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La nonviolenza e' in cammino. 993



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 993 del 16 luglio 2005

Sommario di questo numero:
1. Eduardo Galeano: Motti, morti
2. Brunetto Salvarani: La fondante dimensione dialogica
3. Hamza Roberto Piccardo: Noi musulmani impegnati contro ogni terrorismo,
per la pace, la giustizia, la sicurezza in Europa e nel mondo
4. Abolire i Cpt, ripristinare lo stato di diritto
5. Eve Ensler: Una lettera all'America
6. Il tempo e' scaduto
7. Rosetta Stella presenta "Donne e Chiesa tra mistica e istituzioni" di
Romana Guarnieri
8. Marguerite Sand ricorda Claude Simon
9. Maria Antonietta Saracino ricorda Arthur Maimane
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
11. Per saperne di piu'

1. RIFLESSIONE. EDUARDO GALEANO: MOTTI, MORTI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 13 luglio 2005. Eduardo Galeano e' nato
nel 1940 a Montevideo (Uruguay); giornalista e scrittore, nel 1973 in
seguito al colpo di stato militare e' stato imprigionato e poi espulso dal
suo paese; ha vissuto lungamente in esilio fino alla caduta della dittatura.
Dotato di una scrittura nitida, pungente, vivacissima, e' un intellettuale
fortemente impegnato nella lotta per i diritti umani e dei popoli. Tra le
sue opere, fondamentali sono: Le vene aperte dell'America Latina,
recentemente ripubblicato da Sperling & Kupfer, Milano; Memoria del fuoco,
Sansoni, Firenze; il recente A testa in giu', Sperling & Kupfer, Milano. Tra
gli altri suoi libri editi in italiano: Guatemala, una rivoluzione in lingua
maya, Laterza, Bari; Voci da un mondo in rivolta, Dedalo, Bari; La conquista
che non scopri' l'America, Manifestolibri, Roma; Las palabras andantes,
Mondadori, Milano]

"New York, Madrid, Londra: il terrorismo attacca di nuovo".
Questo e' stato il titolo principale di molti giornali del mondo,
nell'edizione che ha informato sulle esplosioni che hanno scosso la capitale
britannica. Coincidenza rivelatrice: non una riga sull'Afghanistan o
sull'Iraq.
I bombardamenti contro l'Afghanistan e contro l'Iraq non sono - e non
continuano a essere - attentati terroristici, che nel caso dell'Iraq si
ripetono un giorno dopo l'altro? Non e' sempre, o quasi sempre, la classe
lavoratrice a metterci i morti negli attentati e nelle guerre? Non meritano,
le vittime di ogni espressione del disprezzo per la vita umana, lo stesso
rispetto e la stessa compassione?
Per non saper leggere ne' scrivere, non meno di tremila contadini sono stati
fatti a pezzi dalle bombe che cercavano, senza incontrarlo, Bin Laden in
terra afghana. E non meno di venticinquemila civili, molti dei quali donne e
bambini, sono stati fatti a pezzi dalle bombe che cercavano, senza trovarle,
le armi di distruzione di massa in Iraq, nonche' per il bagno di sangue che
l'occupazione straniera del paese continua a creare.
Se fosse stato l'Iraq a invadere gli Stati Uniti, un'anomalia cui nessuno
pensa, in proporzione le vittime civili ammonterebbero a trecentomila
nordamericani. I tuoni di un simile orrore avrebbero risuonato nei secoli.
Invece, essendo i morti iracheni essi si sono trasformati rapidamente in un
fatto normale.
*
Nel 1776 la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti affermo' che
tutti gli uomini nascono uguali, tuttavia pochi anni dopo la prima
costituzione chiari' il concetto: essa stabili' che nel censimento della
popolazione ciascun nero equivaleva a tre quinti di una persona. Quante
parti o pezzetti di persona vale oggi un iracheno?
"Alcuni sono piu' uguali di altri", cosi' si dice.
*
E dicono: "verranno altri che ti faranno del bene". Il terrore di stato,
fecondo padre di tutti i terrorismi, trova alibi perfetti nei terrorismi che
genera. Sparge lacrime di coccodrillo ogniqualvolta la merda colpisce il
ventilatore e finge innocenza di fronte alle conseguenze delle proprie
azioni. Pero' non devono rammaricarsi i signori del mondo: le atrocita' che
commettono i fanatici e i pazzi, offrono loro le giustificazioni e regalano
l'impunita'.
*
"Le bugie hanno le gambe corte".
E' chiaro a tutti: le bugie hanno gambe lunghissime. Tanto lunghe che
corrono a una velocita' molto superiore alle smentite degli stessi bugiardi.
Dopo aver urlato ai quattro venti che l'Iraq era un pericolo per l'umanita'
Bush e Blair ammisero pubblicamente che il paese che avevano invaso e
annientato non possedeva armi di distruzione di massa. Nelle successive
elezioni negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna il popolo li ricompenso'
rieleggendoli.
*
"Il crimine non paga".
Ora i proverbi non sanno cio' che dicono. Il mondo spende nientemeno che
2.200 milioni di dollari al giorno - si' al giorno - nell'industria
militare, industria della morte, e giorno dopo giorno la cifra sale e sale.
Le guerre abbisognano di armi, le armi abbisognano di guerre e le guarre
abbisognano di nemici.
Non c'e' commercio piu' profittevole che l'assassinio praticato su scala
industriale. La sua industria derivata, l'industria della paura, consacrata
alla fabbricazione di nemici, e' oggi come oggi la fonte principale di
guadagno delle imprese dedite all'intrattenimento e alla comunicazione. A
Hollywood non c'e' piu' un film senza esplosioni, e i suoi sceneggiatori
aggiungono paura alla paura: e se fosse poco il panico sulla terra,
aggiungono minacce terroristiche importandole da altri pianeti.
L'industria militare ha bisogno di produrre paura per giustificare la sua
esistenza. Un circuito perverso: il mondo diventa un mattatoio che diventa
un manicomio che diventa un mattatoio che... L'iraq, paese bombardato,
occupato, umiliato, e' la scuola del crimine piu' attiva dei giorni nostri.
I suoi invasori, che si definoscono liberatori, hanno montato la' il piu'
prolifico vivaio di terroristi, che si alimenta con lo scoramento e con la
disperazione.
*
"Dio aiuta chi si alza presto".
Si alza presto chi dirige la guerra? Si alzano presto i banchieri di
successo? In realta', il proverbio esorta gli umili lavoratori ad alzarsi
presto, e proviene dai tempi in cui lavorare rendeva.
Ma nel mondo di oggi, il lavoro conta meno della spazzatura. Dei due motori
del sistema universale di potere, questo sistema che ai tempi della mia
infanzia si chiamava capitalismo, uno solo funziona. Lo stimolo della
cupidigia e' scomparso, almeno per i lavoratori. Ormai piu' nessuno ha la
minima speranza di diventare ricco lavorando. Adesso i due motori sono la
paura e la paura: paura di perdere l'impiego, paura di non trovare
l'impiego, paura della fame, paura dell'abbandono.
I sindacati difendevano i lavoratori, in tempi che adesso sembrano
preistorici. Le multinazionali piu' famose, Walmart e Mc Donald's, negano
senza dissimulare minimamente il diritto operaio all'associazione e gettano
per strada chiunque commetta l'audacia di tentare di farlo. Agli organismi
internazionali che vigilano per i diritti umani, questa scandalosa
violazione non li muove di un capello; gli esempi si moltiplicano.
L'indifferenza ai sindacati, o la loro semplice proibizione, inizia a essere
normale. Il sindacalismo, frutto di due secoli di lotte operaie, e' in crisi
in tutto il mondo, come sono in crisi tutti gli strumenti di difesa
collettiva e pacifica della gente che vive del proprio lavoro, e che ora -
ciascuno abbandonato a se stesso - sopravvive costretta ad accettare, si' o
si', quello che gli imprenditori esigono: il doppio delle ore in cambio
della meta' del salario. I sindacati, indeboliti, perseguitati, possono
aiutare ben poco, e dio sembra essere impegnato in altre cose. Il presidente
Bush ha bisogno di lui notte e giorno: il suo progetto di conquista del
pianeta e' una missione divina, e dio guida ogni suo passo. Come comunicano?
Via e-mail, via fax, per telefono o con la telepatia? Segreto di stato.
*
"Le armi le ricarica il diavolo".
Questo modo di dire non si fraintende. Dio non puo' essere tanto fottuto.
Dev'essere il diavolo che carica le armi, o almeno le armi di distruzione di
massa, quelle vere, quelle che l'Iraq non aveva, le stesse che stanno
distruggendo il mondo: i bombardamenti pieni di falsita' eseguiti dalle
fabbriche dell'opinione pubblica; le armi chimiche della societa' del
consumo, che rendono folle il clima e imputridiscono l'aria; i gas velenosi
delle fabbriche della paura, che ci obbligano ad accettare l'inaccettabile e
trasformano l'indegnita' in fatalita' del destino; la letale impunita' dei
serial killer elevata alla categoria dei capi di stato; e l'arma a doppio
taglio delle grandi potenze che moltiplicano, ogni volta, poverta' e
discorsi contro la poverta', che nello stesso tempo vendono mine antiuomo e
gambe di legno e che gettano missili dal cielo e contratti di ricostruzione
sugli stessi paesi che annientano.

