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La nonviolenza e' in cammino. 1002



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1002 del 25 luglio 2005

Sommario di questo numero:
1. Sergio Paronetto: Che tristezza stasera a Verona
2. Ermanno Allegri: Un referendum in Brasile contro il commercio delle armi
3. Yanar Mohammed: Una Costituzione che deumanizza le donne. Un appello
dall'Iraq
4. Iaia Vantaggiato: Cento milioni di euro per violare i diritti umani
5. Senza girarci intorno
6. Giovanni Scotto: Un seminario sulla gestione costruttiva dei conflitti
internazionali
7. Brunella Casalini presenta "La democrazia vissuta. Individualismo e
pluralismo nel pensiero di Mary Parker Follett" di Raffaella Baritono
8. Il settimo volume dei "Quaderni satyagraha"
9. Letture: Ferdinando Tartaglia, Tesi per la fine del problema di Dio
10. Letture: Ferdinando Tartaglia, Esercizi di verbo
11. Letture: Giulio Cattaneo, L'uomo della novita'
12. La "Carta" del Movimento Nonviolento
13. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. SERGIO PARONETTO: CHE TRISTEZZA STASERA A VERONA
[Ringraziamo Sergio Paronetto (per contatti: paxchristi_paronetto at yahoo.com)
per questa testimonianza scritta la sera di sabato 23 luglio. Sergio
Paronetto insegna presso l'Istituto Tecnico "Luigi Einaudi" di Verona dove
coordina alcune attivita' di educazione alla pace e ai diritti umani. Tra il
1971 e il 1973 e' in Ecuador a svolgere il servizio civile alternativo del
militare con un gruppo di volontari di Cooperazione internazionale (Coopi).
L'obiezione di coscienza al servizio militare gli viene suggerita dalla
testimonianza di Primo Mazzolari, di Lorenzo Milani e di Martin Luther King.
In Ecuador opera prima nella selva amazzonica presso gli indigeni shuar e
poi sulla Cordigliera assieme al vescovo degli idios (quechua) Leonidas
Proano con cui collabora in programmi di alfabetizzazione secondo il metodo
del pedagogista Paulo Freire. Negli anni '80 e' consigliere comunale a
Verona, agisce nel Comitato veronese per la pace e il disarmo e in gruppi
promotori delle assemblee in Arena suscitate dall'Appello dei Beati i
costruttori di pace. In esse incontra o reincontra Alessandro Zanotelli,
Tonino Bello, Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Desmond Tutu, Rigoberta
Menchu', Perez Esquivel, Beyers Naude' e tanti testimoni di pace. Negli anni
'90 aderisce a Pax Christi (che aveva gia' conosciuto negli anni Sessanta)
del cui Consiglio nazionale fa parte. E' membro del Gruppo per il pluralismo
e il dialogo e, ultimamente, del Sinodo diocesano di Verona. Opere di Sergio
Paronetto, La nonviolenza dei volti. Forza di liberazione, Editrice Monti,
Saronno (Va) 2004]

Che tristezza, stasera, dopo la manifestazione veronese contro la violenza
da cui mi sono allontanato.
L'iniziativa era partita bene. Il gruppo promotore aveva invitato anche
tifosi ultras dell'Hellas Verona perche' dichiarassero la netta
divaricazione tra tifo e violenza. Aveva aperto il microfono alle varie
opinioni. Poi, pero', si e' dichiarato disponibile all'inquinamento dicendo
che ognuno puo' partecipare alla manifestazione con le sue caratteristiche.
Se le caratteristiche fossero, come e' stato, la disponibilita' a spaccare
vetrine, a sfilare a viso coperto con bastoni in mano, a scrivere sui muri
inni alla P38, a seminare paura? Cosa c'entravano le 20 persone col
passamontagna in mezzo al corteo con il gruppo promotore e con l'iniziativa?
Cosa c'entravano le bandiere nere o rosso-nere con la bandiera arcobaleno?
Perche' non capire che la violenza nei e attorno ai cortei puo' essere
frutto di provocazione organizzata? E che porta al degrado? Che la violenza
non solo e' feroce e stupida ma fa sempre il gioco dell'avversario?
*
Per me, la possibilita' di immaginare e di preparare "un mondo altro" passa
attraverso una totale e radicale opposizione-proposta nonviolenta.
Alcuni dicono che si tratta di una discriminante che divide. In realta' a
dividere, a screditare, anzi a distruggere i movimenti sociali e' la
disponibilita' a tollerare qualunque forma di violenza. E' la violenza
(macro o micro) che divide, separa, allontana dalla soluzione dei problemi,
blocca le relazioni con gli altri, distrugge i rapporti umani, abbrutisce
tutti.
Perche' non si vuol capire che le violenze sono sempre "reazionarie" e
incivili, "fasciste"?  E che solo la scelta della nonviolenza e' liberante,
relazionale, inclusiva, festosa e creativa? E' la nnviolenza la novita'
antagonista alla militarizzazione del mondo e della vita quotidiana. E' la
nonviolenza l'alternativa (a tutte le ideologie), la forza di liberazione,
l'energia vitale che tesse rapporti, crea reti, coinvolge.
Il pacifismo generico puo' contenere le stesse logiche militari che si
vogliono denunciare. Un capitolo del mio libro "La nonviolenza dei volti" ne
parla diffusamente.
*
Per me (e per Pax Christi) senza scelta nonviolenta non c'e' azione per la
pace.
Avevamo concluso il nostro comunicato di solidarieta' con i giovani feriti
auspicando che la doverosa e ferma indignazione per le violenze possa
accompagnarsi ad "azioni sempre nonviolente, le piu' limpide e democratiche,
le piu' adatte e credibili per affermare un altro modo di lottare per le
proprie idee e per costruire relazioni libere, giuste e fraterne".
Intendiamo riprendere e sviluppare l'idea.
Per la politica, per i movimenti sociali e per il popolo della pace dovrebbe
essere chiaro il motto di Martin Luther King: "o nonviolenza o non
esistenza".
Sta forse morendo il pacifismo. Occorre operare perche' si organizzi la
nonviolenza.

