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La nonviolenza e' in cammino. 1020



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1020 del 12 agosto 2005

Sommario di questo numero:
1. La prima lettera di Guenther Anders a Claude Eatherly
2. La prima lettera di Claude Eatherly a Guenther Anders
3. Nicole Itano: Fortunata
4. Tullio De Mauro ricorda Emilio Garroni
5. Chiara Zamboni: Jacques Derrida tra lingua materna e lingua dell'altro
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. DOCUMENTI. LA PRIMA LETTERA DI GUENTHER ANDERS A CLAUDE EATHERLY
[Dalla corrispondenza tra Guenther Anders e Claude Eatherly, Il pilota di
Hiroshima. Ovvero: la coscienza al bando, Einaudi, Torino 1962, poi Linea
d'ombra, Milano 1992, nella traduzione di Renato Solmi, riprendiamo il testo
della prima lettera di Anders a Eatherly, del 3 giugno 1959, ivi alle pp.
27-34.
Guenther Anders (pseudonimo di Guenther Stern, "anders" significa "altro" e
fu lo pseudonimo assunto quando le riviste su cui scriveva gli chiesero di
non comparire col suo vero cognome) e' nato a Breslavia nel 1902, figlio
dell'illustre psicologo Wilhelm Stern, fu allievo di Husserl e si laureo' in
filosofia nel 1925. Costretto all'esilio dall'avvento del nazismo,
trasferitosi negli Stati Uniti d'America, visse di disparati mestieri.
Tornato in Europa nel 1950, si stabili' a Vienna. E' scomparso nel 1992.
Strenuamente impegnato contro la violenza del potere e particolarmente
contro il riarmo atomico, e' uno dei maggiori filosofi contemporanei; e'
stato il pensatore che con piu' rigore e concentrazione e tenacia ha pensato
la condizione dell'umanita' nell'epoca delle armi che mettono in pericolo la
sopravivvenza stessa della civilta' umana; insieme a Hannah Arendt (di cui
fu coniuge), ad Hans Jonas (e ad altre e altri, certo) e' tra gli
ineludibili punti di riferimento del nostro riflettere e del nostro agire.
Opere di Guenther Anders: Essere o non essere, Einaudi, Torino 1961; La
coscienza al bando. Il carteggio del pilota di Hiroshima Claude Eatherly e
di Guenther Anders, Einaudi, Torino 1962, poi Linea d'ombra, Milano 1992
(col titolo: Il pilota di Hiroshima ovvero: la coscienza al bando); L'uomo
e' antiquato, vol. I (sottotitolo: Considerazioni sull'anima nell'era della
seconda rivoluzione industriale), Il Saggiatore, Milano 1963, poi Bollati
Boringhieri, Torino 2003; L'uomo e' antiquato, vol. II (sottotitolo: Sulla
distruzione della vita nell'epoca della terza rivoluzione industriale),
Bollati Boringhieri, Torino 1992, 2003; Discorso sulle tre guerre mondiali,
Linea d'ombra, Milano 1990; Opinioni di un eretico, Theoria, Roma-Napoli
1991; Noi figli di Eichmann, Giuntina, Firenze 1995; Stato di necessita' e
legittima difesa, Edizioni Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole (Fi)
1997. Si vedano inoltre: Kafka. Pro e contro, Corbo, Ferrara 1989; Uomo
senza mondo, Spazio Libri, Ferrara 1991; Patologia della liberta', Palomar,
Bari 1993; Amare, ieri, Bollati Boringhieri, Torino 2004. In rivista testi
di Anders sono stati pubblicati negli ultimi anni su "Comunita'", "Linea
d'ombra", "Micromega". Opere su Guenther Anders: cfr. ora la bella
monografia di Pier Paolo Portinaro, Il principio disperazione. Tre studi su
Guenther Anders, Bollati Boringhieri, Torino 2003; singoli saggi su Anders
hanno scritto, tra altri, Norberto Bobbio, Goffredo Fofi, Umberto
Galimberti; tra gli intellettuali italiani che sono stati in corrispondenza
con lui ricordiamo Cesare Cases e Renato Solmi.
Claude Eatherly, ufficiale dell'aviazione militare statunitense, il 6 agosto
del 1945 prese parte al bombardamento atomico di Hiroshima. Sconvolto dal
crimine cui aveva partecipato, afflitto da un senso di colpa insostenibile,
considerato pazzo, conobbe il carcere e il manicomio. Si impegno' nella
denuncia dell'orrore della guerra atomica e nel movimento pacifista e
antinucleare. La corrispondenza che ebbe con Guenther Anders tra il 1959 e
il 1961 e' raccolta nel libro Il pilota di Hiroshima. Ovvero: la coscienza
al bando, Einaudi, Torino 1962, poi Linea d'ombra, Milano 1992]

Al signor Claude R. Eatherly
ex maggiore della A. F.
Veterans' Administration Hospital
Waco, Texas
3 giugno 1959

