[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

Nonviolenza. Femminile plurale. 18



==============================
NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
==============================
Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 18 del 30 giugno 2005

In questo numero:
1. Fondazione Alexander Langer Stiftung: Euromediterranea 2005 ricorda
l'eccidio di Srebrenica
2. Il Premio Alexander Langer 1997 a Khalida Messaoudi
3. Il Premio Alexander Langer 1998 a Yolande Mukagasana e Jacqueline
Mukansonera
4. Il Premio Alexander Langer 1999 a Ding Zilin e Jiang Peikun
5. Il Premio Alexander Langer 2000 a Natasa Kandic e Vjosa Dobruna
6. Il Premio Alexander Langer 2002 a Esperanza Martinez
7. Il premio Alexander Langer 2004 alla "Fundacja Pogranicze"
8. Il Premio Alexander Langer 2005 a Irfanka Pasagic
9. Intervista a Yolande Mukagasana: le ferite del silenzio (parte prima)

1. INIZIATIVE. FONDAZIONE ALEXANDER LANGER STIFTUNG: EUROMEDITERRANEA 2005
RICORDA L'ECCIDIO DI SREBRENICA
[Dalla Fondazione Alexander Langer Stiftung (per contatti: e-mail:
langer.foundation at tin.it, sito: www.alexanderlanger.org) riceviamo e
diffondiamo. Nel sito e' possibile consultare il progamma completo di
"Euromediterranea 2005"]

Inizia giovedi' a Trento e venerdi' a Bolzano la parte di "Euromediterranea
2005" dedicata al decennale di Srebrenica.
*
"Dentro Srebrenica. Crimini internazionali: tra memoria, giustizia e
verita'", Trento, giovedi' 30 giugno, ore 10,30, Facolta' di giurisprudenza.
A dieci anni dall'eccidio di Srebrenica, molti dei maggiori responsabili dei
crimini commessi in ex Jugoslavia sono ancora latitanti e spesso percepiti
non come criminali ma come eroi della nazione. Il Tribunale penale
internazionale dell'Aja, che nel dicembre scorso ha chiuso ufficialmente le
incriminazioni ed entro il 2010 dovra' concludere tutti i processi in corso,
gode dell'attenzione dell'opinione pubblica internazionale. Ma e' l'unica
forma di giustizia possibile per i crimini internazionali? Ed e' davvero la
piu' appropriata? L'incontro seminariale di Trento si propone di riflettere
sulle varie forme e i vari livelli di giustizia possibili (nazionale o
internazionale, retributiva o conciliativa). Interverranno diversi giuristi
e rappresentanti della societa' civile impegnati da anni in favore della
ricostruzione di un tessuto sociale in ex Jugoslavia: Irfanka Pasagic,
Natasa Kandic, Vjosa Dobruna, Bartolomeo Costantini, Alessandro Gamberini,
Francesco Palermo, Emanuela Fronza, Andrea Lollini, Giuseppe Ferrandi e
Andrea Rossini.
Il seminario viene realizzato grazie al supporto dell'assessorato
all'emigrazione e alla solidarieta' internazionale della Provincia Autonoma
di Trento, in collaborazione con Osservatorio sui Balcani, Forum trentino
per la pace, Facolta' di giurisprudenza dell'Universita' di Trento e Museo
storico in Trento.
Una ricca raccolta di informazioni e riflessioni e' nel sito:
www.osservatoriobalcani.org
*
Venerdi' primo luglio Freitag, Vecchio Municipio - Altes Rathaus unter den
Lauben:
- Ore 17: Cerimonia di consegna del premio Langer a Irfanka Pasagic,
Srebrenica/Tuzla. Presiede/Vorsitz: Anna Bravo, Torino. Laudatio: Vjosa
Dobruna, Natasa Kandic, Barbara Bertoncin ("Una ccitta'", Forli').
- Ore 18,30: Sessione I. Diskussionsrunde:  L'Europa muore o rinasce a
Sarajevo - Europa stirbt oder wird wiedergeboren in Sarajevo.
Introducono/Einfuehrung: Irfanka Pasagic (Tuzlanska Amica), Massimo Cacciari
(Sindaco di Venezia). Interventi/Beitraege: Natasa Kandic (Humanitarian Law
Center Belgrado), Vjosa Dobruna (Presidente tv pubblica kossovara),
Francesco Palermo (Universita' di Verona e  Eurac Bz). Coordina/Moderation:
Edi Rabini.

2. PROFILI. IL PREMIO ALEXANDER LANGER 1997 A KHALIDA MESSAOUDI
[Dal sito www.alexanderlanger.org riportiamo le motivazioni
dell'assegnazione del Premio Alexander Langer 1997 a Khalida Messaoudi]

C'e' oggi una grande urgenza di mettere al centro dell'attenzione
internazionale e degli uomini di buona volonta' quanto sta accadendo in
Algeria, perche' i gravissimi attacchi cui e' sottoposta la societa' civile
di questo paese, a noi cosi' vicino, non possono non interpellarci.
Nell'assegnare il Premio Alexander Langer per il 1997 a Khalida Messaoudi,
il Comitato di Garanzia dell'associazione Pro Europa non vuole solo
sottolineare quanto di coraggioso questa donna ha gia' fatto, ma soprattutto
quanto deve ancora fare, come democratica e come donna, per difendere e
riaffermare in Algeria quei principi di liberta', di uguaglianza, di
convivenza, di dignita', di tolleranza religiosa, di parita' fra i sessi che
consideriamo universali e che gia' costituirono il patrimonio ideale di
tante algerine e tanti algerini durante la lotta di liberazione
anticoloniale.
Khalida Messaoudi, 39 anni, protagonista storica dei movimenti per i diritti
civili per le donne in Algeria, e' una figura di primo piano della
resistenza democratica che lotta per non essere schiacciata fra
l'integralismo islamico e il potere militare. Dal 1993 vive semiclandestina
nel suo stesso paese perche' formalmente condannata a morte dagli
integralisti islamici. Ha gia' subito due attentati dai quali e'
miracolosamente sfuggita. Condivide questa sorte con altri concittadini,
noti o anonimi, che lavorano per lo stesso progetto di societa' e ai quali i
fautori di un progetto totalitario negano il diritto primordiale alla vita e
all'impegno pubblico. Nel 1992 ha collaborato con il presidente algerino
Boudiaf, assassinato nel giugno dello stesso anno in circostanze non ancora
chiarite. E' una delle principali animatrici dell'associazione "Rachida";
co-fondatrice dell'associazione "S.O.S. Femmes en Detresse" e dirigente del
partito "Rassemblement pour la Culture et la Democratie" (Rcd) nelle cui
liste e' stata eletta in parlamento il 5 giugno 1997. Al centro del suo
attuale impegno e' la campagna "un milione di firme" per emendare il Codice
di famiglia in vigore dal 1984, in favore dei diritti civili delle donne
algerine.
Il Comitato di Garanzia auspica che il conferimento del Premio a Khalida
Messaoudi sia solo l'inizio di un percorso di aiuto, attenzione,
solidarieta' nei confronti delle donne e degli uomini che in Algeria si
battono per quei principi che sono stati tra gli impegni fondamentali di
Alexander Langer e oggi dell'associazione Pro Europa.
Per il Comitato di Garanzia: Peter Kammerer (presidente), Birgit Daiber,
Lisa Foa, Renzo Imbeni, Simonetta Nardin, Anna Segre, Gianni Sofri, Gianni
Tamino, Massimo Tesei.