2. APPELLI. ERMANNO ALLEGRI: UN REFERENDUM IN BRASILE CONTRO IL COMMERCIO
DELLE ARMI
[Ringraziamo Francesco Comina (per contatti: f.comina at ladige.it) per averci
inviato questo appello di Ermanno Allegri.
Francesco Comina, giornalista e saggista, pacifista nonviolento, e'
impegnato nel movimento di Pax Christi; nato a Bolzano nel 1967, laureatosi
con una tesi su Raimon (Raimundo) Panikkar, collabora a varie riviste. Opere
di Francesco Comina: Non giuro a Hitler, Edizioni San Paolo, Cinisello
Balsamo (Mi) 2000; (con Marcelo Barros), Il sapore della liberta', La
meridiana, Molfetta (Ba) 2005; ha contribuito al libro di AA. VV., Le
periferie della memoria, Anppia - Movimento Nonviolento, Torino-Verona; e a
AA. VV., Giubileo purificato, Emi, Bologna.
"Ermanno Allegri, sacerdote bolzanino da trent'anni in Brasile, gia'
segretario nazionale della Commissione Pastorale della Terra e ora direttore
di un'agenzia continentale (Adital, sito: www.adital.com.br), nata come
strumento per portare all'attenzone della grande informazione
latinoamericana i temi delle comunita' di base e l'impegno cotnro la
poverta'. Allegri e' stato chiamato a contribuire al coordinamento delle
azioni di sensibilizzazione in vista del referendum che si terra' in Brasile
alla fine di ottobre che ha come tema la messa al bando del commercio delle
armi da fuoco che in tutta l'America Latina costituisce un rilevante fattore
di violenza (omicidi, rapine, ecc.). E' una battaglia civile e di diritto
importantissima per tutto il Brasile, ma anche per il movimento per la pace
di tutto il mondo. La posta in gioco e' grande ma i poteri che contano (le
multinazionali delle armi) sono gia' all'opera per vincere, mettendo in
campo enormi fondi. Allegri chiede che questo tema venga messo nell'agenda
anche del movimento per la pace italiano e chiede anche un aiuto finanziario
per coordinare, da qui a ottobre l'attivita' di sensibilizzazione di Adital"
(Francesco Comina)]

Alla fine di ottobre si terra' in Brasile un referendum importante per
mettere al bando il commercio delle armi da fuoco, che e' all'origine di
tanta violenza nel paese latinoamericano. Il quesito del referendum sara':
"Il commercio di armi da fuoco e munizioni deve essere proibito in
Brasile?". Cosi' dobbiamo inziare la campagna per il si' [in
portoghese-brasiliano: "sim"].
Le fabbriche di armi investiranno pesantemente per il no, con grandi
capitali e mezzi di comunicazione, allegando tutti i motivi, da quelli
economici a quelli sentimentali e pretesamente "razionali" come: "Mentre
disarmiamo i buoni cittadini, i banditi resteranno armati e piu' sicuri di
agire".
Il si' assume un valore non solo reale, ma simbolico per il Brasile e per
tutta l'America Latina e il mondo intero.
I movimenti pacifisti in tuto il mondo potrebbero fare delle campagne di
appoggio al referendum e ai gruppi che lavorano in Brasile per il si'.
L'agenzia di stampa Adital (sito: www.adital.com.br), di cui sono il
direttore, puo' giocare un importante ruolo all'interno di questa campagna.
Pero' serve un aiuto finanziario dall'Italia e dall'Europa per mettere in
campo un'azione di sensibilizzazione forte delle comunita' di base in tutto
il Brasile.
*
Questo lo schema minimo di informazione per mirare all'obiettivo del si',
che ci consente di mettere al bando questo terribile commercio delle armi.
- Avere un sito internet per questo referendum con un link nel sito Adital o
direttamente su www.aditalSIM.com.br
- Garantire copertura giornalistica quotidiana (possibilmente con due
"lanci" al giorno) per le principali iniziative della campagna per il si':
chiedere l'impegno di editorialisti autorevoli, dare notizia di eventi
religiosi e di manifestazioni pubbliche, fare interviste, ecc. Occorrerebbe
un/a responsabile redazionale ad hoc part time, un/a redattore/trice e uno/a
stagista nella redazione di "Adital" e alcuni corrispondenti nelle citta'.
Per facilitare il ricevimento di collaborazioni volontarie da parte dei
gruppi che organizzano attivita', possiamo creare una e-mail  specifica
SIM at adital.com.br
- Fornire un link nel sito per presentare i materiali che gruppi pacifisti,
chiese, ng, potranno produrre, proponendo il loro indirizzo e-mail per
contatti.
- Aprire e amministrare una lista di discussione sul referendum in cui i
lettori di "Adital" possano esprimere pareri, chiarire dubbi, ecc. Una volta
alla settimana o al mese si potra' offrire un riassunto sottolineando gli
aspetti piu' importanti.
- Offrire la lista dei gruppi che gia' lavorano per la pace o a favore del
disarmo o per il servizio civile, e aprire un link con l'agenda degli eventi
sul referendum previsti a livello nazionale e locale perche' gli interessati
possano collaborare e partecipare.
- Cercare di rubricare i motivi dei sostenitori del "no" e preparare testi
che controargomentino.
- Inviare corrispondenze e promuovere contatti personali con i media locali,
specialmente con i giornalisti amici (di "Adital" o di altri siti) per
offrire loro i nostri materiali e incentivarne la diffusione.
*
Se ci fosse una maggiore disponibilita' finanziaria potremmo pensare anche
ad altre iniziative:
- incontri con alcuni grandi soggetti informativi alternativi a Sao Paulo, a
Salvador e a Brasilia. Con le altre grandi regioni (Nord, dall'Acre, a
Manaus, a Belem e il Sud con Porto Alegre, Curitiba e Florianopolis)
potremmo tentare di tenere i contatti via e-mail perche' il viaggio sarebbe
piu' caro. Per questa iniziativa basterebbe pagare il viaggio di una persona
(aereo, alimentazione, hotel): circa 2.400 euro. La finalita' dell'incontro
sarebbe riuscire a coordinarsi con 10 o 20 dei maggiori soggetti informativi
in ogni regione e vedere concretamente come collaborare. Se ciascun soggetto
informativo fosse disponibile a collaborare con i suoi giornalisti si
potrebbe risparmiare la spesa con i corrispondenti...
- Potremmo creare il sito nel web in italiano e in inglese (a Sao Paulo c'e'
un gruppo che tradurrebbe gratis in inglese parte del materiale).
- Inoltre stiamo pensando di valorizzare il ricchissimo materiale della
nostra banca dati (notizie, interviste, reportage, studi, ecc.) e produrre
materiali da usare nelle scuole (diretti a maestri e professori) su temi
come diritti umani, popoli indigeni, contadini, ecc.; potremmo anche, per
questa occasione, produrre un quaderno sul referendum.
E molte altre idee possono nascere...
Il tutto per una spesa che abbiamo calcolato intorno ai 25.000 euro.
*
Se questa campagna referendaria diventasse una iniziativa di tutto il
movimento per la pace a livello internazionale forse potremmo far partire
dal Brasile un cammino virtuoso per un disarmo piu' profondo e piu' ampio.
L'iniziativa referendaria per l'abrogazione del commercio delle armi da
fuoco in Brasile e' troppo importante per lasciarla in mano ai costruttori
di armi.
Vi supplico di fare qualcosa, di darci una mano, di portare questo tema al
centro del dibattito pacifista italiano.
*
Per contatti: www.adital.com.br

