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La nonviolenza e' in cammino. 975



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 975 del 28 giugno 2005

Sommario di questo numero:
1. La domanda
2. Un appello contro la privatizzazione degli usi civici
3. Giulio Vittorangeli: Allarme rosso in Chiapas
4. Bruna Peyrot: L'esperienza e l'elaborazione del "Partito dei lavoratori"
(Pt) brasiliano (parte terza)
5. Martin Luther King: Sogni non realizzati
6. Riletture: Margarete Buber-Neumann, Prigioniera di Stalin e Hitler
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. LA DOMANDA
Cosa stiamo facendo per fermare la guerra in corso?
Cosa stiamo facendo perche' il nostro paese esca dalla coalizione terrorista
e stragista che ha invaso e occupato l'Iraq, dopo aver per decenni prima
spalleggiato e armato un sanguinario dittatore, poi imposto un decennale
embargo genocida, infine scatenato una guerra di cui non si vede la fine e
che, scardinata ogni regola di civilta' e ogni criterio di umanita',
minaccia l'umanita' intera?
Cosa stiamo facendo per il ripristino del diritto internazionale e della
legalita' costituzionale italiana?
Cosa stiamo facendo per fermare e contrastare il terrorismo, il nostro e
l'altrui che reciprocamente si alimentano?
Cosa stiamo facendo per promuovere la convivenza  e una solidarieta'
autentica tra i popoli e tra le persone?
Cosa stiamo facendo?
Cosa siamo diventati?

2. APPELLI. UN APPELLO CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DEGLI USI CIVICI
[Da vari interlocutori riceviamo, e volentieri diffondiamo]

Premessa: Che cosa sono gli usi civici
Per usi civici si intendono quei diritti proprietari, gravanti su notevoli
estensioni di terre, che si sono venuti consolidando nel corso dei secoli a
favore dei poveri e delle plebi contadine esclusi da ogni altro diritto, che
da queste terre traevano le risorse necessarie alla sopravvivenza propria e
delle loro famiglie, attraverso regole e statuti di prelievo e di
coltivazione che garantivano la riproducibilita' e la tutela delle risorse
naturali.
Con la modernita' queste terre hanno subito un doppio processo di
spopolamento e di abbandono da parte delle popolazioni contadine in via di
proletarizzazione e di progressiva recinzione e privatizzazione che ne
escludeva forzosamente i legittimi proprietari.
Questa dinamica continua tutt'oggi con diverse motivazioni: le alienazioni e
usurpazioni di queste terre si sono moltiplicate anche per iniziative
discutibili e illegittime degli enti locali che hanno favorito alienazioni e
trasformazioni urbanistiche su queste terre ad uso edificatorio e
privatistico, senza tener alcun conto dei diritti dei proprietari e delle
popolazioni locali.
A questo si aggiunge lo spopolamento avvenuto dei piccoli centri agricoli e
rurali per effetto dei processi di inurbamento con il conseguente abbandono
delle terre civiche, divenute cosi' facile preda della speculazione privata,
pur essendo soggette a tutela paesaggistica e in permanenza degli antichi
diritti proprietari.
Con questa iniziativa il Comitato che si e' costituito a difesa degli usi
civici e delle proprieta' collettive, si propone di ostacolare
l'approvazione di un testo di legge unificato sulla alienazione degli usi
civici all'esame del Parlamento, e di promuovere un progetto alternativo di
utilizzo delle terre civiche a sostegno di uno sviluppo locale e rurale
partecipato e sostenibile, rispettoso dell'ambiente, delle risorse naturali
e del territorio.
*
Appello
Operando nelle istituzioni e nel sociale, siamo molto preoccupati
dell'attuale orientamento culturale e politico che - in totale ed acritica
subalternita' alla cultura neoliberista - fa perno su un individualismo
proprietario dirompente, incapace di dare riconoscimento a quei valori
comuni e condivisi, sui quali - anche per volonta' dei Costituenti - va
fondato lo Stato e la societa' civile.
Ci preoccupa in particolare il Disegno di Legge n. 1131, attualmente ancora
in discussione al Senato, abrogativo delle proprieta' collettive, cioe' di
quel vasto patrimonio di terre, tra i 5 e 10 milioni di ettari, nonche' di
storie e di valori, che le popolazioni contadine hanno consegnato alla
modernita' e che nell'attuale momento storico la crisi irreversibile del
liberismo economico imporrebbe invece di valorizzare.
Non ignoriamo che i beni comuni furono all'origine della riflessione
socialista e libertaria, anche come bersaglio polemico per una nuova, piu'
moderna organizzazione dello Stato e della societa' civile. Vorremmo evitare
tuttavia che essi siano consegnati senza adeguata riflessione e senza
apprezzabili riserve alla furia iconoclasta del libero mercato - cioe' in
sostanza alla libera e incontrollata disponibilita' del capitale privato e
di clientele politico-finanziarie ansiose di recuperare la propria capacita'
di rendita e di profitto a spese della collettivita'.
Gia' ora e' possibile per gli Enti di Gestione - Universita' o Associazioni
agrarie, Amministrazioni comunali, ecc. - disporre la vendita, per quote
limitate, dei demani civici di loro pertinenza, ma la disciplina vigente (La
legge 1766/1927 e il relativo regolamento n. 332/1928) esige che tali
vendite corrispondano non all'interesse economico dell'Ente che le dispone,
bensi' a quello conservativo delle popolazioni proprietarie, cui le terre
spettano; a tutela di questo interesse, esige che la proposta di vendita sia
previamente autorizzata dalla Amministrazione Regionale territorialmente
competente; esige infine che il corrispettivo stabilito tra le parti sia
adeguato al valore delle terre, e acquisito al separato bilancio della
Comunita', non a quello dell'Ente di gestione.
Quest'ultimo punto e' di particolare delicatezza, perche' - nonostante
l'obbligo di legge - mai o quasi mai i Comuni hanno provveduto a una
gestione patrimoniale e finanziaria dei beni civici distinta da quella del
loro patrimonio disponibile, sempre o quasi sempre si sono appropriati dei
beni civici o del loro valore, si sono appropriati e si appropriano dei loro
frutti o dei corrispettivi che ne derivano.
La proposta legislativa in discussione non fa che convalidare e
radicalizzare questa prassi illegittima. Infatti, la prospettiva della
alienazione pura e semplice delle terre civiche, senza alcuna condizione ed
a scopo direttamente finanziario, con l'obiettivo di rimpinguare le casse
comunali, ma anche indirettamente a scopo clientelare, rischia di diventare
l'unica perseguibile dalla nuova legge.
Non vi e' infatti alcuna ragione per rendere possibile l'immissione sul
mercato, a disposizione del capitale finanziario e quindi della
speculazione, di questo vasto patrimonio di terre, per se' suscettibili di
utilizzo a vantaggio generale e in ogni caso gia' ora, in base alle leggi
vigenti, vincolate a prospettive di conservazione ambientale ed ecologica,
che con la nuova legge potrebbero andare sicuramente perdute.
