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La nonviolenza e' in cammino. 1021



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1021 del 13 agosto 2005

Sommario di questo numero:
1. Enrico Peyretti: Polizia ed esercito: una distinzione essenziale
2. Lidia Menapace: Laicita', riproduzione e differenza di genere
3. Carla Ravaioli: Al bivio
4. Francesco M. Cataluccio ricorda Mauro Martini
5. Stefano Catucci ricorda Emilio Garroni
6. Adriana Zarri ricorda Gina Lagorio
7. Riletture: Marguerite Yourcenar, Ad occhi aperti
8. Riletture: Josyane Savigneau, Marguerite Yourcenar
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: POLIZIA ED ESERCITO: UNA DISTINZIONE
ESSENZIALE
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
testo, che riassume un passaggio del suo intervento al convegno "Mettere al
bando le armi nucleari" svoltosi a Padova lunedi 8 agosto.
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di questo foglio,
ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di
nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con
altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio",
che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi
"Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research
Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi
per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della
rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro
Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e
del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie
prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; e' disponibile nella rete telematica la
sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia
storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente
edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il
principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha
curato la traduzione italiana), e una recente edizione aggiornata e' nei nn.
791-792 di questo notiziario; vari suoi interventi sono anche nei siti:
www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e alla pagina web
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu' ampia
bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15
novembre 2003 di questo notiziario]

La difesa militare puramente difensiva si avvicina al concetto di polizia,
che va accuratamente distinto dal concetto di esercito e di guerra. La
polizia, quando agisce nel suo compito istituzionale (non come a Genova nel
2001), pur portando legittime armi leggere per il caso estremo, riduce la
violenza e non l'accresce; l'esercito, fatto per la guerra, ha il compito
istituzionale di accrescere la violenza, perche' la guerra si fa per
vincerla, e la vince soltanto il piu' armato, il piu' violento, il piu'
crudele. Non c'entrano per nulla il diritto e la ragione: la guerra premia
la violenza e ignora la ragione, essa e' "l'antitesi del diritto" (come ha
scritto piu' volte Bobbio).
La distinzione essenziale tra polizia ed esercito, tra azione di polizia e
guerra, corrisponde alla differenza concettuale, altrettanto importante e
decisiva nella pratica, tra forza e violenza. Nonostante la confusione
verbale - sia quella voluta (parlare di Forze Armate, per dire l'esercito,
serve a celare la natura violenta dell'esercito), sia quella innocente e
pasticciona presente nell'uso linguistico (non poche volte anche nel
linguaggio degli studiosi imprecisi) - e' chiaro che la forza e' una virtu',
la violenza un vizio; la forza costruisce, la violenza distrugge; la forza
difende, la violenza offende; la forza limitata e regolata serve alla
giustizia (anche Gandhi ammetteva ancora con tristezza la necessita' della
polizia) e a resistere alla violenza, mentre la violenza non si autolimita e
non e' mai giusta.
La forza di polizia internazionale e' il mezzo previsto nella Carta dell'Onu
(ma mai attuato dalle potenze) quando gli altri mezzi non siano bastati a
sventare le minacce alla pace, mentre la guerra e' esclusa e condannata,
fino dalle prime parole del Preambolo, in questo documento costituente della
comunita' dei popoli nella pace. Percio' l'Onu non puo' ne' fare ne'
"autorizzare" alcuna guerra - come si e' illegalmente preteso nell'ultimo
quindicennio di nuove guerre - perche' e' nata per abolire la guerra, come
dichiara e impegna la Carta.
Anche degli eserciti e' possibile una riconversione: se si attrezzano nella
cultura, nell'educazione, nell'etica, nel reclutamento, nella
strumentazione, in funzione puramente ed esclusivamente difensiva,
privandosi di ogni capacita' offensiva, si trasformano in istituzione con
natura di polizia.

2. RIFLESSIONE. LIDIA MENAPACE: LAICITA', RIPRODUZIONE E DIFFERENZA DI
GENERE
[Dal mensile "Aprile", n. 127 del maggio 2005 (sito: www.aprile.org). Lidia
Menapace (per contatti: lidiamenapace at aliceposta.it ) e' nata a Novara nel
1924, partecipa alla Resistenza, e' poi impegnata nel movimento cattolico,
pubblica amministratrice, docente universitaria, fondatrice del "Manifesto";
e' tra le voci piu' alte e significative della cultura delle donne, dei
movimenti della societa' civile, della nonviolenza in cammino. La maggior
parte degli scritti e degli interventi di Lidia Menapace e' dispersa in
quotidiani e riviste, atti di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi
libri cfr. Il futurismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968;
L'ermetismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; (a cura di), Per un
movimento politico di liberazione della donna, Bertani, Verona 1973; La
Democrazia Cristiana, Mazzotta, Milano 1974; Economia politica della
differenza sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di, ed in collaborazione con
Chiara Ingrao), Ne' indifesa ne' in divisa, Sinistra indipendente, Roma
1988; Il papa chiede perdono: le donne glielo accorderanno?, Il dito e la
luna, Milano 2000; Resiste', Il dito e la luna, Milano 2001; (con Fausto
Bertinotti e Marco Revelli), Nonviolenza, Fazi, Roma 2004]