3. DIRITTI NEGATI. YANAR MOHAMMED: UNA COSTITUZIONE CHE DEUMANIZZA LE DONNE.
UN APPELLO DALL'IRAQ
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente intervento di
Yanar Mohammed. Yanar Mohammed e' presidente dell'Organizzazione per la
liberta' delle donne in Iraq]

L'era delle atrocita' post-occupazione si e' dischiusa per svelare il
capitolo finale dell'abuso dei diritti umani delle donne in Iraq: una
Costituzione che legalizza la discriminazione delle donne.
La bozza costituzionale che e' circolata segretamente ha eliminato i diritti
minimi che le donne avevano secondo la precedente legge sullo status delle
persone risalente al 1959. Sebbene detta legge fosse in parte basata sulla
sharia islamica, essa includeva abbastanza riforme da assicurare uno
standard minimo di diritti umani per le donne, come il prevenire i matrimoni
delle bambine e il rendere la poligamia piu' difficile: una pratica che la
sharia permette assieme alle battiture, alle lapidazioni, alle flagellazioni
ed all'imposizione del velo.
La bozza prevede nell'articolo 14 l'eliminazione della legge corrente e
trasferisce le leggi sulla famiglia completamente alla sharia islamica ed
alle altre religioni presenti in Iraq. In altre parole, lascia le donne
vulnerabili ad ogni discriminazione ed ostilita' sociale, oltre a designarle
quali cittadine di seconda classe o semi-umane.
Sin dall'inizio dell'occupazione l'amministrazione statunitense ha
riconosciuto gli iracheni a seconda delle loro identita' etniche/nazionali e
religiose. La polarizzazione predeterminata della societa' attorno alle sue
forze piu' reazionarie ha avuto come esito la creazione dell'arma piu'
letale, ovvero un governo di divisioni ed ineguaglianze, una potenziale
bomba a tempo per la guerra civile che e' gia' iniziata. Peggio ancora,
l'unica agenda che i partiti al potere condividono e' un'agenda di
oppressione, bigottismo e misoginia, oltre alla rappresentazione degli
interessi dell'occupazione Usa.
Gli avversari del popolo si sono riuniti a scrivere la Costituzione ed hanno
deciso di dare vita alla risoluzione 137. Questa risoluzione isola l'Iraq
dal mondo moderno e lo trasforma in un Afghanistan sotto il dominio dei
Talebani, ove l'oppressione e la discriminazione delle donne sono
istituzionalizzate dalla sharia.
Noi abbiamo vissuto differenti stadi e tipi di atrocita' sotto questa
occupazione. Ora l'occupazione statunitense intende lasciare un marchio di
garanzia dell'abuso sui diritti umani senza precedenti, forzando la nascita
di una Costituzione che trasforma 13 milioni di donne in creature
semi-umane.
Abbiamo bisogno del vostro sostegno per rigettare una Costituzione che
aprira' la strada a decadi di silenziosi massacri di donne. Fate sapere al
popolo statunitense, che ama la liberta', cosa viene commesso in suo nome,
ed in nome della democrazia.
Scrivete lettere aperte all'amministrazione Usa e ai suoi alleati, in
special modo alla Gran Bretagna. Ricordate loro che i diritti delle donne
non possono essere il prezzo che si paga per un'odiosa "democrazia" fatta di
razzismo, divisioni etniche e religiose, settarismi e misoginia.
Aiutateci a trovare una via d'uscita all'interminabile attacco alle nostre
liberta' e alle nostre vite.

4. DIRITTI NEGATI. IAIA VANTAGGIATO: CENTO MILIONI DI EURO PER VIOLARE I
DIRITTI UMANI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22 luglio 2005. Iaia Vantaggiato e' una
prestigiosa intellettuale e giornalista impegnata per la pace e i diritti]

Ammonta a 49,7 milioni di euro, circa cento miliardi di vecchie lire,
l'"impegno" profuso nel corso del 2004 dal governo italiano - e in
particolare dal ministero dell'interno - per il mantenimento dei centri di
detenzione per immigrati: di questi, 40,8 milioni sono stati destinati alla
gestione dei Centri di permanenza temporanea (in sigla: Cpt); 3,3 alla
manutenzione ordinaria e altrettanti a quella straordinaria; 1,9 i milioni
spesi per le voci economiche. Un "impegno"... cui si aggiungono i circa 26,3
milioni di euro resisi necessari per pagare gli 800 tra poliziotti,
carabinieri e finanzieri impegnati nei compiti di vigilanza nei Cpt di
Agrigento, Brindisi, Bologna, Caltanissetta, Catanzaro, Lecce, Milano,
Modena, Roma, Torino e Trapani. Una geografia alfabetica che fa salire le
voci di spesa a 76 milioni di euro.
E - a questo punto - perche' non rilanciare e cercare di raggiungere quota
cento? In realta' basta poco. Altro non serve se non che aggiungere alla
lista i quasi 13 milioni di euro richiesti dalle operazioni di rimpatrio -
leggasi espulsioni - degli immigrati nonche' i circa 8 milioni impiegati in
missioni estere e internazionali (i dati, peraltro, si fermano al 30
settembre del 2004).
All'Italia, lo scorso anno, la repressione del flusso migratorio sarebbe
insomma costata duecento miliardi di vecchie lire. Senza contare che la
cifra - resa nota da due differenti relazioni della Corte dei Conti -
risulterebbe ancora mancante rispetto ai dati relativi alle spese sostenute
dagli altri ministeri. La Corte dei conti, in proposito, non puo' che
confermare "le difficolta' che si incontrano nel voler individuare
compiutamente le risorse complessive che il bilancio dello stato destina
alle politiche dell'immigrazione", stanti i numerosi soggetti istituzionali
cui sono attribuite competenze in materia. Un'analisi da cui, comunque,
resta fuori la spesa a carico del ministero degli affari esteri che pure
opera nell'ambito delle politiche dell'immigrazione attraverso l'attivita'
negoziale e la sottoscrizione di accordi di cooperazione.
Di certo, al momento, c'e' solo che ben 15.647 "clandestini" sono stati
trattenuti, nel 2004, all'interno delle strutture detentive e sono un totale
di 59.965 gli stranieri respinti alle frontiere, espulsi o riammessi nel
paese di provenienza.
Quanto ai costi relativi ai due Cpt che l'Italia sta realizzando in Libia
(uno sarebbe in costruzione, il secondo in procinto di esserlo) nella
relazione della Corte dei Conti non c'e' traccia. Ma la notizia, mai resa
nota dal governo al parlamento, suscita dure proteste: "Che l'Italia abbia
iniziato la costruzione di questi Cpt - dice il deputato verde Mauro
Bulgarelli - e' la conferma che questo governo, tra menzogne e azioni
clandestine, continua a violare i diritti umani e quello internazionale. Il
pacchetto concordato con la Libia, evidentemente, non contemplava soltanto
la deportazione di migliaia di migranti verso un paese che viola
sistematicamente i diritti umani, ma anche l'allestimento delle strutture
dove sarebbero stati detenuti".
Sconcerto esprime anche Filippo Miraglia, responsabile immigrazione
dell'Arci: "Ancora una volta - e all'insaputa del parlamento - l'Italia
stipula accordi segreti con la Libia. Il primo passo per affrontare il tema
dell'immigrazione non puo' che essere la chiusura definitiva dei Cpt.
Inutile parlare di una loro riforma".
Non la pensa cosi' il sottosegretario all'interno Mantovano: "I Cpt sono un
anello importante del sistema di contrasto all'immigrazione clandestina.
Sarebbe interessante capire - e' la sua provocazione - se la contestazione
dei presidenti regionali di centro sinistra riguarda le modalita' di
trattamento all'interno dei centri o se si contesta comunque la loro
presenza".