2. RIFLESSIONE. BRUNETTO SALVARANI: LA FONDANTE DIMENSIONE DIALOGICA
[Ringraziamo Brunetto Salvarani (per contatti: brunetto at carpinet.biz) per
averci messo a disposizione questo suo articolo apparso sul quotidiano
"Avvenire" del 14 luglio 2005. Brunetto Salvarani, teologo ed educatore, da
tempo si occupa di dialogo ecumenico e interreligioso, avendo fondato nel
1985 la rivista di studi ebraico-cristiani "Qol"; ha diretto dal 1987 al
1995 il Centro studi religiosi della Fondazione San Carlo di Modena;
saggista, scrittore e giornalista pubblicista, collabora con varie testate e
fa parte del Comitato "Bibbia cultura scuola", che si propone di favorire la
presenza del testo sacro alla tradizione ebraico-cristiana nel curriculum
delle nostre istituzioni scolastiche; e' direttore della "Fondazione ex
campo Fossoli", vicepresidente dell'Associazione italiana degli "Amici di
Neve' Shalom - Waahat as-Salaam", il "villaggio della pace" fondato in
Israele da padre Bruno Hussar; e' tra i promotori dell'appello per la
giornata del dialogo cristiano-islamico. Ha pubblicato vari libri presso gli
editori Morcelliana, Emi, Tempi di Fraternita', Marietti, Paoline]

"Non esiste attenzione all'ecumenismo! Per molti, anzi, si parla gia' di un
tempo postecumenico, mentre chi ne fa pratica ha la sensazione che il
problema sia stato saltato di pari passo, senza passarvi attraverso: semmai
l'ecumenismo deve ancora cominciare, non e' finito". La perentoria
considerazione s'inseriva in un discorso che don Germano Pattaro, autorevole
pioniere del dialogo nel nostro paese, tenne nel '73 a Modena, alla
Fondazione S. Carlo: quando il Concilio era chiuso da poco e molti cattolici
vivevano l'attesa un po' ingenua di una palingenesi prossima ventura. Egli
vi tracciava un panorama coraggiosamente in chiaroscuro, a fronte di tanti
profeti dell'ottimismo teologico a basso prezzo, elencando le cause di
quella situazione oggettivamente complessa: dalla leggerezza di chi coglieva
nella prospettiva del dialogo (ecumenico e interreligioso) solo un argomento
suggestivo, a' la page, alla visione appiattita sulle operazioni di vertice,
al suo venir percepito come lusso per la pastorale, incalzato dai casi
ritenuti seri.. Il fatto e' che, ripeteva, manca il coraggio di annunciare
il messaggio per cui, per i credenti nel Dio unico, alla base della
convivialita' interreligiosa autentica risiede la continua conversione del
cuore.
Sottoscriverei in toto. Credo anzi che le parole di Pattaro restino preziose
per il percorso accidentato del dialogo cristianoislamico, considerato come
segno, per quanto contraddittorio, di speranza per il futuro. Perche'
sarebbe sbagliato e ingeneroso se il pesante clima politico odierno,
l'intransigenza generalizzata quanto pervasiva e le paure diffuse - in
ulteriore aumento dopo gli attentati londinesi - ci facessero dimenticare
che tra cristianesimo e islam non si danno solo diffidenze o conflitti
potenziali, ma pure (gia' oggi) esperienze d'apertura e fiducia reciproca:
le buone pratiche in tal senso, fortunatamente, non mancano.
Nulla, fra l'altro, puo' cancellare un dato di fatto, il carattere di
pluralismo religioso che assimila l'Italia alle grandi nazioni europee. Nel
nostro mosaico di fedi l'islam, piaccia o no, la fa da padrone, com'e'
facile costatare dalla proliferazione mediatica di notizie - per lo piu' di
colore, cronaca nera e politica internazionale - sui musulmani. Una
concentrazione d'informazioni vistosa nel "dopo 11 settembre", che, con tali
modalita', non fa bene a nessuno: in primo luogo all'islam stesso. Tanto che
da qualche tempo, nei meeting cristianoislamici, vado sostenendo la tesi
(solo all'apparenza paradossale) che sarebbe buona cosa de-islamizzare il
dialogo interreligioso, nel senso di non concentrarlo esclusivamente sul
mondo musulmano, operando affinche' anche gli altri attori del mosaico
citato entrino nel gioco a pieno titolo. Con la propria specifica
esperienza, la propria storia peculiare. A una considerazione simile giunge
il filosofo algerino da tempo a Parigi Mohammed Arkoun, quando, invitando a
rileggere criticamente i grandi codici religiosi per sottrarli alla sclerosi
cui li hanno ridotti i guardiani dell'ortodossia, aggiunge: "In questa
prospettiva e' necessario analizzare e studiare contemporaneamente le
diverse religioni, uscendo dal proprio orizzonte ristretto. Non ha senso
parlare solo di islamismo o di cristianesimo senza domandarsi quello che
succede nelle altre fedi".
Soprattutto in questi anni, la parola dialogo si rivela sovente piu'
aspirazione che realta', ed e' usata in maniera prematura, retorica o
banale. Per questo risulterebbe forse piu' onesto limitarci a parlare di
incontri o di rapporti interreligiosi, o ancora, come la teologia piu'
avvertita, di conversazioni tra religioni. Del resto, in molti documenti
vaticani - come la Nostra Aetate e l'enciclica del dialogo per eccellenza,
l'Ecclesiam Suam di Paolo VI - il termine dialogo traduce il latino
colloquium, che evoca una dimensione piu' onestamente dimessa e quotidiana.
Emerge infatti sempre piu' spesso come la fondante dimensione dialogica si
mostri quella personale, privata, incisivamente concreta, quale quella
vissuta da quanti hanno a che fare, direttamente e non superficialmente, con
immigrati di altre fedi. "Vita dialogica - scriveva Martin Buber - non e'
quella in cui si ha a che fare con molti uomini, ma quella in cui si ha
davvero a che fare con gli uomini con cui si ha a che fare".