Non si riflette solitamente sull'interesse che le donne hanno nel difendere
la laicita' dello stato, come se non vi fossero motivazioni specifiche
nell'argomento. Intendo dire che le persone democratiche approvano lo Stato
laico e considerano la laicita' dei pubblici ordinamenti come una grande
conquista che sta alla base delle democrazie costituzionali moderne, come se
tutto cio' fosse indifferente rispetto all'appartenenza di genere. Invece ci
sono anche ragioni attinenti al genere, che inducono a prediligere la
laicita' dello stato rispetto a qualsiasi altra forma di relazione
politico-giuridica.
Lo Stato laico a forma di democrazia costituzionale e' il frutto di un
cammino politico-giuridico plurisecolare e di un processo giuridico che si
puo' dire abbia trovato il suo assetto "stabile" nei due secoli che ci
stanno alle spalle. Il risultato e' che le democrazie costituzionali non
sono ne' portatrici di una etica dogmatica, ne' indifferenti ai valori e
sostenute solo dalla quantita' dei consensi. Tuttavia il processo non e'
cosi' consolidato da produrre una convinzione fondata e non possibile da
rimettere in discussione: tentativi di riportare indietro il processo a
forme di stato etico o di stato confessionale esistono e hanno in questa
fase una potente poussee per il momento integrista che le tre grandi
religioni monoteiste percorrono e gli imperativi neocons impongono come un
nuovo giusnaturalismo economico dogmaticamente affermato.
In un giro di pensieri siffatti il genere femminile ha solo da perdere, dato
che la sua storia autonoma sta tutta nell'ambito della laicita' degli
ordinamenti, come soggetto che piu' a lungo di altri e' stato giudicato
secondo criteri imposti dalle religioni e/o dalle tradizioni patriarcali.
Persino quando esse sono state comprensive e persino civilizzanti (come le
religioni) non hanno potuto consentire la presa di coscienza di se' e
l'autonomia decisionale delle donne. Sicche' tali desiderabili mete sono
storicamente collocate entro la cornice degli ordinamenti laici.
Cio' vale particolarmente per gli ordinamenti che vorrebbero regolare
fenomeni del tutto nuovi o nuovi per il modo di presentarsi o per le
soluzioni proposte. Infatti su questi non insiste una cultura o una morale
gia' depositata dai secoli e che eventualmente deve essere criticata perche'
"neutra", ma si apre la strada di una vera discussione e presa di coscienza.
*
Orbene la questione attinente le tecniche che consentono una riproduzione
medicalmente assistita e' proprio di questa qualita': non vi e' in proposito
una cultura gia' definita, meno che mai una etica condivisa, e uno stato
laico non e' percio' legittimato a legiferare, soprattutto se non raccoglie
criticamente le opinioni della popolazione e le priorita' dei generi.
Parliamo infatti di un fenomeno vistosamente contemporaneo, cioe' l'aumento
molto forte della infertilita' nella specie umana abitante nei paesi ad alto
sviluppo industriale e livello di ricchezza. La prima cosa da chiedere alla
scienza non e' di dedicarsi a ricerche sintomatiche, per correggere gli
effetti, bensi' alla indagine delle cause in modo che si possa rimediare
correttamente. Gia' qui ci troviamo di fronte a scelte etiche molto
difficili perche' le ricerche costano e se vengono finanziate dalle grandi
ditte farmaceutiche o che producono strumenti si rivolgeranno in senso
sintomatico, se fossero finanziate pubblicamente dovrebbero prendere in
considerazione il bene comune "riproduzione" e rivolgersi piuttosto alle
cause e ai rimedi.
*
Ancora, e questa e' una specificazione di genere, il complesso di denaro e
in genere di risorse anche intellettuali che servono per ricerche di questo
tipo non puo' essere usato senza alcun riferimento a questioni di giustizia
distributiva: e quindi nei paesi ricchi non si dovrebbe finanziare una
ricerca che privilegia le donne di questi stessi paesi, mentre i figli delle
donne dei paesi poveri muoiono come mosche di malattie infettive,
denutrizione, Aids, ecc.: se tra le donne vige la relazione bisognera'
volere che il denaro sia distribuito tra ricerca per far avere un figlio a
ogni costo alle donne bianche e ricerca per aiutare il diritto a una
maternita' degna per le donne povere. Il problema etico che piu' mi colpisce
non e' la sorte dell'embrione, che spessissimo la "natura" porta via col
mestruo, quando l'organismo della donna non e' pronto, vi e' una preclusione
psicologica, malattie, impianto mal riuscito o non so per quali altre
ragioni che sarebbero oggetto di ricerche importanti; bensi' come posso
difendermi dalle accuse di altre donne povere che mi potrebbero chiedere
conto del perche' la loro fecondita' debba essere considerata non
significativa e possa essere sprecata con mortalita' neonatale e infantile
mentre la nostra avara fecondita' debba essere sostenuta con costosissime
ricerche, interventi e terapie.
*
Secondo me, uno Stato laico attraverso le rappresentanze della democrazia
costituzionale dovrebbe dichiarare la sua impreparazione di fronte a una
questione intorno alla quale non esiste una morale condivisa, e darsi
intanto quelle disposizioni normative che consentano esperienze tali da
poter produrre tale morale nel giro di alcuni anni messi sotto monitoraggio.
Penso che uno Stato laico debba informare la popolazione sulle percentuali
di successo delle varie tecniche, perche' chi vi si accosta sappia quanto
puo' sperare e quanto deve anche attrezzarsi psicologicamente
all'insuccesso. Inoltre deve informare sulla pericolosita' delle varie
tecniche ed evitare le speculazioni economiche sorvegliando che le banche
del seme non siano affaristiche e diano ogni garanzia igienica e di salute.
Mentre si fa monitoraggio entro un termine dichiarato si puo' anche aprire
un bel dibattito sul rapporto tra generazioni e sul generare e forse
sviluppare una cultura della genitorialita' diffusa che renda le nostre
citta' meno pericolose, meno inquinate, piu' fruibili dai cuccioli della
specie umana, e riconosca al collettivo degli e delle adulte una specie di
compito di sorveglianza affettuosa e di cura. Eviteremmo alcune tragedie,
abbandoni, crudelta', violenze nelle famiglie e anche di credere che
qualsiasi affettuosita' verso bambini e bambine sia espressione di
pedofilia.
Insomma a me pare che la legge debba essere cancellata se vogliamo che su
una materia tanto coinvolgente e nuova si faccia una vera riflessione e si
possa costruire un'etica civile condivisa alla cui formazione noi donne
possiamo dare un contributo decisivo iniziando cosi' anche un tipo di
diritto sessuato, una forma di legiferazione per ammissione di "facolta'"
piuttosto che per divieti e permessi, un modo piu' maturo e anche piu'
umano.
*
Riprenderemmo cosi' - laicamente - anche alcune grandi ispirazioni del
cristianesimo, che ora viene tanto male rappresentato da un'etica della
riproduzione biologistica, tecnologica, feroce verso il corpo e
incomprensiva dei problemi.
Il contrario di una scoperta straordinaria come fu quella di un messaggio
che si rivolgeva a uomini e donne e alla loro personale liberta', superando
il rapporto di sangue, che caratterizzava i "gentili" appunto, i pagani che
si riconoscevano nella gens, invece che nella liberta' e che indica alla
venerazione generale Giuseppe, se altri mai padre di un figlio nato da
accettata inseminazione eterologa, ma amato come proprio, difeso, nutrito,
seguito nelle sue drammatiche vicende fin dalla nascita. Come da un cosi'
straordinario esempio di relazione libera tra generi e generazioni si sia
arrivati alla ferocia dell'inseminazione persino di embrioni malati, non
saprei dire se non facendo un discorso sul patriarcato e sulla fase
integralistica cui ho accennato: ma sara' per un'altra volta.

