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La domenica della nonviolenza. 31



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 31 del 24 luglio 2005

In questo numero:
1. Azioni nonviolente contro la guerra: la proposta del boicottaggio
economico
2. Movimento Internazionale della Riconciliazione e Movimento Nonviolento
del Piemonte e della Valle d'Aosta: Prendere le distanze
3. Jan Oberg: Altri quattro anni di governo Bush. Quali possibilita'
esaltanti
4. Johan Galtung: Il boicottaggio economico come azione nonviolenta
5. Una minima bibliografia essenziale

1. EDITORIALE. AZIONI NONVIOLENTE CONTRO LA GUERRA: LA PROPOSTA DEL
BOICOTTAGGIO ECONOMICO
Riproponiamo di seguito alcuni recenti interventi apparsi sul nostro foglio
che propongono di utilizzare lo strumento nonviolento del boicottaggio
economico per opporsi alla guerra in corso. Come e' noto su questo tema e'
in corso da lungo tempo un dibattito che afferisce sia a questioni di
principio che a questioni di efficacia.
Il boicottaggio economico e' una delle piu' conosciute tecniche della
nonviolenza, ma come tutte le tecniche della nonviolenza essa puo' essere
usata anche in modo violento ed a fini violenti da strutture e soggetti
violenti: si pensi ai boicottaggi criminali organizzati ad esempio da
organizzazioni antisemite e genocide; si pensi all'embargo decennale
realizzato dall'Onu contro il popolo iracheno (ed effettualmente a sostegno
della dittatura).
Quanto all'efficacia, vi sono casi storici di boicottaggio che hanno
ottenuti risultati opposti a quelli previsti; vi sono casi di quasi assoluta
ininfluenza; e naturalmente - e felicemente - vi sono molti casi in cui
questa azione nonviolenta si e' rivelata straordinariamente efficace sia
come forma di lotta sia come strumento di presa di coscienza e pratica
educativa: si pensi alla campagna di boicottaggio dell'industria tessile
dell'impero britannico - ma anche di conquista interiore e politica
dell'indipendenza e dell'autonomia, swaraj - promossa da Gandhi con l'idea
luminosa del farsi da soli i vestiti col filatoio a mano, una delle idee
piu' grandiose della storia della nonviolenza (una idea decisiva anche nel
prefigurare un modello di sviluppo sostenibile, autocentrato e con
tecnologie appropriate, una politica di pace tra le persone e con la
biosfera, un progetto di societa' solidale e responsabile).
Recentemente molta enfasi e' stata posta, dai movimenti del nord
privilegiato e sfruttattore del mondo impegnati contro la globalizzazione,
sul potere dei consumatori in quanto tali di opporsi ai crimini delle
multinazionali boicottando i prodotti delle imprese che commettono delitti
contro l'umanita' e la biosfera. C'e' il rischio anche in cio' di una
subalternita', ma vi e' anche una consapevolezza decisiva, la rottura di una
complicita'. Il motto "Voti ogni volta che vai a fare la spesa" puo' essere
uno slogan narcotico se diventa il trucco con cui ci si salva a buon mercato
la coscienza e si chiudono gli occhi sulle molte altre cose che occorre
fare; ma e' anche un'affermazione irrinunciabile, una fondamentale presa di
coscienza, una cruciale assunzione di responsabilita'.
Tra i molti punti di riferimento per un'adeguata riflessione sul
boicottaggio economico nonviolento, sul consumo critico e responsabile, sul
commercio equo e solidale, ovviamente segnaliamo particolarmente il Centro
nuovo modello di sviluppo (sito: www.cnms.it) e la Rete Lilliput (sito:
www.retelilliput.org).

2. APPELLI. MOVIMENTO INTERNAZIONALE DELLA RICONCILIAZIONE E MOVIMENTO
NONVIOLENTO DEL PIEMONTE E DELLA VALLE D'AOSTA: PRENDERE LE DISTANZE
[Dal n. 820 di questo foglio. Dagli amici del Movimento Internazionale della
Riconciliazione e del Movimento Nonviolento del Piemonte e della Valle
d'Aosta (per contatti: via Garibaldi 13, Torino, tel. 011532824, e-mail:
regis at arpnet.it) riceviamo e volentieri diffondiamo questo documento. Lo
proponiamo come una utile base di riflessione e discussione, e come una
qualificata proposta di iniziativa nonviolenta, pur avendo su alcuni punti
di esso qualche perplessita', come e' ovvio trattandosi di un testo assai
denso, articolato e complesso]

Prendere le distanze
Come ci si puo' e ci si deve opporre a una guerra di aggressione priva di
sbocchi
E' in atto, su una rete telematica internazionale del movimento per la pace,
una campagna per l'astensione dall'acquisto di prodotti americani e inglesi
come forma di pressione sui due paesi che hanno mosso guerra allo stato
iracheno. In Italia e' stata avviata una campagna analoga promossa dalla
Rete Lilliput e sostenuta da varie associazioni.
*
Le conseguenze della guerra irachena
Gli Stati Uniti, insieme alla Gran Bretagna e a pochi altri paesi (che hanno
messo a disposizione piccoli contingenti di truppe), sono impegnati in una
guerra molto sanguinosa e dispendiosa in Iraq, che ha gia' causato
gravissimi danni in tutto il paese (alcune citta' sono state praticamente
distrutte) e ucciso, secondo una statistica pubblicata di recente nella
rivista inglese "The Lancet", circa centomila civili (in gran parte vittime
dei bombardamenti e delle battaglie che si svolgono nelle strade). Ai morti
bisogna aggiungere i feriti, che stanno, in generale, in un rapporto da 5 a
10 volte superiore rispetto ai primi.
*
Le perdite americane
Le perdite americane sono molto inferiori, ma ascendono tuttavia anch'esse a
1.300 morti e a una cifra da 5 a 10 volte superiore di feriti.
*
I falsi scopi o pretesti della guerra
Lo stesso governo americano ha ammesso che le armi di distruzione di massa
che sarebbero state in possesso di Saddam Hussein non esistevano affatto e
che tutti i responsabili dell'attacco alle Torri Gemelle di New York
provenivano da altri paesi arabi (in gran parte dall'Arabia Saudita) e non
avevano nulla a che fare con l'Iraq.
*
Le vere ragioni sono altre
Gli scopi dell'aggressione angloamericana a uno stato che era stato tenuto
sotto sorveglianza per dodici anni e che non poteva certo costituire un
pericolo per la popolazione degli stati aggressori erano ben diversi, e si
possono suddividere, salvo ulteriori precisazioni, in due gruppi principali
di fattori.
*
Il controllo delle risorse petrolifere
Il primo e' rappresentato dalle ingenti risorse petrolifere contenute nel
sottosuolo iracheno e che possono essere di importanza vitale per un paese
letteralmente assetato di benzina e di altre specie di idrocarburi come gli
Stati Uniti d'America.
*
... e una strategia intesa ad affermare la propria supremazia su tutto il
pianeta
Il secondo e' di natura geopolitica e si collega alla politica americana di
espansione militare in Asia e piu' in generale in tutto il mondo. Le forze
aeronavali americane sono disseminate in tutti i continenti e nella maggior
parte dei paesi del mondo. Esse costituiscono, nel loro insieme, una rete
che permette alle forze armate e alle agenzie spionistiche americane di
tenere sotto il loro controllo la maggior parte dei paesi del mondo. L'Iraq,
che e' situato al centro della regione medio-orientale, presenta un
interesse particolare da questo punto di vista.