3. RIFLESSIONE. HAMZA ROBERTO PICCARDO: NOI MUSULMANI IMPEGNATI CONTRO OGNI
TERRORISMO, PER LA PACE, LA GIUSTIZIA, LA SICUREZZA IN EUROPA E NEL MONDO
[Attraverso Franco Borghi (per contatti: franco.borghi at fbitc.it) riceviamo e
diffondiamo questo intervento. Hamza Roberto Piccardo (per contatti:
hamza.p at uno.it), gia' segretario nazionale dell'Ucoii (Unione delle
comunita' e organizzazioni islamiche in Italia), e' portavoce dell'European
muslim network; ha curato per la casa editrice Newton Compton una delle piu'
diffuse versioni italiane del Corano]

Cari firmaari e care firmatarie della lettera di solidarieta' ai musulmani e
alle musulmane d'Italia,
quando e' giunta la notizia di quel che era avvenuto a Londra, molti di noi
sono andati mentalmente ad un versetto della sura Al Maida che recita:
"Gareggiano nel seminare disordine sulla terra, ma Allah non ama i
corruttori".
Ci e' parso subito evidente che questo crimine si collocasse con assoluta
consequenzialita' in un contesto di allargamento di un conflitto voluto e
programmato per annientare un antagonista ritenuto troppo ricco rispetto
alla sua debolezza politico-militare e quindi facilmente depredabile.
Che nelle more di questo progetto ci fosse la vita di centinaia di migliaia
d'innocenti non deve essere sembrato qualcosa che suggerisse un
ripensamento, un cambio di strategia.
Stanno gareggiando in terrore, gli aggressori e quelli che vogliono apparire
come il braccio armato degli aggrediti, che' i loro governi son complici
dell'aggressione o del tutto asserviti, corrotti, inetti.
Cari e care,
in fondo la guerra non e' altro che una gara a chi semina piu' disordine e
distruzione, piu' terrore e piu' morte. E alla fine non vince nessuno di
quelli che ne sono stati attori, ma bisogna pur cessarla e ricostruire
quello che puo' essere distrutto un'altra volta e rimpiazzare i caduti, e
confortare i superstiti e dire mai piu'... e  poi ricominciare...
Ci siamo tutti in mezzo a questa guerra, noi e voi, e quanto mi pesa questa
divisione, che' quasi tutti noi ci sentiamo di questo paese come voi.
Sono nostri morti quelli di Madrid, Londra, New York , Beslan, come sappiamo
che sentite essere vostri quelli di Falluja, Grozny, della Palestina e
dell'Afghanistan.
Ci provammo anni orsono a fermare questo scempio: allora i balconi d'Italia
fiorirono dei colori della pace e decine di milioni di persone in Europa e
in tutto l'Occidente marciarono per dire no alla guerra.
Avvenne in quel contesto qualcosa di grande, per la prima volta una
comunita' di immigrati che si era tenuta per lo piu' al margine dei grandi
fenomeni politici, si era finalmente sentita parte della maggioranza. Di
quella maggioranza ampia ed eterogenea che oggi le vostre firme riproducono,
di quegli uomini e donne di buona volonta' che dicevano no alla guerra e al
terrore, nettamente senza distinguo. Da Giovanni Paolo II ai Disobbedienti,
tutti insieme appassionatamente... tutti insieme sconfitti.
Poi il riflusso e l'arretramento del movimento di massa ha lasciato il campo
libero agli equilibrismi politici di chi ha paura del marchio
d'irriducibilita', che mette fuori dal gioco, che emargina, che esclude
dall'alternanza.
Ora, dopo anni di guerra atroce e sporchissima, anni in cui Falluja e
Guantanamo sono diventati i nuovi simboli della vergogna dell'Occidente e
gli attentati di Madrid e di Londra hanno chiarito definitivamente che il
riscatto del mondo islamico non puo' passare per l'emulazione della ferocia,
siamo tutti un po' meno liberi e un po' meno sicuri.
Mentre il mostro mai sopito del razzismo e dell'intolleranza religiosa
riprende fiato, e ad altissimi livelli si dice che gli attentati di Londra
sono un attacco contro la cristianita', dobbiamo prepararci a fronteggiare
il peggio e a lavorare per il meglio.
Nonostante la stanca estiva siamo gia' in una campagna elettorale che
qualcuno pensa non potersi permettere di perdere e che altri cominciano a
dubitare di poter vincere. Non e' certo questo il clima migliore per un
rasserenamento politico e un'azione di prevenzione e di repressione del
terrorismo in Italia. Quando il referente non e' solo la legge, ma diventa
sempre di piu' un'opinione pubblica irresponsabilmente aizzata dai media, si
lascia ampio spazio a derive neoautoritarie poliziesche e giustizialiste nel
corso delle quali perderemo un altro po' di liberta' e difficilmente
diventeremo piu' sicuri.
Nel documento che ho scritto in qualita' di portavoce dell'European muslim
network (Emn) dicevo che:
"E' necessario interrompere una spirale di violenza cieca e sanguinaria con
un'azione coesa e coerente di tutti coloro i quali hanno a cuore la pace e
il benessere dell'umanita', a Londra come a Baghdad, a Madrid come a Kabul,
a Roma come a Gaza, a Mosca come a Grozny.
Gli uomini e le donne di questa Europa che stenta a ritrovare nelle sue
istituzioni e nelle sue forze politiche l'espressione della sua grande
cultura, della sua grande umanita', devono fare oggi uno sforzo immane e
irrinunciabile, devono attivare in tutto il continente azioni di pace e di
responsabilizzazione mediante forme di mobilitazione permanente e di strenua
vigilanza, affinche' fallisca il progetto di chi prospera sull'odio e sulla
guerra, affinche' venga respinta e ripudiata sul nascere ogni volonta' di
assurda vendetta, di nuova reiterata aggressione.
Una particolare responsabilita' incombe a noi musulmani e musulmane d'Europa
(e d'Occidente), quella di sfuggire all'appiattimento, alla paura,
all'isolamento. E' necessario invece assumersi in pieno il ruolo di
testimoni della nostra religione portatrice di pace e di giustizia, con
coerenza, e con una coesione infracomunitaria che dara' la misura del nostro
impegno e della nostra sincerita'".
Per quanto ci riguarda questa e' la nostra priorita' assoluta, consultiamoci
e decidiamo insieme forme e momenti di lotta e di testimonianza per la pace
e la sicurezza in Europa e nel mondo.