5. RIFLESSIONE. SENZA GIRARCI INTORNO
Quando nel 1998 la legge Turco-Napolitano (in questo pienamente recepita
nella successiva Bossi-Fini) istitui' i Centri di permanenza temporanea (in
sigla: Cpt) in cui recludere persone senza processo - anche perche' di
nessun reato accusate -, in Italia furono reintrodotti i campi di
concentramento di funesta memoria.
Luoghi di detenzione in cui si e' privati della liberta' senza essere
accusati di alcun reato, luoghi che denegano radicalmente lo stato di
diritto, l'ordinamento democratico, la legalita' costituzionale italiana, i
diritti umani cosi' come definiti nella Dichiarazione del 1948. E cio' che
piu' conta: luoghi che hanno gia' provocato la morte di esseri umani.
Abolirli non dovrebbe essere argomento di dibattito, ma atto di civilta',
obbligo giuridico, dovere morale, esigenza esistenziale. L'esistenza di
questi campi rende il nostro paese colpevole di crimini contro l'umanita',
rende l'intero popolo italiano complice di torture e omicidi. Sempre piu'
persone se ne stanno accorgendo, in varie forme sempre piu' soggetti -
singoli cittadini, movimenti ed associazioni, istituzioni - stanno
finalmente premendo perche' questa infamia e questo orrore finisca. Non si
perda altro tempo.

6. FORMAZIONE. GIOVANNI SCOTTO: UN SEMINARIO SULLA GESTIONE COSTRUTTIVA DEI
CONFLITTI INTERNAZIONALI
[DaL Centro studi difesa civile (per contatti: Centro studi difesa civile,
c/o Associazione per la pace, via Salaria 89, 00198 Roma, tel. 068419672,
fax: 068841749, e-mail: redazione at pacedifesa.org) riceviamo e diffondiamo.
Giovanni Scotto (per contatti: giovanni_scotto at yahoo.de) e' uno dei piu'
importanti studiosi italiani nell'ambito della peace research, studioso e
amico della nonviolenza; gia' ricercatore presso il "Berghof Research Center
for Constructive Conflict Management" di Berlino, collaboratore
dell'"Institute for Peace Work and Nonviolent Settlement of Conflicts" di
Wahlenau, e' docente all'Universita' di Firenze e presidente del "Centro
studi difesa civile" di Roma. Tra le opere di Giovanni Scotto: con Emanuele
Arielli, I conflitti, Bruno Mondadori, Milano 1998 (seconda edizione
notevolmente ampliata: Conflitti e mediazione, Bruno Mondadori, Milano
2003); sempre con Emanuele Arielli, La guerra del Kosovo, Editori Riuniti,
Roma 1999.
Norbert Ropers ha diretto il "Berghof Research Center for Constructive
Conflict Management" di Berlino dal 1993 al 2001, attualmente dirige la
Berghof Foundation a Colombo (Sri Lanka); ttra le massime autorita' a
livello mondiale negli studi sulla "Conflict Analisys", si e' occupato in
particolare di progetti di dialogo e diplomazia di secondo livello in Europa
Orientale ed ex Unione Sovietica, da 4 anni lavora in Sri Lanka]