Caro signor Eatherly,
Lei non conosce chi scrive queste righe. Mentre Lei e' noto a noi, ai miei
amici e a me. Il modo in cui Lei verra' (o non verra') a capo della Sua
sventura, e' seguito da tutti noi (che si viva a New York, a Tokio o a
Vienna) col cuore in sospeso. E non per curiosita', o perche' il Suo caso ci
interessi dal punto di vista medico o psicologico. Non siamo medici ne'
psicologi. Ma perche' ci sforziamo, con ansia e sollecitudine, di venire a
capo dei problemi morali che, oggi, si pongono di fronte a tutti noi. La
tecnicizzazione dell'esistenza: il fatto che, indirettamente e senza
saperlo, come le rotelle di una macchina, possiamo essere inseriti in azioni
di cui non prevediamo gli effetti, e che, se ne prevedessimo gli effetti,
non potremmo approvare - questo fatto ha trasformato la situazione morale di
tutti noi. La tecnica ha fatto si' che si possa diventare "incolpevolmente
colpevoli", in un modo che era ancora ignoto al mondo tecnicamente meno
avanzato dei nostri padri.
Lei capisce il suo rapporto con tutto questo: poiche' Lei e' uno dei primi
che si e' invischiato in questa colpa di nuovo tipo, una colpa in cui
potrebbe incorrere - oggi o domani - ciascuno di noi. A Lei e' capitato cio'
che potrebbe capitare domani a noi tutti. E' per questo che Lei ha per noi
la funzione di un esempio tipico: la funzione di un precursore.
Probabilmente tutto questo non Le piace. Vuole stare tranquillo, your life
is your business. Possiamo assicurarLe che l'indiscrezione piace cosi' poco
a noi come a Lei, e La preghiamo di scusarci. Ma in questo caso, per la
ragione che ho appena detto, l'indiscrezione e' - purtroppo - inevitabile,
anzi doverosa. La Sua vita e' diventata anche il nostro business. Poiche' il
caso (o comunque vogliamo chiamare il fatto innegabile) ha voluto fare di
Lei, il privato cittadino Claude Eatherly, un simbolo del futuro, Lei non ha
piu' diritto di protestare per la nostra indiscrezione. Che proprio Lei, e
non un altro dei due o tre miliardi di Suoi contemporanei, sia stato
condannato a questa funzione di simbolo, non e' colpa Sua, ed e' certamente
spaventoso. Ma cosi' e', ormai.
E tuttavia non creda di essere il solo condannato in questo modo. Poiche'
tutti noi dobbiamo vivere in quest'epoca, in cui potremmo incorrere in una
colpa del genere: e come Lei non ha scelto la sua triste funzione, cosi'
anche noi non abbiamo scelto quest'epoca infausta. In questo senso siamo
quindi, come direste voi americani, "on the same boat", nella stessa barca,
anzi siamo i figli di una stessa famiglia. E questa comunita', questa
parentela, determina il nostro rapporto verso di Lei. Se ci occupiamo delle
Sue sofferenze, lo facciamo come fratelli, come se Lei fosse un fratello a
cui e' capitata la disgrazia di fare realmente cio' che ciascuno di noi
potrebbe essere costretto a fare domani; come fratelli che sperano di poter
evitare quella sciagura, come Lei oggi spera, tremendamente invano, di
averla potuta evitare allora.
Ma allora cio' non era possibile: il meccanismo dei comandi funziono'
perfettamente, e Lei era ancora giovane e senza discernimento. Dunque lo ha
fatto. Ma poiche' lo ha fatto, noi possiamo apprendere da Lei, e solo da
Lei, che sarebbe di noi se fossimo stati al Suo posto, che sarebbe di noi se
fossimo al Suo posto. Vede che Lei ci e' estremamente prezioso, anzi
indispensabile. Lei e', in qualche modo, il nostro maestro.
Naturalmente Lei rifiutera' questo titolo. "Tutt'altro, dira', poiche' io
non riesco a venire a capo del mio stato".
*
Si stupira', ma e' proprio questo "non" a far pencolare (per noi) la
bilancia. Ad essere, anzi, perfino consolante. Capisco che questa
affermazione deve suonare, sulle prime, assurda. Percio' qualche parola di
spiegazione.
Non dico "consolante per Lei". Non ho nessuna intenzione di volerLa
consolare. Chi vuol consolare dice, infatti, sempre: "La cosa non e' poi
cosi grave"; cerca, insomma, di impicciolire l'accaduto (dolore o colpa) o
di farlo sparire con le parole. E' proprio quello che cercano di fare, per
esempio, i Suoi medici. Non e' difficile scoprire perche' agiscano cosi'. In
fin dei conti sono impiegati di un ospedale militare, cui non si addice la
condanna morale di un'azione bellica unanimemente approvata, anzi lodata; a
cui, anzi, non deve neppure venire in mente la possibilita' di questa
condanna; e che percio' devono difendere in ogni caso l'irreprensibilita' di
un'azione che Lei sente, a ragione, come una colpa. Ecco perche' i Suoi
medici affermano: "Hiroshima in itself is not enough to explain your
behaviour", cio' che in un linguaggio meno lambiccato significa: "Hiroshima
e' meno terribile di quanto sembra"; ecco perche' si limitano a criticare,
invece dell'azione stessa (o "dello stato del mondo" che l'ha resa
possibile), la Sua reazione ad essa; ecco perche' devono chiamare il Suo
dolore e la Sua attesa di un castigo una "malattia" ("classical guilt
complex"); ed ecco perche' devono considerare e trattare la Sua azione come
un "self-imagined wrong", un delitto inventato da Lei. C'e' da stupirsi che
uomini costretti dal loro conformismo e dalla loro schiavitu' morale a
sostenere l'irreprensibilita' della Sua azione, e a considerare quindi
patologico il Suo stato di coscienza, che uomini che muovono da premesse
cosi' bugiarde ottengano dalle loro cure risultati cosi' poco brillanti?
Posso immaginare (e La prego di correggermi se sbaglio) con quanta
incredulita' e diffidenza, con quanta repulsione Lei consideri quegli
uomini, che prendono sul serio solo la Sua reazione, e non la Sua azione.
Hiroshima-self-imagined!
Non c'e' dubbio: Lei la sa piu' lunga di loro. Non e' senza ragione che le
grida dei feriti assordano i Suoi giorni, che le ombre dei morti affollano i
Suoi sogni. Lei sa che l'accaduto e' accaduto veramente, e, non e'
un'immaginazione. Lei non si lascia illudere da costoro. E nemmeno noi ci
lasciamo illudere. Nemmeno noi sappiamo che farci di queste "consolazioni".
No, io dicevo per noi. Per noi il fatto che Lei non riesce a "venire a capo"
dell'accaduto, e' consolante. E questo perche' ci mostra che Lei cerca di
far fronte, a posteriori, all'effetto (che allora non poteva concepire)
della Sua azione; e perche' questo tentativo, anche se dovesse fallire,
prova che Lei ha potuto tener viva la Sua coscienza, anche dopo essere stato
inserito come una rotella in un meccanismo tecnico e adoperato in esso con
successo. E serbando viva la Sua coscienza ha mostrato che questo e'
possibile, e che dev'essere possibile anche per noi. E sapere questo (e noi
lo sappiamo grazie a Lei) e', per noi, consolante.