4. APPELLI. ABOLIRE I CPT, RIPRISTINARE LO STATO DI DIRITTO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 10 luglio 2005 riprendiamo il seguente
appello, uno dei tanti appelli e delle molte iniziative che da piu' parti
sono stati promossi per chiedere l'abolizione dei Centri di permanenza
temporanea (in sigla: Cpt), campi di concentramento che violano
flagrantemente la legalita' costituzionale, i principi dello stato di
diritto, la democrazia formale e sostanziale, i diritti umani]

Chiudere la lunga stagione del "diritto speciale" dei migranti, che sta alla
base della detenzione degli stranieri nei Centri di permanenza temporanea,
e' non solo necessario ma anche possibile. Quel "diritto speciale" non ha
altro scopo se non quello di espellere lo straniero attraverso misure
amministrative e penali non coerenti con i principi della Costituzione.
Il trattenimento nei Cpt rappresenta una manifestazione di coercizione della
liberta' personale che risulta sproporzionata rispetto al provvedimento di
espulsione cui e' finalizzata. Al migrante, insomma, non vengono assicurate
neanche le benche' minime garanzie giurisdizionali. Chediamo dunque di
chiudere i Cpt - insieme alla stagione del "diritto speciale" - per
riaffermare i principi dello stato di diritto, visto che l'immigrazione e'
il vero banco di prova delle democrazie contemporanee che non devono
rinunciare alla promessa di garantire la sacralita' delle persone, di tutte
le persone.
*
Primi firmatari: Andrea Accardi (Medici senza frontiere), Paolo Beni (Arci),
Franco Ippolito (Magistratura democratica), Piero Soldini (Cgil), Lorenzo
Trucco (Associazione studi giuridici sull'immigrazione).

5. RIFLESSIONE. EVE ENSLER: UNA LETTERA ALL'AMERICA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione questo testo di Eve Ensler
del primo luglio 2005. Eve Ensler, drammaturga, poetessa, sceneggiatrice e
regista, docente universitaria, attivista per i diritti delle donne,
fondatrice e direttrice artistica di "V-Day", movimento globale che combatte
la violenza alle donne e alle bambine, vive a New York. Tra le opere di Eve
Ensler: I monologhi della vagina, Marco Tropea Editore, Milano 2000; Il
corpo giusto, Marco Tropea Editore, Milano 2005. Come e' noto I monologhi
della vagina ha ricevuto nel 1997 il prestigioso Obie Award, ed e' stato
portato in scena con grande successo a Broadway (con star come Susan
Sarandon, Glenn Close, Melanie Griffith e Winona Ryder), a Londra (con Kate
Winslet e Cate Blanchett) e in diverse altre citta' europee]

