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Nonviolenza. Femminile plurale. 20



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 20 del 14 luglio 2005

In questo numero:
1. Lidia Menapace: Della politica e dei movimenti
2. Valeria Ando': I fili del mio discorso
3. Riletture: Angela Ales Bello, Edith Stein. La passione per la verita'
4. Riletture: Angela Ales Bello, Invito alla lettura di Edith Stein
5. Riletture: Angela Ales Bello, Edith Stein. Patrona d'Europa
6. Riletture: Laura Boella, Annarosa Buttarelli, Per amore di altro.
L'empatia a partire da Edith Stein

1. RIFLESSIONE. LIDIA MENAPACE: DELLA POLITICA E DEI MOVIMENTI
[Da "Alternative" n. 1, 2005 (nel sito www.alternativebo.org) riprendiamo il
seguente articolo. Lidia Menapace (per contatti:
lidiamenapace at aliceposta.it) e' nata a Novara nel 1924, partecipa alla
Resistenza, e' poi impegnata nel movimento cattolico, pubblica
amministratrice, docente universitaria, fondatrice del "Manifesto"; e' tra
le voci piu' alte e significative della cultura delle donne, dei movimenti
della societa' civile, della nonviolenza in cammino. La maggior parte degli
scritti e degli interventi di Lidia Menapace e' dispersa in quotidiani e
riviste, atti di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi libri cfr. Il
futurismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; L'ermetismo.
Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; (a cura di), Per un movimento
politico di liberazione della donna, Bertani, Verona 1973; La Democrazia
Cristiana, Mazzotta, Milano 1974; Economia politica della differenza
sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di, ed in collaborazione con Chiara
Ingrao), Ne' indifesa ne' in divisa, Sinistra indipendente, Roma 1988; Il
papa chiede perdono: le donne glielo accorderanno?, Il dito e la luna,
Milano 2000; Resiste', Il dito e la luna, Milano 2001; (con Fausto
Bertinotti e Marco Revelli), Nonviolenza, Fazi, Roma 2004]

Un impetuoso movimento di contestazione investi' il mondo e si chiamo'
Sessantotto: lo cito per un sommario bilancio. Incendio' le universita' e le
scuole per contestarne programmi e metodi, la sua cultura era soprattutto
antiautoritaria (Marcuse, Chomsky...), i metodi creativi spettacolari di
strada. I raduni delle giovani generazioni avevano vestiario multicolore,
canzoni trascinanti e una stretta parentela con le arti. La risposta del
potere fu ovunque violentissima.
Ma l'anno dopo il movimento si diffuse anche nelle fabbriche, per allargare
l'analisi di classe dei diritti conculcati e di una organizzazione del
lavoro alienante e ingiusta: la selezione di classe nelle scuole dava poi
una gerarchia di classe alla societa', che escludeva i lavoratori e le
lavoratrici dalla possibilita' di fruire di diritti come l'istruzione, la
salute, la casa ecc. Anche nei confronti della classe operaia la repressione
fu pesante: assalti di polizia, repressione giudiziaria, criminalizzazione
del movimento; ma non riusci' a distruggere la salda organizzazione
costruita con lotte nonviolente nel corso del secolo. Si pote' avere uno
statuto dei lavoratori e lotte delle donne per il divorzio e l'aborto.
Si fece pero' strada, anche a seguito di spettacolari provocazioni, l'idea
di un sistema organizzativo e di metodi di lotta "adeguati", il che volle
dire la costruzione di partitini molto rigidi ed esclusivi e la risposta
violenta che imponeva di infilarsi in forme clandestine. Come e' noto, fu
l'inizio della sconfitta del Sessantotto, che pure fece sentire i suoi
effetti ancora per una stagione di lotte per i diritti, di impetuose
presenze femministe e cosi' via. Ma la nascita delle Br e il passaggio alla
clandestinita' di pezzi della parte maschile di Lotta continua e la
teorizzazione di Potere operaio sulla immodificabilita' dello Stato,
portarono a una separazione dalle radici sociali del movimento, alla sua
marginalizzazione e infine sconfitta. Come succede ai vinti, l'immagine che
di noi fu trasmessa fu quella esasperatamente partitico-ideologica e della
violenza.
*
Ma le ragioni del Sessantotto restavano ancora tutte li': infatti aveva
ripreso vigore la cultura che esprimeva il dominio delle classi e delle
gerarchie dominanti, la costruzione di una societa' ineguale e ingiusta, che
muoveva all'attacco dello Stato sociale ottenuto (un solo canale formativo
prolungato, diritto alla salute attraverso un sistema sanitario pubblico,
pensioni decenti, servizi sociali diffusi).
Quando dalla prima guerra del Golfo con il motto femminista "Fuori la guerra
dalla storia!", poi nel 1995 a Pechino, e dal Chiapas e dallo zapatismo, poi
da Seattle, nasce in Europa e nel mondo un movimento contro la
globalizzazione per "un altro mondo possibile", quelle ragioni ci sono
ancora tutte e se e' possibile ancora piu' ampie e radicate. Investono un
progetto di mutamento del mondo, si attestano verso il mondo globalizzato
dal capitalismo neoliberista e guerrafondaio. Sconfitta in Europa la
socialdemocrazia, per non aver saputo - tra l'altro - accogliere il
Sessantotto, e nell'Urss la versione statalista dittatoriale e militarista
della rivoluzione proletaria, resta da fronteggiare la rivincita
capitalistica, di rara violenza, che impugna la guerra come strumento del
dominio e usa il sistema comunicativo come efficace mezzo di egemonia
virtuale. Tuttavia le ragioni di chi vede l'ingiustizia e il disordine
sociale al potere sono forti e profonde e contro la guerra si leva un
impegno di straordinaria forza e permanenza.
*
Siamo di nuovo a un bivio: se le forze politiche progressiste si chiudono in
una critica sprezzante verso il "populismo" e il "corporativismo" del
movimento e il sistema rilancia la sua predicazione di paura contro il
terrorismo come cercando di proporre una impossibile successione tra
Sessantotto e Altromondismo (i tentativi di collegare squallidi epigoni
criminali delle Br al movimento sono risibili), il movimento e' di nuovo in
difficolta'. Tuttavia ha fatto alcune non reversibili scelte che lo mettono
al riparo dal ripetere una parabola come quella sessantottina: in primo
luogo la scelta dell'azione nonviolenta nella lotta politica. L'evento
succede tra Genova e Firenze: quando alle manifestazioni di Genova la
risposta del sistema (incluso il ceto politico progressista) e'
violentissima, il rischio che si inizi una nuova replica violenta e di
innalzamento del livello dello scontro e' molto forte: ma non avviene. A
Firenze dove si tiene il primo Forum sociale europeo l'enorme affluenza si
distribuisce in tutta tranquillita', senza nemmeno una vetrina rotta e con
forme espressive e linguaggi creativi colorati femministi spettacolari. Al
movimento si sono connesse le culture del femminismo, dell'ecologia, del
pacifismo.
