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La nonviolenza e' in cammino. 1007



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1007 del 30 luglio 2005

Sommario di questo numero:
1. Enrico Peyretti: A sessant'anni da Hiroshima
2. Iniziative in italia a 60 anni dai bombardamenti atomici su Hiroshima e
Nagasaki
3. Umberto Santino: La controriforma della giustizia
4. Giampaolo Calchi Novati: "Nuovo ordine mondiale" e "guerra infinita"
5. "Azione nonviolenta" di agosto
6. Luisa Muraro presenta "Il canto del mondo reale" di Liliana Rampello
7. Riletture: Mariolina Bongiovanni Bertini, Guida a Proust
8. Riletture: Gabriella Contini, Il romanzo inevitabile
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. ENRICO PEYRETTI: A SESSANT'ANNI DA HIROSHIMA
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
intervento. Enrico Peyretti e' uno dei principali collaboratori di questo
foglio, ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace
e di nonviolenza. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; e' disponibile nella rete telematica la
sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia
storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente
edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il
principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha
curato la traduzione italiana), e una recente edizione aggiornata e' nei nn.
791-792 di questo notiziario; vari suoi interventi sono anche nei siti:
www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e alla pagina web
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu' ampia
bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15
novembre 2003 di questo notiziario]