3. PROFILI. IL PREMIO ALEXANDER LANGER 1998 A YOLANDE MUKAGASANA E
JACQUELINE MUKANSONERA
[Dal sito www.alexangerlanger.org riportiamo le motivazioni
dell'assegnazione del Premio internazionale "Alexander Langer" 1998 a
Yolande Mukagasana e Jacqueline Mukansonera]

Con l'assegnazione di questo premio alla memoria di Alexander Langer
vogliamo innanzitutto segnalare un caso di solidarieta' e coraggio civile,
avvenuto nel quadro di uno dei piu' tragici eventi di questo secolo: il
massacro di 800.000 cittadini del Rwanda - in maggioranza di etnia tutsi, ma
anche di molte persone di origine hutu - perpetrato nel corso di poche
settimane a partire dal 7 aprile 1994.
La tutsi Yolande Mukagasana e la hutu Jacqueline Mukansonera si conoscono
appena, ma Jacqueline si assume il compito di salvare Yolande da una morte
sicura a rischio della sua vita. Altri casi simili si sono certamente
verificati nel Rwanda del 1994, cosi' come durante altri genocidi in altri
paesi.
Vogliamo segnalare questo episodio che Yolande racconta nel suo
libro/testimonianza "La mort ne veut pas de moi" (ed. Fixot 1997), perche'
dimostra che anche nelle situazioni piu' brutali ed estreme, esistano spazi
per la responsabilita' e le iniziative individuali, e sia possibile
perseguire valori come la tolleranza e la convivenza tra gli esseri umani.
In particolare abbiamo voluto premiare in Yolande Mukagasana non solo la
vittima di un genocidio in cui ha perso l'intera sua famiglia, ma anche il
suo coraggio e la sua volonta' di sopravvivere per testimoniare la sua
esperienza, affinche' eventi cosi' atroci non vengano abbandonati all'oblio,
non possano ripetersi ed i responsabili non restino impuniti. E in
Jacqueline Mukansonera non solo l'audacia, l'inventiva e la coerenza con cui
e' riuscita a salvare Yolande, ma anche la discrezione e la modestia con cui
e' ritornata al suo lavoro in associazioni cristiane nel Rwanda del
dopo-genocidio.
Vogliamo inoltre, attraverso il premio a queste due persone, ricordare il
genocidio del 1994 in Rwanda perche' non venga archiviato, nella nostra
memoria europea, come uno dei tanti eventi drammatici che si svolgono in
aree considerate lontane e periferiche del nostro pianeta. Soltanto mezzo
secolo fa, nel cuore dell'Europa, ebrei e cosiddetti "ariani" di Germania,
Italia, Francia, Olanda, Ungheria e di molti altri paesi, si sono trovati in
situazioni non dissimili da quelle dei tutsi e hutu del Rwanda e hanno
dovuto affrontare analoghe scelte. E cosi', in questi ultimi anni, i croati,
i bosniaci, i serbi e i kossovari, o, in un contesto diverso, gli stessi
algerini. A Yolande e Jacqueline vogliamo dire che non vengono da un mondo
esotico e lontano, ma che viviamo tutti una storia unitaria e indivisibile,
e identico e' comunque il valore universale dei diritti umani. Vogliano
inoltre, con questo premio, esprimere anche una nota polemica nei confronti
dell'Europa e del mondo occidentale.
Il genocidio del 1994 in Rwanda era da tempo annunciato ed esplicitamente
programmato dal regime di Juvenal Habyarimana, con il quale molti paesi, in
primo luogo la Francia, intrattenevano intensi rapporti di cooperazione
anche militare.
Le responsabilita' dell'Europa in Rwanda risalgono certo a tempi lontani,
quando le potenze coloniali manipolavano ed esasperavano vere o presunte
differenze etniche, sulla base di politiche note ma non abbastanza meditate
se, ancora all'inizio di questo decennio, gli stessi paesi ex-coloniali
sostenevano un regime razzista invece che proteggere le forze di
opposizione, hutu e tutsi, che sono poi state vittime dei massacri. E se le
stesse Nazioni Unite chiudevano gli occhi ritirando, nell'aprile 1994, i
caschi blu presenti nel paese, togliendo cosi' di mezzo gli ultimi ostacoli
all'avvio degli eccidi di massa. Auspichiamo che la recente storia del
Rwanda, attraverso le testimonianze di Yolande e Jacqueline, possa essere
raccolta e pensata non soltanto sotto l'aspetto dell'importanza delle scelte
individuali, ma anche come un contributo per stabilire tra i paesi rapporti
responsabili e ispirati ai valori riconosciuti negli atti costitutivi della
comunita' internazionale...
Per il Comitato di Garanzia: Peter Kammerer (presidente), Birgit Daiber,
Lisa Foa, Renzo Imbeni, Simonetta Nardin, Anna Segre, Gianni Sofri, Gianni
Tamino, Massimo Tesei.

4. PROFILI: IL PREMIO ALEXANDER LANGER 1999 A DING ZILIN E JIANG PEIKUN
[Dal sito  www.alexanderlanger.org riportiamo la motivazione
dell'assegnazione del Premio internazionale "Alexander Langer" 1999 a Ding
Zilin e Jiang Peikun]

