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La nonviolenza e' in cammino. 1006



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1006 del 29 luglio 2005

Sommario di questo numero:
1. Farid Adly: Noi, l'umanita'
2. Alex Zanotelli: Un continente in fuga
3. Brunella Casalini presenta "Il sentimento della liberta'" a cura di
Raffaella Baritono
4. Maria Chiara Pievatolo: La riflessione di Susan Moller Okin
5. Riccardo Orioles: Auguri
6. Riletture: Maria Grazia Giannichedda, Franca Ongaro Basaglia (a cura di),
Psichiatria tossicodipendenza perizia
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. FARID ADLY: NOI, L'UMANITA'
[Ringraziamo Farid Adly (per contatti: anbamed at katamail.com) per questo
intervento. Farid Adly, autorevole giornalista (apprezzato collaboratore del
"Corriere della sera", "Il manifesto", Radio popolare di Milano, ed altre
notissime testate) e prestigioso militante per i diritti umani, e' direttore
dell'agenzia-stampa "Anbamed. Notizie dal Mediterraneo"; ai primi di aprile
nel centro siciliano in cui vive e lavora ha subito una grave intimidazione
mafiosa: e' stato minacciato di morte per impedirgli di svolgere il suo
lavoro di inchiesta, documentazione e denuncia, con particolar riferimento
alla sua concreta azione in difesa dell'ambiente, della legalita', dei
diritti di tutti]

Di fronte all'interrogativo ossessivo che alimenta il dibattito odierno:
"sicurezza o liberta'?", mi viene in mente quella bizzarra domanda ai tempi
di tangentopoli: "E' meglio amministratori e politici capaci e corrotti
oppure onesti e inefficienti?". Sono domande drogate, che non prevedono
alternative positive e sommative, nel senso di sicurezza e liberta' e
politici capaci e onesti.
Il rischio e' che questo dibattito accentui il discorso sul "noi e loro",
sulle misure da intraprendere contro gli immigrati (piu' espulsioni) e sulla
frattura culturale tra Islam e Occidente.
Questo rischio non e' nuovo. Nel 1986 in Italia e' stato presentato un
disegno di legge che criminalizzava gli immigrati in seguito agli attentati
di Fiumicino, compiuti da giovanissimi palestinesi, che immigrati non erano,
ma ingenui mandati allo sbaraglio. Primo ministro era Craxi e ministro degli
interni Scalfaro. La mobilitazione solidale, anche del mondo cattolico, ha
bloccato quel disegno di legge. Questo esempio ci dimostra che, anche oggi,
in una situazione molto piu' complicata, possiamo farcela a prevenire il
sopravvento dei luoghi comuni e dei tentativi dei razzisti di mandare forti
messaggi simbolici all'opinione pubblica,per sfruttare a favore della destra
il clima di paura e il bisogno di sicurezza.
La rozza operazione della Lega di accostare piu' espulsioni al prelievo di
saliva e' fortemente evocativa, nell'immaginario collettivo, di
provvedimenti umilianti, vessatori, da adottare contro "uomini inferiori":
e' l'anticamera del razzismo. E' simile allíoperazione tentata nella legge
Bossi-Fini con le impronte digitali. Una norma inutile che non ha prodotto
nessun aumento di sicurezza per la societa' italiana, ma ha criminalizzato
gli immigrati.
*
Nei commenti sugli attentati degli ultimi giorni, da parte di quelli che una
volta Fortebraccio chiamava "lor signori", ho notato una carenza di
obiettivita': la paura, questo legittimo sentimento umano, abita soltanto in
Occidente. A Londra, Madrid e New York. Non a Baghdad, Istanbul, Casablanca,
Riad, Beirut e Il Cairo. L'attentato terroristico di ieri a Sharm El Sheikh
ha spazzato via questa tesi, se i precedenti non erano sufficienti a far
cessare questa idiozia.
Il terrorismo ha colpito di piu' le societa' islamiche rispetto a quelle
occidentali. Se vale il principio "Un uomo, un voto", le cose stanno in
questi termini. Altrimenti siamo in un nuovo apartheid globale. Il "noi non
siamo come loro" di Blair puo' essere un felice slogan momentaneo per far
fronte ad un'opinione pubblica spaventata, ma non lo e' nella realta' dai
fatti dai tempi di Guantanamo e di Abu Ghraib.
Il rischio di questa forte sottolineatura del "noi e loro" contiene un seme
di pericoloso scivolamento verso la separatezza forzata tra Occidente e
Islam e tra comunita' immigrate e societa' autoctone, cioe' esattamente
operare nella direzione voluta dal binladismo piu' scellerato.
E' importante capire quali siano i confini del "noi" e del "loro". La
proiezione, nell'immaginario della gente, nelle leggi e nella pratica di chi
le applichera', sarebbe diversa se per noi intendessimo l'umanita' e per
loro i terroristi; diversamente da una interpretazione di scontro tra
Oriente e Occidente.
*
Cosa si chiede, concretamente, a noi "orientali dell'Occidente"? Qualsiasi
presa di posizione che annunciamo non accontenta i benpensanti occidentali,
soprattutto non accontenta quegli occidentali acquisiti per imitazione, per
omologazione. Sembra che in loro ci sia quel bisogno psicologico di dare
sempre di piu', per dimostrare di meritare il posto raggiunto di
"integrazione".
Hanno fatto bene, invece, gli Imam delle comunita' islamiche della Gran
Bretagna nel condannare gli attentati e nel dichiarare contrario al dettato
dell'Islam e del Corano l'assassinio degli innocenti. E' un loro diritto
dirlo, perche' viviamo in una democrazia; e' giusto dirlo perche' cosi' si
salvano molti giovani musulmani dalla devianza fondamentalista. Confondere
la barba con l'estremismo e' una fesseria da osteria di ubriaconi. La  presa
di posizioni dei teologi islamici di Londra non puo' essere considerata ne'
una ipocrisia ne' un'operazione di scambio di favori o riconoscimenti.
E' un dovere di tutti gli orientali d'Occidente alzare la loro voce per
dire: "Non nel nostro nome". Questi terroristi non ci rappresentano e non
fanno parte del nostro "noi"; non ci sentiamo, ne' vogliamo essere
percepiti, come una parte del loro campo.
E nel clima che si sta disegnando, dall'ampliamento del pacchetto Pisanu
fino ai toni che stanno prendendo alcune voci nel dibattito sul binomio
sicurezza-liberta', il prezzo maggiore lo pagheremo noi, orientali
d'Occidente. Dopo averci preso le impronte digitali (personalmente non le ho
date per obiezione di coscienza); ci vogliono estrarre la saliva. Non potrei
seguire il suggerimento di Giannelli (vignetta del "Corriere della Sera" del
23 luglio 2005), ne' quello di Vauro ("Il manifesto" dello stesso giorno),
perche' rischierei la vita, come quell'"asiatico" della metropolitana di
Londra che, non so se avete notato anche voi la stessa cosa, non se ne
ricorda neppure il nome. Come le decine di migliaia di morti iracheni. Gli
"altri" sono numeri.
Per uscire  da questa logica e' tempo di ritirare le truppe dall'Iraq e
pensare ad investire quei miliardi di dollari in sviluppo e prosperita', il
modo migliore per tagliare le gambe al terrorismo.