"Anche se dovesse fallire", ho detto. Ma il Suo tentativo deve
necessariamente fallire. E precisamente per questo.
Gia' quando si e' fatto torto a una persona singola (e non parlo di
uccidere), anche se l'azione si lascia abbracciare in tutti i suoi effetti,
e' tutt'altro che semplice "venirne a capo". Ma qui si tratta di ben altro.
Lei ha la sventura di aver lasciato dietro di se' duecentomila morti. E come
sarebbe possibile realizzare un dolore che abbracci 200.000 vite umane? Come
sarebbe possibile pentirsi di 200.000 vittime?
Non solo Lei non lo puo', non solo noi non lo possiamo: non e' possibile per
nessuno. Per quanti sforzi disperati si facciano, dolore e pentimento
restano inadeguati. L'inutilita' dei Suoi sforzi non e' quindi colpa Sua,
Eatherly: ma e' una conseguenza di cio' che ho definito prima come la
novita' decisiva della nostra situazione: del fatto, cioe', che siamo in
grado di produrre piu' di quanto siamo in grado di immaginare; e che gli
effetti provocati dagli attrezzi che costruiamo sono cosi' enormi che non
siamo piu' attrezzati per concepirli. Al di la', cioe', di cio' che possiamo
dominare interiormente, e di cui possiamo "venire a capo". Non si faccia
rimproveri per il fallimento del Suo tentativo di pentirsi. Ci mancherebbe
altro! Il pentimento non puo' riuscire. Ma il fallimento stesso dei Suoi
sforzi e' la Sua esperienza e passione di ogni giorno; poiche' al di fuori
di questa esperienza non c'e' nulla che possa sostituire il pentimento, e
che possa impedirci di commettere di nuovo azioni cosi tremende. Che, di
fronte a questo fallimento, la Sua reazione sia caotica e disordinata, e'
quindi perfettamente naturale. Anzi, oserei dire che e' un segno della Sua
salute morale. Poiche' la Sua reazione attesta la vitalita' della Sua
coscienza.
*
Il metodo usuale per venire a capo di cose troppo grandi e' una semplice
manovra di occultamento: si continua a vivere come se niente fosse; si
cancella l'accaduto dalla lavagna della vita, si fa come se la colpa troppo
grave non fosse nemmeno una colpa. Vale a dire che, per venirne a capo, si
rinuncia affatto a venirne a capo. Come fa il Suo compagno e compatriota Joe
Stiborik, ex radarista sull'Enola Gay, che Le presentano volentieri ad
esempio perche' continua a vivere magnificamente e ha dichiarato, con la
miglior cera di questo mondo, che "e' stata solo una bomba un po' piu'
grossa delle altre". E questo metodo e' esemplificato, meglio ancora, dal
presidente che ha dato il "via" a Lei come Lei lo ha dato al pilota
dell'apparecchio bombardiere; e che quindi, a ben vedere, si trova nella Sua
stessa situazione, se non in una situazione ancora peggiore. Ma egli ha
omesso di fare cio' che Lei ha fatto. Tant'e' che alcuni anni fa,
rovesciando ingenuamente ogni morale (non so se sia venuto a saperlo), ha
dichiarato, in un'intervista destinata al pubblico, di non sentire i minimi
"pangs of conscience", che sarebbe una prova lampante della sua innocenza; e
quando poco fa, in occasione del suo settantacinquesimo compleanno, ha
tirato le somme della sua vita, ha citato, come sola mancanza degna di
rimorso, il fatto di essersi sposato dopo i trenta. Mi pare difficile che
Lei possa invidiare questo "clean sheet". Ma sono certo che non accetterebbe
mai, da un criminale comune, come una prova d'innocenza, la dichiarazione di
non provare il minimo rimorso. Non e' un personaggio ridicolo, un uomo che
fugge cosi' davanti a se stesso? Lei non ha agito cosi', Eatherly; Lei non
e' un personaggio ridicolo. Lei fa, pur senza riuscirci, quanto e'
umanamente possibile: cerca di continuare a vivere come la stessa persona
che ha compiuto l'azione. Ed e' questo che ci consola. Anche se Lei, proprio
perche' e' rimasto identico con la Sua azione, si e' trasformato in seguito
ad essa.
Capisce che alludo alle Sue violazioni di domicilio, falsi e non so quali
altri reati che ha commesso. E al fatto che e' o passa per demoralizzato e
depresso. Non pensi che io sia un anarchico e favorevole ai falsi e alle
rapine, o che dia scarso peso a queste cose. Ma nel Suo caso questi reati
non sono affatto "comuni": sono gesti di disperazione. Poiche' essere
colpevole come Lei lo e' ed essere esaltati, proprio per la propria colpa,
come "eroi sorridenti", dev'essere una condizione intollerabile per un uomo
onesto; per porre termine alla quale si puo' anche commettere qualche
scorrettezza. Poiche' l'enormita' che pesava e pesa su di Lei non era
capita, non poteva essere capita e non poteva essere fatta capire nel mondo
a cui Lei appartiene, Lei doveva cercare di parlare ed agire nel linguaggio
intelligibile costi', nel piccolo linguaggio della petty o della big larceny
nei termini della societa' stessa. Cosi' Lei ha cercato di provare la Sua
colpa con atti che fossero riconosciuti come reati. Ma anche questo non Le
e' riuscito.
E' sempre condannato a passare per malato, anziche' per colpevole. E proprio
per questo, perche' - per cosi' dire - non Le si concede la Sua colpa Lei e'
e rimane un uomo infelice.
*
E ora, per finire, un suggerimento.
L'anno scorso ho visitato Hiroshima; e ho parlato con quelli che sono
rimasti vivi dopo il Suo passaggio. Si rassicuri: non c'e' nessuno di quegli
uomini che voglia perseguitare una vite nell'ingranaggio di una macchina
militare (cio' che Lei era, quando, a ventisei anni, esegui' la Sua
"missione"); non c'e' nessuno che La odi.
Ma ora Lei ha mostrato che, anche dopo essere stato adoperato come una vite,
e' rimasto, a differenza degli altri, un uomo; o di esserlo ridiventato. Ed
ecco la mia proposta, su cui Lei avra' modo di riflettere.
Il prossimo 6 agosto la popolazione di Hiroshima celebrera', come tutti gli
anni, il giorno in cui "e' avvenuto". A quegli uomini Lei potrebbe inviare
un messaggio, che dovrebbe giungere per il giorno della celebrazione. Se Lei
dicesse da uomo a quegli uomini: "Allora non sapevo quel che facevo; ma ora
lo so. E so che una cosa simile non dovra' piu' accadere; e che nessuno puo'
chiedere a un altro di compierla"; e: "La vostra lotta contro il ripetersi
di un'azione simile e' anche la mia lotta, e il vostro 'no more Hiroshima'
e' anche il mio 'no more Hiroshima`, o qualcosa di simile puo' essere certo
che con questo messaggio farebbe una gioia immensa ai sopravvissuti di
Hiroshima e che sarebbe considerato da quegli uomini come un amico, come uno
di loro. E che cio' accadrebbe a ragione, poiche' anche Lei, Eatherly, e'
una vittima di Hiroshima. E cio' sarebbe forse anche per Lei, se non una
consolazione, almeno una gioia.
Col sentimento che provo per ognuna di quelle vittime, La saluto
Guenther Anders

