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La nonviolenza e' in cammino. 1022



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1022 del 14 agosto 2005

Sommario di questo numero:
1. Della mitezza
2. Cindy Sheehan: Perche' mio figlio e' morto?
3. Marco Deriu: La decrescita dell'immaginario
4. Umberto Galimberti: Perche' siamo tutti figli di Eichmann
5. Riletture: Maria Antonietta La Torre, Ecologia e morale
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. MATERIALI. DELLA MITEZZA
[Da "Azione nonviolenta" n. 8-9 dell'agosto-settembre 2005 (per contatti:
e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org) riprendiamo il
seguente testo, della serie di interventi dedicati al tema delle
"caratteristiche della personalita' nonviolenta"]

Alcune forse non inopportune premesse
Cio' su cui di seguito si approssimano alcune interrogative riflessioni
richiede altresi' alcuni chiarimenti preliminari.
Mitezza e nonviolenza naturalmente non coincidono, si puo' essere persone
amiche della nonviolenza senza essere affatto persone miti (anche tra le
piu' note e fin celebrate, pochissime persone amiche della nonviolenza ed
impegnate in lotte nonviolente sono state anche miti, sebbene qui si
cerchera' di argomentare che solo scegliendo la mitezza si possa essere
buoni ed efficaci militanti nonviolenti), e si puo' naturalmente essere
persone miti senza per questo aver nulla a che fare con la nonviolenza.
Non solo: vorremmo mettere in guardia anche rispetto all'espressione
"personalita' nonviolenta", che e' una formula utile per intendersi e nei
suoi limiti felice, ma che a rigore, cioe' se interpretata rigidamente,
designa qualcosa che semplicemente non esiste.
Inoltre: chi scrive queste righe non crede che esistano persone nonviolente,
ma solo persone amiche della nonviolenza: il termine "nonviolento/a" puo'
ben essere - a precise condizioni - un adeguato aggettivo, ma mai un
pronome.
Crede anche che la mitezza sia una qualita' morale che si apprende e si
affina (o si logora) nell'esercizio, e non una essenza metafisica.
Infine: ritiene che il concetto stesso di nonviolenza sia complesso e
pluridimensionale e di assai ardua definizione (la riflessione consapevole
sulla nonviolenza, quantunque essa sia "antica come le montagne", e' ancora
agli inizi ed in impetuoso creativo svolgimento tale per cui ogni persona
che ad essa si accosta ed ogni esperienza che ad essa si richiama apporta
nuovi originali preziosi contributi teoretici ed empirici, euristici ed
applicativi); qui di seguito lo si utilizzera' nel senso specifico proposto
da Aldo Capitini, come equivalente sintetico dei due concetti gandhiani di
ahimsa e satyagraha, ovvero - per dirla assai rozzamente - come scelta di
non nuocere e come legame con il permanentemente vero che fonda e promuove
l'azione buona, cioe' l'azione che si oppone alla violenza, l'azione che
salva, l'azione che libera, l'azione che guarisce, l'azione che accomuna.
Ma ancora una cosa va detta, ed e' questa: la nonviolenza e' gestione del
conflitto: senza lotta non si da' nonviolenza; senza incontro con l'altro
non si da' nonviolenza, senza riconoscimento dell'altro non si da'
nonviolenza, senza conflitto con l'altro non si da' nonviolenza, senza
comunicazione con l'altro non si da' nonviolenza: la nonviolenza e' sempre
relazionale, contestuale e dialogica a un tempo. Parlare di nonviolenza al
di fuori della lotta nonviolenta (che beninteso puo' anche essere solo - e
sempre e' comunque anche - lotta interiore) e' mera retorica.
*
Una minima definizione
Proporremmo la seguente definizione, provvisoria e parziale, complessa e
dialettica, di mitezza: una qualita' morale, ovvero un modo di condursi
nelle relazioni con le altre persone e con il mondo, che tiene insieme
fermezza nel buono e nel vero e umilta' personale, benevolenza non sorda ma
anche non cieca, comprensione e carita' ma insieme limpida e intransigente
difesa della dignita' altrui e propria, amore per la giustizia ed insieme
coscienza del limite e della propria ed altrui fallibilita', un onesto
ascoltare e ascoltarsi che si traduca in un operare giusto e misericordioso.
Ovvero la mitezza come contrario sia dell'iracondia che dell'accidia, come
opposto della presunzione, del pregiudizio e della prepotenza.
*
Dieci tesi sul rapporto tra mitezza e nonviolenza
Nell'articolare il rapporto tra mitezza e nonviolenza proporremmo quindi le
seguenti tesi.
I. Per resistere al male senza lasciarsene contaminare e' bene esercitare la
virtu' della mitezza. Senza mitezza la resistenza e' fragile, la violenza
invade la persona.
II. Per agire il conflitto senza esserne travolti e' bene esercitare la
virtu' della mitezza. Senza mitezza il conflitto e' lacerante, la violenza
disgrega la persona.
III. Solo la mitezza sa essere misericordiosa. E un'azione buona e giusta ma
senza misericordia e' gia' meno buona e meno giusta.
IV. Solo nella mitezza si puo' istituire una convivenza tra persone libere
ed eguali in dignita' e diritti; una societa' non oppressiva, non
autoritaria, non alienante; una comunita' che non omologhi o peggio annienti
le preziose diversita' di cui ogni persona consiste ed e' portatrice.
V. La mitezza si fonda sulla coscienza della dimensione tragica della vita.
Chi e' frivolo, cosi' come chi e' cinico, non e' adeguato ai compiti
dell'ora, non sa essere responsabile, non sa essere solidale.
VI. Non si puo' essere persone amiche della nonviolenza se non ci si
esercita nella virtu' della mitezza. Proprio perche' la nonviolenza e'
conflitto, a maggior ragione le persone che nella lotta nonviolenta si
impegnano hanno il dovere di scegliere la mitezza. Promuovere il conflitto,
resistere all'ingiustizia, contrastare il male, e' inane senza mitezza. La
mitezza e' la virtù principe del combattente satyagrahi.
VII. Virtu' relazionale per eccellenza, la mitezza e' terapeutica,
socializzante, giuriscostituente. La persona mite mitiga le altre persone,
disinquina le relazioni, da' sollievo agli attori coinvolti nel conflitto.
Ma non solo: la mitezza e' altresi' virtu' politica e puo' essere finanche
principio di organizzazione giuridica.
VIII. La mitezza s'impara, e s'impara passando attraverso le prove del
dolore e dello smarrimento. Non si nasce miti, lo si diventa scegliendolo.