*
La democrazia internazionale e la pace
Questa politica di espansione territoriale deve essere contrastata, con
mezzi esclusivamente pacifici, e cioe' nonviolenti, da tutti i paesi e in
tutte le parti del mondo. E cio' per due ragioni fondamentali: che essa
minaccia la liberta' e l'indipendenza politica delle nazioni e costituisce
un focolaio permanente di guerre che minacciano la pace del mondo.
*
La necessita' di una presa di distanza
Per indurre il governo americano a recedere da questa politica avventurosa e
potenzialmente gravida di pericoli per tutti i paesi del mondo, puo' essere
necessario, in determinate circostanze (e questa e' certamente una di esse),
ricorrere a mezzi che, pur essendo del tutto non violenti, possono
esercitare una certa pressione sul governo e sul popolo americano con quella
che si potrebbe chiamare una "presa di distanza" da parte di tutti gli altri
paesi e popoli del mondo.
*
... che dovrebbe assumere la forma di un boicottaggio delle merci americane
Essa dovrebbe assumere, in particolare, la forma di un'astensione la piu'
larga possibile dagli acquisti di prodotti di marche americane, come pure di
prodotti finanziari emessi dal tesoro americano o da ditte americane e
reperibili sulle borse di tutto il mondo.
*
La nostra gratitudine nei confronti degli Stati Uniti
Noi siamo amici degli Stati Uniti, che sono un grande paese, che ha
preceduto tutti gli altri, nel corso dell'eta' moderna, sulla via delle
istituzioni democratiche e repubblicane, e a cui dobbiamo, almeno in parte
(poiche' non sono stati i soli a sconfiggere i demoni della follia nel corso
della seconda guerra mondiale), la possibilita' di vivere in liberta' e di
usufruire di tutta una serie di altri vantaggi.
*
... che si trovano pero', attualmente, su una strada sbagliata
Ma riteniamo che essi si trovino attualmente, in seguito agli errori
commessi dal loro governo, e, in parte, anche da quelli che lo avevano
preceduto, su una strada fondamentalmente sbagliata, che sfigura la loro
immagine agli occhi del mondo, e ci proponiamo di aiutarli a ritrovare, al
piu' presto possibile, quella giusta, o comunque compatibile con le esigenze
di tutti gli altri paesi, tirando, da parte nostra, tutte le conseguenze
possibili e necessarie da cio' che stanno facendo, e dando loro un esempio
del modo in cui si possono usare mezzi pacifici in vista del conseguimento
di obbiettivi ugualmente pacifici, nell'interesse comune di tutti i popoli
del mondo.
*
L'impegno delle Ong umanitarie
Molte organizzazioni non governative, alcune delle quali partecipano a
questa campagna, sono impegnate in diverse parti del mondo, nel tentativo di
portare soccorso a popolazioni decimate dalla fame, dalle malattie, dalla
mancanza di mezzi e di risorse, e spesso anche dalle conseguenze delle
guerre che imperversano nei loro paesi.
*
Il mercato delle armi
Spesso queste guerre sono alimentate dalle grandi potenze industriali, che
non si peritano di esportare, a fini di lucro, grandi quantita' di armi e di
forniture militari in tutti gli altri paesi del mondo. Gli Stati Uniti
occupano il primo posto fra questi "mercanti di morte", ma molti altri
stati, come l'Inghilterra, la Francia, la Russia e (seppure in misura piu'
limitata) anche il nostro paese, partecipano a questo genere di commercio
che non e' meno, ma forse ancora piu' pericoloso di quello delle droghe e di
altre sostanze nocive alla salute degli esseri umani.
*
La resistenza alle guerre di aggressione
Ma ancora piu' perniciose del commercio delle armi, in quanto non colpiscono
solo la vita e la salute degli esseri umani, ma minacciano direttamente
anche l'indipendenza dei loro paesi d'origine, a cui essi tengono, a volte,
piu' ancora che alla vita stessa, sono le guerre di aggressione condotte in
prima persona dalle grandi potenze, in aperta violazione della Carta
dell'Onu (come e' avvenuto per l'appunto in questa occasione), a cui esse
dovrebbero attenersi strettamente, se non altro per dare l'esempio, come e
piu' ancora delle piccole.
*
I compiti dei movimenti nonviolenti
Il Movimento Internazionale della Riconciliazione e Il Movimento Nonviolento
del piemonte e della Valle d'Aosta, che si propongono di limitare e di
ridurre al minimo tutti gli inconvenienti che sono stati elencati in questo
volantino, sentono il dovere di impegnarsi anche, e in primo luogo, negli
sforzi intesi a contrastare, con mezzi esclusivamente pacifici, le azioni
dirette ad assoggettare altri popoli e a privarli della loro liberta' e
delle risorse materiali di cui essi possono disporre.
*
Un appello al popolo americano
Invitiamo quindi tutti i nostri connazionali, a prescindere dalle loro
affiliazioni politiche e religiose, ad aderire alla campagna a cui abbiamo
dato vita, insieme ad altre associazioni italiane, e che e' stata promossa
con argomenti impeccabili anche in altri paesi, con cui ci proponiamo di
indurre il popolo americano, i suoi operai e i suoi studenti, i suoi
intellettuali e i suoi tecnici, i suoi uomini e le sue donne, a dissociarsi
dalla politica guerrafondaia del loro governo, e a fare in modo che esso
ritiri al piu' presto le sue truppe dall'Iraq, lasciando che i cittadini di
quel paese risolvano fra loro, in uno spirito di unita' e di concordia, e
con l'aiuto disinteressato degli operatori umanitari di altri paesi, che
sono al corrente delle sofferenze a cui sono stati sottoposti da molti anni
a questa parte, i problemi che li riguardano.
*
Un elenco provvisorio delle merci da boicottare
L'elenco che forniamo di alcuni dei prodotti americani e inglesi che si
trovano piu' facilmente nei nostri supermercati, che e' stato redatto dal
"Centro nuovo modello di sviluppo" di Vecchiano (Pisa), collegato alla Rete
Lilliput, ha un carattere puramente indicativo, e sara' integrato quanto
prima da un repertorio piu' completo e piu' dettagliato, che potra' servire
da strumento di consultazione a tutti coloro che sentono il bisogno e
comprendono la necessita' di aderire a questa campagna. Essa non e' fine a
se stessa e non intende colpire in nessun modo questa o quella ditta
particolare, che puo', ma potrebbe anche non essere coinvolta direttamente
nelle colpe del proprio governo. Essa, inoltre, avra' termine, non appena
l'ultimo soldato americano avra' lasciato l'Iraq, in cui si e' stabilito, in
modo del tutto illegittimo, come forza di occupazione straniera, per
ritornarvi magari domani, in abiti civili, come ospite o pellegrino, dopo
avere chiesto perdono a quel popolo martoriato e al governo che, come si
puo' sperare, esso si sara' dato liberamente in questo frattempo (cio' che
non potra' certo avvenire nelle elezioni che dovrebbero tenersi alla fine di
gennaio).