Ding Zilin, una signora cinese oggi alle soglie della sessantina (cosi' come
suo marito Jiang Peikun), era fino a poco tempo fa una persona relativamente
poco nota a livello internazionale - e soprattutto in Italia - a causa della
natura silenziosa e sotterranea, poco "mediatica", della sua attivita'. Ma
negli ultimi mesi, in corrispondenza con il crescente interesse per il
decennale della Primavera di Pechino dell'89 e del massacro della Tienanmen
del 4 giugno di quell'anno, si e' assistito a una vera e propria "scoperta"
del personaggio, oggi considerato la figura piu' originale e piu'
significativa del dissenso cinese.
Ding Zilin e Jiang Peikun erano professori di filosofia all'Universita' del
Popolo di Pechino, e membri del Partito comunista cinese. Avevano un unico
figlio di diciassette anni, Jang Jelian, studente di liceo. Jelian
partecipo' attivamente, nonostante le preoccupazioni dei genitori, al grande
movimento della Primavera. La sera del 3 giugno usci' di casa, e verso le
undici fu ucciso nei pressi della Piazza Tienanmen da un colpo di arma da
fuoco sparato da un soldato. Fu una delle prime vittime di quella notte
orrenda. Quante vittime, non si sa ancora: centinaia probabilmente (e
migliaia i feriti), a Pechino e in altre grandi citta'. Per non parlare
degli arresti e delle dure condanne - anche a morte - nei mesi e negli anni
che seguirono. Molte di piu', le vittime - migliaia - secondo le
organizzazioni per i diritti umani. Un numero irrisorio - e soprattutto tra
i soldati! - nella versione ufficiale del governo, che ha sempre continuato
a negare il massacro e ad attribuire i "disordini" ad un piccolo gruppo di
"elementi controrivoluzionari". Dieci anni fa, poco tempo dopo aver perso il
loro figlio, Ding Zilin e Jang Peikun decisero di dedicarsi a un'opera
pietosa e tenace di ricostruzione di quanto era accaduto. Si proposero di
stendere pazientemente un catalogo dei morti (nome, cognome, provenienza,
modi e circostanze della morte), e un altro dei sopravvissuti piu'
sfortunati, perche' mutilati e invalidi, e privi di aiuto. In quest'opera li
aiutarono un certo numero di altri parenti di vittime, incontrati per caso o
trovati con lunghe e tenaci indagini. Si tratto' - si tratta - di
un'attivita' assai difficile. Innanzitutto per l'ostilita' immediata del
governo, che non trovo' opportuno incarcerare Zilin (dato il prestigio che
veniva conquistandosi), ma che sottopose periodicamente i due coniugi a
lunghi periodi di arresti domiciliari e a pretestuose inchieste giudiziarie
(anche in questo momento Zilin e suo marito sono agli arresti domiciliari).
Inoltre, Ding Zilin perse il suo posto di insegnante e venne esclusa dal
Partito (ufficialmente, per non aver rinnovato per tempo la tessera).
Ma difficile era anche trovare le notizie, rintracciare le persone,
convincerle a parlare. Occorreva infatti superare un muro di silenzio,
costruito dall'umiliazione di un lutto negato, dalla paura di ritorsioni,
dalla voglia di dimenticare. Cio' nonostante, poco per volta, Ding Zilin e'
riuscita a ricostruire almeno parzialmente, e a rendere pubbliche, 155
storie di morti nel grande massacro, e alcune decine di storie di vivi che
portano tuttora nella loro carne e nella loro sfortuna quotidiana il segno
di quella notte. Cio' che ci ha colpito nella vicenda umana, etica e
politica di Ding Zilin si potrebbe cosi' riassumere.
In primo luogo, questa donna straordinaria rivendica il diritto alla
memoria. Non si puo' dirlo meglio che con le sue stesse parole: "Una persona
puo' fare molte scelte diverse: io ho scelto di documentare la morte". "Ho
scavalcato montagne di cadaveri, e ho galleggiato sulle lacrime delle
famiglie delle vittime". "La vita e' sacra. Ma anche la morte e' sacra...
Come popolo cinese possiamo avere molti obiettivi e sogni da raggiungere, ma
penso che dobbiamo porre una priorita' nello stabilire un sistema morale in
cui una sconsiderata noncuranza per la vita umana sia lasciata alle nostre
spalle. Penso che proprio questa sarebbe la mia risposta se qualcuno mi
chiedesse perche' ho scelto di documentare la morte". "Non voglio che queste
vittime siano morte di una morte anonima, in circostanze sconosciute".
La ricerca di Ding Zilin e Jiang Peikun parte appunto da qui: dalla voglia
di restituire alle vittime un volto e un nome, e anche - in qualche modo -
un senso alla loro morte. Accanto a questo, un desiderio di cercare e dare
conforto e solidarieta' a persone che - negato ufficialmente il massacro -
non avevano neppure diritto al lutto. Non va dimenticato, fra l'altro, che
Ding Zilin e Jiang Peikun hanno costruito una rete di aiuti a famiglie e a
invalidi in gravi difficolta' economiche e privi di ogni tipo di assistenza.
Sacerdotessa della memoria piu' che militante politica, non per questo Ding
Zilin e' meno consapevole del suo collocarsi all'interno di una grande
battaglia nonviolenta per la democrazia e i diritti umani in Cina.
Di recente, a nome di un gruppo di famiglie delle vittime, Ding ha
ufficialmente sporto denuncia contro i responsabili del massacro, chiedendo
alle massime autorita' dello Stato che sia aperta un'inchiesta giudiziaria,
e fatta giustizia. E non a caso il piu' celebre tra i dissidenti cinesi, Wei
Jingsheng (ora forzatamente esule negli Stati Uniti), ha indicato in Ding
Zilin la persona che meglio incarna la grande rottura tra regime e
popolazione che il massacro della Tienanmen ha sancito. E nelle parole del
direttore esecutivo di Human Rights in China (un'organizzazione di cui Ding
fa parte dal 1993), "Ding Zilin e' l'attivista per i diritti umani piu'
attiva e rispettata in Cina per il lavoro implacabile e coraggioso che ha
svolto negli ultimi dieci anni in circostanze estremamente difficili e
ostili".
Il Premio Langer 1999 vuol quindi rendere omaggio innanzitutto al rispetto
della vita: un valore del quale Ding Zilin e Jiang Peikun si sono fatti
testimoni coraggiosi e infaticabili. Ma anche alla lotta per la democrazia,
le liberta' civili e politiche, i diritti umani, in un contesto difficile
come e' quello rappresentato non tanto dalle "culture" asiatiche quanto dai
regimi politici che governano quella parte del mondo cosi' vasta e
importante.
Comitato di Garanzia dell'Associazione Pro Europa: Peter Kammerer
(presidente), Birgit Daiber, Lisa Foa, Renzo Imbeni, Simonetta Nardin, Anna
Segre, Gianni Sofri, Gianni Tamino, Massimo Tesei.

5. PROFILI. IL PREMIO ALEXANDER LANGER 2000 A NATASA KANDIC E VJOSA DOBRUNA
[Dal sito www.alexanderlanger.org riportiamo la motivazione
dell'assegnazione del Premio internazionale "Alexander Langer" 2000 a Natasa
Kandic e Vjosa Dobruna]

