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La nonviolenza e' in cammino. 992



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 992 del 15 luglio 2005

Sommario di questo numero:
1. La morte e le chiacchiere
2. Una lettera ai musulmani e alle musulmane che vivono in Italia, contro il
terrorismo, contro la guerra, contro il razzismo
3. Verso un forum italiano dei movimenti per l'acqua
4. Vandana Shiva: La sacralita' del lavoro
5. Claudio Cardelli: Capitini allegro
6. L'indice de "L'ape che tesse" di Valeria Ando'
7. Enrico Peyretti presenta "Non c'e' futuro senza perdono" di Desmond Tutu
8. Campi estivi per la nonviolenza
9. Riletture: Giuliana Di Febo, Rosa Rossi (a cura di), Interpretazioni di
Cervantes
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
11. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. LA MORTE E LE CHIACCHIERE
Dopo il diluvio di sangue il diluvio di ciance. Tutte le burocrazie
affondano il muso nel sangue a cercar di cavarne materia per ottenere
consenso, finanziamenti, carriere, pubblicita', buoni affari. Sulle cataste
dei morti, al terrorismo dei terroristi si aggiunge il vampirismo dei
vampiri, guerrafondai o pacifisti, religiosi o laici, del nord o del sud,
non c'e' gran differenza.
E invece una parola sola e' da dire, un gesto solo e' da fare: scegliere la
nonviolenza, cessare di uccidere. Ovvero iniziare il disarmo qui e adesso,
cessare di rapinare i poveri, accogliere e aiutare tutte le vittime,
cominciare qui e adesso la rivoluzione nonviolenta, della rinuncia
volontaria al privilegio, della sobrieta' conviviale, della poverta' eletta
e condivisa.
Le chiacchiere di tutti i presidenti, i segretari, i tesorieri, gli
autoproclamati rappresentanti di Dio, della patria, della famiglia, del
mondo libero, del proletariato, della rivoluzione, dello stato e del
mercato, della cultura e dell'intelligenza, delle istituzioni e dei
movimenti, del popolo della guerra e del popolo della pace, tutte sbavano,
grondano sangue.
Solo la scelta della nonviolenza si oppone alla guerra, al terrorismo, al
razzismo, al sessismo, allo sfruttamento ecocida e onnicida, al disordine
costituito. Solo la scelta della nonviolenza puo' salvare l'umanita'.

2. DOCUMENTAZIONE. UNA LETTERA AI MUSULMANI E ALLE MUSULMANE CHE VIVONO IN
ITALIA, CONTRO IL TERRORISMO, CONTRO LA GUERRA, CONTRO IL RAZZISMO
[Da vari interlocutori riceviamo la seguente lettera "Ai musulmani e alle
musulmane che vivono in Italia". Per adesioni, nel sito:
www.unponteper.it/lettera]

Cari amici, care amiche,
vi scriviamo, pensiamo, a nome di milioni di persone, di quei milioni di
uomini e donne che nel nostro paese si sono opposti e si oppongono alla
guerra.
Vi scriviamo per offrire la nostra solidarieta' dopo il terribile attentato
di Londra.
Pensiamo che queste bombe colpiscano anche voi.
Vi hanno colpiti perche' tra le vittime delle bombe ci sono cittadini
britannici di religione musulmana.
Vi colpiscono perche' chi le ha messe ha utilizzato, infangandola, la
religione in cui credete.
Vi colpiranno, perche' faranno crescere il razzismo e la xenofobia, anche
tra la gente comune, nel nostro paese.
Siamo scandalizzati che alcuni giornali e commentatori politici continuino a
definire terrorismo "islamico" un'azione che offende l'umanita' che la
vostra religione esprime.
Siamo preoccupati per il fatto che questo attentato viene preso a
giustificazione per continuare le guerre che colpiscono vostri
correligionari, per giustificare la repressione di chi nei vostri paesi si
oppone a governi dispotici.
Vi offrimo la nostra solidarieta', come sempre abbiamo fatto, anche per le
tante vittime delle guerre che attraversano i vostri territori.
Non sono guerre fatte in nostro nome, come le bombe di Londra, sappiamo, non
sono in vostro nome.
Non permettiamo che i signori della guerra e det terrore trascinino il mondo
in quello che loro chiamano "scontro di civilta'". Questo puo' e deve essere
evitato, lo possiamo fare insieme.
Un saluto fraterno dal "popolo della pace".
*
Fabio Alberti (Un ponte per...), Gino Barsella (Sdebitarsi), Giuseppe Beccia
(Unione degli studenti), Gianfranco Benzi (Cgil), Marco Berlinguer
(Transform Italia), Marco Bersani (Attac - Italia), Maurizio Biosa (Forum
del teatro), Raffaela Bolini (Arci), Nadia Cervoni (Donne in Nero), Luigi
Ciotti (Gruppo Abele), Lisa Clark (Beati i costruttori di pace),
Associazione Culturale Punto Rosso, Giorgio Dal Fiume (Ctm - Altromercato),
Cecilia Dall'Olio (Focsiv), Tonio Dall'Olio (Pax Christi), Unione degli
universitari, Nadia Demond (Marcia mondiale delle donne), Gianni Fabris
(Altragricoltura), Tommaso Fattori (Firenze social forum), Nella Ginatempo
(Bastaguerra), Maurizio Gubbiotti (Legambiente), Giuseppe Iuliano (Cisl),
Flavio Lotti (Tavola della pace), Filippo Mannucci (Mani Tese), Giulio
Marcon (Sbilanciamoci), Sergio Marelli (Associazione ong Italiane), Pero
Maria Maestri (Guerre & Pace), Alessandra Mecozzi (Fiom), Alfio Nicotra
(Rifondazione Comunista), Maso Notarianni (Emergency), Luigia Pasi
(Sincobas), Anna Pizzo (Carta), Fabio Protasoni (Acli), Giampiero Rasimelli
(Forum del Terzo Settore), Franco Russo, Raffaele Salinari (Terres des
Hommes), Gabriella Stramaccioni (Libera), Antonio Tricarico (Campagna banche
armate), Riccardo Troisi (Rete di Lilliput), Rosita Viola (Consorzio
italiano di solidarieta').

