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Nonviolenza. Femminile plurale. 17



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 17 del 23 giugno 2005

In questo numero:
1. Lidia Menapace: Definire la pace
2. Giulia Salvagni: La lotta di Aung San Suu Kyi
3. Dieci anni dopo la conferenza di Pechino, un rapporto alternativo sulla
situazione italiana (parte seconda e conclusiva)
4. Maria G. Di Rienzo: La lettera di Clara
5. Maria G. Di Rienzo: La resistenza nonviolenta salva le foreste
6. Maria G. Di Rienzo: L'esperienza del Balkan peace team
7. Enrico Pugliese: Tina e Aurora

1. EDITORIALE. LIDIA MENAPACE: DEFINIRE LA PACE
[Da "Alternative" n. 4 (disponibile anche nel sito: www.alternativebo.org)
riprendiamo il seguente articolo. Lidia Menapace (per contatti:
lidiamenapace at aliceposta.it) e' nata a Novara nel 1924, partecipa alla
Resistenza, e' poi impegnata nel movimento cattolico, pubblica
amministratrice, docente universitaria, fondatrice del "Manifesto"; e' tra
le voci piu' alte e significative della cultura delle donne, dei movimenti
della societa' civile, della nonviolenza in cammino. La maggior parte degli
scritti e degli interventi di Lidia Menapace e' dispersa in quotidiani e
riviste, atti di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi libri cfr. Il
futurismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; L'ermetismo.
Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; (a cura di), Per un movimento
politico di liberazione della donna, Bertani, Verona 1973; La Democrazia
Cristiana, Mazzotta, Milano 1974; Economia politica della differenza
sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di, ed in collaborazione con Chiara
Ingrao), Ne' indifesa ne' in divisa, Sinistra indipendente, Roma 1988; Il
papa chiede perdono: le donne glielo accorderanno?, Il dito e la luna,
Milano 2000; Resiste', Il dito e la luna, Milano 2001; (con Fausto
Bertinotti e Marco Revelli), Nonviolenza, Fazi, Roma 2004]

Esistono molte definizioni di guerra e regole per condurla e persino per
giudicare quando sia "giusta", e testimoniano il costante sforzo umano per
tenere sotto controllo un fenomeno storico-politico, un'istituzione
giuridico-sociale unanimemente ritenuta tragica, infausta, negativa.
Da quando nelle antiche litanie essa fu inclusa negli eventi deprecati,
quasi esorcizzandola, "A peste fame et bello libera nos Domine"; fino alle
sofisticate procedure per l'inizio, la sospensione, la tregua, la fine, non
mancano testi in proposito. Che la guerra dovesse essere dichiarata
formalmente dagli ambasciatori e alcuni giorni prima di iniziarla per
consentire alle rappresentanze diplomatiche e ai civili divenuti "nemici" di
poter rientrare in patria, sono tutti segni che la guerra e' considerata
un'interruzione drammatica e grave delle normali relazioni diplomatiche e di
ospitalita'; che si debba concludere con un armistizio e poi definire con un
trattato e' pure una dottrina giuridica costantemente applicata. Chi vi si
sottrae incorre in un pesante giudizio negativo, come tocco' ai Giapponesi
per aver aperto le ostilita' verso gli Usa nella seconda guerra mondiale
prima di aver formalmente dichiarato guerra.
Anche sull'esclusione delle popolazioni civili dal teatro di guerra esiste
una costante dottrina, cancellata dalla teoria mussoliniana della guerra
"totalitaria", che include attacchi aerei sulle citta' (il fronte interno)
per fiaccare la resistenza delle truppe al fronte. Sul trattamento dei
prigionieri di guerra parlano i trattati di Ginevra che contemplano
comportamenti umani e non degradanti e il diritto riconosciuto alla fuga.
Anche chi insorge nel suo paese occupato da truppe straniere gode di una
protezione giuridica e di una legittimazione: non puo' essere giudicato un
"delinquente, un bandito, un terrorista".
Quanto alla definizione di guerra come "conflitto interstatale armato", essa
e' generalmente accolta. E anche la definizione di "guerra giusta" sembra
intesa a limitare gli eccessi e il dilagare dell'illegalita': si definiva
infatti guerra "giusta" quella intrapresa da uno Stato che aveva subito un
torto ed esperite tutte le forme possibili di trattativa per il recupero,
senza risultati, entrava in guerra; ma nel recuperare il maltolto doveva
rispettare una certa proporzione tra danno e risarcimento. L'invenzione e
l'uso delle armi nucleari rende impossibile questa definizione. Dopo
Hiroshima non e' piu' possibile chiamare "giusta" una qualsiasi guerra, e
infatti la Carta delle Nazioni Unite definisce la guerra sempre un crimine e
autorizza, a determinate condizioni, solo interventi di polizia
internazionale.
Nella dottrina della chiesa cattolica dalla Pacem in terris di Giovanni
XXIII in poi essa e' definita come un evento alienum a ratione, cioe'
un'assoluta irrazionalita', giudicata dal cardinal Ottaviani "omnino
vitandum", da evitare a ogni costo. Si possono citare come precursori di
questa dottrina la definizione della prima guerra mondiale come "inutile
strage" secondo Benedetto XV, e orrore di "proletari che, travestiti da
militari, si sparano addosso agli ordini delle rispettive borghesie
nazionali", secondo Rosa Luxemburg.
*
Tutto cio' che ho sommariamente enunciato sarebbe considerato da von
Clausewitz uno sforzo inutile o ipocrita, dato che - secondo il grande
teorico della guerra - essa e' per natura senza limiti e qualsiasi tentativo
di tenerla sotto controllo e' destinato a essere frustrato. La guerra e' un
mezzo "assoluto" e non tollera limitazioni fino alla distruzione del
"nemico", non gia' - si guardi bene - al raggiungimento degli scopi per i
quali fu dichiarata (come, ad esempio, l'esistenza di armi di distruzione di
massa).
La guerra ha dominato la storia e non a caso generali e capi di Stato si
fregiano di titoli bellici ("sono un presidente di guerra", si vanta Bush),
mentre chi si e' opposto alla guerra non e' altrettanto ricordato. Benedetto
XV e' l'unico pontefice del XX secolo per il quale non sia stata iniziata
una procedura di canonizzazione, e Rosa Luxemburg pago' con la vita e una
certa rispettosa oscurita' il suo tenace antimilitarismo.
La pace, unanimemente chiamata buona, felice, desiderabile, non e' invece
definita giuridicamente se non come cessazione delle ostilita'. Non esiste
infatti una definizione giuridica di pace per se', della pace come normale
relazione tra gli Stati e i popoli. Gli eserciti sono una delle principali
espressioni della sovranita' dello Stato. A meno di una dichiarazione di
neutralita', nel qual caso gli armamenti e gli eserciti subiscono
significative diminuzioni qualitative e quantitative.
*
Dalla fine della seconda guerra mondiale in poi il carattere della guerra e
la sua definizione muta: come dicevamo, dopo Auschwitz e Hiroshima la misura
e' stracolma e non si puo' piu' considerare senza limiti la sovranita'
statale rispetto ai diritti umani e alla possibilita' di dichiarare
legittimamente una guerra. Le Nazioni Unite vengono costruite sul
presupposto che la guerra e' un crimine e compito della comunita'
internazionale organizzata sia di preservare le generazioni da tale orribile
destino.
Tanto che una polizia internazionale avrebbe dovuto essere costituita, come
pure una magistratura, un diritto e un tribunale per reprimere, catturare e
processare coloro che a tale crimine tentassero di far ricorso. Questo
perche' dopo Auschwitz e Hiroshima, come si diceva, non esiste piu' la
possibilita' di un qualsiasi equilibrio tra fini e mezzi. Siamo, per cosi'
dire, necessitate e necessitati alla pace se non vogliamo che l'umanita'
finisca.
La guerra e' posta fuori legge. La pace diventa il fine, la meta e insieme
lo strumento delle relazioni tra i popoli e gli Stati, e le sue procedure,
lo strumento per governare i conflitti territoriali, culturali, economici,
religiosi e di identita'. Questa e' la novita' del millennio appena
iniziato, ma tarda a farsi strada: anzi il millennio si inaugura con un
vigoreggiare di guerre non dichiarate, dimenticate, quasi clandestine, e con
il sempre maggior peso che eserciti, stati maggiori e produzione d'armi
assumono anche nella gestione della politica e dell'economia. Una terribile
barbarie investe i paesi di piu' avanzato stato di tecnologia e ricchezza.
Di fronte al potenziale distruttivo delle armi, non per caso dette da chi le
possiede "di distruzione di massa", non vi e' alternativa alla pace, se non
la distruzione. Che cosa e' dunque la pace? Non e' assenza di conflitti e
stato d'animo arrendevole, non virtu' e rassegnazione, ma un'impresa molto
coinvolgente e coraggiosa intesa a far uscire la guerra dagli orizzonti del
vivere associato. Come cominciammo a dire noi femministe a partire dalla
prima guerra del Golfo: "Fuori la guerra dalla storia!". Cio' comporta il
disinquinamento del linguaggio politico dal simbolico bellico, e la
riscrittura della storia a partire dalle operazioni di convivenza e dagli
accordi, e non dalle guerre generatrici di morti eroiche.
*
Provo a definire la pace come nozione politica: "governo nonviolento dei
conflitti". E per ora mi attengo a tale definizione che non nega l'esistenza
di conflitti, ne' copre la loro possibile legittimita' e persino
opportunita' storica.
Vale ad esempio per il conflitto sociale o di classe, e per il conflitto di
genere: cio' comporta che si studino mezzi e forme per governare appunto i
conflitti come norme contrattuali, liberta' sindacale, legittimita' dello
sciopero, definizione di lavoro come fondamento della convivenza civile ecc,
oppure leggi per stabilire parita' di accessi ai diritti di cittadinanza,
voto attivo e passivo, accesso alla rappresentanza per le donne, norme per
la tutela dei diritti di chi arriva in un paese per ragioni di persecuzione
politica o religiosa o di comportamenti e scelte sessuali, iniziative per la
salvaguardia degli equilibri ambientali, ecc.
Una ricca produzione di leggi e norme, una cultura che le fissi nella
coscienza delle persone sono necessarie. E quindi una forte pratica politica
generale e la costruzione di una adeguata cultura e teoria.