2. RIFLESSIONE. ALEX ZANOTELLI: UN CONTINENTE IN FUGA
[Dal sito del missionari comboniani www.nigrizia.it riprendiamo questo
intervento di padre Alex Zanotelli del giugno 2005. Alessandro Zanotelli,
missionario comboniano, ha diretto per anni la rivista "Nigrizia" conducendo
inchieste sugli aiuti e sulla vendita delle armi del governo italiano ai
paesi del Sud del mondo, scontrandosi con il potere politico, economico e
militare italiano: rimosso dall'incarico e' tornato in Africa a condividere
per molti anni vita e speranze dei poveri, solo recentemente e' tornato in
Italia; e' direttore responsabile della rivista "Mosaico di pace" promossa
da Pax Christi; e' tra i promotori della "rete di Lilliput" ed e' una delle
voci piu' prestigiose della nonviolenza nel nostro paese. Tra le opere di
Alessandro Zanotelli: La morte promessa. Armi, droga e fame nel terzo mondo,
Publiprint, Trento 1987; Il coraggio dell'utopia, Publiprint, Trento 1988; I
poveri non ci lasceranno dormire, Monti, Saronno 1996; Leggere l'impero. Il
potere tra l'Apocalisse e l'Esodo, La meridiana, Molfetta 1996; Sulle strade
di Pasqua, Emi, Bologna 1998; Inno alla vita, Emi, Bologna 1998; Ti no ses
mia nat par noi, Cum, Verona 1998; La solidarieta' di Dio, Emi, Bologna
2000; R...esistenza e dialogo, Emi, Bologna 2001; (con Pietro Ingrao), Non
ci sto!, Piero Manni, Lecce 2003; (con Mario Lancisi), Fa' strada ai poveri
senza farti strada. Don Milani, il Vangelo e la poverta' nel mondo d'oggi,
Emi, Bologna 2003; Nel cuore del sistema: quale missione? Emi, Bologna 2003;
Korogocho, Feltrinelli, Milano 2003. Opere su Alessandro Zanotelli: Mario
Lancisi, Alex Zanotelli. Sfida alla globalizzazione, Piemme, Casale
Monferrato (Al) 2003]

L'Africa vive un momento difficile. E' parecchio che lo sta vivendo, ed e'
incredibile che perfino il governo inglese sia uscito con un documento di
400 pagine, "Il nostro interesse comune", in cui l'amministrazione Blair fa
propri gli interessi dell'Africa, per cercare di non venire travolti dalle
conseguenze di politiche sbagliate.
E' quanto sta gia' accadendo con il problema degli immigrati, di persone che
fuggono dall'Africa e da situazioni di enorme difficolta', da guerre,
repressioni interne o scontri interetnici. L'Africa e' oggi il continente
dei rifugiati - oltre 10 milioni - ma anche degli sfollati interni - 30/40
milioni - gente che scappa all'interno di uno stesso paese oppure oltre
confine. L'Africa e' un continente in fuga ed e' ovvio che i flussi si
dirigano verso le nostre sponde e in particolare verso l'Italia, l'approdo
naturale per l'Europa.
Il Mare Nostrum sta diventando una vera e propria tomba per l'Africa. E' di
questi giorni l'allarme per il prossimo arrivo di quindicimila immigrati,
buona parte dei quali sarebbero rifugiati politici.
La gravita' di questa situazione e' che oggi molta gente arriva, tenta di
approdare - soprattutto a Lampedusa - viene presa e ributtata dal governo
italiano in Libia. Ho potuto parlare con Giusto Catania, l'eurodeputato che
e' riuscito ad andare a Tripoli e a visitare il centro di permanenza
temporanea (cpt) - ce n'e' uno ma facilmente ne saranno costruiti altri
due - e la descrizione che mi ha fatto e' veramente sconcertante.
Il governo italiano butta fuori questi immigrati e li sbatte in Libia. La
Libia, che non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra, li mette nei cpt,
poi sugli aerei per rispedirli - con voli pagati dall'Italia - nelle diverse
capitali del continente. La questione estremamente grave e' che molti di
queste persone sono rifugiati politici, scappano cioe' dalla propria
nazione, magari perche' ricercati in quanto oppositori del regime.
Rimandarli nel proprio paese significa condannarli a morte. E' chiaro, ad
esempio, che chi viene rimandato in Eritrea, da dove e' proibito fuggire,
rischia anche di essere messo al muro. Questo tipo di comportamento e' di
una gravita' estrema da parte di un paese come l'Italia, la cui
Costituzione, che e' stata scritta da persone non poche delle quali erano
state rifugiati politici, riconosce il diritto di concedere asilo allo
straniero.
E' incredibile che l'Italia ancora non si sia dotata di una legge su questo
tema. Purtroppo si deve quindi regolare l'arrivo di immigrati sulla base di
leggi come la Turco-Napolitano e soprattutto la Fini-Bossi, una legge
assolutamente immorale. Non possiamo accettare queste deportazioni.
Si sta parlando in questo periodo di attuare un gesto forte, a Roma, per
forzare il governo Berlusconi a rivelare i contenuti degli accordi segreti
siglati con Gheddafi. Di tutto questo si parla anche in un
film-documentario, "Mare Nostrum", girato dal giornalista Stefano
Mencherini, un tentativo di leggere questo fenomeno che non riesce ad essere
mandato in onda nella Rai, la televisione pubblica.
Credo sia giunto il momento di ritornare a parlare con forza degli
immigrati, di dire no alla legge Fini-Bossi, no ai centri di permanenza
temporanea - come stanno facendo in questi giorni i comboniani di Bari che
manifestano contro la creazione del nuovo centro con un digiuno -, chiedere
la verita' sugli accordi tra Belusconi e Gheddafi, e infine una legge
italiana a tutela dei rifugiati politici.
In nome di queste persone noi missionari chiediamo un minimo di decenza
umana per chi scappa da un'Africa martoriata.