Il Comitato Scientifico e di Garanzia della Fondazione, composto da Renzo
Imbeni (presidente), Bologna, deputato europeo, vice-presidente del
Parlamento Europeo; Gianni Tamino (vice), Padova, biologo, docente
universitario; Ursula Apitzsch, Frankfurt, docente e ricercatrice
universitaria; Anna Bravo, Torino, storica, docente universitaria; Elis
Deghenghi Olujiae, Pula/Pola, critica letteraria, docente universitaria;
Sonia Filippazzi, Roma, giornalista, Segretariato Onu contro la
desertificazione; Pinuccia Montanari, Reggio Emilia, giornalista,
bibliotecaria dell'universita'; Margit Pieber, Wien, insegnante,
giornalista; Alessandra Zendron, Bolzano, giornalista, consigliere Regione
Trentino-Suedtirol, ha deciso di assegnare il premio 2000 a Natasa Kandic e
Vjosa Dobruna, due donne di Belgrado e Pristina. Una menzione speciale
verra' conferita al deputato russo Sergei Kovaljev per il suo impegno per la
difesa dei diritti umani in Cecenia.
In precedenza i premi erano andati nel 1997 a Khalida Messaoudi (Algeria),
nel 1998 a Jolande Mukagasana e Jacqueline Mukansonera (Rwanda), nel 1999 a
Ding Zilin e Jang Peikun (Cina).
Con questo premio la Fondazione vuole ricordare Alexander Langer, il
parlamentare europeo che ha deciso di morire il 5 luglio 1995 e incoraggiare
persone che si battano per la convivenza tra i popoli, per la difesa di
diritti universali e la tutela della natura.
Natasa Kandic (1946), laureata in Sociologia nel 1972 presso l'Universita'
di Belgrado, entra a far parte di quel gruppo di intellettuali che, gia' a
partire dal 1990, si oppone attivamente alla linea politica repressiva delle
autorita' serbe nei confronti delle minoranze democratiche e si impegna per
la difesa dei diritti umani e per la difesa delle vittime di soprusi
perpetrati nel nome della superiorita' etnica o nazionale. Nel 1992 fonda lo
Humanitarian Law Center a Belgrado, di cui e' attualmente il Direttore
Esecutivo. Inizia a recarsi con regolarita' anche in Kosova/o, dove oltre a
raccogliere una documentazione sul campo, fornisce assistenza legale, ed
altre forme di solidarieta'. Nel 1996 apre un ufficio dello Humanitarian Law
Center anche a Pristina. Continua la sua attivita' nonostante le minacce e
le limitazioni imposte dal regime di Belgrado, non fermandosi nemmeno dopo
lo scoppio della guerra. Natasa Kandic, nel pieno dei bombardamenti Nato, si
reca piu' volte in taxi a Pristina, per rendersi conto direttamente della
situazione, rischiando la vita per portare in salvo qualche kosovaro. Fa
sentire spesso la sua voce attraverso la stampa internazionale e grazie al
lavoro d'inchiesta portato avanti con gli uffici dell'Humanitarian Law
Center, ha potuto offrire un prezioso contributo alla creazione del
tribunale dell'Aja e alle sue prime sentenze di condanna. Di recente ha
ricevuto insieme a Veton Surroi, direttore del quotidiano di Pristina "Koha
Ditore", il premio per la democrazia dal "National Endowment for Democracy"
a Washington.
Vjosa Dobruna (1955), pediatra di Pristina, partecipa dagli anni '90 alla
resistenza nonviolenta ed alla disobbedienza civile sostenuta dal popolo
kosovaro, contro la politica discriminatoria del regime di Milosevic. Perso
il lavoro nel '92, come tutti i medici e i professori di lingua albanese,
decide di dedicare la vita all'impegno a fianco delle donne e dei bambini
kosovari. Ed e' cosi' che, grazie alla collaborazione di associazioni di
donne di Bologna, da' vita a Pristina ad un "Centro per le donne e i
bambini", che si impegna in particolare nel campo della salute e
dell'istruzione. All'esplodere della guerra, nel marzo scorso, Vjosa Dobruna
decide di trasformare il Centro, dotato di qualche attrezzatura, in un
ospedale di fortuna. Viene improvvisamente catturata in punta di mitra,
caricata a forza su un treno e condotta fino a Tetovo, in Macedonia. Nemmeno
qui, nel campo profughi, si perde d'animo e riesce a continuare il suo
lavoro con le donne e con i bambini, impegnandosi a mettere in piedi un
Centro simile a quello di Pristina. Rientrata con i primi convogli di
profughi alla fine della guerra, Vjosa Dobruna si impegna nella
ricostruzione delle cose e delle relazioni tra le persone. Vuole che il
Kosova/o vinca questa decisiva sfida e possa diventare veramente un paese
per tutti quelli che vogliono viverci nel rispetto reciproco. Ha ricevuto di
recente un incarico Onu volto proprio a favorire e promuovere il processo di
riconciliazione nel suo paese (Co-Head of the Department of Democratic
Governance and Civil Society of the Joint Administrative Structure of the
United Nations Mission in Kosova).

6. PROFILI. IL PREMIO ALEXANDER LANGER 2002 A ESPERANZA MARTINEZ
[Dal sito www.alexanderlanger.org riportiamo la motivazione
dell'assegnazione del Premio internazionale "Alexander Langer" 2002 a
Esperanza Martinez]