IX. "Beati i miti, poiche' erediteranno la terra" (Matteo, V, 4): interpreto
cosi': solo la scelta della mitezza puo' salvare un mondo che va insieme
trasformato e conservato, difeso e rovesciato, restituito e redento. Solo la
nonviolenza nella sua pienezza (non solo insieme di scelte logiche,
epistemologiche, assiologiche, esistenziali; non solo insieme di tecniche
ermeneutiche, metodologiche, deliberative, operative; non solo azione e
progetto politico e sociale: ma insieme di insiemi) puo' salvare l'umanita'.
X. E' nel momento della lotta che si prefigura e quindi si decide l'esito di
essa. Una lotta contro l'ingiustizia condotta senza mitezza non e' una lotta
contro l'ingiustizia, poiche' ingiustizia riproduce; una lotta per la pace
senza mitezza non e' una lotta per la pace, poiche' pace non costruisce. La
mitezza e' liberazione dall'oppressione. La nonviolenza e' solo in cammino.
*
Due amici
Quando penso alla mitezza subito mi vengono in mente Primo Levi ed Alexander
Langer.
Due persone che resistevano, due persone che non opprimevano. Due persone
gentili e magnanime.
Due persone che conoscevano la tragedia, ma che la tragedia non aveva reso
feroci bensi' ancor più benevole, limpide, rigorose, essenziali.
Quando penso all'umanita' come dovrebbe essere subito mi vengono in mente
Primo Levi ed Alexander Langer.
La fragilita' delle persone e del mondo: e tu abbine cura.
La resistenza che e' da opporre al male: e tu resisti.
*
Per approfondire
Innanzitutto il dialogo sulla mitezza tra Norberto Bobbio e Giuliano
Pontara, dialogo che si puo' leggere in Norberto Bobbio, Elogio della
mitezza e altri scritti morali, Linea d'ombra, Milano 1994, alle pp. 11-51;
e naturalmente cfr. anche Giuliano Pontara, La personalita' nonviolenta,
Edizioni Gruppo Abele, Torino 1996, particolarmente alle pp. 61-63.
Di Primo Levi occorrerebbe leggere tutto (nell'edizione delle Opere,
Einaudi, Torino 1997, in due volumi), ma almeno Se questo e' un uomo e I
sommersi e i salvati.
Di Alexander Langer l'antologia degli scritti piu' ampia e rappresentativa
e' Il viaggiatore leggero, Sellerio, Palermo 1996.
Come e' noto, nelle grandi tradizioni culturali indiane e cinesi, ma anche
nelle grandi tradizioni culturali occidentali - sia quelle religiose in
senso stretto: l'ebraismo, il cristianesimo, l'islam; sia quelle piu' late:
la grecita', l'umanesimo, la laicita', il pensiero delle donne - vi sono
molti fulgidi esempi sia di figure e di condotte miti, sia di riflessioni
sulla mitezza dense e complesse.
Volendo proporre qualche testo e figura esemplare: il discorso della
montagna in Luca e Matteo, le figure di Averroe', Francesco d'Assisi, Thomas
More, Etty Hillesum.
E volendo ricordare qualche persona che vi ha riflettuto con lucidita' e
pieta' grandi: Simone Weil e Hannah Arendt, Aldo Capitini ed Emmanuel
Levinas.
Somme figure di resistenti miti sono emerse nella lotta contro il
totalitarismo e nella resistenza contro il sistema concentrazionario.
Ricordano donne e uomini che seppero difendere l'umanita' di fronte
all'estremo due fondamentali libri di Tzvetan Todorov: Face a' l'extreme,
Seuil, Paris 1991, 1994 (seconda edizione rivista), e Memoria del male,
tentazione del bene, Garzanti, Milano 2001.
Sul versante giuridico cfr. almeno Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene
(da leggere nell'edizione curata da Franco Venturi, Einaudi, Torino 1965,
1994), e Gustavo Zagrebelsky, Il diritto mite, Einaudi, Torino 1992; ma
soprattutto l'esperienza della Commissione per la verita' e la
riconciliazione sudafricana.
Sulle lacerazioni, i drammi e gli scacchi della mitezza hanno scritto pagine
terribili e magnifiche Dostoevskij e Tolstoj.

2. TESTIMONIANZE. CINDY SHEEHAN: PERCHE' MIO FIGLIO E' MORTO?
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente discorso di
Cindy Sheehan, tenuto  il 5 agosto 2005 alla convenzione dei Veterani per la
pace. Cindy Sheehan ha perso il figlio Casey in Iraq; dal 6 agosto staziona
con una tenda a Crawford, fuori dal ranch in cui George Bush sta
trascorrendo le vacanze, con l'intenzione di parlargli]

Non avrei mai immaginato di venire qui come relatrice al vostro convegno.
Non lo avrei mai immaginato, ma la vita lo ha portato con se'. E non avevo
mai sentito parlare dei Veterani per la pace, non prima del 4 maggio 2004,
quando vidi un servizio sulla Cnn. Mancavano quattro giorni alla "festa
della mamma" e mio figlio era morto da un mese esatto. Io vidi il servizio
che trattava di Arlington West a Santa Barbara e dissi a mio marito: "C'e'
un unico posto dove voglio andare per la festa della mamma, e' li'". Cosi'
ci andammo, per la prima volta, e ad Arlington West erano piantate oltre 700
croci. Oggi sono oltre 1.800.
Saro' felice di ascoltare le parole di chiunque, perche' qualcuno deve
fermare questi bugiardi. Qualcuno deve fermarli. Ad un'altra madre che ha
perso il figlio in Iraq e' stato detto che il decesso era dovuto ad overdose
di stupefacenti. Tre mesi dopo hanno avuto il referto tossicologico, e non
c'era traccia di stupefacenti nel cadavere. La madre era distrutta. Le hanno
assicurato che i commilitoni di suo figlio hanno rilasciato dichiarazioni in
cui dicevano che lui si drogava. Ora il referto dice che non e' vero. Com'e'
morto suo figlio?
Ma i criminali di guerra che stanno a Washington non perdono una notte di
sonno. C'e' questo bugiardo matricolato, George Bush, che si prende cinque
settimane di vacanza mentre siamo in guerra.
Sapete? A causa sua, non credo che riusciro' mai piu' a godere di una
vacanza. La mia vacanza probabilmente sara' in prigione, o nella tenda a
Crawford, aspettando che questo mostro esca dal ranch e mi dica perche' mio
figlio e' morto.
*
Ad ogni modo, ho ricevuto una e-mail ieri, vengo contattata da ogni genere
di persone, e quest'uomo mi ha scritto: "Cindy, leggo sul web tutto quello
che scrivi, e lo leggo con le lacrime agli occhi. Ma oggi sto piangendo
davvero, e gridando, perche' il mio caro cugino di 19 anni e' stato ucciso
in Iraq. Cindy, perche' non l'ho salvato? Perche' non l'ho portato via?".