3. LIBRI. BRUNELLA CASALINI PRESENTA "Il SENTIMENTO DELLA LIBERTA'" A CURA
DI RAFFAELLA BARITONO
[Dal sito http://bfp.sp.unipi.it riprendiamo la seguente recensione del
libro di Raffaella Baritono (a cura di), Il sentimento della liberta'. La
Dichiarazione di Seneca Falls e il dibattito sui diritti delle donne negli
Stati Uniti di meta' Ottocento, La Rosa editrice, Torino 2001.
Brunella Casalini (Orbetello, 1963) e' ricercatrice presso la facolta' di
scienze politiche dell'Universita' di Firenze; ha conseguito il titolo di
dottoressa di ricerca in filosofia politica presso l'Universita' di Pisa;
dal 1999 al 2001 e' stata professoressa incaricata di storia delle dottrine
politiche. Opere di Brunella Casalini: Antropologia, filosofia e politica in
John Dewey, Morano, Napoli 1995; Nei limiti del compasso: Locke e le origini
della cultura politica e costituzionale americana, Mimesis, 2002; I rischi
del materno. Pensiero politico femminista e critica del patriarcalismo tra
Sette e Ottocento, Plus, Pisa 2004; ha curato l'edizione di Mary
Wollstonecraft, I diritti degli uomini. Risposta alle riflessioni sulla
rivoluzione, Plus, Pisa 2002.
Raffaella Baritono, storica e americanista, dell'Universita' di Bologna, e'
presidente della Societa' italiana delle storiche. Tra le opere di Raffaella
Baritono: Oltre la politica. La crisi politico-istituzionale negli Stati
Uniti fra Otto e Novecento, Il Mulino, Bologna 1993; La democrazia vissuta.
Individualismo e pluralismo nel pensiero di Mary Parker Follett, La Rosa,
Torino 2001; (a cura di), Il sentimento delle liberta'. La Dichiarazione di
Seneca Falls e il dibattito sui diritti delle donne negli Stati Uniti di
meta' Ottocento, La Rosa, Torino 2002]