3. RIFLESSIONE. CARLA RAVAIOLI: AL BIVIO
[Dal mensile "Aprile", n. 128 del giugno 2005 (nel sito: www.aprile.org)
riprendiamo il seguente intervento di Carla Ravaioli. Carla Ravaioli e'
un'autorevole giornalista e saggista, si e' occupata principalmente di
movimenti sociali, dell'oppressione sulle donne, di economia e di ambiente.
Tra le opere di Carla Ravaioli: La donna contro se stessa, Laterza 1969;
Maschio per obbligo, Bompiani 1973; La questione femminile, 1976; Il quanto
e il quale. La cultura del mutamento, Laterza 1982; Tempo da vendere, tempo
da usare, Angeli 1986; (con Enzo Tiezzi), Bugie, silenzi, grida. La
disinformazione ecologica in un'annata di cinque quotidiani, Garzanti 1989;
Il pianeta degli economisti, ovvero l'economia contro il pianeta, Isedi
1992; Un mondo diverso e' necessario, Editori Riuniti, Roma 2003]

Fino a non molti anni fa il problema ambiente era praticamente ignorato dai
"grandi della Terra". Non pochi tra i massimi esponenti della politica e
dell'economia negavano l'esistenza stessa della crisi ecologica planetaria,
liberandosene come di ubbie di cassandre catastrofiste, o tutt'al piu' la
consideravano una variabile marginale, separata dai grandi temi della
politica.
Da qualche tempo pero' le cose vanno cambiando. Leader politici di prima
grandezza, da Schroeder a Chirac a Blair, mostrano attenzione e perfino
qualche preoccupazione per l'ambiente, e perfino Bush, che solo sprezzanti
dinieghi ha opposto al Trattato di Kyoto e piu' volte ha censurato i
rapporti del suo stesso governo sulle industrie piu' inquinanti, di recente
ha mostrato di avvedersi del problema. A Davos, il celebre consesso che
annualmente raccoglie i piu' preziosi cervelli della scienza economica,
insieme ai rappresentanti dei massimi poteri mondiali, e' stata dedicata al
rischio ambiente non poca parte dell'ultima sessione. E anche il G8 ha
organizzato nel marzo scorso a Londra un incontro sul tema.
*
A contare e' solo il business
Tutto cio' dovrebbe essere motivo di compiacimento per gli ambientalisti. Ma
la cautela s'impone, se di questi fatti si considerano gli obiettivi e le
scelte che ne seguono. Perche' in realta' non e' del crescente squilibrio
ecologico che i politici mostrano di preoccuparsi, ma soltanto di una sua
manifestazione: il mutamento del clima. E nel preoccuparsene non si
propongono la difesa dell'ambiente, ma quella dell'economia.
In questo senso il recente dibattito del G8 e' quanto mai istruttivo.
"L'impatto dell'ambiente sull'economia" s'impone come tema centrale fin
dalla relazione introduttiva del cancelliere inglese Gordon Brown, e la
minaccia ecologica per l'economia mondiale, il rischio di rallentamento
della crescita, il costo economico di un possibile ulteriore innalzamento
della temperatura media, sono i temi piu' insistiti. L'altro e' la
necessita' di sostituire il petrolio: non tanto, parrebbe, in quanto causa
prima di inquinamento ma perche' sta finendo, e anche le trivellazioni piu'
spinte in profondita' o cinicamente promosse in zone di grande valore
naturalistico e culturale, non danno i risultati sperati. Esemplare il breve
passo che Bush, nella sua allocuzione pronunciata a Bruxelles durante la
recente visita europea, ha dedicato al mutamento climatico; il quale - ha
detto - va affrontato come una "grande sfida", da condurre "ricercando,
sviluppando, promuovendo nuove tecnologie... cosi' che tutte le nazioni
potranno progredire economicamente rallentando le emissioni di gas serra".
Salvare l'economia, e' dunque l'obiettivo primo, l'unico, si direbbe, del
mondo politico. E salvarla nel suo "progredire", cioe' nella sua forma
attuale, finalizzata a uno sviluppo di fatto identificato con la crescita
del Prodotto interno lordo (Pil), secondo la struttura e la regola del
capitalismo, cioe' di un sistema fondato sull'accumulazione, di cui la
crescita esponenziale del prodotto e' lo strumento indispensabile. Crescita
indiscriminata - si noti - che non distingue tra produzione e produzione,
ne' si pone domande circa le ragioni e le conseguenze della produzione
medesima; che cioe' persegue solo la valorizzazione dei capitali e in modo
astrattamente autoreferenziale, totalmente separato dalla realta' sociale e
dai suoi bisogni.
Secondo il computo invalso, il Pil calcola infatti in positivo anche il
reddito che in vario modo segue ogni catastrofe, alluvione, frana,
terremoto, incidente ferroviario o stradale, guerra: dunque mettendo il
segno + davanti al prodotto dovuto all'aumentata attivita' di ospedali,
cliniche, medici, infermieri, ambulanze, pompe funebri, azioni di
disinquinamento, ripristini di edifici strade binari, ecc.; ma di questi
eventi non considera in alcun modo le conseguenze negative, e ne ignora
totalmente non solo le perdite materiali e i guasti fisici di ogni tipo, ma
morti, feriti, mutilati, dispersi, senza casa. Cosi' pure, in perfetta
coerenza, il Pil aumenta con la fabbricazione e il commercio di armi e
materiale bellico di ogni tipo. Non a caso economisti del calibro di Keynes
e Galbraith esplicitamente indicano la guerra come la consueta soluzione di
crisi e stagnazioni economiche, e Chomsky ne parla come di un normale mezzo
di gestione dell'economia.
Questo e' il Pil, utilizzato come misura non solo di prosperita' economica,
ma di benessere e progresso sociale, da tutti i politici, di destra e di
sinistra. Questa e' la crescita, da ogni parte continuamente auspicata come