3. APPELLI. VERSO UN FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L'ACQUA
[Dalla mailing list attac_roma at yahoogroups.com riprendiamo il seguente
appello]

L'acqua e' fonte di vita. Senza acqua non c'e' vita. L'acqua costituisce
pertanto un bene comune dell'umanita', un bene irrinunciabile che appartiene
a tutti.
Il diritto all'acqua e' un diritto inalienabile: dunque l'acqua non puo'
essere di proprieta' di nessuno, ma condivisa equamente da tutti. Il modello
neoliberista ha generato una enorme disuguaglianza nell'accesso all'acqua,
nonche' una sempre maggior scarsita' di quest'ultima a causa di modi di
produzione distruttivi dell'ecosistema.
Le istituzioni economiche, finanziarie e politiche che per decenni hanno
creato il degrado delle risorse naturali e l'impoverimento idrico di
migliaia di comunita' umane oggi dicono che l'acqua e' un bene prezioso e
raro e che solo il suo valore economico puo' regolare e legittimare la sua
distribuzione.
Noi sappiamo che non e' cosi'. Dopo decenni di ubriacatura neoliberista, gli
effetti della messa sul mercato dei servizi pubblici e dell'acqua dimostra
come solo una proprieta' pubblica e una gestione partecipata dalle comunita'
locali possano garantire il diritto e l'accesso all'acqua per tutti e la sua
conservazione per le generazioni future.
In questa battaglia, insieme globale e locale, la consapevolezza delle
popolazioni sulla non mercificazione del bene comune acqua e' ormai
largamente diffusa e non esiste quasi piu' territorio che non sia
attraversato da vertenze per l'acqua.
Le lotte per il riconoscimento e la difesa dell'acqua come bene comune hanno
acquisito in questi anni una rilevanza e una diffusione senza precedenti,
assumendo anche nuovi significati ed approfondimenti. Da una parte, le lotte
contro la privatizzazione dei servizi pubblici, e per una nuova gestione
pubblica e partecipata degli stessi, sono diventate uno degli assi
dell'azione dei movimenti e uno dei nodi del conflitto sociale. Dall'altra,
lo specifico tema dell'acqua ha raggiunto consapevolezza sociale e
diffusione territoriale, aggregando culture ed esperienze differenti e
facendo divenire la battaglia per l'acqua un paradigma di un altro modello
di societa'.
Se per anni, soprattutto grazie all'azione del Comitato per il Contratto
Mondiale dell'Acqua, il concetto di acqua come bene comune ha contribuito a
costruire modelli valoriali e nuove narrazioni dei conflitti in corso, oggi,
grazie al radicamento dei movimenti, l'acqua e' diventata vertenza
territoriale con contenuti di forte radicalita' e capacita' d'azione.
L'esperienza felicemente in corso della campagna per la raccolta di firme in
Toscana in calce ad una legge di iniziativa popolare per la
ripubblicizzazione del servizio idrico; le lotte in Abruzzo che,
dall'opposizione al terzo traforo del Gran Sasso, hanno costruito un
percorso regionale fino alla nascita dell'Alleanza Abruzzese per l'Acqua; la
costituzione del Coordinamento Acqua Pubblica Lazio che ricompone vertenze
sia per impedire le privatizzazioni in corso, sia per rimettere in
discussione quelle gia' avvenute; la lotta dei movimenti contro la svendita
del servizio idrico a Napoli e le decine di vertenze aperte in altrettanti
territori del Paese, dimostrano come sul tema della difesa dell'acqua si sia
sedimentata una nuova cultura e sia scesa in campo una massa critica
sufficiente per consentirci di dire che cambiare si puo'. Qui ed ora.
Con due nuove consapevolezze: la certezza di essere immersi in una battaglia
di dimensione planetaria, che dalle lotte in America Latina, in Africa e in
India chiama i movimenti ad aprire conflitti nel nord del pianeta, laddove
hanno sede le grandi multinazionali dell'acqua; e la maturata consapevolezza
della necessita' che l'insieme delle vertenze territoriali trovino un comune
luogo di confronto e di scambio, e sappiano costruire alcuni obiettivi
comuni a livello nazionale.
Un luogo dentro il quale fare il punto delle esperienze in corso e provare a
lanciare con forza l'obiettivo della ripubblicizzazione dell'acqua a livello
nazionale e della gestione pubblica e partecipata a livello territoriale.
Ecco perche', con questa lettera, ci rivolgiamo a tutti i comitati e a tutte
le reti locali, territoriali e nazionali che in questi anni hanno costruito
le lotte dei movimenti, per proporre la costruzione condivisa e dal basso
del primo forum italiano dei movimenti per l'acqua.
Non pensiamo ad un evento, anche se vogliamo che ne abbia la medesima
evidenza.
Non pensiamo ad un appuntamento fine a se stesso, bensi' ad una tappa di
ricomposizione di quanto prodotto nelle diverse realta' territoriali per
moltiplicarne gli effetti sulla dimensione nazionale.
Pensiamo ad un processo costruito dal basso, dalla forza e dall'autonomia
dei movimenti, che, per approssimazioni successive, sappia costruire
obiettivi politici comuni e capacita' di mobilitazione in grado non solo di
invertire la rotta dei processi di privatizzazione dell'acqua, bensi' di
prefigurare nella concretezza delle esperienze l'alternativa di un altro
modello sociale.
Per questo chiediamo a tutte e tutti di aderire alla presente lettera e di
moltiplicarne la diffusione e l'adesione nelle diverse realta' territoriali
e non.
A tutte e tutti proponiamo un primo Incontro nazionale per costituire nelle
forme e nei modi che assieme decideremo, il Comitato promotore del forum
italiano dei movimenti per l'acqua.
Vediamoci al Camping Le Tamerici di Cecina Mare (LI) sabato 23 luglio,
all'interno dell'XI meeting antirazzista dell'Arci, dalle ore 11,30 alle ore
17.
*
Primi firmatari: Riccardo Petrella, Emilio Molinari (Comitato Italiano per
il Contratto Mondiale dell'Acqua), Paolo Beni (Arci), Marco Bersani (Attac
Italia), Rosario Lembo (Comitato Italiano per il Contratto Mondiale
dell'Acqua), e molti altri.
*
Per adesioni: marcattac at email.it; fattori at alice.it

