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La nonviolenza e' in cammino. 1024



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1024 del 16 agosto 2005

Sommario di questo numero:
1. Severino Vardacampi: Come vorrei che fosse scritto questo notiziario
2. Lalla Romano: Rigano l'aria le rondini
3. Edoarda Masi: Il sistema della violenza
4. Umberto Galimberti: Responsabili
5. Brunella Casalini presenta "Nei limiti della ragione" di Francesca Di
Donato
6. Benito D'Ippolito: Da una lettera al caro amico Gioffredo Rudello
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. LETTERE. SEVERINO VARDACAMPI: COME VORREI CHE FOSSE SCRITTO QUESTO
NOTIZIARIO

Che fosse scritto in una lingua bella, che si potesse cantare a viva voce.
*
Che ogni frase, che ogni parola vi fosse concreta e nutriente, sincera e
benefica, guaritrice. Che ogni notizia vi fosse veritiera e necessaria e
soccorritrice, ed ogni opinione vi fosse limpida, integra, preziosa.
*
Che non vi fossero mai parole che non si capiscono, che tutte le sigle
venissero sciolte, che tutte le parole straniere venissero tradotte, che
tutte le parole difficili venissero spiegate.
*
Che non vi fosse mai neppure l'ombra del turpiloquio, che leggendolo ad alta
voce vi si trovassero solo parole che non avresti vergogna di pronunciare
davanti ai tuoi genitori.
*
Che non vi si offendesse mai nessuno. Nessuno. Che vi si dicesse sempre la
verita', ma mai ad alcuno si recasse ingiuria.
*
Che vi si scrivesse in modo piano, senza artifici, senza gesti, senza grida:
che non vi fosse mai un'interiezione, un'impennata, un ammiccamento, un
fischio.
*
Che vi fossero sempre un ugual numero di articoli firmati da donne e da
uomini. Che almeno qui il fascismo dei maschi non prevalesse ancora.
*
Che di ogni notizia si verificasse l'attendibilita', che si citassero sempre
le fonti, che mai si desse spazio alla menzogna, all'esagerazione,
all'omissione che inganna o suggestiona, al trucco retorico, alla propaganda
e alla sciatteria che rendono servi e vili.
*
Che tutto venisse sottoposto a critica, che ogni obiezione venisse
considerata, che mai si usasse la logica della caserma. Che mai vi
apparissero formule grottesche e indecenti come "senza se e senza ma". Che
mai vi comparisse la parola disonesta.
*
Che ogni cosa che vi venisse pubblicata fosse una esortazione al bene, ogni
giudizio generoso. Che neppure una riga fosse superflua, vuota. Che sempre
dopo la lettura di un testo si possa dire: ora sono una persona migliore; o
anche: ho conosciuto una persona buona; o ancora: questi strumenti
aiuteranno l'arte mia, mi saranno di giovamento nel mio compito,
allevieranno la mia fatica e le mie pene; o infine: queste cose dovevo
sapere, ragionare, discutere, poiche' queste cose sono anche affar mio.
*
Come parlare, come scrivere, anche ascoltare, anche leggere e' un agire, un
fare, una leva potente che puo' sollevare uno e molti, e spostare intero il
mondo. E talora condurre a salvezza o a rovina.
*
Si parla, si scrive, perche' esistono gli altri. Si parla, si scrive,
perche' esistano gli altri.
*
Scrivere male induce a pensare male. Dissipare parole deteriora il mondo.
Solo questa giustificazione trovai alla brama e all'esercizio di scrivere:
di combattere contro il male e la morte. Scegliere ancora la misericordia.

