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La nonviolenza e' in cammino. 966



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 966 del 19 giugno 2005

Sommario di questo numero:
1. Buon compleanno, Aung San Suu Kyi
2. Claudio Tognonato presenta "Le pazze. Un incontro con le Madri di Plaza
de Mayo" di Daniela Padoan
3. Luciano Bonfrate: Istruzioni per non convincere nessuno
4. Barbara Mapelli: All'ascolto di giovani donne
5. Bruna Peyrot: Alle radici dell'esperienza di Porto Alegre (parte seconda)
6. Severino Vardacampi: E invece
7. Benito D'Ippolito: Le donne di Kabul
8. Con "Qualevita", la lezione di Jean Goss
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. APPELLI. BUON COMPLEANNO, AUNG SAN SUU KYI
[Da "Ebo" (per contatti: burma at euro-burma.be) riceviamo e diffondiamo il
seguente appello promosso da Assistenza Birmania (per contatti:
assistenzabirmania at hotmail.com). Aung San Suu Kyi , figlia di Aung San (il
leader indipendentista birmano assassinato a 32 anni), e' la leader
nonviolenta del movimento democratico in Myanmar (Birmania) ed ha subito - e
subisce tuttora - dure persecuzioni da parte della dittatura militare; nel
1991 le e' stato conferito il premio Nobel per la pace. Opere di Aung San
Suu Kyi: Libera dalla paura, Sperling & Kupfer, Milano 1996, 1998]

Cari amici,
oggi, 19 giugno 2005, vorremmo celebrare insieme a voi il sessantesimo
compleanno di Aung San Suu Kyi unendoci alla campagna internazionale
lanciata dal gruppo americano "US Campaign for Burma".
Vogliamo far sapere al governo birmano che Aung San Suu Kyi ed il popolo
birmano non sono soli e che c`e` qualcuno che pensa a loro anche in Italia.
Abbiamo bisogno del vostro aiuto per far si' che che la campagna abbia
l`effetto sperato.
Richiedeteci e poi spedite la cartolina (che possiamo inviarvi in pdf file)
composta da una foto di Aung San Suu Kyi ed un breve riassunto che
sintetizza la lotta per la democrazia ed i diritti umani della leader
democratica in Birmania. Stampate la cartolina e piegatela a meta`; se
volete aggiungete un vostro commento o augurio e spedite il tutto a:
Ambasciata di Myanmar in Italia, via della Camilluccia 551, 00135 Roma.
Se volete, potete mandare il vostro messaggio di auguri e sostegno ad Aung
San Suu Kyi anche tramite e-mail, indirizzando sempre all`Ambasciata birmana
in Italia: meroma at tiscalinet.it
Per favore inoltrate questo messaggio a chiunque possa essere interessato ad
aiutarci.
Grazie per la vostra gentile collaborazione.
Assistenza Birmania (per contatti: assistenzabirmania at hotmail.com)

2. LIBRI. CLAUDIO TOGNONATO PRESENTA "LE PAZZE. UN INCONTRO CON LE MADRI DI
PLAZA DE MAYO" DI DANIELA PADOAN
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 16 giugno 2005.
Claudio Tognonato, giornalista, sociologo, docente universitario, e' nato a
Buenos Aires ed e' vissuto in Argentina fino al '76, quando ventiduenne e'
stato costretto a lasciare il paese dall'avvento della dittatura militare;
laureato in filosofia e sociologia, vive a Roma, collabora con l'Universita'
di Roma Tre e ritorna frequentemente in Argentina per i corsi di filosofia
che tiene all'Universita' di Buenos Aires; scrive per "Il manifesto".
Daniela Padoan e' una prestigiosa giornalista e saggista femminista. Dalla
bella rivista "Via Dogana" riprendiamo la seguente scheda di presentazione:
"Daniela Padoan collabora con la televisione e la stampa, in particolare con
"Il manifesto". Nel pensiero della differenza ha trovato un tassello
mancante, degli elementi in piu' per la lettura di avvenimenti attuali e
storici come la vicenda delle Madres de la Plaza de Mayo ("la lotta politica
forse piu' radicale di questi decenni"), o la Shoah, che Daniela ha
indagato, nel suo ultimo libro, attraverso tre conversazioni con donne
sopravvissute ad Auschwitz (Come una rana d'inverno, Bompiani, Milano
2004)". Opere di Daniela Padoan: Miti e leggende del mondo antico, Sansoni
scuola, Firenze 1996; Miti e leggende dei popoli del mondo, Sansoni scuola,
Firenze 1998; (a cura di), Un'eredita' senza testamento, Quaderni di "Via
Dogana", Milano 2001; (a cura di), Il cuore nella scrittura. Poesie e
racconti delle Madres de Plaza de Mayo, Quaderni di "Via Dogana", Milano
2003; Come una rana d'inverno, Bompiani, Milano 2004; Le Pazze. Un incontro
con le Madri di Plaza de Mayo, Bompiani, Milano 2005]

