini!
*
Quando nel dopoguerra Capitini lavoro' al "Movimento di religione" assieme a
Ferdinando Tartaglia, il rapporto tra i due, la loro differenza impedi' che
esso crescesse e durasse, l'uno, Capitini, cosi' attento alla "aggiunta
religiosa", alla religione vissuta anche come progetto etico e pratico - la
nonviolenza, la solidarieta', la compresenza, il concreto dei bisogni fuori
da ogni ipotesi sistematica, totalizzante e "partitica"; l'altro, Tartaglia,
fondamentalmente metafisico, nella sua ricerca della "novita'", e
fondamentalmente pessimista nella possibilita' dell'uomo di dare il meglio e
di farcela. Quella di Capitini era una visione sostanzialmente positiva, le
sue radici pescavano nei dubbi dei Kierkegaard e dei Leopardi, mentre quella
di Tartaglia era una visione sostanzialmente negativa, e per questo di
estrema radicalita', "apocalittica". Oggi, ci puo' perfino, a noi che
abbiamo ascoltato Capitini, apparire piu' attuale la seconda della prima.
Poiche' la prima, cosi' legata alla storia e alla possibilita' di
modificarla, ha verificato nel tempo tutte le sue difficolta'; e pero' e'
ancora alla prima che noi ci rivolgiamo poiche' non ci soddisfano le
invocazioni e le attese di chissa' quali altre grandi trasformazioni, ne' la
cosi' grande sfiducia nelle possibilita' dell'uomo di liberare la storia o
almeno di viverla nel rischio, e perche' abbiamo dato per acquisito, con
Capitini, il "non accetto", la ribellione contro la realta', e tanto piu'
contro la contingenza storica, tanto piu' contro il destino cui il potere ci
costringe, e il conformismo che ne consegue.
Eppure della seconda visione, quella di Tartaglia, in termini meno
metafisici dei suoi, ci sentiamo costretti ad apprezzare maggiormente la
disperazione. Come ha affermato Heinrich Boell, solo chi davvero e'
disperato puo' avere il senso, l'intuizione della speranza. I piu' chiamano
oggi speranza il loro attaccamento alla vita: un loro eterno presente
benestante che in verita' ha rinunciato al futuro, cosi' come la cultura
italiana di questi anni ha rinunciato a ragionare sul futuro (ma, a ben
vedere, anche sul presente e anche sul passato...). Ma possiamo rimproverare
a Capitini la speranza? Sarebbe davvero eccessivo! Ma sarebbe anche ipocrita
non ricordare come, oggi, di speranza praticabile se ne veda in giro poca.
Il suo "non accetto" assume allora, proprio per questo, il senso di una
sfida sempre piu' alta e sempre piu' ardua. Ora davvero tragica, assai piu',
forse, di quella tartagliana che, non a caso, fini' per ritrovar rifugio e
conforto nella consueta eterna madre, la Chiesa.
*
Pensare cosa direbbe e farebbe oggi Capitini e' abusivo, e allora bisognera'
abbandonare Capitini e parlare di noi, suoi amici e allievi, diretti e
indiretti, e di come ci sia impossibile oggi "accettare" lo stato di cose
presente: gli scontri militari e religiosi tra civilta' contrapposte, il
rapporto Nord-Sud del mondo, le guerre locali, la violenza, l'alienazione,
la "stupidita'" di massa, l'ipocrisia occidentale, e in particolare la
nostra stessa ipocrisia, il nostro non volerci guardare nello specchio -
movimenti e associazioni e volontari e pacifisti e la sinistra tutta - e
tanto meno in quello piu' grande e panoramico che ci vede dentro un preciso
contesto, dentro una precisa rete di privilegi e di complicita'. Come per
molti altri maestri e "maggiori", anche assai diversi tra loro, spaziando da
Gobetti a Salvemini, da don Milani al pastore Vinay, da Malatesta ad Alex
Langer, si deve tornare a parlare di volontarismo etico, di un atteggiamento
che ha per base la convinzione dei doveri (anche dei diritti). Si deve
inoltre parlare dell'assoluto bisogno di un incontro tra la quantita' di
piccole esperienze in corso (benche' "recuperate" tramite leggi e sostegni
condizionati e l'affermazione al loro interno di una nuova burocrazia
autoreferenziale e autoprottettiva) e delle analisi, e una teoria; perfino
di "pensiero e azione" secondo antichi connubi che si ritenevano un tempo
indispensabili ma che, oggi, vedono la scarsa incidenza delle pratiche anche
per causa della poverta' delle teorie e i vicoli ciechi, i poveri sbocchi e
successi delle azioni per l'assenza di un quadro di riferimento piu' vasto e
convinto, di un "pensiero"... Gli immani fallimenti di questo secolo, il
fallimento del comunismo ma anche della socialdemocrazia, si sono allargati
fino alla democrazia, stravolta dalla difesa di privilegi chiamati diritti
dentro maggioranze consenzienti e incontentabili.
E le minoranze? Nell'osmosi del tutti-dentro e del tutti-verso-il-centro,
nella incapacita' che dimostrano di sentirsi estranee al potere e ai suoi
meccanismi, di praticare non-consumismo e disobbedienza civile, in Italia
esse hanno una vita piu' rosea e insieme piu' larvatica ed effimera che
altrove. Sono tante, ma quasi tutte risucchiate ossessivamente nell'orbita
del sistema, perche' sempre vicine al potere, sofferenti quando ne stanno
lontane e non ne vengono riconosciute, approvate, foraggiate, rappresentate!
Nessuno si vuole sentire solo all'opposizione, in Italia, tutti tendono al
governo, tutti hanno qualcosa da chiedere alla mamma-potere, alla
mamma-politica che in cambio chiede loro moltissimo, con il risultato di un
paese sfibrato, privo di minoranze robuste per quanto piccole e dotate di
un'identita' originale e forte, estranee al pastone collettivo del reciproco
riconoscimento e delle prebende.
In questo quadro potrebbe ancora incidere l'esempio capitiniano, se il
richiamo alla sua opera non e' solo rituale. Pacifisti e nonviolenti
dovrebbero finalmente procedere a un'autoanalisi dura, nell'esame di cio'
che avrebbero potuto fare di piu' e meglio, un'autoanalisi indispensabile
per tutti coloro che ritengono di non poter accettare lo stato di cose
presenti e il ruolo loro affidato dal sistema politico, di tappabuchi e
rimediatori di disastri o di blandi rammentatori dei problemi. E
occorrerebbe soprattutto chiedersi quale nostra azione puo' meglio
contribuire alla costruzione di un'alterita' affermativa, fattiva.
Su questo piano credo che, prima ancora che di nonviolenza, oggi
occorrerebbe parlare di qualcosa che appare perfino piu' delicato e insieme
piu' "politico": la non-collaborazione, la differenza che si stabilisce nel
fare, non accettando regole del gioco che non condividiamo, che non ci
appartengono. Immaginare nuove forme di lotta a partire da queste
persuasioni non dovrebbe essere cosi' difficile, se ci si liberasse del
ricatto della politica...
Personalmente, dovessi dire quale dei grandi maestri del nostro passato
recente mi e' servito da punto di riferimento quasi al pari di Capitini,
direi che sul fronte della politica e del laicismo, quando la parola laico
non era stata ancora cosi' deprezzata e svilita dai partiti e dai media, dai
modelli correnti, quel maestro e' stato Gaetano Salvemini, laico,
socialista, meridionalista. Il suo motto era antico, ed era: "fa' quel che
devi, accada quel che puo'". Ho sempre cercato di tener fede a questo motto,
ma vi ho sempre avvertito anche qualcosa di troppo individualistico, magari
di un'eroica solitudine che non mi si confaceva fino in fondo. E' pensando a
Capitini (e al Nuovo Testamento, la cui morale "si presenta come
esortazione, consolazione, incoraggiamento", dicono i teologi piu'
avvertiti, e il cui messaggio e' per loro "non tu devi, ma tu puoi portare
frutto nello spirito"), e' pensando a Capitini che immagino la gioiosa
fatica di sollecitatori che nello stesso tempo non rinunciano a denunciare,
a studiare, a chiarire, a rompere le scatole al potere e ai retori (che sono
il contrario dei persuasi) e ai loro complici. Quest'opera di sollecitazione
andava per Aldo di pari passo con l'azione nonviolenta. "Amare, rinascere
insieme, a cielo aperto". Forse non c'e' nulla di cosi' attuale e di cosi'
inattuale allo stesso tempo, di cosi' disperato e di cosi' pieno di carita'
e di "ben fare". Perderemo? Si e' gia' perduto, ci ricorda Anders, ma forse
proprio per questo si puo', e non solo si deve, essere esigenti e lucidi
come non mai, si puo' e si deve stare nella storia e nel mondo il piu'
attivamente che ci e' possibile, chiedendo alle nostre forze il massimo
cosi' come Capitini ha chiesto alle sue. Come lui, senza cedere ai ricatti
della storia e della realta'.