Questa lettera e' stata scritta immediatamente dopo la conclusione dei
lavori del "Tribunale mondiale sull'Iraq", ad Istanbul, dove ho fatto parte
assieme ad altre 13 persone di una giuria la cui presidente era Arundhati
Roy. Il Tribunale ha ascoltato per tre giorni testimonianze su varie istanze
relative alla guerra in Iraq, come la legalita' della guerra stessa, il
ruolo dell'Onu, i crimini di guerra ed il ruolo dei media, la distruzione
dei siti culturali e dell'ambiente. La sessione di Istanbul era il punto
culminante del lavoro di numerose commissioni di investigazione e ascolto
che si sono tenute in tutto il mondo negli ultimi due anni.
*
Cara America,
mi struggo dal desiderio di raggiungerti, di attraversare questo fiume di
indifferenza, di consumazione, di diniego. Sto cercando di trovarti,
brancolando attraverso le disperate limitazioni delle parole e delle
descrizioni, nuotando attraverso la retorica del terrore e di Dio.
Ho bisogno che tu ti desti. La casa e' in fiamme e tu stai ancora dormendo,
cullata dall'intossicazione del fumo e degli specchi. Ho bisogno che tu ti
svegli, e so che scuotendoti e spaventandoti otterrei solo di farti
aggrappare piu' strettamente al tuo sonno.
E allora, in che modo ti diro' cosa sta accadendo? Come ti parlero' dei
100.000 morti iracheni del cui omicidio tu ed io siamo responsabili (1)?
Ognuno di essi dava valore alla propria vita, aspettava il mattino, si
godeva la prima tazza di latte, o di caffe' o di te'. In che modo
raccontero' cio' che ho imparato?
La sostanza, identica al napalm illegale, che ha sciolto la tenera pelle di
un bimbo di cinque anni; le bombe a grappolo che hanno lasciato dietro di
se' una prole assassina nascosta, un cumulo di bombe piu' piccole pronte ad
esplodere, disperse su tutta la terra irachena; l'uranio impoverito che noi
abbiamo lanciato, e che ora vive nei polmoni, nei fegati e nel suolo (2).
Come ti raccontero' della pianificazione strategica di tali atrocita' negli
uffici, nei corridoi di palazzo, nei sedili di dietro delle limousine, lo
scempio e il saccheggio organizzato dell'Iraq tramite il terrore, la fame e
la sete imposte al popolo iracheno (3)?
Come posso convincerti ad ascoltare le storie dei nostri soldati, che ora
stanno cercando di uccidere se stessi, nel tentativo di fuggire la follia
degli omicidi e delle mutilazioni senza ragione (4)?
Per favore, non tornare a dormire. So quanto e' duro udire di questi enormi
buchi neri chiamati prigioni, dove teniamo migliaia di persone senza accuse
specifiche, senza processo, e udire delle torture, delle bassezze, delle
crudelta' che infliggiamo a costoro (5).
America, coloro che ora controllano il nostro paese sono cambiati, hanno
messo fine alla legge. Non credo che tu abbia la pelle cosi' dura o che tu
sia cosi' egoista da non avere interesse in questo.
Il tuo sonno e' indotto. Sei distratta e depistata. Le corporazioni
economiche hanno inventato e perfezionato queste pozioni sonnifere per anni,
sviluppando ingredienti che hanno fatto in modo tu disprezzassi ogni piu'
piccola parte di te, per farti sentire brutta, grassa, stupida, povera e non
abbastanza importante.
E cosi' tu spendi il tuo tempo e ogni centesimo del denaro che neppure hai
per comprare prodotti che ti faranno sentire meglio, piu' magra, piu'
leggera, piu' bianca, piu' elastica. E consumi e consumi, mentre le
corporazioni consumano te. Si prendono i tuoi soldi, il tuo tempo, e la tua
voce, e i tuoi istinti, e la tua indignazione, e la tua tristezza, e la tua
rabbia, e il tuo dolore. Consumano il tuo coraggio e ti lasciano al suo
posto solo paura. Divorano la tua coscienza, la tua memoria, la tua
compassione.
E come parlero', quando loro sono sicuri di potermi legare la lingua? Quando
diranno che non amo il mio paese, non sostengo le truppe, non onoro i morti
e non credo in Dio? Come mi faro' strada, America, in questo avvilupparsi
sigillato, nella tua ossessione per te stessa, nel guscio fatto da tv,
cuffiette, dvd, cellulare?
America, sto diventando disperata, e so che questo non mi fara' pubblicare o
udire. Coloro che controllano l'informazione diranno che sono estrema, che
sto impazzendo.
Ma io ho sentito le grida dei bambini nelle case di Falluja che esplodevano
(6). Ho visto i volti in agonia delle donne irachene insonni, che si
tenevano stretti i resti carbonizzati dei loro bimbi fra le braccia. Ho
visto che noi, come nazione, siamo sempre piu' isolati, disprezzati e soli.
America, non c'e' piu' molto tempo. Il fuoco si spande, e consuma il mondo.
Noi siamo i piromani.
Avremo bisogno l'uno dell'altro per trovare una via d'uscita fra le menzogne
e la nebbia. Ci vorranno la nostra piu' grande immaginazione, il nostro piu'
grande coraggio, la nostra piu' grande abilita' per spegnere queste fiamme.
*
Note
1. Iraq death toll soared "post war", 100.000 Iraqis dead (Lancet survey),
http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/3962969.stm
2. USA admits to use of napalm,
www.globalsecurity.org/org/news/2003/030810-napalm-iraq01.htm ; Irregular
Weapons Used Against Iraq,
www.globalpolicy.org/security/issues/iraq/attack/consequences/ ; Who studies
depleted uranium in Iraq,
http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/middle_east/1506151.stm
3. Rumsfeld, Amnesty trade barbs over prisoner abuse,
www.worldtribunal.org/main/
4. Army probes soldier suicides,
www.usatoday.com/news/nation/2003-10-13-army-suicides-usat_x.htm ; Military
Families Against the war, www.mfso.org
5. Systematic Use of Psychological Torture by US Forces,
www.worldtribunal.org/main/
6. This Is Our Guernica,
www.guardian.co.uk/comment/story/0,3604,1471011,00.html

6. APPELLI. IL TEMPO E' SCADUTO
[Da Silvia Marcuz (per contatti: donkisciotte78 at libero.it) riceviamo e
diffondiamo il seguente apprezzabile appello sottoscritto da alcune egregie
personalita' dell'impegno per la pace e i diritti umani di tutti gli esseri
umani. Ma un appello, vogliamo pur dirlo, ad un tempo generoso e inadeguato,
sintomatico nel suo slancio e nelle sue ingenuita' di esigenze condivise e
di confusioni e subalternita' rispetto a cui non e' piu' rinviabile una
rottura per uscire da una condizione che ha fatto si' che il movimento che
si oppone alla guerra e all'ingiustizia nel corso degli anni sempre piu' si
e' adattato a fare proclami quanto piu' roboanti tanto piu' ininfluenti, a
ritagliarsi un suo ghetto, a lasciarsi ridurre a complice per introiettata
sudditanza, mentre la catastrofe dell'umanita' sempre piu' s'approssima.
Finche' non si fa il passo della scelta della nonviolenza, finche' questo
passo non si coglie, si enuncia, si tematizza nella sua portata teoretica e
pratica, nel suo essere cardine di un'azione di trasformazione autentica,
interiore e sociale, una rottura epistemologica e un'azione politica in
senso pieno e forte, si resta asserviti al sistema di potere: ogni appello
che non dichiari e proponga nitida e intransigente la scelta della
nonviolenza, dell'azione nonviolenta, della rivoluzione nonviolenta, ahime',
e' poco piu' che chiacchiera (severino vardacampi)]