Il Comitato scientifico e di Garanzia della Fondazione Alexander Langer,
composto da Renzo Imbeni (presidente), Ursula Apitzsch, Anna Bravo, Elis
Deghenghi Olujiae, Sonia Filippazzi, Pinuccia Montanari (relatrice), Margit
Pieber, Gianni Tamino, Alessandra Zendron, ha deciso di attribuire il premio
Internazionale "Alexander Langer" 2002 ad Esperanza Martinez, fondatrice in
Ecuador dell'associazione "Accion Ecologica", sezione ecuadoriana di
"Friends of the Earth", coordinatrice dell'Osservatorio socio-ambientale
dell'Amazzonia, cofondatrice di Oil-watch, la rete internazionale sorta per
difendere delicati ecosistemi e antichi diritti delle popolazioni indigene
dai danni conseguenti alle attivita' petrolifere.
Esperanza Martinez, 43 anni, madre di tre bambini, e' una biologa con
specializzazione in sistemi di gestione dell'ambiente. Nata e cresciuta a
Panama, vi ha effettuato gran parte degli studi. Al suo rientro in Ecuador
ha deciso di mettere tutte le sue conoscenze ed energie al servizio della
parte piu' indifesa della societa' e dell'ambiente. All'inizio degli anni
'70 il governo del suo paese ha rilasciato ad alcune imprese multinazionali
delle concessioni di ricerca ed estrazione petrolifera, in una vasta area
amazzonica di oltre un milione di ettari, in uno dei territori piu' ricchi
di specie animali e vegetali dell'intero pianeta. L'attivita' di estrazione
del petrolio in ecosistemi cosi' delicati, produce un drastico peggioramento
delle condizioni ambientali e di vita delle popolazioni indigene, mettendo
in crisi un sapiente uso del territorio e delle sue risorse naturali,
nonche' un consolidato sistema di relazioni sociali.
Consapevole della complessita' degli interessi in gioco, Esperanza Martinez
ha deciso di dare il suo sostegno ai gruppi di donne e di associazioni
locali, contribuendo a tessere, con pazienza e tenacia, una rete di alleanze
sempre piu' ampie che hanno coinvolto prima la conca amazzonica e poi un
numero crescente di associazioni del Sud e del Nord del Mondo. E ha saputo c
ollegare la richiesta di riconoscimento dei diritti violati e di moratoria
delle attivita' petrolifere, che causano inquinamento e perdita di
biodiversita', con quelli piu' generali dell'effetto serra e del cambiamento
climatico, affrontati all'Assemblea Onu di Rio. Hanno cosi' potuto
conoscersi, scambiarsi dirette esperienze, acquisire nuove competenze,
rafforzarsi reciprocamente, numerosi gruppi di resistenza indigena per
esempio in Venezuela (Amigrana), Colombia (Censat e Uwa), Peru' (Racimos de
Ungurahui), Argentina (Mapuche), Tailandia (Kalayanamitra Council), Birmania
(Eri), Nigeria (Era e Mosop), e Georgia.
Ne sono nati, dal 1990, prima l'"Osservatorio socio-ambientale
dell'Amazzonia", uno spazio di lavoro comune e di confronto tra
organizzazioni ecologiste e sindacali, poi l'associazione "Accion Ecologica"
con la sua campagna internazionale "Amazonia por la Vida". E nel 1996 la
"Red de Resistencia a las Actividades Petroleras en los Tropicos -
Oilwatch", di cui Esperanza Martinez ricopre ancora oggi il ruolo di
coordinatrice e alla quale aderiscono, da 46 paesi diversi di Asia, Africa,
America Latina, Europa, Usa e Australia, oltre 100 gruppi indigeni,
ecologisti, religiosi, di difesa dei diritti umani.
Nel maggio del 1995 Esperanza Martinez ha portato la sua testimonianza alla
Conferenza di Venezia sulle "Donne per il diritto ad un ambiente sano e alla
giustizia" a sostegno del progetto di istituzione di una Corte
internazionale per l'ambiente presso le Nazioni Unite.
Nel 1998 si e' impegnata con successo affinche' la nuova Costituzione
dell'Ecuador riconoscesse il principio di precauzione, motore di tutta la
politica ambientale, e il "diritto collettivo ad un ambiente non
contaminato".
Tra le opere informative e divulgative di cui e' stata coautrice vanno
segnalati: "Amazonia por la Vida: Debate ecologico del problema petrolero en
el Ecuador",1993; "Guia para enfrentar las actividades petroleras en
territorios indigenas", 1994. Ha curato inoltre due volumi dedicati
all'attivita' petrolifera nei paesi tropicali: "Oilwatch", 1996, e "Voces de
Resistencia a la actividad petrolera en los Tropicos", 1997. Ha inoltre
pubblicato numerosi articoli in Ecuador e in altri paesi su questo decisivo
tema.
Negli ultimi anni Esperanza Martinez si e' concentrata nella lotta contro
l'espansione di un oleodotto che attraversa l'Ecuador da Est a Ovest,
colpendo aree fragili e densamente popolate. Di recente ha partecipato
all'occupazione nonviolenta del Ministero dell'Energia. L'impegno per
l'affermazione del diritto ad un ambiente sano nel suo paese e' stato
energico, ma sempre nonviolento nei metodi, svolto con passione e
intelligenza, senza tregua, ma anche con allegria. Per il suo stile di
lavoro e la sua coerenza, lo scrittore Jeo Kane l'ha definita "el corazon
verde del Ecuador". E Nnimmo Bassy ha scritto di lei: "Esperanza e' una
donna con delle convinzioni molto forti e profonde. Ha le caratteristiche di
una rivoluzionaria. Ecco cio' che ti trasmette: convinzioni. Ti aiuta a
camminare nell'oscurita'. Non importa quanto profonda, sapendo che ci sara'
la luce alla fine del tunnel".
Nell'anno dell'assemblea mondiale dell'Onu sullo "sviluppo sostenibile" che
si terra' a Johannesburg nell'autunno 2002, a dieci anni dalla conferenza di
Rio del 1992, molti paesi hanno adeguato le loro legislazioni nazionali alle
Convenzioni internazionali avviate per proteggere il nostro limitato
ambiente. In diversi paesi del mondo si registrano pero' piu'
deforestazione, inquinamento, poverta', ingiustizie, negazione di diritti
individuali e collettivi.
Con questo riconoscimento ad Esperanza Martinez, il Comitato scientifico
della Fondazione Alexander Langer vuole segnalare che i grandi eventi
internazionali, cosi' caricati di aspettative, possono infine deludere se
non vengono accompagnati da un diffuso impegno di individui e comunita', in
direzione di una conversione ecologica profonda e socialmente desiderabile,
che promuova, come ripeteva Alexander Langer, una vera "pace tra gli uomini
e con la natura".

7. ESPERIENZE. IL PREMIO ALEXANDER LANGER 2004 ALLA "FUNDACJA POGRANICZE"
[Dal sito www.alexanderlanger.org riportiamo la notizia dell'assegnazione
del premio internazionale "Alexander Langer" 2004 alla "Fundacja Pogranicze"
di Sejny, Polonia]

Pogranicze, Grenzland, terra di confine, borderland. E' una fondazione sorta
nel 1990 a Sejny, una cittadina di seimila abitanti situata nel nord-est
della Polonia, nei pressi del confine con la Lituania, un crocevia di
popoli, religioni e antiche tradizioni. E' stata creata da un piccolo gruppo
di animatori culturali che aveva partecipato attivamente all'attivita'
clandestina di Solidarnosc negli anni '80 e che, in questo luogo
apparentemente periferico, ha avviato un lavoro minuto e paziente di
ricostruzione delle memorie dimenticate o negate. Per questo la scelta di
andare ad abitare, vincendo consolidati pregiudizi, nel quartiere ebraico
della citta' distrutto (che raccoglieva prima della guerra il 30% della
popolazione), di far rivivere - loro non ebrei - la vecchia sinagoga bianca,
di ridare spazio alle tradizioni tzigane e di vecchi credenti ortodossi, di
ricostruire le tracce di ormai piccole minoranze le cui propaggini arrivano
in Bielorussia, Ucraina, Lituania e nella regione russa di Kaliningrad.
Dopo un lungo lavoro di ricerca, insegnamento, formazione artistica,
teatrale e musicale, Pogranicze e' divenuto negli anni un importante punto
di riferimento, soprattutto in Europa Centrale e Orientale (ma anche Bosnia,
Kossovo, Macedonia, Albania, Transilvania, Bukovina), per associazioni e
istituzioni che si pongono il problema di contrastare ricorrenti tentazioni
nazionaliste, razziste e antisemite o impegnate a favorire il dialogo
interreligioso.
Ne sono testimonianza e strumento il Centro di documentazione sulle arti
culture nazioni, la Scuola europea, il Cafe' Europa in cui si incontrano e
si confrontano artisti e intellettuali, il centro teatrale e la band di
musica Klemzer arrivata alla terza generazione, una casa editrice e la
rivista "Krasnogruda" che prende il nome da una vicina localita' in cui e'
situata una casa di campagna loro donata dal premio Nobel per la letteratura
1980 Czeslaw Milosz, loro amico e padre spirituale, dove intendono costruire
un centro internazionale per il dialogo tra le culture.
Pogranicze mette al centro della sua attenzione il tema della frontiera,
intorno alla quale ruota la storia della Polonia, invasa e spartita piu'
volte, paese dai confini sempre mobili e incerti, spostati di alcune
centinaia di km piu' a ovest dopo la seconda guerra mondiale, subendo i
traumi di massicce migrazioni e reinsediamenti di popolazioni. Partiti o
espulsi la maggior parte dei tedeschi a ovest, dei bielorussi e ucraini a
est, trasferiti i polacchi dalle terre orientali della Polonia cedute
all'Unione Sovietica verso quelle occidentali "riconquistate" dalla
Germania, massacrati o dispersi la quasi totalita' degli ebrei, ne era
risultato un paese di grande omogeneita' etnica, un fattore considerato in
genere nelle cancellerie mondiali come portatore di pace e tranquillita'.
Pogranicze ha voluto compiere il cammino inverso e si e' andata a installare
proprio in una zona di frontiera, seguendo il principio che la coesistenza
di diversi popoli, tradizioni e credenze religiose non rappresenta un
problema o una difficolta', bensi' un potenziale occasione di arricchimento
per tutti.
Per ulteriori informazioni: sito: www.pogranicze.sejny.pl, e-mail:
fundacja at pogranicze.sejny.pl
Il Comitato scientifico e di garanzia della Fondazione Alexander Langer
Stiftung che ha deciso dell'assegnazione del premio e' composto da Renzo
Imbeni (presidente), Gianni Tamino (vicepresidente), Anna Bravo, Ursula
Apitzsch, Patrizia Failli, Annamaria Gentili, Liliana Cori, Pinuccia
Montanari, Margit Pieber, Alessandra Zendron.