2. POESIA E VERITA'. LALLA ROMANO: RIGANO L'ARIA LE RONDINI
[Da Lalla Romano, Poesie, Einaudi, Torino 2001, p. 65. Lalla Romano
(1906-2001), pittrice, poetessa, scrittrice di grande valore e finezza, e'
stata una delle voci piu' vive della cultura italiana del Novecento. Varie
sue opere sono state recentemente ristampate nella collana dei Tascabili
Einaudi; una edizione complessiva delle opere letterarie (a cura di Cesare
Segre) e' Opere, due volumi, Mondadori, Milano 1991 e 1992. Su Lalla Romano
cfr. Fiora Vincenti, Lalla Romano, La Nuova Italia, Firenze 1974; A.
Catalucci, Invito alla lettura di Lalla Romano, Mursia, Milano 1980; A. Ria
(a cura di), Intorno a Lalla Romano. Saggi critici e testimonianze,
Mondadori, Milano 1996]

Rigano l'aria le rondini
e non s'incrinano i cieli
specchia il lago le nuvole
e non s'intorbida l'acqua

Noi fugacemente turbiamo
col nostro passaggio il tempo
e tosto si ricompone la spera
limpida e ritorna uguale

3. RIFLESSIONE. EDOARDA MASI: IL SISTEMA DELLA VIOLENZA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 28 febbraio 2004. Edoarda Masi e' nata a
Roma nel 1927, intellettuale della sinistra critica, di straordinaria
lucidita', bibliotecaria nelle biblioteche nazionali di Firenze, Roma e
Milano, ha insegnato letteratura cinese nell'Istituto Universitario
Orientale di Napoli; ha vissuto a Pechino e a Shangai, dove ha insegnato
lingua italiana all'Istituto Universitario di Lingue Straniere. Ha
collaborato a numerose riviste, italiane e straniere, tra cui "Quaderni
rossi", "Quaderni piacentini", "Kursbuch", "Les temps modernes". Tra le
opere di Edoarda Masi: La contestazione cinese, Einaudi, Torino 1968; Per la
Cina, Mondadori, Milano 1978; Breve storia della Cina contemporanea,
Laterza, Bari 1979; Il libro da nascondere, Marietti, Casale Monferrato
1985; Cento trame di capolavori della letteratura cinese, Rizzoli, Milano
1991. Tra le sue traduzioni dal cinese in italiano: Cao Xuequin, Il sogno
della camera rossa, Utet, Torino 1964; una raccolta di saggi di Lu Xun, La
falsa liberta', Einaudi, Torino 1968; e Confucio, I dialoghi, Rizzoli,
Milano 1989]