Numerosi lavori hanno ormai largamente documentato l'importanza del ruolo
esercitato dalle donne americane, fin dall'epoca della rivoluzione, nella
"costruzione del popolo americano e del cittadino repubblicano" (p. XXIII).
Tale contributo, tuttavia, - com'e' noto - non garanti' loro il pieno
accesso alla cittadinanza: le donne rimasero, infatti, anche dopo la
ratifica della costituzione federale e l'emanazione del bill of rights,
"soggette alla dottrina di derivazione common law della coverture, in base
alla quale esse erano 'coperte' dalla personalita' giuridica dei loro padri
o dei loro mariti, come aveva esplicitato William Blackstone nei suoi
Commentaries on the Laws of England (1758)" (p. XXIII).
Nel 1848, l'anno che in Europa fu segnato dallo scoppio delle "rivoluzioni
borghesi" e dall'affacciarsi sulla scena politica della questione sociale,
un gruppo di donne americane, richiamandosi allo stile retorico e ai
principi della Dichiarazione d'Indipendenza del 1776, si riuni', dal 19 al
20 luglio, nella Convenzione di Seneca Falls (stato di New York), per
stendere una dichiarazione dei diritti delle donne: la Declaration of
Sentiments.
Autrici materiali del documento furono Lucretia Mott (1793-1880), Martha C.
Wright (1806-1875), Elizabeth Cady Stanton (1815-1902), Mary Ann McClintock
(1800-1884). Due di loro, Lucretia Mott e Elisabeth Cady Stanton, si erano
conosciute otto anni prima a Londra, in qualita' di delegate americane alla
Convenzione mondiale contro la schiavitu' (World's Anti-slavery Convention).
La loro reciproca ammirazione e amicizia era nata in quell'occasione,
quando, insieme ad altre donne, si erano trovate ridotte al ruolo di
spettatrici per il voto dei delegati maschi, che si erano rifiutati di
riconoscerne le credenziali.
La presenza di Lucretia Mott e Elisabeth Cady Stanton a Londra nel 1840 da'
un'idea della rete di relazioni entro la quale molte delle donne della
classe media bianca, che furono protagoniste del movimento femminista di
quegli anni, erano inserite in virtu' della loro attivita' filantropica e
religiosa. Grazie ai contatti culturali di cui godevano, esse erano ben
informate di quanto accadeva oltreoceano. Puntuali resoconti delle vicende
europee, del resto, venivano regolarmente pubblicati dai giornali
americani - basti ricordare le corrispondenze dall'Italia di Margaret Fuller
(cfr. pp. VIII-XIX).
Insieme alla traduzione italiana della Declaration of Sentiments e di altri
importanti documenti dell'epoca (1), Raffaella Baritono offre al lettore una
puntuale e stimolante ricostruzione della storia del movimento femminista
americano nella prima meta' dell'Ottocento, inserendola nel quadro dei
profondi mutamenti economici, politici, religiosi e culturali allora
attraversati dalla societa' americana. Figure quali quelle di Lucretia Mott
e Elizabeth Cady Stanton non nacquero dal nulla. L'Introduzione di questo
volume da' giustamente un forte rilievo a diversi fattori, su almeno tre dei
quali mi pare valga la pena insistere qui: il ruolo giocato dall'ideale
della "maternita' repubblicana" (2); l'importanza del movimento revivalista
e, piu' in generale, del protestantesimo evangelico; e, infine, la
centralita' per l'attivita' delle donne, in questo preciso momento storico,
di uno "spazio pubblico-sociale", chiaramente distinto da quello "spazio
pubblico-politico" dal quale esse erano escluse.
*
La "maternita' repubblicana"
La riforma protestante, prima con Lutero poi con Calvino, aveva prodotto dei
mutamenti di grande rilievo nei rapporti tra famiglia e religione: essa
aveva, infatti, condannato le virtu' monastiche e il celibato e trasformato
lo spazio domestico in una "scuola di carattere" e "di fede" (3). La sfera
privata nel mondo protestante era divenuta cosi' un momento fondamentale
nella formazione di quelle virtu' indispensabili al funzionamento della
sfera sociale. L'ideale della "republican motherhood", coniato durante la
rivoluzione americana, accentuo' questo ruolo della sfera domestica, dando
alla donna una funzione importante in quanto "produttrice" dei futuri
cittadini repubblicani. La "maternita' repubblicana" - come sottolinea
Baritono - esigeva dalla donna una speciale preparazione in vista dei suoi
compiti di moglie, madre e, in ultima analisi, custode dei valori morali e
religiosi della comunita'. Non e' un caso che proprio agli inizi
dell'Ottocento si verificasse una straordinaria diffusione di manuali e
riviste femminili, volti a fornire alle donne consigli e precetti pratici
che andavano dalla cura dei figli, all'alimentazione, all'igiene, alla
razionalizzazione degli spazi domestici.
Questa letteratura, prevalentemente opera di donne, contribui' a ridefinire
tanto i compiti sociali della sfera domestica quanto la condotta della donna
al suo interno. Apparentemente essa proponeva un percorso di valorizzazione
del ruolo femminile alternativo rispetto alla rivendicazione
dell'eguaglianza dei diritti proposto nello stesso periodo da femministe
quali Sarah (1792-1873) e Angelina (1805-1879) Grimke'. Il discorso,
tuttavia, - come evidenzia la Baritono - e' piu' complesso: quello della
"madre repubblicana" e' un "ruolo che poteva rinchiudere le donne nella
sfera della domesticita' e nell'esaltazione vittoriana del 'cult of true
womanhood' come avvenne nella prima meta' dell'Ottocento; ma che poteva
anche servire ad affermare il ruolo politico della 'madre' nella
socializzazione politica dell'individuo, cosa che aveva in ultima analisi il
risultato di proiettare la donna nella comunita' politica-maschile" (p.
XXVII).
Per comprendere come, nel corso dell'Ottocento, negli Stati Uniti d'America,
l'ideale della maternita' repubblicana potesse volgersi in una direzione di
valorizzazione del ruolo sociale e pubblico della donna, lo si deve
considerare in relazione alla sua particolare combinazione con le esigenze
del movimento revivalista. Cio' che permise alle donne nella prima meta'
dell'Ottocento di utilizzare in funzione politica l'ideale della maternita'
repubblicana fu l'effetto esercitato a livello culturale e sociale dal
Secondo Grande Risveglio religioso che ebbe inizio intorno agli anni venti
(cfr. p. XXXII). Ministri e pastori religiosi in questo periodo trovarono
nelle donne delle interlocutrici privilegiate per combattere i vizi di una
societa' attraversata da rapidi mutamenti e toccata da una crescente
diffusione del benessere.
Nella sua protesta nei confronti dello sfruttamento e del prevalere dei
valori pecuniari imposti dal mercato il movimento di riforma religiosa
trovava un alleato nella donna e in una sfera domestica, considerata come
unico, residuo luogo di salvezza, e di compensazione delle contraddizioni
economiche e sociali prodotte dallo sviluppo del sistema capitalistico.
Facendosi interprete di questo spirito, Sarah Hale, direttrice del "Ladies'
Magazine", scriveva sulla sua rivista: "Our men are sufficiently
money-making 'Let us keep our women and children from the contagion as long
as possibile'" (4).
Il prevalere del denaro, quale mezzo astratto e impersonale di scambio,
nelle relazioni all'interno della societa' civile, sembrava sottoporre ad
una lenta e inarrestabile erosione le "abitudini del cuore", le regole della
morale e della religione. Il successo dell'autogoverno in una nazione dai
caratteri cosi' diversi come quella americana e soggetta all'epoca a
continue trasformazioni e ad una inarrestabile espansione geografica,
secondo il canone della domesticita', richiedeva alla donna, proprio in
virtu' della sua lontananza dalla sfera pubblica politica, di ergersi a
custode della "cultura del cuore, della disciplina delle passioni, della
regolazione dei sentimenti e degli affetti" (5). Alle donne spettava,
insomma, non solo il lavoro della "riproduzione naturale" dei cittadini
americani, ma anche quello della loro "riproduzione culturale".
*
Il cult of domesticity
Nel 1841 Catharine Beecher, nel suo Treatise on Domestic Economy,
esplicitava le implicazioni politiche sottese al culto della sfera domestica
e metteva in luce le conseguenze derivanti dalla sua subordinazione alle
esigenze dettate dalla sfera pubblica (6). Come poteva essere giustificato
all'interno di una societa' egualitaria il ruolo subordinato del sesso
femminile? Questa era la domanda dalla quale partiva la riflessione della
Beecher. Le donne americane, fin dall'epoca della rivoluzione, avevano
percepito una contraddizione tra l'affermazione del principio d'eguaglianza
e la loro esclusione dalla sfera pubblica. Ma l'introduzione del suffragio
universale maschile, in epoca jacksoniana, aveva ripresentato la questione
in termini nuovi. Come altri autori dello stesso periodo - quali Josepha
Hale e Horace Bushnell - Catharine Beecher tento' di trovare una
giustificazione a questa contraddizione enfatizzando la funzione sociale
della sfera domestica, il suo ruolo di promozione dei valori della nazione
democratica americana.
Per la Beecher la subordinazione della donna non aveva un fondamento
naturale, ma rispondeva a precise necessita' politiche: era la sopravvivenza
stessa della democrazia in America ad esigere, quale "espediente politico"
(7), la sottomissione delle donne alle funzioni domestiche. L'espansione
politica, economica e sociale della nazione americana aveva creato conflitti
e tensioni sociali che avrebbero prodotto una situazione di totale anarchia
se la famiglia non fosse rimasta un luogo di riproduzione del principio di
autorita'.
"Catherine Beecher - scrive Sklar - portava i suoi lettori alla conclusione
che, rimovendo meta' della popolazione dall'arena della competizione e
rendendola utile all'altra meta', la quantita' di antagonismo che la
societa' avrebbe dovuto sostenere sarebbe stata ridotta ad un limite
tollerabile. Definendo, inoltre, l'identita' di genere come piu' importante
dell'identita' di classe, dell'identita' regionale e religiosa, e ignorando
totalmente gli elementi imponderabili delle divisioni razziali americane,
essa promuoveva l'opinione secondo la quale l'unica divisione fondamentale
era quella tra uomini e donne" (8).
Citando quasi interamente il cap. XII della III parte del secondo libro
della Democrazia in America a sostegno delle sue tesi, nel suo Treatise on
Domestic Economy, un volume concepito come manuale da adottare nelle scuole
femminili, la Beecher spiegava che erano proprio le tensioni prodotte dalle
dinamiche di una societa' egualitaria a giustificare la divisione dei ruoli
tra uomini e donne, che altro non doveva essere considerata che
un'estensione del moderno principio della divisione del lavoro giustificato
da una crescente complessita' sociale. La mobilita' e il carattere sempre
piu' incerto dei destini individuali, che metteva in crisi definitivamente
l'esistenza di rigidi confini tra le classi, rendeva necessario fissare
stabilmente alcuni rapporti di subordinazione, come quelli dei figli nei
confronti dei padri, delle mogli nei confronti dei mariti e dei salariati
nei confronti dei datori di lavoro. Solo la subordinazione del figlio
all'autorita' paterna aveva pero' un fondamento naturale. Quella delle mogli
verso i mariti, come quella dei salariati verso i datori di lavoro, secondo
Beecher poteva trovare una giustificazione esclusivamente nella sua utilita'
per il funzionamento dell'organismo societario.
Era dalla consapevolezza della rispondenza ad un bisogno sociale della
propria condizione di sottomissione che doveva trovare motivazione la
riconciliazione della donna con la propria posizione e il proprio ruolo
all'interno della famiglia. Era decisivo per questo, secondo la Beecher, che
alla donna americana fossero forniti lumi circa lo stretto rapporto
esistente tra un corretto ed efficiente funzionamento della vita domestica e
il benessere e l'ordine della nazione.
"Nessuna donna americana - scriveva - ha motivo di sentire che il suo e' un
destino umile o insignificante. Il valore di cio' che un individuo fa deve
essere valutato dall'importanza dell'impresa realizzata, e non dalla
particolare posizione che egli occupa. 'I costruttori di un tempio hanno
eguale importanza, sia che lavorino alle fondamenta, sia che lavorino alla
cupola'"(9).
La missione della donna nell'impresa di costruzione della nazione americana,
per la Beecher, era fondamentale. Di fronte al venir meno delle identita'
tradizionali prodotto dall'avvento di una societa' egualitaria, la famiglia
sembrava costituire l'unico terreno sul quale edificare un nuovo senso di
unita' nazionale. Il linguaggio della sfera domestica, infatti, aveva il