*
Vi inviamo il presente appello non certo per denunciare genericamente questa
prospettiva, ma per chiedere il sostegno necessario ad un approfondimento
della situazione e alla individuazione di tutte le iniziative suscettibili
di promuovere la conservazione, la difesa e l'implementazione dei beni
civici - cioe' dei beni fondiari appartenenti in forma collettiva alle
popolazioni locali, comunque essi si chiamino o si definiscano e a chiunque
giuridicamente vadano imputati.
In questo spirito, invitiamo gli Enti Locali (Comuni, Province e Regioni) a
salvaguardare e difendere gli usi civici presenti nel loro territorio,
garantendone in primo luogo l'inalienabilita' e la proprieta' collettiva,
contro il moltiplicarsi degli abusi e delle usurpazioni di interesse
esclusivamente privato che oggi vi allignano e, d'intesa con i legittimi
proprietari e le comunita' locali, a favorire e promuovere forme innovative
di gestione associata e cooperativa di questo patrimonio ai fini della
salvaguardia e valorizzazione ambientale ed ecologica del territorio.
*
Primi firmatari: Umberto Bardella, Giacomo Bazzani, Paolo Beni, Paolo
Berdini, Giovanni Berlinguer, Marco Bersani, Riccardo Bocci, Patrizia
Bonelli, Mauro Bonaiuti, Elia Bosco, Antonio Bruno, Natalina Candelo, Franco
Carletti, Francesco Chiriaco, Franco Cassano, Antonio Castronovi, Mario
Cena, Marinella Correggia, Massimo Covello, Vezio De Lucia, Roberto Della
Seta, Piero Di Siena, Benito Fiori, Pietro Folena, Giovanni Franzoni, Walter
Mancini, Margherita Granero, Renato Grimaldi, Paolo Roberto Imperiali,
Rosario Lembo, Athena Lorizio, Alberto Magnaghi, Stefania Magnani, Gloria
Malaspina, Eliana Martoglio, Francesco Martone, Felice Mazza, Emilio
Molinari, Sandro Morelli, Giorgio Nebbia, Luigi Nieri, Antonio Onorati,
Fabio Parascandolo, Gaia Pallottino, Tonino Perna, Ciro Pesacane, Riccardo
Petrella, Maurizio Picca, Anna Pizzo, Carlo Podda, Giuseppe Prestipino,
Guglielmo Ragozzino, padre Ottavio Raimondi, Giovanna Ricoveri, Domenico
Rizzuti, Gabriella Rossi Crespi, Franco Russo, Giulio Russo, Edoardo
Salzano, Enzo Scandurra, Marisa Scioratto, Patrizia Sentinelli, Sabina
Siniscalchi, Gianni Tamino, Riccardo Troisi, Valentino Tosatti, Sauro
Turroni, Alex Zanotelli.
*
Chi ritiene di condividere le nostre preoccupazioni e i contenuti del
presente appello, e' pregato di comunicare la sua adesione ad uno degli
indirizzi sotto riportati:
- fr.carletti at tiscali.it
- acastronovi at lazio.cgil.it
- segreteriagenerale at flai.it (Franco Chiriaco)
- f.martone at senato.it
- ricoveri2004 at libero.it

3. MONDO. GIULIO VITTORANGELI: ALLARME ROSSO IN CHIAPAS
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento. Giulio Vittorangeli e' uno dei fondamentali collaboratori
di questo notiziario; nato a Tuscania (Vt) il 18 dicembre 1953, impegnato da
sempre nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di
solidarieta' internazionale, con una lucidita' di pensiero e un rigore di
condotta impareggiabili; e' il responsabile dell'Associazione
Italia-Nicaragua di Viterbo, ha promosso numerosi convegni ed occasioni di
studio e confronto, ed e' impegnato in rilevanti progetti di solidarieta'
concreta; ha costantemente svolto anche un'alacre attivita' di costruzione
di occasioni di incontro, coordinamento, riflessione e lavoro comune tra
soggetti diversi impegnati per la pace, la solidarieta', i diritti umani. Ha
svolto altresi' un'intensa attivita' pubblicistica di documentazione e
riflessione, dispersa in riviste ed atti di convegni; suoi rilevanti
interventi sono negli atti di diversi convegni; tra i convegni da lui
promossi ed introdotti di cui sono stati pubblicati gli atti segnaliamo, tra
altri di non minor rilevanza: Silvia, Gabriella e le altre, Viterbo, ottobre
1995; Innamorati della liberta', liberi di innamorarsi. Ernesto Che Guevara,
la storia e la memoria, Viterbo, gennaio 1996; Oscar Romero e il suo popolo,
Viterbo, marzo 1996; Il Centroamerica desaparecido, Celleno, luglio 1996;
Primo Levi, testimone della dignita' umana, Bolsena, maggio 1998; La
solidarieta' nell'era della globalizzazione, Celleno, luglio 1998; I
movimenti ecopacifisti e della solidarieta' da soggetto culturale a soggetto
politico, Viterbo, ottobre 1998; Rosa Luxemburg, una donna straordinaria,
una grande personalita' politica, Viterbo, maggio 1999; Nicaragua: tra
neoliberismo e catastrofi naturali, Celleno, luglio 1999; La sfida della
solidarieta' internazionale nell'epoca della globalizzazione, Celleno,
luglio 2000; Ripensiamo la solidarieta' internazionale, Celleno, luglio
2001; America Latina: il continente insubordinato, Viterbo, marzo 2003. Per
anni ha curato una rubrica di politica internazionale e sui temi della
solidarieta' sul settimanale viterbese "Sotto Voce" (periodico che ha
cessato le pubblicazioni nel 1997). Cura il notiziario "Quelli che
solidarieta'"]

Il 19 giugno l'Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) ha reso
noto un comunicato urgente, sintetizzato in sette punti, molto preoccupante;
confermato nella sostanza da un secondo comunicato del giorno successivo. Vi
si annuncia, in pratica, una mobilitazione generale dei "regolari"
dell'Ezln, la clandestinita' delle Giunte del buon governo che da due anni
amministrano i municipi autonomi zapatisti; e altre misure d'urgenza. Tra le
quali l'invito ai cooperanti internazionali ad abbandonare le comunita'
indigene, o rimanervi a loro rischio; a coloro che hanno sostenuto in questi
quasi dodici anni la lotta dei popoli indigeni si dice grazie, e li si
"solleva da ogni responsabilita'" per eventuali future azioni dell'Ezln.
Tutto lascia pensare ad una probabile offensiva dell'esercito federale
messicano, che non ha mai allentato la presa sulla zona di conflitto in
Chiapas. L'ultimo allarme di questo tipo fu lanciato nel febbraio del 1995,
alla vigilia dell'attacco dell'esercito federale, che tento' di annientare
con la forza l'Esercito zapatista di liberazione nazionale.