4. RIVISTE. CON "QUALEVITA", ALL'ASCOLTO DI SIMONE WEIL
Abbonarsi a "Qualevita" e' un modo per sostenere la nonviolenza. All'ascolto
di Simone Weil.
*
"Quando l'intelligenza torna a esercitarsi di nuovo, dopo aver fatto
silenzio per consentire all'amore di invadere tutta l'anima, si trova a
possedere piu' luce di prima" (Simone Weil, Lettera a un religioso, Adelphi,
Milano 1996, p. 60).
*
"Qualevita" e' il bel bimestrale di riflessione e informazione nonviolenta
che insieme ad "Azione nonviolenta", "Mosaico di pace", "Quaderni
satyagraha" e poche altre riviste e' una delle voci piu' qualificate della
nonviolenza nel nostro paese. Ma e' anche una casa editrice che pubblica
libri appassionanti e utilissimi, e che ogni anno mette a disposizione con
l'agenza-diario "Giorni nonviolenti" uno degli strumenti di lavoro migliori
di cui disponiamo.
Abbonarsi a "Qualevita", regalare a una persona amica un abbonamento a
"Qualevita", e' un'azione buona e feconda.
Per informazioni e contatti: Edizioni Qualevita, via Michelangelo 2, 67030
Torre dei Nolfi (Aq), tel. 3495843946, o anche 0864460006, o ancora
086446448; e-mail: sudest at iol.it o anche qualevita3 at tele2.it; sito:
www.peacelink.it/users/qualevita
Per abbonamenti alla rivista bimestrale "Qualevita": abbonamento annuo: euro
13, da versare sul ccp 10750677, intestato a "Qualevita", via Michelangelo
2, 67030 Torre dei Nolfi (Aq), specificando nella causale "abbonamento a
'Qualevita'".

5. LETTURE. JOERG MAGENAU: CHRISTA WOLF. UNA BIOGRAFIA
Joerg Magenau, Christa Wolf. Una biografia, Edizioni e/o, Roma 2004, pp.
480, euro 16,50. Un ritratto a tutto tondo della grande scrittrice
femminista e pacifista, autrice di alcuni libri fondamentali per una cultura
d'impegno civile all'altezza dei compiti dell'ora.

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 942 del 27 maggio 2005

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