Difficile dire quando inizia una storia, "la storia". In questo caso diremo
che la storia delle Madri di Piazza di Maggio inizia all'alba del 24 marzo
1976 quando la Giunta militare, capeggiata da Jorge Videla, mise in atto
cio' che sei mesi prima aveva pubblicamente promesso. Anche per questo il
colpo di stato non sorprese nessuno. Anzi, alcuni furono finalmente appagati
da una stupida attesa. Non sarebbero stati delusi: si apriva quel giorno la
pagina piu' nera della storia argentina. "Alle due di notte, fecero
irruzione nel nostro padiglione le Forze congiunte dell'Esercito,
Gendarmeria penitenziaria e Polizia provinciale - racconta Julian Monteros,
all'epoca detenuto nel carcere di Tucuman - Quella notte fu la piu' lunga
della mia vita. Ci picchiarono fino all'alba e chi cadeva moriva. Tutta la
notte fino alle otto del mattino, continuarono a colpirci dicendo che era
finita la democrazia, che eravamo morti... quella notte passammo dalla
categoria di prigionieri politici a desaparecidos... a partire da quel
giorno fummo torturati in ogni momento, mattino, giorno, sera e notte". Era
quel 24 marzo 1976 e nessuno poteva immaginare cio' che sarebbe accaduto.
*
Le Pazze. Un incontro con le Madri di Plaza de Mayo, di Daniela Padoan
(Bompiani, pp. 423, euro 9,50) da' voce alle Madri e ad alcuni sopravissuti
che testimoniano cio' che accade negli anni della dittatura militare
argentina (1976-'83). Il libro e' un insieme di frammenti di vita raccolti
in conversazioni tra l'autrice e le Madri, svolte durante un lasso di cinque
anni. Tra di loro non poteva mancare Hebe de Bonafini, storica presidente
dell'Associazione, che all'epoca era una semplice mamma, donna di casa,
senza eccessive preoccupazioni politiche. Ora dopo la scomparsa dei suoi
figli descrive con freddezza le ragioni strutturali che hanno scatenato il
golpe. L'obiettivo della sistematica repressione era quello di imporre "un
piano economico spaventoso, grazie al quale alcune persone sarebbero
diventate immensamente ricche, e milioni e milioni enormemente poveri.
All'inizio non capivamo cosa c'entrasse questo con la scomparsa dei nostri
figli, ma poi abbiamo capito che, per applicare quel piano, era necessario
far scomparire tre generazioni". Quel piano economico di cui parla Hebe de
Bonafini e' quello che, dopo essere collaudato in Cile e in Argentina,
sarebbe stato adottato come modello di sviluppo dal Fondo monetario
internazionale. Le Madri sanno che i loro figli sono stati fatti scomparire
perche' il progetto neoliberista fosse messo alla prova.
*
Se visitate l'Argentina, a Buenos Aires non vi scordate di andare in Piazza
di Maggio, magari un giovedi', magari alle 15,30. Si', saranno li'. Come
sempre sono state da quando i loro figli, mariti, fratelli sono svaniti nel
nulla inghiottiti tra le ombre della notte. Sono li' e non le troverete mai
ferme, le troverete che girano intorno all'obelisco con il loro fazzoletto
bianco in testa. Sono anziane, sono diventate anziane su questa piazza.
Alcune sono morte, ma non crediate d'incappare in un gruppo penoso di donne
invecchiate che si lamentano del loro tragico destino. Le Madri di Piazza di
Maggio hanno gli occhi asciutti, forse prosciugati dal tempo. Sono piene di
orgoglio, di un disperato amore mai appagato, di un desiderio di giustizia
che e' diventato quello dei loro figli desaparecidos.
Non erano pazze. Erano state battezzate Las locas de Plaza de Mayo dalla
dittatura, perche' davanti alla loro richiesta il falso cristianesimo dei
militari si sentiva a disaggio. Chiedevano semplicemente dove sono. Adonde
estan? ripetevano e ripetono, senza mai rassegnarsi. Non erano pazze, erano
piuttosto la coscienza critica, la coscienza dolente, l'unica voce che
raccoglieva e denunciava l'orrore di cio' che accadeva in quegli anni. Non
potevano restare zitte e non potevano stare ferme. E' stato loro proibito di
rimanere davanti alla Casa Rosada, sede del governo. Allora si sono messe a
camminare in cerchio, in una fila infinita, senza soluzione di continuita'.
Questa presenza continua ha sollevato rispetto e ammirazione in tutto il
mondo. Ogni volta che arrivano a una manifestazione la gente applaude e
canta Madres de la Plaza el pueblo las abraza dandogli il benvenuto. La
Piazza e' diventata la loro piazza e se oggi e' possibile pensare al
recupero etico del paese e' grazie alla loro costanza. I militari hanno
voluto far scomparire un'intera generazione, hanno torturato e ucciso
migliaia di persone e hanno occultato i loro corpi. Non solo non volevano
lasciare tracce dei loro crimini, volevano anche distruggere il passato,
annullare la storia, annientare ogni progetto di futuro.
*
Le Madri di Piazza di Maggio sono state uno scoglio che i militari non hanno
mai superato. Una presenza permanente, puntuale, che metteva in evidenza con
le fotografie ingiallite e consumate dei loro cari appese al collo che non
erano desaparecidos, che erano e sarebbero rimasti li' per sempre. Sono
state piu' volte caricate dalla polizia, arrestate e perfino tre di loro si
sono aggiunte al destino dei loro figli e sono diventate desaparecidas.
Nulla e' riuscito a fermarle, la loro intransigenza e' stata determinante,
le loro richieste limpide fondono la politica e la vita. Forse questa e' la
novita' di un'esperienza come quella delle madri. Scrive Daniela Padoan
nella postfazione: "Non hanno scelto cio' che si e' abbattuto su di loro, ma
ne hanno assunto la responsabilita', trasformandola in scelta etica, in un
non poter essere altrimenti". Hanno sfidato con i loro corpi la peggiore
delle dittature, non potevano fermarsi: "cio' che sentivano era,
innanzitutto, l'inconciliabilita' tra il loro aver dato la vita e
l'accettare la morte; e una furia indomabile, che non concede nulla al
carnefice, non una lacrima, non una implorazione".
Oggi, per alcuni versi, la storia e' cambiata. L'attuale presidente
argentino Nestor Kirchner, nel suo primo discorso alle Nazione Unite ha
voluto schierarsi e si e' dichiarato: "figlio delle Madri di Piazza di
Maggio". L'Esma (Escuela de Mecanica de la Marina Argentina), il famigerato
campo di concentramento della dittatura da dove partivano i prigionieri che
sarebbero stati gettati vivi in mezzo al mare, e' ora un Museo della
Memoria. Dei desaparecidos pero' non si sa nulla. Da allora sono scomparsi
per sempre. I militari, che avevano, e probabilmente hanno, un archivio
dettagliato delle persone che erano passate attraverso le loro strutture
(piu' di 360 campi di concentramento in tutto il paese) non lo hanno mai
reso pubblico.
*
Oggi soltanto un centinaio di militari e' agli arresti, ma presto i processi
saranno riaperti e in Argentina si torneranno a sentire le storie
dell'orrore. Senza la riapertura di questi processi non ci sara' democrazia
che regga. Le Madri lo sanno da sempre, da quando hanno fatto proprio il
destino dei loro figli. "Rovesciando l'insulto di chi le chiamava pazze,
hanno imparato a contrapporsi al razionale, all'ordinato, al normato,
rivendicando la follia del nominare la verita'... Folle, per loro, e' cio'
che e' eccentrico, fuori dal centro stabilito del potere, e il loro essere
eccentriche - non piu' sinonimo di confusione e disordine ma di anarchia e
inventiva - le fa sentire autorizzate a pensare e mettere in pratica altri
modi di cambiare il mondo". Sono loro le Madri di Piazza di Maggio, ma
sopratutto sono le degne madri dei desaparecidos, sono quelle donne che con
i loro corpi e la loro presenza hanno occupato il vuoto della loro assenza.

3. PAROLE. LUCIANO BONFRATE: ISTRUZIONI PER NON CONVINCERE NESSUNO

Dare la baia, saltare sulla panca
scandalizzare i semplici, nitrire
dalla cattedra, mettere i timbri
proporre comitati, pretendere prebende
dir zitti tutti che adesso parlo io.