4. RIFLESSIONE. VANDANA SHIVA: LA SACRALITA' DEL LAVORO
[Dal quotidiano "Liberazione" del 28 gennaio 2005. Vandana Shiva, scienziata
e filosofa indiana, direttrice di importanti istituti di ricerca e docente
nelle istituzioni universitarie delle Nazioni Unite, impegnata non solo come
studiosa ma anche come militante nella difesa dell'ambiente e delle culture
native, e' oggi tra i principali punti di riferimento dei movimenti
ecologisti, femministi, di liberazione dei popoli, di opposizione a modelli
di sviluppo oppressivi e distruttivi, e di denuncia di operazioni e
programmi scientifico-industriali dagli esiti pericolosissimi. Tra le opere
di Vandana Shiva: Sopravvivere allo sviluppo, Isedi, Torino 1990;
Monocolture della mente, Bollati Boringhieri, Torino 1995; Biopirateria,
Cuen, Napoli 1999, 2001; Vacche sacre e mucche pazze, DeriveApprodi, Roma
2001; Terra madre, Utet, Torino 2002 (edizione riveduta di Sopravvivere allo
sviluppo); Il mondo sotto brevetto, Feltrinelli, Milano 2002. Le guerre
dell'acqua, Feltrinelli, Milano 2003]

Il 5 dicembre 2004 mi e' stato conferito il premio Basavashree, quale
riconoscimento per il mio apporto all'umanita' e alla natura attraverso la
ricerca, l'attivismo e i movimenti.
Il premio Basavashree viene attribuito a chi devolve il proprio libero
contributo all'umanita' per la creazione di una societa' egualitaria, ideale
sposato da Basaveswara, un santo del XII secolo dello stato indiano di
Karnataka, che si ribello' contro la tirannia delle discriminazioni di
casta, di credo e di genere.
*
Basaveswara era un santo la cui spiritualita' si fondava su di una riforma
sociale basata sull'uguaglianza di tutti gli esseri umani. Rifiutava la
distinzione tra uomo e uomo e tra uomo e donna al di la' delle diverse
vocazioni e dell'appartenenza a caste e religioni differenti. Al cuore della
sua filosofia spirituale per la giustizia sociale si collocano due
categorie: "Kayaka" (la sacralita' del lavoro) e "Dasoha" (la sacralita'
della donazione e della condivisione).
Secondo Basava, "fare un buon lavoro e' celestiale" e "non puo' esistere
nulla di piu' sacro del lavoro". Strettamente connessa con la sacralita' del
lavoro e' la sacralita' della condivisione. I doni ricevuti dalla societa'
attraverso il lavoro vanno condivisi. L'accaparramento e l'accumulo sono
peccati, secondo la filosofia di Basava. La spiritualita' di Basava offre
dunque un'alternativa sia all'oppressione della religione istituzionalizzata
sotto forma di discriminazione di casta, sia all'oppressione del capitalismo
che svaluta e degrada il lavoro manuale, celebrando e premiando l'accumulo
di capitali. I devoti di Basava provenivano da ogni estrazione sociale,
erano ricchi e poveri, di caste "alte" e "basse", colti e incolti. La
gerarchia di casta e di genere era inaccettabile per Basava.
Tuttavia, Basava ammetteva che era impossibile raggiungere l'uguaglianza
sociale senza l'uguaglianza economica. In tal senso, le categorie Kayaka e
Dasoha erano i due pilastri della giustizia e della democrazia dal punto di
vista economico. Letteralmente, "Kayaka" significa "lavoro manuale", o
comunque svolto con fatica fisica, e racchiude in se' i principi di dignita'
dell'uomo e del lavoro manuale, nonche' il carattere divino del lavoro.
*
Tali principi sono infranti sia dall'antico sistema delle caste, parte
dell'ortodossia religiosa, sia dal nuovo sistema di caste che viene a
crearsi con la globalizzazione capitalista. Le istituzioni finanziarie e le
grandi aziende del mercato globale sono i bramini di oggi. Gli operai di
ogni nazione sono i sudra e i dalit. Chi non lavora, accumula ricchezza. Chi
lavora, diviene invece sempre piu' povero. In India, sedicimila contadini
sono morti nel 2004 perche' un sistema economico globalizzato deprezza il
loro lavoro e crea opportunita' di mercato per l'industria agroalimentare
che vende sementi e fertilizzanti costosi, per poi acquistare i prodotti
dagli agricoltori a basso prezzo. Il commercio globale e' caratterizzato da
prezzi falsati che non riflettono ne' il valore del lavoro, ne' quello delle
risorse. La polarizzazione economica e la devastazione ecologica sono
un'inevitabile conseguenza di un sistema economico basato su prezzi falsati
e sulla svalutazione del lavoro delle persone e dei doni della natura.
Secondo Basaveswara, e' un grave peccato vendere o comprare un articolo a un
prezzo ingiusto. Gli alimenti immessi sul mercato da un'agricoltura
globalizzata e industrializzata sono a basso prezzo perche' non viene
riconosciuto il valore del lavoro degli agricoltori e delle ricchezze
naturali. La globalizzazione, fondata su prezzi ingiusti, e' dunque un
sistema peccaminoso e noi abbiamo il dovere spirituale di creare alternative
eque fondate sulla creativita' di ogni individuo e sul valore intrinseco
dell'espressione creativa di ognuno nel lavoro manuale.
*
La sacralita' del lavoro diviene una forza rivoluzionaria in un periodo in
cui il sistema economico globale si basa sulla fine del lavoro. Attualmente,
la categoria Kayaka puo' creare nuove energie per porre fine alla
disoccupazione e alla disuguaglianza. Tuttavia, come afferma il professor
Basavaraja nel suo libro dal titolo "Basaveswara", "Kayaka" non significa
solo vocazione a guadagnarsi da vivere. E' ovvio che ognuno deve seguire una
vocazione nella propria esistenza: nessuno deve vivere del lavoro degli
altri, comportandosi da parassita. La vocazione seguita da una persona non
deve pero' essere nociva per la societa', ma corrispondere alle esigenze
della societa' stessa. Il rendimento del lavoro non va riservato
esclusivamente per se stessi, ma deve accordarsi con le esigenze della
societa', in base al principio per cui ognuno deve lavorare secondo le
proprie capacita' e ricavare secondo i propri bisogni. Ne consegue che
l'egoismo deve sparire e lasciare spazio a una consapevolezza globale. Il
lavoro svolto con questo assoluto distacco diventera' "Kayaka", cioe' sacro.
La Kayaka rappresenta quindi una categoria sia spirituale, sia di giustizia
sociale, sia ecologica e per uno sviluppo sostenibile. "La ricchezza senza
lavoro" era anche uno dei sette peccati sociali, secondo Gandhi. Stabilire
il principio della sacralita' del lavoro puo' costituire una forza
rivoluzionaria per i nostri tempi, proprio come nove secoli fa, all'epoca di
Basava, per creare una societa' giusta e sostenibile che rafforzi la
dignita' umana e ne espanda il potenziale.
Il diritto-dovere al lavoro creativo infatti non e' solo di natura
economica, e non e' solo un diritto umano: e' soprattutto un dovere di
natura spirituale. Ecco perche' la globalizzazione capitalista, creando
disoccupazione, non indulge soltanto alla disuguaglianza economica, ma anche
a un ordine peccaminoso. L'imperativo spirituale richiede un'economia in cui
ogni mente e ogni mano possano esprimere appieno le loro potenzialita'
creative.
*
Gandhi ha scritto una costituzione economica, basata sull'idea per cui una
societa' giusta e realmente umana non puo' esistere se viene negato il
diritto al lavoro.
Secondo me, la costituzione economica dell'India, cosi' come quella del
resto del mondo, dovrebbe far si' che nessuno soffra per mancanza di cibo o
di vestiario. In altre parole, tutti dovrebbero avere abbastanza lavoro per
vivere degnamente, e questo ideale puo' essere realizzato universalmente
solo se i mezzi di produzione destinati alle necessita' umane fondamentali
rimarranno sotto il controllo delle masse. Questi mezzi dovrebbero essere
disponibili a tutti, cosi' come l'aria e l'acqua, doni di Dio, lo sono o
quantomeno dovrebbero esserlo: non devono rappresentare un mezzo per lo
sfruttamento altrui. Il monopolio dei mezzi di produzione, operato da una
nazione o da un gruppo di persone, deve essere considerato ingiusto. Il
rifiuto di questo principio elementare e' la causa della poverta' a cui
assistiamo oggigiorno, non solo in questa nazione infelice, ma anche in
altre parti del mondo.