soluzione di tutti i problemi del mondo: ignorando che gli ultimi decenni,
pur segnati da un costante aumento produttivo, hanno visto dovunque una
drammatica caduta dell'occupazione, uno sfruttamento sempre piu' duro del
lavoro, un attacco sistematico allo stato sociale, un aumento delle
disuguaglianze non solo tra il Nord e il Sud del mondo, ma anche all'interno
dei paesi industrializzati. Questo e' cio' che le politiche "ambientali" dei
responsabili del nostro futuro strenuamente si impegnano a conservare.
*
La realta' deformata
Gli strumenti proposti al fine di conseguire tale obiettivo sono i piu'
diversi. Cinici e iniqui come il mercato dei crediti di emissioni di gas
serra; fantasiosi e improbabili come il sequestro di anidride carbonica nel
sottosuolo; ad altissimo rischio come il rilancio del nucleare; freddamente
sprezzanti di ogni ragione ecologica e sociale come la costruzione di 1.500
muove centrali elettriche, con inevitabile devastazione di valli spesso di
straordinaria bellezza, sommersione di paesi di grande valore storico e
culturale, migrazione forzata di intere popolazioni. Ma gli strumenti su cui
si punta con piu' impegno ed entusiasmo sono le energie rinnovabili, eolico,
solare, idrogeno, ritenute da sole capaci di sostituire i fossili. In
questo, d'altronde, assumendo scelte che da tempo appartengono
all'ambientalismo. Scelte che sono indubbiamente necessarie, ma non
risolutive, e per certi versi non poco rischiose.
La polarizzazione dell'attenzione pubblica sulla ricerca di energie
rinnovabili onde sconfiggere effetto serra e mutamento climatico comporta
infatti una lettura deformante della realta'. Un'analisi che dimentica che
non esiste energia in assoluto non inquinante: anche l'eolico e il solare,
se applicati su vasta scala, comportano forte dequalificazione paesistica o
artistico-culturale. E che tace il fatto che la produzione di ogni tipo non
e' solo consumo di energia, ma di numerose altre materie prime: cosi' che ad
esempio la fabbricazione di un'auto (come ci dice John Mc Neil) crea un
inquinamento equivalente a quello procurato dalla stessa in dieci anni di
circolazione. E soprattutto tende a dare lo sconvolgimento climatico
conseguente all'effetto serra non come il fenomeno piu' allarmante del
guasto ambientale (quale in effetti e'), ma come il problema ambiente tout
court: con una consolatoria quanto pericolosa semplificazione che mette in
sordina la miriade di altri problemi, alcuni gravissimi, dalla crisi idrica,
all'accumulo dei rifiuti, alla perdita di biodiversita', all'inquinamento
diffuso che insidia la salute di tutti, altri minori, ma che tutti insieme
si sommano nel gigantesco problema del nostro futuro sulla Terra.
Si crea cosi', nell'insistita sovraesposizione mediatica di ogni nuova
scoperta scientifica e di ogni mirabolante invenzione tecnologica,
l'ottimistica attesa di un prossimo futuro libero da inquinamento e
scarsita' energetica. Un futuro in cui non esistano vincoli non solo alla
illimitata produzione e circolazione di autoveicoli, ma alla crescita del
Pil da tutti invocata e alla moltiplicazione dei consumi ossessivamente
auspicata; e la ricchezza aumenti tanto che a ognuno possa toccarne prima o
poi la sua fetta, magari, perche' no, una fetta grossa. Non e' questa la
favola bella del capitalismo?
*
Cure risapute e non efficaci
In tutto cio', come dicevo, la posizione delle sinistre non si distingue, o
quasi, da quella delle destre. E non solo per quanto riguarda le politiche
ambientali. In effetti anche da sinistra l'insistito auspicio di una solida
ripresa economica, mediante piu' alta produttivita' e competitivita',
aumento dei consumi e della crescita, rivela un sostanziale allineamento al
paradigma socioeconomico oggi vincente nel mondo; quello stesso che -
sacrosantamente quanto contraddittoriamente - viene (dalla stessa sinistra)
poi accusato di impostare la propria strategia economica su disuguaglianze e
esclusioni, di scaricare sul lavoro tutti i costi che il mercato non
sopporta, di cancellare garanzie e diritti sociali. In questa logica le
stesse attivita' in difesa dell'ambiente, benche' senza dubbio dalle
sinistre praticate con maggiore assiduita' e impegno, difficilmente possono
andare oltre l'iniziativa episodica anche se significativa. In pratica
limitandosi a un piccolo riformismo ecologico, lontanissimo dal toccare la
radice del problema.
E' cosi' che le sinistre continuano a sostenere vecchie politiche
sviluppiste richiamandosi al dovere di sconfiggere poverta' e fame, senza
considerare che, come attesta la Fao, il mondo produce cibo sufficiente a
sfamare tutti i suoi abitanti, e che a impedirlo e' soltanto l'iniquita' di
una distribuzione governata dagli interessi del mercato e delle
multinazionali. E' cosi' che le sinistre continuano a sentire in conflitto i
due massimi problemi del nostro tempo, crisi ecologica e disuguaglianza
sociale, invece di leggerli come le due facce di un unico problema,
conseguenti a un modello economico socialmente quanto ecologicamente
insostenibile. E non sembrano nemmeno sfiorate dall'idea che proprio il
rischio ambientale potrebbe essere impugnato come la piu' convincente
evidenza della totale insostenibilita' del capitalismo, del quale, secondo
la ragione stessa del loro esistere, le sinistre dovrebbero volere la fine.
Ma oggi sono ormai pochi a ricordarsene.