Sentirsi investiti del compito sacro
di raddrizzar le cianche ai cani, parlare
la lingua degli angeli, essersi seduti
anche solo una volta
alla mensa dei padroni.

4. RIFLESSIONE. BARBARA MAPELLI: ALL'ASCOLTO DI GIOVANI DONNE
[Dal sito della Libera universita' delle donne di Milano
(www.universitadelledonne.it) riprendiamo questo articolo apparso su
"Queer", inserto del quotidiano "Liberazione", del 12 giugno 2005. Barbara
Mapelli e' nata a Milano l'8 settembre 1947, sposata e madre di un figlio,
svolge da anni attivita' di progettazione formativa e ricerca
sociopedagogica, con particolare attenzione alle tematiche di genere; in
questo ambito ha partecipato e diretto la progettazione e realizzazione di
ricerche e iniziative di formazione italiane ed europee. Insegna Pedagogia
della differenza di genere presso la seconda Universita' di Milano-Bicocca.
Ha collaborato con il Ministero pari opportunita', divisione scuola e
cultura, ha fatto parte per dieci anni del Comitato pari opportunita' del
Ministero pubblica istruzione e ha diretto, dal 1987 al 2000, l'area di
ricerca Genere e educazione presso il Cisem (Istituto di ricerca della
Provincia di Milano). Fa parte della redazione della rivista "Adultita'" e
su questa ed altre riviste specializzate ha pubblicato articoli e saggi;
collabora a numerose riviste di pedagogia e ha diretto la progettazione e
realizzazione di video didattici sulle tematiche oggetto delle sue ricerche.
Tra le pubblicazioni di Barbara Mapelli: Immagini di cristallo. Desideri
femminili e immaginario scientifico, Milano, 1991; Un futuro per le ragazze.
Manuale di orientamento al femminile, Firenze,1991; Sentimenti, gesti,
parole, Milano, 1992; I modelli e le virtu', Milano, 1994; Desideri e
immagini di futuro, Milano, 1994; Care, carissime donne, Roma, 1995; Tra
donne e uomini, Milano, 1997; Educare alla sessualita', Firenze, 1998; Il
libro della cura, Torino, 1999; Scuola di relazioni, Milano, 1999; Cuore di
mamma, Milano, 2000; Orientamento e identita' di genere, Firenze-Milano,
2001]

Scrive Silvia Vegetti Finzi che la maternita' e' un grande rimosso della
contemporaneita', intorno al quale permane un nodo irrisolto di pensieri ed
emozioni. Eppure, a quel che appare, di maternita' si continua a parlare:
perche' non si fanno abbastanza figli, perche' li si cura troppo o perche'
li si cura troppo poco, abbandonandoli per lunghe ore davanti alla tv,
perche' le mamme stanno loro troppo addosso o perche' sono troppo lontane e
pensano solo al lavoro e "a fare carriera".
Perche', infine, le mamme uccidono i loro figli. E a questo proposito poche,
pochissime - ricordo Lea Melandri - sono state le analisi serie, fondate.
Prevale un grande "rumore di fondo", come lo definirebbe Foucault, che si
trasforma pero' in discorso, normativo e punitivo, dimenticando
elegantemente i paradossi da cui si genera, le affermazioni che convivono -
e dotate della medesima assertivita' - con le loro stesse negazioni, fino a
strutturare un immaginario sociale che, troppo spesso, schiaccia e opprime
le donne, le madri e le non madri, costrette a dolorose scelte, alternative
tra lavoro e figli, e sospinte poi nell'inesorabile risucchio dei sensi di
colpa, che paiono non lasciare soluzioni. Come osserva Marina Piazza,
"cattive madri" se si occupano troppo del lavoro, "cattive lavoratrici" se
si occupano troppo dei figli. Un equilibrio in tutto cio' appare spesso
ricerca vana, desiderio lontano. Questo immaginario sociale potente e
pesante si forma a partire da stratificazioni profonde di culture
tradizionali, solo in superficie verniciate di modernita', che non sanno
(non vogliono) elaborare pensiero sui cambiamenti delle biografie femminili
e soffocano e frenano, con le cortine opache dei sensi di colpa, le
possibilita' reali di "pensarsi" nella complessita' inedita delle loro vite
da parte delle giovani donne, ma frenano anche i giovani uomini, coi loro
nuovi desideri di paternita', ancora confusi, mimetici e gregari rispetto ai
modelli di maternita'.
*
Non si avviano cosi', se non in poche e poco ascoltate sedi, vere
riflessioni che contribuiscano a formare una nuova cultura della maternita',
nuovi modelli e immagini, riferimenti, valori, percorsi collettivi e
individuali, ma anche misure sociali, di sostegno e partecipazione concreta
e civile a un evento, centrale nelle biografie dei soggetti, ma anche nello
sviluppo delle societa'. E' qui che si colloca la rimozione di cui dicevo
all'inizio, una rimozione che non si nutre di silenzi, ma di assordanti
"rumori di fondo", di chiacchiere e giudizi senza pieta', che non offrono a
nessuno gli strumenti per comprendere, lasciano spesso le donne sole, con le
loro ansie quotidiane, con le consapevolezze di non corrispondere, di non
riuscire ad essere "quella" madre che l'immaginario collettivo rimanda anche
a loro, specchiandosi nell'immaginario di ciascuna donna rispetto alla
propria personale, vissuta o prefigurata, maternita'. Allora si viene a
scoprire - come e' accaduto a me con una recente ricerca svolta tra giovani
donne, madri e non madri, di alcune citta' lombarde - e con poco stupore,
che tutte desiderano essere madri. E ci si chiede, ma e' una domanda con
poche speranze di risposta, se sia un desiderio reale o appartenga a
un'immagine sociale che, ancora, da' valore a una donna soprattutto se e'
madre. In realta' l'unica risposta di senso sarebbe che il dilemma e' falso,
perche' come e' possibile pensare di poter distinguere i cosiddetti desideri
autentici dalle immagini sociali che li generano?
*
E ancora, proseguendo tra le parole delle giovani donne che hanno parlato
con noi, ci rendiamo sempre piu' conto che il loro desiderio e vissuto di
maternita' e', soprattutto, fatto di fatica, ma anche di "onnipotenza".
Vogliono fare tutto e bene, figli e lavoro. Si lamentano che i compagni e
mariti sono solo in parte disponibili, ma anche in presenza di "buoni" padri
prevale nella maggior parte la valutazione della necessita', considerata
scontata e naturale, del mantenimento della centralita' materna, grazie
anche - naturalmente - a una vasta area di complicita', timore e
incompetenza maschile. Le nonne e i nonni, soprattutto le prime, sono una
risorsa necessaria e centrale, cui si ricorre sovente a tempo pieno, in
assenza di servizi sociali. Ma spesso, come i "buoni" padri, sono solo mani
in piu', la mente resta una sola. E' lei che coordina la piccola truppa che
sta intorno al bambino o alla bambina, che sceglie e interviene nella
normalita' e nell'eccezionalita', nell'organizzazione quotidiana di tempi e
luoghi, negli interventi straordinari, malattie, spostamenti, vacanze. Lei
e' la regista, usa proprio questo termine, ironicamente, una delle nostre
intervistate, riconoscendosi in questa ansia di onnipotenza, che toglie
tempo anche al sonno, consuma ogni energia, non lascia risorse neppure per
"pensarsi" come protagoniste di questo straordinario cambiamento, che cambia
la vita e il significato dell'esistenza.
Molte lo intuiscono e se ne dispiacciono, ma proseguono - non possono
diversamente - a intrecciare le trame delle proprie e delle altrui
incombenze quotidiane intorno al figlio o alla figlia. Chi riesce a fare
dell'ironia in fondo sta abbastanza bene, in fondo e' sola, e soprattutto,
stanca. Ma c'e' chi non riesce a orientarsi nei diversi messaggi che
l'immaginario sociale getta addosso a una donna come una rete, chi non
riesce a comporre o a convivere con le diverse immagini di se', con desideri
contrastanti, con dover essere opposti che si scontrano. Sono quelle che
"non ce la fanno" come l'ultima, piu' recente, giovanissima donna, accusata
di aver ucciso il figlio. Se la generazione di donne a cui appartengo - ora
siamo le nonne, vere o virtuali - ha fatto la scoperta della doppia
presenza, ormai questo modello spiega solo in parte la vita delle "nuove"
donne, impegnate non solo in una composizione continua di tempi e compiti,
ma anche di riferimenti simbolici, profondamente contraddittori, che non
trovano se non sintesi temporanee e inadeguate, sempre da rivedere, sempre
insoddisfacenti.
*
Se le piu' fortunate riescono a sopravvivere, grazie a condizioni
particolarmente favorevoli, alla virtu' dell'ironia - virtu' generazionale e
femminile - e all'esercizio quotidiano di un'altra virtu', l'ambivalenza,
che consente il mantenimento di desideri, attese di se' legate a immagini
profondamente diverse, talvolta laceranti, dell'essere e divenire donne, ci
sono, comunque, e sono troppe, quelle che "non ce la fanno". Non sempre sono
assassine, naturalmente, molte si limitano a star male, a perdersi di vista,
a non capire piu' cosa vogliono, o a mettere da parte, per lungo tempo,
questo pensiero. Sole, davanti a un rimosso sociale e culturale che le nega
per quello che veramente sono, o potrebbero. Dolenti, nella loro ricerca
vana e sofferente di un'onnipotenza che sembra realizzare e comprendere in
una figura diversa dell'essere donna.
Ma non c'e' per il momento, a differenza forse del passato, un momento di
condivisione, una riflessione collettiva, che inizi a denunciare, e colmare,
questo rimosso. Che inizi a ricostruire nuove figure dell'immaginario
soggettivo e sociale in cui trovino luogo per se' queste "nuove" donne e
madri e gli uomini a loro vicini, possibili "buoni" padri.