pregio di poter essere universalizzato, di tagliare trasversalmente le
diverse classi sociali, di neutralizzare le diversita' di razza e religione.
Sebbene non articoli in modo esplicito il tema, tuttavia, secondo Sklar, la
Beecher, sottolineando come le donne fossero unite dalla loro condizione di
genere, ne faceva implicitamente il tramite per l'affermazione di quei
valori della classe media, attraverso i quali la cultura americana ha da
sempre cercato di placare le ansie derivanti dall'esistenza di fattori di
divisione e conflitto sociale. La famiglia era insomma lo strumento
principale attraverso il quale creare una certa omogeneita' di valori, ma
anche di abitudini e comportamenti.
La Beecher insiste a piu' riprese nel suo testo sul bisogno che una societa'
egualitaria e commerciale ha di trasformare le abitudini, anche quelle piu'
quotidiane e minute, degli individui. Un esempio indicativo in tal senso e'
dato dalla questione - apparentemente insignificante - della responsabilita'
che viene attribuita alla madre di famiglia di imporre a tutta la casa,
marito, figli e domestici - quando presenti -, l'abitudine di alzarsi presto
la mattina. Si legge nel Trattato di economia domestica: "L'abitudine di
alzarsi presto e' in relazione con l'interesse generale della comunita',
tanto quanto con quello di ogni singola famiglia. Tutta quella grande fetta
della popolazione che e' impiegata nel commercio e nella produzione, ha
necessita' di alzarsi presto; e' evidente che alzarsi tardi danneggia la
persona e la famiglia che ha quest'abitudine, ma interferisce anche con i
diritti e la convenienza della societa'" (10).
Regolarita', standardizzazione, e sistematizzazione delle pratiche
domestiche, introduzione di metodi efficienti nella gestione della casa e
dell'allevamento dei figli: sono queste le principali preoccupazioni
avanzate dalla Beecher. Il riconoscimento della funzione sociale svolta
dalla donna richiedeva, per l'autrice del Treatise on Domestic Economy, una
razionalizzazione del lavoro domestico. Solo cosi' la famiglia avrebbe
potuto divenire efficiente nella produzione di individui che fossero in
grado di rispondere efficacemente agli standard richiesti dalla societa'. La
donna doveva percio' specializzarsi nelle proprie funzioni, ricevere
un'adeguata istruzione in materia di economia domestica, salute, e
istruzione dei figli.
Alla donna la Beecher non chiede solo un atteggiamento razionale, ma anche
il possesso di basilari conoscenze tecnico-scientifiche, che spaziano dalla
medicina, al giardinaggio, alla chimica, alla dietetica. In conseguenza di
questa razionalizzazione dei compiti della donna, lo stesso spazio domestico
si trasforma. La Beecher ridisegna la pianta della casa, con un'attenzione
per i problemi relativi all'igiene e all'ordine delle stanze, ma anche alla
loro areazione, al loro riscaldamento e ad un uso razionale degli spazi. Se
la separazione del luogo di lavoro dalla casa di residenza lasciava le donne
sempre piu' sole e sempre piu' spesso prive di servitu' (in una societa'
democratica - come ricordava Tocqueville - diviene piu' arduo trovare
domestici) il carico di lavoro che esse si trovavano ora a dover svolgere
poteva essere alleviato solo con l'apporto di un sapere e di una conoscenza
professionale.
*
La sfera pubblica-sociale
Proprio la Beecher, la principale teorica del cult of domesticity - come
sottolinea Raffaella Baritono (che le dedica tuttavia uno spazio piu'
ristretto rispetto a quello che le ho qui riservato) -, "testimonia il modo
attraverso il quale le donne americane bianche di classe media riuscirono a
usare il concetto di sfere separate e della domesticita' unito a quello
della madre repubblicana, come strumento per infrangere la separazione
virtuale tra il pubblico e il privato e irrompere nella scena pubblica,
mobile, fluida ed estremamente variegata come quella americana del primo
Ottocento" (p. XXX).
E' significativo sotto questo profilo lo stesso percorso biografico della
Beecher, che - come ricorda Sklar - "nel 1869 si fece promotrice della
creazione di case di accoglienza da stabilire in aree urbane povere e
degradate, nelle quali 'alcune signore' avrebbero dovuto prendersi cura
degli orfani, degli anziani, dei malati e dei peccatori e spendere il loro
tempo e i loro soldi per la loro elevazione temporale e spirituale" (11).
Molte associazioni femminili tra la meta' e la fine del XIX secolo estesero
le loro attivita' nell'ambito delle riforme sociali, promuovendo i valori
della morale, della salute e dell'igiene al di fuori delle mura domestiche.
Attraverso l'attivita' di assistenza e le opere filantropiche le donne
erano, dunque, presenti nello spazio pubblico. Uno spazio pubblico che, piu'
che quale spazio pubblico-politico, - come ha documentato nei suoi lavori
Mary Ryan, giustamente ricordata dalla Baritono - si declinava nel senso di
uno "spazio pubblico-sociale", che trovava espressione sia in una fitta rete
di associazioni religiose e club femminili, sia attraverso i canali della
stampa, delle riviste e della letteratura femminile.
La sfera pubblica americana ottocentesca era articolata in almeno tre
momenti distinti: accanto ad una sfera pubblica-politica, "modellata sui
rituali maschili propri dei nuovi partiti di massa e che comprendevano anche
manifestazioni ad essa collegati - parate, cerimonie pubbliche, meeting
politici ed elettorali" (p. XXXIX); si collocavano la "sfera pubblica
'femminile'", e, in posizione intermedia, una sfera pubblica filantropica
maschile, che raccoglieva prima di tutto i gruppi abolizionisti (cfr. p.
XXXIX). Quest'ultima, che condivideva il linguaggio religioso e spirituale
delle associazioni femminili, fu nel primo Ottocento lentamente inglobata in
quella femminile. "Tanto che - scrive Baritono - si potrebbe azzardare
l'ipotesi della presenza di una dicotomizzazione della sfera pubblica
americana" (p. XL): due linguaggi diversi venivano parlati nella sfera del
sociale e in quella del politico, il primo femminile, il secondo maschile.
Attraverso la loro presenza nell'ambito delle attivita' filantropiche e
assistenziali, e l'uso che esse fecero durante tutto il secolo dello
strumento delle petizioni e degli appelli ai legislatori, le donne furono un
elemento influente nella vita politica americana. Cio' impone - osserva
Baritono - "una rivisitazione del concetto tradizionale di un'esclusione
tout court delle donne dalla sfera pubblica e anche da quella politica" (p.
XLI). Ad un certo momento, tuttavia, fu proprio il paradosso rappresentato
dall'importanza della loro funzione sociale, da un lato, e dal loro status
di inferiorita' sul piano giuridico e politico, dall'altro, a spingere le
donne americane ad una svolta sul piano teorico che le condusse a passare
dal "linguaggio maternalista delle sfere separate" a quello "dei diritti"
(cfr. p. XLIII).
*
La Bibbia: "the great charter of human rights"
Il principio di eguaglianza al quale le prime femministe americane facevano
riferimento aveva - non diversamente da quanto poteva riscontrarsi nella
dottrina lockiana - un fondamento teologico. Sarah Grimke' nel saggio
Letters on the Equality of the Sexes and the condition of Women (1838)
partiva - come prima di lei aveva fatto Judith Sargent Murray, nel suo On
the Equality of the Sexes (1790) - dall'esigenza di produrre un'esegesi
biblica che dimostrasse l'inesistenza di un comandamento divino a
giustificazione della diseguaglianza tra i sessi.
Dio, per Sarah Grimke', aveva creato l'uomo e la donna a tutti gli effetti
uguali in quanto esseri morali (cfr. pp. L-LI). Rivendicare
quest'uguaglianza, e il suo fondamento religioso, era fondamentale per donne
come le sorelle Grimke', appartenenti al movimento quacchero e impegnate
nella causa abolizionista, per legittimare il loro diritto alla parola.
"In una lettera di Elizabeth Cady Stanton e di Lizabeth E. McClintock ai
direttori del 'Seneca County Courier', all'indomani della convenzione del
1848, esse cosi' si esprimevano: 'the Bible is the great Charter of human
rigths, when it is taken in its true spiritual meaning: thought its great,
immortal, life-giving truths can be perverted by narrow, bigoted, sectarian
teachers so as to favor all kinds of oppression, and to degrade and crush
humanity itself'" (p. XLVIII).
Se la retorica femminista di Seneca Falls era intrisa di spirito religioso,
altri elementi del linguaggio utilizzato in quella circostanza meritano
attenzione. Raffaella Baritono ricorda innanzitutto l'importanza della
scelta di riunire una "convenzione", lo strumento per eccellenza di
espressione della sovranita' popolare (come mostrarono i numerosi processi
di revisione costituzionale che si ebbero negli Stati Uniti tra il 1830 e il
1860). Non meno importante, tuttavia - come ancora si sottolinea
nell'introduzione -, era il richiamo alla Dichiarazione d'Indipendenza del
1776 e al linguaggio della sensibilita', dal quale nella cultura
settecentesca aveva avuto origine la dottrina della separatezza tra le due
sfere, pubblica e privata.
La scelta di emanare una "declaration of sentiments" aveva di per se' un
contenuto provocatorio. L'uso politico del linguaggio dei sentimenti e la
richiesta del diritto di voto, avanzata dopo lungo dibattito durante la
convenzione di Seneca Falls, abbattevano infatti i confini tra pubblico e
privato.
Mantenere il primato morale che fino ad allora era stato loro riconosciuto
in virtu' della dottrina della separazione delle due sfere, riuscendo al
tempo stesso a scavalcarne i confini, fu uno dei nodi piu' complicati che le
donne del movimento femminista si trovarono ad affrontare. L'oscillazione
del femminismo successivo tra retorica maternalista e linguaggio dei diritti
testimonio' la difficolta' di individuare categorie politiche che
consentissero alle donne di fare politica, senza farla al modo maschile.
*
Alcuni riferimenti in rete
- The Seneca Falls Convention:
www.npg.si.edu/col/seneca/senfalls1.htm
- Dichiarazione dei sentimenti, Seneca Falls (in italiano):
www.ispfp.ch/rpo/B/BO1_28set_Seneca.PDF
www.url.it/donnestoria/testi/percorso_900/seneca.html
- Declaration of Sentiments, Seneca Falls (in inglese):
http://closeupms.mainsail.com/sentimnt.htm
- Stanton and Anthony Papers Project on line:
http://ecssba.rutgers.edu/pubs.htm
- American Treasures of the Library of Congress:
www.loc.gov/exhibits/treasures/trr040.html
*
Note
1. Il volume curato dalla Baritono offre al lettore oltre all'Introduzione,
una nota biografica relativa alle principali protagoniste del movimento
femminista dei primi dell'Ottocento, un ricco apparato bibliografico, e le
traduzioni in italiano di Tiziano Bonazzi di alcuni testi concernenti la
Convenzione di Seneca Falls e quella successiva di Rochester, testi
arricchiti da un apparato di note a cura della Baritono.
2. Sul concetto di "maternita' repubblicana" - come ricorda anche Baritono -
e' fondamentale: L. Kerber, Women of the Republic. Intellect and Ideology in
Revolutionary America, W. W. Norton, New York-London 1980.
3. Cfr. in particolare C. McDannell, The Christian Home in Victorian
America, 1840-1900, Indiana University Press, Bloomington 1986, p. 4.
4. "Ladies' Magazine", 3 (Jan. 1830), cit. in N. F. Cott, The Bonds of
Womanhood. Woman's Sphere in New England, 1870.1835, Yale University Press,
New Haven-London 1977, p. 68.
5. "Ladies' Magazine", 2 (Jan. 1829), pp. 31-32, cit. in ivi, p. 96.
6. Su Catharine Beecher, v. in particolare: K. Kish Sklar, Catharine
Beecher. A study in American Domesticity, W. W. Norton & Company, New
York-London 1976, e J. Boydoston, M. Kelley e A. Margolis, The Limits of
Sisterhood. The Beecher Sisters in Women's Rights and Woman's Sphere, The
University of North Carolina Press, Chapel Hill-London 1988. Sul "cult of
domesticity" nell'Ottocento, cfr. N. F. Cott, The Bonds of Womanhood.
Woman's Sphere in New England, 1870.1835, cit.; M. P. Ryan, The Empire of
the Mother. American Writing about Domesticity, 1830-1860, Harrington Park
Press, New York-London 1985; L. Romero, Home Fronts. Domesticity and its
Critics in Antebellum United States, Duke University Press, Durham-London
1997; N. Tonkovich, Domesticity with a Difference. The Nonfiction of
Catharine Beecher, Sarah H. Hale, Fanny Fern and Margaret Fuller, University
Press of Mississippi 1997.
7. Cfr. K. Kish Sklar, op. cit., p. 156.
8. Ivi, p. 158.
9. Cfr. C. Beecher, A Treatise on Domestic Economy, for the Use of Young
Ladies at Home and at School, Harper & Brothers, New York 1850 (revised
edition, I ed. 1841), p. 37.
10. Cfr. ivi, pp. 127-128.
11. K. Kish Sklar, op. cit., p. 166.