*
Qui siamo. E ora bisogna trovare forme organizzative e un rapporto col
sistema politico-rappresentativo, in difficolta' e involuzione in molti
paesi europei. Se ci fermiamo all'Italia, che di cio' e' un laboratorio
avanzato, vediamo in corso una modifica della Costituzione pericolosissima,
che concentra il potere in un premierato assoluto e veicola una cultura
dell'indifferenza sociale, della repressione poliziesca, e mette sotto tiro
tutte le istanze umanitarie, dall'accoglienza verso l'immigrazione al
sistema carcerario. La guerra torna all'orizzonte pericolosissima, avendo
costruito anche una cultura del suo "uso" come fondamento delle relazioni
internazionali (guerra costituente) e della sua quotidianita' (guerra
permanente). Ai conflitti di classe (sempre gestibili in forma di lotta
nonviolenta) vengono sostituiti finti conflitti di "civilta'" cui si da' il
timbro assolutistico delle guerre di religione.
La proposta che cercai di elaborare gia' ai margini del Sessantotto si
chiamava "sistema pattizio tra forme politiche" e muoveva dall'analisi della
natura dei nuovi movimenti e delle nuove culture politiche. Quando fu
pensato aveva certo un carattere di ingegneria sociopolitica, ma si e' in
gran parte realizzato in forme piu' creative e non mi pare utile lasciarlo
cadere proprio ora. Dicevo: la forma del partito politico, che fu una delle
piu' straordinarie invenzioni del pensiero politico soprattutto di sinistra,
e' in declino e in esaurimento storico perche' e' un soggetto "unificato" e
"generalista" e non puo' rappresentare ne' interpretare una societa'
complessa, e la complessita' e' una scoperta non rifiutabile. Niklas Luhmann
invento' per Thatcher, Kohl e Reagan una ricetta - che Craxi trasferi' in
Italia come se fosse di sinistra - che piu' o meno dice: la societa'
complessa e' molto conflittuale, pone problemi di governabilita' e non e'
piu' analizzabile sotto il segno di una ideologia generale, perche' pone
problemi piuttosto di pensiero unico, le persone si agitano molto per
"single issues", per ragioni particolari; ma nessuna societo' puo' essere
governata se non ha anche momenti di riconoscimento generale,
preferibilmente plebiscitari. La ricetta quindi diventava governabilita'
sulla base di esecutivi rafforzati e decisionisti; movimenti tenuti
accuratamente nell'ambito delle rivendicazioni particolari; momenti
unificanti nel plebiscito dell'elezione diretta del "capo": decisionismo e
presidenzialismo. Sembra di leggere Berlusconi.
Bisogna dare una risposta di sinistra all'intuizione luhmanniana. La
risposta non puo' essere di negare la complessita', ma di interpretarla
diversamente come fece Marx ai suoi tempi, che non nego' la giustezza
dell'analisi sociale dei grandi economisti classici, ma ne critico' le
ricette esecutive politiche, economiche e sociali.
*
Orbene i movimenti interpretano la complessita' sociale ed esprimono
soggettivita' non riducibili "ad unum". Questi soggetti sono certamente, in
primis, il mondo del lavoro dipendente allargatosi a dismisura ma privato
della coscienza di se', in gran parte insidiando i suoi insediamenti sociali
e le forme di erogazione della prestazione lavorativa; poi il movimento
delle donne che investe di una critica appassionata tutte le relazioni
sociali che non riconoscano la differenza di genere e pone come fondamento
dell'azione politica non la forzata "sintesi", bensi' la molteplicita' delle
culture e delle forme espressive (dal diritto allo Stato, la risposta e'
ancora da dare); e ancora il movimento ecologista che pone la questione non
considerata dall'economia classica, compresa quella marxista, della
misurabilita' delle risorse e della cura del pianeta; il movimento pacifista
che mette all'orizzonte la definizione di pace (che non c'e' nel diritto)
come misura dell'azione politica; infine il movimento degli intellettuali
(professori, ricercatori/trici, universitari/e, giornalisti/e...) che
finalmente hanno un'identita' in quanto esperti della comunicazione e quindi
titolari di un potere specifico, non costretti a "trasferire" le loro
coscienze al servizio del capitale o della classe, operazione sempre
rischiosa e infelice. Tutti questi movimenti non sono (solo) rivendicativi,
bensi' politici, e hanno un diritto fondativo di accesso diretto alla
politica.
Che fare dei partiti? essi sono gli esperti delle istituzioni, il cui peso
nella politica odierna e' fortissimo e quindi a buon diritto e solo in
questo senso fanno parte del blocco sociale dell'"altromondo". Di essi
infatti e' caratteristico l'approccio nonviolento alla lotta politica e il
movimento deve riconoscerglielo: a sua volta il partito deve riconoscere la
pratica olistica dei movimenti.
I nuovi movimenti non sono rappresentabili simbolicamente come un mosaico,
cioe' un disegno che altri traccia e compone di pezzi ciascuno dei quali non
ha autonomia, bensi' con un simbolico olistico, vale a dire che in ciascuno
di essi agisce un punto di vista specifico (a partire da se', si dice nel
linguaggio femminista) dal quale pero' si legge l'universo. Non voglio fare
il solito esempio appunto del femminismo al quale si dovrebbe facilmente
riconoscere politicita' universale, ma anche il piu' "modesto" dei movimenti
(prendiamo quello che si occupa dell'acqua) non e' rivendicativo e invero
chiunque faccia parte del Contratto mondiale dell'acqua sa - e non per
catechismo dall'alto ma per analisi sociale e scientifica e politica fatta
in proprio - che dall'acqua si passa senza forzature al neoliberismo e
all'uso della guerra. Cosi' il movimento pacifista e' in grado di analizzare
la misurabilita' delle risorse e la pericolosita' del modello consumistico e
violento come fonte delle moderne guerre infinite.