2. DOCUMENTI. LA PRIMA LETTERA DI CLAUDE EATHERLY A GUENTHER ANDERS
[Dalla corrispondenza tra Guenther Anders e Claude Eatherly, Il pilota di
Hiroshima. Ovvero: la coscienza al bando, Einaudi, Torino 1962, poi Linea
d'ombra, Milano 1992, nella traduzione di Renato Solmi, riprendiamo il testo
della prima lettera di Eatherly a Anders, del 12 giugno 1959, ivi alle pp.
34-36]

12 giugno 1959

Dear Sir,
molte grazie della Sua lettera, che ho ricevuto venerdi' della scorsa
settimana.
Dopo aver letto piu' volte la Sua lettera, ho deciso di scriverLe, e di
entrare eventualmente in corrispondenza con Lei, per discutere di quelle
cose che entrambi, credo, comprendiamo. Io ricevo molte lettere, ma alla
maggior parte non posso nemmeno rispondere. Mentre di fronte alla Sua
lettera mi sono sentito costretto a rispondere e a farLe conoscere il mio
atteggiamento verso le cose del mondo attuale.
Durante tutto il corso della mia vita sono sempre stato vivamente
interessato al problema del modo di agire e di comportarsi. Pur non essendo,
spero, un fanatico in nessun senso, ne' dal punto di vista religioso ne' da
quello politico, sono tuttavia convinto, da qualche tempo, che la crisi in
cui siamo tutti implicati esige un riesame approfondito di tutto il nostro
schema di valori e di obbligazioni. In passato, ci sono state epoche in cui
era possibile cavarsela senza porsi troppi problemi sulle proprie abitudini
di pensiero e di condotta. Ma oggi e' relativamente chiaro che la nostra
epoca non e' di quelle. Credo, anzi, che ci avviciniamo rapidamente a una
situazione in cui saremo costretti a riesaminare la nostra disposizione a
lasciare la responsabilita' dei nostri pensieri e delle nostre azioni a
istituzioni sociali (come partiti politici, sindacati, chiesa o stato).
Nessuna di queste istituzioni e' oggi in grado di impartire consigli morali
infallibili, e percio' bisogna mettere in discussione la loro pretesa di
impartirli. L'esperienza che ho fatto personalmente deve essere studiata da
questo punto di vista, se il suo vero significato deve diventare
comprensibile a tutti e dovunque, e non solo a me.
Se Lei ha l'impressione che questo concetto sia importante e piu' o meno
conforme al Suo stesso pensiero, Le proporrei di cercare insieme di chiarire
questo nesso di problemi, in un carteggio che potrebbe anche durare a lungo.
Ho l'impressione che Lei mi capisca come nessun altro, salvo forse il mio
medico e amico.
Le mie azioni antisociali sono state catastrofiche per la mia vita privata,
ma credo che, sforzandomi, riusciro' a mettere in luce i miei veri motivi,
le mie convinzioni e la mia filosofia.
Guenther, mi fa piacere di scriverLe. Forse potremo stabilire, col nostro
carteggio, un'amicizia fondata sulla fiducia e sulla comprensione. Non abbia
scrupoli a scrivere sui problemi di situazione e di condotta in cui ci
troviamo di fronte. E allora Le esporro' le mie opinioni.
RingraziandoLa ancora della Sua lettera, resto il Suo
Claude Eatherly

3. STORIE. NICOLE ITANO: FORTUNATA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo di
Nicole Itano. Nicole Itano, corrispondente per "WeNews", vive a Johannesburg
in Sudafrica; sta scrivendo un libro sull'aids in Africa, la storia di
Fortunata e' parte di questo lavoro]

Ingwavuma, Sudafrica. La ragazza timida, che sognava di diventare assistente
sociale, a volte torna a far visita a una casa abbandonata, due stanze di
mattoni rossi, il luogo in cui ha curato sua madre e suo padre, malati di
Aids, sino alla loro morte. Da' sempre un'occhiata furtiva alla fotografia
incorniciata che pende da una parete: mostra suo padre, nel negozietto in
cui ha lavorato per molti anni, un uomo sorridente circondato da bottiglie
di soda. "E' stato lui a portare la malattia qui", sussurra.
Nel maggio 2004, la diciassettenne Snenhlanhla Mbhamali perdette il padre,
esattamente sei mesi dopo la morte della madre. Lei ed i cinque fratelli e
sorelle, fra cui un neonato, furono lasciati alle cure di una zia trentenne,
Noumsa.
Noumsa sapeva che i genitori dei bambini erano morti di Aids, sebbene i
certificati relativi ai decessi parlassero di tubercolosi, una comune
infezione opportunistica in questi casi. Suo fratello, il padre dei bambini,
si era sottoposto al test pochi mesi prima ed era risultato positivo. Lo
aveva fatto per poter ottenere dal governo un'indennita' di invalidita'. Ma
Noumsa non lo disse ai bambini. "Mi vergognavo", ammette. Solo Snenhlanhla,
la piu' grande, aveva capito.
La citta' di Ingwavuma e' incuneata nell'angolo fra i confini con lo
Swaziland ed il Mozambico. Qui non c'e' famiglia che non sia toccata
dall'Aids. Nel vicino ospedale di Mosvold, circa il 50% dei decessi sono
dovuti all'Aids. Migliaia di bambine e bambini sono orfani.
La settimana successiva al funerale del padre, un membro dell'Ingwavuma
Orphan Care, una ong locale che si occupa di dare sostegno agli orfani,
venne a registrare Snenhlanhla Mbhamali ed i suoi fratelli e sorelle, che in
questo modo avrebbero avuto accesso a degli aiuti. La zia Noumsa dovrebbe
ricevere dal governo 88 dollari al mese per ogni orfano. Quando cio'
accadra', la famiglia diventera' "benestante", per gli standard del posto,
ma nel frattempo vivono tutti con i 28 dollari al mese che Noumsa riceve
quale sussidio per il proprio figlio di 4 anni, e con cio' che riesce a
ricavare da un piccolo campo di grano e da un orto.
Il volontario avviso' Noumsa che ci sarebbero voluti almeno tre mesi per
avere gli aiuti finanziari. Nel frattempo, loro avrebbero fatto quel che
potevano per la famiglia, donando qualche vestito e un po' di cibo. A piu'
di un anno di distanza, gli aiuti non si vedono ancora.
Perdere i genitori, mi hanno detto i volontari dell'Ingwavuma Orphan Care,
oltre al dolore ed alla miseria comporta piu' di un rischio per le
adolescenti come Snenhlanhla. Le giovani donne sono il settore della
popolazione piu' ad alto rischio di infettarsi con l'Aids e le orfane sono
particolarmente vulnerabili. La scioccante percentuale del 76% di donne fra
la gioventu' sieropositiva dell'Africa sub-sahariana dice qualcosa. Molte
ragazze vengono contagiate non appena diventano sessualmente attive, da
partner molto piu' anziani e con molta piu' esperienza.
Senza che Noumsa lo sapesse, sua nipote Snenhlanhla resto' incinta poco
prima della morte del padre. La zia lo scopri' quattro mesi dopo. "Perche'
quella bambina non mi ha parlato? Perche' si e' tenuta il segreto?", chiede
ancora oggi con tristezza, mentre un'altra nipote, la piccola Sbekezelo, le
si aggrappa alla blusa. La bimba e' sveglia e ciarliera, ma ha il volto
coperto di placche bianche ed una tosse che non guarisce mai.
Noumsa teme che Sbekezelo sia stata infettata dalla madre, ed ha ancora piu'
paura di portare la bimba a sottoporsi al test. "Meglio non saperlo. Se Dio
sceglie di portarsela via, e' una scelta sua". Mando' pero' la nipote
incinta all'ospedale di Mosvold, perche' potesse usufruire delle cure
prenatali. Per settimane Snenhlanhla si rifiuto' di dirle chi era il padre.
Quando infine lo fece, la frustrazione di Noumsa divenne rabbia. Si trattava
di un uomo, non di un ragazzo, piu' anziano di oltre dieci anni di
Snenhlanhla, disoccupato e dedito all'alcol. Snenhlanhla lo conobbe quando
suo padre era ancora vivo, perche' veniva a bere la birra di sorgo
distillata da quest'ultimo. Noumsa sospettava a ragione che non si sarebbe
preso cura della nipote e del proprio figlio, e che non avrebbe neppure
pagato l'"inhlwawulo", una compensazione tradizionale che offre una mucca
alla famiglia di una ragazza messa incinta prima di sposarsi. Inoltre,
temeva che l'uomo líavesse contagiata. "Non ci ha dato un centesimo", mi
conferma la sedicenne Tobani, sorella di Snenhlanhla, mentre spinge una
sorta di contenitore a rotelle pieno d'acqua nel cortile. La famiglia prende
l'acqua da un pozzo che si trova a qualche centinaio di metri dalla casa.
Mentre si avvicinava la data del parto, zia e nipote cominciarono a pensare
al nascituro. Snenhlanhla avrebbe voluto un maschietto, Noumsa avrebbe
preferito una femminuccia, perche' cosi' avrebbe potuto utilizzare i vecchi
vestiti della piccola Sbekezelo. Snenhlanhla continuo' a frequentare il
liceo di Ingwavuma, ma non credeva piu' nella possibilita' di diplomarsi.
Era all'ultimo anno, e avrebbe dovuto dare gli esami. Solo sino all'anno
scorso, il liceo obbligava le ragazze incinte a ritirarsi, giudicando che
avessero una cattiva influenza sulle compagne e che in ogni caso non
avrebbero continuato gli studi. I nuovi regolamenti stabiliti dal governo
obbligano le scuole a non allontanare le ragazze incinte, ma il parto colse
Snenhlanhla proprio nel periodo degli esami. Non puo' ridarli, se non
frequenta, e mi chiede se puo' diventare un'assistente sociale anche senza
diploma.
Il 12 dicembre 2004, Snenhlanhla ha dato alla luce una bimba con un parto
cesareo. L'ha chiamata Fortunata. Il padre venne a vederla e promise di
riconoscerla. Ma quando madre e figlia furono dimesse dall'ospedale cio' non
era accaduto, e di lui non vi era traccia. Noumsa e Snenhlanhla lo hanno
visto per strada, ma si e' dileguato prima che potessero parlargli. Noumsa
avrebbe voluto gridare, si e' morsa la lingua per non farlo.
Nel primo giorno a casa, gli altri bambini hanno circondato festanti la
piccola Fortunata. "E' cosi' bella", sospira Snenhlanhla sorridendo.
E ci sono altre buone notizie: durante il ricovero, Snenhlanhla ha voluto
sottoporre se stessa e la figlia al test per l'Aids. Lei e la bambina sono
risultate negative. Alla piccola e' stato dato il nome giusto.
*
Per maggiori informazioni: Ingwavuma Orphan Care: www.orphancare.org.za