Il tempo e' scaduto. Chiamata a una svolta per le persone e le comunita'
critiche in movimento.
C'e' un tesoro in Italia che abbiamo costruito noi, noi che siamo le
comunita' critiche e le persone che da tempo hanno deciso che il mondo puo'
e deve essere migliore. Lo abbiamo messo assieme in anni di lavoro, e alcuni
suoi frutti sono visibili a diecimila chilometri da qui, come a poca
distanza dalle nostre case. Questo c'e'. Ma l'evidenza dell'impatto globale
di tanto lavoro non e' quella che speravamo. Infatti le cose non sono
meglio, non al Sud, non al Nord, non per la pace, non per la legalita' e per
la democrazia, ne' per i lavoratori, ne' per gli Immigrati, ne' per gli escl
usi, ne' per l'ambiente, non per l'informazione, non per la salute, non per
il nostro futuro.
Piccoli grandi miracoli li abbiamo fatti, ma nella sostanza il risultato e'
questo, facciamocene carico per la parte che ci compete. Questo significa
solo che il nostro tesoro va certamente valorizzato, ma pensato pero' come
primo mattone cui far seguire ben di piu'.
E allora la chiamata va a noi tutti, per fermare la nostra macchina,
aggregarci, e:
- ripartire con una differenza: nuovi metodi, da inventare assieme;
- marciare con una differenza: coesione, oltre gli individualismi che ci
annullano;
- esserci con una differenza: risultati tangibili.
Non abbiamo alternative, il tempo e' scaduto.
*
Se siamo d'accordo su:
1. Il primato degli interessi di tutti gli esseri viventi sulle priorita'
economiche di crescita ed espansione;
2. Il ripudio della guerra, come sancito dall'articolo 11 della Costituzione
italiana, ma anche la necessaria condivisione e presa in carico dei costi di
un mondo non belligerante;
3. Il riequilibrio della sperequazione Nord-Sud non solo come dovere morale,
ma anche come interesse dei Paesi ricchi, e la condivisione e presa in
carico dei costi di tale riequilibrio;
4. La difesa della Costituzione italiana nella sua interezza come ci fu
consegnata dai padri costituenti, perche' oggi e' evidente il rischio di un
suo svuotamento e di una sua applicazione su basi selettive. A rischio e' la
nostra stessa democrazia;
5. La consapevolezza che la resa della sovranita' nazionale a istituzioni
sovranazionali e' una tendenza portatrice di una duplice realta'. Da una
parte progresso, dall'altra possibili grandi pericoli per gli interessi
fondamentali del cittadino. Oltre ai casi dell'Organizzazione Mondiale del
Commercio e del Fondo Monetario Internazionale, si sottolinea il piu'
sottaciuto caso dell'Unione Europea;
6. La difesa della legalita' nazionale e internazionale contro tutte le
mafie. Nel nostro Paese il sistema mafia non e' un fatto di carattere
regionale, bensi' di costume diffuso e ormai fuori controllo;
7. La consapevolezza che lungo tutta la storia umana la prosperita' delle
culture e delle economie e' sempre dipesa dalla libera circolazione degli
individui, indipendentemente dalla loro religione, nazionalita' o stato
sociale, e non solo dalla libera circolazione delle merci;
8. Il diritto a una informazione pubblica libera e non vincolata al
rendimento di capitali;
9. La ferma convinzione che la pubblica istruzione, la pubblica sanita', e
lo Stato sociale vanno mantenuti ad un elevato livello, e che i beni comuni,
come l'acqua, sono imprescindibili. Il diritto al lavoro stabile (art. 1 e 4
della Costituzione italiana) viene ribadito come inalienabile, mentre la
flessibilita' va concepita solo come scelta opzionale del cittadino, e mai
come sua unica alternativa. La convinzione che le economie private possono
fiorire solo all'interno di un saldo sistema economico pubblico;
10. La consapevolezza che ciascuno di noi, in quanto cittadini delle
societa' ricche, ha avuto e continua ad avere una parte di responsabilita'
nello squilibrio del mondo, e che percio' l'atto del cambiamento spetti a
noi per primi, oltre che ai potenti;
11. Siamo un soggetto politico, facciamo cioe' politica nel rapporto diretto
con i cittadini del mondo. Nei confronti dei partiti politici dell'arco
istituzionale, il nostro ruolo e' quello di sorveglianti e ideatori di
proposte, ma non ci sara' commistione con essi, bensi' collaborazione sempre
con una chiara separazione di ruoli;
... ci chiamiamo a raccolta.
*
Vi chiediamo di incontrarci per trovare una coesione a partire da questi
spunti, e per rivedere i metodi con cui cercheremo il consenso per un
cambiamento reale. Vitale e' comprendere che e' sui quei metodi che ci
qualificheremo come rilevanti o, al contrario, irrilevanti ai fini di un
cambiamento. La loro efficacia determinera' il consenso delle opinioni
pubbliche pro o contro le aspirazioni per un mondo piu' equo, in altre
parole: tutto.
Sui metodi alcuni suggerimenti essenziali:
1. La conoscenza dei chi, come, cosa degli Altri, e cioe' chi erano, come
hanno fatto e cosa sono diventati coloro che in pochi anni hanno quasi
totalmente smantellato il mondo figlio di cento anni di lotte dal basso. Vi
sono, qui, lezioni essenziali.
2. La comprensione dei milioni di elettori-consumatori che danno vari gradi
di consenso agli Altri, capire cosa li muove, o cosa gli impedisce di
attivarsi per tutelare se stessi nonostante il disagio crescente.
3. La necessita' di trovare una grande responsabilita' e coesione fra noi,
perche' l'individualismo e l'incostanza sono sinonimo di sicuro fallimento
per chi si e' preso il compito di stimolare un contro-pensiero in milioni di
elettori-consumatori gia' tremendamente fidelizzati a un'esistenza
commerciale.
4. Il coraggio di adottare anche metodi che si discostano da quelli che
abbiamo sempre praticato. Il lavoro va fatto dal basso verso il basso e dal
basso verso l'alto: tra noi e la gente, e da noi ai politici, alle classi
dirigenziali. Questo vale anche per i potenziali finanziatori/sostenitori
delle nostre campagne.
5. L'assoluta necessita' di saper parlare a tutti e di sapersi far ascoltare
da tutti, da sinistra a destra, a favore di chi e' apatico, sfiduciato,
arrabbiato, impaurito, qualunquista ecc. Il loro consenso puo' cambiare il
mondo.
La svolta e' a portata di mano. Cogliamola.
*
Primi firmatari: Alex Zanotelli, Gino Strada, Gianni Rinaldini, Luigi Ciotti
e altri amici.

7. LIBRI. ROSETTA STELLA PRESENTA "DONNE E CHIESA TRA MISTICA E ISTITUZIONI"
DI ROMANA GUARNIERI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 13 luglio 2005.
Rosetta Stella, saggista e studiosa del pensiero della differenza sessuale
incrociato alle forme di spiritualita' cristiana, e' stata docente presso il
Centro culturale "Virginia Woolf" di Roma, ha contribuito alla fondazione
della rivista "Via Dogana" di Milano, fa parte dell'esperienza di "Balena",
ha collaborato e collabora con diverse riviste. Tra le opere di Rosetta
Stella: Sul Magnificat, Marietti, Genova 2001; D'un tratto. Del tutto. Una
femminista alle prese con Dio, Marietti, Genova 2002.
Romana Guarnieri, discepola di don Giuseppe De Luca, e' stata una delle
massime studiose italiane di storia della pieta' e della mistica medievale.
Nata a L'Aia, in Olanda, nel 1913, si trasferi' a Roma nel 1925 e qui si
laureo' in lingua e letteratura tedesca. Nel 1938 conobbe don Giuseppe e
sotto la sua direzione si dedico' alla ricerca storico-filologica. Dopo il
1940 collaboro' alla fondazione delle Edizioni di storia e letteratura,
dedicandosi in particolare all'"Archivio italiano per la storia della
pieta'", di cui assunse la direzione alla morte di don De Luca. Fu autrice
di numerosi saggi sul "Movimento del Libero Spirito" e sulle protagoniste
della mistica femminile. E' scomparsa nel dicembre 2004. Opere di Romana
Guarnieri: e' in corso di pubblicazione presso le Edizioni di Storia e
Letteratura una raccolta in quattro volumi dell'intera opera scientifica di
Romana Guanieri; e' gia' stato pubblicato il primo volume, Donne e Chiesa
tra mistica e istituzioni (secoli XIII -XV), Edizioni di Storia e
Letteratura, Roma 2004]