*
Cio' che propongo dunque e' di riprendere con pazienza l'analisi politica,
partire dal riconoscimento da parte dei partiti che i nuovi movimenti non
possono essere "sintetizzati" nel partito e che il blocco sociale e' una
formazione molteplice e paritaria tra forme politiche rette da un "sistema
pattizio tra forme politiche" per l'appunto, in modo che sia possibile
stabilire relazioni chiare, precise e profonde, tra le varie forme della
politica. E non capiti come sta succedendo che i partiti si ritraggano di
nuovo e guardino il movimento con sospetto e fastidio. Sarebbe una sconfitta
molto pesante e senza perdono perche' la posta in gioco e le conseguenze
questa volta non saranno "solo" una forte riduzione della liberta' (i
giornalisti sottoposti al codice militare di guerra se raccontano cio' che
vedono in Iraq), un rilancio alla grande del patriarcato, la riduzione del
lavoro a merce, e basta, ma la guerra, l'orrore distruttivo, un'avventura
suicida.

2. RIFLESSIONE. VALERIA ANDO': I FILI DEL MIO DISCORSO
[Ringraziamo Valeria Ando' (per contatti: andov at tele2.it) per averci messo a
disposizione (in una versione appositamente rivista e ridotta nelle note)
l'introduzione ("I fili del mio discorso", pp. 9-24) del suo recente libro
L'ape che tesse, Carocci, Roma 2005. Valeria Ando', docente di Cultura greca
all'Universita' di Palermo, e' tra le promotrici ed animatrici presso
quell'ateneo di un gruppo di riflessione e di pratica di nonviolenza di
genere; direttrice del Cisap (Centro interdipartimentale di ricerche sulle
forme di produzione e di trasmissione del sapere nelle societa' antiche e
moderne), autrice di molti saggi, ha tra l'altro curato l'edizione di
Ippocrate, Natura della donna, Rizzoli, Milano 2000. Opere di Valeria Ando':
(a cura di), Saperi bocciati. Riforma dell'istruzione, discipline e senso
degli studi, Carocci, Roma 2002; con Andrea Cozzo (a cura di), Pensare
all'antica. A chi servono i filosofi?, Carocci, Roma 2002; L'ape che tesse.
Saperi femminili nella Grecia antica, Carocci, Roma 2005]

"Gli altri, i re in armi, si riversarono fuori dal ventre cavo del cavallo,
come api dalla quercia, le quali, dopo avere faticato all'interno dell'ampio
alveare tessendo con arte nascosta il favo dolcissimo, sciamando dalla cella
rotonda gia' nel campo tormentano con le loro punture i viandanti"
(Trifiodoro, La presa di Ilio, 533-538).

Api che tessono. Un'immagine ardita questa costruita da Trifiodoro che, nel
punto culminante della sua narrazione sulla presa di Troia, paragona i
guerrieri Achei che escono dal ventre del cavallo di legno alle api
laboriose che, dopo avere "tessuto" i favi, sciamano nella campagna.
Un'immagine che mette insieme l'operosita' dell'ape, quella "melissa"
emblema tradizionale nel mondo greco della donna virtuosa, e il lavoro della
tessitura, specifica attivita' femminile. Tessere, intrecciare trama e
ordito nella fabbricazione di un tessuto, diventa metafora della sapiente
organizzazione dei favi, attraverso la quale si esprime, da Semonide in poi,
la virtu' della donna che, nel chiuso della casa, lavora alacremente.
Immagine non nuova, peraltro: nell'Economico di Senofonte, laddove il
parallelo tra la donna e la melissa trova la sua piu' compiuta espressione,
proprio "tessere" e' il termine usato per indicare il lavoro di disposizione
dei favi, l'abile "intelaiatura" in ordine geometrico delle celle
(Senofonte, Economico, VII 34).
L'ape che tesse dunque: da questa immagine voglio prendere le mosse per
costruire il mio discorso, un'immagine nella quale trova espressione
l'aspetto forse piu' vistoso del femminile, quello che riguarda il
quotidiano lavoro di cura condotto all'interno della casa.
Sulle donne e sui loro saperi vorrei infatti tessere anch'io la trama della
mia riflessione, una trama lasca e discontinua, il cui filo si dipana a
fatica attraverso quello che di esse ci dicono i testi della Grecia antica.
Non ho un intento descrittivo ne' una pretesa di esaustivita'. Si tratta per
me di risalire, facendone un punto di riferimento forte, alla tradizione di
sapere femminile, nella cui genealogia sono iscritta, per trarre da essa un
senso nuovo che, radicandomi piu' autenticamente in me stessa e nella mia
storia genealogica, riorienti il mio rapporto col mondo: intendo indagare
cioe' sui saperi femminili per una sorta di azzardo, una scommessa
intellettuale e politica legata alla contingenza dell'oggi che, in quanto
donna, mi interpella.
Uso il termine "sapere" per le donne greche dell'antichita' nell'accezione
moderna che, differenziandolo radicalmente dal "conoscere" inteso come
acquisizione di contenuti oggettivabili, ne fa invece l'esito di un percorso
in cui l'esperienza e i vissuti siano imprescindibili e strutturalmente
integrati nelle competenze assunte dal soggetto. Un sapere pertanto non
cumulativo ne' oggettuale, e nemmeno teoricamente formalizzabile e per cio'
stesso trasmissibile in forme canonizzate, ma conoscenza incarnata, pratica
quotidiana, in una parola dimensione di vita (1). Faccio quindi astrazione
dallo sforzo definitorio che nell'ambito della stessa speculazione
filosofica greca e' stato compiuto in merito a nozioni quali appunto quelle
di scienza, conoscenza, sapienza, come anche da differenze e usi linguistici
dei termini greci corrispondenti.
L'assunto di fondo e' che indagare sui saperi femminili in Grecia puo'
consentirci di riflettere sulla mappatura dei saperi nella loro
articolazione gerarchica attuale, in ragione degli spazi in cui essi trovano
la loro elaborazione e applicazione, e dunque di ridisegnare il rapporto tra
pubblico e privato. Un dato infatti emergera' in forma vistosa dai testi,
cioe' che i saperi delle donne in Grecia sono afferenti soprattutto alla
sfera domestica della famiglia e della casa, in linea con la demarcazione
netta degli spazi destinati all'universo femminile.