Ho il piacere di invitarvi a un importante seminario di alta formazione
sulla gestione costruttiva dei conflitti internazionali.
Il Centro Studi Difesa Civile in collaborazione con il corso di laurea
Operazioni di pace, gestione e mediazione dei conflitti dell'Universita' di
Firenze e il Cirpac (Centro interuniversitario di ricerca per la pace,
l'analisi e la mediazione dei conflitti) organizzano nella settimana dal 20
al 23 settembre un laboratorio residenziale intensivo condotto dal dr.
Norbert Ropers, direttore della Berghof Foundation a Colombo (Sri Lanka).
Il titolo del laboratorio e' "Introduction to systemic conflict
transformation - a workshop for practitioners". Il laboratorio si terra'
presso la Casa per la pace di Pax Christi all'Impruneta.
Norbert Ropers e' una delle massime autorita' a livello mondiale negli studi
sulla "Conflict Analisys" e si e' occupato in particolare di progetti di
dialogo e diplomazia di secondo livello in Europa Orientale ed ex Unione
Sovietica, facilitando un processo di dialogo tra governo della Georgia e
indipendentisti dell'Abchasia, e prima ancora avendo lavorato per il dialogo
interetnico in Romania. Da 4 anni lavora in Sri Lanka alla difficile
mediazione tra guerriglieri indipendentisti Tamil e governo centrale,
sostenendo il governo norvegese (mediatore a livello di diplomazia
ufficiale) con progetti volti a rafforzare il ruolo della societa' civile
nel processo di pace.
Con lui ci sara' Luxshi Vimalarajah, formatrice della Berghof Foundation,
laureata alla Freie Universitaet di Berlino e perfezionatasi con John Paul
Lederach (Eastern Mennonite University, Harrisonburg, Pa).
Il centro di ricerche Berghof (www.berghof-center.org/), con sede a Berlino,
si occupa di gestione costruttiva dei conflitti internazionali gia' da molti
anni ed e' stato diretto da Norbert Ropers dal 1993 al 2001, anno in cui e'
passato a dirigere la "Fondazione Berghof" con sede a Colombo nello Sri
Lanka (www.berghof-foundation.lk/).
La Berghof Foundation e' impegnata a dare un sostegno concreto al processo
negoziale nello Sri Lanka lavorando con un ampio arco di attori della
societa' civile, enti locali, universita' e imprese per far si' che la pace
abbia il sostegno piu' ampio possibile nella societa'.
*
Si tratta di un laboratorio residenziale indirizzato ad operatori della
cooperazione allo sviluppo, e dell'emergenza; a funzionari pubblici
(Ministero degli Affari Esteri, Forze Armate) impegnati in missioni
all'estero, a funzionari di enti locali impegnati nella cooperazione
decentrata e a docenti e studenti universitari.
Obiettivo del laboratorio e' fornire un momento di aggiornamento e
riflessione sulle strategie da perseguire per offrire sostegno ai processi
di pace e per ottimizzare l'impatto dei progetti di assistenza umanitaria e
di cooperazione in situazioni di conflitto.
Crediamo che il laboratorio di Norbert Ropers possa fornire un importante
contributo nella definizione di politiche concrete che tengano in adeguato
conto il fattore violenza e la necessita' di  lavorare consapevolmente per
ridurne i devastanti effetti e per permettere ai conflitti di dispiegarsi in
forme non distruttive. A tal fine e' necessario saper leggere i contesti
conflittuali, gli interessi degli attori coinvolti e le dinamiche di
escalation e de-escalation della violenza. Crediamo che l'ottica sistemica
che propone Norbert Ropers, sostenuta dal suo grande patrimonio di
esperienze, possa contribuire a rispondere ad alcune delle grandi sfide che
vi trovate ad affrontare oggi nei vostri rispettivi ambiti di lavoro.
*
Il seminario si terra' in lingua inglese. Il costo di partecipazione
(incluso il pernottamento da martedi' 20 a venerdi' 23 settembre) e' di 320
euro.
Per ogni ulteriore informazione si puo' contattare l'ufficio di Roma del
Centro Studi Difesa Civile, tel. 068419672.
Ringraziamo la Fondazione Friedrich Ebert di Roma e la Casa della pace di
Tavernuzze (Fi) per averci sostenuto in questo progetto.
Cordiali saluti,
Giovanni Scotto, presidente del Centro studi difesa civile

7. LIBRI. BRUNELLA CASALINI PRESENTA "LA DEMOCRAZIA VISSUTA. INDIVIDUALISMO
E PLURALISMO NEL PENSIERO DI MARY PARKER FOLLETT" DI RAFFAELLA BARITONO
[Dal sito http://bfp.sp.unipi.it riprendiamo la seguente recensione del
libro di Raffaella Baritono, La democrazia vissuta. Individualismo e
pluralismo nel pensiero di Mary Parker Follett, La Rosa, Torino 2001, pp.
248.
Brunella Casalini (Orbetello, 1963) e' ricercatrice presso la facolta' di
scienze politiche dell'Universita' di Firenze; ha conseguito il titolo di
dottoressa di ricerca in filosofia politica presso l'Universita' di Pisa;
dal 1999 al 2001 e' stata professoressa incaricata di storia delle dottrine
politiche. Opere di Brunella Casalini: Antropologia, filosofia e politica in
John Dewey, Morano, Napoli 1995; Nei limiti del compasso: Locke e le origini
della cultura politica e costituzionale americana, Mimesis, 2002; I rischi
del materno. Pensiero politico femminista e critica del patriarcalismo tra
Sette e Ottocento, Plus, Pisa 2004; ha curato l'edizione di Mary
Wollstonecraft, I diritti degli uomini. Risposta alle riflessioni sulla
rivoluzione, Plus, Pisa 2002..
Raffaella Baritono, storica e americanista, dell'Universita' di Bologna, e'
presidente della Societa' italiana delle storiche. Tra le opere di Raffaella
Baritono: Oltre la politica. La crisi politico-istituzionale negli Stati
Uniti fra Otto e Novecento, Il Mulino, Bologna 1993; La democrazia vissuta.
Individualismo e pluralismo nel pensiero di Mary Parker Follett, La Rosa,
Torino 2001; (a cura di), Il sentimento delle liberta'. La Dichiarazione di
Seneca Falls e il dibattito sui diritti delle donne negli Stati Uniti di
meta' Ottocento, La Rosa, Torino 2002]