Anche il Centro per i diritti umani "Fray Bartolome' de Las Casas" ha
diramato un comunicato in cui cerca di ricostruire le cause della decisione
dell'Ezln. Tra gli eventi il Centro denuncia che "da due mesi si sono
registrati movimenti dell'esercito messicano", si tratta del "maggiore
movimento militare dalla rimozione delle sette postazioni richiesta
dall'Ezln nel 2001"; sottolineando il nesso tra la riattivazione
dell'esercito messicano e il congelamento dei conti di Enlace Civil,
l'organizzazione non governativa che da anni opera nei territori zapatisti e
che viene accusata di "riciclaggio di denaro sporco".
Da parte sua il governo messicano dapprima ha annunciato che l'esercito
aveva distrutto 44 piantagioni di marijuana in territorio sotto controllo
zapatista nel Chiapas; poi ha fatto frettolosamente marcia indietro,
affermando che le 44 piantagioni non si trovano nella zona d'influenza
dell'Ezln, ed ha anche auspicato che riprendano i negoziati con l'Ezln. A
sua volta il subcomandante Marcos, che non revocato l'"allarme rosso", ha
annunciato che non e' nei piani dell'Ezln di riprendere l'attivita' armata,
ed ha garantito che neanche un centesimo degli aiuti e contributi ricevuti
per la causa zapatista e' stato speso per l'acquisto di armi.
La realta' e' che, nell'indifferenza ormai quasi generale, continua la
guerra a bassa intensita' dei paramilitari contro le popolazioni indigene.
Sono sempre in circolazione e purtroppo in azione, i paramilitari come
quelli del gruppo "Paz Y Justicia", che nel dicembre del 1997 uccisero 45
persone. Uomini, donne e bambini indigeni della comunita' di Acteal.
*
C'e' evidente un limite nella solidarieta' internazionale, per quanto
assorbita dalle emergenze della guerra globale, se non riesce a dare
continuita' ai suoi progetti; se la denuncia degli orrori del neoliberismo
non viene accompagnata da un impegno concreto e quotidiano con chi in prima
persona subisce questi orrori.
Ricordiamo tutti come la societa' civile mondiale, smarrita davanti alle
nuove questioni globali, accolse con straordianria gratitudine il movimento
zapatista al suo apparire nel 1994; all'indomani della introduzione del
Nafta, l'accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico.
L'accordo mirava a espandere l'economia di questi paesi basandosi sul
mercato e la totale liberta' di commercio, con conseguenze disastrose per le
fasce piu' oppresse della popolazione, primi fra tutti gli indios. Sarebbe
seguita, per tutti gli anni '90, la ricca analisi offerta dallo zapatismo;
come non ricordare il famoso scritto del subcomandante Marcos, "La quarta
guerra mondiale e' cominciata": siamo all'inizio di una nuova epoca buia, in
cui si agitano sette pezzi di un rompicapo prodotto dal nuovo ordine
mondiale, imposto dal neoliberismo.
Tante le domande poste dall'esperienza zapatista, ma alcune rimaste senza
risposta; o peggio lasciate cadere. Come si realizza il "trapianto" delle
esperienze di liberazione, democrazia partecipativa, ecc., fatte nella
foresta del Chiapas nelle regioni urbane in Europa; nonostante il legame
oggettivo che esiste a causa della globalizzazione economica ed ecologica?
Ed ancora, sul versante, degli interrogativi: quale rapporto esiste tra
prospettiva nonviolenta e cultura della liberazione? E' compatibile con la
prospettiva nonviolenta una scelta strategica di resistenza "violenta" da
parte degli oppressi, dal momento che la cultura della nonviolenza ha
affermato in modo definitivo l"esigenza della coerenza tra i mezzi ed il
fine? Su questo interrogativo certamente ritorneremo, per il momento ci
preme sottolineare che comunque non e' possibile rispondere a questa domanda
ad un livello generale, astratto. E' invece possibile farlo solo in
concreto, cioe' in rapporto a una lotta determinata, e al progetto che essa
persegue. Come appunto l'esperienza zapatista, o quella sandinista con il
ruolo determinante giocato dai cristiani.

4. ESPERIENZE. BRUNA PEYROT: L'ESPERIENZA E L'ELABORAZIONE DEL "PARTITO DEI
LAVORATORI" (PT) BRASILIANO (PARTE TERZA)
[Ringraziamo Bruna Peyrot (per contatti: brunapeyrot at terra.com.br) per
averci messo a disposizione il capitolo quinto, "Scrivere la democrazia",
del suo libro La democrazia nel Brasile di Lula. Tarso Genro: da esiliato a
ministro, Citta' Aperta Edizioni, Troina (En) 2004.
Bruna Peyrot, torinese, scrittrice, studiosa di storica sociale, conduce da
anni ricerche sulle identita' e le memorie culturali; collaboratrice di
periodici e riviste, vincitrice di premi letterari, autrice di vari libri;
vive attualmente in Brasile. Si interessa da anni al rapporto
politica-spiritualita' che emerge da molti dei suoi libri, prima dedicati
alla identita' e alla storia di valdesi italiani, poi all'area
latinoamericana nella quale si e' occupata e si occupa della genesi dei
processi democratici. Tra le sue opere: La roccia dove Dio chiama. Viaggio
nella memoria valdese fra oralita' e scrittura, Forni, 1990; Vite discrete.
Corpi e immagini di donne valdesi, Rosenberg & Sellier, 1993; Storia di una
curatrice d'anime, Giunti, 1995; Prigioniere della Torre. Dall'assolutismo
alla tolleranza nel Settecento francese, Giunti, 1997; Dalla Scrittura alle
scritture, Rosenberg & Sellier, 1998; Una donna nomade: Miriam Castiglione,
una protestante in Puglia, Edizioni Lavoro, 2000; Mujeres. Donne colombiane
fra politica e spiritualita', Citta' Aperta, 2002; La democrazia nel Brasile
di Lula. Tarso Genro: da esiliato a ministro, Citta' Aperta, 2004.
Per richiedere il libro alla casa editrice: Citta' Aperta Edizioni, via
Conte Ruggero 73, 94018 Troina (En), tel. 0935653530, fax: 0935650234.