Il 1945, anno di sollievo per la fine della massima guerra della storia,
anno felice per l'inizio, sebbene imperfetto, del diritto planetario di pace
(nell'Organizzazione delle Nazioni Unite), resta un anno orribile, segnato
dal massimo atto di violenza bellica e scientifica; un atto istantaneo, ma
con effetti lunghissimi nel tempo: l'olocausto terroristico di Hiroshima e
Nagasaki (1). La tesi ufficiale statunitense, riproposta nel 1995, nel
cinquantenario, su una serie di francobolli commemorativi, giustifico' la
strage come risparmio di vite umane (americane) e accelerazione della pace.
Vediamo se tale versione verra' di nuovo discussa adeguatamente quest'anno,
nel sessantesimo anniversario. Il libro di Gar Alperovitz, Atomic Diplomacy
(prima edizione 1965, seconda edizione nel 1985, tr. it. Einaudi 1966 col
titolo Un asso nella manica) (2) documenta come le bombe atomiche non erano
militarmente necessarie, perche' il Giappone chiedeva la pace, ma furono
usate, nonostante i dissensi tra gli scienziati, tra i militari e dentro lo
stesso governo Usa, per "uscire dall'affare giapponese prima che i russi vi
entrino".
Hiroshima e Nagasaki sarebbero quindi atti di "diplomazia atomica" nei
confronti dell'Urss, il primo atto della guerra fredda, a spese di centinaia
di migliaia di vite di civili giapponesi, e di avvelenamento di altre vite e
della pace negli anni successivi. Un atto col quale il mondo scivolava nella
spirale atomica e veniva consegnato ad un nuovo potere della morte. Dovremmo
avere imparato, da allora ad oggi, che la minaccia accresce la minaccia,
mentre de-minacciare produce maggior sicurezza per tutti.
Quella conclusione atomica della guerra, quella "pace atomica", da'
fondamento alla tesi paradossale che la seconda guerra mondiale l'abbia
vinta Hitler, dal momento che il suo sterminismo a scopo di dominio fu
ereditato e accresciuto, come minaccia e pericolo tuttora incombente, dai
vincitori. Lo dicono diversi studiosi (3).
Ascoltiamo qualche altra parola di saggezza sul crimine di guerra impunito
dell'agosto 1945.
*
Gandhi scriveva: "La bomba atomica ha fatto ottenere una vuota vittoria agli
eserciti alleati, ma ha significato la distruzione dell'anima del Giappone.
E' ancora troppo presto per vedere che cosa e' avvenuto nell'anima della
nazione che ha impiegato la bomba atomica" (4).
*
Dieci anni fa leggevamo il piccolo libro Hiroshima, non dovevamo (5), del
filosofo John Rawls (autore di Una teoria della giustizia, 1971) insieme ad
altri autori statunitensi come lui. A cinquant'anni da quell'agosto atomico,
il dibattito su Hiroshima era riesploso negli Usa: ufficialmente si era
chiuso sulle posizioni governative, uguali a quelle del 1945, ma fu vivace e
approfondito nella cultura, come dimostra questo libro, e persino nelle
televisioni (6). La mostra sull'Enola Gay, per l'insorgere dei veterani e
della destra, dovette sostituire il catalogo ampiamente critico, con poche
pagine asettiche.
Rawls, entro i vecchi limiti dello jus in bello (regole da rispettare nella
guerra), proponeva sei principi o postulati che impegnano "una societa'
democratica decente". Li riassumo: 1) lo scopo di una guerra giusta e' una
pace giusta e duratura anche coi nemici del momento (osservo che lo stesso
chiede Kant, Per la pace perpetua, VI articolo preliminare); 2) una societa'
democratica combatte soltanto contro uno stato non democratico,
espansionista, minaccioso; 3) nella guerra contro un tale nemico, una
societa' democratica distingue attentamente tra governanti, soldati,
popolazione civile e considera responsabili della guerra soltanto i primi;
4) una societa' democratica rispetta i diritti umani dei nemici, sia civili
che militari, primo perche' sono sempre membri della societa' umana, secondo
per insegnare loro con l'esempio, percio' non li attacca mai direttamente
salvo che in caso di crisi estrema; 5) i popoli giusti devono prefigurare,
durante la guerra, il tipo di pace e di rapporti internazionali a cui mirano
(cfr. Kant citato); 6) la valutazione pratica dell'opportunita' di un'azione
deve sempre essere severamente limitata dai principi suesposti.
Si puo' dedurre dall'insieme che non furono veri "uomini di stato" ne'
quelli che imposero alla Germania nel 1919 la pace punitiva di Versailles,
culla del nazismo, ne' quelli che decisero l'uso dell'atomica. Hiroshima -
dice Rawls ed e' ormai accertato - non configurava il caso di crisi estrema;
Truman e Churchill, che non rispettarono quei limiti alla conduzione della
guerra, non furono veri "uomini di stato"; Truman e' "fallito come uomo di
stato" (p. 31); sia Hiroshima che i bombardamenti incendiari sulle citta'
giapponesi o su Dresda furono "gravi torti" e "gravi errori" (p. 29). I
governanti non ebbero tempo per riflettere, la guerra impedisce di pensare.
E' cio' che il pensiero della pace afferma: la guerra non continua la
politica, ma la nega. E nega la democrazia.
Dobbiamo infatti dedurre (pur distinguendo fra i loro governanti e la
societa' civile, da cui vennero subito alcune condanne dell'uso
dell'atomica: v. p. 46), che gli Stati Uniti non furono "una societa'
democratica decente" in quella circostanza che ha determinato la storia
universale successiva. Il guaio grave e' che ancora nel 1995 la tesi
ufficiale giustifico' accanitamente le bombe di Hiroshima e Nagasaki.
Clinton concluse: "Truman ha fatto quel che si doveva fare". Il 76% degli
americani (84% oltre i 65 anni) riteneva che gli Usa non dovessero
presentare scuse al Giappone (7).
Potevamo dire gia' allora che il modello statunitense, tanto idolatrato,
configura una societa' che puo' diventare democratica e giusta, all'esterno
come all'interno, perche' dove c'e' possibilita' di dibattito c'e'
correggibilita', anche se non lo e' ancora, purche' guarisca dai propri mali
spirituali profondi.
*
Giovanni XXIII, nella Pacem in terris (1963), dedicava al disarmo i nn.
59-63 (nell'edizione ufficiale in italiano): "Ci e' pure doloroso costatare
come nelle comunita' politiche economicamente piu' sviluppate si siano
creati e si continuano a creare armamenti giganteschi (...). Gli armamenti,
come e' noto, si sogliono giustificare adducendo il motivo che se una pace
oggi e' possibile, non puo' essere che la pace fondata sull'equilibrio delle
forze. Quindi se una comunita' politica si arma, le altre comunita'
politiche devono tenere il passo ed armarsi esse pure. E se una comunita'
politica produce armi atomiche, le altre devono pure produrre armi atomiche
di potenza distruttiva pari. In conseguenza gli esseri umani vivono sotto
l'incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una
travolgenza inimmaginabile. (...) Giustizia, saggezza ed umanita' domandano
che venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e
reciprocamente gli armamenti gia' esistenti; si mettano al bando le armi
nucleari; e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli
efficaci. (...)  [E' necessario] che al criterio della pace che si regge
sull'equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera
pace si puo' costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che
si tratti di un obiettivo che puo' essere conseguito. Giacche' esso e'
reclamato dalla retta ragione, e' desideratissimo, ed e' della piu' alta
utilita'. (...) I rapporti fra le comunita' politiche, come quelli fra i
singoli esseri umani, vanno regolati non facendo ricorso alla forza delle
armi, ma nella luce della ragione; e cioe' nella verita', nella giustizia,
nella solidarieta' operante".
Tutto la terribile tirannia atomica sulla vita dell'umanita', che,
proliferando tra gli stati nuclearisti, non ha fatto altro che accrescersi,
e' nata dalla strage di Hiroshima e Nagasaki. E' vero che gli Stati Uniti
costruirono l'atomica, su consiglio di Einstein, nel timore che arrivasse a
costruirla per prima la Germania, ma e' altrettanto vero che lo stesso
Einstein e i migliori degli scienziati atomici furono contrari all'impiego
di quell'arma, quando la Germania era gia' vinta e il Giappone si piegava, e
furono alla testa del movimento antinucleare: quest'anno e' anche il
cinquantesimo anniversario del grande manifesto Einstein-Russell.
*
Jean-Marie Muller, nel recentissimo Dictionnaire de la non-violence (8),
alla voce Terrorismo scrive: "La condanna del terrorismo avra' tanta minor
forza e coerenza se giustifica altre forme di azione violenta che non sono
meno micidiali e possono essere ugualmente criminali. Esiste anche un
'terrorismo di stato' che non merita alcuna indulgenza, non piu'
dell'altro".
*
La ricorrenza di quel crimine atomico cade quest'anno in un momento molto
minacciato dalla violenza statale e dalla violenza privata, complici e
alimento l'una dell'altra. Ma in questi anni l'opposizione popolare alle
violenze, o almeno la sempre minore rassegnazione fatalistica del passato al
regno della violenza, caratterizzano una linea di fondo del movimento
storico. Il no alla violenza, tuttavia, e' nobile ma rimane impotente se i
popoli non crescono nella conoscenza e nella pratica della nonviolenza
positiva e attiva, che e' rifiuto di riprodurre la violenza, ma e'
soprattutto lotta per la giustizia coi mezzi della giustizia, con la forza
della verita' umana, dell'unita', del coraggio, dell'amore anche per
l'avversario violento, per resistergli e per ricuperarlo alla convivenza
umana decente.
Affinche' la nonviolenza possa diventare cultura e educazione popolare,
percio' politica, occorre che i tanti gruppi e movimenti impegnati per la
pace si conoscano e si incontrino assai di piu', nell'autonomia di metodi e
ispirazioni, fino a rappresentare una federazione nonviolenta attiva di
forze nazionali e internazionali, che producano una politica di pace. Lo
chiedono a noi, gridando in silenzio dentro i nostri cuori e le nostre
menti, tutte le vittime di ogni violenza, prima e dopo il giorno di
Hiroshima, fino ad oggi.
*
Note
1. Riprendo nelle prime parti di questo articolo, con varie modifiche,
qualche pagina del 1985 inclusa nel libro La politica e' pace (Cittadella,
Assisi 1998, pp. 177-178 e 185-188).
2. Il libro di Alperovitz risulta presente in poche biblioteche italiane e
non si trova nel catalogo elettronico Einaudi, che farebbe bene a
ripubblicarlo.
3. Salio, Vercors, Edelman, Gaeta, Krippendorff, Pontara, ai quali ora devo
aggiungere Johan Galtung, nei libri Ci sono alternative! (Edizioni Gruppo
Abele, Torino 1986, pp. 66-67) e Palestina-Israele, una soluzione
nonviolenta? (Edizioni Sonda, Torino-Milano 1989, pp. 41-42). Ho raccolto le
opinioni dei primi citati nel libro Dov'e' la vittoria? (Il Segno dei
Gabrielli editori, 2005, pp. 67-70).
4. Gandhi, 7 luglio 1947, in Idem, Teoria e pratica della nonviolenza,
Einaudi, Torino 1996, pp. 353-354.
5. I libri di Reset, Donzelli, Roma 1995. Questi articoli uscirono anche
sulla rivista americana "Dissent".
6. Cfr.. "Le Monde Radio-Television", 13-14 agosto 1995, p. 3.
7. Cfr. "Le Monde", 3 agosto 1995 ; "New York Times", primo agosto 1995, e
"Le Monde", 8 agosto 1995.
8. Les Editions du Relie', Gordes 2005.