Privilegio deliberatamente la dicotomia pubblico/privato, o meglio
politico/domestico, nell'indagine sul femminile, nonostante il dibattito
critico ne abbia manifestato la problematicita' e non univocita', nonche'
l'improprieta' di applicazione per l'eta' arcaica, in quanto la ritengo
lente efficace per riconsiderare i saperi, in vista di una riflessione sulle
forme attraverso le quali si struttura oggi l'agire politico. Sono
consapevole infatti che questa, come forse qualunque griglia rigorosamente
dicotomica, rischia di imbrigliare all'interno di uno schema in cui ai due
poli si attribuisce uno statuto ontologico rigido, che non prevede
flessibilita' e gradazioni e in cui, quel che e' peggio, la tensione tra i
due estremi e' regolata da codici eteronomi fissati a livello ideologico.
Sicche' per me la scelta di questa opposizione e' indotta dalla volonta' di
riflettere sulla potenzialita' che i saperi tradizionalmente femminili
possono fornire oggi alle donne, competenza simbolica da spendere nello
spazio pubblico. In questo consiste la scommessa politica di cui parlavo,
come chiariro' subito.
*
Dal mondo antico fino ai nostri giorni si e' assistito ad una progressiva
svalutazione e cancellazione dei saperi femminili, confinati nello spazio
domestico, mentre riconoscimento sociale, oltre che spessore epistemologico,
e' stato assegnato ai saperi codificati e formalizzati a livello teorico,
che sono risultati vincenti e quindi trasmessi attraverso le istituzioni
educative (2): saperi, questi ultimi, funzionali alla riproduzione delle
societa' che ne hanno via via definito i contenuti, in ragione dei contesti
politici e socio-economici delle diverse epoche, distribuendoli per aree e
ambiti disciplinari sempre piu' parcellizzati. Queste forme di sapere,
vistosamente connesse a dinamiche di potere, pur nella loro pluralita', sono
tuttavia riconducibili ad un'unica tradizione cognitiva, di cui la piu'
recente riflessione filosofica e il pensiero femminile hanno contribuito a
smascherare, contestandola, la presupposizione di neutralita', per
affermarne invece la forte connotazione "maschile". Peraltro nella scena
pubblica, teatro del sapere-potere, si celebrano i trionfi storicamente e
culturalmente riconducibili all'universo maschile: la competizione, la
guerra, la deriva della politica in forme deteriori di squallide beghe di
palazzo.
Di questi fenomeni si manifesta con sempre maggiore evidenza l'ingombrante
presenza, la crescita incalzante ed esponenziale, nonostante che il lento
lavoro compiuto dalla politica delle donne, l'acquisita competenza ad
esserci, la' dove ciascuna di noi si trovava, consapevole della propria
differenza, avesse eroso la forza di dominio del pensiero unico e
unificante: prova ne era che la pratica del "partire da se'", perseguita
pervicacemente dalle donne, aveva cambiato la quotidianita', nella famiglia,
nel posto di lavoro, nei gruppi politici (3).
Ma i dolorosi e sconvolgenti eventi degli ultimi anni, rispetto ai quali e'
lecito parlare di vera e propria crisi di civilta' - lo stato di guerra
permanente, la barbarie terroristica, la progressiva degradante condizione
del Sud del mondo - hanno provocato una grande scossa, intellettuale ed
emotiva: al dolore e allo sgomento che ci attraversano per la disumanita'
del presente, per il carico di morte e ingiustizia sociale, si accompagna la
convinzione della necessita' di un radicale e non piu' rinviabile
cambiamento di civilta', che ridia senso alla nostra umanita'.
*
Da qui il desiderio di riconsiderare i saperi femminili, valutandoli nella
loro portata di alterita', nelle valenze che essi assumono, nei sensi che
possono ricoprire, senza che cio' significhi, beninteso, riferirsi ad una
visione mitica di un femminile salvifico. Spezzata infatti la concezione
unitaria e monolitica del sapere, che aveva indotto le donne ad un
atteggiamento emancipazionista di conquista e condivisione del sapere
ufficiale che per secoli le aveva escluse, l'indagine sui saperi femminili
non determina piu' soltanto l'emersione di cio' che era stato rimosso e
cancellato, e dunque il risarcimento di un debito della storia. La loro
assunzione nell'universo dei saperi riconosciuti comporta la necessita' di
valutarli nella loro specificita' e di individuare, nella rigida separazione
e opposizione di ambiti di competenza rispetto al maschile, una positiva
valorizzazione, le radici di un'estraneita' creativa.
La sfida piu' ardua, per me, e' interpretarli come laboratorio di pratiche,
nel senso che il loro continuo esercizio, la quotidiana applicazione e la
loro progressiva acquisizione hanno determinato le condizioni di
possibilita' grazie alle quali le donne hanno maturato consapevolezza della
loro competenza, e da qui, proprio in forza dei saperi esperiti nello spazio
domestico, hanno intrapreso un'azione che non esito a definire politica.
Questo, lo vedremo, e' cio' che fanno alcuni personaggi femminili che
popolano i testi greci, che mi sono venuti incontro nel mio percorso di
indagine. Le une, eroine dell'epica come Andromaca e Penelope, agiscono in
modo tanto discreto da richiedere lo svelamento e la decifrazione della loro
azione, altre, personaggi di commedie dell'Atene classica come Lisistrata e
Prassagora, in modo aperto e dichiarato. Tutte pero' lasciano le loro
stanze, interrompono il quotidiano lavoro al telaio, l'incessante
ripetizione di gesti sempre uguali, spezzano la passivita' cui sembra
relegarle il loro ruolo: anzi, e' proprio il loro "patire", vissuto
consapevolmente, a trasformare in azione attuabile la destinata passivita'
delle loro esistenze. Lo straordinario lavoro di civilta' compiuto dalle
donne nella riproduzione della vita, inteso come opera di mediazione tra i
nudi dati della vita biologica e la loro culturalizzazione, e' chiave di
accesso, responsabile e competente, alla sfera pubblica e politica, in grado
di spezzare gli steccati e consentire il passaggio dalla dimensione intima
della casa, dallo spazio interno delle mura domestiche verso lo spazio
esterno della comunita' politica.
La dimensione pubblica, che ufficialmente le esclude, diventa
paradossalmente il terreno del loro agire. Accedono cioe' anch'esse
all'azione e al discorso, le attivita' piu' propriamente "politiche", quelle
in cui, secondo la riflessione di Hannah Arendt, la condizione umana trova
la sua espressione piu' piena, in quanto attraverso esse si manifesta
l'identita' individuale. In questa concezione, il lavoro del corpo, volto al
soddisfacimento dei bisogni e delle necessita' della vita, e l'opera delle
mani, applicata alla fabbricazione di strumenti utili allo svolgersi della
vita stessa, si collocano su un piano distinto e separato dalla politica,
che risulta quindi fondata sull'esperienza di un'azione e di una parola
scisse dalla concretezza dei corpi (4).