8. PROFILI. IL PREMIO ALEXANDER LANGER 2005 A IRFANKA PASAGIC
[Riproduciamo nuovamente un comunicato della Fondazione Alexander Langer
Stiftung (e-mail: info at alexanderlanger.org, sito: www.alexanderlanger.org)
che annuncia l''assegnazione del Premio internazionale "Alexander Langer"
2005 a Irfanka Pasagic]

Il comitato scientifico della Fondazione Alexander Langer ha deciso di
assegnare il premio Alexander Langer 2005 a Irfanka Pasagic.
Irfanka Pasagic e' nata a Srebrenica nel 1953. Dopo aver studiato a Sarajevo
e Zagabria, ottenendo la specializzazione in psichiatria, e' tornata a
lavorare nella sua citta' natale. Nell'aprile del 1992, nel corso di una
delle prime ondate di pulizie etniche, culminate nella strage genocidaria di
Srebrenica, e' stata deportata, raggiungendo dopo varie traversie, insieme
ad altre migliaia di profughi, la citta' bosniaca di Tuzla.
La', nell'ambito della rete internazionale "Ponti di donne tra i confini",
creata nel 1993 dalle donne di "Spazio pubblico" di Bologna assieme ad altre
donne della ex Jugoslavia, ha fondato il centro "Tuzlanska Amica". Grazie a
un progetto di adozione a distanza fatto proprio da associazioni che operano
soprattutto in Emilia Romagna e Liguria, in questi dieci anni Tuzlanska
Amica ha dato una famiglia a oltre 850 bambini, ed e' diventata ben presto
uno dei pochi luoghi dove donne, bambini, uomini traumatizzati, possono
ricevere aiuto psicologico, ma anche assistenza medica, sociale, legale.
L'adozione a distanza non si limita alla raccolta e distribuzione di
preziosi aiuti finanziari. Chi adotta riceve infatti un rapporto costante
sullo stato di salute dei bambini e sul loro andamento scolastico e
familiare, ed e' incoraggiato a visitarli a Tuzla o od ospitarli per periodi
di vacanza, cura e ristoro.
Grazie a un'organizzazione olandese, Mala Sirena, Irfanka Pasagic ha potuto
mettere in atto quella che era stata un'altra intuizione importante: la
creazione di un team mobile, per andare a cercare e assistere nelle
campagne, tra gli oltre 250.000 profughi che vivono in condizioni molto
precarie nel distretto di Tuzla e Srebrenica, i casi piu' difficili e
nascosti, attivandosi dapprima con un aiuto di tipo umanitario, per poi
verificare l'opportunita' di un intervento anche psicologico per i
componenti piu' vulnerabili del nucleo familiare.
Irfanka Pasagic partecipa inoltre alla rete "Promoting a Dialogue: Democracy
Cannot Be Built with the Hands of Broken Souls", guidato da Yael Danieli,
psicologa e "traumatologa" di New York, consulente per le Nazioni Unite, per
cui ha effettuato viaggi di studio e lavoro in altri paesi, tra i quali il
Ruanda. E' un progetto di dialogo interetnico teso a rompere quella
"cospirazione del silenzio" che tanto contribuisce a perpetuare traumi e
conflitti tra le generazioni.
E' questo anche il senso della sua collaborazione con l'associazione "Women
of Srebrenica" e con molte persone, come la belgradese Natasa Kandic e la
kosovara Vjosa Dobruna, gia' premi Alexander Langer nel 2000, impegnate
nella stessa direzione.
Fin dall'inizio della sua esperienza di profuga, Irfanka Pasagic ha
dimostrato grande sensibilita' e buon senso, nell'individuare forme adeguate
di aiuto ai profughi. Ha dedicato costante attenzione al lavoro delle Ong
(ad esempio battendosi affinche' nei progetti per le donne fossero inclusi
anche i bambini, o denunciando la perdurante assenza di luoghi d'ascolto
anche per gli uomini), scoraggiando qualsiasi discorso fondato su stereotipi
e non lesinando critiche anche alla propria parte. E' infatti difficile
sentirla parlare di "serbi", "croati", "bosniaci". Secondo Irfanka ciascuno
deve rispondere delle proprie responsabilita' individuali.
Nella sua lunga esperienza con le donne e i bambini traumatizzati ha
ascoltato centinaia di storie terribili, eppure non c'e' mai rancore nelle
sue parole, nemmeno quando parla di chi occupo' la sua casa: "Sicuramente
profughi anch'essi", spiega.
Ogni volta che qualcuno le chiede della situazione in Bosnia, Irfanka
risponde: "vieni a vedere". Molto curiosa poi di conoscere le impressioni
dei suoi ospiti o dei giovani volontari che offrono la loro collaborazione,
instancabilmente disponibile a rispondere alle loro domande ed accogliere il
disagio delle persone piu' sensibili.
Con l'assegnazione di questo Premio la Fondazione Alexander Langer vuole
contribuire ad una necessaria riflessione sulla strage genocidaria di
Srebrenica e nello stesso tempo a ripercorrere i passi che avevano portato
Alexander Langer ad adottare dieci anni fa le ragioni della citta'
interetnica di Tuzla.
Il premio verra' consegnato ad Irfanka Pasagic il prossimo primo luglio a
Bolzano, nell'ambito della manifestazione internazionale "Euromedterranea".