2. INIZIATIVE. INIZIATIVE IN ITALIA A 60 ANNI DAI BOMBARDAMENTI ATOMICI SU
HIROSHIMA E NAGASAKI
[Da Mariagrazia Bonollo, responsabile dell'ufficio stampa di "Beati i
costruttori di pace" (per contatti: tel. ufficio 0445812321, cell.
3482202662, e-mail: salbega at interfree.it, sito: www.beati.org) riceviamo e
diffondiamo]

Padova, 29 luglio 2005. Sessant'anni esatti dallo sgancio delle bombe
atomiche su Hiroshima e Nagasaki e' in atto un riarmo nucleare la cui
responsabilita' tocca da vicino anche l'Italia. "Quaranta armi nucleari B-61
secondo le informazioni acquiste dalla campagna internazionale Abolition
Now! - spiega don Albino Bizzotto dell'associazione "Beati i costruttori di
pace" - sarebbero ospitate nell'aeroporto militare di Ghedi, dove i militari
del Sesto Stormo sono addestrati al loro utilizzo. Una grave violazione del
Trattato di non-proliferazione nucleare ratificato dal nostro paese". Una
responsabilita' che pesa anche su altri quattro Paesi Nato: Germania,
Belgio, Olanda e Turchia. Altri Stati dell'Alleanza, come Grecia, Spagna e
Canada, cui ora vorrebbe aggiungersi anche il Belgio, si sono invece
rifiutati di continuare ad ospitare queste bombe. Il Trattato infatti vieta
agli stati non-nucleari di ospitare nel loro territorio questo tipo di
ordigni. Senza contare poi che altre 50 testate atomiche sarebbero dislocate
dalla base Usaf di Aviano.
La denuncia sulla presenza delle bombe atomiche a Ghedi e' contenuta in una
ricerca di Hans Kristensen, analista militare dell'associazione americana
Nrdc - Natural Resources Defense Council - di Washington. "In un clima di
crescente incertezza e paura come quello attuale, questa informazione non
puo' lasciarci tranquilli" afferma don Bizzotto, che ricorda come  Russia e
Gran Bretagna stanno procedendo alla produzione di nuovi sottomarini atomici
e nuove testate, mentre gli Usa lavorano alla progettazione di bombe
atomiche piu' maneggevoli e delle cosiddette bunker-busters, capaci di
penetrare in profondita' nel terreno. "Potrebbero essere usate in una
prossima guerra. Non e' questo il futuro che vogliamo. Vorremmo che
Hiroshima e Nagasaki fossero una memoria gia' risolta, invece non e' cosi'.
Siamo preoccupati per tante vicende che ci riguardano, ma questa del
nucleare e' una priorita' cui non possiamo sottrarci per la responsabilita'
che abbiamo di fronte all'umanita' e al futuro. L'atomica e' crimine".
Per questo a  60 anni esatti dal lancio dell'atomica su Hiroshima e
Nagasaki, "Beati i costruttori di pace", all'interno della "Rete italiana
per il disarmo" e in comunicazione con tutte le iniziative che si terranno
nel mondo dal 6 al 9 agosto prossimi, vuole mandare un segnale forte ai
responsabili degli Stati e dei governi che si incontreranno all'Onu a New
York il prossimo settembre, "perche' si faccia ripartire con impegni
concreti e scadenze precise il processo di disarmo e di non-proliferazione
nucleare e si facciano interpreti della coscienza dell'umanita'". Un appello
che viene dagli stessi sindaci di Hiroshima e Nagasaki, che hanno promosso
una rete internazionale di enti locali favorevoli alla messa al bando delle
armi nucleari. Iniziative si terranno infatti anche in Giappone, Belgio,
Germania, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti.
*
Le iniziative italiane si svilupperanno fra Ghedi, Padova e Aviano.
Venerdi' 5 agosto alle ore 11, presso la Provincia di Milano, Palazzo
Isimbardi (Sala Affreschi), Corso Monforte 35, Milano, conferenza stampa con
Seiko Ikeda, sopravvissuta all'esplosione di Hiroshima.
Nella cittadina di Ghedi, in provincia di Brescia, e' previsto la sera di
venerdi' 5 agosto presso la Sala Consiliare un incontro pubblico con Seiko
Ikeda, hibakusha, ossia sopravvissuta, all'esplosione nucleare su Hiroshima,
e la proiezione del film "Original Child Bomb", vincitore del Festival del
cinema dei diritti umani di Bologna.
La mattina di sabato 6 agosto alle ore 8,15 davanti ai cancelli
dell'aeroporto militare e alla presenza dei sindaci della zona  con i loro
gonfaloni verra' commemorato lo sgancio della bomba su Hiroshima, sempre
alla presenza della signora Ikeda, che portera' poi la propria testimonianza
alle ore 18 a Padova, presso il Municipio, all'inagurazione della mostra
"Mai piu' Hiroshima! Mai piu' Nagasaki!". Alle 21, sempre a Palazzo Moroni a
Padova, poesie e musiche per la pace e visione del film "Original Child
Bomb".
Domenica 7 agosto, ancora a Padova, alle 18 nel piazzale della Chiesa di San
Nicolo' verra' celebrata una preghiera interreligiosa per la pace e contro
le armi nucleari. A partire dalle 20,30, in piazza dei Signori, concerto con
la multietnica e travolgente "Orchestra di Piazza Vittorio".
Lunedi' 8 agosto la citta' del Santo, sempre presso Palazzo Moroni, sede del
Comune, ospitera' dalle ore 10 alle ore 18 il convegno "Mettere al bando le
armi nucleari", con: Seiko Ikeda; il prof. Angelo Baracca dell'Universita'
di Firenze; l'onorevole Pietro Folena e i senatori Tana De Zulueta e Tino
Bedin; l'assessore alla cultura e alle politiche di pace della Regione
Friuli Venezia Giulia, Roberto Antonaz; l'avvocato Joachim Lau
dell'International Association of Lawyers Against Nuclear Arms; il
giornalista sloveno Franco Iuri; l'assessore alla cooperazione, perdono e
riconciliazione della Regione Toscana Massimo Toschi; il presidente del
consiglio comunale di Quarrata Stefano Marini; l'assessore alle politiche di
pace del Comune di Padova Renzo Scortegagna; e Giorgio Beretta della Rete
italiana per il disarmo. Alle 20,30, sempre a Palazzo Moroni, spettacolo
Reportage Chernobyl, di e con Roberta Biagiarelli.
Martedi' 9 agosto, infine, ad Aviano, a partire dalle ore 10,30 davanti ai
cancelli della Base Usaf, commemorazione dello sgancio della secondo bomba
atomica sulla citta' giapponese di Nagasaki.
*
Le iniziative godono del patrocinio del Comune di Padova. Hanno aderito i
presidenti delle Regioni Trentino Alto Adige, Toscana, Piemonte e Lazio;
l'assessore alla cooperazione, perdono e riconciliazione dei popoli della
Regione Toscana; il presidente delle Provincia di Macerata; gli assessori
alla pace delle Province di Gorizia e Biella; i Comuni di Firenze, Ghedi,
Castenedolo, Montirone, Borgosatollo (tutti e quattro bresciani), Gallio
(Vicenza), il sindaco di Agrate Brianza, il Movimento Federalista EUropeo,
Arci, Legambiente, Fondazione Responsabilita' Etica Bpe, Tavola della Pace,
Rete Nuovo Municipio, Coordinamento Enti Locali per la Pace e Diritti Umani,
Rete Italiana per il disarmo, Rete Via le basi, Sfe Socia Forumo Esperanto,
Acli provinciali di Pordenone, la Consulta per la pace del Comune di
Brescia, coordinamento Veneto e Friuli Venezia Giulia di Emergency.
Campagna globale per la messa al bando delle armi nucleari: segreteria per
le iniziative del 6-9 agosto 2005: "Beati i costruttori di pace", tel.
0498070522, e-mail: beati at libero.it, sito: www.beati.org. Per adesioni alla
campagna: Rete italiana per il disarmo, sito: www.disarmo.org