5. MEMORIA. CLAUDIO CARDELLI: CAPITINI ALLEGRO
[Dal sito www.nonviolenti.org riprendiamo questo articolo apparso su "Azione
nonviolenta" del gennaio-febbraio 1996.
Claudio Cardelli, prestigioso amico della nonviolenza, gia' collaboratore di
Aldo Capitini, benemerito studioso e divulgatore della riflessione
nonviolenta. Opere di Claudio Cardelli: Nonviolenza e civilta'
contemporanea, D'Anna, Messina-Firenze 1981. Segnaliamo anche le schede su
vari pensatori e correnti di pensiero pubblicate su "Azione nonviolenta"
negli ultimi anni. Cfr. anche il suo contributo in AA. VV., Periferie della
memoria, Anppia-Movimento Nonviolento, Torino-Verona 1999.
Aldo Capitini e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato,
docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la
nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande
pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Opere di Aldo Capitini:
la miglior antologia degli scritti e' (a cura di Giovanni Cacioppo e vari
collaboratori), Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che
contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche' integrale -
ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell'epoca -
bibliografia degli scritti di Capitini); recentemente e' stato ripubblicato
il saggio Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989; una
raccolta di scritti autobiografici, Opposizione e liberazione, Linea
d'ombra, Milano 1991, nuova edizione presso L'ancora del Mediterraneo,
Napoli 2003; e gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996;
segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri,
Edizioni Associate, Roma 1991; e la recentissima antologia degli scritti Le
ragioni della nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004. Presso la redazione di
"Azione nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito:
www.nonviolenti.org) sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi
ed opuscoli di Capitini non piu' reperibili in libreria (tra cui i
fondamentali Elementi di un'esperienza religiosa, 1937, e Il potere di
tutti, 1969). Negli anni '90 e' iniziata la pubblicazione di una edizione di
opere scelte: sono fin qui apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza,
Protagon, Perugia 1992, e un volume di Scritti filosofici e religiosi,
Perugia 1994, seconda edizione ampliata, Fondazione centro studi Aldo
Capitini, Perugia 1998. Opere su Aldo Capitini: oltre alle introduzioni alle
singole sezioni del sopra citato Il messaggio di Aldo Capitini, tra le
pubblicazioni recenti si veda almeno: Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci,
Torino 1988; Clara Cutini (a cura di), Uno schedato politico: Aldo Capitini,
Editoriale Umbra, Perugia 1988; Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni
cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La
pedagogia del nuovo di Aldo Capitini. Tra religione ed etica laica, Clueb,
Bologna 1991; Fondazione "Centro studi Aldo Capitini", Elementi
dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova Italia, Scandicci (Fi)
1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia
intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1998,
2003; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume monografico
de "Il ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante, La realta'
liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia
1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta 2001; Federica
Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini, Cittadella,
Assisi 2004; cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d'Orsi,
Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; per una
bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito
citato; numerosi utilissimi materiali di e su Aldo Capitini sono nel sito
dell'Associazione nazionale amici di Aldo Capitini: www.aldocapitini.it,
altri materiali nel sito www.cosinrete.it; una assai utile mostra e un
altrettanto utile dvd su Aldo Capitini possono essere richiesti scrivendo a
Luciano Capitini: capitps at libero.it, o anche a Lanfranco Mencaroni:
l.mencaroni at libero.it, o anche al Movimento Nonviolento: tel. 0458009803,
e-mail: azionenonviolenta at sis.it]