Mary Parker Follett (1868-1933) e' una pensatrice americana interessante -
sebbene poco nota -, una pioniera nell'ambito delle relazioni e
dell'organizzazione industriale, un'autrice progressista ed un'esponente
della corrente di pensiero pluralista. Nata in Massachusetts, studio' ad
Harvard negli anni in cui in quella prestigiosa universita' bostoniana
insegnavano personaggi del calibro di George Santayana, Josiah Royce e
William James. Nel 1896 pubblico' la sua prima monografia The Speaker of the
House of Representatives. Si laureo' nel 1898 (summa cum laude). Nonostante
l'ottima accoglienza che era stata riservata alla sua prima opera, non
entro' mai a far parte del mondo accademico. Mantenne, tuttavia, stretti
rapporti con un vasto numero di intellettuali, che andava "dal suo tutor
Albert Bushnell Hart ai filosofi H. A. Overstreet e William Ernest Hocking a
Roscoe Pound e Louis Brandeis e ad Harold Laski" e comprendeva "il gruppo di
intellettuali che avevano fondato a New York la rivista progressista 'The
New Republic' e in particolare Herbert Croly" (p. 79).
Come tante altre donne bianche della classe media sue contemporanee, la
Follett fu attratta dall'impegno nel lavoro di social worker e nel movimento
per la riforma municipale. Spiega Raffaella Baritono: l'idea del social work
femminile era il risultato di un ribaltamento dell'ideologia delle sfere
separate, di quel cult of domesticity o cult of true womanhood con cui
nell'Ottocento era stata giustificata l'esclusione delle donne dalla sfera
pubblico-politica. L'appropriazione femminile di questa ideologia porto', a
cavallo tra Otto e Novecento, ad un suo rovesciamento, che fini' col
giustificare il ruolo delle donne nell'ambito delle attivita' sociali
proprio in virtu' della titolarita' che era stata loro riconosciuta di
valori quali la moralita', la spiritualita' e la dedizione all'altro. Cosi',
scrive Baritono, "Il concetto di maternita' come valore sociale e quello
della superiorita' morale della donna furono utilizzati per giustificare
l'impegno delle donne per il miglioramento delle condizioni sociali, e in
particolare per la tutela delle madri e dei bambini" (p. 72).
Impegnato a combattere battaglie concrete sui temi della sanita', della
maternita' e dell'infanzia - questioni per risolvere le quali le donne
inventarono nuove professionalita' e anche un metodo nuovo -,
l'associazionismo femminile crebbe all'inizio del Novecento al punto da
divenire capace di influenzare non solo la politica municipale, ma piu' in
generale il concetto stesso di public policy: "l'enfasi sulla motherhood, e
sul 'materno', fu trasformata in politica pubblica" (E. Vezzosi, cit. a p.
88). Furono gettate cosi' le basi per lo sviluppo di uno stato sociale, che
la storiografia piu' recente fa iniziare gia' dall'epoca progressista, e non
piu' come si era ritenuto nel passato col New Deal (cfr. ivi).
Nell'ambito dell'associazionismo femminile, che agiva essenzialmente - ed
aveva sempre agito anche nel corso dell'Ottocento - attraverso forme di
pressione sui politici e sugli amministratori, questa concezione
"maternalista" si sposava talvolta con una visione negativa della politica
tradizionale, e soprattutto della rappresentanza attraverso il voto. La
stessa Follett in The New State sostenne che per le donne non era tanto
importante il diritto di voto, quanto che venisse riconosciuto il contributo
effettivo che esse potevano dare e avevano dato nel perseguimento del bene
comune (cfr. p. 92).
L'attivita' di social worker fu per la Follett una delle esperienze
formative piu' significative per lo sviluppo delle sue idee politiche - idee
che troveranno la loro piu' felice sistemazione in opere quali: The New
State (1918) e Creative Experience (1924). Grazie al community center
movement, in cui fu impegnata fin dal 1900, la Follett capi' molto presto
l'importanza che, nella risoluzione dei problemi sociali, emergenti
quotidianamente all'interno della vita di quartiere, aveva il coinvolgimento
diretto delle persone interessate, la loro responsabilizzazione. Per la
Follett si doveva lavorare per loro con loro; anche perche' il ruolo
dell'esperto - ruolo che approfondira' in Creative Experience in
contrapposizione alla visione platonizzante di Lippmann - non poteva avere
un senso se non in quanto agito all'interno del processo sociale (cfr. pp.
142-145).
Le attivita' comunitarie nelle quali si lascio' coinvolgere furono per lei
una sorta di ricerca sul campo, da cui maturarono intuizioni fondamentali
circa l'importanza di incarnare la democrazia, di calarla nel concreto della
vita comunitaria, di vederla alla luce della realta' dei processi sociali e
delle potenzialita' che essa poteva fornire nella risoluzione dei conflitti,
piuttosto che come ideale astratto, traducibile in termini numerici. Il
lavoro di riformatrice e operatrice sociale le servi' inoltre ad entrare in
contatto con la realta' del mondo industriale e con le trasformazioni che in
esso erano intervenute in seguito alla crescita delle grandi corporations.
Da quella realta' ella fu talmente colpita che a partire dal 1925 dedico'
quasi ogni suo sforzo teorico proprio all'elaborazione di una scienza
manageriale, cui diede un'impostazione decisamente anti-taylorista,
privilegiando i concetti di integrazione e cooperazione. Per la sorprendente
sensibilita' ed attualita' che essa rivela nell'intuire l'importanza delle
relazioni sociali all'interno dell'impresa, la sua scienza del management ha
ricevuto anche in tempi recenti una qualche attenzione da parte degli
esperti del settore.
*
Attraverso la ricostruzione del pensiero della Follett, la Baritono tenta in
questo denso e accurato volume anche un recupero di una riflessione, quale
quella sul pluralismo, che - a suo avviso - e' oggi troppo
semplicisticamente identificata con la visione consensualista proposta dalla
interest group theory di Robert Dahl e David Truman. "Questa identificazione
del pluralismo con la teoria dei gruppi di interesse - scrive la Baritono -
ha oscurato e marginalizzato quello che era non una sua variante, bensi' il
suo nucleo originario: il pluralismo politico degli anni Venti che aveva
come punti di riferimento il dibattito europeo - in particolare inglese -
sulla crisi del liberalismo classico, sul rifiuto della concezione monistica
della sovranita', sulla necessita' di trovare forme di riconoscimento
politico della realta' dei gruppi e delle associazioni senza negare pero' la
soggettivita' individuale, sulla critica, quindi, all'individualismo
atomistico e, piu' in generale, alla crisi del concetto monistico di stato"
(p. 30).
Pensatori quali Harold Laski, Herbert Croly, John Dewey e la stessa Mary
Parker Follett si impegnarono nel tentativo di trovare una terza via tra
liberalismo e socialismo e immaginarono modi alternativi per rendere
possibile una democratizzazione dei processi decisionali, che fosse
compatibile con la complessita' delle societa' industriali avanzate. Contro
le visioni della democrazia incentrate sui processi di redistribuzione della
ricchezza, che erano destinate a trionfare dopo la seconda guerra mondiale,
i pluralisti americani, e piu' in particolare - come ha sottolineato anche
Lasch - autori come Croly e la Follett cercarono di immaginare nuove forme
di partecipazione coinvolgendo gli operai nella gestione delle imprese. Un
coinvolgimento, quello dell'operaio nell'autogoverno democratico
industriale, ritenuto necessario anche per trovare una forma pacifica di
superamento del conflitto di classe ed evitare, dunque, soluzioni piu'
distruttive per l'ordine sociale e politico.
Secondo questi autori - scrive la Baritono - "Di fronte al pericolo del
conflitto sociale, del socialismo rivoluzionario e del comunismo l'unica
strada percorribile per il liberalismo era quella di accogliere le istanze
di giustizia sociale e di riconoscimento di una pluralita' sociale che non
poteva essere ricompresa nelle categorie di individuo e stato cosi' come il
liberalismo le aveva intese fino ad allora" (p. 46).
Il pluralismo americano dei primi decenni del Novecento - che era in stretto
dialogo col pluralismo europeo, con pensatori quali George Herbert Cole e
Leon Duguit - contribui' a ripensare e rinnovare il linguaggio liberale.
Esso propose, innanzitutto, una nuova immagine dell'individuo; valorizzo' la
realta' dei gruppi e delle associazioni, che considerava un tassello
necessario a spiegare tanto i processi sociali (v. in particolare i lavori
di Cooley, Ross e Park) quanto i processi politici (v. in particolare il
lavoro di Arthur Bentley); avanzo', attraverso le opere di autori quali
Lasky, Duguit, Dewey, una critica radicale del concetto di sovranita'
statale, della sua assolutezza e monoliticita'.
*
Tutti questi temi trovarono una lucida sintesi in The New State, nel quale
la Follett giunge a delineare una terza posizione tra il pluralismo di Laski
e il neoidealismo di Bosanquet: "Cio' che differenziava la Follett sia da
Laski sia da Bosanquet (per citare gli esponenti piu' rappresentativi delle
due posizioni filosofiche) era il concetto pragmatista della relazione come
dato fondamentale del processo sociale. Essa cioe' - spiega Baritono -
poteva in fondo far convivere la pluralita' della vita associativa con
l'idea di stato perche' entrambi erano inseriti in un flusso continuo, in un
processo relazionale infinito che doveva impedire la ipostatizzazione di
entrambi e soprattutto non annullare l'individualita' del singolo ne' nella
volonta' superiore dello stato ne' in quella del gruppo" (p. 127).
Al centro della sua analisi era posto non l'individuo o il gruppo, ma la
"dinamica relazionale individuo-gruppo" vista alla luce delle scoperte
operate dalla contemporanea sociologia e psicologia sociale (p. 101).
Scriveva la Follett: "non esiste una cosa come 'l'individuo', cosi' come non
esiste 'la societa''; vi e' solo il gruppo e l'unita' di gruppo [group
unit] - l'individuo sociale" (cit., p. 102). L'attenzione alla relazione e
alle dinamiche creative del gruppo portava la Follett a parlare di "new
individualism". Un termine che Dewey utilizzera' solo a cominciare dagli
anni venti - come giustamente osserva Baritono -, ma la cui idea era gia'
stata ampiamente espressa nelle sue opere precedenti. In Democracy and
Education (1916), criticando l'idea della mente "come cosa puramente
individuale", Dewey evidenziava i limiti del vecchio individualismo con
argomenti che verranno ampiamente ripresi (insieme a concetti quali
"esperienza creativa") dalla Follett. Scriveva, per esempio: "Quando si nega
il carattere sociale delle attivita' mentali individuali, diventa un
problema trovare i nessi che uniscono un individuo con i suoi simili.
L'individualismo etico... [ha] le sue radici nell'idea che la conoscenza di
ognuno e' del tutto privata, un continente in se' circoscritto,
intrinsecamente indipendente dalle idee, dai desideri, dai propositi di
tutti gli altri. Ma quando gli uomini agiscono insieme agiscono in modo
pubblico e comune" (J. Dewey, Democrazia e educazione, Firenze 1990 (prima
edizione: 1949), p. 381).
L'idea di "individuo sociale" del nuovo individualismo (che in molti autori
dell'epoca, da Dewey a James alla stessa Follett, derivava dall'influenza di
T. H. Green, cfr. pp. 110-111, e la cui massima espressioni a livello
filosofico si trova, probabilmente, nel pragmatismo di Mead), come
sottolinea Baritono, era il fulcro intorno a cui ruotava l'intero progetto
di riforma sociale dell'epoca progressista: era il presupposto sul quale
poggiava la possibilita' di sperimentare una strada diversa sia dal
collettivismo statalistico sia dal liberismo, o piu' in generale da un
liberalismo fondato su un individualismo atomistico (cfr. p. 109).
La rivalutazione della vita associativa, della vita di gruppo, come
esperienza creativa tale da consentire insieme la crescita dell'individuo e
della societa', era la risposta che la psicologia sociale americana e le
teorie politiche pluraliste trovarono sia alla crisi della societa' di massa
denunciata dalla psicologia delle folle di Tarde e Le Bon, sia alla
degenerazione partitica della politica, alla trasformazione del partito in
machine, in macchina organizzativa interessata solo al numero dei voti e
soggetta alle pressioni del big business (cfr. pp. 116-117). La Follett,
tuttavia, si distaccava - come sottolineato sopra - dalle posizioni
pluraliste quando arrivavano a proporre una forma di rappresentanza
funzionale. Cosa che le sembrava rischiare semplicemente di "sostituire la
tirannia dei gruppi alla tirannia dello stato" (p. 128).
I gruppi, la vita associativa, a cominciare da quella a livello locale, di
quartiere, di vicinato, avrebbero irrorato di nuova linfa vitale lo stato
federale, coinvolgendo il cittadino in una rete di molteplici relazioni e di
fedelta' multiple. La diffusione capillare dei momenti di aggregazione e di
comunicazione - come avrebbe suggerito anche John Dewey in The Public and
its Problems (1927) -, per la Follett avrebbe dovuto portare ad una
rivitalizzazione del processo democratico. Una speranza che doveva apparire
venata di un certo utopismo, soprattutto, se vista alla luce dell'inizio di
quel processo di trasformazione dei centri urbani che avrebbe portato negli
Stati Uniti d'America al loro progressivo svuotamento dopo la seconda guerra
mondiale.
*
La parte forse piu' interessante ancora oggi del pensiero politico della
Follett - per come emerge dalla ricca e penetrante analisi che ne fornisce
questo volume - mi pare costituita dalla sua analisi del conflitto e delle
forme in cui puo' essere risolto, analisi che ella poi applico' alle
relazioni industriali e al management.
"La Follett individuava, infatti, quattro modi di risoluzione del conflitto:
1) la subordinazione di una parte all'altra; 2) la lotta e la vittoria di
una parte sull'altra; 3) il compromesso; infine, 4) l'integrazione" (p.
157). La prima e la seconda soluzione erano inaccettabili in quanto forme di
dominio; la terza in quanto soluzione destinata a non durare e foriera di
future divisioni. L'unica positiva era l'integrazione, una forma di
risoluzione del conflitto che prevedeva una complessa sequenza.
Dopo un'articolazione delle diverse posizioni in campo, la fase piu'
importante consisteva nel "rompere i blocchi" attraverso una scomposizione
del problema nelle sue componenti al fine di aprire un processo di
discussione in cui ad incontrarsi e confrontarsi non fossero individui
astratti, ma "attivita'" (dato che i fatti altro non erano, per lei, che
attivita' di persone in interazione tra loro). L'idea di "integrazione" come
forma di soluzione del conflitto presupponeva, come ovvio, una peculiare
concezione del potere in cui la dimensione del "potere su" (power over) si
dissolveva in quella del "potere con" (power with): di un potere che
esisteva solo nella relazione circolare costitutiva del processo sociale.
"Questo significava - spiega Baritono - che il potere entrava nel circolo
virtuoso del processo di integrazione come 'potere con' qualcuno e non 'su'
qualcuno" (p. 159). Cio', tuttavia, porta chi scrive ad una conclusione
diversa da quella sostenuta dall'autrice di questo interessante e stimolante
lavoro: se la Follett ha il merito di proporre una visione non meramente
distributiva della democrazia, di superare l'idea di una "ballot box
democracy", la sua visione del pluralismo, proprio per la concezione del
potere teste' esaminata, anticipa l'idea che tornera' nel pluralismo di
Truman e Dahl per cui il confronto tra i gruppi funziona all'interno del
processo democratico nella misura in cui sussiste un terreno di valori
condivisi e i conflitti non sono conflitti di valore.
*
Riferimenti in rete
La Mary Parker Foundation ha messo a disposizione degli utenti di internet
molte opere della Follett al seguente indirizzo:
www.follettfoundation.org/writings.htm