*
Un esempio per l'avvenire
La campagna irachena, con le distruzioni immani che ha operato, e con le
decine di migliaia di morti e le centinaia di migliaia di feriti che ha
causato nella popolazione civile, dovra' servire da esempio, per tutto
l'avvenire (a cominciare, naturalmente, dagli Stati Uniti d'America e dai
loro alleati, ma anche a tutti gli altri paesi e popoli del mondo), del modo
in cui non ci si deve comportare nelle relazioni internazionali; e segnare,
coi suoi effetti, una svolta decisiva nella storia del nostro mondo, come
una soglia che non dovra' mai, in nessuna circostanza, essere oltrepassata e
come un limite insuperabile alle ambizioni e alle prepotenze a cui le grandi
nazioni sono state spesso, e potranno ancora essere, tentate di indulgere, e
su cui dovra' vigilare, d'ora in avanti, l'attenzione costante e rigorosa di
tutta l'umanita' non violenta.
*
Ecco la lista dei 16 prodotti che invitiamo a non acquistare
Questo elenco e' stato stilato dal "Centro nuovo modello di sviluppo"
(autore del libro Guida al consumo critico edito dalla Emi di Bologna)
Si indicano in sequenza il prodotto, la marca e la multinazionale
Banane Del Monte Fresh Del Monte
Banane Dole
Maionese e salse Liebig Campbell
Tonno e sardine Mare Blu Heinz
Sottilette e formaggi Kraft Altria (ex Philip Morris)
Cereali Kellogg's Kellogg
Cioccolatini M&M Mars
Bibite Coca Cola
Bibite Gatorade PepsiCo
Carta assorbente Scottex Kimberly-Clark
Carta assorbente Tenderly Georgia Pacific
Anitra WC Johnson Wax
Detersivo Soflan Colgate Palmolive
Bagnoschiuma Badedas Sara Lee
Assorbenti Lines Procter & Gamble
Assorbenti Carefree Johnson & Johnson

3. RIFLESSIONE. JAN OBERG: ALTRI QUATTRO ANNI DI GOVERNO BUSH. QUALI
POSSIBILITA' ESALTANTI
[Dal n. 789 di questo foglio. Ringraziamo Renato Solmi (per contatti:
rsolmi at tin.it) per averci messo a disposizione la sua traduzione di questo
testo di Jan Oberg estratto dal notiziario della Transnational Foundation
for Peace and Future Research (in sigla: TFF; sito: www.transnational.org)
che ne detiene i diritti di copia. Su Renato Solmi, Jan Oberg e Johan
Galtung cfr. le notizie biobibliografiche contenute nella nota introduttiva
al successivo articolo]

Con l'aiuto di un po' di pensiero dialettico, altri quattro anni con George
W. Bush al timone dell'impero americano possono finire per rivelarsi una
grande opportunita' per l'emergenza di qualcosa di nuovo e di meglio.
Nell'altalena incessante della crisi, c'e' (o, per dir meglio, ci sono) sia
la sofferenza causata dal vecchio che i primi germi di visioni relative al
nuovo che matura. E ci sara' da soffrire, non c'e' dubbio, nel corso dei
prossimi quattro anni, nessuno degli argomenti che svilupperemo qui e'
ignaro di questo fatto. E tuttavia chi si dispera eccessivamente per la
rielezione di Bush potrebbe contribuire ad accrescere la sofferenza
piuttosto che a realizzare i potenziali positivi che sono a nostra
disposizione. Cerchiamo almeno di rimboccarci le maniche e di metterci
subito al lavoro.
*
1. Critiche e proteste che non vadano in cerca di alternative costruttive
sono uno spreco di energia
Una lezione da apprendere dalle guerre piu' recenti, dalla guerra contro il
terrorismo e dalla rielezione di Mr. Bush, e' che non basta protestare e
criticare, ma che ci deve essere anche quello che Gandhi chiamava un
programma costruttivo. Vedi il comunicato n. 200 della Transnational
Foundation for Peace and Future Research [intervento che abbiamo pubblicato
nel fascicolo di ieri di questo notiziario - ndr-] per altre considerazioni
in merito.
Ci devono essere alternative bene informate elaborate da organizzazioni
della societa' civile o da governi critici nei confronti della politica
americana che si basino su una conoscenza oggettiva delle cose come pure su
nuove idee e su nuove mete congiunte a una qualche strategia creativa in
vista dell'azione. I prossimi quattro anni non possono essere dedicati a
marce contro questa guerra oggi e contro quella guerra domani e alla
campagna contro la globalizzazione; le energie della societa' civile debbono
essere indirizzate a rispondere alla questione piu' importante di tutte: se
non vogliamo questo, che cosa vogliamo invece al suo posto e che cosa
dobbiamo fare per raggiungere quell'obiettivo?
Saranno necessari piu' circoli di studio, corsi di lezioni, tecniche di
addestramento e occasioni di dialogo che marce collettive per ottenere
questo risultato. Ci sara' bisogno di cuori, e cioe' di etica, valori e
speranze; ci sara' bisogno di cervelli, e cioe' di educazione, intelligenza
teorica, chiarezza di concetti e programmazione razionale dell'azione; e ci
sara' bisogno di muscoli, e cioe' del coraggio di pensare, di parlare e di
agire in modo nonviolento, non contro gli Stati Uniti o contro qualche
problema particolare, ma per i "dannati della terra" e per nuove forme di
vita.
*
2. Sappiamo abbastanza della natura del governo Usa per elaborare
cambiamenti a partire da oggi
Sappiamo ora a quali valori, a quale stile di direzione e a quali politiche
basate sulla  violenza potremo trovarci ad assistere d'ora in avanti.
Conosciamo gli elementi fondamentali del carattere del presidente e delle
sue convinzioni, fra le quali c'e' quella di stare agendo per mandato
divino. La cosa positiva e' che non avremo da spendere tempo per avanzare
supposizioni e fare esperienze; come sarebbe stato invece necessario se
avessimo avuto a che fare con una nuova amministrazione a Washington. Alcuni
credono, sperano e sentono il bisogno di dire che nel secondo mandato
presidenziale di Bush potremo assistere a una maggiore quantita' di
multilateralismo e a una maggiore quantita' di collaborazione. Ma nulla
parla a favore di questa previsione, che e' solo un'espressione di "pensiero
desiderante" ("wishful thinking", una pia illusione). Al contrario, il
mandato piu' forte che egli ha ricevuto ora puo' far si' che la
spericolatezza delle decisioni e la hybris del comportamento vengano ancora
di piu' in primo piano nell'operato della sua amministrazione.
*
3. Non sara' possibile che governi provvisti del senso della propria
dignita' si schierino passivamente sotto la guida degli Usa
Scrivo queste righe mentre Falluja viene distrutta, nel quattordicesimo anno
della distruzione del popolo iracheno e della sua societa'.
Capi di governo provvisti del senso della loro dignita' troveranno sempre
piu' difficile sostenere o difendere apertamente o tacitamente la politica
estera americana in generale e gli interventi e le operazioni belliche a cui
potrebbe dar luogo in particolare. L'opposizione interna nei paesi europei e
nel mondo arabo, per limitarci ai casi piu' significativi, mettera' molti
governi alle strette e in grave imbarazzo.
La mancanza patente di legittimita' e di sostegno spingera' un numero sempre
maggiore di uomini politici a pensare in termini di nuove alleanze e di
maggiore autonomia di decisioni e di movimenti. Controcorrenti emergeranno
lentamente, ma sicuramente, nel corso di questo processo.