Segnaliamo ai lettori che per esigenze grafiche legate alla diffusione per
via informatica del nostro foglio, i termini brasiliani sono stati
semplificati abolendo tutti gli accenti all'interno delle parole e
sostituendo tutti i caratteri con particolarita' grafiche non tipiche della
lingua italiana; questo rende la trascrizione di quei termini non fedele ma
semplicemente orientativa. I conoscitori della soave lingua
portoghese-brasiliana sapranno intuire le soluzioni adeguate, con tutti gli
altri ci scusiamo]

Socialismo
Ogni qualvolta la via socialista ha voluto imboccare scorciatoie da Palazzo
d'Inverno, con la presa rapida del potere, ha fallito, regredendo a
situazioni peggiori di quelle di partenza. "La dittatura del proletariato e'
un'impotenza pratica e teorica" mentre "la politica e' il supremo movimento
mediatore di tutte le tensioni sociali, spirituali e morali e costituisce,
pertanto, la base della democrazia" (38). Per un nuovo progetto socialista
occorre il mantenimento delle conquiste delle rivoluzioni cosiddette
borghesi, come i diritti civili, indispensabili per un progetto socialista
umanista. "La costruzione del socialismo e' una decisione della volonta'
umana e non una scadenza naturale della storia umana". Il socialismo,
decisione etica del soggetto, puo' essere solo "frutto di un nuovo consenso
democratico", con l'applicazione del pluralismo dentro il partito e fuori,
anche con forze non socialiste. Infine, "Il cammino verso il socialismo
sara', allo stesso tempo, e con la stessa intensita', una battaglia
culturale, etica e morale" (39).
Tarso riconosce che nella storia del socialismo sono stati aperti molti
dissidi, dalla disputa fra Marx e Bakunin al tempo della prima
Internazionale, alla polemica sulla socialdemocrazia durante la prima guerra
mondiale, fino alle contrapposizioni fra sindacalismo burocratico e
rivoluzionario negli ultimi anni venti e alla crisi attuale di una sinistra
nazionale e internazionale senza progetto utopico capace di sedurre
l'immaginario popolare. Ciononostante egli insiste perche' la sinistra abbia
un progetto senza perdere la propria tradizione di emancipazione sociale e
riconosca i riferimenti, dentro la storia del marxismo, utili alla
costruzione di una teoria socialista e democratica della societa',
inesistente, perche' nella pratica il socialismo ha vissuto storture.
Tarso, che media direttamente i classici al pubblico del suo partito,
afferma che il marxismo porta con se' la capacita' teorica di interpretare
il movimento del mondo, della societa' e delle relazioni umane,
confermandosi strumento della prassi liberatrice degli uomini. Quando invece
ricade, come e' accaduto, in ideologia giustificatoria di uno Stato
totalitario, allora l'inganno deve essere denunciato da chi crede nel
marxismo che non ha esaurito le sue potenzialita' nel realizzare forme di
"umanesimo rivoluzionario".
Cosi' come il cristianesimo non puo' essere identificato solo con le
Crociate, neanche il marxismo puo' essere identificato solo con i suoi
fallimenti. Tarso invita dunque a rispettare lo spirito di Marx che da'
valore all'uomo. Se il marxismo e' una scienza, di quest'ultima deve subire
le trasformazioni, i dubbi e gli errori. Se invece si considera solo un
metodo politico, allora diventa pericoloso strumento del dogmatismo
totalitario, in cui qualsiasi dubbio o errore diventa subito un
"tradimento", incarnato da un "agente nemico".
Tarso si sofferma a lungo sul ruolo dell'individuo nel marxismo che propose
un'antifilosofia del soggetto, privo di diritti rispetto alla supremazia del
collettivo. Essendo il diritto campo privilegiato del singolo, nel quale si
riflette la vita sociale ed economica, ed essendo lo stesso subordinato alla
classe, e' chiaro come il marxismo non abbia potuto cogliere pienamente
tutte le questioni suscitate dalla democrazia rappresentativa. Il marxismo
ha sempre liquidato il diritto come campo d'azione della classe borghese,
disconoscendone l'universalita'. Neppure il socialismo reale ritenne
necessario sviluppare il diritto, perche' il partito si autopromosse garante
del proletariato, identificandosi con uno Stato che, in nome di queste
ragioni, aveva proclamato: "Il diritto sono io" (40).
A corollario di questa convinzione, ne derivava che, al lato opposto, il
militante rivoluzionario bastava a se stesso come garanzia di essere nel
giusto. Ma senza un corpo del diritto che stabilisse le norme di una
gestione collettiva, il socialismo "reale" resto' solo reale e il socialista
divento' burocrate, perche' "la grandezza etico-morale del soggetto
rivoluzionario, nei momenti di lotta per l'uguaglianza, non si mantiene come
etica del potere" (41), quando il potere e' conquistato. Il passaggio, fra
la testimonianza individuale del militante e le regole del potere che si
deve gestire,   deve essere regolamentato dal diritto, altrimenti degenera
in sclerosi burocratica e privilegi personali.
Ciononostante il marxismo, tuttavia, e' ancora valido. I pensatori
neoliberali, che considerano la persona un consumatore passivo, incontrano
in questa filosofia il loro principale avversario, perche' e' la teoria che
meglio spiega l'alienazione del soggetto.
Il progetto socialista per Tarso intende l'utopia come quell'altro luogo in
cui "la vita materiale e morale nega e supera il male presente e realizza la
pienezza umana, orientata in modo permanente verso la felicita'" (42).
L'utopia e' il legame fra il desiderio di essere felice come individuo e la
volonta' di non accettare l'infelicita' del prossimo. Per questo motivo
Tarso si ostina a difendere la possibilita' dell'utopia: "non quella
assoluta, che esclude per l'arroganza delle certezze o per il settarismo
politico o religioso l'interlocutore dissenziente. Ma l'utopia che e' capace
di opporre, con sentimento di rivolta e indignazione, un progetto concreto e
immediato di riscatto dalla barbarie. Un progetto modesto, che possa
incorporare milioni di persone, per recuperare nella quotidianita' i valori
della solidarieta' umana, dello spirito pubblico, dell'idea del collettivo,
del rispetto dei diritti delle donne, dei neri, dell'infanzia e
dell'adolescenza. Un'utopia modesta, che intenda porre entro l'orizzonte di
ogni latitudine della vita il semplice principio del rispetto dell'essere
umano, che qui in Brasile significherebbe creare rapidamente le condizioni
per la ripresa della crescita, per redistribuire il reddito, per dare
accesso alla terra a chi la vuole lavorare. Creare, di nuovo, una
prospettiva di futuro, che oggi e' stata soffocata e che mai e' stata cosi'
minacciata dall'impunita' di coloro che fanno mercato della disgrazia dei
propri fratelli" (43).
Le condizioni per una nuova strategia socialista, guidata dall'"utopia
modesta" sono tre: un progetto nazionale di sviluppo; relazioni
internazionali che rispettino la sovranita' nazionale, e nuove istituzioni
repubblicane, fra le quali, oltre al Bilancio Partecipato, Tarso propone un
Conselho Permanente de Democratizacao da Informacao perche' nell'era
informatica i mezzi di informazione sono monopolizzati dai poteri dominanti.
*
La rivoluzione in cui crede Tarso, "pensata dal soggetto" (44), ha i
riferimenti teorici nei marxisti non ortodossi: Rosa Luxemburg, Ernst Bloch,
Gyorgy Lukacs, e soprattutto due italiani: Antonio Gramsci e Norberto
Bobbio.