2. PROFILI. GIULIA SALVAGNI: LA LOTTA DI AUNG SAN SUU KYI
[Dal sito di "Noi donne" (www.noidonne.org) riprendiamo il seguente
articolo.
Giulia Salvagni (per contatti: gsalvagni at noidonne.org); nata a Latina,
risiede a Roma; giornalista professionista, ha lavorato al settimanale
"Avvenimenti", ha collaborato con Rainews 24, e con varie altre testate;
esperta di giornalismo on-line, e' responsabile editoriale del sito
www.noidonne.org
Aung San Suu Kyi , figlia di Aung San (il leader indipendentista birmano
assassinato a 32 anni), e' la leader nonviolenta del movimento democratico
in Myanmar (Birmania) ed ha subito - e subisce tuttora - dure persecuzioni
da parte della dittatura militare; da dieci anni si trova agli arresti
domiciliari; nel 1991 le e' stato conferito il premio Nobel per la pace.
Opere di Aung San Suu Kyi: Libera dalla paura, Sperling & Kupfer, Milano
1996, 1998]

Buon compleanno Aung San Suu Kyi. La leader del partito democratico del
Myanmar, Aung San Suu Kyi, ha compiuto sessant'anni domenica 19 giugno. Il
premio Nobel per la Pace e' ancora agli arresti domiciliari.
Aung San Suu Kyi, leader del principale partito di opposizione del Myanmar,
la Lega nazionale per la democrazia (Lnd), ha passato gli ultimi sedici anni
della sua vita agli arresti domiciliari senza mai essere incriminata o
processata. Ha conosciuto alcuni periodi di liberta', nel 1995, poi nel
2002, periodi brevi, sempre conclusi con nuovi arresti. Da anni il partito
al governo, l'Spdc, promette di rilasciarla "quando sara' il momento2. Suu
Kyi e' figlia del generale Aung San: eroe nazionale birmano. Ha studiato per
diversi anni a Oxford. Tornata in patria nel 1988, assiste alla violenta
repressione militare contro le dimostrazioni dei civili e degli studenti.
Nello stesso anno, in occasione di un grande raduno, decide di leggere in
pubblico le norme morali di un esercito scritte da suo padre: "L'esercito e'
un'istituzione importante e significativa per questa nazione e per il
popolo. Per questo le persone tributano onore e rispetto alle forze armate.
Ma quando i soldati cominciano ad essere odiati dalla gente, significa che
gli onorevoli scopi dell'arma potrebbero essere decaduti".
Il mese seguente Suu Kyi diventa segretaria generale della Lega nazionale
per la democrazia, e nonostante le severe restrizioni imposte dal partito al
governo, conduce una intensa campagna attraverso tutto il suo Paese. Tant'e'
che nel luglio del 1989 viene arrestata. Un arresto che ha un effetto
prorompente sull'opinione pubblica, alle elezioni generali del 1990 la Lega
nazionale per la democrazia conquista una strepitosa vittoria guadagnando
392 seggi sul totale di 485. Il partito al potere, l'Spdc, ne prende solo 10
ma non abbandona il governo, mette in carcere chiunque si opponga alla sua
politica, ed inizia un lungo periodo di dittatura.
*
Nelle carceri di Myanmar si trovano almeno 1.350 prigionieri politici, tra
cui prigionieri di coscienza arrestati per aver scritto poesie e articoli,
aver rivendicato il diritto di fondare organismi studenteschi o aver svolto
manifestazioni pacifiche. Condannati al termine di processi irregolari sulla
base di legislazioni repressive, sono sottoposti a maltrattamenti e torture
e detenuti in isolamento totale, senza accesso alla difesa legale. Tra
queste persone vi sono anche molti anziani che soffrono di gravi problemi di
salute a causa delle terribili condizioni di prigionia e dei maltrattamenti
che vengono loro inflitti, maltrattamenti e torture con esiti spesso
mortali.
Un caso tra i molti e' quello di U Win Tin, 75 anni, arrestato nel luglio
1989 e tuttora in carcere a causa della sua opposizione pacifica alle
autorita' e per aver tentato di informare le Nazioni Unite sulle violazioni
dei diritti umani che si verificano in carcere.
Un ulteriore caso riguarda il leader studentesco Myat San, in prigione dal
1991 per aver festeggiato il conferimento del Nobel per la pace alla leader
della Lega nazionale per la democrazia.
*
Nel '91, infatti, viene assegnato il Premio Nobel per la Pace a Suu Kyi per
il coraggio con il quale si impegna in modo nonviolento per l'affermazione
della democrazia e dei diritti umani. Ancora oggi e' sua convinzione che si
debba cercare di stabilire un dialogo con le autorita' militari per
garantire una pacifica transizione verso uno stato democratico. Ma tra
febbraio e marzo di quest'anno, secondo Amnesty international, sono stati
imprigionati piu' parlamentari di quanti fossero finiti in carcere nei 21
mesi precedenti. Il governo ha ordinato l'arresto di almeno cinque
parlamentari eletti nel 1990. I risultati delle elezioni non sono mai stati
riconosciuti dal Consiglio di stato per la pace e lo sviluppo, cioe' la
giunta al potere del partito Spdc. Sempre a febbraio, sono stati arrestati
almeno dieci esponenti politici dell'etnia Shan, tra i quali Khun Htun Oo,
presidente della Lega per la democrazia delle nazioni Shan. Inoltre, come
recentemente confermato dall'Organizzazione internazionale del lavoro, la
piaga del lavoro forzato e' ancora presente in moltissime zone del paese e
coinvolge, oltre a uomini e donne, anche vecchi, bambini e malati.
L'organizzazione per i diritti umani ha lanciato una petizione globale (che
puo' essere sottoscritta on line su www.amnesty.org) in cui chiede alle
autorita' birmane di cessare di ridurre al silenzio gli attivisti politici e
di rilasciare immediatamente e senza condizioni tutti i prigionieri di
coscienza.