Mistica e' una parola che ha fatto e fa discutere in ambito religioso e non
solo, e che si puo' prevedere diventera' parola corrente nei dibattiti
intorno alla religione e ai rapporti di questa con la laicita' e i suoi
intellettuali. La si usera' a proposito o a sproposito, ma servira' per
descrivere tutto quanto dell'esperienza religiosa esula dal consueto codice
di riconoscimento e di controllo. Vale la pena allora di segnalare un libro
non di facile lettura, ma necessario per chi volesse attrezzarsi. Si tratta
di Donne e Chiesa tra mistica e istituzioni (secoli XIII -XV), edito dalle
Edizioni di Storia e Letteratura (2004), primo di una serie di quattro
volumi (i prossimi sono in via di pubblicazione) che raccoglieranno
finalmente tutta l'opera scientifica di Romana Guarnieri purtroppo scomparsa
ormai sei mesi fa.
Grande studiosa del fenomeno socio-religioso in genere, qui appunta la sua
attenzione su quanto esso sia andato sviluppandosi in tutta l'Europa
cristiana a partire dal 1100 fino al Concilio di Trento.
*
Si tratto' di secoli tormentati, attraversati da movimenti altamente
radicali - albigesi, valdesi, fratelli e sorelle del libero spirito,
gioachimiti, ecc. - tutti in vario modo disgustati dalla Chiesa ufficiale
del momento, spudoratamente interessata e senza scrupolo, dalla sete di
denaro e di potere. E tutti pervasi da un bisogno di cristianesimo piu' alla
lettera evangelico, semplice, casto, libero e povero.
Essi vedevano fiorire al loro interno una presenza in gran numero di donne,
che cercavano e spesso la' trovavano, un modo congruo di fuoriuscire da una
condizione avvilente della propria dignita' di esseri umani liberi e
pensanti. Donne spesso di alto rango, literatae, teologhe, scrittrici e
poete, che andavano esprimendo tali qualita' senza nascondersi in cure da
dilettanti, ma con ruoli riconosciuti e gran rispetto di seguito. Non piu'
badesse, essendo concluso il periodo delle grandi "badesse mitrate", esse si
sottraevano alla condizione sociale del loro tempo di spose coatte o monache
forzate, attraverso una libera scelta di vita laica ma religiosa
interiormente, nei costumi e nelle "virtu'", mantenendosi in un rapporto
complesso e difficile con le autorita' e con gli ordini monastici
riconosciuti da Roma.
Tutta l'Europa fu attraversata dallo scoppio dei cosiddetti Ordini
Mendicanti, altamente rivoluzionari e molto pervasivi. In essi prolificavano
esperienze religiose di stampo mistico di estremo interesse, non governabili
da nessun codice e, per propria natura si potrebbe dire, sottratte a giudizi
di ortodossia regolare, nonostante per quasi tutte i tribunali ecclesiastici
non risparmiarono indagini e condanne. Di esse, molte donne furono
depositarie privilegiate e maestre. Conducevano una vita schiva, dedita
prevalentemente agli studi e a opere di misericordia non ostentate verso gli
ultimi. Mostravano liberta' in presa di coscienza di se stesse,
autorevolezza e spesso autorita' esercitata verso discepolati espliciti,
autentico amor di Dio e dedizione a cio' che costituiva il nerbo portante
della loro esistenza e cioe' il manifestare fedelta' alla Verita',
praticabile nella vita terrena, di un rapporto privilegiato e in presa
diretta, senza necessita' di mediazioni clericali e maschili, col Dio/Amore.
Le "Amiche di Dio", come le ha chiamate Luisa Muraro in suo libro,
prendevano vari nomi sul territorio europeo: beghine nei Paesi Bassi per
esempio, o bizzoche nell'Italia centrale, papelarde o santerelle o
monacelle... tutte precorritrici, come fa notare Guarnieri, delle
ottocentesche congregazioni a vita mista, una volta che tali nomi hanno
assunto i significati di disprezzo che, per opera occulta della propaganda
clericale, sono andati diffondendosi nelle dicerie popolari. Al contrario,
all'epoca, essi qualificavano persone di sesso femminile, del tutto
speciali, al servizio della cultura in presa diretta sulle Sacre Scritture.
Persone che si misuravano, assolvendo cosi' ad un compito spirituale, nella
esegesi e nello studio, intesi entrambi come strumenti ineludibili di
santificazione personale e di salvezza propria e di chi accorreva ad
ascoltarle.
In forma, diciamo cosi', semireligiosa, esse davano vita e consistenza ad
esperienze del tutto nuove all'interno della Chiesa, difficilmente
accettabili dal potere ecclesiastico centrale, ma che trovavano eco e
risonanza vistosa nelle comunita' di popolo ampiamente inteso (frequenti i
discepolati di carattere aristocratico e colto). Vere e proprie animatrici,
spesso, di cenacoli culturali e di pratica alternativa e critica nei
confronti delle pratiche consuete di stampo devoto tradizionale,
accoglievano al loro "desco" chiunque, gente umile e persone acculturate,
cattedratici e persino, a volte, uomini con responsabilita' di governo di
citta' e nazioni. Ma soprattutto erano ascoltate e seguite da altre donne,
con le quali stabilivano rapporti speciali di confidenza e amicizia feconda,
oltre che di magistrale scambio di risorse d'amore e di saperi.
*
Romana Guarnieri, storica di professione, dal titolo guadagnato
prevalentemente sul campo, le ha sapute scovare - la grandissima Margherita
Porete, autrice dello splendido Specchio delle anime semplici, l'ha proprio
letteralmente scoperta lei - riconoscere, studiare e amare con perspicacia
particolare, avendo seguito ella stessa, una vocazione simile alla loro, per
esistenza vissuta alla loro maniera e per altrettanto spirito di innovazione
che non si risparmiava di esercitare nei confronti della Chiesa cattolica di
oggi.
Amava proprio definirsi cosi' a chi aveva la fortuna di godere delle sue
calde e grate conversazioni e lo ha anche scritto in un suo altro fortunato
libro: "per chi non lo sapesse sono una Beghina, - ha esordito di sorpresa -
una di quelle che otto-nove secoli fa diedero tanto da fare a vescovi ed
inquisitori, chi le voleva sante, chi demoni scatenati...".