4. LUTTI. TULLIO DE MAURO RICORDA EMILIO GARRONI
[Dal sito www.repubblica.it riprendiamo il seguente testo del 7 agosto 2005.
Tullio De Mauro, nato a Torre Annunziata nel 1932, illustre linguista,
docente di linguistica generale all'Universita' di Roma "La Sapienza", gia'
ministro della pubblica istruzione; ha svolto e pubblicato ricerche di
linguistica indoeuropea, storia linguistica italiana, semantica e
lessicologia storiche e teoriche, sintassi greca, storia delle idee e
ricerche linguistiche, filosofia del linguaggio, educazione linguistica,
problemi della scuola, teoria e analisi della comprensione del linguaggio
(con ricerche e sperimentazioni anche pratico-applicative). Tra le opere di
Tullio De Mauro: Storia linguistica dell'Italia unita, Laterza, Bari 1963,
2002; Introduzione alla semantica, id., ivi 1965, 1998; Ludwig Wittgenstein:
his Place in the Development of Semantics, Reidel, Dordrecht 1966;
introduzione e commento a F. de Saussure, Corso di linguistica generale,
Laterza, Bari 1967, 2001; Senso e significato, Adriatica Editrice, Bari
1970; La forma linguistica (con A. Pagliaro), Rizzoli, Milano 1973; Le
parole e i fatti, Editori Riuniti, Roma 1977, 1978; Scuola e linguaggio,
id., ivi 1977, 1981; L'Italia delle Italie, Nuova Guaraldi, Firenze 1979,
Editori Riuniti, Roma 1987, 1992; Idee e ricerche linguistiche nella cultura
italiana, Il Mulino, Bologna 1980; Guida all'uso delle parole, Editori
Riuniti, Roma 1980, 2003; Minisemantica dei linguaggi non verbali e delle
lingue, Laterza, Bari 1982, 2001; Ai margini del linguaggio, Editori
Riuniti, Roma 1986, 1987; Guida alla scelta della facolta' universitaria, Il
Mulino, Bologna 1988, 2002; Lessico di frequenza dell'italiano parlato (con
F. Mancini, M. Voghera, M. Vedovelli), Etas-Libri, Milano 1993, 1994; (con
F. De Renzo), Le lauree brevi, Il Mulino, Bologna 1994, 2000; Capire le
parole, Laterza, Bari-Roma 1994, 1999; Idee per il governo: La scuola,
Laterza, Roma-Bari 1995; Dizionario di base della lingua italiana (con G. G.
Moroni), Paravia, Torino 1996, 1998; Guida alla scelta della scuola media
superiore (con F. De Renzo), Laterza, Bari 1996, 1998; Dizionario avanzato
dell'italiano corrente, Paravia, Torino 1997; Prime parole. Dizionario
illustrato di base della lingua italiana, (con Gisella Moroni ed E.
D'Aniello), Paravia, Milano 1997; Prima persona singolare passato prossimo
indicativo, Bulzoni, Roma 1998; Linguistica elementare, Laterza, Roma-Bari
1998, 2002; Grande dizionario italiano dell'uso, 6 voll., Utet, Torino 1999
(con CD), VII vol., Nuove parole, id., ivi, 2003 (con CD integrale dei 7
voll.); Dizionario della lingua italiana, Paravia, Torino 2000 (con CD);
Dizionario etimologico (con Marco Mancini), Garzanti, Milano 2000;
Minimascholaria, Laterza, Roma-Bari 2001; Dizionario delle parole straniere
nella lingua italiana (con Marco Mancini), Garzanti, Milano 2001; Orientarsi
nella nuova universita' (con Franco De Renzo), Il Mulino, Bologna 2001,
2004; Prima lezione sul linguaggio, Laterza, Roma-Bari 2002; Contare e
raccontare, (con Carlo Bernardini), Laterza, Roma-Bari 2003, 2005; La
cultura degli italiani, intervista a c. di Francesco Erbani, Laterza,
Roma-Bari 2004, 2005; La fabbrica delle parole, Utet libreria, Torino 2005.
Opere su Tullio De Mauro: nel 1982, per il cinquantesimo compleanno, gli e'
stato offerto il volume Italia linguistica: idee, storia e strutture (Il
Mulino, Bologna, a cura di F. Albano Leoni, D. Gambarara, F. Lo Piparo, R.
Simone); nel 1997, per il sessantacinquesimo compleanno, gli e' stato
offerto il volume Ai limiti del linguaggio (Laterza, Bari, a cura di F.
Albano Leoni, D. Gambarara, S. Gensini, F. Lo Piparo, R. Simone); nel 2003
per il settantesimo compleanno gli e' stato offerto il volume Tullio De
Mauro: una storia linguistica (Laterza, Bari, a cura di R. Petrilli, E.
Piemontese, M. Vedovelli). Per ulteriori informazioni si veda l'utile sito
www.tulliodemauro.it
Emilio Garroni (1925-2005), filosofo, saggista, narratore. A lungo
professore di Estetica all'Universita' di Roma La Sapienza, ha contribuito a
introdurre in Italia la semiotica, elaborandone successivamente una critica
radicale a partire dalla filosofia kantiana; gia' collaboratore di programmi
televisivi della Rai (in particolare de "L'approdo") e del quotidiano "Paese
Sera", e' stato autore di importanti opere in cui si e' occupato di storia e
critica d'arte, di semiotica generale, dei linguaggi non verbali; ha
indagato temi estetici secondo il profilo semiotico, successivamente
aprendoli a problemi epistemologico-estetici a partire dalla Critica del
Giudizio di Kant. Dal sito dell'Enciclopedia multimediale delle scienze
filosofiche riprendiamo la seguente scheda: "Emilio Garroni e' nato a Roma
il 14 dicembre 1925. Dal 1951 assistente volontario di filosofia teoretica
presso la Facolta' di Lettere e Filosofia dell'Universita' La Sapienza di
Roma, ha conseguito nel 1964 la libera docenza in Estetica. Professore
incaricato di Estetica dal 1964, e' ordinario di questa disciplina presso la
medesima Facolta' dal 1973. Gli e' stato conferito il titolo di Doctor
honoris causa della Universidad de la Plata (Argentina) il 2 novembre 1993.
Negli anni Cinquanta e Sessanta si e' occupato di storia e critica d'arte e
negli Sessanta-Settanta di semiotica generale e, in particolare, dei
cosiddetti linguaggi non-verbali. Il suo campo di ricerca principale pero'
e' sempre stata l'estetica e la filosofia in genere, con particolare
riguardo, negli ultimi anni alla Critica del Giudizio di Kant. Garroni ha
praticato costantemente anche una scrittura di tipo 'narrativo'. Opere di
Emilio Garroni: La crisi semantica delle arti, Officina, Roma 1964;
Semiotica ed estetica, Laterza, Bari 1968; Progetto di semiotica, Laterza,
Roma-Bari 1973; Pinocchio uno e bino, Laterza, Roma-Bari 1975; Estetica ed
epistemologia. Riflessioni sulla Critica del Giudizio, Bulzoni, Roma 1976;
Ricognizione della semiotica, Officina Edizioni, Roma 1977; Senso e
paradosso. L'estetica, filosofia non speciale, Laterza, Roma-Bari 1986;
Estetica. Uno sguardo-attraverso, Garzanti, Milano 1992; Osservazioni sul
mentire e altre conferenze, Teda, Castrovillari l994. Garroni e' autore
delle voci Creativita', Spazialita', I paradossi dell'esperienza
dell'Enciclopedia Einaudi, Torino l978 e sgg., di parecchi saggi e articoli
di semiotica e di estetica e di alcuni libri di narrativa"]