E' una cosa che pensiamo tutti. Io dissi a mio figlio di non partire. Gli
dissi: "Lo sai che e' sbagliato. Lo sai che succede laggiu'. La tua unita'
uccidera' gente innocente, e tu potresti morire". E lui rispose che doveva
andare, perche' i suoi compagni partivano e se qualcun altro avesse dovuto
sostituirlo i suoi compagni sarebbero stati in pericolo.
Quello che mi fa veramente impazzire e' che questi mandano i nostri figli a
morire, e non sono mai stati in guerra. Non sanno cos'e'. Trenta giovani
sono gia' morti questo mese, e siamo solo al 5 di agosto.
Vi ricordate quando in marzo abbiamo protestato, era il secondo anniversario
dell'invasione dell'Iraq, ma tutti i media parlavano di Terry Schiavo, e
5.000 di noi a Fayetteville non li hanno visti. Allora scrissi un pezzo,
"Gli straordinari ipocriti", e chiesi: perche' lei merita la vita piu' di
mio figlio, piu' degli iracheni, e piu' di tutta la gente che la guerra ha
ucciso?
Ma voi pensate che George Bush interrompa la sua vacanza per fare visita
alle famiglie dei marines che sono morti questa settimana? No, perche' non
gliene importa nulla. Quella tragedia non e' sufficiente a fargli smettere
di giocare al cowboy per cinque settimane a Crawford.
*
Come potete immaginare, i genitori i cui figli sono stati uccisi in guerra
non riescono a far crescere una cicatrice sulla ferita, perche' ogni giorno
essa si riapre. Ogni giorno, e non so perche' lo faccio, so gia' che la
guerra e' brutta, ma ogni giorno vado a vedere chi e' diventato un angelo
mentre io dormivo. E questo mi lacera il cuore, perche' so che c'e' un'altra
madre la cui vita quel giorno sara' rovinata per sempre. Non possiamo mai in
iziare a guarire.
Quando quel guerrafondaio di George Bush ha parlato della tragedia dei
marines in Ohio, ha detto un paio di cose che mi hanno veramente indignata.
So che non lo sembro, sono sempre calma e cosi' via, ma e' perche' se
dovessi cominciare a colpire qualcosa non mi fermerei prima di aver fatto
tutto a pezzi. Percio' neppure comincio, perche' so quanto pericoloso
sarebbe. E George Bush ha detto che le famiglie degli uccisi dovevano essere
certe che i loro cari erano morti per una nobile causa. Ed ha anche detto,
lo dice spesso e mi fa diventare pazza, che dobbiamo restare in Iraq e
completare la missione per onorare il sacrificio di coloro che sono caduti.
Ma dico, perche' dovrei volere che una sola altra madre passi quello che sto
passando io: perche' mio figlio e' morto?
Sapete, l'unico modo in cui si puo' onorare il sacrificio di mio figlio e'
portando il resto delle truppe a casa, fare in modo che la morte di mio
figlio conti per la pace, per l'amore, non per la guerra e l'odio che Bush
difende. Non voglio che costui usi la morte di mio figlio o la sofferenza
della mia famiglia per continuare il massacro.
*
Percio', come molti di voi hanno sentito, sto andando a Crawford. Non so
neppure dov'e', ci arrivero' da Dallas, non importa, ci sto andando. Ed ho
intenzione di dire a quella gente: "Portate qua fuori il maniaco: c'e' una
madre con una medaglia d'oro, il cui sangue gli sporca le mani, che ha
qualcosa da chiedergli". E gli diro': "Ascolta bene, George, ogni volta che
andrai da qualche parte a dire che bisogna continuare gli ammazzamenti in
Iraq per onorare gli eroi caduti aggiungerai 'ad eccezione di Casey
Sheehan', e inoltre 'ad eccezione di tutti i membri della Gold Star Families
for Peace' [l'associazione pacifista di famiglie che hanno ricevuto
un'onorificenza per i parenti caduti in guerra - ndt], perche' noi pensiamo
che non una singola goccia di sangue debba essere versata in nostro nome".
E poi diro': "Ora vorrei sapere qual e' la nobile causa per cui mio figlio
e' morto". E se mi rispondera' "la liberta' e la democrazia", io diro':
"Stupidaggini! Dimmi la verita'. Di' che mio figlio e' morto per il
petrolio, per arricchire i tuoi amici. Mio figlio e' morto per diffondere il
cancro della Pax Americana, l'imperialismo in Medio Oriente. Tu ci stai
portando via la nostra liberta'. Noi non siamo liberi. Gli iracheni non sono
liberi, stanno molto peggio di come stavano prima che tu ti impicciassi del
loro paese. Porta fuori l'America dall'Iraq...".
*
Non so che succedera'. Andro' a Crawford con mia sorella, ma c'e' molta
altra gente che pensa di venire ad aiutarci, a sostenerci, perche' in questo
anno ho viaggiato per il paese, ho scritto, ho parlato, ho ascoltato, e solo
in questo piccolo anno ho visto grandi cambiamenti.
La gente non vuole solo avere informazioni, vogliono sapere cosa possono
fare. Cosa possiamo fare per togliere il potere a George Bush. E qui dico la
parola: impeachment. Tutti coloro che hanno mentito al popolo americano,
nell'esecutivo, nel congresso (e dobbiamo andare fino in fondo, perche' non
possiamo lasciare in cima qualcuno che perdonera' questi criminali di
guerra), devono essere condannati, per cio' che hanno fatto a questo mondo.
Devono rispondere di quel che hanno fatto.
Ecco, andro' a Crawford e diro' che voglio parlargli, e se mi diranno che
lui non esce, piantero' la mia tenda e restero' li' fino a che non verra'
fuori. Ho tutto il mese di agosto a disposizione, proprio come lui. Staro'
li' sino a che verra' a parlarmi. E se dovesse interrompere le ferie e
andarsene a Washington io smontero' la tenda e la rimontero' nel prato di
fronte alla Casa Bianca.
*
Un'altra cosa che sto facendo riguarda le tasse.
Mio figlio e' morto nel 2004, percio' non pago le tasse per il 2004. Se mi
mandano un sollecito scrivero': "La guerra e' illegale e vi spiego perche',
e la guerra e' immorale, ed ecco perche', e voi avete ucciso mio figlio per
questo. Non vi devo nulla. Se pure dovessi diventare milionaria, non vi
daro' un centesimo".
Spero proprio che mi contattino, perche' voglio che questa guerra vada in
tribunale, dove potro' dire: "Ridatemi mio figlio, ed io paghero' le vostre
tasse".
Henry David Thoreau ando' in prigione per non aver pagato le tasse ed
Emerson gli chiese: "Perche' sei li' dentro?". Thoreau gli rispose: "Perche'
non sei qui con me?". A volte la prigione e' il solo posto per una persona
che ha una morale, in un mondo immorale.