3. DOCUMENTI. DIECI ANNI DOPO LA CONFERENZA DI PECHINO, UN RAPPORTO
ALTERNATIVO SULLA SITUAZIONE ITALIANA (PARTE SECONDA E CONCLUSIVA)
[Dal sito di "Noi donne" (www.noidonne.org) riprendiamo il seguente
documento, "Dieci anni dopo la Conferenza di Pechino", alternativo a quello
del governo italiano sull'attuazione della Piattaforma di Pechino in Italia,
elaborato nel corso dell'assemblea del 2 ottobre 2004 presso la Casa
internazionale della donna. La prima parte di esso abbiamo riportato in
"Nonviolenza. Femminile plurale" n. 16]

3. Trafficking of women in the context of migratory movements
Il fenomeno della prostituzione coatta e delle donne trafficate dimostra
negli anni una grande persistenza e si evolve continuamente per forme,
luoghi, contesti, modalita': cambiano i Paesi di provenienza, le modalita'
di ingaggio e di sfruttamento, cambiano i luoghi e i tempi della
prostituzione. Sono in atto mutamenti dovuti anche a una maturazione delle
reti di sfruttamento le quali, in quanto vere e proprie aziende, sono in
grado, a seconda di una analisi degli indicatori di mercato, di
diversificare investimenti, di modificare struttura ed organizzazione, pur
di penetrare mercati nuovi e sempre piu' redditizi, assorbendo merce umana
dagli sterminati mercati della poverta' e della miseria globalizzata.
*
L'art.18 della legge sull'immigrazione (legge Turco-Napolitano, n. 40/1998)
In Italia dal 1996 si e' cercato di affrontare il problema come proposto
dalla Carta di Pechino, assunta nella Direttiva Prodi-Finocchiaro del 1997,
con l'introduzione dell'art. 18 nella legge sull'immigrazione. La scelta e'
stata ritenuta da tutti importante per i successi ottenuti con questa norma
e le politiche messe in atto dalla sua entrata in vigore sono diventate un
modello seguito con grande attenzione anche a livello internazionale.
Questo articolo, collocato non a caso nella sezione dell'aiuto umanitario,
e' considerato fortemente innovativo per il rispetto dei diritti umani delle
vittime di traffico, supera radicalmente la precedente legislazione premiale
e permette di rilasciare un permesso di soggiorno sia che la vittima denunci
sia senza denuncia, per entrare in un percorso di protezione sociale e
uscire da condizioni di pericolo e di violenza da parte dei suoi
sfruttatori. Una norma a difesa di diritti fondamentali delle persone
vittime di reati che hanno vulnerato gravemente la loro dignita', che in
quanto tale si fa legge del piu' debole anche riguardo ai poteri dello stato
le cui leggi, in materia di ingresso e soggiorno degli stranieri, vengono
derogate, mentre si impegnano risorse nell'opera di assistenza e
integrazione sociale delle vittime. L'art. 18 consente di realizzare un
percorso di inclusione sociale mediante programmi di assistenza e
integrazione sociale intesi come riformulazione del progetto migratorio in
condizioni di legalita', sicurezza e autonomia. E' il passaggio dalla
vittimizzazione al diritto di cittadinanza, ponendosi in maniera alternativa
e antagonista alle reti di sfruttamento.
La norma ha dimostrato la sua efficacia sottraendo ai trafficanti, gia' nei
primi tre anni della sua applicazione, oltre 2.000 donne con permesso di
soggiorno (mentre sono oltre 5.000 le domande presentate dalle donne) e
costruendo le condizioni della loro autonomia attraverso la formazione e
l'inserimento lavorativo per oltre l'80% delle persone seguite dai progetti
di protezione sociale finanziati proprio grazie all'art. 18 dallo stato,
co-finanziati dagli enti locali, gestiti da ong competenti, e supportati da
azioni di sistema come il Numero verde nazionale.
*
I danni della legge Bossi-Fini (legge n. 189/2002)
La mancata valorizzazione di questo modello dal 2002 in poi nasce dalla
modificazione intervenuta nelle politiche sulla tratta che la legge
Bossi-Fini ha determinato, nonostante le dichiarazioni dei vari esponenti di
governo sulla riaffermazione del valore e dell'importanza dell'art. 18.
Se infatti la Bossi-Fini mantiene l'art. 18, cambiando completamente
l'impianto e la filosofia della legge in cui questa norma si situa,
depotenzia le possibilita' positive rappresentate dall'art. 18 stesso
rendendo difficile l'aiuto alle vittime di tratta e il contrasto alle
organizzazioni criminali.
Infatti, parte delle forze dell'ordine e della magistratura, che gia'
tendevano a considerare l'art. 18 come un dispositivo solo per i
collaboratori di giustizia, sono state incoraggiate a mantenere la
discrezionalita' che impedisce a molte persone vittime di tratta di accedere
alla protezione mediante il percorso sociale (senza denuncia), con la
conseguenza di vanificare il regime del "doppio binario" previsto dalla
legge, di ridurre quasi a nulla il rilascio di permessi per protezione
sociale, mentre per i permessi di natura giudiziaria i tempi si sono
allungati a dismisura arrivando fino a oltre 12 mesi di attesa. Di contro,
laddove il percorso sociale viene applicato, si registra la dimostrazione
della sua efficacia anche nel contrasto alla criminalita', poiche' spesso,
una volta rassicurate, le vittime decidono per la denuncia e comunque
offrono informazioni preziose alle indagini. Si e' creata quindi una grande
divaricazione tra le questure che rilasciano il permesso di soggiorno per
protezione sociale e le molte altre dove questo non e' accettato, o dove la
scarsita' di personale o il cambio dei funzionari ha vanificato il lavoro di
collaborazione precedentemente in atto ed e' scomparsa la figura del
referente unico.
Altri problemi derivano inoltre dall'allungamento dei tempi nelle procedure
a causa dell'intasamento delle questure per le rilevazioni delle impronte di
tutti i richiedenti permesso di soggiorno. Questa obbligatorieta', che tocca
anche le vittime di tratta, ha reso infiniti i tempi di attesa, sia delle
sospensioni delle espulsioni (all'atto della richiesta del primo art. 18),
che delle revoche delle espulsioni (all'atto della trasformazione dell'art.
18 in permesso di lavoro o attesa lavoro). Le ragazze sono costrette a
tornare anche sei/sette volte in questura, in quanto la data dell'emissione
dei permessi viene continuamente posticipata. Sono stati segnalati casi di
ragazze, in possesso di regolare permesso di soggiorno per lavoro, che sono
state espulse dalle forze dell'ordine perche' considerate prostitute,
"dimenticando" che in Italia la prostituzione non e' reato.
Con la legge Bossi-Fini si e' determinata quindi una situazione
caratterizzata da confusione nell'applicazione dell'art. 18 e abusi
originati da errate interpretazioni, con grave difficolta' delle donne
trafficate e dei progetti di protezione sociale.
*
Questi i danni principali:
- Aumento dell'azione repressiva delle forze dell'ordine, rimpatri coatti e
reclusione nei Cpt (Centri di permanenza temporanea). La politica del
governo si sta traducendo in frequenti retate che hanno come esito rimpatri
di massa che, ancor meno del passato, valutano la situazione del singolo,