4. PROFILI. MARIA CHIARA PIEVATOLO: LA RIFLESSIONE DI SUSAN MOLLER OKIN
[Dal sito di "Filosofia politica: http://lgxserver.uniba.it/lei/filpol/
riprendiamo il testo seguente.
Maria Chiara Pievatolo e' docente associata di filosofia politica
all'Universita' di Pisa. E' curatrice del Bollettino telematico di filosofia
politica e della collana Methexis. Tra le opere di Maria Chiara Pievatolo:
La giustizia degli invisibili. L'identificazione del soggetto morale, a
ripartire da Kant, Carocci, Roma 1999; I padroni del discorso. Platone e la
liberta' della conoscenza, Plus, Pisa 2003.
Susan Moller Okin, illustre pensatrice femminista americana, e' docente di
scienze politiche alla Stanford University. Tra le opere di Susan Moller
Okin: Le donne e la giustizia. La famiglia come problema politico, Dedalo,
Bari 1999]

Convinzione di molto pensiero femminista contemporaneo e' che la differenza
sessuale sia un dato evidente e indiscutibile. E che trascurare questa
differenza, nella cultura, nel diritto e nella politica, conduca ad una
forzata assimilazione del femminile al maschile. E' sbagliato lottare per
l'uguaglianza: bisogna, piuttosto, lottare per la differenza: sul piano
giuridico, per i diritti speciali e le azioni positive; sul piano politico,
per la rappresentanza differenziata e suddivisa in quote; sul piano
culturale, per i cosiddetti Women's Studies. Non possiamo applicare alle
donne la politica, il diritto e la cultura degli uomini: c'e' una storia,
un'etica, una politica, una filosofia degli uomini, che per le donne deve
essere affatto differente.
Susan Moller Okin sfida questo comune sentire. Lo sfida, innanzitutto, colla
sua biografia accademica. Ella ha una cattedra di Political Science alla
Stanford University. Si occupa di filosofia politica e non di filosofia
politica femminile - tanto da vedere,  si legge nell'Afterword del 1992 a
Women in Western Political Thought (1), i Women's Studies come una forma di
marginalizzazione culturale. L'istituzione di una cattedra di filosofia
politica o di storia delle donne, e' un alibi che permette che le cattedre
di filosofia politica o di storia senza specificazioni continuino ad
occuparsi solo di una meta' dell'umanita', mentre l'altra rimane emarginata
in un ghetto al cui ingresso sta scritto, a scarico di coscienza,
"valorizzazione". Enfatizzare la differenza sessuale, senza chiedersi se la
sua rilevanza al di la' degli ambiti biologici non sia dovuta a
ingiustificate differenziazioni sociali e politiche, produce delle armi a
doppio taglio - soprattutto se messe in mano a forze conservatrici.
*
Women in Western Political Thought e' un libro di filosofia politica, con
una solida impostazione storica, e uno stile chiaro e rigoroso. Un testo
che, sebbene ispirato da una tesi "militante", potrebbe essere adottato
senza imbarazzo, sia per la sua erudizione, sia per il suo rigore, come
manuale in un corso istituzionale. E che potrebbe essere letto con interesse
dalle numerose donne che, pur rifacendosi alla tradizione femminista,
provano disagio rispetto al pensiero della differenza, egemonico in Italia.
E' di efficacia retorica non trascurabile che questo paradigma sia criticato
da una studiosa che e' donna e per di piu' femminista.
L'intento di Women in Western Political Thought e' capire in che modo il
pensiero filosofico-politico occidentale ha visto le donne. Non e' una
questione marginale. Si tratta di considerare le tesi fondamentali dei
pensatori che formano la nostra tradizione (Platone, Aristotele, Hobbes,
Locke, Rousseau, John Stuart Mill) nella loro applicazione a una meta' di
cio' che e' comunemente inteso come umanita'. S. M. Okin usa un grimaldello
critico che puo' essere suddiviso in una parte filosofica e in una parte
politica. Sul piano filosofico, ove per gli esseri umani di sesso maschile
si e' sempre distinto fra natura e cultura e ci si e' interrogati sulle loro
potenzialita', per gli esseri umani di sesso femminile si e' preferita una
visione funzionalistica e naturalistica: "a che cosa servono le donne?".
Questa domanda si fonda, a sua volta, sulla assunzione istituzionale della
famiglia, colla sua disuguale divisione del lavoro fra i sessi, come
qualcosa di naturale e di non soggetto alla giustizia in quanto costruzione
filosofica e politica.
*
Platone si era reso conto che lo sviluppo delle potenzialita' di ciascuno
dipende dall'educazione. Che dunque, perfino nel mondo funzionalistico della
Repubblica, non c'era motivo di discriminare fra uomini e donne. E che la
radice della discriminazione era la sfera privata della famiglia col suo
finalismo naturalistico. Contro noti interpreti di Platone (Strauss, Grube,
Bloom), la Okin sottolinea che, nella Repubblica, l'eliminazione della
famiglia e gli accoppiamenti programmati eugeneticamente non possono essere
visti come sintomi di totalitarismo. Nel mondo greco la famiglia era
un'impresa economica e sociale e gli uomini trovavano amore e affetto nelle
relazioni omosessuali. Gli obblighi imposti agli uomini nella Repubblica non
sarebbero stati molto differenti dai loro normali doveri sociali e
familiari; le donne, di contro, nell'ottima polis sarebbero state molto piu'
libere, avendo accesso alla vita pubblica e all'istruzione. Questa e' una
osservazione banale. Eppure fini grecisti hanno criticato Platone assumendo
il punto di vista del capo-famiglia maschio della tradizionale famiglia
borghese occidentale, intesa come sede di una vita affettiva che i
contemporanei di Platone trovavano altrove. E hanno compiuto questa
assunzione perche' non hanno trattato la questione delle potenzialita' e del
ruolo delle donne come una questione filosofica, ma come un elemento gia'
risolto, naturalisticamente, in una famiglia che la filosofia ha accettato,
senza riflettere, come data.
In questa prospettiva, e' stato piu' comodo accogliere, nel pensiero
politico occidentale, il funzionalismo conservatore e naturalistico di
Aristotele, che e' una prospettiva coerente in una visione teleologica e
gerarchica del mondo, ma che - se inserita entro un paradigma
contrattualista o democratico - produce gravi contraddizioni. Tuttavia
questa visione delle donne e' stata mantenuta sia dai contrattualisti, sia
da Rousseau, sia da John Stuart Mill - che pure e' l'unico liberale
femminista. I contrattualisti hanno assunto come naturale la famiglia
comandata dal maschio, escludendola senza giustificazione dal contratto;
Rousseau ha conservato, solo per le donne, la legittimita' della servitu' e
del diritto del piu' forte, con la paradossale conseguenza che la famiglia
e' nello stesso tempo la cellula fondamentale della societa' e la sua
principale fonte di corruzione: l'angelo del focolare e' una donna che e'
stata educata non come una libera cittadina, bensi' come finalizzata e
asservita al piacere del marito e alle vezzosita' viziose e alle ipocrisie
del costume. John Stuart Mill rivendica, da liberale, pari diritti civili e
politici per le donne, ma, assumendo la famiglia nucleare borghese e
l'istinto materno come naturali, non ha gli strumenti per affrontare il
problema della divisione sessuale del lavoro entro la famiglia stessa, e
della assunzione acritica di questa divisione entro la societa' (2).
*
Come si vede, la tesi filosofica e quella politica della Okin si richiamano
a vicenda: invece di compiacersi di differenze la cui origine e' dubbia,
occorre criticare, sul piano filosofico, il funzionalismo, e porre, sul
piano politico, il problema della giustizia e dell'uguaglianza nella sede
entro la quale questo funzionalismo e' stato gelosamente e acriticamente
conservato: la famiglia, nel suo carattere di istituzione i cui confini non
possono essere detti privati, perche' sono ritagliati e riconosciuti dal
"pubblico", socialmente, giuridicamente e politicamente.
*
Note
1. S. M. Okin, Women in Western Political Thought, Princeton, Princeton
University Press, 1979-1992.
2. S. M. Okin, Justice, Gender and the Family, New York, Basic Books, 1989,
pp. 3-24 (trad. it. Le donne e la giustizia: la famiglia come problema
politico, Bari, Dedalo, 1999): le teorie della giustizia devono applicarsi a
tutti, e non si deve assumere tacitamente che la meta' di noi si cura di
ambiti della vita che sono al di fuori della sfera della giustizia sociale.
La famiglia deve offrire a tutti le stesse possibilita' di sviluppare le
proprie capacita'. Purtroppo, molta energia intellettuale femminista negli
anni '80 e' andata sprecata per la pretesa che giustizia e diritti siano
modi maschilisti di pensare e che le donne debbano piuttosto basarsi su
un'etica della cura. Ma la differenza fra giustizia e cura non e' molto
chiara; ne' e' chiaro quale sia l'origine di questa differenza. In secondo
luogo, non esiste una contrapposizione vera e propria fra giustizia e cura,
perche' la giustizia stessa implica la cura, come interesse per chi e'
diverso da noi.