3. RIFLESSIONE. UMBERTO SANTINO: LA CONTRORIFORMA DELLA GIUSTIZIA
[Dal Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato (per contatti:
e-mail: csdgi at tin.it, sito: www.centroimpastato.it) riceviamo e diffondiamo.
Umberto Santino (per contatti: csdgi at tin.it) ha fondato e dirige il Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo. Da decenni e'
uno dei militanti democratici piu' impegnati contro la mafia ed i suoi
complici. E' uno dei massimi studiosi a livello internazionale di questioni
concernenti i poteri criminali, i mercati illegali, i rapporti tra economia,
politica e criminalita'. Tra le opere di Umberto Santino: (a cura di),
L'antimafia difficile,  Centro siciliano di documentazione "Giuseppe
Impastato", Palermo 1989; Giorgio Chinnici, Umberto Santino, La violenza
programmata. Omicidi e guerre di mafia a Palermo dagli anni '60 ad oggi,
Franco Angeli, Milano 1989; Umberto Santino, Giovanni La Fiura, L'impresa
mafiosa. Dall'Italia agli Stati Uniti, Franco Angeli, Milano 1990; Giorgio
Chinnici, Umberto Santino, Giovanni La Fiura, Ugo Adragna, Gabbie vuote.
Processi per omicidio a Palermo dal 1983 al maxiprocesso, Franco Angeli,
Milano 1992 (seconda edizione); Umberto Santino e Giovanni La Fiura, Dietro
la droga. Economie di sopravvivenza, imprese criminali, azioni di guerra,
progetti di sviluppo, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1993; La borghesia
mafiosa, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1994; La mafia come soggetto politico, Centro siciliano di documentazione
"Giuseppe Impastato", Palermo 1994; Casa Europa. Contro le mafie, per
l'ambiente, per lo sviluppo, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe
Impastato", Palermo 1994; La mafia interpretata. Dilemmi, stereotipi,
paradigmi, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1995; Sicilia 102. Caduti
nella lotta contro la mafia e per la democrazia dal 1893 al 1994, Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1995; La
democrazia bloccata. La strage di Portella della Ginestra e l'emarginazione
delle sinistre, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1997; Oltre la
legalita'. Appunti per un programma di lavoro in terra di mafie, Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1997; L'alleanza e
il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ai giorni
nostri, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1997; Storia del movimento
antimafia, Editori Riuniti, Roma 2000; La cosa e il nome. Materiali per lo
studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000. Su
Umberto Santino cfr. la bibliografia ragionata "Contro la mafia. Una breve
rassegna di alcuni lavori di Umberto Santino" apparsa su questo stesso
foglio nei nn. 931-934]

Fin dalla sua costituzione il Centro Impastato ha considerato il ruolo della
magistratura indispensabile nella lotta contro la mafia e ogni forma di
criminalita' del potere.
Per molti anni abbiamo stimolato, con ogni mezzo, la magistratura a fare
giustizia per il delitto Impastato, anche denunciando compromissioni e
depistaggi, fino ad ottenere non solo l'individuazione e la condanna dei
mandanti del delitto ma anche una relazione della Commissione parlamentare
antimafia che ha riconosciuto la fondatezza delle nostre denunce sulle
responsabilita' delle forze dell'ordine e di alcuni magistrati che,
depistando le indagini, hanno coperto oggettivamente i mafiosi.
Negli ultimi anni il Centro ha analizzato i rischi per la democrazia insiti
nel berlusconismo, che abbiamo definito una forma di legalizzazione
dell'illegalita', non solo per le vicende giudiziarie del capo del governo e
dei suoi collaboratori ma per il progetto che esso persegue: la
personalizzazione dell'esecutivo, lo svuotamento del legislativo e
l'asservimento del potere giudiziario, con uno stravolgimento della
Costituzione, operato da forze ad essa estranee.
All'interno di questo progetto abbiamo indicato la riforma, piu' esattamente
la controriforma, della giustizia, pienamente coerente con quell'ispirazione
di fondo; abbiamo condiviso le iniziative della magistratura a difesa della
Costituzione e dell'indipendenza dei giudici, partecipando agli scioperi (un
fatto inedito nella storia della Repubblica) e sottolineando che essi erano
scioperi per la democrazia e avrebbero dovuto inserirsi in una mobilitazione
piu' generale a difesa dell'assetto democratico, che purtroppo non c'e'
stata.
Con l'approvazione della controriforma sulla giustizia il nostro Paese fa un
passo decisivo al di fuori dell'assetto istituzionale fondato sul
bilanciamento dei poteri.
All'interno di essa particolarmente odiosa la norma ad personam che sbarra
la strada della Superprocura nazionale antimafia al procuratore Caselli. Non
ci interessa schierarci tra i sostenitori dell'uno o dell'altro dei
candidati. Rileviamo soltanto, e non  e' poco, che in questo modo chi va
alla Superprocura non puo' non essere segnato da una disposizione
dichiaratamente persecutoria nei confronti di un magistrato che ha l'unico
torto di aver svolto inchieste su uomini di potere, il cui esito ha in gran
parte confermato la validita' di quelle inchieste. Il Centro pertanto espone
il proprio disappunto per una norma spudoratamente discriminatoria, voluta
da una maggioranza che ha nel suo seno personaggi condannati per mafia,
candidati con processi in corso.
Nell'anniversario dell'assassinio di Rocco Chinnici, magistrato che ha
avviato inchieste su uomini di potere come gli esattori Salvo, una
controriforma come questa, e una norma come quella che abbiamo ricordato,
sono un'offesa alla memoria dei magistrati caduti per il loro impegno nella
lotta contro la mafia, che hanno potuto condurre perche' erano indipendenti,
e purtroppo isolati da istituzioni che volevano contribuire a risanare da
condizionamenti storici.