8. STRUMENTI. IL SETTIMO VOLUME DEI "QUADERNI SATYAGRAHA"
E' stato pubblicato il settimo volume della prestigiosa rivista scientifica
nonviolenta "Quaderni satyagraha". Il volume e' curato da Marina Pignatti
Morano ed e' monografico sul tema "Il peace-keeping non armato", con saggi
di Marina Pignatti Morano, Rodolfo Venditti, Antonino Drago, Giancarlo
Perego, Enzo Di Taranto e Stefania di Paola, Liam Mahony e Luis Enrique
Eguren, Natascia Berlincioni, Alberto Capannini, Jan Oberg, Karin Abram e
Salvatore Saltarelli, Giulia Allegrini, Rainer Girardi, Elisa Grazzi e
Veronica Fratelli, Yeshua Moser-Puangsuwan, Giovanna Providenti, e
recensioni di Leila Lisa D'Angelo, Sandro Mazzi, Alessia Mori. Il volume e'
di pp. 320, euro 16, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2005. Per
informazioni e contatti con la direzione e la redazione: via Santa Cecilia
30, 56127 Pisa, tel. 050542573, e-mail: roccoaltieri at interfree.it, sito:
pdpace.interfree.it Abbonamento annuo (due volumi): euro 30, da versare sul
ccp 19254531, intestato a Centro Gandhi, via Santa Cecilia 30, 56127 Pisa,
specificando nella causale "Abbonamento Quaderni Satyagraha".