5. ESPERIENZE. BRUNA PEYROT: ALLE RADICI DELL'ESPERIENZA DI PORTO ALEGRE
(PARTE SECONDA)
[Ringraziamo Bruna Peyrot (per contatti: brunapeyrot at terra.com.br) per
averci messo a disposizione il capitolo quarto, "La sceta della politica",
del suo libro La democrazia nel Brasile di Lula. Tarso Genro: da esiliato a
ministro, Citta' Aperta Edizioni, Troina (En) 2004.
Bruna Peyrot, torinese, scrittrice, studiosa di storica sociale, conduce da
anni ricerche sulle identita' e le memorie culturali; collaboratrice di
periodici e riviste, vincitrice di premi letterari, autrice di vari libri;
vive attualmente in Brasile. Si interessa da anni al rapporto
politica-spiritualita' che emerge da molti dei suoi libri, prima dedicati
alla identita' e alla storia di valdesi italiani, poi all'area
latinoamericana nella quale si e' occupata e si occupa della genesi dei
processi democratici. Tra le sue opere: La roccia dove Dio chiama. Viaggio
nella memoria valdese fra oralita' e scrittura, Forni, 1990; Vite discrete.
Corpi e immagini di donne valdesi, Rosenberg & Sellier, 1993; Storia di una
curatrice d'anime, Giunti, 1995; Prigioniere della Torre. Dall'assolutismo
alla tolleranza nel Settecento francese, Giunti, 1997; Dalla Scrittura alle
scritture, Rosenberg & Sellier, 1998; Una donna nomade: Miriam Castiglione,
una protestante in Puglia, Edizioni Lavoro, 2000; Mujeres. Donne colombiane
fra politica e spiritualita', Citta' Aperta, 2002; La democrazia nel Brasile
di Lula. Tarso Genro: da esiliato a ministro, Citta' Aperta, 2004.
Per richiedere il libro alla casa editrice: Citta' Aperta Edizioni, via
Conte Ruggero 73, 94018 Troina (En), tel. 0935653530, fax: 0935650234.
Segnaliamo ai lettori che per esigenze grafiche legate alla diffusione per
via informatica del nostro foglio, i termini brasiliani sono stati
semplificati abolendo tutti gli accenti all'interno delle parole e
sostituendo tutti i caratteri con particolarita' grafiche non tipiche della
lingua italiana; questo rende la trascrizione di quei termini non fedele ma
semplicemente orientativa. I conoscitori della soave lingua
portoghese-brasiliana sapranno intuire le soluzioni adeguate, con tutti gli
altri ci scusiamo]