4. RIFLESSIONE. GIAMPAOLO CALCHI NOVATI: "NUOVO ORDINE MONDIALE" E "GUERRA
INFINITA"
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 27 luglio 2005. Giampaolo Calchi Novati,
nato nel 1935, docente universitario, e' tra i massimi esperti italiani
delle questioni del sud del mondo. Tra le opere di Giampaolo Calchi Novati:
Neutralismo e guerra fredda (1963); L'Africa nera non e' indipendente
(1964); Le rivoluzioni nell'Africa nera (1967); La rivoluzione algerina
(1969); Decolonizzazione e terzo mondo (1979); La decolonizzazione (1983);
Dopo l'apartheid (a cura di, 1986); L'Africa (1987); Nord/Sud  (1987);
Maghreb (a cura di, 1993); Il Corno d'Africa nella storia e nella politica
(1994); Dalla parte dei leoni (1995); Storia dell'Algeria indipendente
(1998); Il canale della discordia (1998)]

Nessuno puo' dire con sicurezza quali siano gli obiettivi, se non degli
attivisti presi singolarmente, del terrorismo inteso come strategia unitaria
o almeno come somma di attentati e altri crimini che in qualche modo vengono
coordinati o si ripetono per emulazione. Ammesso che sia fondata l'immagine
corrente di un islam politico, radicale, fanatico, deviato o degenerato che
vuole attaccare, punire, distruggere l'Occidente e la superiorita'
tecnologica, la modernita', la democrazia e la razionalita' rappresentate
dall'Occidente, e' certo che per l'Occidente, anche nei propositi di chi
nelle varie sedi sostiene la necessita' di "militarizzare" la politica per
tener testa al terrorismo, la priorita' non e' la guerra contro l'islam.
Sono altre le ragioni alla base dei conflitti di cui e' intessuta la trama
del "nuovo ordine mondiale". Ed e' questa la manifestazione piu' evidente
dell'asimmetria della guerra in atto. Non e' solo una questione di buona
volonta'. Un modello interpretativo troppo schiacciato sulla
contrapposizione con l'universo islamico, gia' evocato da Bush senior come
un termine di riferimento obbligato per l'azione degli Stati Uniti ma piu'
in una prospettiva di convergenza che di scontro, non regge alla prova dei
fatti (e degli interessi).
*
Nel variegato teatro bellico dei Balcani, per tutti gli anni '90, dove solo
nella rivalita' diretta o a distanza fra Croazia e Serbia il fattore
musulmano non ha pesato, l'America e l'Europa hanno parteggiato di fatto per
i musulmani. Sia in Bosnia che in Kosovo, gli interventi militari della Nato
hanno finito per favorire i musulmani. La causa principale di quello
schierarsi non era l'islam ma questo fu il risultato ultimo. Stati Uniti ed
Europa avevano i propri fini e le proprie poste, fossero le vie del
petrolio, il controllo di una periferia irrequieta incamminata verso il
mercato, il contenimento dell'espansionismo panserbo o la "moralita'" di una
causa nazionale o di una minoranza conculcata (o far paura alla Cina).
Intanto, poiche' difendevano la stessa causa, o avevano gli stessi nemici,
non si fecero scrupolo di combattere fianco a fianco con alcune schegge
dell'integralismo islamico, riconoscibile come tale nella mobilitazione, nel
reclutamento e nell'espressione delle rivendicazioni. La militanza musulmana
nella Jugoslavia o ex-Jugoslavia era in parte il seguito di un movimento che
gli occidentali e in particolare gli americani conoscevano bene avendolo
suscitato, eccitato o sfruttato in Afghanistan per una battaglia che ha
inciso enormemente nelle sorti del rapporto Est-Ovest.
Il presidente Karzai ha detto durante la sua recente visita in Italia che
all'origine della voragine terroristica c'e' l'Afghanistan. Ed e'
impossibile negare che nella vicenda afghana gli Stati Uniti hanno svolto la
parte dell'apprendista stregone nei riguardi del fondamentalismo, dalla
rivolta autodifensiva delle tribu' a bin Laden e ai Taliban. Molti dei
reparti, delle armi e dell'esperienza logistico-operativa impiegati nelle
guerre balcaniche venivano dritti dritti dall'Afghanistan. Anche in Algeria,
per citare una fattispecie piu' circostanziata ma non meno dirompente nella
storia della transizione di questi nostri tempi, i cosiddetti "afghani" sono
stati una componente rilevante.
Nella guerra contro l'Iraq del 1990-'91 dopo l'invasione del Kuwait, l'islam
non e' stato cosi' importante come alcuni comprimari hanno creduto. Il
petrolio troneggiava sullo sfondo della riaggregazione dei poteri dopo la
fine della guerra fredda. I due contendenti appartenevano allo stesso mondo
arabo-islamico. L'Iraq non aveva rimostranze di carattere islamico da
rivolgere al vicino ma riprendeva un antico revanscismo territoriale o
nazionalistico. Se mai, Saddam Hussein chiedeva di essere ripagato per gli
sforzi e i sacrifici che aveva compiuto nella guerra intentata all'Iran per
frenare la spinta dell'islamismo integralista trionfante a Teheran e
minaccioso per tutti nel Golfo.
*
Gli Stati Uniti organizzarono la guerra partendo dall'Arabia Saudita,
custode tradizionale e indiscusso dei "luoghi santi" dell'islam. Molti paesi
arabi, in primis Egitto e Siria, aderirono alla coalizione contro l'Iraq. Il
tentativo di Saddam di usare il linguaggio della "guerra santa" cadde nel
vuoto. Un partito come l'algerino Fronte islamico della salvezza reagi'
all'abuso commesso dall'Iraq prendendo posizione a favore del Kuwait e
dell'Arabia Saudita proprio per coerenza con la sua devozione per i campioni
del wahhabismo: fu solo dopo una lacerante revisione critica che il Fis si
sposto' sul versante dell'Iraq, e non furono argomenti islamici a indurre i
governi del Maghreb (o l'Olp) a tenersi fuori dalla "grande alleanza" che
alla fine umilio' l'Iraq e restitui' il Kuwait al suo sovrano.
Far partire tutto l'armamentario del terrorismo islamico dall'11 settembre
2001 e' un espediente tattico. Ma e' una semplificazione eccessiva di un
fenomeno complesso e sfaccettato, che a rigore, proprio per le motivazioni
che gli vengono attribuite, trascende il Medio Oriente investendo altri
scacchieri, poco importa se oggi silenti, rassegnati o impotenti. Non per