Una vita interamente dedicata agli studi e alla riflessione, oltre che agli
affetti piu' intimi, agli alunni e alle rare amicizie preziose per chi ne
fruiva. Questa e' stata per Emilio Garroni il risultato di una scelta
costruita e difesa attraverso i decenni.
Ci fu un tempo in cui la televisione italiana seppe essere colta e
intelligente. I piu' vecchi lo ricordano e lo ha rammentato di recente
Walter Veltroni. Emilio Garroni visse dall'interno quella stagione come
brillante intervistatore e autore di trasmissioni su soggetti artistici. Il
giovane e brillante uomo di televisione era anche critico artistico
militante, autore di presentazioni e cataloghi d'arte, amico di Cesare
Brandi e dei pittori piu' importanti degli anni Cinquanta, e autore anche di
raffinati racconti.
Tutta questa esperienza avrebbe potuto portare Garroni su altre strade,
servi' alla sua mente di filosofo e pensatore come materia prima su cui
esercitare la sua riflessione teorica. La crisi semantica delle arti fu il
primo piu' sistematico frutto di questo lavorio. Garroni fino ad allora si
era tenuto ai margini della vita accademica, il lavoro gli valse un incarico
di Estetica all'universita' "La Sapienza" nello straordinario Istituto di
Filosofia di Nardi, Antoni, Calogero e Spirito. Da allora Garroni lascio'
che il suo cursus accademico si svolgesse quasi per suo conto, fu aggregato
e poi ordinario alla Sapienza e si dedico' interamente all'insegnamento e
allo studio, a parte qualche rara diversione letteraria come
Dissonanzenquartett.
Non e' facile dare conto rapidamente dei suoi molti contributi: di semiotica
o, meglio, di critica della semiotica, in un colloquio serrato con Eco,
Prieto e altri studiosi contemporanei; di linguistica teorica e filosofia
del linguaggio, con attenzione critica agli apporti di Hjelmslev, Chomsky,
Wittgenstein, oltre che di Saussure; di interpretazione del pensiero
kantiano, segnatamente della Critica della facolta' di giudizio di cui e'
stato traduttore insieme a uno dei suoi allievi prediletti.
Tuttavia recensendo il suo ultimo volume Immagine linguaggio figura
(Laterza, 2005), in cui col tono e i modi di una conversazione tra amici che
si intendono l'autore ripercorre i punti piu' delicati del suo cammino
filosofico e anche umano, mi e' parso di potere proporre che vi sia stato un
filo unitario in tutto cio' e che il filo sia la ricerca dei nessi che
collegano tra loro i molti valori disparati che si raccolgono intorno alla
parola "senso": cio' che percepiamo e gli organi con cui percepiamo, la
direzione in cui ci muoviamo o vediamo muoversi le cose, il valore che
attribuiamo a parole, immagini, opere, segni che incontriamo nel nostro
vivere reale, pratico, intellettuale, fantastico e anche onirico.
Quest'ultima specificazione non sorprende chi conosce gli approfondimenti
critici di temi psicanalitici che Garroni ha svolto anche in collaborazione
con Armando Ferrari. E' un soggetto di riflessione osservare che, come del
resto l'ultimo Kant, anche Emilio Garroni, apparentemente cosi' degage',
abbia accentuato fortemente specie nelle ultime conversazioni cui ho
accennato l'aspetto propriamente politico della sua ricerca sul senso e di
senso. Anche questa e' una eredita' non facile per i suoi molti scolari e
per quanti vorranno ripetere di lui, con antiche parole, "il miglior uomo
tra quanti abbiamo conosciuto".