Gramsci arrivo' in America Latina, a fine anni Cinquanta, mediato da
intellettuali come Hector Agosti (1911-1984), il primo editore delle sue
opere in Argentina, Pancho Arico' e Juan Carlos Portantiero. Manuel
Sacristan in Messico pubblico' poi un'antologia dei suoi scritti con le
edizioni Siglo XXI. A Cuba la notorieta' di Gramsci, anche se duro' poco,
apparve a fine anni Cinquanta, quando si diffuse la rivista "Pensamiento
Critico" del Dipartimento di filosofia dell'Universita' de La Habana che
pubblico' oltre a lui, Sartre, Lukacs, Korsch, Marcuse... Un'altra onda di
interesse verso Gramsci in Sudamerica si verifico' negli anni Ottanta,
specie nel cono sud, con il processo di socialdemocratizzazione dei gruppi
socialisti di Cile e Argentina. In ultimo, Gramsci si incontro' con la
teologia della liberazione in cerca di concetti sociologici in cui tradurre
il proprio impegno.
In Brasile, tradotto da Carlos Nelson Coutinho, con successivi contributi,
fra gli altri, di Dora Kanoussi e Nestor Kohan, ha interessato soprattutto
l'analisi della societa' civile. Se per Marx, lo Stato eredita la divisione
in classi della societa' civile, per Gramsci, che vive la complessita' dello
Stato della prima meta' del Novecento, la societa' civile comprende tutte le
organizzazioni preposte alla formazione culturale e ideologica (chiesa,
partiti, sindacati, sistema scolastico, editoria, ecc.). La societa' civile
per Gramsci e' la sede dell'egemonia, luogo dove si tessono relazioni di
potere legate alla societa' politica che e' dentro lo Stato. L'idea e' stata
molto dibattuta nel Brasile degli anni settanta, quando dire "societa'
civile" significava tutto cio' che si contrapponeva allo Stato dittatoriale,
identificazione facilitata dal portoghese brasiliano, in cui  "civile"
significa il contrario di "militare" (45). Dire "societa' civile", in
continuita' con Gramsci, permetteva di cogliere la societa' brasiliana in
modo omogeneo, nonostante le diversita' dei vari movimenti, unificati
dall'impegno antidittatoriale.
Gramsci e' per l'America Latina il riferimento di un marxismo alternativo a
quello stalinista e marxista-leninista, ispirati dal bolscevismo, nei quali
i valori della Rivoluzione francese non erano penetrati. Per decenni
relegato dalla cultura marxista ufficiale, aveva invece ispirato una via
nazionale italiana al comunismo, gettando le premesse per l'apertura del
distacco da Mosca prima con Palmiro Togliatti e Luigi Longo, poi con Enrico
Berlinguer che riconobbe a Gramsci di essere il vero "teorico della
rivoluzione in Occidente", portatore di un "comunismo innervato d'egemonia,
che vuol dire consenso, cioe' democrazia" (46). Sin dal dopoguerra i
dirigenti del Partito comunista italiano avevano avviato processi interni e
proposte politiche in cui la democrazia non fu considerata un semplice mezzo
per arrivare al socialismo, bensi' il riconoscimento di un valore
universale. Lo fecero nel travaglio di eventi internazionali (invasione
dell'Ungheria nel 1956 e della Cecoslovacchia nel 1968 da parte dell'Unione
Sovietica) e nel confronto con la religiosita' di un'Italia pervasa da
valori cattolici. Sia il compromesso storico, nato anche dallo sgomento per
il golpe cileno del 1973 e il fallimento di Unidad Popular di Salvator
Allende, sia l'eurocomunismo, hanno avuto origine dalla convinzione che in
questo paese il socialismo non poteva essere raggiunto che per via
democratica, "come rivoluzione della grande maggioranza della popolazione"
(47).
In ultima analisi, si puo' dire che Gramsci viene scoperto e valorizzato
quando, a poco a poco, il comunismo scopre la necessita' di pluralismo, per
comporre le diverse posizioni di quella societa' civile, spazio sempre piu'
privilegiato di consolidamento dell'egemonia politica, teorizzata da Gramsci
stesso.
In Brasile, il suo nome viene accostato a un altro filosofo politico
contemporaneo: Norberto Bobbio, che  sembra farsi mediatore anche di Marx.
Certo e' un'eclettica analogia, ma proprio da questo tenere insieme Gramsci
e Bobbio, e' nata la via al socialismo teorizzata da Tarso Genro: un
socialismo umanista che coniuga i diritti individuali con una giustizia
sociale collettiva. "L'elaborazione di un progetto democratico socialista
per l'umanita', se questo e' ancora possibile, si realizza attraverso una
fraternizzazione di Karl Marx con Norberto Bobbio. Essi sono l'incontro di
due culture. I due filosofi hanno alcune affinita' utopiche. Direi che
l'utopia di Bobbio e' piu' vicina perche' e' utopia della democrazia, e
quella di Marx piu' lontana perche' utopia dell'uguaglianza. Marx pensava
che la politica avrebbe potuto sparire a favore di una specie di tecnologia
sociale non conflittuale, Bobbio crede che la politica sia... una relazione
eterna dell'uomo con la propria socialita' e la sua eterna diseguaglianza"
(48).
Norberto Bobbio (1909-2004) fu tradotto in America Latina prima in
Argentina, all'universita' di Tucuman, alla fine degli anni Trenta, dal
giurista Luis Jimenez de Asua, poi in Messico, Brasile e  Cile, paesi dove
lo studioso strinse legami con giuristi, politologi e filosofi. In Brasile
alcuni dei suoi interlocutori furono Carlos Henrique Cardim, giurista della
dittatura militare, e Celso Lafer, politico liberale e ministro degli esteri
di Cardoso. Questo per dire che, come tutti i grandi del Novecento, Bobbio
ha interrogato quanti lo sapevano ascoltare sull'imprescindibile nesso fra
liberta' e giustizia, base fondante la sua idea di sinistra, la quale deve
saper assumere nella sua identita' costituiva la lotta contro ogni forma di
schiavitu' materiale e morale. Bobbio ha vissuto cio' che ha teorizzato. Ha
saputo tradurre in teoria politica la sua irriducibile intransigenza contro
ogni forma di totalitarismo, perche' ha sperimentato la dittatura fascista:
"Lo stato totalitario era la nostra ossessione. La democrazia, oltre che la
nostra speranza, il nostro impegno" (49). Sono parole che i dirigenti
attuali del Pt, a distanza di una generazione, hanno colto, e Tarso propone
ai brasiliani.
La centralita' della democrazia e' un'idea, teorizzata in Europa da Bobbio,
che ha ispirato profondamente Tarso. La consapevolezza che "la democrazia ha
la domanda facile e la risposta difficile; l'autocrazia, al contrario, e' in
grado di rendere la domanda piu' difficile e dispone di una maggiore
facilita' nel dare le risposte" (50) lo accompagna nel suo lavoro di
ministro ogni giorno.