con conseguente violazione del diritto delle persone a beneficiare dei
percorsi di cui all'art. 18. Per le donne vittime di tratta le piu' gravi
conseguenze si registrano per il configurarsi della condizione di
clandestinita', che le rende soggetti particolarmente vulnerabili alla
politica repressiva attuata dal governo. Non viene piu' offerta la
possibilita' del rientro assistito ed onorevole nei paesi di origine,
progetto approvato come azione di sistema della Commissione art. 18 nel 2001
che consentiva di circoscrivere fenomeni di immediato rientro nel territorio
italiano ad opera di organizzazioni mafiose che sempre piu' tendono a
vanificare le espulsioni effettuate, aggravando, fra l'altro, lo stato di
soggezione delle vittime dello sfruttamento Le donne che sono trattenute nei
Cpt, sono, nella quasi totalita', prostitute fermate sulla strada senza
permesso di soggiorno. Dal Cpt si esce con l'ingiunzione a lasciare il
territorio nazionale o con rimpatrio coatto, e le donne non vengono
informate delle possibilita' offerte dall'art. 18. La nuova legge
sull'immigrazione, spostando le risorse umane ed economiche delle forze
dell'ordine dall'azione investigativa (lotta ai trafficanti e sfruttatori) a
quella repressiva (azioni ad alto impatto mediatico con retate ed
espulsioni, facendo leva sul sentimento di insicurezza dei cittadini), con
l'illusione di poter arginare l'immigrazione clandestina e di impedire i
reingressi, criminalizza le vittime di tratta, induce in loro la paura delle
espulsioni e degli arresti, le sottrae alle possibilita' di contatto da
parte delle unita' di strada e delle stesse forze dell'ordine, le spinge
sempre piu' ad invischiarsi per i loro progetti migratori con le reti di
sfruttamento, individuando le forze dell'ordine e quindi lo stato italiano
non piu' come un soggetto a cui chiedere aiuto, ma come un problema/nemico
da cui difendersi. La nuova normativa cioe' scoraggia le vittime
dall'intraprendere un percorso di fuoriuscita, spingendole a rinsaldare la
propria sottomissione allo sfruttatore che assume un piu' incisivo potere di
controllo.
- Diminuzione della prostituzione visibile in strada (fino al 50%, tra fine
2002 e inizio 2003) ma accelerazione dei processi che stanno inducendo il
racket ad organizzare lo sfruttamento della prostituzione in luoghi chiusi.
Lo spostamento del fenomeno dalla strada al "chiuso" favorisce l'attivita'
sommersa, comporta maggiori difficolta' a contattare le vittime di tratta o
ad esserne contattati, aumenta il rischio di una recrudescenza delle forme
di controllo e di violenza psico-fisica da parte degli sfruttatori,
impedisce quindi il rapporto con gli operatori e riduce di molto il
conseguente ingresso, da parte delle donne, nel percorso di protezione
sociale.
- Diminuzione delle risorse a disposizione, non chiarezza da parte del
Dipartimento pari opportunita', presso il quale e' insediata la Commissione
per l'attuazione dell'art. 18, sui criteri di attribuzione dei finanziamenti
ai progetti di protezione sociale - che crescono di numero ma perdono di
efficacia e di stabilita' -; mancato coordinamento delle diverse istituzioni
coinvolte. Scarsa pubblicizzazione del numero verde, quando sarebbe
necessario un potenziamento con campagne locali e nazionali. Mancata
pubblicizzazione dei dati aggiornati sugli esiti ottenuti o sugli elementi
di criticita': il Dpo non ha mai risposto alle numerose sollecitazioni in
tal senso.
Sulla nuova legge penale sul reato di tratta (Legge 228/2003) - testo di
legge gia' quasi concluso nella precedente legislatura - la valutazione e'
generalmente positiva, ma non mancano critiche severe e fondate dal momento
che non e' stato dato seguito alla legge con il regolamento di attuazione,
non c'e' chiarezza sulla destinazione dei fondi stanziati dal parlamento e
sui criteri per la loro attribuzione, ne' si riesce a capire con quali modi
e tempi saranno utilizzati i fondi previsti per la cooperazione
internazionale sul tema.
La legge sulla prostituzione proposta dal governo - che con la cultura di
fondo della Bossi-Fini ha molto a che vedere - nel caso venisse approvata
aggraverebbe ulteriormente la situazione, togliendo - forse - la
prostituzione dalla vista, ma non dalla realta', mentre e' difficile non
vedere l'incoraggiamento oggettivo alla criminalita' che gestisce e sfrutta
il mercato del sesso.
Se la stragrande maggioranza delle ragazze sparisce all'interno di locali o
appartamenti, subisce un controllo molto piu' forte e con pochissime
possibilita' di aiuto dall'esterno, diminuisce il loro potere contrattuale
anche nei confronti del cliente e la possibilita' di rifiutare rapporti non
protetti. Dai racconti di alcune donne costrette a prostituirsi in case
chiuse risulta una realta' drammatica che la legge sull'immigrazione ha
rafforzato e che la prossima legge sulla prostituzione strutturera'
stabilmente, sancendo nei fatti una situazione su cui sarebbe necessario
intervenire in modo completamente diverso. Sempre piu' infatti il contatto
del cliente con la prostituta avviene attraverso annunci pubblicitari o
informazioni date da persone coinvolte nella gestione degli appartamenti. La
gestione di appartamenti avviene attraverso una rete di intermediarie che
organizzano lo spostamento delle donne immigrate in diverse citta', secondo
i bisogni e per mantenere sempre una offerta differenziata. Questo determina
uno sradicamento da qualsiasi realta' territoriale e l'impossibilita' di
avere contatti con servizi ed associazioni.
Inoltre durante il periodo di permanenza nell'appartamento le donne hanno il
divieto di uscire e restano segregate in quel luogo fino a quando non
vengono spostate in altre citta' dove si riproduce la medesima situazione.
La tipologia delle prestazioni richieste e' completamente diversa da quelle
che vengono richieste in strada. Queste richieste non possono essere
rifiutate dal momento che la maggior parte dei clienti va in appartamento
per soddisfare tutta la vasta gamma di desideri e perversioni legate alla
sessualita' maschile. Vengono effettuate anche prestazioni sessuali in
gruppo e fino a 40-50 prestazioni al giorno. In queste condizioni le donne
vivono isolamento e solitudine marcati, impossibilita' di relazioni sociali
e personali minime, sentimento di subordinazione e controllo in ogni momento
della giornata, assoluta impossibilita' di scegliere il cliente, le
prestazioni da erogare e il prezzo, mancanza di ogni forma di potere
contrattuale sia nei confronti di chi gestisce l'appartamento sia nei
confronti del cliente.Sono in aumento casi di malattie e disagio pschico.
La lotta contro il traffico di esseri umani diventera' in questo caso molto
piu' difficile e potrebbe subire un pericoloso stallo in cui alla
diminuzione dei diritti delle donne corrispondera' non l'eliminazione dello
scandalo della prostituzione e della tratta, ma solo un rafforzamento delle
reti criminali e la legittimazione palese dello sfruttamento.
(Parte seconda - Fine)