Proprio dall'universo del lavoro e dell'opera muovono invece questi
personaggi femminili che intraprendono un'azione. Per questo ritengo che
l'esemplarita' del modello da essi fornito potra' stimolare un ripensamento
e una verifica di senso, nel presente, della dicotomia pubblico/privato, che
ridefinisca i contenuti di entrambi gli ambiti, conferendo a ciascuno di
essi valenze nuove, e da li', come dicevo, reinterpretare e riorientare
l'agire politico.
Le donne infatti tradizionalmente sono immerse nel mondo di riproduzione e
cura della vita, un mondo pulsante di emozioni, sentimenti, dolori, gioie, a
contatto con la materialita' del corpo, con gli strumenti e gli oggetti
indispensabili al riprodursi del ciclo biologico, e nel quale le relazioni
tra i soggetti sono regolate dall'etica della cura, intesa come capacita' di
ascolto, accudimento, attenzione e assunzione su di se' dei bisogni
dell'altro: questo mondo, nascosto nell'intimita' domestica, costituisce il
luogo della passivita', ma anche della potenzialita' di intraprendere una
nuova azione. La possibilita' di osare un cominciamento, partendo
dall'inazione, sorge da una cosciente capacita' di investire di qualita' la
passivita', farsi, per cosi' dire, "materia passiva". Per far questo occorre
riappropriarsi del lavoro e dell'opera prodotti nello spazio chiuso, e
considerare i tempi del nascondimento come necessari all'acquisizione di
consapevolezza. Fare della passivita' un sapere, che affonda le radici nella
tradizione storica della genealogia femminile, puo' dare alla politica un
senso nuovo, in cui l'azione e il discorso traggano dall'universo privato la
sapienza del prendersi cura (5).
*
Muovendo da questa prospettiva, l'azione di Andromaca che imprevedibilmente
invade lo spazio bellico apparira' in tutta la sua carica di sorprendente
valicamento della sfera domestica; l'incessante farsi e disfarsi della tela
di Penelope potra' essere letto come il tentativo di costruzione di un nuovo
ordine in cui il sapere femminile si trasformi in azione consapevole; la
politicita' delle azioni di Lisistrata e Prassagora, evidente gia' nel
dettato delle commedie, potra' suggerire riflessioni circa il possibile
interscambio tra oikos e polis.
Per converso, la lettura che condurro' di un'opera come l'Economico di
Senofonte mi portera' a farne emergere con evidenza il carico di
responsabilita' culturale; in essa infatti il gentiluomo Iscomaco insegna
alla moglie le regole dell'amministrazione della casa secondo il modello
militare e politico: se l'esercito e la citta' impongono alla casa la norma
del comando gerarchico, la donna viene deportata in un ordine che non le
appartiene e che la espropria di qualunque possibilita' di azione autonoma.
*
A questa prima linea di indagine, di cui ho svolto il filo rintracciandolo
nelle trame nascoste delle testimonianze, fara' seguire una seconda, piu'
facilmente coglibile dalla stessa emergenza testuale. Si tratta cioe' di
individuare tra i testi greci un universo sommerso, in cui il femminile e i
suoi saperi e valori assumono valenze inattese, divengono paradigmi su cui
il maschile modella il suo pensiero e la sua azione. Si potrebbe dire, con
un'espressione ormai abusata, che il femminile "e' buono per pensare", a
patto pero' che venga metaforizzato. E' cio' che accade con le numerose
metafore della tessitura, la cui espressione piu' compiuta a livello
speculativo si rintraccia nel Politico di Platone, dove l'arte del tessere
viene analizzata ed esplicitamente presentata come modello dell'arte della
politica.
E ancora in Platone, paradossalmente, proprio cio' che e' piu' intimamente
legato al femminile, come dato naturale e culturale assieme, cioe' la
gravidanza, il parto, l'allevamento, diventa metafora dell'attivita'
considerata esclusivamente maschile, cioe' il filosofare. In dialoghi come
il Teeteto o il Simposio, metaforizzare la maternita' comporta da un lato un
processo appropriativo della specificita' unicamente femminile, dall'altro,
con l'eliminazione del peso della corporeita', la sostanziale cancellazione
delle donne. Eppure, ancorche' metafora, nella maternita' e' possibile
scorgere, tra le righe del discorso messo in bocca a Diotima, maestra di
Socrate proprio in materia di amore, la costruzione di un modello di
relazione in cui la carenza limitante iscritta in ogni essere si trasforma
in straordinaria capacita' di apertura all'altro, in un nuovo modo di vivere
la soggettivita' come strutturalmente sbilanciata verso l'alterita'. Questa
lettura che propone una modellizzazione del materno come fondante in forma
paradigmatica la relazione con l'altro, consente di sottrarre il testo
platonico ad univoche ed antistoriche accuse. In piu', l'esperienza
femminile della maieutica e dell'allevamento dei figli, metafore della
relazione pedagogica, aiuta a delineare un modello antiautoritario di
trasmissione del sapere, in cui la conoscenza e' frutto di un lungo percorso
di doloroso travaglio che accomuna il maestro e l'allievo.
*
C'e' poi un sapere su cui intendo indagare, inquietante per la straordinaria
potenzialita' che ha di piegare e assoggettare il maschile, cioe' la
seduzione erotica: competenza femminile, arte, gioco, di cui, andando
indietro fino al piu' antico passato mitico, si puo' cogliere la signoria
simbolica e la capacita' di erodere il sistema di potere, politico e
sessuale, detenuto dal maschile, e per cio' stesso costantemente messa sotto
controllo da parte del pensiero etico.
*
Sfidero' infine i testi di Aristotele: sfida ardita se si pensa che si
tratta del pensatore che legittima la subordinazione politica della donna
teorizzandone a livello biologico l'inferiorita' naturale. Eppure, vorrei
trarre dalla sua concezione della madre-materia la teorizzazione filosofica
di quella attivita' della passivita' con cui intendo leggere e interpretare
il sapere e l'agire politico femminile. Non buia e inerte si rivela infatti
all'indagine la materia aristotelica, ma dotata di un suo movimento
desiderante, una "orexis", che la proietta verso l'attualizzazione della sua
potenza. Adattando alla riflessione aristotelica il mio sforzo
interpretativo di un femminile tanto piu' attivo in ragione della sua
passivita', ho tratto, imprevedibilmente, una sorta di suggello teorico, per
di piu' di grande spessore speculativo, al mio percorso.