Sempre Bobbio sostiene che, nel processo di democratizzazione del novecento,
la scommessa e' stata nel passaggio dalla democrazia politica a quella
sociale piu' che dalla democrazia rappresentativa a quella diretta, "ovvero
nell'estensione del potere ascendente, che sinora aveva occupato quasi
esclusivamente il campo della grande societa' politica e delle piccole,
minuscole, spesso politicamente irrilevanti associazioni volontarie, al
campo della societa' civile nelle sue varie articolazioni, dalla scuola alla
fabbrica" (51). Con questo riferimento Tarso affronta la cosiddetta
"inclusione sociale", la proposta del Bilancio Partecipato e soprattutto
elabora la categoria di "spazio pubblico non statale".
*
Spazio pubblico non statale
Nelle attuali societa' il problema del soggetto sociale non e' "essere
uguale", quanto piuttosto essere incluso nel flusso informativo che apre
opportunita' di vita e di lavoro. Alla base della democrazia non c'e' solo
lo sviluppo dell'uguaglianza, ma la liberta' del singolo di intraprendere
qualsiasi cammino.
In questo contesto, i territori sono diventati ambiti elettivi in cui le
parti sociali cercano una  coerente rappresentativita' dei propri interessi,
perche' le persone si incontrano dove si incontrano, non hanno bisogno di
sedi fuori del loro abituale frequentarsi. Riscattare la dignita'
dell'incontrarsi comune significa valorizzare spazi di costruzione della
cittadinanza dei soggetti in spazi pubblici non statali. La democrazia vera
per Tarso e' legata a questo "spazio" che e' "una relazione fra gli
individui stessi, che si riconoscono come capaci di proporre alternative
differenti da quelle che sono emanate dallo Stato" (52). Lo spazio pubblico
rivela non solo le differenze fra classi ma quelle dentro le classi stesse.
E' una sfera per "dispute e consensi" che sa dare identita' recuperandola
dal frazionamento della societa' attuale, da quel vuoto dove prospera lo
Stato autoritario, per ricomporla oltre le esigenze dei singoli. Da questo
spazio sorgono decisioni che si fanno politiche dello Stato. "Lo spazio
pubblico non statale e' il luogo dove lo Stato recupera la sua legittimita'
e si afferma. E la societa' civile esprime la sua identita' e si rafforza"
(53).
In questi spazi e' possibile dare visibilita' agli interessi corporativi
prima sopiti, affinche' si (ri)conoscano e lo Stato possa esercitare la
funzione di regolatore. Ogni gruppo sociale deve capire che compone un
insieme piu' grande, la societa', dove le sue domande entrano in concorrenza
con quelle di altri, pur essendo ugualmente legittime. Ma, al contrario di
cio' che accadde nel  socialismo reale, dice Tarso, in cui si statalizzo' la
societa', distruggendo la societa' civile, quando si accoglie la "densita'
pubblica" (54), si scatena una "sperimentazione localizzata come momento di
fondazione di nuove istituzioni pubbliche capaci di creare elementi di una
nuova politica" che crea una "via democratica 'plebeia'" (55).
Negli spazi pubblici non statali - associazioni, sindacati, comunita',
gruppi sportivi e culturali, enti vari e singoli - si generano nuove
individualita' che possono diventare nuovi leader, non nati nei partiti ne'
nelle clientele burocratiche. L'idea primigenia dei teorici del socialismo,
poi trasmutato in totalitarismo, partiva dalla premessa che era necessaria
un'economia collettivistica statalizzata per suscitare un nuovo stile di
vita. Oggi invece "e' necessario partire dal modo di vita che vogliamo per
disegnare  nuove forme di produzione" (56).
Tarso insiste molto sulla cura delle soggettivita', sulle quali influisce lo
stile neoliberale: apologia del consumismo, diseguaglianza considerata
naturale, specializzazione del lavoro, carrierismo individuale,
comportamenti che definisce "nuova barbarie", possibile a essere arginata
solo da quegli spazi non statali dove e' possibile proporre "un modo di vita
coscientemente orientato", in un contesto in cui i cittadini possano
decidere cosa li riguarda.
Gli spazi non statali sono, infine, gli ambiti nei quali, esercitando
l'egemonia in forma culturale, germinano nuove alleanze, altro concetto
chiave della teoria politica di Tarso.
*
Alleanze
Fondamentali per l'avanzare dell'emancipazione sociale, le alleanze,
sostiene Tarso, si ottengono tramite il dibattito e il consenso, facilitati
da una societa' diventata globale grazie all'informatica e alle tecniche
digitali. Le alleanze corrispondono a uno stile democratico che si esercita
fuori e dentro al partito. Nel "fuori" e' auspicabile che siano costruite
soprattutto fra le nuove "punte" tecniche dei lavoratori del settore
informatico e gli esclusi che reclamano terra e lavoro: due estremi della
societa' brasiliana che bisogna saper conciliare. Tarso ribadisce questa
convinzione anche dopo la vittoria di Lula: il Pt "dovrebbe incorporare la
divergenza dentro il partito e nella relazione complessa con la societa'".
Non si riferisce solo all'ala sinistra, nella quale milita la figlia
Luciana, espulsa con altri sette compagni dal Pt, dopo un anno di duro
dibattito interno, bensi' a settori dei partiti di centro, come il Pmdb e il
Psdb, che "potrebbero convivere con la maggioranza del Pt" (57). Le alleanze
non impediscono il mutamento, anche se, e' fuor di dubbio, devono essere
cercate dal centro verso la sinistra. Gli alleati sono da trascinare nel
movimento democratico di cui il Pt si fa carico sin dai tempi della
dittatura, perche' "e' necessario capire la democrazia come processo,
movimento, mezzo e spazio: comprenderla come un processo di legittimazione
di conflitti; comprendere la democrazia come un'azione che riduce i poteri
invisibili nella societa'; comprendere la democrazia come mezzo della
socializzazione della politica e della ricchezza materiale socialmente
prodotta; comprendere la democrazia come uno spazio di creazione di un modo
di vita democratico e creazione di un modo di vita coscientemente orientato"
(58).
Se, dunque, si sceglie la pratica democratica che ha al centro il
protagonismo del soggetto, se il Pt ha scelto questa strada dai tempi della
dittatura, se questo impegno si e' sedimentato nelle grandi campagne
democratiche di massa per l'elezione diretta del presidente della repubblica
e per una maggiore equita' sociale degli anni ottanta, se la costanza e poi
la vittoria di Lula hanno dato una sanzione simbolica a questo lungo
percorso e se, infine, il Pt ha scelto sin dall'inizio della sua
costituzione la nonviolenza come arma di risoluzione dei conflitti, allora,
e' necessario un confronto diretto con lo Stato, "gigante inerte, incapace
di rispondere minimamente alle domande sociali di base" (59).