Sta a noi, gente, spezzare leggi immorali e resistere. Se i leader di questo
paese vi mentono, allora non hanno autorita' su di voi. Questi folli non
hanno autorita' su di noi. Potranno mettere in prigione i nostri corpi, ma
non i nostri spiriti.
*
Dopo aver ascoltato tutte le testimonianze, stasera, mi domando: perche'
continuiamo a permettere che la guerra accada? Il nostro paese e' molto
bravo nel demonizzare la gente. Ho parenti che dalla seconda guerra mondiale
continuano a chiamare i giapponesi "musi gialli". E abbiamo demonizzato gli
iracheni, di modo che la maggior parte di questo paese non pensa neppure che
stiamo uccidendo esseri umani innocenti. E mi dicono: "Ma Cindy, non ricordi
cos'e' successo l'11 settembre?". "Certo, rispondo io, E qualcuna di quelle
persone stava in Iraq? E chi ha portato gli aerei al Trade Center, era
iracheno?".
Mentre crescevo, dovevamo aver paura dei comunisti. Adesso dobbiamo aver
paura dei terroristi. Cosi', vedete, c'e' sempre qualcuno da combattere e da
cui essere spaventati, e la macchina della guerra puo' costruire piu' bombe,
piu' fucili, pallottole e quant'altro.
Ma io ho speranza. Vedo speranza in questo paese. Il 58% dell'opinione
pubblica ci sostiene. Stiamo predicando al coro, ma il coro non sta
cantando. Se tutto questo 58% cominciasse a cantare, la guerra finirebbe.
*
Un'altra e-mail che ho ricevuto l'altro giorno diceva: "Cindy, e' meglio se
non usi tutte quelle imprecazioni e parolacce. C'e' della gente, sai, quella
che sta 'alla finestra', nel mezzo, che si risente".
Sapete cosa ho risposto? "Dannazione, non me lo dire! Come, come? C'e'
ancora gente che sta alla finestra in questo mondo? Se cade dalla parte pro
Bush e pro guerra che alzi il didietro e vada in Iraq, a prendere il posto
di qualcuno che vuole tornare a casa. E se cade dall'altra parte che si alzi
in piedi e cominci a parlare. Ma qualsiasi sia il lato in cui volete cadere,
smettete di stare alla finestra".
L'opposto del bene non e' il male, e' l'apatia. Dobbiamo scuotere questo
paese, e far cantare il coro. Dobbiamo essere noi a dire: "Le nostre truppe
tornano a casa". Non possiamo dipendere da quelli che dovrebbero decidere di
farlo, perche' non stai pianificando di portare i soldati a casa quando
spendi i soldi della ricostruzione per stabilire basi permanenti.
Mi sarebbe piaciuto venire alla vostra cena, domani sera, ma fino a che
George Bush non parlera' con me, faro' del campeggio a Crawford. Grazie.

3. RIFLESSIONE. MARCO DERIU: LA DECRESCITA DELL'IMMAGINARIO
[Dal mensile "Aprile", n. 128 di giugno 2005 (sito: www.aprile.org)
riprendiamo il seguente intervento di Marco Deriu. Marco Deriu, sociologo e
saggista, docente universitario, e' stato direttore della rivista "Alfazeta"
dal 1996 al 1999; consulente culturale per diversi enti pubblici e privati,
segue in particolare la progettazione e le attivita' del "Laboratorio per la
cultura della pace" dell'assessorato ai servizi sociali della Provincia di
Parma. Tra le opere di Marco Deriu: (a cura di), Gregory Bateson, Bruno
Mondadori, Milano 2000; (a cura di), L'illusione umanitaria. La trappola
degli aiuti e le prospettive della solidarieta' internazionale, Emi, Bologna
2001; (a cura di, con Pietro Montanari e Claudio Bazzocchi), Guerre private,
Il ponte, Bologna 2004; La fragilita' dei padri. Il disordine simbolico
paterno e il confronto con i figli adolescenti, Unicopli, Milano 2004;
Dizionario critico delle nuove guerre, Emi, Bologna 2005]

Per ragionare delle alternative alla crescita, o meglio alla societa' della
crescita, la domanda centrale non e' "Che cosa?", ma piuttosto "In che
modo?". Le categorie economiche della crescita e dello sviluppo hanno messo
radici nel nostro immaginario in maniera molto piu' profonda di quanto
crediamo. Per cui e' molto difficile riuscire veramente ad uscire dalle
cornici in cui siamo rinchiusi.
*
Una fiducia mal riposta
Alcuni fautori della decrescita, insistono ingenuamente sulla "semplicita'
volontaria". Il nostro rapporto con il consumo ha radici profonde che
abbiamo ereditato e interiorizzato, dunque non si tratta semplicemente di
educare il comportamento o di colpevolizzare la corsa all'acquisto. Noi
dipendiamo dal consumo in termini materiali, politici, psicologici e
identitari. L'eccessiva fiducia nell'autocontrollo e' un elemento del
problema - della nostra patologia culturale - piuttosto che un aspetto della
sua soluzione. Piu' ci si illude di controllare il consumo e la dipendenza
dai prodotti della nostra societa' di mercato e piu' si ricade nella
dipendenza. Ogni volta che mettiamo avanti una mentalita' o un modo di
ragionare che insiste sulla nostra capacita' di porci razionalmente dei
limiti, finiamo in realta' per riconfermare un dualismo tra una mente
pensante buona, innocente ed ecologica, ed un'abitudine del nostro corpo o
della nostra societa' a sfruttare, a produrre, a consumare qualcosa.
La strada verso un rapporto piu' equilibrato con le cose e il consumo e'
molto piu' simile ad un processo di disapprendimento e di disintossicazione.
Il cambiamento di cui abbiamo bisogno non e' semplicemente soggettivo, nel
senso che non avviene semplicemente nella mente del singolo individuo. E'
piuttosto qualcosa che avviene nelle relazioni e nelle interazioni tra piu'
persone o soggetti. Il problema mi sembra dunque quello di ricreare forme di
socialita' che indeboliscano la coazione del consumo, rafforzando altre
fonti d'identita' e di sicurezza. Dobbiamo costruire un senso del limite e
della misura incorporato, intrinseco nel nostro modo di vivere, di
relazionarci, di definirci socialmente e culturalmente. Come ha giustamente
sottolineato Wolfgang Sachs, "Una 'rivoluzione della sufficienza' non puo'
essere programmata ne' pianificata; per realizzarla abbiamo bisogno di
cambiamenti rapidi e sottili nel pensiero culturale e nell'organizzazione
istituzionale della societa'". Dunque la nostra riflessione sulla
sostenibilita' deve concentrarsi sui valori e sugli schermi istituzionali e,
quindi, sull'universo simbolico della societa', piu' che sui processi
energetico-materiali e sul mondo delle quantita' materiali.