niente e' la versione che torna piu' utile alla "sindrome di Pearl Harbor",
ai teorici della guerra come risposta a una guerra iniziata e addirittura
dichiarata dagli altri, sapendo bene che un'escalation di piu' lunga durata
vedrebbe gli Usa un po' meno incolpevoli. Gli stessi Stati Uniti avevano
fatto ricorso all'arma delle ritorsioni anni prima, come nel 1998, ancorche'
per andare a caccia di terroristi o di complici del terrorismo per episodi
come gli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania. Del resto,
piu' si allarga la tematica a scenari apocalittici come appunto le guerre di
civilta', le crociate e soprattutto la guerra dell'islam contro l'Occidente
o dell'Occidente contro l'islam, e piu' il casus belli rischia di dover
essere retrodatato: alla guerra dei sei giorni o, perche' no, a Suez 1956 o
al vulnus per eccellenza che per gli arabi e un certo islamismo e'
costituito dalla formazione dello Stato di Israele con la perdita di
Gerusalemme. Una volta fermata l'immagine sulle Torri Gemelle e al-Qaeda, la
matrice islamica ha guadagnato il centro della scena e non l'ha piu'
lasciato. Ha inquinato progressivamente anche la guerra contro Saddam del
2003, malgrado sia stata ufficialmente giustificata con le efferatezze del
tiranno e la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Un fatto
compiuto per forza d'inerzia.
*
E' ragionevole supporre che in una fase storica di profondi sconvolgimenti a
livello di sovranita' e di integrazione, le elites e le popolazioni arabe e
musulmane nutrano piu' acrimonia e ambizioni di altri spicchi di quello che
negli anni della guerra fredda era il Terzo mondo, sede anche in passato
delle guerre in proprio o per interposta persona. Sono pressoche' tutti
islamici gli stati inseriti da Bush nell'Asse del Male. Basta pensare
tuttavia alla funzione del Pakistan di Musharraf o dell'Egitto di Moubarak,
con l'Arabia Saudita costretta dalla prudenza a un profilo piu' basso, o
alle stesse bombe disseminate in Indonesia o a Sharm el-Sheikh, per capire
che si tratta pur sempre di una realta' (o di una metafora) trasversale.
Neppure cio' che dice Kissinger o scrivono i neo-realisti di casa nostra sul
diritto-dovere di bombardare l'Iran per prevenire un riarmo nucleare degli
ayatollah vale da prova suprema dell'accanimento discriminatorio contro
l'islam. Il mondo musulmano, se ha senso definirlo in questi termini, ha la
sua brava bomba "legale" in mano al Pakistan, accusato a suo tempo di essere
la centrale di tutte le possibili, paventata o inventate bombe "islamiche",
dall'Iraq alla Libia, e riabilitato dopo che si e' messo giudiziosamente al
servizio delle guerre americane.
Sciaguratamente, la guerra dell'islam o contro l'islam ha fatto macchia
d'olio coinvolgendo, come dimostrano gli ultimi avvenimenti, le comunita'
musulmane che vivono in Europa e che sono parte integrante dell'Europa (meno
degli Stati Uniti, dato che il melting pot americano ha altri ingredienti e
altre caratteristiche). L'accentuazione della qualificazione "islamica" del
conflitto e' un pericolo mortale perche' prefigura una guerra dell'Occidente
contro l'Occidente. Con queste premesse, anche una scelta, politica e in
fondo innocua, come l'ammissione della Turchia nell'Unione Europea cambia
diametralmente di significato. La guerra sta assumendo infatti sempre piu'
l'aspetto di un'enorme guerra civile: la "libanizzazione" come fine e come
mezzo, "moderati" contro "estremisti", ecc. La tipologia e' quella delle
"nuove guerre" studiate da Mary Kaldor, in cui la dimensione infrastatuale
prevale su quella interstatuale e in cui le vittime sono in grande
maggioranza civili (anche delle guerre, non solo del terrorismo, purtroppo).
*
La guerriglia di movimento non conviene alle grandi potenze, piu' a loro
agio con la guerra di posizione lungo un fronte visibile e riconosciuto. Da
qui la ricerca, spesso tendenziosa, di stati, meglio se lontani, in cui
"formalizzare" la guerra. Ed invece la guerra - globale come globale e' la
strategia che l'ispira, "infinita" nel tempo e nello spazio - appare,
scompare e riappare in tutti i luoghi in cui il Sud e il Nord si incontrano
e rimbalza fin dentro gli slums delle metropoli postindustriali attraverso i
figli e nipoti dell'era coloniale, della manodopera di riporto e
dell'emigrazione clandestina. Quella presenza dava la misura di quanto fosse
attraente e vincente l'Occidente, ma, ulteriore motivo di frustrazione e di
rivalsa, e' percepita ormai come l'anello debole di un dominio che in quanto
tale peraltro nessuno e' disposto seriamente a mettere in discussione.
Il pregiudizio anti-islam e' lampante in molti atteggiamenti politici e
culturali dei governi e soprattutto delle opinioni pubbliche dei paesi
occidentali, comprensibilmente nelle condizioni che si sono venute a creare.
Ma quello che conta davvero e' l'incapacita' del sistema mondiale cosi' come
forgiato nell'Ottocento, sulla scorta della diffusione dell'ordine imperiale
dettato allora dall'Inghilterra vittoriana, di accettare alla pari i popoli
o i regimi che, a prescindere dalla religione, l'ideologia o il modo di
produzione, non rinunciano a una propria soggettivita', magari, e per
paradosso, nell'interesse di gruppi dirigenti allettati dalla lezione
impartita dall'Europa e dal capitalismo. Alle nazioni illiberali il
liberalismo fa fatica a riconoscere diritti. Anche se non ci sono nessi
immediati, e' qui che si annida la spirale perversa guerra-terrorismo o, se
si preferisce, terrorismo-guerra. Le potenze costituite non vogliono
condividere con nessuno il privilegio di decidere, loro e solo loro, il
livello di violenza che e' ammissibile in politica internazionale. Tanto
piu' quando, come oggi, il contenzioso, al di la' di tutte le finzioni ed
esasperazioni, riguarda l'accesso alle risorse energetiche, la padronanza
delle vie di comunicazione e la disponibilita' della forza-lavoro su scala
mondiale.