5. RIFLESSIONE. CHIARA ZAMBONI: JACQUES DERRIDA TRA LINGUA MATERNA E LINGUA
DELL'ALTRO
[Dalla rivista "Per amore del mondo" (nel sito: www.diotimafilosofe.it)
riprendiamo il seguente articolo.
Chiara Zamboni e' docente di filosofia del linguaggio all'Universita' di
Verona, partecipa alla comunita' filosofica femminile di "Diotima". Tra le
opere di Chiara Zamboni: Favole e immagini della matematica, Adriatica,
1984; Interrogando la cosa. Riflessioni a partire da Martin Heidegger e
Simone Weil, IPL, 1993; L'azione perfetta, Centro Virginia Woolf, Roma 1994;
La filosofia donna, Demetra, Colognola ai Colli (Vr) 1997.
Jacques Derrida, illustre filosofo francese, tra i piu' influenti della
seconda meta' del Novecento; nato in Algeria nel 1930, e' scomparso nel
2004. Tra le molte opere di Jacques Derrida qui segnaliamo particolarmente
La voce e il fenomeno, Jaca Book, Milano 1968; Della grammatologia, Jaca
Book, Milano 1969; La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 1971, 1990;
La disseminazione, Jaca Book, Milano 1989; Schibboleth per Paul Celan,
Gallio, Ferrara 1991; Margini della filosofia, Einaudi, Torino 1997; Addio a
Emmanuel Levinas, Jaca Book, Milano 1998; Aporie, Bompiani, Milano 1999,
2004; Perdonare, Raffaello Cortina Editore, Milano 2004. Opere su Jacques
Derrida: per un avvio cfr. Maurizio Ferraris, Introduzione a Derrida,
Laterza, Roma-Bari 2003; cfr. anche il libro di Giovana Borradori, Filosofia
del terrore. Dialoghi con Juergen Habermas e Jacques Derrida, Laterza,
Roma-Bari 2003]