Di Capitini si ha generalmente un'immagine severa e austera, come si puo'
vedere nelle fotografie, che ne mettono in mostra la fronte spaziosa e lo
sguardo assorto dietro le spesse lenti. Il carattere del filosofo perugino
fu certamente improntato a grande serieta' e dirittura morale, che lo
portarono nel 1933 a rifiutare la tessera del partito fascista ed a perdere
l'impiego di segretario della Scuola Normale di Pisa; tuttavia, nei rapporti
umani, sapeva essere estremamente cordiale, semplice nei modi, pronto al
sorriso e alla battuta umoristica.
Lo incontrai nel settembre 1961, mentre stava organizzando la marcia della
pace, e fui colpito dal suo aspetto gaio e affabile cosi' diverso da quello
di altri professori di Universita', che mi incutevano grande soggezione.
Finita la marcia, mi trattenni a Perugia ancora qualche giorno e maturai la
decisione di restare vicino ad Aldo per aiutarlo nelle sue iniziative. Mi
sistemai da solo nella sede del Cor, che Capitini aveva ereditato da una sua
collaboratrice inglese, Emma Thomas, e vissi a Perugia per un anno.
Dopo il successo della marcia del 24 settembre 1961, Capitini penso' di dare
vita a un vero e proprio "Movimento Nonviolento per la pace" e nell'autunno
del '61 ne presento' le linee programmatiche nello stampato "La marcia
Perugia-Assisi e dopo". La nascita del Movimento Nonviolento fu annunciata
pubblicamente da un manifesto, che venne affisso a Perugia e nelle citta'
della provincia. Il manifesto, in data 10 gennaio 1962, presentava il
seguente testo: "Dopo la marcia della pace per la fratellanza dei popoli che
si e' svolta da Perugia ad Assisi domenica 24 settembre, si e' costituito il
Movimento Nonviolento per la pace, al quale aderiscono pacifisti integrali,
che rifiutano in ogni caso la guerra, la distruzione degli avversari,
l'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica. Il
Movimento prende iniziative per la difesa e lo sviluppo della pace e
promuove la formazione di centri in ogni luogo".
*
Al Cor (Centro di orientamento religioso e sede del Movimento), dove si
lavorava allo stesso tavolo, Aldo svolgeva anche le attivita' piu' modeste:
scrivere indirizzi, attaccare francobolli; il lavoro in comune lo rendeva
allegro e a volte raccontava qualche storiella divertente, come quella di
San Giuseppe: Un professore di storia dell'arte stava illustrando la
Nativita' ai suoi scolari, che a un tratto gli domandarono come mai San
Giuseppe e' spesso rappresentato in disparte, mogio mogio, quasi
imbronciato. "Come, non lo sapete? - rispose il professore- E' una
circostanza nota a tutti: avrebbe preferito una bimba!".
Era giunta da Egna (Bolzano) la lettera sconclusionata di un esperantista,
il quale esponeva un suo piano di pace universale; a me sembrava che si
potesse tranquillamente cestinare, ma Aldo con fermezza, uno dei tratti del
suo carattere, mi fece notare che bisognava rispondere a tutti.
Quando si trovava a Perugia (in quel periodo la sua cattedra di pedagogia
era a Cagliari) amava passeggiare di pomeriggio nelle campagne che
circondavano la citta'; scendendo da via dei Filosofi mostrava nell'andatura
piu' impeto di me che ero ventenne. A volte si arrestava, guardando gli
ulivi: ne osservava i vecchi tronchi corrosi dalle intemperie e dagli anni.
Tutte le mattine gli portavo la posta e i giornali, salendo al suo
appartamento al Villaggio Santa Livia. Aldo mi attendeva nello studio di
solito scrivendo: l'ampia vetrata dava sull'orizzonte umbro. Se c'era il
sole, uscivamo a passeggiare sulla terrazza; Aldo metteva un berretto con la
visiera per proteggere il capo.
C'era anche la cognata, una donna anziana e vestita di nero, che gli faceva
da governante; essendo malferma sulle gambe, usciva poco. Cosi', quando ero
invitato alla loro tavola, facevo un po' di spesa: il parmigiano, le
lenticchie, la mozzarella. Aldo non mangiava carne, in compenso beveva un
goccio di vino e consumava molta verdura. Anche il riso per i passeri
comperavo: Aldo lo spargeva sulla terrazza e guardava con gioia gli
uccellini saltellare, beccando i chicchi.
In quel periodo acquisto' un televisore: gli piacevano le commedie
goldoniane, interpretate da Cesco Baseggio, e quelle di Eduardo.
Raramente si andava insieme al cinema: gli fece grande impressione Salvatore
Giuliano di Rosi e citava spesso, con ammirazione, L'arpa birmana, che
l'aveva commosso profondamente, essendo incentrato sul culto dei defunti.
Aldo affermava che era possibile superare la morte nella "compresenza dei
morti e dei viventi", una realta' che ci comprende tutti e ci aiuta nella
creazione dei valori spirituali.
Era convinto che "la societa' attuale e' sbagliata, soprattutto perche' e'
fondata sull'io, e non e' fondata su tutti. Cioe': ognuno cerca di vivere
meglio che puo', di lavorare, di tenere i frutti del proprio lavoro, e di
utilizzare tutto il resto a questo scopo. Se poi c'e' da pensare ad altre
persone, da soccorrerle, questo viene dopo, e' secondario. Qui e' proprio da
fare la rivoluzione, per porre il buon fondamento religioso e sociale"
(Rivoluzione aperta, cap. VIII).
Aveva capito la malattia dell'individualismo e non si e' mai stancato di
predicare la necessita' dell'incontro, del dialogo, della collaborazione
attiva fra tutti gli uomini.
"Non molto lontano dai settant'anni, e in un momento in cui meno che in ogni
altro posso prevedere se potro' anche nell'ultimo terzo del secolo dare un
contributo, questa visione religioso-sociale di tutti mi eleva. Ho insistito
per decenni ad imparare e a dire che la molteplicita' di tutti gli esseri si
poteva pensare come avente una parte interna unitaria di tutti, come un
nuovo tempo e un nuovo spazio, una somma di possibilita' per tutti i
singoli, anche i colpiti e annullati nella molteplicita' naturale, visibile,
sociologica. Questa unita' o parte interna di tutti, la loro possibilita'
infinita, la loro novita' pura, il loro 'puro dopo' la finitezza e tante
angustie, l'ho chiamata la compresenza". (Scritti sulla nonviolenza, p. 15).
*
Lasciai Perugia nel settembre del 1962, ed a me subentro' nel lavoro Pietro
Pinna; ma quell'anno trascorso vicino a Capitini ha segnato profondamente la
mia vita, tanto da costituirne l'esperienza piu' rilevante. Oggi cerco
faticosamente di seguire l'insegnamento e l'esempio di Aldo e mi sento
incoraggiato dalla sua immagine serena e sorridente. Un uomo come Capitini
ci aiuta ancora e ci fa sentire tutto il valore dell'ideale nonviolento.
Direi che dopo la sua morte (1968) si e' avvertita ancora di piu'
l'importanza della nonviolenza: al dilagare nel mondo della violenza deve
rispondere una forza piu' grande, la fede nell'incontro e nell'amore fra
tutti gli esseri.