2. La lunga marcia nelle istituzioni
Gli anni Ottanta rappresentarono una svolta per la lotta democratica in
molti paesi dell'America Latina. La resistenza alle dittature aveva generato
movimenti sociali sotterranei che, pur nei loro ridotti spazi di
sopravvivenza, maturarono nuove consapevolezze politiche, che la generazione
di Lula e Tarso avevano portato con se' nella lunga marcia dentro le
istituzioni, sull'esempio di Salvator Allende in Cile. Altre ancora furono
le costanti che unirono il subcontinente nella scelta democratica: il
governo delle municipalita', la resistenza al neoliberismo e la ricerca di
alleanze. Proprio quest'ultima questione aveva sollevato polemiche nella
sinistra perche' accettarle significava infrangere il mito della sua
autosufficienza e l'affermarsi del "valore costitutivo e democratico di un
modo di far politica e dei suoi contenuti" (24).
In Brasile, i segnali di questo non facile percorso apparvero, oltre che,
come abbiamo visto, con il sorgere dei movimenti sociali, anche scanditi in
alcuni successi elettorali, ben prima della fine del regime militare, da
parte di partiti o correnti che, almeno in parte, rappresentavano i ceti
popolari. Successe in quello stato che suole anticipare le tendenze di tutta
la nazione, Rio Grande do Sul, con il trabalhismo, movimento che raccolse
l'attenzione verso gli svantaggiati sociali e venne definendo la politica
del Ptb. Presente dagli anni di Vargas, il trabalhismo ebbe il suo leader
indiscusso in Leonel Brizola, piu' volte citato nel nostro racconto, che
aveva iniziato la carriera amministrativa, negli anni cinquanta, come
responsabile della Segreteria delle Opere Pubbliche del governo di Ernesto
Dornelles, governatore di Rio Grande do Sul.
C'e' da dire che a Rio Grande do Sul, le dispute elettorali sperimentarono
in anteprima le formazioni di Frentes, cioe' coalizioni di partiti. Le due
grandi alleanze che si fronteggiarono prima e dopo la dittatura, con sigle
diverse dovute a convergenze e scissioni furono soprattutto due: nell'area
della destra, la Frente democratica popular poi Alianca Democratica popular,
e nella sinistra il Ptb o sue emanazioni come il Movimento Trabalhista
Renovador o la Frente de Mobilizacao Popular. Una caratteristica delle
Frentes guidate da Brizola fu il loro spiccato radicalismo verbale che, fra
i rimproveri del partito comunista, favori' la costante ascesa del Ptb.
L'attrazione delle masse insoddisfatte non era solo frutto della veemenza di
Brizola che, in realta', seppe accogliere alcune delle loro rivendicazioni.
Per esempio, sindaco di Porto Alegre, attuo' un piano di intervento sulla
citta' che amplio' la rete scolastica nei bairros, permettendo
l'alfabetizzazione di centinaia di persone. Con il Plano de Obras  miglioro'
trasporti e sanita', interventi che gli meritarono il plauso anche del
Manifesto aos trabalhadores e ao Povo do Rio  Grande do Sul scritto dai
sindacati. Nel 1959, infine, Brizola, diventato governatore di Rio Grande do
Sul, continuo' la sua politica sociale.
Il Ptb si era trasformato sempre di piu' in un partito socialdemocratico
moderno, intenzionato a consolidare la relazione capitale e lavoro mediante
un controllo politico della conflittualita' dei lavoratori, cooptati nelle
sfide del rilancio dell'economia gaucha sotto la tutela dello Stato, agente
di industrializzazione con l'appoggio delle forze popolari che lo avevano
eletto. Con un attivismo incontenibile, Brizola intervenne in molti settori.
Nella siderurgia fondo' la Acos Finos Piratini a capitale statale, poi la
Acucar Gaucho S/A e, nel settore elettrico, la Construcao Eletromecanicas
S/A a capitale italiano; in piu', una raffineria della Petrobras per la
quale lo Stato diede terreni e incentivi, atti a creare un polo di
fertilizzanti chimici. Favori' inoltre contratti per importare aziende di
tecnologia per trattori, macchinari agricoli e automobili, nonche la Caixa
Economica Estadual e il Banco do Rio Grande do Sul. Infine formo' - piccolo
"antecedente" dell'attuale Conselho de desenvolvimento economico e social di
Tarso - con le regioni di Santa Catarina e Parana', il Conselho regional de
desenvolvimento e il Banco regional de desenvolvimento economico con sede a
Porto Alegre. Nei settori dell'energia e delle comunicazioni l'azione
statale prese una dimensione politica inquietante per il capitalismo
internazionale. La statalizzazione della Compagnia di Energia Elettrica di
Rio Grande do Sul, sussidiaria locale della Bond and Share e quella della
Compagnia Telefonica Nazionale, sussidiaria della Itt, furono considerate un
pericoloso precedente per l'economia brasiliana. La stessa inquietudine
suscito' il modo di Brizola di parlare dei contadini, sempre citati come
proprietari della terra, mai come servi: idea che favori' i rapporti con il
Movimento dei contadini, le cui occupazioni alle fazendas Sarandi, Banhado
do Colegio e  Pancare' riusci' a risolvere, ma inquieto' molto i
latifondisti.
Brizola che nel 1961 aveva lanciato la "campagna della legalita'" fu fermato
dal golpe che pose fine all'esperienza del trabalhismo, quando anche la
borghesia brasiliana aveva optato chiaramente "per la condizione di socia
minore dell'imperialismo" (25). Ma il trabalhismo di Brizola si conservo',
soprattutto a Rio Grande do Sul, come "capitale politico rispettabile",
ripreso dopo la dittatura, quando non si propose piu' come populismo, bensi'
come partito, il Ptb, emulo delle grandi rappresentanze europee della
socialdemocrazia.
Ritroveremo Brizola, eroe solitario, nelle ultime elezioni di Rio Grande do
Sul, questa volta avversario del Pt, che pur molto alimento aveva trovato
nelle sue radici. Vargas e Brizola sono rimasti ancora oggi nell'immaginario
politico due riferimenti imprescindibili, fra luci e ombre del loro agire.
Vargas, uomo che sapeva parlare alla gente, aveva gettato le basi per uno
stato sociale nella regione piu' europea del Brasile. La sua visione aveva
lasciato intravedere alle classi popolari la possibilita' di poter contare.
Brizola, piu' massimalista, fu  il governatore ribelle di Rio Grande do Sul
contro il centralismo dei paulistas, un politico di "transizione" in
un'epoca in cui la vocazione del Brasile era ancora incerta fra dittatura e
democrazia, fra egemonia nordamericana e autonomia regionale cooperativa del
subcontinente. I leader attuali non possono che ricordare entrambi, Vargas e
Brizola, l'ultimo populista e l'ultimo caudillo.
Dopo il trabalhismo, altre tappe scandirono la lunga marcia nelle
istituzioni della Sinistra. Nel 1974 si era verificato  un insperato
successo del Mdb (26), creato dalla dittatura, che aveva inserito fra le sue
fila anche militanti della sinistra estrema che, come Tarso, praticavano la
doppia vita, politici  ufficiali e membri di organizzazioni clandestine. Con
il passaggio della presidenza al generale Geisel e l'avvio dell'abertura,
scatto' un momento molto importante per il paese: le prime elezioni, nel
1982, in regime di pluralismo pur istituito sin dal 1979, per eleggere i
governatori e i deputati statali oltre che una parte di quelli federali. Per
il Pt, ai suoi primi passi dentro le istituzioni, fu un banco di prova,
nonostante il rischio di brogli, contro i quali si chiamarono i militanti a
vigilare. Gli obiettivi della sua campagna privilegiarono ancora mete
ideologiche, anche se non prive di effetti pratici, come la lotta a oltranza
contro il regime e l'avanzamento di una societa' senza classi. Non godendo
di spazi di propaganda sui mass media, il Pt non poteva che utilizzare
l'unica risorsa disponibile: l'intensa militanza, modello che propose anche
nell'immagine dei possibili eletti: non caudillos con pieni poteri
personali, come succedeva nella maggior parte dei partiti, ma portavoce
costanti della loro base. Opzione che nei decenni non fu senza conseguenze,
diventando una grande risorsa e un possibile problema. Il Pt, legalizzato
solo da due anni, non vinse le elezioni, con un risultato favorevole solo a
Sao Paulo, a conferma della sua origine operaia.
Un altro momento di valorizzazione delle istituzioni democratiche furono gli
anni 1983 e 1984 con la campagna per l'elezione diretta del presidente della
repubblica, che infiammo' le piazze brasiliane ancora controllate dalla
dittatura. La Diretas ja' mobilito' l'opinione pubblica diffondendo
l'interesse per la politica in ogni piu' piccolo centro del paese.
Nel 1986 le elezioni politiche, le prime dopo il regime militare, permisero
al Pt di eleggere 16  deputati federali e nel 1988, la nomina di Tancredo
Neves del Ptb a presidente della repubblica, sembro' rimettere in modo la
storia repubblicana. Tancredo purtroppo mori' prima di assumere l'incarico,
lasciandolo a Sarney: anche se la dittatura finiva ufficialmente, non
sarebbe terminata la sua lunga scia di pratiche politiche poco democratiche.
Nel 1988, inizio' anche la propaganda elettorale per le comunali, le prime a
cui parteciparono i partiti marxisti esclusi dal 1947. Fu una grande
vittoria delle opposizioni, soprattutto nei comuni, dove il Pt avrebbe
potuto finalmente dimostrare di sapersi cimentare con il governo. Nello
stesso tempo, sarebbe iniziato un profondo ripensamento sul ruolo di un
partito propugnatore del socialismo.
Gli anni dal 1986 al 1988 furono altri momenti importanti. La convocazione
dell'Assemblea Costituente, eletta il 15 marzo 1986, con l'incarico di
riscrivere la Costituzione del Brasile fu la nuova parola d'ordine
pronunciata da tutte le componenti della sinistra dopo la dittatura:
Assemblea libera, sovrana e democratica, con l'intento di smantellare
l'apparato statale della dittatura. La proposta della Costituente brasiliana
non era nata dalle lotte dei lavoratori, anche se le loro rivendicazioni non
le erano estranee. "La Costituente che vogliamo, non e' possibile. Quella
possibile non la vogliamo" (27) fu la frase piu' pronunciata nei dibattiti
del tempo, insieme alle solite domande sulla possibilita' per uno strumento
"borghese" di portare al socialismo.
Il 1989, infine, con l'elezione diretta del presidente della repubblica per
la prima volta dopo ventinove anni, impresse un nuovo corso alla storia
brasiliana. Non era cambiato il sistema sociale ne' l'equilibrio
parlamentare. Sulla scena politica era apparso Luiz Inacio da Silva, per la
prima volta in corsa alla presidenza della repubblica, che aveva inaugurato
l'"era Lula". Le elezioni, le prime dopo ventinove anni, dovevano essere il
banco di prova della democratizzazione reale: poche piattaforme politiche,
22 candidati, fra i quali  Lula per il Pt e Ulysses Guimaraes per il Pmdb.
Lula contava su oltre mezzo milione di iscritti al Pt, un numero
considerevole per il Brasile, vista l'estraneita' alla logica clientelare
che distingueva il nuovo partito, appoggiato dai comunisti di linea cinese,
dai socialisti, dalla Cut, dai movimenti contadino e operaio e dal