4. ESPERIENZE. MARIA G. DI RIENZO: LA LETTERA DI CLARA
[Da "Azione nonviolenta" del marzo 2005 (disponibile anche nel web, nel sito
del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org) riprendiamo questo articolo
di Maria G. Di Rienzo. Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it)
e' una delle principali collaboratrici di questo foglio; prestigiosa
intellettuale femminista, saggista, giornalista, regista teatrale e
commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche storiche sulle donne
italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica dell'Universita' di
Sidney (Australia); e' impegnata nel movimento delle donne, nella Rete di
Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei diritti umani, per
la pace e la nonviolenza; e' coautrice dell'importante libro: Monica
Lanfranco, Maria G. Di Rienzo (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra
Moenia, Napoli 2003]

La comunita' cristiana che si raccoglie attorno alla pubblicazione "Des
Moines Catholic Worker" sta conducendo una campagna, che e' ancora in corso,
di resistenza e opposizione nonviolenta alle armi nucleari ed alla guerra.
Parte di questa campagna e' stato l'arresto di Clara Terrel, di 19 anni, il
29 dicembre 2004. Efficace intreccio di azione di massa ed azione
individuale, il gesto altamente simbolico di Clara e' stato preparato per
dare risonanza e visibilita' alla campagna, scopo che e' stato raggiunto. Il
"reato" che ha portato all'arresto della giovane e' l'essersi pacificamente
introdotta nella base Stratcom (Comando strategico a Bellevue, Nebraska,
Usa) per consegnare la seguente lettera:
"Io credo che il messaggio portatoci da Gesu' Cristo sia un messaggio di
pace. Noi non possiamo comprarla con il sangue dei bambini iracheni e non
possiamo pagarla con le vite dei soldati americani. Tutto l'enorme potere
che e' tenuto dietro questi cancelli non puo' consolare le madri e i padri,
iracheni o statunitensi, che stanno soffrendo durante questo Natale per i
loro figli perduti. Questo e' un luogo in cui vengono detenute armi di
distruzione di massa. Questo e' un luogo dove vengono prese le decisioni su
quali bambini vivranno e quali bambini moriranno. Questo infine e' il luogo
che noi abbiamo scelto per celebrare il Natale e proclamare il Vangelo:
ovvero che i potenti cadranno, e i deboli saranno innalzati".
Clara e' stata arrestata dagli uomini addetti alla sicurezza della base, e
rilasciata dopo qualche ora con un'ammonizione che contiene la sua "messa al
bando" dal luogo. In essa si legge: "La vostra condotta sbagliata ha creato
una minaccia sostanziale alla pace e all'ordine della base".
La base Stratcom a Bellevue, nel Nebraska, e' in effetti il luogo in cui si
decidono praticamente e tecnicamente i bersagli delle armi nucleari. Percio'
i manifestanti che accompagnavano Clara, testimone di una scelta condivisa,
e che l'hanno attesa in preghiera, dichiaravano ciascuno/a alla stampa:
"Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto dell'anno, questa base tiene il mondo
intero sotto la minaccia della distruzione nucleare".
*
L'azione di Clara faceva parte della XXVIII Festa degli Innocenti, che la
comunita' cristiana di Des Moines celebra annualmente. La stessa Clara ha
spiegato: "Questa volta la comunita' ha scelto di preparare la festa
esplorando i collegamenti fra Erode, ed il suo assassinio di bambini
innocenti a Betlemme, e le mostruose azioni degli Erodi moderni, e
dell'imperialismo statunitense che li sostiene e controlla. Noi stiamo
tentando di portare alla luce la verita', di confrontarci con le persone che
lavorano nella base militare, e di convincerle attraverso la nostra
testimonianza".
La copertura data a questa semplice azione dai media americani, in un
contesto abbastanza ostile, mostra che il gruppo ha compiuto molto bene le
sue scelte: luogo, tempistica, linguaggio immediato, aggancio ad eventi gia'
esistenti e sotto l'attenzione della stampa (le ricorrenze natalizie, la
festa tradizionale della comunita'), attenzione al simbolico (la connessione
fra l'Erode delle scritture e gli Erodi attuali, il potere dell'individuo
che resiste e si oppone, i legami fra individuo e comunita'). Lo stesso
testo consegnato da Clara aveva un focus simbolico, centrato sullo
svelamento dell'impotenza di cio' che e' considerato "potente": un potere
inutile, che non ristora i cuori feriti delle madri e dei padri. Un potere
che e' in grado di togliere la vita, ma non di darla, ne' di assaporarla.
Inoltre, i sentimenti evocati erano immediatamente comprensibili da
ciascuno, poiche' chiunque fa esperienza, nella propria vita, della perdita
e del lutto.
*
Mi e' grato quindi celebrare il gesto pacato e forte di questa giovane
donna, che entra in una base militare apertamente, senza forzare ingressi o
nascondersi, prendendo su di se' tutti i rischi e le responsabilita' che il
gesto comporta, ma con la certezza che esso e' radicato in una comunita'
umana, in una decisione collettiva e in un'esplicita pratica nonviolenta. Mi
piace pensare a Clara che distribuisce la sua lettera, che a voce alta in un
luogo dove risuona la minaccia della distruzione proclama l'impegno a
mettere fine alla follia nucleare. A nome suo, a nome della comunita' di Des
Moinese, a nome dell'umanita' di ciascuna e ciascuno di noi.