4. LUTTI. FRANCESCO M. CATALUCCIO RICORDA MAURO MARTINI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 9 agosto 2005.
Francesco M. Cataluccio, saggista, studioso delle letterature e delle
societa' dell'Europa dell'est, traduttore, direttore editoriale, esperto di
letteratura polacca, ha trascorso lunghi periodi di studio in Polonia;
scrive su "Diario", "Il manifesto", "Il Sole - 24 Ore", "Zeszyty
Literackie"; ha curato le edizioni italiane di opere di Bronislaw Geremek,
Witold Gombrowicz, Gustaw Herling, Bruno Schulz. Tra le opere di Francesco
M. Cataluccio: Immaturita'. La malattia del nostro tempo, Einaudi, Torino
2004.
Mauro Martini, nato a Venezia nel 1956 e deceduto a Firenze pochi giorni fa,
giornalista, saggista, docente universitario, studioso di letterature slave,
autore e curatore di testi per diversi editori, ha insegnato letteratura
russa all'Universita' di Trento; dagli inizi degli anni Ottanta ha svolto
un'attivita' giornalistica, pubblicistica e di ricerca sulla situazione
politica, sociale e culturale dei paesi dell'Europa centro-orientale e
dell'ex Unione Sovietica. Tra le opere di Mauro Martini: Le mura del
Cremlino, Reverdito, Trento 1987; Oltre il disgelo, Bruno Mondadori, Milano
2002; Mauro Martini legge 'Il dottor Zivago' di Boris Pasternak, Metauro,
Pesaro 2003; L'utopia spodestata. Le trasformazioni culturali della Russia
dopo il crollo dell'Urss, Einaudi, Torino 2005]

E' morto ieri mattina a Firenze, dopo una breve e aggressiva malattia, Mauro
Martini, il piu' originale e profondo conoscitore della letteratura, della
politica e della societa' russa che avevamo in Italia. Aveva quarantanove
anni e insegnava Letteratura russa all'Universita' di Trento, scriveva
regolarmente per "Alias" e "Il manifesto", oltre che per altre testate (come
"Il foglio" e "L'Espresso"). Era un veneziano dolce e triste, un uomo di
grande cultura e interessi (conosceva tra l'altro, cosa rara in uno
slavista, perfettamente, il polacco e il ceco e la letteratura di quei
paesi). Uno spirito libero da ogni forma d'ideologia (era stato iscritto al
Pci in gioventu') e disciplina accademica e culturale. Insegnava
all'universita' senza essersi mai laureato (raro caso, diceva scherzando,
come Furio Jesi, al quale si ispirava nel metodo di studio e di ricerca).
Studente di storia contemporanea all'Universita' di Firenze, si era occupato
dei drammatici rapporti tra il partito comunista polacco e quello sovietico
negli anni Trenta. Consegnata la tesi, frutto d'anni di ricerche negli
archivi polacchi, non si presento' mai alla discussione ("la laurea non ha
senso", spiego' ai professori e agli amici esterrefatti). In Polonia
(poiche' in Unione Sovietica sarebbe stato impensabile fare questo tipo di
ricerche) era entrato in contatto con gli ambienti dell'opposizione che
avrebbe dato vita di li' a pochi anni a Solidarnosc. Coraggiosamente si
offri' di portare da Berlino ovest a Varsavia, dentro capienti borsoni da
ginnastica neri, ciclostili smontati per aiutare la stampa clandestina di
libri e giornali. Quando si parlava con Adam Michnik o Jacek Kuron della
situazione italiana, ci si sentiva sempre chiedere: "Cosa ne pensa Mauro
Martini?". Ebbe molta influenza su di loro: ci passava le serate a bere
vodka e discutere di Nicola Chiaromonte, di Silone, del Partito d'azione,
dell'eurocomunismo.
*
Ma la sua passione era la Russia. Aveva un'affinita' particolare con quel
mondo. Niente a che fare col mito della patria del socialismo realizzato,
ne' tantomeno col solito dostojevskianesimo d'accatto, tipo "tormentata
anima russa" e icone luccicanti. Martini era affascinato dal senso tragico
di un problema tutt'oggi poco compreso e studiato: la Russia come problema
per l'Occidente, e l'Occidente come problema per la Russia. Suoi punti di
riferimento erano gli scritti di Dieter Groh (La Russia e l'autocoscienza
europea, Einaudi), del suo maestro Vittoria Strada, ma soprattutto le
riflessioni degli intellettuali polacchi come lo scrittore Gustaw Herling,
Andzej Walicki (autore di Slavofilismo. Un'utopia conservatrice), Ryszard
Przybilski e Wiktor Woroszylski. Per questo, all'interno del dissenso russo,
preferiva le posizioni di un Siniavskij a quelle di Solzenicyn. C'e' una
bella e significativa fotografia che lo ritrae, col mezzo toscano in bocca,
durante uno dei dibattiti alla Biennale del dissenso (Venezia, 1977),
accanto proprio a Siniavskij e Herling.
Martini, non possedendo appoggi accademici o ufficiali e non potendo fare
altrimenti, viaggiava in lungo e in largo l'Unione Sovietica facendo
l'accompagnatore turistico per l'Italtour. Trovava sempre il tempo per fare
un salto nelle librerie e le biblioteche o incontrare di nascosto qualche
dissidente. Fini' col passare spesso da Samarcanda, mostruosa ricostruzione
di un passato crollato per i terremoti e le guerre: simbolo, per lui, del
futuro di una nazione destinata a esplodere come una galassia impazzita, tra
violenze e mafie, ma anche liberta' e nuove, inedite, possibilita'.
*
Agli inizi degli anni ottanta fu tra i fondatori e i principali animatori
del trimestale sul dissenso in Urss e nel centro Europa "L'ottavo giorno";
contribui' all'esperienza del supplemento di "Reporter", "Fine secolo",
diretto da Sofri; diresse il mensile fondato da Silone e Chiaromonte "Tempo
presente", trasformando uno stanco organo del Psdi nella vivace e
interessante rivista delle origini, aperta alle questioni politiche e
culturali dell'Est, cosi' come fece successivamente con il mensile "Mondo
operaio". I suoi scritti di quegli anni, anche per altre riviste e giornali,
rielaborati e ripensati in un disegno unitario, furono pubblicati col titolo
Le mura del Cremlino (Reverdito, 1987).
Dopo il 1989, Martini si dedico' alle traduzioni (tra le quali, vanno
ricordati i racconti di Gustaw Herling, Gli spiriti della rivoluzione russa
di Nikolaj Berdjaev e la recentissima antologia enaudiana: La nuovissima
poesia russa), alla consulenza editoriale (per Einaudi) e continuo' a
focalizzare i suoi interessi sulla letteratura, come principale fonte di
interpretazione della societa', come dimostrato nel saggio sul Dottor Zivago
(Metauro 2003). Questi studi hanno prodotto due libri che rimangono come un
testamento culturale imprescindibile per coloro che vogliono capire la
Russia: Oltre il disgelo. La letteratura russa dopo l'Urss (Bruno Mondadori,
2002) e L'utopia spodestata. Le trasformazioni culturali della Russia dopo
il crollo dell'Urss (Einaudi 2005).
Uno dei libri che amava di piu' era Mosca-Petuski di Venedikt Erofeev
(conosciuto anche come Mosca sulla vodka, nell'edizione feltrinelliana): il
capolavoro della letteratura del samizdat che fece conoscere al mondo
un'altra Russia, amara e ironica, senza illusioni ne' orgoglio, che si
consolava con le donne e l'alcol. Nell'ultimo anno, Martini, progettava,
oltre a una nuova traduzione di una scelta delle poesie di Vladimir
Majakovskij (che dimostrasse finalmente che era un "grande poeta d'amore"),
uno studio su Isaak Babel', l'autore dell'Armata a cavallo, a suo dire "il
piu' grande scrittore russo del Novecento, il precursore di Erofeev e di
tutti coloro che, in quella bellissima lingua, vorranno e sapranno
continuare a raccontare la tragicomica vicenda umana".