*
La logica dell'austerita'
La seconda questione richiama il tema dell'austerita' e della riduzione dei
consumi all'essenziale. Ma che cosa e' superfluo e che cosa e' essenziale
per delle persone e per una societa' umana? Molte delle societa'
tradizionali hanno proibito o limitato l'accumulazione individuale, ma hanno
favorito le forme di dispendio sociale dei beni. Non esiste societa'
tradizionale per quanto "povera" che si sia privata di forme di dono e
controdono, di momenti di festa e di ostentazione sontuosa. Il consumo
legato alla vita sociale per le societa' tradizionali e' l'essenziale,
mentre l'utile e il tornaconto individuale sono secondari. Le nuove forme di
austerita' e di semplicita' volontaria proposte dalla cultura alternativa
sembrano riportarci alla direzione contraria: il calcolo dell'essenziale per
l'individuo e la singola unita' famigliare e il discredito di ogni forma di
consumo e dispendio sociale. Coloro, tra gli stessi fautori della
decrescita, che invitano per esempio a non regalarsi nulla per Natale per
contrastare il consumismo, senza rendersene conto fanno un'operazione di
riduzionismo economico utilitarista. Stabiliscono che quello che basta alla
loro sopravvivenza individuale e famigliare e' l'essenziale, mentre cio' che
appartiene allo sperpero, al consumo sontuoso e' superfluo. Cosi' essi
gettano discredito su uno dei pochi riti sociali rimasti di dono e
controdono che, per quanto sfruttato commercialmente, rappresenta ancora un
modo per creare, rinnovare, rinsaldare legami familiari, d'amicizia e
d'amore.
Rinunciare alla logica sontuosa del dispendio, che si accompagna ai rituali
di dono, senz'altro ci fa risparmiare e ridurre gli sprechi ma ci rinchiude
in un'austerita' e in un'autosufficienza beata e in fondo deprimente. La
logica antiutilitaria del dono si oppone alla valutazione ponderata dei
filosofi dell'austerita'.
Anziche' attaccare il dispendio irrazionale tipico del dono si dovrebbe
piuttosto attaccare la razionalita', apparentemente inscalfibile, del
quotidiano calcolo individuale. L'ideologia dei bisogni essenziali e' in
fondo asociale: cosi' notava lucidamente Ivan Illich gia' molti anni fa:
"Incitando la gente ad accettare una limitazione volontaria della produzione
senza mettere in questione la struttura-base della societa' industriale, non
si farebbe che conferire maggior potere ai burocrati che ottimizzano lo
sviluppo, e ci consegnerebbe come ostaggi nelle loro mani. La produzione
stabilizzata di beni e servizi ultra-razionalizzati e standardizzati
allontanerebbe dalla produzione conviviale ancor piu', se possibile, di
quanto non faccia la societa' industriale di sviluppo".
Per mostrare i limiti dell'etica dell'austerita' suggerisco di tornare al
lavoro di Max Weber sulle origini del capitalismo. La lezione di Weber e'
che il capitalismo, lungi dal nascere da una brama smodata di guadagno, dal
punto di vista dei valori morali trae origine al contrario dallo spirito di
ascesi tipico dell'etica puritana. Almeno alle sue origini, sottolinea
Weber, "l'avidita' smodata di guadagno non si identifica minimamente col
capitalismo e meno ancora con il suo 'spirito'. Il capitalismo puo'
addirittura identificarsi con l'inibizione di questo impulso irrazionale, o
almeno con la sua attenuazione razionale. Piuttosto il capitalismo si
identifica con la ricerca continua, razionale, nell'impresa capitalistica,
di un guadagno sempre rinnovato: ossia della 'redditivita''". Questo non
significa sostenere che tra i capitalisti odierni non abbia un ruolo anche
l'avidita', ma ricordare che la spinta originaria e ancor oggi fondamentale
del capitalismo non e' la brama ma il calcolo, ovvero nelle parole di Weber
"l'uso pianificatorio di prestazioni reali o personali al fine di conseguire
un profitto".
Anche di fronte al capitalismo speculativo di oggi ci si puo' chiedere come
uscire da questa folle danza di una ricerca della ricchezza virtuale. Ma
dubito che si possa andar lontano semplicemente con un richiamo moralistico
ad un'economia piu' sobria e concreta, anche quando sia ancorata ai
territori e ai reali bisogni della gente. Il punto non puo' essere quello di
contrapporre ad un'economia speculativa, basata sulla moltiplicazione
infinita dei desideri, un'economia piu' giudiziosa e un'immagine di essere
umano piu' ascetica e distaccata; ridando nuovo fiato a quella coscienza
"enormemente buona" o "farisaicamente buona" che, secondo Weber,
accompagnava l'attivita' lucrativa alle origini del capitalismo. La
questione centrale rimane invece quella del senso, della vita che
desideriamo.
*
Nuovi scenari sociali
In questa prospettiva appare piu' chiaro quindi il rischio che la proposta
della decrescita, come quella dell'economia alternativa, finiscano col
concentrarsi ancora sulle dimensioni economiche e materiali della nostra
condizione, anziche' liberare nuovi immaginari sociali. "Paradossalmente -
notava Ivan Illich - la dimostrazione economica della controproduttivita'
della crescita conferma la credenza che, per gli esseri umani, cio' che
conta possa essere espresso in termini economici".
Se lottiamo per uscire dalla societa' di crescita non e' principalmente
perche' la crescita e' dannosa o perche' abbiamo paura delle conseguenze
ecologiche del nostro sistema di vita. Al contrario se ha un qualche senso
parlare di antiutilitarismo, di decrescita, di convivialita', e' perche'
vogliamo ricollocare il conflitto sul piano dei sistemi simbolici, sul piano
della lettura antropologica della societa' e dell'essere umano, dei suoi
valori e desideri. Perche' vogliamo contrapporre al desiderio illimitato di
una ricchezza economica e di status, un desiderio altrettanto forte di una
ricchezza della propria esistenza, delle nostre relazioni, dei nostri
affetti, del piacere di vivere assieme e non in competizione con gli altri.
Da questo punto di vista, lo stesso termine "decrescita", costruito
aggiungendo un "de" privativo al concetto di crescita, rischia di prestarsi
ad un fraintendimento continuo. Costringe a chiarire ogni volta che la
decrescita non e' la crescita stazionaria o negativa, ovvero non e' il suo
semplice opposto ma allude ad un'altra societa' possibile. A chiarire che la
decrescita non e' privazione o depressione, ma convivialita' o addirittura
una vita festiva e dionisiaca. Che non e' una questione puramente di
quantita' ma di qualita' della vita. E soprattutto che non e' l'ultima
ricetta dell'Occidente per il sud del mondo. Insomma ci sono molti
malintesi, molte ambiguita' per un concetto che aspira niente meno che a
fondare un altro immaginario.