*
Studiare i saperi delle donne nell'area culturale della Grecia antica, della
quale mi occupo professionalmente, puo' costituire inoltre lente
privilegiata per rintracciare analogie e differenze con la cultura nella
quale viviamo, che su un supposto rapporto di filiazione dalla cultura greca
ha costruito la sua identita'.
In realta', se e' vero che parto dalla mia cultura di appartenenza, cioe'
quella italiana, europea, occidentale dei primi anni del terzo millennio, e'
anche vero che il cosiddetto villaggio globale ne ha spezzato i confini,
abbattendone gli steccati identitari. Sicche', occuparsi oggi di Grecia
antica costringe ad un atteggiamento alternato di
continuita'/discontinuita', in un movimento inesausto, purche' vigile e
consapevole. Intendo dire che il meticciamento della cultura contemporanea,
l'ibridazione dei tratti distintivi connotanti induce a considerare la
cultura greca antica come assolutamente "altra", distante e lontana da noi;
altre volte invece, specie se vogliamo stabilire con i Greci dell'antichita'
un'interazione con la nostra dimensione di vita, allora sara' necessario
porci in relazione ad essi in un rapporto di continuita', direi volontario e
finalizzato.
Posizionare la mia ricerca, radicandola nel progetto etico che informa la
mia vita di cittadina del pianeta in questo momento della storia,
costituisce per me una risposta possibile di fronte alla complessiva e
disperante perdita di senso del lavoro accademico, stretto com'e' tra le
maglie di progetti di riforma dettati da logiche economicistiche di
competizione mercantile.
*
Ma non solo: al posizionamento induce anche la forte impasse metodologica in
cui versano gli studi sulle donne nel mondo greco. Parlare di donne in
Grecia comporta infatti inserire la propria riflessione all'interno di un
percorso di studi impervio e accidentato, le cui difficolta' sono state
ampiamente affrontate e discusse nel dibattito epistemologico sempre vivo,
che accompagna l'inesausta messe di studi, di portata non piu' dominabile.
Le donne, si sa, specie quelle dei periodi piu' remoti della storia, sono
mute, le loro voci sono state soffocate, spente dal silenzio imposto loro
dalla memoria storica. Passando come "ombre leggere" e silenziose, di loro
possiamo sapere e parlare solo attraverso voci maschili, tanto autorevoli da
sovrapporsi prepotentemente al loro silenzio: sono stati gli uomini a
raccontare la loro storia, gli artisti le hanno raffigurate, i filosofi
hanno dettato per loro regole di comportamento, i medici hanno descritto il
loro corpo e prescritto rimedi per le loro malattie, politici e legislatori
hanno fissato per loro diritti e doveri, i moralisti ne hanno esaltato vizi
e virtu', i poeti hanno creato personaggi femminili indagando sul loro
animo. Sicche' in realta' non conosciamo le donne ma la rappresentazione che
il discorso maschile ne ha tracciato, selezionando dati, stabilendo norme,
inventando eroine. Cio' e' ancora piu' vero per la Grecia antica, in cui il
silenzio femminile e' profondo e assoluto, interrotto soltanto
dall'eccezione di alcune voci poetiche, prima espressione della progressiva
assunzione di parola compiuta dalle donne nel corso della storia (6).
Se da una parte le donne greche sono per noi mute, dall'altra, come e' stato
rilevato, gli autori che ne hanno fatto oggetto di discorso "non sono
colleghi", cui poter chiedere la completezza e verificabilita' della
documentazione. Proprio questi due dati hanno condotto la ricerca storica e
antropologica sulle donne in Grecia ad una grande varieta' di approcci e
conseguente difformita' di risultati, al variare dei testi adoperati e delle
premesse ideologiche dei singoli studiosi. Anche la storia sulle donne
infatti, come qualunque altro ambito riguardante il mondo antico, si trova
al punto di intersezione tra la tradizione dei testi classici e le societa'
che li hanno via via letti e studiati, e questa mutua retroazione e' stata
condizionata, nel caso specifico, dal dibattito sulla condizione femminile
nei diversi contesti sociali. E' a questo dibattito, per esempio, che va
riferita la polemica tra l'interpretazione "ortodossa" sulla esclusione
delle donne in Grecia, e i tentativi autorevoli di smentita e aggiustamenti.
Primo tra questi e' stato un famoso articolo di Gomme, del 1925, che ha
messo in dubbio la convizione circa la posizione "ignoble" della donna ad
Atene nel periodo classico, seguito negli anni '50 da Kitto, che ha negato,
con toni ironicamente polemici, l'esistenza di prove sulla "clausura quasi
orientale" della donna ateniese.
*
Il femminismo, con la riflessione marcatamente politica di riferimento, ha
promosso una serie di studi sulle donne in Grecia, condotti soprattutto da
studiose che nei decenni dal '60 in poi hanno avuto accesso in maniera non
piu' sporadica all'insegnamento universitario e che, in particolare negli
Stati Uniti, hanno trovato riconoscimento istituzionale nei dipartimenti di
Womens' Studies. In questi studi, nei quali viene ribadita la segregazione,
viene sottolineata l'esclusione e lo status sociale di subalternita' ed
emarginazione dalla politica, sicche' le donne sono studiate come gruppo
sociale oppresso, antagonista rispetto al gruppo maschile dominante. La
rivista "Arethusa" dedica alle donne due intere annate, precisamente il 1973
e il 1978, mentre nel 1975 Sarah Pomeroy pubblica il primo volume
monografico sulle donne in Grecia e a Roma. Questo saggio ha fornito un
affresco variegato che evidenzia le difformita' tra le diverse epoche e i
differenti contesti, distinguendo opportunamente tra la tipologia delle
fonti, letterarie, mitografiche e figurative. Anzi la stessa autrice segnala
che la gamma di opinioni diverse circa la condizione sociale della donna
greca sia dovuta all'errore di "considerare le donne come una massa
indifferenziata", senza tenere conto delle specifiche situazioni e
testimonianze.