5. STRUMENTI. "AZIONE NONVIOLENTA" DI AGOSTO
[Dalla redazione di "Azione nonviolenta" (per contatti: e-mail:
azionenonviolenta at sis.it o anche an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org) riceviamo e volentieri diffondiamo]

E' uscito il numero di agosto-settembre 2005 di "Azione nonviolenta",
rivista del Movimento Nonviolento, fondata da Aldo Capitini nel 1964;
mensile di formazione, informazione e dibattito sulle tematiche della
nonviolenza in Italia e nel mondo. Fascicolo monografico "Speciale Disarmo"
a 32 pagine, in collaborazione con la Rete Italiana Disarmo.
In questo numero: A piccoli passi verso l'orizzonte disarmo, di Massimiliano
Pilati; Piu' forte che la bomba, di Daniele Lugli; Vendere armi e bloccare
lo sviluppo: e' questa la strategia globale?, di Alberto Castagnola e
Riccardo Troisi; Armi leggere italiane, sparse nel mondo, di Elisa Lagrasta;
Campagna "Control Arms", di Riccardo Troisi; Economia in crisi, ma non per
le armi, di Giorgio Beretta; Come le mine, peggio delle mine, di Simona
Beltrami; Abolition Now! Liberi dalle armi nucleari, di Lisa Clark;
Disarmare Dio e gli uomini, di Fabio Corazzina;  I conflitti dimenticati (di
Maurizio Simoncelli. Inoltre Le 10 caratteristiche della personalita'
nonviolenta: La mitezza; e le consuete rubriche: Cinema: Una storia al
femminile per abbattere i confini, di Giuseppe Borroni; Economia: Fondi
pensione ed equita' sociale, di Paolo Macina; Musica: Lingue e culture
diverse riunite in un unico grande coro, di Paolo Predieri; Per esempio:
L'occupazione di massa degli impianti petroliferi in Nigeria, di Maria G. Di
Rienzo; Educazione: Uno sguardo libero e consapevole per sospendere il
giudizio, di Angela Dogliotti Marasso; Movimento: Se vuoi la nonviolenza,
finanzia la nonviolenza; Assemblea Nazionale del Movimento Internazionale
della Riconciliazione (Mir).
In copertina: Bambini per il disarmo.
In ultima: Materiale disponibile.
*
Per informazioni e contatti: redazione, direzione, amministrazione: via
Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803 (da lunedi' a venerdi': ore 9-13 e
15-19), fax: 0458009212, e-mail: azionenonviolenta at sis.it o anche
an at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org
Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta" inviare 29 euro sul ccp n. 10250363
intestato ad "Azione nonviolenta", via Spagna 8, 37123 Verona.
E' possibile chiedere una copia omaggio, inviando e-una mail a:
an at nonviolenti.org scrivendo nell'oggetto "copia 'Azione nonviolenta'".

6. LIBRI. LUISA MURARO PRESENTA "IL CANTO DEL MONDO REALE" DI LILIANA
RAMPELLO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 27 luglio 2005.
Luisa Muraro insegna all'Universita' di Verona, fa parte della comunita'
filosofica femminile di "Diotima"; dal sito delle sue "Lezioni sul
femminismo" riportiamo la seguente scheda biobibliografica: "Luisa Muraro,
sesta di undici figli, sei sorelle e cinque fratelli, e' nata nel 1940 a
Montecchio Maggiore (Vicenza), in una regione allora povera. Si e' laureata
in filosofia all'Universita' Cattolica di Milano e la', su invito di Gustavo
Bontadini, ha iniziato una carriera accademica presto interrotta dal
Sessantotto. Passata ad insegnare nella scuola dell'obbligo, dal 1976 lavora
nel dipartimento di filosofia dell'Universita' di Verona. Ha partecipato al
progetto conosciuto come Erba Voglio, di Elvio Fachinelli. Poco dopo
coinvolta nel movimento femminista dal gruppo "Demau" di Lia Cigarini e
Daniela Pellegrini e' rimasta fedele al femminismo delle origini, che poi
sara' chiamato femminismo della differenza, al quale si ispira buona parte
della sua produzione successiva: La Signora del gioco (Feltrinelli, Milano
1976), Maglia o uncinetto (1981, ristampato nel 1998 dalla Manifestolibri),
Guglielma e Maifreda (La Tartaruga, Milano 1985), L'ordine simbolico della
madre (Editori Riuniti, Roma 1991), Lingua materna scienza divina (D'Auria,
Napoli 1995), La folla nel cuore (Pratiche, Milano 2000). Con altre, ha dato
vita alla Libreria delle Donne di Milano (1975), che pubblica la rivista
trimestrale "Via Dogana" e il foglio "Sottosopra", ed alla comunita'
filosofica Diotima (1984), di cui sono finora usciti sei volumi collettanei
(da Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1987, a Il
profumo della maestra, Liguori, Napoli 1999). E' diventata madre nel 1966 e
nonna nel 1997".
Liliana Rampello e' un'autorevolissima intellettuale femminista.
Virginia Woolf, scrittrice tra le piu' grandi del Novecento, nacque a Londra
nel 1882, promotrice di esperienze culturali ed editoriali di grande
rilievo, oltre alle sue opere letterarie scrisse saggi di cui alcuni
fondamentali per una cultura della pace. Mori' suicida nel 1941. E' uno dei
punti di riferimento della riflessione dei movimenti delle donne, di
liberazione, per la pace. Opere di Virginia Woolf: le sue opere sono state
tradotte da vari editori, un'edizione di Tutti i romanzi  (in due volumi,
comprendenti La crociera, Notte e giorno, La camera di Jacob, La signora
Dalloway, Gita al faro, Orlando, Le onde, Gli anni, Tra un atto e l'altro)
e' stata qualche anno fa pubblicata in una collana ultraeconomica dalla
Newton Compton di Roma. Tra i saggi due sono particolarmente importanti per
una cultura della pace: Una stanza tutta per se', Newton Compton, Roma 1993;
Le tre ghinee, Feltrinelli, Milano 1987. Numerosissime sono le opere su
Virginia Woolf: segnaliamo almeno Quentin Bell, Virginia Woolf, Garzanti,
Milano 1974; Mirella Mancioli Billi, Virginia Woolf, La Nuova Italia,
Firenze 1975; Paola Zaccaria, Virginia Woolf, Dedalo, Bari 1980. segnaliamo
anche almeno le pagine di Erich Auerbach, "Il calzerotto marrone", in
Mimesis, Einaudi, Torino 1977]