Per questo motivo, dunque, sarebbe probabilmente un errore ridurre il
dibattito solo a fautori o critici della decrescita: non siamo ancora
approdati ad un altro paradigma, anzi a dir la verita' temo che non siamo
ancora nemmeno usciti da quello vecchio.

4. RIFLESSIONE. UMBERTO GALIMBERTI: PERCHE' SIAMO TUTTI FIGLI DI EICHMANN
[Il seguente articolo  e' apparso sul quotidiano "La Repubblica" del 22
maggio 1996.
Umberto Galimberti, filosofo, saggista, docente universitario; dal sito
http://venus.unive.it riprendiamo la seguente scheda aggiornata al settembre
2004: "Umberto Galimberti, nato a Monza nel 1942, e' stato dal 1976
professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore
associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 e' professore ordinario
all'universita' Ca' Foscari di Venezia. Dal 1985 e' membro ordinario
dell'international Association for Analytical Psychology. Dal 1987 al 1995
ha collaborato con "Il Sole-24 ore" e dal 1995 a tutt'oggi con il quotidiano
"la Repubblica". Dopo aver compiuto studi di filosofia, di antropologia
culturale e di psicologia, ha tradotto e curato di Jaspers, di cui e' stato
allievo durante i suoi soggiorni in Germania: Sulla verita' (raccolta
antologica), La Scuola, Brescia 1970; La fede filosofica, Marietti, Casale
Monferrato 1973; Filosofia, Mursia, Milano 1972-1978, e Utet, Torino 1978;
di Heidegger ha tradotto e curato: Sull'essenza della verita', La Scuola,
Brescia 1973. Opere di Umberto Galimberti: Heidegger, Jaspers e il tramonto
dell'Occidente, Marietti, Casale Monferrato 1975, Il Saggiatore, Milano
1994); Linguaggio e civilta', Mursia, Milano 1977, seconda edizione ampliata
1984); Psichiatria e Fenomenologia, Feltrinelli, Milano 1979; Il corpo,
Feltrinelli, Milano 1983; La terra senza il male. Jung dall'inconscio al
simbolo, Feltrinelli, Milano 1984; "Antropologia culturale", ne Gli
strumenti del sapere contemporaneo, Utet, Torino 1985; Invito al pensiero di
Heidegger, Mursia, Milano 1986; Gli equivoci dell'anima, Feltrinelli, Milano
1987; "La parodia dell'immaginario", in W. Pasini, C. Crepault, U.
Galimberti, L"immaginario sessuale, Cortina, Milano 1988; Il gioco delle
opinioni, Feltrinelli, Milano 1989; Dizionario di psicologia, Utet, Torino
1992, nuova edizione: Enciclopedia di Psicologia, Garzanti, Milano 1999;
Idee: il catalogo e' questo, Feltrinelli, Milano 1992; Parole nomadi,
Feltrinelli, Milano 1994; Paesaggi dell'anima, Mondadori, Milano 1996;
Psiche e techne. L'uomo nell'eta' della tecnica, Feltrinelli, Milano 1999; E
ora? La dimensione umana e le sfide della scienza (opera dialogica con
Edoardo Boncinelli e Giovanni Maria Pace), Einaudi, Torino 2000; Orme del
sacro, Feltrinelli, Milano 2000;  La lampada di psiche, Casagrande,
Bellinzona 2001; I vizi capitali e i nuovi vizi, Feltrinelli, Milano 2003;
e' in corso di ripubblicazione nell'Universale Economica Feltrinelli
l'intera sua opera".
Guenther Anders (pseudonimo di Guenther Stern, "anders" significa "altro" e
fu lo pseudonimo assunto quando le riviste su cui scriveva gli chiesero di
non comparire col suo vero cognome) e' nato a Breslavia nel 1902, figlio
dell'illustre psicologo Wilhelm Stern, fu allievo di Husserl e si laureo' in
filosofia nel 1925. Costretto all'esilio dall'avvento del nazismo,
trasferitosi negli Stati Uniti d'America, visse di disparati mestieri.
Tornato in Europa nel 1950, si stabili' a Vienna. E' scomparso nel 1992.
Strenuamente impegnato contro la violenza del potere e particolarmente
contro il riarmo atomico, e' uno dei maggiori filosofi contemporanei; e'
stato il pensatore che con piu' rigore e concentrazione e tenacia ha pensato
la condizione dell'umanita' nell'epoca delle armi che mettono in pericolo la
sopravivvenza stessa della civilta' umana; insieme a Hannah Arendt (di cui
fu coniuge), ad Hans Jonas (e ad altre e altri, certo) e' tra gli
ineludibili punti di riferimento del nostro riflettere e del nostro agire.
Opere di Guenther Anders: Essere o non essere, Einaudi, Torino 1961; La
coscienza al bando. Il carteggio del pilota di Hiroshima Claude Eatherly e
di Guenther Anders, Einaudi, Torino 1962, poi Linea d'ombra, Milano 1992
(col titolo: Il pilota di Hiroshima ovvero: la coscienza al bando); L'uomo
e' antiquato, vol. I (sottotitolo: Considerazioni sull'anima nell'era della
seconda rivoluzione industriale), Il Saggiatore, Milano 1963, poi Bollati
Boringhieri, Torino 2003; L'uomo e' antiquato, vol. II (sottotitolo: Sulla
distruzione della vita nell'epoca della terza rivoluzione industriale),
Bollati Boringhieri, Torino 1992, 2003; Discorso sulle tre guerre mondiali,
Linea d'ombra, Milano 1990; Opinioni di un eretico, Theoria, Roma-Napoli
1991; Noi figli di Eichmann, Giuntina, Firenze 1995; Stato di necessita' e
legittima difesa, Edizioni Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole (Fi)
1997. Si vedano inoltre: Kafka. Pro e contro, Corbo, Ferrara 1989; Uomo
senza mondo, Spazio Libri, Ferrara 1991; Patologia della liberta', Palomar,
Bari 1993; Amare, ieri, Bollati Boringhieri, Torino 2004. In rivista testi
di Anders sono stati pubblicati negli ultimi anni su "Comunita'", "Linea
d'ombra", "Micromega". Opere su Guenther Anders: cfr. ora la bella
monografia di Pier Paolo Portinaro, Il principio disperazione. Tre studi su
Guenther Anders, Bollati Boringhieri, Torino 2003; singoli saggi su Anders
hanno scritto, tra altri, Norberto Bobbio, Goffredo Fofi, Umberto
Galimberti; tra gli intellettuali italiani che sono stati in corrispondenza
con lui ricordiamo Cesare Cases e Renato Solmi]

E se avesse ragione Erich Priebke quando, alla sbarra, utilizza quel
fastidioso argomento che suona pressappoco cosi': "Se almeno sapessi cosa
volete da me! Io mi sono semplicemente attenuto agli ordini. Allora ero pure
in regola e quindi, se volete, 'morale'. In fin dei conti non ho colpa se
quell'ente di gestione con cui ho collaborato oggi e' sostituito da un
altro. Oggi e' 'morale' collaborare con questo, allora era 'morale'
collaborare con quello"?