cattolicesimo progressista. Il Pt manifestava maggiore efficienza del
partito di Brizola, principale avversario nell'area di sinistra, perche'
entusiasmato da una militanza "totale". Il suo programma, con proposte di
aumento del carico fiscale per gli abbienti, utili a finanziare opere
pubbliche e politiche sociali, nonche' l'obiettivo di sestuplicare il
salario minimo in un quinquennio, suono' alquanto ideologico, mentre   Mario
Amato, presidente della Fiesp, la Confindustria brasiliana, annunciava la
fuga di 800.000 industriali dal paese in caso di vittoria di Lula.
Per sua tranquillita' vinse Fernando Collor de Mello, ex governatore dello
stato di Alaogas, presentato da un partito da lui stesso creato, il Prn
(Partido de Reconstrucao nacional), venduto dalla rete televisiva Globo di
Roberto Marinho come "implacabile moralizzatore senza macchia e senza paura"
(28). Collor aveva interpretato a suo favore il diffuso malcontento della
gente contro la corruzione nella vita pubblica e contro i "maragia'", gli
alti funzionari statali accusati di guadagnare senza fare nulla. Dichiarando
di non accettare soldi dai partiti, aveva conquistato adepti. La Globo aveva
fatto il resto, in un paese in cui la meta' della popolazione non leggeva i
quotidiani, il 70% non aveva finito la scuola elementare e sette milioni e
mezzo di persone erano analfabete. Collor conquisto' oltre il 28% dei voti,
Lula poco piu' del 16%, Brizola il 15,5% e Guimaraes il 4,4%. Al secondo
turno, Collor con il 53% vinse Lula al 47%. Come Salinas in Messico, Menem
in Argentina, Fujimori in Peru' e Paz Zamora in Bolivia, primi presidenti
dopo il ciclo delle dittature, Collor accetto' le regole del libero mercato,
dettate da Washington e dal Fmi, tanto che con il suo governo inizio' una
delle recessioni piu' terribili della storia latinoamericana, con
l'esplosione del debito estero, quasi 500 milioni di dollari e la
liquidazione delle spese sociali. Nel 1990, congelo' per un anno i conti
correnti e i libretti di risparmio. L'inflazione si fermo' temporaneamente
perche' non circolava piu' denaro, per riprendere in modo vertiginoso dopo
pochi mesi. Il Brasile raggiunse 32 milioni di indigenti. Collor, il
"moralizzatore" non termino' il mandato, travolto dagli scandali delle
tangenti ricevute in campagna elettorale.
Lo sostitui' il vice Itamar Franco, che non cambio' strategia economica. Il
Pt, intanto, al governo delle citta', dovette ripensare, nell'infuriare
delle politiche neoliberiste, la propria strategia. La diseguaglianza fra
chi ha un lavoro e chi e' costretto a soffrire la fame, fra chi prosegue gli
studi e chi vive nelle strade, fra chi vota e chi non ha neppure registrato
la propria nascita, non puo' essere elusa. L'inclusione sociale da un lato e
le alleanze politiche dall'altro sono state i due estremi, a volte molto
tesi, entro i quali si mosse la ainistra latinoamericana e il Pt brasiliano.
Come cambiare davvero qualcosa in questa societa' diseguale? In nome di chi
i socialisti devono governare? Per la sola parte che rappresentano? Per
tutta la cittadinanza? Tarso propose "il rivendicarci rappresentanti di una
amministrazione per tutta la citta' (concezione universalista), secondo
un'ottica (particolare) dei lavoratori e degli altri strati popolari" (29).
Le domande erano l'approdo di un percorso scadenzato, in ordine: dal
ribollire sotterraneo delle pratiche democratiche durante la dittatura, poi
la loro proposta in forma strutturata con la liberalizzazione e, infine, le
elezioni politiche riconquistate nella Nuova Repubblica. Questo stesso
percorso, quale tipo di cultura politica aveva sedimentato nella societa'
brasiliana, abituata ai rapporti clientelari e alla contrapposizione
frontale dei gruppi di estrema sinistra e dei movimenti sociali? In altre
parole, l'accettazione della democrazia da parte dei brasiliani, dopo molti
decenni di mobilitazione antiautoritaria, aveva cambiato la cultura politica
del paese?   In America Latina, molte democrazie si presentarono subito
deboli, scosse da potenti fattori destabilizzanti, spesso agiti con il
consenso di un'opinione pubblica frusrtata dalle speranze disattese di un
nuovo ordine di pace: ruolo egemone delle forze armate, spesso contigue a
formazioni paramilitari, come in Colombia, e poco inclini ad abbandonare la
loro influenza sui governi eletti dal popolo; inflazione cronica che ne' il
"piano Cavallo"(1990) in Argentina, ne' il "piano Real" in Brasile avevano
potuto contenere; smantellamento dell'economia statale per pagare il debito
estero; crisi di governabilita' da parte di uno stato incapace di esercitare
controlli sugli oligopoli e mediare l'interesse del paese con le grandi
multinazionali. Tutte queste dimensioni svuotarono la cittadinanza data
dalle Costituzioni. Le democrazie restarono un semplice esercizio di voto,
spesso manipolabile, in un'era mediatica in grado di influenzare i pensieri
dei consumatori "globali". I passaggi post regimi autoritari sono andati
verso qualche altra "cosa", imprecisa e indeterminata, di cui non si e'
capito a fondo il vantaggio, denominata democrazia. Si puo' dunque
comprendere il disincanto di molte fasce della popolazione che al suo
avvento avevano creduto in una qualita' di vita migliore.
Una ricerca, riferita alla prima meta' degli anni Novanta in Brasile, offre
importanti spunti di riflessione su come si possano costruire le basi
sociopolitiche di una legittimita' democratica (30) che va molto oltre il
semplice atto di pattuirne le norme di base. Essa introduce un cambiamento
comportamentale degli attori sociali, nel senso di riconoscere che le
istituzioni democratiche sono l'unico mezzo disponibile per  controllare i
loro conflitti, nonostante le loro crisi di funzionalita'. In altre parole,
come sostiene Norberto Bobbio, la resistenza democratica di una societa' si
basa anche sulla consapevolezza che sia meglio una brutta democrazia che un
regime autoritario, perche' "la democrazia e' fra tutte le forme storiche di
governo, la piu' egualitaria" (31). Cio' detto, non si risolvono affatto
tutti i problemi, perche' la democrazia e' un processo lungo, difficile e
molto complesso, che richiede la creazione di istituzioni in grado di
compiere le sue finalita', compresa la diffusione di una cultura democratica
nel paese. Basti pensare alla conoscenza della Costituzione italiana che,
almeno fino agli anni Sessanta, non era neppure menzionata, se non di
fretta, nei libri delle scuole di ogni ordine e grado, abdicando a uno dei
suoi stessi assunti: la formazione democratica. Per quanto riguarda il
Brasile, la ricerca citata segnala una concomitanza di fattori alla base
dell'emergere di una nuova cultura politica d'impronta democratica: il
terrore di stato come esperienza profondamente negativa che ha colpito la
maggioranza del popolo brasiliano; la divisione delle elite fra ipotesi
autoritaria e democratica; la coincidenza dell'"apertura" del regime
militare con la crisi economica e le rivolte guidate dai metalmeccanici di
Sao Paulo. Queste condizioni hanno preparato azioni comunitarie e impresso
nuove soggettivita', che a loro volta hanno prodotto nuova coscienza
politica, orientata a scegliere, nonostante il disincanto verso l'etica di
molti suoi rappresentanti, il modello democratico.
Le tappe di quella che abbiamo definito la "lunga marcia nelle istituzioni",
descritta in precedenza, rappresentano altrettante occasioni di
consolidamento del pensiero democratico collettivo, arrivando, secondo la
ricerca citata, a una percentuale di assenso oltre il 50% degli
intervistati. Le grandi mobilitazioni scatenate in occasione delle elezioni,
possibili perche' era finito il regime, avevano rafforzato l'idea che la
democrazia fosse un valore in se', e che solo questo prerequisito avrebbe
permesso altre conquiste. Nemmeno l'apatia di Sarney, ne' la corruzione di
Collor de Mello, inficiarono questa convinzione profonda. Sempre la ricerca
in questione, analizza ancora il favore goduto in Brasile dai partiti
politici, prima espressione della costellazione democratica rappresentativa,
che ottenne il massimo dell'assenso nel 1982, data delle prime elezioni dopo
la dittatura e il minimo nel 1993 con l'impeachment di Collor, ma scesero
sempre di poco sotto la media del 50%. Cio' significo' accettare che la
natura conflittiva degli interessi nazionali fosse canalizzata nelle
istituzioni esistenti attraverso la pluralita' partitica, piuttosto che con
l'imposizione di una forza, compresa quella delle Forze Armate, sull'altra.
Un altro dato interessante e' la scoperta dell'inscindibile relazione fra
livello di scolarita' e opzione democratica, non tanto perche' chi non ha un
titolo di studio sceglie la dittatura, quanto piuttosto perche' chi non ha
avuto almeno qualche anno di formazione scolastica si assesta
sull'indifferenza del "tanto faz", tanto e' lo stesso. In modo particolare,
le donne si rivelano piu' democratiche se inserite nei processi produttivi,
se restano casalinghe sono indifferenti alla forma politica di governo, come
se il loro essere dimenticate nello spazio domestico le rendesse mute al
discorso politico generale. Questi dati sono molto significativi
nell'indicare l'efficacia della strada dell'inclusione sociale per il
consolidamento dei valori e delle pratiche democratiche. Del resto non sono
rimasti solo dati. A Porto Alegre si e' tentato, negli anni novanta, di
irrobustirli attraverso forme di partecipazione attiva, suscitate dal
governo del Pt di Olivio e Tarso.
*
Note
24. Di Santo D., Il Quinto Movil delle sinistre latinoamericane, "Amanecer",
giugno 1997.
25. Pont R., Da critica ao populismo a' construcao do Pt, Porto Alegre,
1985, p. 35.
26. Gia' con il governo Geisel, nel febbraio 1978, dentro il Mdb gaucho si
era formata  Tendencia Socialista,  con l'intento di intervenire sulla
questione della terra e le richieste del movimento operaio. Ne fu leader
Raul Pont, formatosi nel movimento studentesco del 1968. Preso e torturato
nel 1971, resto' nelle prigioni del regime per due anni. Pont fu anche
fondatore e, negli anni Ottanta, segretario generale del Pt di Rio Grande do
Sul. Contro l'individualismo partitario e il clientelismo, la Tendencia, che
stabili' contatti con altri nuclei a Sao Paulo, a Minas con Convergencia
Socialista e a Rio de Janeiro con la Frente Popular Eleitoral, propose un
"progetto sistematico che orienti nell'insieme i militanti". Ivi, p. 64.
27. Ivi, p. 105.
28. Di Santo D., Summa G., Rivoluzione addio. Il futuro della "nuova
sinistra" latinoamericana, Roma Ediesse, 1994. Prefazione di Furio Colombo,
p. 23.
29. Genro T., Esferas da consciencia, Porto Alegre, Editora Tche, 1989, p.
16.
30. Moises J. A., Os brasileiros e a democracia, Sao Paulo, Editora Atica,
1995.
31. Bobbio Norberto, Democrazia, in Angelo d'Orsi (a cura di), Alla ricerca
della politica, Torino, Bollati Boringhieri, 1995,  p. 5.
(Parte seconda - Segue)