6. LIBRI. L'INDICE DE "L'APE CHE TESSE" DI VALERIA ANDO'
[Ringraziamo Valeria Ando' (per contatti: andov at tele2.it) per averci messo a
disposizione l'ndice del suo recente libro L'ape che tesse, Carocci, Roma
2005. Valeria Ando', docente di Cultura greca all'Universita' di Palermo, e'
tra le promotrici ed animatrici presso quell'ateneo di un gruppo di
riflessione e di pratica di nonviolenza di genere; direttrice del Cisap
(Centro interdipartimentale di ricerche sulle forme di produzione e di
trasmissione del sapere nelle societa' antiche e moderne), autrice di molti
saggi, ha tra l'altro curato l'edizione di Ippocrate, Natura della donna,
Rizzoli, Milano 2000. Opere di Valeria Ando': (a cura di), Saperi bocciati.
Riforma dell'istruzione, discipline e senso degli studi, Carocci, Roma 2002;
con Andrea Cozzo (a cura di), Pensare all'antica. A chi servono i filosofi?,
Carocci, Roma 2002; L'ape che tesse. Saperi femminili nella Grecia antica,
Carocci, Roma 2005]

I fili del mio discorso
*
I. Il telaio e il fuso
La guerra, la lana
Andromaca, Penelope e le altre
La strategia del ragno
Filare e tessere la vita
... E poi le metafore maschili
*
II. Saperi femminili in un mondo alla rovescia: le donne in Lisistrata e
nelle Ecclesiazuse
Il privato nel pubblico: Lisistrata
Il privato e' il pubblico: Le donne allíassemblea
*
III. Il paradeigma della tessitura nel Politico di Platone
*
IV. Le maestre di Socrate
Fenarete
Diotima
Aspasia
*
V. La tessitura dei favi ovvero lavori femminili e insegnamento maschile.
Una lettura dell'Economico di Senofonte
Il magistero maritale tra etica ed oikonomia
Contenuti dell'insegnamento: una questione di arche'
Modalita' di insegnamento:
- Dialeghesthai?
- Narrare la dynamis, tra il dio, la physis e il nomos
- Mostrare/dimostrare, prescrivere
- Dialeghesthai vs dialeghesthai
*
VI. La seduzione erotica: un sapere/potere femminile
La tela. l'amore
Gli erga gamoio di Afrodite
Dalla dea alle donne
Uomini contro
*
VII. La passione della materia: per una lettura del femminile in Aristotele
Questioni di metodo
La differenza femminile nella riflessione etico-politica
La biologia della maternita'
La passione della materia
*
La tessitura continua...
*
Riferimenti bibliografici
Indice dei luoghi citati
Indice degli autori moderni

7. LIBRI. ENRICO PEYRETTI PRESENTA "NON C'E' FUTURO SENZA PERDONO" DI
DESMOND TUTU
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per averci
messo a disposizione questa sua recensione del libro di Desmond Tutu, Non
c'e' futuro senza perdono, Feltrinelli, Milano 2001, sull'esperienza della
Commissione Verita' e Riconciliazione in Sudafrica; recensione pubblicato in
"Servitium", n. 137, settembre-ottobre 2001, fascicolo monografico su "Il
perdono dei peccati" (per richieste: s.egidio at servitium.it).
Enrico Peyretti e' uno dei principali collaboratori di questo foglio, ed uno
dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di
nonviolenza. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non uccidere",
Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il Monte 1998;
La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la guerra, Beppe
Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei Gabrielli, Negarine
(Verona) 2005; e' disponibile nella rete telematica la sua fondamentale
ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia storica delle lotte
nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente edizione a stampa e' in
appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza, Plus,
Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha curato la traduzione italiana), e
una recente edizione aggiornata e' nei nn. 791-792 di questo notiziario;
vari suoi interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org
e alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una
piu' ampia bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n.
731 del 15 novembre 2003 di questo notiziario.
Desmond Tutu, vescovo anglicano, nato nel 1931, dal 1978 segretario generale
del Consiglio sudafricano delle Chiese, premio Nobel per la pace nel 1984,
voce della lotta contro l'apartheid. Dopo la vittoria della democrazia a lui
e' stata affidata la presidenza della Commissione per la verita' e la
riconciliazione. Opere di Desmond Tutu: in italiano cfr. Anch'io ho il
diritto di esistere, Queriniana, Brescia 1985; Non c'e' futuro senza
perdono, Feltrinelli, Milano 2001; Anche Dio ha un sogno, L'ancora del
Mediterraneo, Napoli 2004. Specificamente sull'esperienza della Commissione
per la verita' e la riconciliazione presieduta da Desmond Tutu cfr. anche
Marcello Flores (a cura di), Verita' senza vendetta, Manifestolibri, Roma
1999 (raccolta di materiali della commissione, con un'ampia introduzione del
curatore); Antonello Nociti, Guarire dall'odio, Angeli, Milano 2000; Danilo
Franchi, Laura Miani, La verita' non ha colore, Comedit, Milano 2002, 2003]