Il capitolo sullo Stato e' costante nel pensiero di Tarso perche' e'
convinto che non possa esserci diritto senza democrazia, ne' democrazia
senza diritto. Se la democrazia richiede una costruzione giuridica per la
sua applicazione, egli vi riflette a partire dalla tradizione marxista, poi,
come abbiamo visto, attraverso il suo mestiere di avvocato del lavoro,
infine analizzando la politica di Cardoso, il fallimento delle
socialdemocrazie occidentali e gli effetti della globalizzazione che nella
"nuova barbarie" ha prodotto un'umanita' che non ha risolto i problemi piu'
elementari della sopravvivenza degli individui.
*
Note
38. Genro T., Na contramao da pre-historia, Porto Alegre, Artes e Oficios,
1992, pp. 96-97.
39. Genro T., Utopia possivel,  Porto Alegre, Artes e Oficios, 1992, pp.
108-109.
40. Ivi, p. 49.
41. Ivi, p. 53.
42. Ivi, p. 138.
43. Ivi, pp. 139-140.
44. Genro T., Politica & Modernidade, Porto Alegre, Editora Tche', 1990, p.
12.
45. Kanoussi D. (a cura di), Gramsci en America. II Conferencia
Internacional de estudios gramscianos, Mexico, Universidad Autonoma de
Puebla, International Gramsci Society, Plaza y Valdes Editores, 2000, p. 36.
46. Fiori G., Vita di Enrico Berlinguer, Bari, Laterza, 1989, p. 258.
47. Ivi, p. 235.
48. Genro T., Na contramao da pre-historia, Porto Alegre, Artes e Oficios,
1992, pp. 15-16.
49. Bobbio N., Il futuro della democrazia, Torino, 1995 (quarta edizione),
p. IX.
50. Ivi, p. 26.
51. Ivi p. 50.
52. Genro T., Politica & Modernidade, cit., p. 49.
53. Genro T., Reinventar el futuro, Barcelona, Ediciones del Serbal, 2000.
54. Genro T., Uma experiencia democratica, "Jornal do Brasil", 29 aprile
2002.
55. Genro T., Reinventar el futuro, Barcelona, Ediciones del Serbal, 2000,
p. 56.
56. Ivi, pp. 45-46.
57. Intervista a Tarso Genro di Reinaldo Azevedo, "Primeira Leitura",
gennaio 2004.
58. Genro T., A dinamica dos conflitos, "Folha de Sao Paulo", 25 febbraio
2001.
59. Genro T., Reinventar el futuro, cit., p. 33.
(Parte terza - Segue)

5. MAESTRI. MARTIN LUTHER KING: SOGNI NON REALIZZATI
[Ringraziamo Fulvio Cesare Manara (per contatti: philosophe0 at tin.it) per
averci messo a disposizione l'antologia di scritti e discorsi di Martin
Luther King da lui curata, Memoria di un volto: Martin Luther King,
Dipartimento per l'educazione alla nonviolenza delle Acli di Bergamo,
Bergamo 2002, che reca traduzioni di discorsi e scritti del grande maestro
della nonviolenza. Il testo seguente e' quello del sermone pronunciato nella
chiesa battista di Ebenezer, ad Atlanta, il 3 marzo 1968. Martin Luther
King, nato ad Atlanta in Georgia nel 1929, laureatosi all'Universita' di
Boston nel 1954 con una tesi sul teologo Paul Tillich, lo stesso anno si
stabilisce, come pastore battista, a Montgomery nell'Alabama. Dal 1955 (il
primo dicembre accade la vicenda di Rosa Parks) guida la lotta nonviolenta
contro la discriminazione razziale, intervenendo in varie parti degli Usa.
Premio Nobel per la pace nel 1964, piu' volte oggetto di attentati e
repressione, muore assassinato nel 1968. Opere di Martin Luther King: tra i
testi piu' noti: La forza di amare, Sei, Torino 1967, 1994 (edizione
italiana curata da Ernesto Balducci); Lettera dal carcere di Birmingham -
Pellegrinaggio alla nonviolenza, Movimento Nonviolento, Verona 1993;
L'"altro" Martin Luther King, Claudiana, Torino 1993 (antologia a cura di
Paolo Naso); "I have a dream", Mondadori, Milano 2001; cfr. anche: Marcia
verso la liberta', Ando', Palermo 1968; Lettera dal carcere, La Locusta,
Vicenza 1968; Il fronte della coscienza, Sei, Torino 1968; Perche' non
possiamo aspettare, Ando', Palermo 1970; Dove stiamo andando, verso il caos
o la comunita'?, Sei, Torino 1970. Presso la University of California Press,
e' in via di pubblicazione l'intera raccolta degli scritti di Martin Luther
King, a cura di Clayborne Carson (che lavora alla Stanford University). Sono
usciti sinora cinque volumi (di quattordici previsti): 1. Called to Serve
(January 1929 - June 1951); 2. Rediscovering Precious Values (July 1951 -
November 1955); 3. Birth of a New Age (December 1955 - December 1956); 4.
Symbol of the Movement (January 1957 - December 1958); 5. Threshold of a New
Decade (January 1959 - December 1960); ulteriori informazioni nel sito:
www.stanford.edu/group/King/ Opere su Martin Luther King: Arnulf Zitelmann,
Non mi piegherete. Vita di Martin Luther King, Feltrinelli, Milano 1996;
Sandra Cavallucci, Martin Luther King, Mondadori, Milano 2004. Esistono
altri testi in italiano (ad esempio Hubert Gerbeau, Martin Luther King,
Cittadella, Assisi 1973), ma quelli a nostra conoscenza sono perlopiu' di
non particolare valore: sarebbe invece assai necessario uno studio critico
approfondito della figura, della riflessione e dell'azione di Martin Luther
King (anche contestualizzandole e confrontandole con altre contemporanee
personalita', riflessioni ed esperienze di resistenza antirazzista in
America). Una introduzione sintetica e' in "Azione nonviolenta" dell'aprile
1998 (alle pp. 3-9), con una buona bibliografia essenziale]

Immagino che uno dei grandi tormenti della vita sia che non smettiamo mai di
cercare di terminare quel che non puo' essere terminato. Ci viene imposto di
farlo. E cosi' anche noi, come Davide, in tante circostanze della vita
dobbiamo arrenderci ai fatti: i nostri sogni non si sono realizzati.
La vita ' una serie continua di sogni infranti. Il Mahatma Gandhi si e'
adoperato per anni e anni per l'indipendenza del suo popolo. Ma Gandhi ha
dovuto arrendersi al fatto di essere stato assassinato e di morire con il
cuore spezzato, perche' il paese che voleva unificare alla fine e' stato
diviso fra India e Pakistan, in conseguenza del conflitto fra indu' e
musulmani.
Woodrow Wilson sognava una Lega delle Nazioni, ma e' morto prima che la
promessa fosse esaudita.
Paolo apostolo a un certo punto dice di voler andare in Spagna. Era il suo
sogno piu' grande, portare il vangelo in quella regione. Paolo non e' mai
andato in Spagna; e' finito nella cella di un carcere a Roma. Cosi' e' la
vita.