Dove questo senso della propria dignita' non esista, si potra' verificare
una crescente minaccia terroristica - e cio' finira' per imporre
necessariamente un cambiamento, anche se forse solo dopo tremende sofferenze
e dopo la perdita di molte vite. Cosi' ci potranno essere altre azioni di
carattere militare, ma una nuova occupazione modellata sull'esempio iracheno
non potra' aver luogo.
*
4. L'azione preventiva prendera' il posto della reazione alle politiche di
Washington
La politica opportunistica e intellettualmente oziosa che consiste nello
stare a vedere cio' che gli americani pensino o facciano in una determinata
situazione e poi nel far prendere posizione al proprio paese in rapporto o
come reazione al comportamento degli Usa dovrebbe, prima o poi, lasciare il
passo a una politica molto piu' "pro-attiva": siamo disposti a sentire cio'
che ci dice Washington, ma sviluppiamo le nostre vedute e le nostre
decisioni politiche in vista della nostra azione futura.
Il futuro verte sul dialogo che ha luogo fra di noi, e si conformera' a
questo pluralismo e non a una sottomissione disciplinata. E quanto maggiore
sara' il numero delle nazioni che cominciano a stare ritte sui propri piedi,
e cioe' a muoversi per proprio conto, tanto maggiore sara' l'equilibrio che
si verra' a formare nell'ordine globale.
Cosi' nessun paese dovrebbe restare fermo ad aspettare di vedere che cosa
gli Stati Uniti faranno nei confronti della Corea del Nord, dell'Iran, della
Siria, o di qualche altro attore indipendente; ma ciascuno di essi, e in
particolare l'Unione Europea, dovrebbe sviluppare la sua politica autonoma e
impegnarsi in una gestione pacifica dei conflitti e in una diplomazia
genuina e creativa. Francia e Germania non possono piu', in futuro, come
hanno fatto nel caso dell'Iraq, limitarsi a dire di "no" alla guerra e
mancare, d'altra parte, di ogni possibile alternativa ad essa.
*
5. Questa e' un'occasione straordinaria per l'Unione Europea
L'Unione Europea, in particolare, dovrebbe essere capace di cogliere questa
opportunita' adesso. Non c'e' alcuna possibilita' che essa sia capace di
fronteggiare gli Stati Uniti in termini militari. La sola alternativa che
l'Unione Europea possa avere e' quella di "prendere insieme" i propri atti
di politica estera e di sicurezza collettiva - anche se non necessariamente
nella forma di una politica unitaria dominata da poche grandi potenze, ma
piuttosto come un insieme di alleanze flessibili e di schemi cooperativi fra
gruppi relativamente mobili di membri.
L'Unione Europea potrebbe facilmente diventare molto piu' attrattiva agli
occhi di attori collocati nel Medio Oriente, nell'Asia Centrale o nell'Asia
propriamente detta, come altresi' nell'Africa; cio' dipendera' dalla misura
in cui essa diventera' il gestore affidabile dei conflitti, dotato, se si
puo' dir cosi', di una "potenza morbida", il mediatore, l'organizzazione
fornita di esperti ben addestrati nella promozione del dialogo fra le parti
e di migliori capacita' di analisi e di diagnosi degli avvenimenti mondiali
e di ricerca dei modi piu' adatti a risolvere i conflitti. Insomma, pronta
ad offrire al mondo cio' che gli Stati Uniti non sono in grado di fornire.
Il vantaggio comparativo dell'Unione Europea e' potenzialmente enorme,
quando la si confronti agli occhi del resto del mondo con la distruzione
operata da Washington di ogni potenzialita' di un ordine mondiale basato
sulle leggi e improntato a uno spirito di giustizia. Spendere molto di piu'
per la ricostruzione, la riconciliazione, gli aiuti umanitari e la gestione
dei conflitti civili, prima, nel mentre e dopo che gli Stati Uniti abbiano
devastato il posto, sara' di aiuto a milioni di persone e fara' vedere a
tutti la differenza.
L'Unione europea e' forte nelle dimensioni politiche, economiche, sociali e
culturali del potere, mentre gli Stati Uniti lo sono solo in quella militare
e stanno declinando nelle altre quattro.
Se l'Unione Europea non sfrutta questa occasione storica in cui la grande
maggioranza degli abitanti del mondo cercano ansiosamente un'alternativa a
quella rappresentata dall'impero americano, bisognerebbe concludere che
l'Unione stessa potra' avere difficilmente un grande avvenire
nell'ordinamento complessivo del mondo.
Come gli Stati Uniti hanno conquistato, a suo tempo, la loro indipendenza
dall'Europa, tocca ora agli europei fare la stessa cosa dal punto di vista
politico e soprattutto da quello intellettuale. Ci dovrebbero essere meno
cervelli americanizzati nei ministeri europei degli affari esteri nel
prossimo futuro, e ci dovrebbe essere, invece, nei nostri rappresentanti, un
po' piu' di autonomia intellettuale e morale e di confidenza collettiva in
se medesimi, e un po' piu' di compassione verso il resto del mondo nel suo
complesso.
Le opportunita' oggettive appaiono migliori di quanto non siano mai state
dal 1945 ad oggi. Percio' siate pure disposti a cooperare con gli Stati
Uniti quando la cosa e' nell'interesse dell'Europa, ma non siate sottomessi,
e cessate di credere alla figura paterna, seguendo l'esempio degli abitanti
dell'Europa orientale, che hanno liberato se stessi dagli spiriti
paternalistici una quindicina di anni fa.
Riassumendo: cio' non e' antiamericano, e' a favore di qualunque cosa e di
chiunque altro. E' sinonimo di liberazione e di capacita' di pensare con
menti indigene, gettando via il giogo della sicurezza intellettuale e di
altre forme di soggezione e di obbedienza.
*
6. Non sono necessarie altre prove: la gestione violenta dei conflitti porta
al disastro
Sia sotto la presidenza di Clinton che sotto quella dei due Bush gli Stati
Uniti hanno praticato una gestione violenta dei conflitti. Cio' che ne e'
risultato e' una catena di fiaschi e di situazioni caotiche di pace non
realizzata: le parole chiave sono la Croazia, la Bosnia, il Kossovo, la
Serbia, la Macedonia, la Somalia, l'Afghanistan, e ora, come chiunque puo'
constatare cosi' tristemente, l'Iraq.
Persone con scarse conoscenze sul problema dei conflitti e con un alto grado
di lealta' nei confronti degli Stati Uniti sostengono di solito che il
bombardamento di queste aree e' avvenuto troppo tardi e che non ha avuto
luogo in misura sufficiente. Altri, compresi decine di associati alla
Transnational Foundation for Peace and Future Research, hanno sostenuto
invece, gia' molto tempo prima che le azioni militari avessero luogo, che
questi conflitti non erano del tipo che potesse essere risolto, o in cui la
pace potesse emergere, da queste forme di politica militare, che, per
giunta, mancavano anche di strategie coerenti per la situazione successiva
ai bombardamenti, per la situazione postbellica. Ne' c'e' stata alcuna
strategia decente di fuoriuscita dalla crisi che potesse beneficiare le
popolazioni che vivevano in quelle aree tormentate e sconvolte.