5. LUTTI. STEFANO CATUCCI RICORDA EMILIO GARRONI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 7 agosto 2005.
Stefano Catucci (Roma, 1963) si e' laureato in Filosofia all'Universita' di
Roma La Sapienza e ha studiato presso la Freie Universitat di Berlino e
l'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, conseguendo il
dottorato di ricerca in Estetica all'Universita' degli Studi di Bologna. Ha
svolto attivita' didattica nelle universita' di Roma "La Sapienza", "Roma
Tre", e all'Universita' di Paris X Nanterre. Alla Facolta' di Architettura
dell'Universita' di Camerino insegna Estetica dal 1996. Oltre all'attivita'
di ricerca, e' attivo nel campo della saggistica e dell'organizzazione
musicale, collaborando con istituzioni quali il Teatro alla Scala di Milano,
il Teatro Carlo Felice di Genova e l'Accademia Filarmonica Romana, del cui
Comitato Artistico fa parte dal 1995. Per Rai-Radio3 conduce dal 1989
programmi musicali e culturali, mentre dal 2000, insieme a Michele
Dall'Ongaro, e' direttore artistico dei Concerti di Radio3 al Quirinale.
Opere di Stefano Catucci: le sue pubblicazioni vertono principalmente sulla
storia del pensiero filosofico ed estetico del Novecento francese e tedesco;
fra le altre si segnalano i volumi La filosofia critica di Husserl, Guerini
e Associati, Milano 1995; Introduzione a Foucault, Laterza, Roma-Bari 2000;
Per una filosofia povera. La Grande Guerra, l'esperienza, il senso: a
partire da Lukacs, Bollati Boringhieri, Torino; nonche' i saggi "Lukacs
lettore della Critica del Giudizio", in P. Montani, a cura di, Senso e
storia dell'estetica, Pratiche, Parma 1996; Gli animali di Celine, in
"Rivista di Estetica", 1996; Estetica della censura, in "Almanacchi Nuovi",
1997; ha collaborato al progetto e alla scrittura del Dizionario di
Estetica, curato da G. Carchia e P. D'Angelo, Laterza, Roma-Bari 1999,
curando, fra le altre, la voce "Teorie dell'architettura".
Emilio Garroni (1925-2005), filosofo, saggista, narratore, e' stato uno dei
protagonisti del dibattito filosofico della seconda meta' del Novecento. A
lungo professore di Estetica all'Universita' di Roma La Sapienza, ha
contribuito a introdurre in Italia la semiotica, elaborandone
successivamente una critica radicale a partire dalla filosofia kantiana;
gia' collaboratore di programmi televisivi della Rai (in particolare de
"L'approdo") e del quotidiano "Paese Sera", e' stato autore di importanti
opere in cui si e' occupato di storia e critica d'arte, di semiotica
generale, dei cosiddetti linguaggi non-verbali; ha indagato temi estetici
secondo il profilo semiotico, successivamente aprendoli a problemi
epistemologico-estetici a partire dalla Critica del Giudizio di Kant. Dal
sito dell'Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche riprendiamo la
seguente scheda: "Emilio Garroni e' nato a Roma il 14 dicembre 1925. Dal
1951 assistente volontario di filosofia teoretica presso la Facolta' di
Lettere e Filosofia dell'Universita' La Sapienza di Roma, ha conseguito nel
1964 la libera docenza in Estetica. Professore incaricato di Estetica dal
1964, e' ordinario di questa disciplina presso la medesima Facolta' dal
1973. Gli e' stato conferito il titolo di Doctor honoris causa della
Universidad de la Plata (Argentina) il 2 novembre 1993. Negli anni Cinquanta
e Sessanta si e' occupato di storia e critica d'arte e negli
Sessanta-Settanta di semiotica generale e, in particolare, dei cosiddetti
linguaggi non-verbali. Il suo campo di ricerca principale pero' e' sempre
stata l'estetica e la filosofia in genere, con particolare riguardo, negli
ultimi anni alla Critica del Giudizio di Kant. Garroni ha praticato
costantemente anche una scrittura di tipo 'narrativo'. Opere di Emilio
Garroni: La crisi semantica delle arti, Officina, Roma 1964; Semiotica ed
estetica, Laterza, Bari 1968; Progetto di semiotica, Laterza, Roma-Bari
1973; Pinocchio uno e bino, Laterza, Roma-Bari 1975; Estetica ed
epistemologia. Riflessioni sulla Critica del Giudizio, Bulzoni, Roma 1976;
Ricognizione della semiotica, Officina Edizioni, Roma 1977; Senso e
paradosso. L'estetica, filosofia non speciale, Laterza, Roma-Bari 1986;
Estetica. Uno sguardo-attraverso, Garzanti, Milano 1992; Osservazioni sul
mentire e altre conferenze, Teda, Castrovillari l994. Garroni e' autore
delle voci Creativita', Spazialita', I paradossi dell'esperienza
dell'Enciclopedia Einaudi, Torino l978 e sgg., di parecchi saggi e articoli
di semiotica e di estetica e di alcuni libri di narrativa"]