9. MEMORIA. INTERVISTA A YOLANDE MUKAGASANA: LE FERITE DEL SILENZIO (PARTE
PRIMA)
[Dal sito www.alexanderlanger.org riportamo la seguente intervista a Yolande
Mukagasana apparsa sulla rivista "Una citta'" (per contatti: piazza Dante
21, 47100 Forli', tel. 054321422, fax 054330421, e-mail:
segreteria at unacitta.it), n. 116 dell'ottobre 2003]

Il Rwanda, un paese pieno di assassini in liberta' che non riesce a uscire
dal trauma di un genocidio premeditato e pianificato a tavolino, che vide la
partecipazione di un numero enorme di ruandesi. La giustizia gacaca, che
prevede sconti di pena per chi si pente e collabora, ma non rinuncia alla
pena. Il senso di colpa incancellabile di tanti carnefici e il problema dei
ragazzini assassini. Intervista a Yolande Mukagasana.
Yolande Mukagasana, ruandese, ha ricevuto il Premio Alexander Langer 1998
assieme a Jacqueline Mukansonera. Ha pubblicato La morte non mi ha voluta,
La Meridiana, Molfetta (Ba) 1998, N'aie pas peur de savoir, 1999 e,
recentemente, Les blessures du silence, Actes sud 2002. Oggi vive in Belgio.
*
- "Una citta'": Sono passati nove anni dal genocidio. Cosa sta accadendo
oggi in Rwanda?
- Yolande Mukagasana: Oggi la comunita' internazionale tace sul genocidio in
Rwanda. Anche i ruandesi tacciono, ma dietro il loro silenzio si nascondono
delle profonde ferite. Dopo un genocidio non si ricomincia a vivere, si
cerca di tirare avanti come si puo', ognuno con il peso della propria
storia. Si parla di genocidio dei tutsi e di massacro degli hutu moderati,
perche', se e' vero che il gruppo da colpire erano i tutsi, bisogna anche
includere tutti coloro che non condividevano l'ideologia della soluzione
finale, ordita dal regime totalitario di Habyarimana. Tutti questi morti,
hutu e tutsi, sono il frutto di un'ideologia, un nazismo tropicale che, come
l'altro, aveva enunciato e dettato le sue regole e la sua logica
distruttiva.
Cosi' in Rwanda non esistono oggi due campi diametralmente opposti, gli hutu
genocidari ed i tutsi vittime. Nelle prigioni del Rwanda ho incontrato dei
tutsi che riconoscono di aver partecipato al genocidio, e confessano di aver
ucciso per far credere di essere hutu e, inversamente, ho incontrato un
hutu, ex sindaco di Giti, che pur avendo ricevuto delle armi per uccidere,
se ne e' servito invece per proteggere la popolazione. Infatti il comune di
Giti e' l'unico in cui non e' avvenuto il genocidio. Il sindaco Edouard
Sebushumba e' l'unica autorita' ruandese ad aver protetto la propria
popolazione. Negare questa evidenza, mascherare un crimine contro l'umanita'
in una guerra civile, tribale o interetnica, equivale a dimenticare che il
genocidio e' stato accuratamente e politicamente preparato per circa mezzo
secolo. Significa inoltre esporre l'umanita' al rischio di ripiombare
nuovamente nell'orrore.
Occorre invece analizzare il meccanismo ed il funzionamento di questo
genocidio. In Rwanda ci sono criminali che hanno ordito, pianificato e
eseguito il genocidio. Bisogna giudicarli.
Anche i sopravvissuti hanno bisogno di verita', perche' si sentono colpevoli
di non essere riusciti a salvare gli altri. Finche' non emergera' tutta la
verita', questi infatti si sentiranno doppiamente vittime: da un lato
vittime in quanto bersaglio premeditato del genocidio, dall'altro vittime di
una logica riconciliatrice tendenzialmente assolutoria. I sopravvissuti al
genocidio hanno bisogno di giustizia, affinche' venga restituita loro la
dignita' di esseri umani.
Ma anche i carnefici hanno bisogno di giustizia, per ricostruire se stessi e
poi partecipare alla ricostruzione della societa' ruandese. Per quanto
riguarda gli innocenti, infine, ogni sospetto deve essere fugato. La giustiz
ia e' quindi l'unico mezzo per far rinascere la societa' ruandese. La
giustizia e' inoltre necessaria per la memoria, per non dimenticare. I
processi servono anche a ricostruire la storia del genocidio.
*
- "Una citta'": Il genocidio del Rwanda e' stato pensato e pianificato.
Quando, a suo avviso, e' stata messa a punto la soluzione finale?
- Yolande Mukagasana: Io credo che i preparativi siano stati predisposti
all'inizio del 1993, in seguito all'offensiva del Fronte patriottico
ruandese (Fpr), nel gennaio dello stesso anno. L'attacco delle truppe del
Fpr, teso a rovesciare il regime totalitario di Habyarimana, e' stato
utilizzato, da parte di alcuni, come alibi e giustificazione al genocidio
del 1994.
Secondo questa tesi, i tutsi addirittura sarebbero i responsabili del
proprio genocidio. In realta' i preparativi veri e propri sono iniziati con
la creazione, su impulso del presidente, delle giovani milizie
nazionalistiche Interahamwe. Nel luglio dello stesso anno e' nata la radio
Rtlm (Radio des milles collines). Si diceva che fosse una radio libera, ma
in realta' aveva come obiettivo di incitare la popolazione all'odio etnico,
gli hutu contro i tutsi.
Tra un'emissione e l'altra trasmettevano anche ottima musica. Ricordo un
cantautore che aveva composto delle "bellissime" canzoni anti-tutsi. Erano
delle canzoni ben ritmate; anche i miei figli danzavano ascoltandole,
nonostante incitassero allo sterminio dei tutsi.
In ogni caso sono convinta che sia solo dopo il cessate il fuoco tra le
truppe governative e l'Fpr (che era in procinto di occupare la capitale
Kigali), che in sordina siano iniziati i preparativi per il genocidio.
In realta', sin dal 1990, il regime aveva, in due o tre occasioni, lanciato
delle piccole operazioni "genocidarie" (dei massacri in alcuni comuni del
Rwanda), che avrebbero dovuto metterci sul chi vive.
Nel 1992 i tutsi del Nord furono messi su dei camion e deportati verso il
Sud-Est del Rwanda, un luogo arido, inospitale e malsano. Le persone
deportate dovettero sistemarsi in un villaggio che si chiama Nyamata.
Nessuno era autorizzato a lasciare il villaggio e, per recarsi a Kigali,
occorreva chiedere un permesso speciale. Si racconta anche che gli aerei
delle Nazioni Unite passassero sopra il villaggio spruzzando insetticidi. Il
dossier riguardante il villaggio Nyamata infatti era gia' al vaglio dell'Onu
e doveva prevedere, nell'immediato futuro, lo sgombero e il rientro delle
famiglie deportate nei loro rispettivi villaggi di origine.
Gli abitanti di Nyamata non solo non sono mai rientrati, ma sono stati tutti
sterminati la' dove erano stati deportati. E' da questa esperienza che e'
nato il detto: "Ti ho aspettato, come ho aspettato l'Onu".
Di questa tragedia se ne parla solo oggi ed e' ancora oggetto di studio,
perche', per fortuna, e' rimasto qualche sopravvissuto in grado di
testimoniare e raccontare. Per esempio, nel mio ultimo libro, Les Blessures
du silence, e' proprio un sopravvissuto di Nyamata, Gregoire, a tracciare la
storia delle persecuzioni e deportazioni dal 1958 al 1994. Io tengo molto a