8. LUTTI. MARGUERITE SAND RICORDA CLAUDE SIMON
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 10 luglio 2005.
Marguerite Sand si occupa di letteratura e arte.
Claude Simon (1913-2005), scrittore francese, resistente, tra le figure di
maggior rilievo dell'esperenza del "nouveau roman", premio Nobel per la
letteratura nel 1985. Tra le opere di Claude Simon: La strada delle Fiandre
(1960), Il palace (1962), Storia (1967), La battaglia di Farsalo (1969),
Trittico (1973), tutte tradotte presso Einaudi]

Dopo una vita dedicata alla letteratura - aveva ottenuto il Nobel nell'85 -
alla pittura e alla fotografia, Claude Simon e' morto ieri, all'eta' di
novantadue anni. Era nato a Tananarive, nell'altopiano centrale del
Madagascar, al tempo colonia francese, il 10 ottobre del 1913.
Orfano di padre, riusci' comunque a completare la propria formazione in
alcune delle principali universita' europee, tra cui Oxford e Cambridge,
prima di subire il trauma profondo della guerra civile spagnola, a cui prese
parte tra le fila dei repubblicani, e quello, ancor piu' lacerante, di una
Europa che virava decisamente al nero. Fuggito dai nazisti, che lo avevano
fatto prigioniero dopo la battaglia della Mosa, Simon si diede al maquis,
entrando nella piu' straordinaria tra le fucine di talenti letterari che il
'900 ricordi: la resistenza francese. Fu li' che conobbe Robbe-Grillet,
Marguerite Duras, Robert Antelme, Rene' Char e molti altri tra coloro che
sarebbero stati - nel bene e nel male - suoi compagni di viaggio e di lotta.
Sul piano letterario, come molti autori della sua generazione, Simon
comincio' presto a confrontarsi con la crisi e l'impasse del romanzo
tradizionale. Benche' avesse alle spalle gia' quattro volumi - Le Tricheur,
La Corde raide, Gulliver e Le Sacre du printemps - la notorieta' arrivo' per
lui solo nel 1957, dopo la pubblicazione di Le vent. Tentative de
restitution d'un retable baroque, uscito in concomitanza con La Jalousie di
Robbe-Grillet e con La Modification di Butor. Il suo nome venne allora
accostato al nouveau roman, di cui condivise fino alla fine il tentativo di
demolizione di ogni storia artefatta, di ogni costruzione attorno o, peggio
ancora, "dentro" il personaggio, di ogni intento pedagogico da basso
idealismo; e quel diverso sentimento della realta' che non si risolve se non
venendo ai ferri corti con la forma, il tempo e lo stile della narrazione.

9. LUTTI. MARIA ANTONIETTA SARACINO RICORDA ARTHUR MAIMANE
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 7 luglio 2005 riportiamo un estratto del
necrologio dello scrittore sudafricano scomparso a Londra.
Maria Antonietta Saracino, anglista, insegna all'Universita' di Roma "La
Sapienza"; si occupa di letterature anglofone di Africa, Caraibi, India e di
multiculturalismo. Ha curato numerosi testi, tra cui Altri lati del mondo
(Roma, 1994), ha tradotto e curato testi di Bessie Head (Sudafrica), Miriam
Makeba (Sudafrica), la narrativa africana di Doris Lessing e Joseph Conrad,
testi di Edward Said, di poeti africani contemporanei, di Aphra Behn; ha
curato Africapoesia, all'interno del festival Romapoesia del 1999; ha
pubblicato saggi sulle principali aree delle letterature post-coloniali
anglofone, collabora regolarmente con le pagine culturali de "Il manifesto"
e con i programmi culturali di Radio3.
Arthur Maimane, giornalista e scrittore, e' nato nel 1932 in Sudafrica da
genitori tswana e xhosa, entra ancora giovanissimo nella celebre rivista
"Drum" di Johannesburg, di cui diventa vicedirettore; costretto all'esilio,
lavora dapprima in altri stati africani ed infine, nel 1963, si trasferisce
a Londra dove lavora per la radio e la televisione dedicandosi soprattutto
al teatro; dopo la fine dell'apartheid torna a Johannesburg come redattore e
corrispondente parlamentare del settimanale "The weekly mail"; e' deceduto
nel 2005. Opere di Arthur Maimane: Vittime, Edizioni Lavoro, Roma 1992]

Per chi si occupi di letteratura africana, e sudafricana in particolare, la
figura di Arthur Maimane - morto a Londra dove viveva, avendo acquisito la
cittadinanza inglese dopo una vita passata in esilio -, rappresenta una
delle molte voci prestigiose e mai disposte al compromesso, che molto hanno
contribuito con impegno politico e militanza intellettuale, alla costruzione
del nuovo Sudafrica. Una intera generazione di intellettuali vissuti in
esilio eppure costantemente legati al paese che avevano dovuto abbandonare,
per la cui futura liberazione da lontano si prodigano per decenni.
Nato nel 1932 in un sobborgo di Johannesburg da padre tswana e madre xhosa,
Maimane sceglie la via del giornalismo letterario, affascinato dalla
esperienza di "Drum", della cui redazione entra a far parte a 19 anni.
Creata nel 1950 da Henry Xhumalo - assassinato nel '57 a 39 anni - "Drum" e'
rivista letteraria, di confronto politico e riflessione sociale, che da'
voce e spazio ad autori emergenti, non solo sudafricani. Intorno alle sue
pagine si riuniscono scrittori come Lewis Nkosi, Ezekiel Mphahlele, Mzisi
Kunene, all'epoca entusiasti giovani protagonisti di quello che e' passato
alla storia sudafricana come il Rinascimento di Sophiatown, oggi "grandi
vecchi" del nuovo parlamento di Mandela e Tabo Mbeki. Tra questi, per
l'appunto Maimane. Ma la tensione politica si fa piu' incalzante, e come
altri nel '58 Maimane va in esilio, in Ghana, da poco indipendente, sebbene
anche li' la sua voce risulti scomoda; lasciato il Ghana per l'Inghilterra,
nel '61 e' assunto - primo giornalista di colore - dalla Reuters e inviato
in Tanzania. Poi di nuovo a Londra, dove produce documentari per la Bbc,
scrive di Sudafrica e svolge militanza politica insieme ai tanti
intellettuali in esilio.
Accanto ad articoli, opere teatrali, racconti brevi, nel 1976 scrive il suo
unico romanzo, Victims (Vittime, Edizioni Lavoro, Roma 1992), presto
premiato e contemporaneamente messo al bando in Sudafrica...

10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

11. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 993 del 16 luglio 2005

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