Faro' le lodi di un libro appena uscito, le lodi e qualche critica, per fare
l'elogio di Virginia Woolf e dell'Italia: con Italia intendo,
metonimicamente, il femminismo italiano che non ha smesso di leggere, amare
e commentare colei che, in Inghilterra, chiamavano la darling, dangerous
woman, la bella, cara e pericolosa Virginia. Il canto del mondo reale
s'intitola l'ultimo libro a lei dedicato, autrice Liliana Rampello,
sottotitolo: Virginia Woolf. La vita nella scrittura (Il Saggiatore, pp.
221, euro 16,50). E' il libro di una lettrice di Virginia Woolf, ben piu'
che quello di una letterata (ed e' la mia prima lode), pur essendo questa la
formazione professionale di Rampello e pur essendo il suo un libro informato
del molto che e' stato scritto sulla Woolf. Non ho niente contro i
letterati, intendiamoci, voglio solo dire che c'e' una differenza. Qual e'?
Che lei, la lettrice Liliana, conosce la sua autrice dall'interno, e
l'interno e' l'esperienza di lettura, un'esperienza tutta speciale dove
realmente chi legge s'incontra con chi scrive. E da la' ritorna a noi con la
voglia di raccontare quello che le e' capitato. Nasce da in simile incontro
l'idea che da' incremento all'intero libro della Rampello, quella di un
amore della vita che diventa scrittura vera e "canto del mondo reale", idea
che l'autrice comincia ad esporre come chi racconta un'avventura:
"Nell'immagine di lei che mi e' venuta incontro, il nucleo inaggirabile e'
il suo amore per la vita ed e' questo il filo che ho scelto di seguire e
srotolare...".
*
In contrasto con questa visione, il pensiero corre ovviamente alla morte di
Virginia, morta suicida nel 1941, all'eta' di cinquantanove anni, ma
l'autrice scarta la troppo facile obiezione con gesto lieve che convince.
Sempre per fedelta' all'immagine di una Virginia amante della vita, non
esita a scostarsi dalla pur ammirata Nadia Fusini, grande traduttrice di
romanzi woolfiani, quando questa rintraccia nella Woolf una moderna "scienza
del lutto". Questo secondo contrasto mi sembra piu' problematico. Si tratta
di due esperienze di lettura tra loro differenti e incomparabili, certo. Ma
potevano essere meno distanti, io penso, movendo a Liliana la mia critica
principale o unica. Penso, precisamente, al suo giustamente lungo commento
di una magnifica pagina della Signora Dalloway, quando, nel bel mezzo di una
festa s'insinua la notizia del suicidio di Septimus. Non e' un personaggio
qualsiasi, Septimus, ma il protagonista del controcanto che accompagna la
giornata della protagonista, tutta dedita, quest'ultima, alla preparazione
della festa che avra' luogo la sera. L'uomo, reduce della prima guerra
mondiale e malato di mente, si e' buttato dalla finestra del suo
appartamento per sfuggire al manicomio cui lo destinavano la sua poverta' e
il verdetto di un illustre clinico, amico della famiglia Dalloway. La morte
che viene per rovinare la festa ma non ci riesce, nella lettura di Liliana
sarebbe la morte "accolta come una diversa forma che la vita prende nella
nostra mente e che si tinge ancora dell'amore stesso che abbiamo per la
vita". Lei da' questo credito al personaggio della signora Dalloway, io no,
a me pare cioe' che la Woolf, in quel punto del romanzo, si distacchi dalla
sua eroina e la guardi in silenzio, sguardo silenzioso che ce la rende meno
esemplare e piu' vera. E che arriva fino a noi. C'e' anche quest'aspetto
nella attualita' di Virginia Woolf, io ritengo simpatizzando qui con la
posizione di Nadia Fusini, consapevole tuttavia che la discussione dovrebbe
approfondirsi e non so con quale esito.
*
Dobbiamo riconoscere, comunque, il coraggio di Liliana Rampello che, per
restituirci Virginia Woolf, intona - oggi - il canto dell'amore della vita,
riconoscerlo insieme all'intento che la anima. Quello che lei vuole,
esattamente come tutte e tutti quelli che escono da una grande esperienza di
lettura, e' restituirci l'interezza dell'opera di Virginia Woolf, i romanzi
insieme ai saggi politici e alla vasta scrittura autobiografica,
restituircela non attraverso una esposizione piu' o meno dettagliata ma
facendo rivivere l'ispirazione profonda di tanta opera. Sappiamo quanto i
"letterati" di ogni tempo abbiano in sospetto una simile pretesa e come si
diano da fare per farla sembrare mera presunzione, ma sappiamo anche (io lo
so grazie al lavoro erudito dei "letterati"... paradosso istruttivo) che
senza questa presunzione, chiamiamola pure cosi', non c'e' cultura che possa
vivere e rinnovarsi. E viceversa, nel senso che c'e' una cultura, quella del
movimento politico delle donne, che autorizza libri come questo, l'autrice
non ne fa mistero, libri affettuosi e amorosi messi al mondo direttamente in
un campo di battaglia.
*
L'ispirazione profonda della scrittura woolfiana, come viene fuori dalle
pagine di questo libro, e' nel circolo virtuoso fra amare la vita e dire "le
cose come sono", che lei, Virginia, crea o scopre con la scrittura. Lo
conferma lei stessa, del resto, commentando quelli che chiama i suoi
"momenti di essere", e parla di una sua filosofia o idea (idea di un ordine
simbolico?) che ha sempre avuto, ossia che dietro l'opacita' della vita
quotidiana ci sia un disegno affiorante a sprazzi con il lavoro della
scrittura, e che il mondo intero sia un'opera d'arte di cui noi siamo parte,
alla stregua di segni viventi.
*
Il passaggio cruciale e' costituito dai due saggi politici della Woolf, Un
stanza tutta per se' e Tre ghinee, riuniti in questo libro sotto un unico,
significativo titolo, "Dire la verita'". In che cosa consiste la capacita'
che hanno questi due testi, a suo tempo accolti con imbarazzo dagli
ammiratori della Woolf romanziera, specialmente il secondo, oggi stampati e
ristampati per un pubblico fedelissimo e quasi esclusivamente femminile, di
inanellare fra loro vita e scrittura? Per rispondere con una parola
piuttosto rustica, diciamo che la loro capacita' e' nella loro esplicitezza.
Esplicitare e' una mossa sempre variamente rischiosa, rischiosissima nel
caso della Woolf, il quid da esplicitare essendo le emozioni "abbiette" (per
citare Judith Butler) di una esperienza femminile tacitata non da qualche
autorita' poliziesca ma dall'implacabile legge del ridicolo. Virginia Woolf
ha saputo sfidarla con arte magistrale, non inferiore a quella dei suoi
migliori romanzi, e con risultati geniali per la politica e per la
filosofia. Questo e' il mio elogio, annunciato all'inizio, ed e' anche la
ragione della riconoscenza senza fine ("la ringraziero' per sempre") con cui
Liliana Rampello conclude il suo libro.

7. RILETTURE. MARIOLINA BONGIOVANNI BERTINI: GUIDA A PROUST
Mariolina Bongiovanni Bertini, Guida a Proust, Mondadori, Milano 1981, pp.
442. Un'attenta ricognizione dell'opera proustiana di una delle sue piu'
acute studiose.

8. RILETTURE. GABRIELLA CONTINI: IL ROMANZO INEVITABILE
Gabriella Contini, Il romanzo inevitabile, Mondadori, Milano 1983, pp. 200.
Un utilissimo saggio sui temi e le tecniche narrative della Coscienza di
Zeno di una delle piu' apprezzate specialiste dell'opera sveviana.

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1007 del 30 luglio 2005

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