5. ESPERIENZE. MARIA G. DI RIENZO: LA RESISTENZA NONVIOLENTA SALVA LE
FORESTE
[Da "Azione nonviolenta" di aprile 2005]

Il 17 settembre 2001, il Tribunale interamericano per i diritti umani ha
deliberato in merito al caso di una piccola comunita' Mayagna di Awas
Tingni, che si trova nell'area costiera delle foreste nicaraguesi. La
decisione della Corte ha affermato l'esistenza del diritto collettivo dei
popoli indigeni sulla loro terra, sulle risorse e l'ambiente. Questo diritto
era stato violato dal governo del Nicaragua quando esso ha concesso ad una
compagnia coreana di deforestare la zona senza aver consultato i suoi
abitanti.
"Per le comunita' indigene, dice tra l'altro la sentenza, la relazione con
la terra non e' una mera questione di possesso e produzione, ma e' anche
elemento materiale e spirituale di cui esse devono godere pienamente,
nonche' uno dei mezzi per preservare il loro retaggio culturale e
trasmetterlo alle generazioni future". Il Tribunale ha ordinato che la zona
in questione venga delimitata e restituita a pieno titolo alle comunita'
locali e che il governo presenti rapporti biennali sulle misure prese per
adempiere alla sentenza. C'e' dell'ironia, nel pensare che il governo del
Nicaragua avrebbe potuto riconoscere come interlocutrice la comunita' di
Awas Tingni molti anni prima, con assai minor spese e imbarazzo. La lotta
nonviolenta della comunita', infatti, data dal 1992.
L'esproprio delle terre e il rifiuto di negoziare con chi ci vive non e'
un'istanza nuova, e meno che mai per l'America Latina, in cui questa pratica
e' endemica sin dal XVI secolo. La novita' rispetto alla situazione
nicaraguese sta in due aspetti: la capacita' di Awas Tingni di creare
relazioni ed alleanze con soggetti non direttamente interessati dal
problema, e la risoluzione di vincere la propria lotta sul piano giuridico.
In tale decisione, e' entrata la consapevolezza che si sarebbe potuto creare
un precedente utile a numerose altre comunita' che soffrono gli stessi
disagi: ovvero il cambiamento della cornice in cui il problema era visto
all'esterno, da "le pretese ed i reclami di un gruppo marginale" a "i
diritti legali delle persone e dei gruppi, riconosciuti in un quadro
internazionale".
Uno dei preziosi alleati che hanno aiutato Awas Tingni e' stato il gruppo
internazionale di attivisti Weatherhead Center, in particolar modo la
squadra di etnologi ed antropologi che fa parte del programma Ponsacs
(Program on Nonviolent Sanctions and Cultural Survival - Programma sulle
sanzioni nonviolente e la sopravvivenza culturale) che hanno sostenuto le
azioni legali presentando studi e mappature e affiancando i propri avvocati
a quelli nicaraguesi.
Le denunce della comunita' presero forma di piena azione legale nel 1995,
dopo che un accordo trilaterale per la raccolta di legname, fra Awas Tingni,
il governo nicaraguese ed una ditta dominicana, venne violato con la
concessione di una vasta zona della foresta pluviale ad una compagnia
coreana. Non avendo ottenuto risposte dal sistema legale del Nicaragua (le
sentenze si rifacevano all'accordo trilaterale per dichiarare la "piena
consapevolezza" e corresponsabilita' della comunita' indigena), nonostante
la deforestazione fosse in pieno contrasto con le leggi ambientali del
paese, Awas Tingni ha interpellato la Commissione per i diritti umani.
Quest'ultima favori' e programmo' numerosi incontri nel tentativo di aiutare
le parti a raggiungere un accordo amichevole, ma poiche' il governo restava
sordo, e la Commissione non aveva potere legale di imporre una decisione, il
caso e' passato al Tribunale Interamericano per i diritti umani, che questo
potere invece lo detiene.
Il Tribunale ha dibattuto per la prima volta il caso a San Jose', dal 15 al
17 novembre 2000, ascoltando tra gli altri tre membri della comunita'
Mayagna, gli attivisti del Ponsacs, una dozzina di testimoni esperti
provenienti dal Nicaragua e da altre nazioni latinoamericane. Infine, l'anno
dopo vi e' stata la sentenza vittoriosa per Awas Tingni. Sulla costa
atlantica nicaraguese sono numerose le comunita' indigene che si trovano
nella precaria posizione in cui si trovava Awas Tingni, prive di un
riconoscimento legale che delimiti con precisione i diritti e i doveri
rispetto alla terra. Nella stessa situazione si trovano gruppi similari in
Colombia, Ecuador e Bolivia che in questi ultimi tempi hanno adottato
diverse forme di lotta (scioperi, marce, azioni di protesta) per portare
alla luce il problema dell'esproprio e dello sfruttamento indiscriminato
delle loro terre. L'esperienza di Awas Tingni puo' fornire loro ispirazione,
e un solido precedente a cui appellarsi.

6. ESPERIENZE. MARIA G. DI RIENZO: L'ESPERIENZA DEL BALKAN PEACE TEAM
[Da "Azione nonviolenta" del maggio 2005]

Dal 1994 al 2001, il Balkan Peace Team (in sigla: Bpt) ha operato per la
risoluzione nonviolenta dei conflitti nella ex Jugoslavia, coinvolgendo
volontari internazionali e gruppi pacifisti e di attivisti per i diritti
umani locali.
Il Bpt e' stato uno sforzo cooperativo fra numerose organizzazioni, ed ha
lavorato nei Balcani su richiesta dei costruttori/costruttrici di pace del
paese. Il Bpt era formato da membri delle seguenti associazioni: Brethren
Voluntary Service (Ginevra), Bund fuer Soziale Verteidigung (Minden),
Collectif de Jumelage des Societes Civiles de Geneve et Prishtine, Dutch
Mennonite Working Group, Eirene International, Helsinki Citizen's Assembly,
International Fellowship of Reconciliation, Mouvement pour une Alternative
Nonviolente (Parigi), Oesterreichische Friedendienste (Vienna), Peace
Brigades International, War Resisters International.
Il Bpt ha insegnato per sette anni le tecniche per la risoluzione
nonviolenta dei conflitti, creando una nuova generazione di formatori alla
nonviolenza; ha incoraggiato la nascita di nuovi gruppi pacifisti nella
societa' civile; ha accompagnato gli attivisti locali, fornendo loro la
forza aggiuntiva che viene da un riconoscimento internazionale; e' stato
presente durante gli esodi forzati e nei tribunali; ha favorito il fluire
delle informazioni all'interno ed all'esterno della regione di intervento;
ha condiviso con le popolazioni locali il peso e il dolore della guerra.
Nel 1993, alcuni dei gruppi succitati ricevettero richieste di una presenza
internazionale dalla Croazia e dal Kossovo. Formata la coalizione e
preparato il progetto, ovvero il Bpt, il primo gruppo di volontari arrivo'
in Croazia nel 1994, usando come sigla "Otvorene Oci" ("Occhi aperti"): qui
partecipo' ad iniziative locali in favore della pace e del dialogo, mettendo
in chiaro che il Bpt non si identificava con nessuna aggregazione e nessuna
ideologia. Chiariti i bisogni, le risorse e le richieste presenti sul
territorio, il gruppo centro' successivamente i propri sforzi sul dialogo
serbo-albanese, cercando e sfruttando le opportunita' per costruire ponti
attraverso le linee etniche. Quando gli studenti, nel sud della Serbia, si
rivolsero al Bpt nel desiderio di fare qualcosa rispetto alle crescenti
tensioni in Kossovo, il team organizzo' per loro un seminario sulla
riduzione dei pregiudizi, dopo di che li accompagno' a conoscere un gruppo
di studenti albanesi. I ragazzi e le ragazze della Serbia furono quindi in
grado di partecipare, come osservatori, ad una marcia nonviolenta
organizzata dagli altri, e riportarono alle loro comunita' le notizie sul
comportamento violento con cui la polizia serba represse la manifestazione
pacifica.
Nel marzo 1999, quando la Nato comincio' a bombardare i serbi e soldati
jugoslavi forzavano masse di kossovari albanesi a lasciare le proprie case,
molte persone che avevano richiesto l'aiuto del team per promuovere il
dialogo serbo-albanese si chiesero se il progetto fosse stato affossato
dalla guerra e se aveva senso continuare. Il Bpt compi' un viaggio
esplorativo in Macedonia ed Ungheria per capire se la societa' civile
persisteva nell'organizzare occasioni di dialogo, e la risposta fu oltremodo
positiva: il dialogo fra i due gruppi ad un livello di base, fu la reisposta
delle ong e degli individui, non era solo possibile, ma essenziale. Gli
attivisti per la pace serbi ed albanesi continuarono a sostenere con forza
la presenza del Bpt, e forse la miglior valutazione del lavoro di "terza
parte" del gruppo viene dalle parole di Ymer Jaka, del "Consiglio per la
difesa dei diritti umani e delle liberta'" di Pristina: "Se la
riconciliazione e' qualcosa che si vuole accada, il lavoro del Balkan Peace
Team deve continuare, e deve essere rafforzato".
Molto spesso l'atteggiamento che una "terza parte" assume per essere
efficace nel portare due gruppi confliggenti al dialogo e' compreso male
all'esterno: la pratica dell'ascolto equidistante, ma sarebbe forse piu'
corretto coniare un termine come "equivicino" (il sostegno ad entrambe le
parti, come detto sopra) viene classificata come "neutralita'" non
partecipe. In realta' la "terza parte" ha ben chiaro a cosa e' strettamente
solidale, ovvero alla garanzia che i diritti umani di tutti e tutte vengano
riconosciuti e rispettati; il che, tra l'altro, e' il veicolo principale per
ottenere la fiducia dei confliggenti.