9. LETTURE. FERDINANDO TARTAGLIA: TESI PER LA FINE DEL PROBLEMA DI DIO
Ferdinando Tartaglia, Tesi per la fine del problema di Dio, Adelphi, Milano
2002, pp. 164, euro 8. Pubblicato nel 1949, sul finire dell'intensa stagione
pubblica e pubblicistica tartagliana, un saggio assai caratteristico della
ricerca e dello stile dell'autore, nella sua concentrazione e nella sua
dispersione, nella sua spinta e fin ossessione di rovesciamento e apertura e
nel suo scacco inesorabile ed inesauribile, nel suo esito aporetico e nel
suo chiudersi enigmatico. La "novita'", il "puro dopo" di Tartaglia: restano
spina nella carne o vuoto cartoccio, viluppo senza centro o frattura che
libera? sono allusione, catastrofe, apocalisse? O mero equivoco,
smarrimento, gesticolazione verbale che enuncia e denuncia una crisi -
personale e storica - ma non ha risorse linguistiche e culturali per andare
oltre questo tremendum, questa agnizione e questa parola originaria e
ultimativa? Allo stato attuale della pubblicazione degli scritti resta un
mistero Ferdinando Tartaglia. Il testo e' accompagnato in questa edizione
adelphiana dall'ampio saggio dedicato a Tartaglia da Sergio Quinzio nel 1973
(nitido e acuminato, franco e compassionevole, estremo e generoso, come
sempre Quinzio - che a Tartaglia dedicando nel 1996 la nuova edizione del
suo primo libro Diario profetico del 1958 scrive che "fu per me il primo
esempio di un pensiero religiosamente audace"), e da una breve notizia
biobibliografica scritta da Germaine Muehlethaler Tartaglia.

10. LETTURE. FERDINANDO TARTAGLIA: ESERCIZI DI VERBO
Ferdinando Tartaglia, Esercizi di verbo, Adelphi, Milano 2004, pp. 300, euro
14. A cura di Adriano Marchetti, una silloge dell'opera poetica di
Tartaglia. Spesso un sovraccarico di gesto espressionista, d'inseguimento
delle suggestioni del significante, di spinta verso l'onomaturgia, d'ipnosi
ecolalica, di acredine e d'istrionismo, e il peso delle reminiscenze
malcelate e malesibite, indeboliscono e frantumano l'onda del pensiero e
delle emozioni; ma restano alcune risolte minature, da cui s'intuisce
qualcosa della persona autentica e vulnerabile, dell'animo gentile e
dell'impavido ricercatore: ad esempio diremmo Pianto primo (p. 37), A se
stesso (p. 59), Dopoguerra (p. 98), Pietre (p. 213), Ancora Monti (p. 219).
Era certo superiore alla sua opera Tartaglia, i suoi scritti - quelli fin
qui editi - senza la sua voce, senza la sua persona (nel denso e duplice e
triplice significato latino del termine), non sembrano rendergli giustizia.

11. LETTURE. GIULIO CATTANEO: L'UOMO DELLA NOVITA'
Giulio Cattaneo, L'uomo della novita', Garzanti, Milano 1968, Adelphi,
Milano 2002, pp. 124, euro 7,50. Pubblicata in rivista nel  1967 e in volume
nel 1968, questa testimonianza personale su Tartaglia a Firenze negli anni
immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale coglie il
momento decisivo dell'operare pubblico tartagliano, e ricostruisce un
periodo e un ambiente con grande finezza. Per le persone amiche della
nonviolenza e' anche un'occasione per leggere una testimonianza non banale
sull'esperienza del Cos a Firenze, sul Movimento di religione, sulla
collaborazione fra Tartaglia e Capitini. Una lettura che vivamente
raccomandiamo.

12. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

13. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1002 del 25 luglio 2005

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