Avrebbe compiuto ottant'anni il prossimo dicembre e aveva gia' preparato per
gli amici un piccolo dono: un'edizione limitata, corredata da riproduzioni
dei suoi quadri, di un libro-intervista di cui aveva finito di mettere a
punto il testo solo poche settimane fa.
Emilio Garroni si e' spento venerdi' notte, in una clinica romana, lasciando
pero' che la data del 2005 potesse essere associata anche all'uscita di un
suo importante lavoro teorico, l'ultimo, uscito nel febbraio scorso per
Laterza con il titolo Immagine Linguaggio Figura. Un libro scritto con
giovanile freschezza, come se lasciandosi alle spalle ogni preoccupazione di
tipo formale avesse trovato uno stile saggistico nuovo, fluido e rivolto
all'esperienza quotidiana come vuole la tradizione anglosassone, ma anche
denso di sapienza storica come vuole la tradizione continentale. Da sempre
non allineato a simili semplificazioni, Emilio Garroni ha scritto cosi'
un'opera impegnativa, tra le piu' importanti del suo catalogo, scegliendo un
tono colloquiale, una prosa scorrevole, esempi quotidiani e persino giocosi
dai quali emerge, pero', tutto lo spessore di una riflessione originale e
complessa sulla questione dell'immagine, sul suo rapporto con la sensazione
e con la percezione, con l'immaginazione e con il linguaggio,
sull'impossibilita' di identificare il senso dell'immagine con la sua
semplice esteriorizzazione, ovvero con la "figura" che puo' comparire in un
disegno, in un oggetto, in una fotografia, in un quadro.
Un'epoca come la nostra, che ormai da piu' di cinquant'anni si definisce
"civilta' dell'immagine", ma sembra avere smarrito la consapevolezza di cosa
un'immagine sia, ha molto da imparare da questo libro capace di mettere in
gioco piani diversi, di analizzare il modo in cui ci orientiamo nel mondo,
costruiamo significati, ci manteniamo sul bordo di un'indeterminatezza che
per un verso contribuisce a definire il contenuto positivo delle nostre
conoscenze, ma per un altro indica loro possibili orizzonti di cambiamento.
Il rischio che oggi corriamo, aveva scritto in un libro uscito appena un
anno fa (L'arte e l'altro dall'arte, Laterza), e' di ignorare "la complessa
totalita' dell'immagine interna", che e' "fonte di esperienze sempre aperte
al nuovo", e di fermarci solo alla figura, cioe' "a un simulacro riduttivo
che si spaccia per autoevidente, essendo in realta' solo risaputo". Nel
tentativo di scongiurare questo rischio, Immagine Linguaggio Figura respinge
ogni riduttivismo e compie un percorso a ritroso, il cammino lungo il quale
l'immagine prende forma: dalla sensazione alla sua traccia nel ricordo,
dalla selezione di tratti pertinenti al riconoscimento, dai meccanismi della
percezione alla loro correlazione con il linguaggio e agli schemi di
un'immagine interna che rinvia a un supporto esterno, a una figura, pur non
essendo mai identificabile con essa.
Misurata anche su casi concreti, presi dalla vita di ogni giorno e in
qualche caso dall'arte, la lingua filosofica di Garroni si rivela in grado
di far parlare la rete di mediazioni di cui l'immagine e' intessuta e al
tempo stesso di cogliere quanto mobile sia, sotto i nostri piedi, il terreno
di un'esperienza che spesso ci appare cristallizzata in forme non
negoziabili, non trasformabili, ma solo e semplicemente "date" come
incontrovertibili ovvieta'.
"A questo tende la nostra immagine del mondo", scrive Garroni in una pagina
del libro: "a trasformarsi via via, attraverso il linguaggio, in significati
determinati" i quali confinano, tuttavia, con una indeterminatezza decisiva,
costitutiva, testimoniata al meglio dai meccanismi della percezione. La
fragilita' di questo confine e' tale da rendere i nostri significati "sempre
rivedibili, sempre estendibili o restringibili", comunque sempre "mutevoli"
di fronte allo sforzo di ricomprenderli o ricontestualizzarli in senso
estetico o scientifico, storico o politico.
Riduttivismi e banalizzazioni sono percio' i nemici principali non solo
dello sguardo filosofico, ma di un qualsiasi sguardo che voglia farsi carico
del senso formativo dell'immagine e della mutevolezza che le e' propria.
Dall'immagine, infatti, provengono sempre un richiamo a comprendere
diversamente e un'apertura verso il nuovo che sono anche le prerogative del
pensiero critico: vale a dire dell'impresa filosofica che Emilio Garroni ha
perseguito senza riserve.
*
Anche in quest'ultimo libro sono costanti i riferimenti a due autori che
hanno accompagnato la riflessione di Garroni lungo quasi trent'anni di
lavoro, Kant e Wittgenstein.
Lo studio di Kant, e in particolare della Critica della facolta' di
giudizio, era stato avviato nel 1976 da Estetica ed epistemologia, saggio
che ha contribuito a trasformare profondamente l'interpretazione del
pensiero kantiano e a definire una nuova visione dell'estetica: filosofia
"non speciale", come Garroni amava ripetere, non rivolta, cioe', a un campo
d'indagine specifico, l'arte o la bellezza, ma forma eminente del pensiero
critico.
Da Wittgenstein, d'altra parte, e in particolare dalle Ricerche filosofiche,
aveva preso in prestito un'espressione chiave, "guardare-attraverso", con la
quale le basi del pensiero critico venivano chiarite e riassunte in una
formula: ogni filosofia si interroga sul senso dell'esperienza, ma non puo'
farlo se non dall'interno di quella stessa esperienza, senza poter coltivare
l'illusione di un luogo d'osservazione ideale, separato dall'esperienza e
che ci offra, di essa, una visione totalizzante. Se e' stata la tradizione
metafisica a coltivare questa illusione, la storia dell'estetica, a partire
dal Settecento, rivela secondo Garroni l'esistenza di una filosofia
antimetafisica, cioe' consapevole di questa preliminare e insuperabile
collocazione del nostro sguardo all'interno dell'esperienza che
interroghiamo. Quel che ci e' dato, percio', non e' uno sguardo totalizzante
sui limiti della nostra esperienza, ma appunto un "guardare-attraverso",
ovvero la possibilita' di intravedere quei limiti solo a partire dai singoli
fenomeni sui quali, di volta in volta, svolgiamo la nostra riflessione.
E' intorno a questi temi che ruotano due scritti decisivi di Emilio Garroni,
Senso e paradosso (1986) e Estetica. Uno sguardo-attraverso (1992). Il
nostro essere gia' da sempre immersi nell'esperienza, e tuttavia capaci di
interrogarne il senso pur restando al suo interno, e' infatti un "paradosso
fondante" da ricondurre non a un principio intellettuale, ma precisamente a
un sentimento estetico. Nell'esperienza estetica, scrive Garroni, "non solo
facciamo esperienze, ma la' sentiamo di essere-nell'esperienza, che ha senso
fare esperienza e che da queste puo' sorgere una conoscenza effettiva".
*
Garroni aveva gia' mosso i suoi primi passi nella direzione di un pensiero
critico al tempo dei suoi fortunati studi sulla semiotica: Estetica e
semiotica (1968), Progetto di semiotica (1972) e soprattutto Ricognizione
sulla semiotica (1977). Il programma di una disciplina che mirava a rendere
conto dei linguaggi storico-naturali e dei codici come se disponesse di una
lingua "altra", un metalinguaggio non contaminato da cio' su cui si
applicava, lo aveva spinto a formulare gravi riserve delle quali non si e'
ancora del tutto fatto tesoro. Ma e' certo che l'opera di dissodamento
filosofico consistita nel delineare l'ambito di un'estetica critica, oltre
al lavoro su Kant culminato nella nuova traduzione della Critica della
facolta' di giudizio (1999, in collaborazione con Hansmichael Hohenegger),
lo hanno tenuto per molto tempo lontano dall'esercizio critico diretto sulle
opere d'arte. Solo negli ultimi anni Garroni e' tornato a riflettere su
opere letterarie e cinematografiche, oltre che sull'amatissima musica, ma
mai perdendo di vista un interesse teorico generale, cosi' che in ogni
singolo saggio, fosse dedicato ai romanzi di Thomas Bernhard o all'ultimo
film di Bergman, Sarabanda, il principio del "guardare-attraverso" si
mostrava all'opera, in concreto, interrogando l'esperienza tramite occasioni
di pensiero di volta in volta diverse. Ma senza mai recedere dalla vocazione
critica della scrittura filosofica.