Cosi' ci troviamo in una situazione molto fortunata: nessuno che sia stato
in contatto con la realta' (in contrasto con la realta' virtuale dei media)
vissuta sul terreno in questi posti puo' avere il minimo dubbio sul fatto
che lo stile americano di intervento militarizzato e culturalmente
insensibile alla complessita' dei problemi che si pongono nella gestione dei
conflitti sia stato saggiato, a quest'ora, a sufficienza perche' lo si possa
giudicare disperatamente controproducente.
Gli abitanti del luogo lo sanno per esperienza diretta, gli osservatori
internazionali che ci sono stati lo sanno, i volontari delle organizzazioni
non governative lo sanno, e alcuni diplomatici di alto livello e funzionari
dell'Onu che sono stati sul terreno per un mese - tutti quanti lo sanno
perfettamente. Sono solo coloro che prendono le decisioni, i consiglieri
negli uffici dei primi ministri, i ministri degli affari esteri e i media
che danno ancora l'impressione di non saperlo.
*
7. I grandi potenziali della nonviolenza, la pace ottenuta con mezzi
pacifici, ci stanno diritto davanti agli occhi
Il punto 6 era una conclusione di carattere negativo. Il suo lato positivo
consiste nel fatto che un enorme potenziale di natura politica, diplomatica,
psicologica, sociale, ecologica e culturale dei conflitti sta nondimeno
emergendo alla luce.
In linea di fatto, e come e' stato sottolineato ripetutamente da Jonathan
Schell nel suo libro pionieristico di oltre 400 pagine, The Unconquerable
World, ci sono alcune cose che ora sappiamo a proposito della violenza.
Cosi', per esempio, sappiamo che in seguito al fatto che le armi nucleari,
se fossero usate, potrebbero spazzare via la razza umana parecchie volte una
dopo l'altra e distruggere la terra, non possono esistere motivi politici di
sorta che possano essere promossi dal loro uso.
In secondo luogo, i mutamenti che hanno funzionato meglio sono stati quelli
intrapresi con mezzi pacifici. Dice Schell che le rivoluzioni inglese,
americana, francese, tedesca e indiana hanno dimostrato tutte quante il
potere della gente di esautorare e paralizzare un regime ritirando ad esso
il proprio appoggio, mentre nello stesso tempo si procedeva a costruire e a
mettere in piedi istituzioni parallele.
In seguito, nel corso della sua esposizione molto comprensiva e
particolareggiata, Schell passa ad esaminare i casi del rovesciamento della
giunta greca dei colonnelli nel 1974, la caduta del Portogallo che era
l'ultimo impero europeo in Africa, la democratizzazione della Spagna a
partire dal 1975, e cioe' dalla morte di Franco. Nell'America meridionale
degli anni Ottanta, i generali rassegnavano il potere in Argentina, in
Brasile e in Cile. La dittatura di Marcos nelle Filippine scomparve nel
1986, l'autocrazia della Corea del Sud nel 1988, il dittatore indonesiano
Suharto cadde nel 1990, in Iran si sviluppo' una forte opposizione contro il
dominio dei mullah, nel 2001 un periodo di oltre settant'anni di governo
ininterrotto da parte del Partito rivoluzionario istituzionale messicano fu
spezzato dal popolo, Milosevic cadde nell'ottobre dello stesso anno e il
presidente georgiano Shevardnadze nel 2003. L'esperienza sudafricana, a cui
tutti avevano predetto terribili spargimenti di sangue, passo' indenne
attraverso il periodo di transizione  grazie alla costruzione di una fiducia
reciproca fra le parti, basata sulla riconciliazione e sulla creazione di
una commissione apposita incaricata di ristabilire la verita' e di
promuovere la riconciliazione stessa.
Tutto questo ha funzionato, in misura maggiore o minore, e assai meglio,
comunque, di quanto abbiano fatto le guerre civili e gli interventi
militari - o, a maggior ragione, una guerra di carattere imperiale. Le anime
sono state curate, ed e' stata data una chance alla democrazia, come pure
alla pace. Cio' non e' accaduto nei luoghi che abbiamo menzionato prima a
proposito delle vicende degli anni Novanta, dove l'intervento militare
straniero e' stato il principale strumento impiegato per porre termine alle
guerre e gettare le basi della pace.
E' tempo di vedere ora che c'e' solo una misura che si possa adottare contro
altri quattro anni di politiche militaristiche e imperiali del governo Bush:
ed e' quella di criticarlo meno e di indirizzare l'attenzione, assai piu' di
quanto si sia fatto finora, sull'efficienza e sul decoro, sul potenziale
curativo e libertario, della mobilitazione della gente senza armi nelle
proprie mani.
Insomma, ci sono tante ragioni di speranza, se la gente, i media e coloro
che dovrebbero prendere le decisioni avessero solo la capacita' di
scorgerle. Una ragione fondamentale per cui non sono capaci di farlo e' la
loro cieca lealta' nei confronti di un impero in procinto di sprofondare -
che e' quello degli Stati Uniti d'America.
L'educazione alla pace, l'educazione civica, l'addestramento delle capacita'
necessarie per orientarsi negli affari internazionali e nella gestione dei
conflitti civili possono benissimo rivelarsi come gli strumenti piu' potenti
e piu' efficaci di cui possiamo disporre.
*
8. Abbiate pazienza. Gli imperi non durano per l'eternita'. Gli Stati Uniti
dispiegano la loro debolezza in Iraq
Ci sono ragioni storiche generali per cui gli imperi tramontano. Alcune di
esse sono: la militarizzazione dello stato; l'iperestensione territoriale, e
cioe' il tentativo di controllare troppe cose in troppi luoghi diversi; la
legittimita' decrescente agli occhi di chiunque altro; l'esaurimento
economico; la convinzione perversa che chiunque altro dovrebbe fare le cose
in un solo modo, e cioe' in quello in cui le facciamo noi, e cioe' una
tolleranza sempre minore del pluralismo, e, man mano che il tempo passa, una
incapacita' sempre crescente di prestare ascolto e di apprendere qualcosa da
chiunque altro - e anche dai propri errori. Insomma, la stagnazione
intellettuale e morale, l'inflessibilita' del carattere e della mente,
l'irrigidimento, una politica monolitica, l'autoesaltazione e la
megalomania - altrettanti modi di nascondersi il fatto che l'Impero non e'
che un'illusione.
Si puo' argomentare che gli Stati Uniti si stanno muovendo rapidamente in
questa direzione di carattere generale. Se le cose stanno cosi', altri
quattro anni in compagnia di George W. Bush non potranno fare altro che
accelerare questo processo, e cioe' determinare la fine dell'impero in tempi
piu' rapidi di quanto sarebbe stato altrimenti il caso.
Cosi', mentre gli Stati Uniti sono soggetti a un indebolimento interno in
seguito alla deriva verso un impero incontrollato che esaurisce le loro
forze, e verso un fascismo potenziale, essi saranno anche indeboliti
dall'esterno, e cioe' dal resto del mondo che tende a diventare piu'
indipendente e meno timoroso e ossequiente nei confronti dell'Impero.