6. RIFLESSIONE. SEVERINO VARDACAMPI: E INVECE
Si', si vorrebbe potersi dimenticare dell'Afghanistan. Ed invece e' luogo e
vicenda che almeno da un quarto di secolo deflagra ed erutta una mole immane
di dolore e sciagura, e ci interroga, ci sfida, ci convoca a un impegno
comune. Quanto sangue e' gia' stato sparso: dall'invasione dell'Armata
rossa, la guerriglia tribale e fondamentalista, un certo Bin Laden armato e
sostenuto dagli Usa contro l'Urss, poi il regime dei talebani, e dopo l'11
settembre 2001 l'inizio della guerra infinita; e sempre i signori della
guerra, e sempre un patriarcato criminale; e sempiterna la coltivazione dei
papaveri da oppio, la materia prima del mercato mondiale dell'eroina:
l'eroina, che insieme alle armi e al traffico di esseri umani ridotti in
schiavitu' o - sbranati - a pezzi di ricambio, e' l'orribile cifra, il
simbolo infame di questo mondo ridotto ad inferno: la merce perfetta, il
sogno del capitale se il capitale per un sia pur minimo lasso di tempo
dormisse e interrompesse la cupa incessante macelleria di cui consiste
l'accumulazione crescente del plusvalore in danno della biosfera e delle
vite umane.
L'Afghanistan, primo produttore mondiale di eroina, il piu' grosso affare
dei poteri criminali transnazionali, ci riguarda tutti. Poiche' quella
barbarie e' la nostra barbarie, quelle uccisioni sono le nostre uccisioni,
quell'incubazione ed eruzione di mortifero veleno siamo noi a determinarla.
Con il nostro stile di vita dissipatore e devastatore, con il nostro
ripugnante privilegio pagato dagli altri con la paura la miseria la fame e
la morte, con il nostro razzismo di onnivori rapinatori venuti dalla terra
del tramonto a impestare e vampirizzare lungo i secolo gli sterminati sud ed
orienti del mondo. Con la nostra indifferenza, con la nostra complicita'.
Ci riguarda, l'Afghanistan. La lotta per la pace, la lotta per il disarmo,
la lotta contro la mafia, la lotta contro il maschilismo, la lotta contro la
fame, la lotta contro lo sfruttamento, la lotta contro l'inquinamento, la
lotta contro le dittature, la lotta contro il razzismo: sono una stessa
lotta.