Gregoire, e' un sopravvissuto a tutti i pogrom contro i tutsi.
*
- "Una citta'": Prima del genocidio del 1994 lei era a conoscenza di queste
persecuzioni e deportazioni?
- Yolande Mukagasana: Io sapevo qualcosa, perche' alcuni miei parenti erano
stati deportati e sterminati negli anni '60. Sapevo perche' avevo una zia
che me lo aveva raccontato. Comunque Gregoire mi ha riferito avvenimenti e
dettagli che ignoravo completamente.
*
- "Una citta'": Quando si e' resa conto che si trattava di un vero e proprio
genocidio?
- Yolande Mukagasana: Me ne sono resa conto immediatamente, la sera del 6
aprile 1994. Durante la giornata ero stata costantemente occupata a curare i
malati, ma la sera, non appena ho saputo che l'aereo del presidente
Habyarimana era stato abbattuto, ci siamo detti che il genocidio stava per
iniziare.
Sapevo che i miei vicini di casa avevano appena ricevuto delle armi, che
c'erano state delle riunioni e che erano state scavate delle fosse nei
terreni degli estremisti hutu.
Noi queste cose le sapevamo grazie alle informazioni dei nostri amici hutu,
che continuavano a dirci: "Ma perche' non fuggite? Stanno preparando il
genocidio".
Ma noi credevamo di essere al sicuro, grazie alla presenza, a Kigali, delle
truppe dell'Onu. Pensavamo che ci sarebbe stato qualche massacro, come nel
passato, ma mai avremmo immaginato che si arrivasse ad uccidere vecchi,
donne e bambini.
Invece, la sera del 6 aprile, quando abbiamo tentato di fuggire da Kigali,
abbiamo visto la gente che veniva uccisa davanti ai nostri occhi. Allora
abbiamo capito che si trattava di un vero e proprio genocidio. Ma ormai era
troppo tardi, eravamo in trappola.
*
- "Una citta'": Quante persone, secondo lei, hanno partecipato al genocidio?
- Yolande Mukagasana: Per uccidere un milione di persone all'arma bianca, ci
sono volute tantissime persone. Oggi, si calcola che siano circa un milione
quelli che, a livelli diversi, con responsabilita' diverse e crimini
diversi, hanno partecipato attivamente al genocidio.
Non tutti i colpevoli sono stati arrestati e, secondo un'inchiesta, per
quanto riguarda la sola provincia di Kigali, sembra che ci siano circa
250.000 assassini in liberta'. D'altro canto sono state arrestate un numero
considerevole di persone e la giustizia ruandese, per favorire la
riconciliazione nazionale, ha predisposto degli sconti di pena: una specie
di "legge sui pentiti".
Questo sistema e' stato chiamato giustizia gacaca. Attraverso la giustizia
gacaca, tutti i rei confessi, nella misura dei crimini che hanno commesso,
possono ottenere degli sconti di pena, essere in qualche modo riabilitati e
quindi messi in grado di portare riparazioni. Per coloro che si sono
macchiati di crimini molto gravi, naturalmente la giustizia gacaca non puo'
essere applicata.
Tuttavia c'e' da notare un fatto curioso, e cioe' che diversi rei confessi
preferiscono rimanere in carcere piuttosto che essere rilasciati e rientrare
nella loro comunita'.
C'e' addirittura chi, dopo essere stato rilasciato, e' rientrato di sua
spontanea volonta' in prigione. Queste persone hanno paura. Devo dire che,
attraverso le mie interviste, con sorpresa ho notato che, in alcuni casi, i
carnefici soffrono piu' delle vittime. La loro sofferenza, in questi casi,
e' irreparabile. A differenza di una vittima, non potranno mai trovare
conforto. Tuttavia, il problema principale resta evidentemente quello delle
migliaia di colpevoli in liberta'. Il Rwanda e' un paese pieno di assassini.
Durante il genocidio, tra l'altro, io li ho visti con i miei occhi. Dopo il
genocidio era difficile sapere chi non avesse ucciso.
Tutta la popolazione, purtroppo, e' stata coinvolta, anche i bambini: ognuno
aveva l'obbligo di denunciare, se non addirittura di ammazzare.
Francamente non so come si riuscira' a rendere giustizia. Se potessi dare un
consiglio, io punirei innanzitutto tutti i responsabili politici e militari,
dal semplice soldato al generale, dal sindaco del piu' piccolo comune al
ministro plenipotenziario: insomma tutti coloro che, in quel momento,
rappresentavano le autorita' politiche. Inoltre punirei tutti coloro che si
sono distinti, macchiandosi di crimini inimmaginabili. Cercherei poi di
prevedere delle riparazioni per i sopravvissuti; tutti gli altri li lascerei
liberi, perche' e' difficile riuscire a fare completamente giustizia.
Per quello che ho visto io, davvero non so chi non abbia commesso crimini:
forse qualche disabile, qualche bambino o qualcuno che si trovava in
ospedale, ma in gravi condizioni. Perche', purtroppo, anche in ospedale sono
stati commessi dei crimini. C'e' da aggiungere che le persone venivano
incitate al crimine, sotto la copertura dello Stato, nel senso che veniva
garantita loro l'impunita'. I militari dicevano: "Uccideteli, saccheggiate
le loro case, prendete i loro beni, tanto non rimarra' nessun erede per
reclamare qualcosa". La questione dell'impunita' e' molto seria perche' nei
precedenti massacri, nel 1959, 1962, 1963, 1967, 1973, 1992, i responsabili
sono sempre rimasti impuniti, anzi, ne hanno anche tratto vantaggio.
Questa e' la prima volta, in effetti, che i crimini vengono perseguiti e si
cerca di fare giustizia, anche se e' estremamente complicato.
*
- "Una citta'": La giustizia gacaca e' una specie di compromesso sulla via
della riconciliazione. Sta dando dei buoni risultati?
- Yolande Mukagasana: La giustizia gacaca si fonda sulla collaborazione tra
la popolazione, vittime e carnefici, ma anche tra gli stessi carnefici. Non
essendoci il piu' delle volte delle prove documentate e neutrali, questa
giustizia si basa essenzialmente su quelle testimonianze che, incrociandosi,
risultino attendibili. Ci sono per esempio dei prigionieri rei confessi che
accusano altre persone, provvisoriamente in liberta', che hanno partecipato
allo stesso crimine e che sono stati visti commetterne altri.
La giustizia gacaca funziona nei comuni, nelle colline dove sono rimasti dei
sopravvissuti e dove la popolazione e' disposta a collaborare. La
collaborazione e' dunque una conditio sine qua non.
La legge punisce severamente chi si rifiuta di collaborare, tuttavia ci sono
zone in cui il genocidio si e' consumato al cento per cento e quindi, in
assenza di sopravvissuti tutsi, la popolazione si rifiuta categoricamente di
collaborare. In questi casi ci si trova di fronte ad un muro agghiacciante
di omerta', che rischia di favorire ancora una volta la totale impunita' dei
crimini commessi. Ci sono pero' anche cittadini ruandesi hutu che,
disgustati di fronte a quello che e' avvenuto davanti ai loro occhi, oggi
cominciano a denunciare i colpevoli.
(Parte prima - Segue)

==============================
NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
==============================
Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 18 del 30 giugno 2005