Una delle lezioni piu' importanti che si possono trarre dagli ultimi 40 o 50
anni di guerre e' che i grandi paesi tecnologicamente potenti, col loro
morale tutt'altro che solido e i bassi motivi da cui sono mossi, finiscono
per perdere le guerre da loro intraprese con paesi piu' piccoli, meno
sviluppati dal punto di vista tecnologico e a volte anche superiori dal
punto di vista morale: cosi' gli Stati Uniti col Vietnam, l'Unione Sovietica
con l'Afghanistan, la Serbia con le altre repubbliche della regione, e ora
gli Stati Uniti, l'Inghilterra e altri paesi in Iraq.
Gli Stati Uniti sono l'attore militare piu' forte di tutta la storia, la
loro ossessione di essere minacciati e' piu' grande di quella di qualunque
altro paese su tutta la terra, sono odiati da un maggior numero di persone e
di paesi piu' di quanto lo siano gli altri, tendono ad isolarsi dai loro
amici e a distruggere, al loro interno, cio' che rendeva gli Usa cosi'
attraenti per la gente di tutto il mondo. Qualcuno deve pur trarre le sue
conclusioni da tutto questo...
*
9. Boicottare gli Usa economicamente
Uno di questi fattori di indebolimento, che, in effetti, avrebbe
un'importanza fondamentale, sarebbe rappresentato da un boicottaggio
economico globale dell'economia statunitense, in primo luogo dei beni di
consumo da essa prodotti, e poi, successivamente, dei beni capitali e dei
flussi monetari, che assumono la forma, di volta in volta, di prestiti e di
crediti, delle istituzioni economiche dominate dagli Usa, degli investimenti
e delle vendite sul mercato americano, cessando di concedere prestiti agli
Usa per finanziare le loro guerre, cessando di viaggiare negli Stati Uniti
ecc.
Proteste economiche di questo tipo sarebbero certamente molto piu' efficaci
di ogni manifestazione di piazza contro la politica estera americana, e
favorirebbero l'emersione di nuove relazioni economiche nella rete di scambi
che avvolge il mondo come un gomitolo. Tuttavia, come nel caso di tutte le
altre misure di embargo, bisognerebbe escogitare soluzioni atte a far si'
che i settori piu' poveri della societa' americana non ne siano danneggiati
e feriti.
*
Qui si puo' leggere cio' che Lester Brown, uno dei piu' importanti pensatori
globali dei nostri tempi, ha scritto verso la fine di ottobre del 2004, e
che e' degno di essere riportato per esteso.
"Ora il rifiuto della politica estera americana si sta traducendo in un
rifiuto dei prodotti che recano marchi di fabbrica statunitensi. Gli
europei, in effetti, stanno tenendo una specie di referendum economico sulla
politica estera americana, votando, se si puo' dir cosi', coi loro
portafogli. L'effetto di questo fenomeno puo' essere visto nei rendiconti
economici dei profitti che vengono resi pubblici in questi giorni da
parecchie societa' americane di primo piano".
"Su scala mondiale, otto dei dieci maggiori marchi di prodotti sono
americani. Piu' di meta' delle vendite di ciascuno di questi prodotti hanno
luogo fuori degli Stati Uniti. John Quelch, professore alla Harvard Business
School, scrive: 'Un'opposizione crescente alla politica estera americana
minaccia la forza a lungo termine di questi marchi'".
"Il 'Financial Times' riferisce che alcuni dei marchi di prodotti di consumo
piu' forti del mondo, come Coca Cola, McDonald, Gap, cominciano ad essere
duramente colpiti. Le vendite di Coca Cola in Germania sono cadute del 18
per cento rispetto a un periodo simile dell'anno scorso, e la societa' e'
costretta a defalcare 392 milioni di dollari per 'fare fronte alla riduzione
degli attivi commerciali in quel paese'".
"McDonald, una societa' che puo' vantare una crescita storica considerevole
nel corso degli anni, ha visto le sue vendite pervenire quasi a una
posizione di stallo in tutta l'Europa. Gap e' uscita del tutto dalla
Germania, una mossa che ha contribuito a ridurre le sue vendite
internazionali del 10 per cento. La caduta della partecipazione ai
divertimenti del parco Disney alla periferia di Parigi ha fatto scendere le
sue entrate fino al punto in cui ha dovuto essere soccorso e risarcito dalla
sua societa' madre. Wal-Mart, la piu' fortunata ditta di vendita al
dettaglio del mondo, si trova a fronteggiare pesanti perdite in Germania,
che rappresenta la terza piu' grande economia del mondo dopo gli Stati Uniti
e il Giappone".
"Anche le vendite di automobili prodotte dalla General Motors e dalla Ford
sono in uno stato di sofferenza in Europa. Di fronte a perdite di 236
milioni di dollari nella regione, la General Motors sta licenziando 12.000
lavoratori in Germania. La Ford, a sua volta, potrebbe seguire presto coi
licenziamenti".
"Non volendo alimentare il 'backlash' antiamericano, le societa'
generalmente biasimano le condizioni economiche per il declino delle loro
vendite, ma il Fondo Monetario Internazionale ha stimato, in settembre, che
la crescita economica di quest'anno, in Germania, sarebbe stata del 2 per
cento, un risultato molto migliore della sua crescita negativa dell'anno
scorso. In Francia, un altro paese dove i prodotti americani stanno
prendendo una sberla, la previsione della crescita e' proiettata al 2,6 per
cento, a confronto dello 0,5 per cento dell'anno scorso".
"Il declino nelle vendite e nei guadagni delle compagnie americane
all'estero appare con la massima evidenza nei marchi di primo piano che
abbiamo citato prima, ma l'accettazione dei prodotti di marca Usa e' in
declino su tutta la lista. Altri marchi ben noti per cui l'approvazione dei
consumatori all'estero e' in declino includono Microsoft, la Nike e Yahoo.
Ma in gioco e' molto di piu' dei marchi universalmente conosciuti. Il
destino economico di migliaia di compagnie americane che operano sul mercato
internazionale e' influenzato da questa tendenza".
"L'effetto indiretto della guerra irachena sull'economia Usa puo' diventare
presto un problema di primaria importanza. Quelch condivide queste
riflessioni facendo notare che 'il costo per l'economia americana potrebbe
essere molto piu' grande del costo della guerra stessa...'".
*
Se continuato e rafforzato nel corso del tempo, il vostro boicottaggio
personale dei prodotti americani potrebbe ben essere la piu' importante
forma particolare di protesta contro la politica estera americana, il suo
militarismo e il suo imperialismo. Ed essa costituisce  un'alternativa
democratica del cittadino globale al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, dal
momento che quell'organo non potrebbe mai decidere qualcosa in materia di
sanzioni, poiche' almeno gli Stati Uniti stessi, che sono uno dei suoi
cinque membri permanenti, opporrebbero il loro veto.
Ma George Bush non ha modo di costringere voi e me a comprare prodotti
americani. Abbiamo il potere gigantesco di esprimere la nostra solidarieta'
col resto del mondo, ora e subito, con un boicottaggio economico su scala
mondiale degli Stati Uniti, ma non oltre il momento in cui essi cominceranno
a ritirare le loro truppe dislocate tutt'intorno al mondo e a ritirarsi
dalle loro basi e dalle loro guerre. L'azione, ancora una volta, non deve
essere antiamericana, ma deve essere rivolta contro la specifica
distruttivita' della loro politica estera e di sicurezza, e cio' si
riferisce anche alle loro armi nucleari.
*
Sono grato all'associato della Transnational Foundation for Peace and Future
Research Johan Galtung che ha ispirato alcuni punti di questo comunicato.