Per confutare questo argomento, ripetuto da tutti i criminali di guerra fino
alla noia, ogni anno celebriamo il 25 aprile perche' "non bisogna
dimenticare, perche' ogni amnesia e' una sorta di amnistia".
Giusto principio, ma non all'altezza dell'evento. E tutte le persuasioni, le
convinzioni, i ragionamenti che non sono all'altezza dell'evento sono gia'
essi stessi macchine d'oblio destinate a naufragare in quella forma di
indifferenza che sempre accompagnano le retoriche che perdono di vista la
vera natura dei problemi.
Il 25 aprile festeggia la liberazione da quella forma che l'umanita' ha
assunto sotto il giogo del nazismo. Ma dire "liberazione" significa dire che
quel giogo non c'e' piu', e che occorre ricordarlo ed esecrarlo perche' non
si ripresenti. E probabilmente come totalitarismo politico non si
ripresentera' piu' almeno in Europa.
Ma siamo sicuri che l'aggettivo "politico" e' sufficiente a caratterizzare
il nazifascismo, o non dobbiamo piuttosto pensare che la sua anima sia da
rintracciare in una sorta di totalitarismo tecnico rispetto a cui quello
politico risulta essere solo un fenomeno secondario?
E se l'ipotesi fosse vera non siamo noi, tutti noi, uomini d'oggi, "figli di
Eichmann", non di Hitler, simbolo dell'espressione "politica" del
totalitarismo, ma proprio di Eichmann, il burocrate, che, come funzionario
di un apparato, piu' o meno come oggi noi tutti siamo nel regime della
tecnica, compiva dal ridotto della sua scrivania azioni dagli effetti che
oltrepassano l'immaginazione di cui puo' essere capace un uomo?
*
Noi figli di Eichmann e' il titolo di un libro, ottimamente tradotto da
Antonio G. Saluzzi (Giuntina, pp. 108, lire 15.000) che raccoglie due
lettere che Guenther Anders ha scritto al figlio di Eichmann nel 1963 dopo
la condanna a morte di suo padre in Israele, e nel 1988 venticinque anni
dopo aver atteso una risposta mai arrivata.
Karl Adolf Eichmann, lo sterminatore in stile industriale degli ebrei e
degli zingari europei era riuscito, grazie a un passaporto del Vaticano, a
riparare in Argentina dove aveva trovato lavoro presso la Mercedes-Benz
sotto il falso nome di Ricardo Klement. La moglie, che nel frattempo aveva
ripreso il nome da ragazza Veronika Liebl, dopo aver accreditato la versione
della fucilazione di suo marito che sarebbe avvenuta a Praga il 30 aprile
del 1945, lo raggiunse nel 1951 a Buenos Aires e al figlio Klaus disse che
l'uomo che gli avrebbe fatto da secondo padre era lo zio Ricardo Klement.
Nel maggio del 1960 due agenti del servizio segreto israeliano sequestrarono
Adolf Eichmann mentre usciva dall'officina in cui lavorava e lo condussero
in Israele dove si svolse il processo che si concluse con la pena capitale.
Fu dopo quell'esecuzione che Guenther Anders, che nel 1923 si era laureato
con Edmund Husserl e che nel 1936, dopo essersi separato dalla moglie Hannah
Arendt, ando' in esilio negli Stati Uniti, scrisse la prima lettera al
figlio di Eichmann, Klaus, allora ventiquattrenne: "L'origine non e' una
colpa, come non lo e' per i sei milioni di ebrei passati sotto la solerte
contabilita' di suo padre. Nessuno e' artefice della propria origine,
neppure lei che non solo venne a sapere quello che lui aveva fatto, non solo
delle camere a gas e dei sei milioni. Gia' questo sarebbe stato sufficiente.
No. Oltre a cio' lei dovette venire a sapere che il nuovo padre che aveva
cancellato la memoria del suo primo padre altri non era che questo stesso
primo padre. Insomma che quest'uomo era proprio Adolf Eichmann".
"La sua esperienza - cosi' prosegue la lettera - che a prima vista potrebbe
sembrare un'esperienza che ha potuto fare solo lei, e' un'esperienza che
facciamo o almeno dovremmo fare anche noi. E questa e' la ragione per cui
lei per noi e' un simbolo. Perche' anche noi negli ultimi due decenni
abbiamo vissuto nella convinzione che il mostruoso mondo di ieri da cui
traiamo origine ce l'eravamo lasciato alle spalle e l'avevamo sostituito con
un altro. E adesso anche noi dobbiamo prendere atto che eravamo vittime di
un'illusione: cio' che per noi ha fatto 'le veci del padre' e' identico al
'padre' che aveva dominato due decenni fa. Oppure, espresso altrimenti: il
mostruoso non soltanto e' 'stato', ma e' stato una introduzione". In che
senso?
*
Nel senso che Guenther Anders coglie l'essenza del mostruoso nella
discrepanza (Gefaelle), che, allora come ora, esiste tra l'azione che uno
compie all'interno di un apparato e l'impossibilita' per lui di percepire le
conseguenze ultime delle sue azioni.
Allora furono sterminati in modo industriale sei milioni di zingari ed ebrei
da parte di persone che accettarono questo lavoro come qualsiasi altro
lavoro adducendo a giustificazione la pura e semplice ubbidienza agli ordini
e la fedelta' all'organizzazione. Per questo, nei processi "contro i crimini
verso l'umanita'" gli accusati si sentivano "offesi", "sgomenti" e qualche
volta, come Eichmann, "inadeguati", non perche' si trattava di esseri privi
di coscienza morale, aberranti psicopatici, o persone ormai disumanizzate,
come piu' volte si e' sentito ripetere, ma perche' applicavano il principio
da loro inaugurato e oggi diventato mentalita' aziendale secondo cui essi
avevano soltanto collaborato.
Se prima di indignarci di fronte a una simile difesa riflettessimo sul fatto
che gli autori di quei crimini, o per lo meno molti di loro senza i quali
l'ente di gestione criminale non avrebbe potuto funzionare, non si sono
comportati nelle situazioni in cui commisero i loro crimini molto
diversamente da come erano abituati a comportarsi nell'esercizio del loro
lavoro, e come ciascuno di noi e' invitato a comportarsi quando inizia il
suo lavoro in un apparato, allora comprendiamo perche' siamo tutti "figli di
Eichmann".