7. MEMORIA. ENRICO PUGLIESE: TINA E AURORA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 21 giugno 2005.
Enrico Pugliese e' docente di sociologia del lavoro all'Universita' di
Napoli, e direttore dell'Istituto di ricerche sulla popolazione e le
politiche sociali del Cnr; e' autore di diversi saggi che riguardano il
lavoro, la disoccupazione e l'immigrazione. Tra le opere recenti di Enrico
Pugliese: Sociologia della disoccupazione, Il Mulino, Bologna 1993; con E.
Rebeggiani, Occupazione e disoccupazione in Italia (1945-1995), Edizioni
Lavoro, Roma 1997; Diario dell'immigrazione, Edizioni Associate, Roma 1997;
con M. I. Macioti, Gli immigrati in Italia, Laterza, Roma-Bari 1998; con E.
Mingione, Il lavoro, Carocci, Roma 2002; L'Italia tra migrazioni
internazionali e migrazioni interne, Il Mulino, Bologna 2002]

Una trentina di anni addietro Giuseppe Saragat, in una polemica con i suoi
malfidi eredi all'interno del Psdi, uso' nei loro confronti l'espressione
"Uomini che non hanno mai conosciuto il dolore". Quell'espressione - che
evidentemente si riferiva al dolore della persecuzione fascista, della
guerra e dell'esilio - a suo tempo mi colpi' moltissimo e mi e' tornata in
mente di recente leggendo le storie di Clementina (Tina) Perone e Aurora
Benna, madre e figlia, che di dolore ne hanno conosciuto tanto. E per Tina,
il dolore piu' forte e piu' lungo - e anche il piu' taciuto - non e' stato
quello inflitto dalla repressione fascista ma quello conosciuto durante la
detenzione nei Gulag staliniani e - dopo la liberazione e la
riabilitazione - nel lungo periodo di angosciante dipendenza dalla macchina
burocratica sovietica che per anni le impedi' il ritorno in Italia. Eppure
Tina - comunista della prima ora e con un passato bordighista che
probabilmente fu all'origine della sua persecuzione negli anni dell'esilio
in Urss - resta comunista fino alla morte, avvenuta nel 1965 dopo soli sette
anni dal ritorno in Italia e a Torino, dove lavorera' per l'Associazione
Italia-Urss.
*
35 anni di distacco
Tra i dolori che questa donna ha conosciuto c'e' il distacco forzato dalla
figlia: un distacco durato dal 1923 al 1958 e che Aurora, lasciata bambina
di sei anni e ritrovata donna adulta e matura, non perdonera' mai nel
profondo alla madre. Gia' ottantenne, qualche anno addietro (proprio mentre
era intenta a salvare i ricordi, le lettere e i pensieri di Tina), dice ai
due intervistatori che chi si dedica completamente a una causa politica non
dovrebbe avere famiglia. Questo dolore familiare, della bambina restata
senza mamma, e' vivo nell'anziana attivista che pure di politica ne ha fatta
tanta con grande rischio e costi personali. Negli stessi anni in cui la
mamma e' oggetto delle prime attenzioni della polizia staliniana - nella
seconda meta' degli anni Trenta - Aurora, poco piu' che ventenne, e'
condannata dalla sezione IV del tribunale speciale e passa anni di dura
galera e di isolamento senza altra accusa che quella (vera) di aver tentanto
di utilizzare un passaporto falso per emigrare in Francia (emigrazione che
allora non costituiva reato). Ma la ferita dell'abbandono e' viva anche
nella madre che scrive per anni continuamente alla figlia bambina,
adolescente, e adulta raccontandole, nei limiti permessi dal controllo
poliziesco, ogni cosa della sua vita quotidiana, seguendone la maturazione,
interrogandola, consigliandola, indirizzandole pensieri affettuosi.
Le lettere di Tina in entrata e quelle di Aurora in uscita portano il timbro
Visto per censura. E "Visto per censura" e' il titolo del bel libro curato
da Paola Tarino e Adriano Boano ed edito dalla casa editrice Seb27, basato
principalmente su lunghe interviste ad Aurora Benna, materiale documentario
vario e soprattutto, sulle lettere che madre e figlia si sono scambiate per
circa trent'anni. Insieme ad altri ricordi e documenti (la sentenza di
condanna del tribunale fascista, copie di verbali e relazioni della polizia,
ecc.) esse costituiscono l'archivio personale di Aurora, contenuto in una
grande scatola di flaconi di candeggina Ace ("affinche' tutto sia pulito
fino a diventare trasparente", dice divertita l'anziana signora). Ma
torniamo alle storie, a cominciare da quella della madre. Tina nasce nel
1894 da una famiglia di militanti rivoluzionari (suo nonno e' anarchico).
Comincia da subito a lavorare per le associazioni operaie. Conosce il marito
Angelo Benna, il padre di Aurora, in un ballo al circolo socialista. Con
orgoglio Aurora dice della madre che era "comunista da prima che il partito
esistesse". E, a proposito del coraggio, riporta un ricordo di Giovanni
(Nino) Parodi che le raccontava di Tina quando, in un momento duro e
delicato dello scontro politico, nascondeva una pistola nello chignon in cui
raccoglieva i capelli.
Ma il coraggio non e' la principale caratteristica (anche se la ha aiutata
molto): Tina e' una dirigente politica che da giovanissima lavora a fianco
di Parodi (responsabile comunista della Fiat Centro), il quale diventera' il
personaggio piu' di spicco dell'occupazione delle fabbriche a Torino nel
1920. Una foto lo ritrae seduto sulla poltrona di Giovanni Agnelli e
attorniato da altri operai. Il rapporto politico tra i due diventa anche
sentimentale e la loro convivenza ha inizio quando Tina si separa dal
marito, Aurora ha ancora pochi mesi. Parodi fa da padre alla bambina nel
breve e felice periodo di vita comune nella casa frequentata anche da
Gramsci. Nonostante la tenerissima eta', i ricordi di quel periodo da parte
di Aurora sono vividi e lei mostra sempre affetto e nostalgia per quel padre
adottivo: l'unica figura paterna che abbia mai avuto. Poi le vicende della
vita (e della storia) separeranno i tre in maniera abbastanza tragica,
soprattutto per le due donne. Nino Parodi fuggito in Unione Sovietica dove
svolge lavoro politico e segue corsi di formazione politica e militare -
ricevera' in seguito dal partito l'ordine di tornare per ricostituire il
centro interno. Questo gli costera' l'arresto all'arrivo in Italia ma gli
permettera' di scampare alle persecuzioni staliniane per i suoi trascorsi
bordighisti. Alla fine, dopo la galera, Parodi continuera' la sua attivita'
politica in Francia e in Italia e avra' un altra famiglia.
*
Il biennio rosso
Dopo la sconfitta seguita alla occupazione delle fabbriche, Tina e'