4. PROPOSTE. JOHAN GALTUNG: IL BOICOTTAGGIO ECONOMICO COME AZIONE
NONVIOLENTA
[Dal n. 995 di questo foglio. Ringraziamo Renato Solmi (per contatti:
rsolmi at tin.it) per averci messo a dsposizione nella sua traduzione questo
intervento di Johan Galtung apparso in inglese nel sito della rete
"Transcend" (www.transcend.org) da lui diretta, e in quello della
"Transnational Foundation for Peace and Future Research" (in sigla: Tff;
sito: www.transnational.org) diretta da Jan Oberg.
Questa traduzione Renato Solmi, il cui rigore morale e intellettuale e'
pressoche' leggendario, accompagna con la seguente Avvertenza: "La
traduzione di questo testo, apparsa sulla rete 'Transcend' alla fine di
giugno, e' stata curata da Renato Solmi. Qua e la' il testo originale e'
stato leggermente ampliato per renderlo piu' facilmente comprensibile al
lettore italiano (senza che, peraltro, queste 'esplicitazioni' del
traduttore possano dare luogo a nessun equivoco). Poche note sono state
aggiunte in calce a titolo di giustificazione e anche di incertezza  circa
la proprieta'  dell'interpretazione. Ci sembra che,  peraltro,  la
discussione di questa proposta, che si aggiunge a quella formulata da Jan
Oberg alla fine dell'anno scorso, sia piu' che mai attuale ed urgente".
Renato Solmi e' stato tra i pilastri della casa editrice Einaudi, ha
introdotto in Italia opere fondamentali della scuola di Francoforte e del
pensiero critico contemporaneo, e' uno dei maestri autentici e profondi di
generazioni di persone impegnate per la democrazia e la dignita' umana, che
attraverso i suoi scritti e le sue traduzioni hanno costruito tanta parte
della propria strumentazione intellettuale.
Johan Galtung, nato in Norvegia nel 1930, fondatore e primo direttore
dell'Istituto di ricerca per la pace di Oslo, docente, consulente dell'Onu,
e' a livello mondiale il piu' noto studioso di peace research e una delle
piu' autorevoli figure della nonviolenza. Una bibliografia completa degli
scritti di Galtung e' nel sito della rete "Transcend", il network per la
pace da lui diretto, cui rinviamo: www.transcend.org
Jan Oberg (per contatti: oberg at transnational.org), danese, nato nel 1951,
illustre cattedratico universitario, e' uno dei piu' importanti
peace-researcher a livello internazionale e una figura di riflerimento della
nonviolenza in cammino. Tra le sue molte opere: Myth About Our Security, To
Develop Security and Secure Development, Winning Peace, e il recente
Predictable Fiasco. The Conflict with Iraq and Denmark as an Occupying
Power]

Si parla molto di boicottare i prodotti Usa in tutto il mondo, e,
specialmente in Germania e in Francia, si ha l'impressione che la gente sia
molto meno incline ad acquistare prodotti Usa dopo l'invasione illegale
dell'Iraq. Puo' essere interessante osservare che non si parla di boicottare
prodotti inglesi o britannici, ma se ne parla invece spesso a proposito di
Israele. Lo sfondo a cui si puo' fare riferimento e' costituito dall'azione
coronata da successo contro il regime di apartheid nella Repubblica
sudafricana, contro la Shell tedesca nel Mare del Nord, e contro gli
esperimenti nucleari francesi in Polinesia; tutti episodi che hanno fatto
parte dello scenario politico degli anni Novanta. C'e' tutto lo spazio che
si vuole per una reviviscenza di queste iniziative.
Ci sono molte dimensioni e fattori di cui bisogna tener conto; ne daro' qui
qualche esempio.
Un boicottaggio completo dovrebbe coprire tutti i beni di consumo di
produzione Usa, dai film al complesso Coca Cola - Mc Donald all'automobile e
ai combustibili; i beni capitali di ogni genere, e in particolare gli
strumenti e le attrezzature militari, i beni finanziari come i dollari,
usando l'euro, lo yen ecc. per indicare i prezzi, per i contratti, per il
turismo, evitando anche di servirsi delle societa' di carte di credito
americane, e sbarazzandosi delle obbligazioni e delle azioni Usa, chiedendo
che i governi non le acquistino e che le imprese si dissocino dalle ditte
Usa, a cominciare dalle societa' piu' reprensibili da questo punto di vista.
Un boicottaggio parziale dovrebbe concentrarsi su qualunque assortimento o
sottogruppo delle voci sopra indicate (1).
Il boicottaggio dovrebbe prendere di mira tutte le societa' statunitensi
nell'ambito di tutti o di alcuni settori, o un sottogruppo, presumibilmente
il peggiore. La lista dovrebbe essere pubblicata e le condizioni per essere
esclusi dalla lista dovrebbero essere chiaramente enunciate e notificate.
Il "boycott" potrebbe essere o non essere accompagnato da un girlcott (gioco
di parole intraducibile in italiano, ma facilmente comprensibile a tutti i
lettori, n.d.t.), e cioe' da un acquisto selettivo dei prodotti di societa'
statunitensi che esibiscono un "record" positivo sulla base dei criteri
usati (come, ad esempio, l'assenza di contratti con le istituzioni
militari), o anche solo meno negativo delle altre. Il "girlcott" (e cioe'
l'acquisto preferenziale) di prodotti di societa' che abbiano la loro sede
principale in altri paesi potrebbe anche corrispondere allo scopo; anche se,
probabilmente, la domanda in questione non avrebbe un carattere altrettanto
imperativo.
*
Lo scopo del boicottaggio potrebbe essere quello di colpire l'impero
statunitense in quanto tale, nei suoi ammazzamenti coordinati in tutto il
mondo; con la sua creazione di squilibri immani fra la miseria di grandi
masse e la ricchezza oscena di altri; con la manipolazione politica e il
ricatto militare in luogo di una partecipazione paritetica alla politica
internazionale, e con la pretesa di "essere i soli a conoscere le risposte"
invece del dialogo con le altre nazioni. O lo scopo potrebbe essere piu'
limitato, come quello rappresentato dal ritiro delle truppe americane
dall'Iraq. Nell'un caso come nell'altro le condizioni per la cancellazione
del boicottaggio dovrebbero essere chiaramente enunciate.
Il meccanismo che potrebbe tradurre il boicottaggio in un mutamento di
politica (da parte del governo americano) sarebbe il dilemma in cui
verrebbero a trovarsi i "decision-makers" delle grandi societa' (come i
membri dei consigli di amministrazione o i dirigenti operativi) fra la loro
lealta' al geofascismo di Washington e i profitti delle loro societa', che
potrebbero ridursi rapidamente nelle condizioni determinate dal
boicottaggio. Il profitto medio di una "corporation" americana si aggira
intorno al 6%, cio' che significa che anche una partecipazione relativamente
modesta potrebbe avere un impatto molto sensibile. Anche un declino del 3%
delle vendite di ogni singola impresa farebbe, con ogni probabilita',
entrare in azione questo dilemma; per cui si puo' concludere che un
boicottaggio economico di questo genere e' fattibile, e perfino, oserei
dire, relativamente facile da organizzare. E chiunque vi puo' partecipare.