La divisione del lavoro che vigeva in quell'apparato di sterminio e che oggi
vige in ogni struttura aziendale fa si' che, all'interno di un apparato
produttivo burocratico, l'operatore, sia esso un lavoratore, un impiegato,
un funzionario, un dirigente non ha piu' niente a che fare con il prodotto
finale, anzi gli e' tecnicamente impedito, per la parcellizzazione dei
processi lavorativi, di intendere realmente l'esito ultimo a cui portera' la
sua azione. In questo modo l'operatore non solo diventa irresponsabile, ma
addirittura gli e' precluso anche il diritto alla cattiva coscienza, perche'
la sua competenza e' limitata alla buona esecuzione di un compito
circoscritto indipendentemente dal fatto che, concatenandosi con gli altri
compiti altrettanto circoscritti previsti dall'apparato, la sua azione
approdi a una produzione di armi o a una fornitura alimentare.
Limitando l'agire a quello che nella cultura tecnologica si chiama button
pushing (premere il bottone) la tecnica sottrae all'etica il principio della
responsabilita' personale che era poi il terreno su cui tutte le etiche
tradizionali erano cresciute. E questo perche' chi preme il bottone lo preme
all'interno di un apparato dove le azioni sono a tal punto integrate e
reciprocamente condizionate che e' difficile stabilire se chi compie un
gesto e' attivo o viene a sua volta azionato.
In questo modo il singolo operatore e' responsabile solo della modalita' del
suo lavoro, non della sua finalita', e con questa riduzione della sua
competenza etica si sopprimono in lui le condizioni dell'agire per cui anche
l'addetto al campo di sterminio con difficolta' potra' dire di aver "agito",
ma, per quanto orrendo cio' possa apparire, potra' dire di si', che ha
soltanto "lavorato". E questo vale ancora oggi sia per chi lavora nelle
grandi fabbriche d'armi americane, sia nei centri studio francesi per le
sperimentazioni delle armi nucleari fatte esplodere a Mururoa, sia nelle
fabbriche bresciane di mine anti-uomo che per vent'anni continueranno a
esplodere in Bosnia.
La mostruosita' che l'apparato nazista ha inaugurato e che poi e' diventato
il paradigma di ogni produzione aziendale e' la discrepanza tra la nostra
capacita' di produzione che e' illimitata e la nostra capacita' di
immaginazione che e' limitata per natura e comunque tale da non consentirci
piu' di comprendere e al limite di considerare "nostri" gli effetti che
l'inarrestabile progresso tecnico e' in grado di provocare.
Quel che si e' detto per l'immaginazione vale anche per la percezione.
Quanto piu' si complica l'apparato in cui siamo incorporati, quanto piu' si
ingigantiscono i suoi effetti, tanto meno vediamo, e piu' ridotta si fa la
nostra possibilita' di comprendere i procedimenti di cui noi siamo parti e
condizioni.
Questo scarto tra produzione tecnica da un lato e immaginazione e percezione
umana dall'altro rende il nostro sentimento inadeguato rispetto alle nostre
azioni che, al servizio della tecnica, producono qualcosa di cosi' smisurato
da rendere il nostro sentimento incapace di reagire. Il troppo grande ci
lascia freddi perche' il nostro meccanismo di reazione si arresta appena
supera una certa grandezza e allora, da analfabeti emotivi, assistiamo oggi
al mezzo milione di trucidati in Uganda, ai milioni di bambini che ogni anno
muoiono di fame e malattie, come un giorno ai sei milioni di zingari ed
ebrei sterminati nei lager. "E poiche' vige questa regola infernale - scrive
Guenther Anders - ora il 'mostruoso' ha via libera".
*
Bene allora celebrare il 25 aprile, ma alla sola condizione di ricordare che
se ci siamo liberati dal nazismo come evento storico ancora non ci siamo
liberati da cio' che ha reso possibile il nazismo e precisamente di
quell'indifferenza di fronte al mostruoso che nasce dalla discrepanza tra
cio' che possiamo produrre con la tecnica e cio' di cui possiamo sentirci
responsabili ogni volta che "irresponsabilmente" lavoriamo in un apparato
che ci esonera dal farci carico degli scopi finali per cui l'apparato e'
stato costruito.
Non si e' ancora fatto sera. Nel senso che la tecnica che il Terzo Reich ha
avviato su vasta scala, non ha ancora raggiunto i confini del mondo, non e'
ancora tecnototalitaria. Ma questo non ci deve consolare e soprattutto non
ci deve far considerare il regno (Reich) che ci sta dietro, cioo' il "terzo"
come qualcosa di unico, di erratico, come qualcosa di atipico per la nostra
epoca o per il nostro modo occidentale, perche' l'operare tecnico
generalizzato a dimensione globale e senza lacuna, con conseguente
irresponsabilita' individuale, ha preso le mosse da li'. Non riconoscerlo,
come e' capitato al figlio di Eichmann nei confronti di suo padre,
significa, per Guenther Anders, non rendersi conto che "l'orrore del regno
che viene superera' di gran lunga quello di ieri che al confronto apparira'
soltanto come un teatro sperimentale di provincia, una prova generale del
totalitarismo agghindato di stupida ideologia".
Guenther Anders offre al figlio di Eichmann una chance per riscattarsi dalla
condizione in cui l'ha ridotto suo padre, che e' poi la condizione della
vittima seimilionieuno. La chance consiste nell'invito a non ripetere che
suo padre aveva "soltanto collaborato" rendendo cosi' innocenti tutti quelli
che oggi non fanno altro che "collaborare" nel regime totalizzante della
tecnica senza riconoscere nel volto "buono" del padre (la tecnica benefica)
i tratti dell'autore "irresponsabile" di tanti crimini.
Il figlio di Eichmann non risponde, e allora Guenther Anders venticinque
anni dopo torna a scrivergli per dire che se non siamo responsabili della
nostra origine, qualunque essa sia, siamo comunque responsabili della
fedelta' alla nostra origine. E allora il comandamento, tra l'altro di
origine ebraica, "onora il padre e la madre" non vale in tutte le
circostanze. Talvolta l'infedelta' puo' essere una virtu' "con
l'assicurazione - conclude Guenther Anders - che io non la considero
colpevole perche' e' venuto al mondo come figlio di suo padre, ma la
considererei colpevole soltanto qualora lei, confondendo la pigrizia mentale
con la pieta', continuasse a restare figlio di suo padre".

5. RILETTURE. MARIA ANTONIETTA LA TORRE: ECOLOGIA E MORALE
Maria Antonietta La Torre, Ecologia e morale, Cittadella, Assisi 1990, pp.
160, lire 15.000. Un'agile, utile monografia introduttiva.

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1022 del 14 agosto 2005

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