*
In realta', gli studi che si sono succeduti nel tempo hanno affrontato il
tema delle donne greche distinguendo bene i differenti contesti storici e
geografici e il differente status sociale delle donne, e soprattutto
introducendo tipologie nuove di testimonianze: in Italia, gli studi di Eva
Cantarella, che pur continuano a muoversi in un'ottica di denuncia, hanno il
merito di avere portato l'attenzione sulle fonti giuridiche, che appaiono
non sottoposte a filtro ideologico; dall'indagine, avviata dalla scuola
pavese, sui testi di ginecologia, e' emersa la ricostruzione medica della
fisiologia femminile nelle sue connessioni con dinamiche sociali (7), e si
e' evidenziato, insperabilmente, quanto il corpo fosse terreno su cui le
donne avevano un loro proprio sapere.
Dunque, sul piano metodologico, e' ormai acquisita la impraticabilita' di
affermazioni univoche, dal momento che le testimonianze rinviano ad ambiti
diversi in cui, con differente gradazione, puo' definirsi la sfera d'azione
della donna. Per esempio, come ha suggerito Gould, elementi costitutivi
della cultura, distinti ma complementari, come il diritto, il mito e il
costume, rivelano la complessita' della posizione sociale femminile (8).
Sicche', la stessa nozione di "marginalita'" e' apparsa inadeguata per
rappresentare la condizione della donna greca, potendosi semmai
circoscrivere questo fenomeno solo alle donne di condizione libera ad Atene
in eta' classica; ma anche in questo caso, a fronte dell'esclusione dal
"formal power" politico sono state riconosciute "unformalized rules"
praticate nel sociale. Ormai affrancati da vocazioni vittimistiche, alcuni
studi hanno cercato di rintracciare, al contrario, spazi di espressione
femminile, per esempio nei rituali religiosi e nello sport (9), o hanno
ricostruito personalita' storiche d'eccezione (10).
*
Al filone che si puo' definire latamente "femminista", ha fatto seguito
negli anni '80 l'approccio che ha il suo referente teorico nella gender
theory, sull'onda di quanto andava maturando piu' in generale nella ricerca
storica e antropologica per l'eta' moderna e contemporanea. Secondo questa
teoria il genere sessuale diviene una efficace categoria di analisi storica,
nel senso che non solo le donne non possono piu' essere oggetto di indagine
come gruppo isolato, ma anzi proprio le relazioni tra i due gruppi sessuati,
da studiare nella costante tensione reciproca che li attraversa, strutturano
l'intera organizzazione sociale e i rapporti di potere che ne sono alla base
(11). Dalla storia delle donne si e' cioe' passati alla storia di genere,
per l'impossibilita' metodologica di fare astrazione dalla relazione
conflittuale che governa e ha governato il rapporto tra i sessi. Se tra
questi esiste un aperto conflitto, tuttora irrisolto, ed esso e'
rintracciabile nei diversi contesti storico-sociali, e dunque anche nella
Grecia antica, ad entrambi i poli impegnati nella relazione va rivolta
l'analisi, in quanto si definiscono reciprocamente.
La relazionalita' nel conflitto, lo scambio e l'interferenza tra femminile e
maschile divengono pertanto oggetto di analisi, specie da parte della
critica anglofona, statunitense in particolare.
*
In territorio francese, superati gli studi di impostazione tradizionale, e'
stata introdotta una specificita', all'interno della nozione di gender,
costituita dall'efficace categoria di "antropologia storica dei sessi",
secondo la definizione di Pauline Schmitt Pantel. Sul solco della scuola
antropologica francese di Gernet e Vernant, che hanno analizzato il mondo
greco cogliendovi la rappresentazione dell'essere umano nei principali
fenomeni culturali astraendo dai singoli eventi, l'antropologia storica e'
invece fortemente radicata nella storia, attenta ai cambiamenti e alle
fratture, pronta a cogliere la dimensione dinamica che il tempo storico
introduce. Sicche' l'antropologia storica dei sessi comporta l'immissione,
nell'indagine storiografica sul mondo greco, della differenza sessuale e dei
rapporti tra i sessi, nel senso che la dimensione sessuata permette un modo
nuovo di guardare alla storia (12). Questo metodo di lettura e' alla base
della Storia delle donne in occidente, di Duby e Perrot, il cui il primo
volume e' dedicato a L'antichita', e informa la vasta produzione di Nicole
Loraux, col suo intelligente progetto di lettura sessuata della democrazia
ateniese (13).
*
I cambiamenti di prospettiva, la pluralita' di approcci e il moltiplicarsi
di tematiche prima inesplorate hanno accompagnato la trasformazione, nel
campo politico, da una posizione emancipazionista, con la sostanziale
accettazione di logiche di omologazione, ad una concezione che al mito
dell'uguaglianza contrappone l'assunzione consapevole della differenza. Mi
riferisco alla elaborazione teorica, prodotta dalla filosofia femminile, che
proprio nella irriducibile differenza tra i sessi individua il fondamento
speculativo su cui costruire nuove forme di soggettivita' e nuovi modelli di
relazione, non piu' in termini di complementarita' ma anzi di
approfondimento delle specificita'.
Il pensiero della differenza sessuale, diffuso dagli anni '80 in Francia da
Luce Irigaray e in Italia dalla comunita' filosofica Diotima, ha consentito
infatti alle donne, attraverso l'iscrizione in una linea genealogica
materna, di riconoscersi in un nuovo ordine simbolico, quello appunto
femminile e materno, riattualizzato nella pratica politica di relazioni tra
donne, produttrice di spazi autonomi di liberta'.
Questo pensiero costituisce lo sfondo speculativo su cui proietto la mia
ricerca. E' questo l'orizzonte da cui far affiorare un senso nuovo della mia
lettura di donne del passato.
Nella "tessitura" del mio testo, avro' come compagne, straordinarie e
insostituibili, eroine del mito, invenzioni letterarie, personaggi della
storia, mute come tutte le donne del passato. Con loro, con la loro
testimonianza silenziosa, con la loro vita quotidiana, con i loro vissuti mi
accompagnero' in questo percorso. Con loro annodero' i fili sparsi del mio
discorso.
*
Note
1. Una proposta di epistemologia femminile, intesa come passiva e ricettiva,
e in cui il pensare si nutre del sentire, in L. Mortari, Verso
un'epistemologia femminile, "Studium educationis. Rivista per la formazione
delle professioni educative", II, 2003, Genere e educazione, pp. 365-380,
che attinge al pensiero di Maria Zambrano, Simone Weil, Hannah Arendt e
Edith Stein. Ai saperi dell'esperienza e' dedicato il volume di Diotima, Il
profumo della maestra. Nei laboratori della vita quotidiana, Liguori, Napoli
1999. La specificita' dei saperi femminili nella loro opposizione rispetto
ai saperi sistematizzati maschili e' evidenziata da G. Seveso, Per una
storia dei saperi femminili, Unicopli, Milano, 2000, che ne delinea la
storia anche attraverso il richiamo ai miti greci.