6. MEMORIA. ADRIANA ZARRI RICORDA GINA LAGORIO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 31 luglio 2005.
Adriana Zarri, nata a S. Lazzaro di Savena nel 1919, e' teologa e saggista.
Tra le sue opere segnaliamo almeno: Nostro Signore del deserto, Cittadella,
Assisi; Erba della mia erba, Cittadella, Assisi; Dodici lune, Camunia,
Milano; Il figlio perduto, La Piccola, Celleno.
Gina Lagorio, scrittrice, e' nata nel 1922 a Bra', in Piemonte, da genitori
piemontesi, ma la famiglia si trasferisce presto in Liguria. Insegnante per
molti anni, all'impegno culturale ha unito una forte passione morale e
civile; e' stata deputata della sinistra indipendente. E' deceduta il 17
luglio 2005. Opere di Gina Lagorio: Le novelle di Simonetta, 1960; Il
polline, 1966; Fenoglio, 1970; Approssimato per difetto, 1971; La spiaggia
del lupo, 1977; Fuori scena, 1979; Sbarbaro, un modo spoglio di esistere,
1981; Tosca dei gatti, 1983; Penelope senza tela, 1984; Golfo del paradiso,
1987; Russia oltre l'Urss, 1989; Freddo al cuore, 1989; Tra le mura
stellate, 1991; Il decalogo di Kieslowski, 1992; Il silenzio, 1993; Il
bastardo, 1996; Inventario, 1997; L'arcadia americana, 1999]

Facciamo memoria di Gina Lagorio, recentemente scomparsa, citando una
dichiarazione resa nel '91, quand'era parlamentare: "Non votero' a favore
della guerra per nessuna proclamata buona ragione. Non credo che la guerra
abbia mai buone ragioni, tanto piu' duemila anni dopo le parole di Cristo".
Duemila anni sono molti e quelle parole paiono seppellite da secoli e secoli
di storia e tuttavia insegnano ancora.

7. RILETTURE. MARGUERITE YOURCENAR: AD OCCHI APERTI
Marguerite Yourcenar, Ad occhi aperti, Bompiani, Milano 1982, 1989, pp. 272,
lire 8.000. La grande scrittrice (1903-1987) si racconta in una serie di
conversazioni con Matthieu Galey.

8. RILETTURE. JOSYANE SAVIGNEAU: MARGUERITE YOURCENAR
Josyane Savigneau, Marguerite Yourcenar. L'invenzione di una vita, Einaudi,
Torino, 1991, 1993, pp. 508, lire 16.000. Una bella, vasta e profonda, fine
ed acuta bioografia.

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1021 del 13 agosto 2005

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