perseguitata insieme a Parodi e, come lui, dopo l'incendio della Camera del
lavoro di Torino (vicino alla quale avevano abitato come famiglia), e'
costretta a espatriare in Francia per poi arrivare - dopo una sosta di
dodici giorni a Berlino, in attesa del visto di ingresso in Unione
sovietica - nella patria del socialismo, "dove splende il sol dell'avvenire"
ma dove la attende un triste futuro. Dopo il primo periodo vissuto insieme a
Parodi, comincia la vita marginale e pericolosa dei frequentatori del
circolo degli emigranti, dove sospetti e delazioni sono all'ordine del
giorno. E molti sono i compagni e i dirigenti comunisti emigrati in Russia
che finiranno uccisi o deportati, le cui vicende si intrecciano con quelle
di Tina e dei quali si parla nel libro.
Dopo un primo arresto (e tortura) e una breve detenzione (dal febbraio al
maggio del 1938), Tina Perone e' nuovamente arrestata nel 1940, condannata e
deportata a Karaganda (in Kazakhstan) con l'accusa di aver aiutato comunisti
italiani sospetti. Al lager segue un periodo di confino per poi subire una
nuova deportazione (a vita) nel Gulag di Igarka in Siberia (con l'accusa di
propaganda antisovietica e sospetto spionaggio) dal quale sara' scarcerata
nel 1954.
Il carteggio - ricchissimo anche se la madre scriveva sempre molto piu'
della figlia - si interrompe improvvisamente nel 1940. E quando nel 1948
Tina e' temporaneamente liberata, non puo' neanche dire alla figlia i veri
motivi del suo silenzio. Nelle sue lettere successive al 1948 parlera' di
una "malattia". Poi c'e' il nuovo arresto e la parte finale del carteggio,
costituito soprattutto dalle lettere che la madre scrive dopo la liberazione
definitiva. E qui l'aspetto che domina e' l'attesa per il ricongiungimento,
la speranza che qualcosa muova la persecutoria macchina burocratica
sovietica (stalinista e post-stalinista), anche se il linguaggio e' molto
misurato.
Alla fine della permanenza in Russia, trentasei anni dopo la partenza, la
vecchia militante comunista e' ancora indomita: mantiene la cittadinanza
sovietica (anzi bolscevica, lei dice). Non ha vissuto i momenti peggiori
della storia italiana del Novecento ma neanche quelli esaltanti della fine
del fascismo, della resistenza, del passaggio alla repubblica, della
riconquistata democrazia.
Mentre il tempo di Tina si consumava nel grigiore del campo di detenzione e
del Gulag, l'avventura drammatica, e a volte rocambolesca, di Aurora
proseguiva. Gia' bambina, quando ancora la madre e' libera e non
perseguitata in Russia, e' sballottata da un parente all'altro per poi
finire in istituti pubblici o religiosi. Qui, contro ogni sua volonta',
viene battezzata e, come forma ultima di oppressione, le cambiano anche il
nome in Annamaria. Finisce anche in un istituto di suore di clausura dal
quale evade grazie all'intervento di uno zio che la "rapisce" per un giorno
in modo da causarne, in applicazione della regola dell'ordine, l'espulsione.
Poi c'e' il tentativo di espatrio in Francia con il passaporto falso e la
vicenda dell'arresto e del processo. E qui la storia e' paradossale perche'
Aurora, in quegli anni, non era stata una militante comunista: aveva solo
avuto, in qualita' di figlia di dirigenti comunisti, tramite il partito, un
passaporto falso per l'espatrio. Avrebbe dovuto arrivare in Francia ma
pedinata da agenti in borghese e' fermata prima dell'arrivo alla stazione di
Nizza. La storia si complica ulteriormente - e in maniera non chiarita nel
libro, proprio perche' ambigua in se' - per il ruolo della zia Emilia
(sorella di Tina) che fu delatrice pagata dalla questura (e che
probabilmente causo' il fallimento del tentativo di espatrio) ma che fu
anche inviata al confino insieme al suo amante e che Aurora, nonostante la
definisca spesso la "zia strega", continuo' a frequentare.
D'altra parte, in quegli anni era difficile, per chi avesse a che fare con
il partito comunista, capire di chi ci si poteva fidare. C'e' un capitolo
del libro intitolato "Non credere fintanto che non hai la conferma dai veri
compagni". Si tratta di una frase strana contenuta in una lettera di Dante
Corneli ad Aurora volta a smentire ipotetiche notizie riguardanti la
eventuale morte della madre. Era difficile in quel clima individuare i "veri
compagni". Comunque, scontata la galera ("l'universita'" per lei, dove
impara le lingue, cosi' come la mamma le aveva imparate quindici anni prima
a Mosca), Aurora passa un periodo in un tubercolosario e poi finalmente
trova lavoro come impiegata. Come se cio' non bastasse, la sua casa e' anche
lesionata dai bombardamenti. Ma poi riprende a lavorare e collabora con la
lotta partigiana. Sposa nel 1946 un operaio tedesco, Herbert, e negli anni
Cinquanta diventa delegata sindacale della Cgil.
*
Finalmente il passaporto
Tina ottiene finalmente nel dicembre 1957 il passaporto che le permette il
rientro in Italia il 7 gennaio del 1958, 36 anni dopo la partenza. Sul
risvolto del cappotto porta con orgoglio il distintivo con la faccia di
Lenin. Quelli che, come me, "non hanno conosciuto" il dolore hanno
difficolta' a comprendere una storia del genere. Insomma perche', dopo tanta
sofferenza, non ha cambiato idea? Con la fine della guerra per Aurora, e con
la scarcerazione e la riabilitazione dieci anni dopo per Tina, riprende
un'esistenza normale dopo anni di incredibili avventure, persecuzioni e,
appunto dolori. E qui vale la pena ricordare una citazione di Annie Vivanti,
riportata dalla stessa Aurora, relativa al suo nome e riguardante il senso
del "secolo breve". In francese aurora (aurore) ha lo stesso suono orrore
(horreur): "Horreur, chez nous l'Aurore s'appelle aussi". Chi aveva dato nel
1917 - l'anno delle lotte per il pane a Torino ma anche l'anno della
gloriosa rivoluzione di ottobre- alla bambina il nome Aurora, non si sarebbe
aspettata nei decenni immediatamente successivi un futuro cosi' pieno di
orrori.
Ma nelle dichiarazioni di Aurora e nella sua illustrazione - fatta con
ironia, con nostalgia e a volte con rabbia - del contenuto disordinato del
suo archivio Ace ("perche' tutto diventi trasparente") non c'e' solo dolore.
C'e' tenacia, speranza di cambiamento, solidarieta', voglia di giustizia e
di eguaglianza: insomma i valori del comunismo.

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 17 del 23 giugno 2005