"Esistono abissi di depravazione in cui tutti possiamo sprofondare... ognuno
di noi possiede in alto grado la capacita' di compiere il male... non c'e'
spazio per compiacersi di se stessi o per puntare il dito con arroganza...
Per fortuna, c'era anche un'altra parte... quella in cui si rivelava la
grande generosita' d'animo, la straordinaria magnanimita' nel perdonare, di
coloro che per le sofferenze patite avrebbero avuto ogni diritto di essere
ostili verso i loro persecutori" (pp. 110-111).
"Durante la mia esperienza nella Commissione, mi sono sentito ricolmare
dall'esaltante sensazione che l'umanita' e' capace di bene" (p. 190). "Le
persone 'comuni' sono capaci di cose straordinarie" (p. 116, 119). "L'amore
e' piu' forte dell'odio" (p. 69).
Il vescovo anglicano Desmond Tutu, premio Nobel per la pace 1984, che ha
presieduto la Commissione per la Verita' e la Riconciliazione in Sudafrica
(Truth and Reconciliation Commission, Trc), dopo la fine dell'apartheid nel
1994, scrive queste riflessioni nel libro Non c'e' futuro senza perdono
(Feltrinelli, Milano 2001).
"L'apartheid era riuscito a disumanizzare tanto i suoi difensori quanto le
sue vittime" (p. 22). "Quando si disumanizza una persona infliggendole danno
e sofferenza, inevitabilmente si disumanizza se stessi" (p. 80-81).
Il concetto morale centrale che ha guidato i lavori della Commissione, e che
Tutu mette in rilievo, e' il concetto africano tradizionale di ubuntu. Esso
"riguarda l'intima essenza dell'uomo". La persona che ha ubuntu "e'
generosa, accogliente, benevola, sollecita, compassionevole, condivide
quello che ha... ha una giusta stima di se' che le deriva dalla coscienza di
appartenere a un insieme piu' vasto, e quindi si sente sminuita quando gli
altri vengono sminuiti o umiliati" (p. 32), perche' "una persona e' una
persona attraverso altre persone" (p. 33). Su questo "universo morale" (p.
70, 148, 187) che tutti ci accomuna, Tutu vede fondata l'esperienza sociale
di perdono vissuta dal suo popolo, pur con limiti e problemi (egli parla di
insuccesso della Trc con la popolazione bianca, p. 173, e di reticenza
dell'esercito, p. 176-177).
Si e' trattato di un "processo di amnistia" (p. 24), non di amnesia (anche
se le due parole hanno la stessa radice), e di una amnistia non
generalizzata, come quella italiana nel 1946, ma personale: i colpevoli
anche dei peggiori crimini contro i diritti umani e la dignita' delle
persone hanno avuto "la liberta' in cambio della verita'" (p. 49), cioe' a
condizione della confessione piena del loro delitto, purche' commesso per
motivi politici. Le confessioni complete sono state tante. La legge
istitutiva della Trc non richiedeva il pentimento, a scanso di ipocrisie, ma
le udienze favorivano la domanda di perdono da parte dell'offensore e la
concessione da parte delle vittime, quindi la riconciliazione tra le parti,
per costruire la riconciliazione nazionale. L'amnistia era quindi un perdono
sociale e giuridico, non necessariamente morale, ma questo poteva venire
dall'incontro nella verita' tra colpevole e vittima. Ne' l'amnistia dava
l'impunita', perche' procurava l'umiliazione e la riprovazione pubblica
(cfr. pp. 42-43).
L'offeso che perdona ricorda all'offensore la sua colpa, lo accusa. Da cio'
la negazione della memoria, il rifiuto di ricordare (p. 199, 200), che Tutu
constata in alcuni dei colpevoli di oppressione razzista in Sudafrica, ma
che tutti conosciamo nel "negazionismo" relativo a grandi delitti storici.
A bilanciare l'amnistia c'era l'obbligo della riparazione, almeno morale. Un
risarcimento materiale alle vittime e' riuscito molto piu' lento, ridotto e
tardivo. Ma la prima esigenza delle vittime, o dei loro familiari, era la
possibilita' di parlare, di essere finalmente ascoltati in pubblico (le
udienze erano trasmesse in televisione), di riavere il rispetto e la
dignita' calpestati nei loro corpi e nelle loro anime (pp. 49-54, 134, 171,
174, 203). La riparazione della memoria e della verita' e' la principale
riparazione del danno, anche se comporta nuovo dolore per chi ha sofferto:
"La verita' ferisce ma il silenzio uccide" (p. 84).
Colpevoli erano tanto poliziotti, militari, politici a servizio del sistema
segregazionista, quanto lottatori per la liberazione, che, dopo la rinuncia
alla nonviolenza, nel 1960 (p. 82), caddero nella "tragedia di diventare
come quelli che piu' odiavano" (p. 105), commettendo anch'essi dei crimini.
Questa osservazione - rifletto mentre scrivo - vale purtroppo oggi (giugno
2001) per entrambe le parti (sebbene di forza diseguale) del conflitto
israelo-palestinese (cfr. analogie a p. 118, 142, 198), come per tante altre
lotte con fini giusti ma mezzi ingiusti.
Nella situazione fragile della nuova democrazia sudafricana, la giustizia
non poteva essere punitiva, non poteva retribuire male con male. Il
Sudafrica ebbe cosi' l'occasione di ritrovare una giustizia superiore,
restaurativa o ricostruttiva. "Nello spirito dell'ubuntu, fare giustizia
significa innanzitutto risanare le ferite, correggere gli squilibri,
ricucire le fratture dei rapporti, cercare di riabilitare tanto le vittime
quanto i criminali, ai quali va data l'opportunita' di reintegrarsi nella
comunita' che il loro crimine ha offeso" (p. 46). "Fare giustizia non
significa punire bensi' risanare" (pp. 119-120). Questa idea di giustizia
come cura e guarigione delle ferite ritorna molte volte nel libro (p. 149,
152, 161, 167, 119-20). Nel concludere la riflessione sulla esperienza,
nella Trc, del "cercare di risanare un popolo traumatizzato e ferito" (p.
212), Tutu dice che i membri della Commissione hanno fatto un buon lavoro
"per il fatto di avere assunto su di noi una parte del dolore" e per essere
stati dei "guaritori feriti" (p. 213).
Quello della Trc, dice il vescovo Tutu, e' stato "un compito profondamente
spirituale" (p. 64, ma anche 55-70). Momenti di preghiera e di riflessione
silenziosa, personali ma anche comuni, hanno avuto luogo nelle riunioni
della Commissione, specialmente quando piu' intense e strazianti si facevano
le rievocazioni (p. 89, 152). Le scelte del presidente nel dirigere la
Commissione sono state guidate dalla "teologia", come dice Tutu  (p. 67-70),
cioe' da un chiaro pensiero cristiano: "Un atto diabolico non significa che
sia un diavolo colui che lo compie" (p. 67).
Il regime segregazionista e' definito "pigmentocrazia", cioe' fondato sul
colore della pelle (p. 71), e  "sicurocrazia" (p. 177), perche', come in
vari paesi latinoamericani, il pretesto del "pericolo comunista"
giustificava con l'ideologia della sicurezza (p. 136) l'oppressione
peggiore. L'orrendo armamentario era il solito: sequestri, torture,
avvelenamenti, sparizioni, spionaggi, calunnie, omicidi di stato. Anche le
chiese praticavano facilmente la separazione razziale, e una di esse la
giustificava teologicamente (p. 140), ma furono "in generale molto piu'
pronte, rispetto ad altre istituzioni, a confessare le proprie
manchevolezze" (p. 167, 204-205).
"Ricucire la nazione avviando un processo di riconciliazione" era lo scopo
necessario. Ma il compito della Trc era di promuovere, e non di raggiungere
quel grande obiettivo (p. 124). Nell'avviare questa impresa -  riconosce
Tutu -  grande parte ha avuto Nelson Mandela "con la sua fede appassionata
nel perdono e nella riconciliazione" (p. 140). E grande parte hanno avuto le
donne, con "le loro straordinarie doti di flessibilita' e di coraggio".
Esse, quando venivano a testimoniare, "raccontavano quasi sempre di fatti
successi a qualcun altro; mentre quando erano gli uomini a testimoniare
parlavano quasi invariabilmente di fatti accaduti a loro stessi" (p. 172).
Sono molto interessanti le osservazioni di Tutu sulla tesi sostenuta da
Simon Wiesenthal, che i vivi "non possono perdonare al posto di coloro che
in passato hanno sofferto e non sono piu' al mondo". Tutu ritiene invece,
anzitutto riguardo alle chiese, che "implicherebbe una visione stranamente
atomistica della natura di una comunita' non prendere atto che vi e'
realmente continuita' tra il passato e il presente, e che coloro che vi
hanno appartenuto in passato condividono la vergogna e la colpa, ma anche la
lode e l'assoluzione, del presente"... "Il vero perdono investe anche il
passato, tutto il passato, per rendere possibile il futuro. Non possiamo
continuare a macinare rancore anche per altri, che non possono esprimersi di
persona. Dobbiamo accettare che quello che facciamo lo facciamo per le
generazioni passate, presenti e future. E' questo che fa di un popolo un
popolo e di una comunita' una comunita', nel bene nel male" (203-207).
A Marietta Jaeger un uomo rapi' ed uccise la figlia Susie, di sette anni.
Nei primi momenti, la donna avrebbe ucciso quell'uomo con le sue mani. Poi
si convinse che la scelta migliore e piu' sana fosse quella di perdonare.
"Coloro che non trascendono il desiderio di vendetta forniscono al criminale
un'altra vittima: inaspriti, tormentati, resi schiavi del passato, finiscono
per mortificare la propria vita... La nostra incapacita' di perdonare e'
certamente fonte di rovina... Io credo che l'unico modo per ritrovare
l'interezza, la salute, la felicita' sia quello di perdonare" (pp. 119-120).
*
Postilla
Mi limito a segnalare qui altre importanti pubblicazioni sulla Trc: Johan
Galtung, After the Violence: Truth and Reconciliation? South Africa, Latin
America: Reflections on a New Jurisprudence, in "L'Ateneo, Notiziario
dell'Universita' di Torino", Anno XIV, n. 5, novembre-dicembre 1998, pp.
17-22; Marcello Flores (a cura di), Verita' senza vendetta. L'esperienza
della Commissione sudafricana per la verita' e la riconciliazione,
manifestolibri, Roma 1999; Antonello Nociti, Guarire dall'odio, Franco
Angeli, Milano 2000; Danilo Franchi, Laura Milani, La verita' non ha colore,
Edizioni Comedit 2000, Milano 2002. Sul tema e' uscito un mio articolo, Una
giustizia ricostruttiva, in "Minorigiustizia", rivista promossa
dall'Associazione Italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia,
n. 1-2, 2002, pp. 214-222 (per richieste: minorigi at pinerolo.alpcom.it).