Tanti fra i nostri antenati cantavano canti di liberta'. E sognavano il
giorno in cui sarebbero potuti uscire dalla schiavitu', dalla lunga notte
dell'ingiustizia. E cantavano certe piccole canzoni: "Nessuno sa i guai che
ho patito, nessuno lo sa, soltanto Gesu'". Pensavano a giorni migliori e
accarezzavano il loro sogno. E dicevano: "Sono tanto felice, perche' i
dolori non durano per sempre. Tra poco, tra poco, potro' deporre il mio
pesante fardello" (1). E cantavano cosi' perche' avevano un sogno grande e
potente; ma molti di loro sono morti senza vederlo realizzato.
E ciascuno di voi, in un certo modo, sta costruendo una specie di tempio.
La lotta c'e' sempre. Ogni tanto ci fa perdere di coraggio. Ogni tanto
diventa molto deludente. Alcuni di noi cercano di costruire un tempio della
pace. Facciamo dichiarazioni contro la guerra, protestiamo, ma e' come se
con la testa volessimo abbattere un muro di cemento. Sembra che non serva a
niente. E molto spesso, mentre si cerca di costruire il tempio della pace si
rimane soli; si resta scoraggiati; si resta smarriti.
Ebbene, cosi' e' la vita. E quel che mi rende felice e' che attraverso la
prospettiva del tempo riesco a sentire una voce che grida: "Forse non sara'
per oggi, forse non sara' per domani, ma e' bene che sia nel tuo cuore. E'
bene che tu ci provi". Magari non riuscirai a vederlo. Il sogno puo' anche
non realizzarsi, ma e' comunque un bene che tu abbia un desiderio da
realizzare. E' bene che sia nel tuo cuore.
*
Adesso, lasciatemi aggiungere un altro punto. Ogni volta che vi accingete a
costruire un tempio creativo, di qualunque genere sia, dovete accettare il
fatto che nel cuore dell'universo esiste una tensione tra bene e male.
L'induismo descrive questa situazione come una lotta fra illusione e
realta'. La filosofia platonica la descriveva come una lotta fra il corpo e
l'anima. Lo zoroastrismo, una religione antichissima, la descriveva come una
tensione fra il dio della luce e il dio delle tenebre. Il giudaismo
tradizionale e il cristianesimo la descrivono come una tensione fra Dio e
Satana. Comunque vogliate chiamarla, nell'universo esiste la lotta fra il
bene e il male.
Ebbene, non si tratta di una lotta collocata da qualche parte laggiu', nelle
forze esterne dell'universo, e' una lotta strutturale alla nostra stessa
vita. Gli psicologi hanno cercato di affrontare la questione alla loro
maniera, e quindi la descrivono in vari modi. Secondo Freud, questa tensione
e' la tensione fra quelli che egli chiama Es e Super-io. Alcuni di noi
pensano che sia una tensione fra Dio e l'uomo.
Comunque, in ciascuno di noi, c'e' una guerra in corso. E' una guerra
civile. Non conta chi sei, non conta dove vivi, nella tua vita c'e' una
guerra civile in corso.
E ogni volta che tu ti disponi a essere buono, qualcosa ti strattona, ti
dice di essere malvagio. Succede nella tua vita. Ogni volta che ti
predisponi ad amare, qualcosa comincia a tirarti dalla sua parte, cercando
di farti arrivare a odiare. Ogni volta che vorresti essere buono e dire cose
gentili sugli altri, qualcosa ti spinge a essere geloso e invidioso e a
diffondere malignita' sul loro conto. C'e' una guerra civile in corso.
In tutti noi esiste una sorta di schizofrenia, come la chiamerebbero gli
psicologi e gli psichiatri. E a volte tutti noi in qualche modo sappiamo di
avere dentro un mister Hyde e un dottor Jekyll. E alla fine dobbiamo
esclamare, insieme a Ovidio, il poeta latino: "Vedo le cose migliori della
vita e le approvo, ma quelle che faccio sono le cose malvagie". Alla fine ci
tocca essere d'accordo con Platone, e dire che l'indole dell'uomo e' come un
uomo che guida un carro con due cavalli testardi, ciascuno dei quali vuole
andare in una direzione diversa. Oppure, a volte ci tocca esclamare
addirittura, come fa sant'Agostino nelle Confessioni: "Signore, purificami,
ma non subito" [Confessioni, lib. VIII, cap. 7]. Alla fine, ci tocca
esclamare con l'apostolo Paolo: "E cosi' non faccio quel bene che voglio;
faccio invece il male che non voglio" [Rm, 7, 19]. Oppure, alla fine
dobbiamo dire con Goethe che "in me c'e' stoffa sufficiente per un
galantuomo e per un farabutto".
Nel cuore della natura umana esiste una tensione: e ogni volta che ci
disponiamo a sognare i nostri sogni o a costruire i nostri templi, dobbiamo
essere cosi' onesti da riconoscerlo.
*
In ultima analisi, Dio non ci giudica per i singoli incidenti o per i
singoli errori che commettiamo, ma per la tendenza generale della nostra
vita. In ultima analisi, Dio sa che i suoi figli sono deboli e sono fragili.
In ultima analisi, quel che Dio chiede e' che il vostro cuore sia retto.
E' la questione che vorrei sollevare con voi: il vostro cuore e' retto? Se
non lo e', raddrizzatelo oggi; chiedete a Dio di raddrizzarlo. Fate che di
voi si possa dire: "Magari non avra' raggiunto la vetta piu' alta, magari
non avra' realizzato tutti i suoi sogni, pero' ha tentato". Non e' forse
meraviglioso che si possa dire di voi una cosa simile? "Ha tentato di essere
un uomo buono. Ha tentato di essere un uomo giusto. Ha tentato di essere un
uomo onesto. Aveva buon cuore". E mi sembra di sentire una voce che
attraverso l'eternita' grida: "Io ti accetto. Tu hai ricevuto la mia grazia
perche' era nel tuo cuore. Ed e' molto bene che fosse nel tuo cuore".
Non so per quanto riguarda voi, ma io posso rendere una testimonianza. Non
e' il caso che andiate a dire in giro che Martin Luther King e' un santo. No
davvero. Stamani voglio che sappiate che sono un peccatore come tutti i
figli di Dio. Pero' voglio essere un uomo buono. E un giorno voglio sentire
una voce che mi dice: "Ti accolgo e ti benedico, perche' hai tentato. E'
bene che cio' fosse nel tuo cuore".
*
Note
1. King cita due celebri esempi della tradizione spiritual: Nobody Knows e
By and By.

6. RILETTURE. MARGARETE BUBER-NEUMANN: PRIGIONIERA DI STALIN E HITLER
Margarete Buber-Neumann, Prigioniera di Stalin e Hitler, Il Mulino, Bologna
1994, 2005, pp. XVIII + 424, euro 14. Pubblicato nel 1948, un libro
fondamentale di una decisiva testimone della dignita' umana.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 975 del 28 giugno 2005

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