Oltre a questo effetto squisitamente economico bisogna tener conto di un
altro e forse aneora piu' importante meccanismo. Non il declino nelle
vendite delle singole imprese, o anche nei grandi indicatori macroeconomici;
ma il boicottaggio come espressione di un sentimento morale, il cui
messaggio e' questo: "Sei sulla strada sbagliata, amico mio, e noi non ti
daremo piu' il sostegno morale che sarebbe implicito nell'acquisto dei tuoi
beni o dei tuoi servizi. Quando ti incamminerai su una strada migliore,
tutto questo cambiera' come per incanto. Mettiamoci a sedere intorno a un
tavolo e cominciamo a discutere".
In altre parole, il potere risiede dalla parte dei consumatori. I fattori di
produzione sono tutti nelle mani di quelli che possiedono il capitale; che
si tratti delle risorse naturali, del lavoro umano, del capitale stesso,
della tecnologia o delle capacita' di gestione. Tutti questi fattori
scorrono, affluiscono e si ritirano, secondo le leggi della domanda e
dell'offerta. Anche la manodopera ha scarse possibilita' di scelta, dal
momento che la tecnologia puo' essere adoperata come un sostituto. Ma non
c'e' sostituto possibile per gli acquirenti dotati di volonta' propria.
*
Sapendo benissimo tutto questo, va da se' che il sistema americano
procedera' a difendersi, e le contromisure piu' probabili contro un
eventuale boicottaggio includono:
- le pressioni sui governi di altri paesi perche' mettano fuori legge il
boicottaggio; una misura molto problematica perche' la liberta' di mercato
e' una componente essenziale dell'ideologia neoliberale;
- che le societa' danneggiate chiedano un compenso a Washington; misura
altrettanto problematica dati i deficit gia' presenti nell'economia Usa e
nel bilancio federale;
- ridurre le spese licenziando un maggior numero di operai; misura, a sua
volta, problematica perche' a questa opzione si e' gia' fatto ricorso per
accrescere i profitti e le proteste collettive determinate da questo fattore
si stanno estendendo fin d'ora molto rapidamente;
- il boicottaggio statunitense dei prodotti di paesi che partecipano al
boicottaggio; misura anch'essa problematica data la dipendenza dei
consumatori Usa da prodotti stranieri (come per esempio quelli cinesi) e che
potrebbe avere l'effetto di stimolare gli acquisti dei prodotti dei paesi
boicottati dagli Usa (2).
Cio' che e' chiaro, tuttavia, e' che i governi non possono, dato il potere
militare schiacciante degli Stati Uniti, fare uso dell'arma economica che
potrebbe essere a loro disposizione, e cioe' di sanzioni di carattere
economico. Essi potrebbero essere bombardati, e i loro indirizzi sono
relativamente chiari, in contrasto con la dispersione dei "clienti" che
passano da stazioni di benzina americane o britanniche a quelle di altri
paesi.
*
Il boicottaggio economico ha svolto un ruolo importantissimo nella strategia
di lotta contro l'impero britannico promossa e attuata da Gandhi; e
qualsiasi forma di boicottaggio dovrebbe ispirarsi ai principi della
nonviolenza gandhiana.
Lo scopo che ci si propone e' quello di ridurre e di eliminare la presa
militare, economica, politica e culturale soffocante che gli Stati Uniti
esercitano sul mondo, e non certo quello di uccidere bambini americani
nell'atto di colpire l'economia americana. Un programma di aiuti di
emergenza per tutti quelli che soffrono negli Stati Uniti per le conseguenze
del boicottaggio dovrebbe essere preso in considerazione dai suoi
organizzatori. Il bersaglio di questa azione e' l'Impero americano, e non
gia' la Repubblica americana.
Un altro scopo fondamentale e' quello di sviluppare le nostre proprie
capacita' economiche e di non sottometterci alla "logica del mercato", che
e', per sua natura, cosi' cieca nei confronti di effetti collaterali
importanti come le iniziative di carattere locale, le reti di comunicazione
e le culture locali, gli effetti esercitati sull'ambiente, ecc.
Per questa ragione e' importante tenere aperti i canali di comunicazione e
di dialogo, a condizione, naturalmente, che quei canali siano usati bene (e
non per scopi allotri). Le visite negli Stati Uniti dovrebbero essere
incoraggiate, come pure i pubblici incontri, allo scopo di far conoscere (ai
nostri interlocutori) le ferite che l'impero americano infligge al resto del
mondo e di mostrare come gli Stati Uniti stessi sarebbero i primi a
beneficiare della sua caduta (3).
*
Note del traduttore
1. Non mi e' del tutto chiaro il senso del termine "subset" (combinazione,
assortimento, sottogruppo?). Non credo che si tratti di una specificazione
ulteriore di una di quelle categorie generali, che rischierebbe di togliere
al boicottaggio gran parte della sua efficacia, ma piuttosto di una varieta'
di prodotti o di servizi appartenenti a piu' d'una di esse.
2. Beninteso: da parte di altri paesi (partecipanti, a loro volta, al
boicottaggio, o, quanto meno, simpatizzanti con esso; ma le due cose non
dovrebbero coincidere in una "guerra" di questo genere, che dovrebbe
svolgersi, almeno da parte nostra, all'insegna dei principi della
nonviolenza?).
3. La divergenza apparente fra la proposta di Jan Oberg (nell'articolo
"Altri quattro anni di governo Bush", apparso anche su questo foglio nel n.
789), secondo la quale il boicottaggio avrebbe dovuto dar luogo anche ad
un'interruzione dei viaggi e delle visite negli Stati Uniti, e questo punto
dell'argomentazione di Galtung, potrebbe trovare la sua soluzione nel senso
che i viaggi e le visite di esponenti del movimento di protesta e di
contestazione della politica del governo di quel paese dovrebbero essere
finalizzati esclusivamente al conseguimento degli scopi che ci inducono a
ricorrere all'azione di boicottaggio (che non e', evidentemente, fine a se
stessa, e che dovrebbe cessare a condizioni ben determinate, come Galtung e
Oberg hanno messo bene in luce nei loro scritti).

5. MATERIALI. UNA MINIMA BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
- Centro nuovo modello di sviluppo, Ai figli del pianeta, Emi, Bologna 1998.
- Centro nuovo modello di sviluppo, Boycott!, Macroedizioni, San Martino di
Sarsina (Fo) 1992.
- Centro nuovo modello di sviluppo, Geografia del supermercato mondiale,
Emi, Bologna 1996.
- Centro nuovo modello di sviluppo, Guida al consumo critico, Emi, Bologna
1996 e piu' volte riedito.
- Centro nuovo modello di sviluppo, Lettera ad un consumatore del Nord, Emi,
Bologna 1990 e piu' volte riedito.
- Centro nuovo modello di sviluppo, Nord/Sud. Predatori, predati e
opportunisti, Emi, Bologna 1993 e piu' volte riedito.
- Francesco Gesualdi del Centro nuovo modello di sviluppo, Manuale per un
consumo responsabile, Feltrinelli, Milano 1999.
- Francesco Gesualdi, Centro nuovo modello di sviluppo, Sobrieta',
Feltrinelli, Milano 2005.
- Tonino Perna, Fair trade, Bollati Boringhieri, Torino 1998.
- Gene Sharp, Politica dell'azione nonviolenta. 2. Le tecniche, Edizioni
Gruppo Abele, Torino 1986.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 31 del 24 luglio 2005