Il libro di Jacques Derrida, Il monolinguismo dell'altro (a cura di
Graziella Berto, Cortina, Milano 2004) non e' soltanto una riflessione sulla
lingua, su quel che si dice della lingua materna e sulle questioni
filosofiche e politiche che ne sono coinvolte, ma e' anche un testo che
permette di conoscere Derrida, la sua storia - o "favola", come egli
sostiene - la sua biografia e quel che cio' gli suggerisce nel percorso
filosofico.
Per questo accosto questo libro a un altro, Sulla parola, che raccoglie una
serie di interviste sui temi che piu' gli stavano a cuore e che spiega a
partire dalla sua vita (Sulla parola, trad. it. di Alfonso Cariolato,
Nottetempo, Roma 2004).
Come accade un po' a tutti, anche a Derrida succede che, affrontando la
questione della lingua materna, non possa che ritornare alla sua storia
singolare, alla sua infanzia e adolescenza, alla scuola; nel suo caso
soprattutto alla scuola e a quel che gli ha insegnato. E' nato ebreo,
algerino, di lingua francese. Gli ebrei abitanti in Algeria sono stati
considerati cittadini francesi a partire dal 1870. La lingua francese,
quella che parlava a casa e poi a scuola, e' stata per lui un monolinguismo
alla lettera - un'unica lingua -, e allo stesso tempo la lingua dell'altro.
Ovvero la lingua la cui competenza, il cui stile venivano dalla metropoli,
dalla Parigi al di la' del mare. Lui non ne aveva il possesso simbolico ne'
si sentiva nella posizione di dettarne le regole: la avvertiva altra, sia in
quanto algerino di lingua francese sia in quanto scostato da tale identita'
linguistica perche' ebreo.
Da qui, da questa sua storia singolare, Derrida apre numerose questioni,
parecchio interessanti per chi vuol ragionare di lingua, e di lingua materna
in particolare.
*
La prima e' che della propria storia linguistica si puo' dare testimonianza;
che questa testimonianza non costituisce una identita', ma un percorso di
identificazione, dove l'accento e' posto su "percorso"; e che cio'
rappresenta una singolarita'.
Che significato ha questa singolarita'? E' affidata alla descrizione
empirica fenomenologica oppure ha un valore ontologico? Derrida sostiene che
una storia singolare non e' rinchiusa nell'assoluta contingenza di un qui ed
ora limitato a se', ma ha anche valore d'essere. E' empirica e ontologica
contemporaneamente. Questo fa ragionare su come i racconti della propria
esperienza di parola nell'infanzia, appassionanti e vivi, in genere ricadano
su se stessi e in un certo modo si spengano quando a partire da essi non
venga fatta una scommessa di senso, che li porti a un significato condiviso
anche per gli altri. Non si scommette abbastanza sul senso d'essere di cui
sono portatori, e per il quale occorre un bel po' di pensiero a partire
dalla contingenza del percorso singolare.
Da questa sua storia personale Derrida invece ne ricava parecchie
indicazioni di pensiero. L'affermazione essenziale e' che non si possiede
una lingua, tanto meno una lingua materna. Non si puo' dire: "la mia lingua
materna e' questa". Non solo perche' nel suo caso essa e' la lingua
dell'altro, del francese "al di la' del mare" a possederlo, nel senso di
dettargli le regole del parlare corretto, ma soprattutto perche' e' la
lingua in generale a possederci. Non ne abbiamo il possesso. Non sono io a
parlare quella lingua, ma e' quella particolare lingua che mi nomina come
"io", in modo diverso da altre lingue.
Penso ad esempio come in alcune lingue africane l'"io" sia guadagnato a
partire da riti di iniziazione che limitano il legame che la piccola e il
piccolo hanno con gli antenati. Arrivare a dire "io" in tali contesti
significa che chi lo dice e' stato sottratto alla influenza degli antenati e
puo' percio' entrare nel mondo, che e' il mondo linguistico "di qua".
L'assunzione dell'"io" e' dunque diversamente guadagnata a seconda delle
lingue e dei loro contesti mitici. Io, in quanto "io", ne sono l'effetto. Si
pensi in questo senso all'importanza del mito di Edipo per la nostra
cultura.
Derrida dice qualcosa di vero della lingua materna: la lingua materna e' la
piu' intima, piu' prossima, tanto da dettarci il nostro io, il nostro mondo,
pero' al medesimo tempo la piu' straniera. Proprio perche' intima: estranea.
Di essa avvertiamo l'esigenza quanto piu' ci sentiamo insoddisfatti della
lingua complessa, intrecciata di codici molteplici, che ci troviamo a
parlare, anche con competenza, ma di frequente con la sensazione di vuoto.
Avvertiamo allora l'esigenza di altro, di una intimita' con la lingua, che
pero' non e' a disposizione. Effettivamente la lingua materna non e' mai qui
e ora accessibile come un bene tesaurizzato. Non e' dunque proprieta',
identita', possesso, ma sempre  altra dalla lingua che mi trovo
effettivamente a parlare. Certo possiamo ritrovare l'uso di certe parole
dell'infanzia, ma non immediatamente l'intensita' che in essa presupponiamo.
Quell'intimita' e' altra dalla nostra lingua di oggi. Su questa estraneita'
vissuta all'interno della madrelingua aveva gia' parlato Eva-Maria Thuene in
All'inizio di tutto, la lingua materna dove aveva mostrato cosa significasse
sentirsi straniera all'interno della propria lingua e come si potesse
trovare un significato a questa esperienza solo attraverso l'imparare a
vivere in altre lingue. Il fatto e' che l'immediatezza della lingua materna
e' solo un sogno. Il che a volte significa che cio' rappresenta il pungolo
per la sua ricerca.
*
Il limite del discorso di Derrida e' di identificare la lingua materna con
quella nazionale, con quella di un popolo. Essa e' gia' lingua astratta,
codice; senza nessuna attenzione al rapporto linguisticamente creativo tra
la madre e i suoi piccoli. Certo c'e' nel testo la sua giusta polemica nei
confronti di un monolinguismo imposto, che diviene identita' costruita,
dominio politico di matrice coloniale. Ma per lui il discorso sulla lingua
parte dalla lingua stessa e non dalle relazioni affettive che creano il
legame con essa. Di sua madre dice che parlava la lingua di tutti, un
francese algerino del tutto neutro. Niente di piu'. Da' l'impressione di
avere paura di una dimensione carnale della lingua e se ne tiene a distanza.
La prima sponda da cui partire e' per lui la lettera, in fedelta' al suo
registro di sempre. Basti pensare a Della grammatologia.
Eppure Helene Cixous dalle stesse condizioni di partenza arriva a posizioni
diverse. Anche lei ebrea franco algerina mantiene pero' una fedelta' alla
lingua materna, alla sua carnalita', ritrovandola nell'invenzione di una
pratica di scrittura poetica e nel suo godimento. Il fatto e' che Helene
Cixous non identifica mai la lingua materna con la lingua di un popolo, di
una nazione. La  lingua della madre, un tedesco orale - voce, fonema -,
affiora nella scrittura, nella quale lei segue la lingua francese, ma  un
francese rimodellato dalla presenza dell'oralita', che lo scompiglia, lo
disloca.
Non ho scelto a caso di parlare di Helene Cixous: lei e Derrida erano amici
e avevano di frequente pensato assieme su alcune questioni come ad esempio
la differenza sessuale, la scrittura, le radici dell'infanzia. Entrambi
hanno privilegiato la pratica della scrittura, come un esercizio di lingua
che scava nella lingua abituale un'alterita'. Il cuore della scrittura e'
pero' per Cixous di Entre l'ecriture il ritrovare la lingua latte, la lingua
canto materna, che le rende straniero il francese, nel quale comunque
scrive. Lingua materna agrammaticale che affiora nella grammaticalita' del
francese.
Derrida invece parla di pratica della scrittura come qualcosa che
esplicitamente si allontana da quella lingua materna, che lui intende come
monolinguismo imposto, come lingua dell'altro, legge. Eppure
involontariamente a me sembra che vi si riallacci. Vediamo come.
*
Sia in questo testo come in La parola Derrida indica la propria scommessa
teorica ed esistenziale allo stesso tempo in una pratica di scrittura, che
non trova spazio nel francese cosi' com'e', ma lo decostruisce. Il che
significa che lo tende fino a mostrare che al suo interno avviene
dell'altro. Qualcosa che non ha identita' ne' concetto. Appare dell'altrove
nell'evento della scrittura: cio' e' effetto di tale pratica e non e'
rappresentabile linguisticamente.
In particolare in La parola confessa di pensare alla scrittura come ad una
vocazione segreta, a cui vorrebbe dedicarsi in modo piu' radicale di quanto
non abbia gia' fatto. C'e' una lingua prima di qualsiasi lingua appresa, che
non ha mai avuto luogo nel tempo e nello spazio. E' ad essa che egli vuole
rimanere fedele nella decostruzione del monolinguismo dell'altro: scrivendo
alla lettera cio' che non e' stato ancora scritto.
Si noti come qui la parola "altro" assuma un significato diverso
dall'"altro" che impone la legge della lingua. Si tratta piuttosto di un
altrove, che attrae, pur non avendo mai avuto attualita'. Egli nel testo non
scioglie questa ambivalenza attorno alla parola "altro".
Derrida lega questo altrove paradossalmente con la purezza della lingua
francese. E' vero che il francese e' per lui il monolinguismo dell'altro,
nel quale egli c'e' e non c'e', intimo ed estraneo al medesimo tempo, pero'
avverte del francese una purezza, che e' molto diversa dalla purezza della
lingua ricercata dai filologi e dai grammatici. Si tratta di una risonanza,
di un non so che, di cui si sente erede e testimone fedele. Essa ha a che
fare a suo dire con il gioco e il godimento. Per essa ha liberato la sua
lingua da qualsiasi accento, da qualsiasi elemento che lo localizzi in una
parzialita'. L'alterita' e' questa purezza che gli richiede una scommessa di
pratica di scrittura.
Se qualche cosa riprende dalla lingua materna e' la sua caratteristica di
essere folle. Per Derrida puo' essere folle effettivamente la madre, ma puo'
essere folle la lingua che si pone come pura pulsionalita' prima di ogni
legge. In contrasto con il monolinguismo dell'altro, la lingua nazionale,
che e' legge, norma eteronoma. Ora e' proprio in questa forma di follia che
trova la cifra della sua pratica di scrittura.
*
Ed e' qui che inserisco una riflessione sulla lingua materna.
La lingua materna e' uso, la lingua che abbiamo appreso da piccoli in
rapporto a nostra madre o a chi ne abbia fatto le veci. Essa pero' nella
vita adulta finisce per essere anche una posizione simbolica nella lingua
stessa: desiderio di altro, di gioco e godimento. Perche', come insegna
Winnicott, il momento creativo della lingua e' stato quando abbiamo
incominciato a godere della lingua giocando con essa. E questa posizione
simbolica, che non e' il contenuto appreso, ritorna e riemerge come qualcosa
di non attuale. Derrida pone questo desiderio come cio' che non e' mai
avvenuto e puo' essere provocato dalla scrittura stessa. Nella riflessione
che propongo esso ha avuto un suo inizio, ma risulta nella quotidianita'
della lingua niente di immediato o a disposizione, sempre altrove rispetto
alla lingua che parliamo, se non in alcuni momenti in cui effettivamente la
pratica di parola ci permette di farne esperienza.
In questo senso c'e' una sua differenza maschile nel cancellare gli elementi
carnali della lingua, nel recidere i legami affettivi che ci hanno portato
ad essa. Tuttavia in questo percorso senza volerlo Derrida recupera della
lingua materna cio' che ne costituisce la posizione simbolica: il gioco, il
godimento, l'essere sempre altrove e allo stesso tempo orientamento.

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1020 del 12 agosto 2005

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