5. AMICIZIA. RICCARDO ORIOLES: AUGURI
[Da "La Catena di San Libero" n. 294 del 25 luglio 2005 (per contatti:
riccardoorioles at sanlibero.it) riprendiamo i seguenti testi. Riccardo Orioles
e' giornalista eccellente ed esempio pressoche' unico di rigore morale e
intellettuale (e quindi di limpido impegno civile); militante antimafia tra
i piu' lucidi e coraggiosi, ha preso parte con Pippo Fava all'esperienza de
"I Siciliani", poi e' stato tra i fondatori del settimanale "Avvenimenti",
cura attualmente in rete "Tanto per abbaiare - La Catena di San Libero", un
eccellente notiziario che puo' essere richiesto gratuitamente scrivendo al
suo indirizzo di posta elettronica; ha formato al giornalismo d'inchiesta e
d'impegno civile moltissimi giovani. Per gli utenti della rete telematica vi
e' anche la possibilita' di leggere una raccolta dei suoi scritti (curata
dallo stesso autore) nel libro elettronico Allonsanfan. Storie di un'altra
sinistra. Sempre in rete e' possibile leggere una sua raccolta di traduzioni
di lirici greci, ed altri suoi lavori di analisi (e lotta) politica e
culturale, giornalistici e letterari. Due ampi profili di Riccardo Orioles
sono in due libri di Nando Dalla Chiesa, Storie (Einaudi, Torino 1990), e
Storie eretiche di cittadini perbene (Einaudi, Torino 1999)]