7. PAROLE. BENITO D'IPPOLITO: LE DONNE DI KABUL
[Il nostro amico Benito D'Ippolito aveva gia' scritto queste righe alcuni
giorni fa, ma non aveva cuore di pubblicarle prima che Clementina Cantoni
fosse salva]

Tu non sapevi che le donne di Kabul
negate, crivellate, avvolte in tenebre
stavano rovesciando la storia.

Tu parli, tu parli, tu parli
e loro erano gia' la nonviolenza
in cammino.

8. RIVISTE. CON "QUALEVITA", LA LEZIONE DI JEAN GOSS
Abbonarsi a "Qualevita" e' un modo per sostenere la nonviolenza. Ponendosi
all'ascolto della lezione di Jean Goss.
*
"La nonviolenza spinge l'uomo verso la propria liberta'" (Jean Goss, in
Gerard Houver, Jean e Hildegard Goss. La nonviolenza e' la vita, Cittadella,
Assisi 1984, p. 119).
*
"Qualevita" e' il bel bimestrale di riflessione e informazione nonviolenta
che insieme ad "Azione nonviolenta", "Mosaico di pace", "Quaderni
satyagraha" e poche altre riviste e' una delle voci piu' qualificate della
nonviolenza nel nostro paese. Ma e' anche una casa editrice che pubblica
libri appassionanti e utilissimi, e che ogni anno mette a disposizione con
l'agenza-diario "Giorni nonviolenti" uno degli strumenti di lavoro migliori
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2, 67030 Torre dei Nolfi (Aq), specificando nella causale "abbonamento a
'Qualevita'".

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 966 del 19 giugno 2005

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