8. INIZIATIVE. CAMPI ESTIVI PER LA NONVIOLENZA
[Da Piercarlo Racca (per contatti: piercarlo.racca at fastwebnet.it) riceviamo
e volentieri diffondiamo]

Il Movimento internazionale della riconciliazione (in sigla: Mir) e il
Movimento Nonviolento del Piemonte e della Valle d'Aosta, in collaborazione
con altri gruppi e comunita' organizzano ogni estate alcuni campi con lo
scopo di diffondere la nonviolenza.
I campi estivi sono una occasione per un momento di formazione, condivisione
e convivialita'.
In genere la giornata indicativamente prevede:
- mattino: lavoro manuale;
- pomeriggio: incontri e riflessioni inerenti il tema del campo;
- sera: giochi, canti, danze e chiacchiere insieme.
Attualmente nei campi proposti ci sono ancora molti posti disponibili per
cui invitiamo a partecipare prendendo contatto con il coordinatore del
campo.
Il costo di ogni campo e' di 85 euro piu' 35 euro di iscrizione per un
totale di 120 euro tutto compreso per una settimana di esperienza
comunitaria.
*
Campi con posti disponibili
- Casteldelfino (Cn), Baita Paiei, tema: Ospitalita' e incontro con l'altro.
Coordinatore Sergio Solinas, tel. 0239218797, 0240091050. Periodo: 24 - 31
luglio.
- Arnasco (Sv), cooperativa olivicola, tema: Nuove pietre per antichi
oliveti. Coordinatore Beppe Marasso, tel. 017367634, 011253740, e-mail:
maradoglio at libero.it Periodo: 24 - 31 luglio.
- Olgiate Molgara (Lecco), tema: Sudafrica, laboratori di riconciliazione,
loro e noi. Coordinatore Lucia Anna Fridegotto, tel. 0399907220, e-mail:
luciani.2 at virgilio.it Periodo: 31 luglio - 7 agosto.
- Albugnano (At), tema: Cantiamo la pace. Coordinatori: Raffaella Cignarale,
tel. 3289774278, Carlotta Barbero, tel. 015 2520770, e-mail:
lottie10 at libero.it Periodo: 31 luglio - 7 agosto.
- Gricigliana (Prato), tema: Dal mito della guerra all'azione sociale per la
pace. Coordinatore: Associazione venti di terra, tel. 328 8755708, e-mail:
ventiditerra at associazioni.prato.it Periodo : 31 luglio - 7 agosto.
- S. Martino di Busca (Cn), tema Il potere dei senza potere. Coordinatore:
Claudio Magri, tel. 024451249, e-mail: c.magri at tiscali.it Periodo: 7 - 14
agosto.
- Albiano d'Ivrea (To), tema: Giocando s'impara. Coordinatori: Maurizio
Rossetto, tel. 015591503, e-mail: rossettoma at email.it, Ezio Bongiovanni,
tel. 0161857661, e-mail: bonjovi59 at libero.it Periodo: 7 - 14 agosto.
- Vigna di Pesio (Cn), tema: Le infinite porte. Coordinatori: Marta
Minacapelli, tel. 015591503, e-mail: martilla72 at aliceposta.it, Alessia
Salmeri, tel. 3470079917, e-mail: asalmeri at yahoo.it Periodo: 14 - 21 agosto
- Vigna di Pesio (Cn), tema: Il rovescio del diritto. Coordinatore: Giovanni
Ciavarella, tel. 3477938539, e-mail: giovanni.ciavarella at sanpaoloimi.com
Periodo : 28 agosto - 4 settembre
*
Una descrizione piu' dettagliata dei campi estivi si puo' trovare nel sito
www.cssr-pas.org nella sezione Mir-Mn. Il Movimento Internazionale della
Riconciliazione e il Movimento Nonviolento del Piemonte hanno sede in via
Garibaldi 13, 10122 Torino, tel. 011532824.

9. RILETTURE. GIULIANA DI FEBO, ROSA ROSSI (A CURA DI): INTERPRETAZIONI DI
CERVANTES
Giuliana Di Febo, Rosa Rossi (a cura di), Interpretazioni di Cervantes,
Savelli, Roma 1976, pp. 208. Da Hegel a Guevara, una bella antologia di
letture cervantine.

10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

11. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 992 del 15 luglio 2005

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