Auguri. E' uscito il numero mille de "La nonviolenza e' in cammino", il
quotidiano elettronico del Centro per la pace di Viterbo. Se lui non si
offendesse, direi che lo dirige Peppe Sini: ma mi risponderebbe subito che
lui e' solo uno dei tanti artigiani (prestigiosi: Menapace, Peyretti,
D'Ippolito... e mi fermo qui perche' non ho spazio per gli altri cento nomi)
che ogni giorno producono, senza rispetto per i padroni e senza voglia di
diventarlo loro, questa bella scrittura.
Eccezionalmente, ho chiesto al mio amico Miguel di dedicargli una poesia.
*
Miguel <saavedra at hidalguia.es> wrote:

El Tercio de la Paz

Con arbalestas de aphorismas
y lanzas de solidaridad
con su banderas iridadas
marcha el Tercio de la Paz.

Ay, el capitan Sin reproche!
Ay, el alferez Ben-dito!
Como estrellas en la noche
y tambien siempre unido

sigue esto ejercito el camino
de libertad y de razon,
de planetaria hermandia:

dando verdad a la utopia
del Caballero del Leon
y de don Sancho, el Campesino.

6. RILETTURE. MARIA GRAZIA GIANNICHEDDA, FRANCA ONGARO BASAGLIA (A CURA DI):
PSICHIATRIA TOSSICODIPENDENZA PERIZIA
Maria Grazia Giannichedda, Franca Ongaro Basaglia (a cura di), Psichiatria
tossicodipendenza perizia. Ricerche su forme di tutela, diritti, modelli di
servizio, Franco Angeli, Milano 1987, pp. 448, lire 30.000. Il volume
raccoglie, rielaborati, i materiali di due seminari di studio su "Tutela,
diritti, controllo sociale" (Roma, 4-5 giugno 1985) e su "La perizia
psichiatrica tra medicina e giustizia" (Roma, 31 gennaio 1986); molti
interventi restano di straordinaria rilevanza.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1006 del 29 luglio 2005

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