2. Le ricadute nella riflessione e nella pratica pedagogica di due opposti
modelli epistemologici sono ormai oggetto di numerosi studi, tra cui mi
limito a citare F. Cambi, Il femminile, la differenza e la filosofia
dell'educazione. Contributi per un nuovo modello pedagogico, in E. Beseghi,
V. Telmon (a cura di), Educazione al femminile: dalla parita' alla
differenza, La Nuova Italia, Firenze, 1992, pp. 57-87, A. M. Piussi, La
grazia di nascere donne. Insegnare e imparare il mondo nell'orizzonte della
differenza sessuale, ivi, pp. 89-109, e A. M. Piussi, Oltre l'uguaglianza:
farsi passaggio, in AA. VV., Con voce diversa. Pedagogia e differenza
sessuale e di genere, Guerini, Milano, 2001, pp. 207-236, in un volume cui
rimando per un approccio complessivo alla pedagogia della differenza
sessuale con bibliografia.
3. Per la teorizzazione del "partire da se'", cfr. Diotima, La sapienza di
partire da se', Liguori, Napoli, 1996.
4. Riferirsi alla distinzione arendtiana, sviluppata in Vita activa del
1958, e' legittimato dal fatto che, come e' noto, proprio la polis greca e'
il modello su cui l'intera riflessione e' costruita. Un intelligente uso e
superamento del pensiero arendtiano dall'ottica del pensiero femminile e',
tra i molti, in L. Muraro, Vita passiva, in AA. VV., La rivoluzione
inattesa, Nuova Pratiche Editrice, Milano, 1997, pp. 65-84.
5. Il dibattito sul rapporto tra donne e politica, in una prospettiva che
aggiorni lo slogan degli anni '70 "il personale e' politico", e' tanto ampio
e affrontato da diverse ottiche e orientamenti che e' impossibile darne
conto. Nell'ambito del pensiero della differenza sessuale si vedano per
esempio L. Cigarini, La politica del desiderio, Pratiche, Parma, 1995, e le
continue riprese del tema dalle pagine di "Via Dogana", rivista della
Libreria delle donne di Milano.
6. Beninteso di quella occidentale. Cfr. le osservazioni di G. Duby, M.
Perrot, Storia delle donne in occidente. L'antichita', Laterza, Roma-Bari,
1990, nella introduzione a p. V dicono che "la registrazione primaria di
cio' che esse fanno e dicono e' mediata dai criteri di selezione degli
scribi del potere".
7. Mi riferisco a S. Campese, P. Manuli, G. Sissa, Madre materia. Sociologia
e biologia della donna greca, Boringhieri, Torino, 1983. Ma la ginecologia
costituisce ormai un ampio settore di ricerca, soprattutto nell'ambito degli
studi in lingua inglese e francese.
8. Cfr. J. Gould, Law, Custom and Myth: Aspect of the Social Position of
Women in Classical Athens, "The Journal of Hellenic Studies", 100, 1980, pp.
38-59.
9; Nel volume di G. Arrigoni (a cura di), Le donne in Grecia, Laterza,
Roma-Bari, 1985.
10. Nel volume Grecia al femminile (a cura di N. Loraux), Laterza, Roma-Bari
, 1993.
11. La teorizzazione della nozione di gender e' stata condotta da J. W.
Scott, Il "genere": un'utile categoria di analisi storica, in Altre storie.
La critica femminista alla storia (a cura di P. Di Cori), Clueb, Bologna,
1996, pp. 307-347 ("Rivista di storia contemporanea", 4, 1987; "Les Cahiers
du Grif", 1988), che ne fonda la definizione su due proposizioni: "il genere
e' un elemento costitutivo delle relazioni sociali fondate su una cosciente
differenza tra i sessi, e il genere e' un fattore primario del manifestarsi
dei rapporti di potere" (p. 333).
12. Questa riflessione e' sviluppata in P. Schmitt Pantel, La difference des
sexes, histoire, anthropologie et cite' grecque, in M. Perrot (sous la
direction de), Une histoire des femmes est-elle possible?, Editions Rivages,
Paris, 1984, pp. 98-119 e Autour d'une anthropologie des sexes: a' propos de
la femme sans nom d'Ischomaque, "Metis", 9-10, 1994-95, pp. 299-305.
13. Mi riferisco in particolare a N. Loraux, Les enfants d'Athena. Idees
atheniennes sur la citoyennete' et la division des sexes, Maspero, Paris,
1981, e Il femminile e l'uomo greco, trad. it., Laterza, Roma-Bari, 1991
(Paris, 1989).

3. RILETTURE. ANGELA ALES BELLO: EDITH STEIN. LA PASSIONE PER LA VERITA'
Angela Ales Bello, Edith Stein. La passione per la verita', Edizioni
Messaggero di Sant'Antonio, Padova 1998, 2003, pp. 142, euro 11. Un puntuale
profilo pubblicato nella bella collana "Tracce del sacro nella cultura
contemporanea".

4. RILETTURE. ANGELA ALES BELLO: INVITO ALLA LETTURA DI EDITH STEIN
Angela Ales Bello, Invito alla lettura di Edith Stein, Edizioni San Paolo,
Cinisello Balsamo (Mi) 1999, pp. 96, lire 12.000. Una breve ma acuta
antologia di scritti di Edith Stein curata dalla sua maggiore studiosa
italiana.

5. RILETTURE. ANGELA ALES BELLO: EDITH STEIN. PATRONA D'EUROPA
Angela Ales Bello, Edith Stein. Patrona d'Europa, Edizioni Piemme, Casale
Monferrato (Al) 2000, pp. 156, euro 10,33. Un'agile, sempre accurata e
pertinente, monografia introduttiva.

6. RILETTURE. LAURA BOELLA, ANNAROSA BUTTARELLI: PER AMORE DI ALTRO.
L'EMPATIA A PARTIRE DA EDITH STEIN
Laura Boella, Annarosa Buttarelli, Per amore di altro. L'empatia a partire
da Edith Stein, Raffaello Cortina Editore, Milano 2000, pp. 118, euro 8,25.
Uno studio che vivamente raccomandiamo.

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 20 del 14 luglio 2005