Massacri di popoli al limite del genocidio sono stati perpetrati nell'ultimo
cinquantennio e sono tuttora in corso. Trenta milioni di persone son fatte
morire di fame ogni anno. Per mancanza di medicinali interi popoli muoiono
di malattie peraltro curabili, in omaggio al principio di remunerazione
delle grandi imprese farmaceutiche. L'Africa e' crocifissa, per malattie e
guerre intestine indotte, con milioni di morti. Per non parlare dell'America
Latina, l'Asia e' aggredita in molte sue regioni. E infine la guerra
preventiva e permanente - condizione assoluta priva di motivazioni. Se la
violenza omicida e' alle origini delle nazioni e perfino della vicenda umana
(tanto da ritrovarsi nel profondo di ciascuno di noi), quel che fa la
differenza oggi e' la scala: la quantita' si trasforma in qualita'.
Minacciata e' la sopravvivenza stessa della nostra specie. E non solo. La
distruzione in corso, in Italia, della convivenza civile e dello stato di
diritto, delle istituzioni giuridiche, sociali e culturali - dal sistema
giudiziario a quello del welfare alla scuola -, dei principi universali
della nostra civilta' e della nostra cultura, delle conquiste recenti dei
cittadini-lavoratori, e perfino del patrimonio paesaggistico e artistico, e'
solo un aspetto provinciale della grande catastrofe in atto. Alla quale si
va cercando riparo, negli Stati Uniti, col mito della "sicurezza"; e con la
difesa a oltranza del "tenore di vita". Mentre nel "piccolo angolo del
mondo" che e' l'Europa ci si crogiola nell'illusione del "benessere", a
difesa del quale si vorrebbe erigere un muro contro la realta' che preme
dall'esterno.
*
Se la mozione a distruggere e' insita in noi, altrettanto profonda e' la
mozione opposta, a resistere, a salvare e promuovere la vita - con piu'
determinazione nella parte femminile della specie. Della catastrofe
incombente solo una minoranza ha una visione chiara, ma una nozione forte se
pure confusa occupa molte coscienze, ed e' alla base del disagio diffuso.
Percio' il movimento contro la violenza distruttrice e contro la sua forma
piu' evidente che e' la guerra si e' esteso al mondo intero, e in misura mai
conosciuta nel passato. In questo movimento spontaneo ed eterogeneo c'e' una
consapevolezza comune: e' cosa impraticabile l'uso di armi materiali per
opporsi alle forze della distruzione. Queste dispongono di armi di
distruzione di massa di tale potenza, che si sottraggono a ogni sfida: il
risultato dello scontro sarebbe solo la conferma dell'azione distruttrice,
senza contropartita possibile.
Nelle condizioni presenti la risposta alle armi con le armi e' suicida. I
combattenti palestinesi suicidi sembrano indicarci col loro sacrificio
questa porta chiusa. Davide puo' vincere Golia perche', nonostante la
disparita' della forza materiale, combattono entrambi con lo stesso tipo di
armi, a misura d'uomo. A questo proposito esistono alcuni malintesi a
proposito della guerra in Vietnam, combattuta quando gli Stati Uniti
disponevano gia' di armi tali, da poter distruggere totalmente l'avversario.
Non le hanno usate fino in fondo perche' l'opinione pubblica interna era
ancora in grado di influenzare le dirigenze; delle quali infine lo scopo non
era di distruggere il Vietnam ma di colonizzarlo. Dunque i vietnamiti
ottennero allora una vittoria combattendo con i fucili e con i coltelli non
grazie a queste armi ma grazie alla forza morale con cui mostrarono di saper
resistere.
*
A questo punto, ogni discussione di principio sull'uso o meno della violenza
mi sembra ozioso. Quanto ai vari orientamenti e comportamenti del passato,
devono essere contestualizzati, qualunque giudizio univoco sarebbe dogmatico
e moralistico. Della violenza del nostro tempo le cause sono come sempre
molteplici, ma la forma specifica e' quella di un cancro che ha cominciato a
svilupparsi ai primi dell'Ottocento procedendo con ritmo sempre piu'
accelerato, fino all'attuale crescita mostruosa e incontrollabile. Crescita
inseparabile da quella del modo di produzione capitalistico e dal
progressivo controllo della societa' da parte del capitale, in aree del
mondo sempre piu' estese. La sola forza in grado di opporsi e' stato il
movimento socialista, che prospettava un ordine mondiale fondato sul
controllo della produzione da parte dei produttori associati anziche' sulla
loro soggezione e sullo sfruttamento, sull'internazionalismo e quindi sulla
pace anzicha' sul conflitto fra le nazioni, sulla fraternita' e la
solidarieta' anziche' sulla competizione. Milioni di donne e uomini hanno
lottato oltre un secolo per questi fini, con risultati in parte e solo in
parte vittoriosi. Contro quel cancro non e' concepibile una vittoria
parziale. Esso e' penetrato all'interno dei meccanismi economici e di potere
del socialismo e li ha inquinati. Gli esiti attuali sono il seguito, non il
rovescio dell'inquinamento. Per un ventennio in Cina sono stati messi in
atto ripetutamente tentativi disperati per opporsi al cancro, con l'effetto
tragico di aggravarne e accelerarne lo sviluppo.
*
Un sentimento di impotenza occupa oggi per gran parte le coscienze di quanti
vorrebbero opporsi alla catastrofe. Se il nemico alla base e' il capitale, e
se e' vera piu' che mai l'alternativa sottolineata da Rosa Luxemburg
"socialismo o barbarie", come trovare una nuova strada che ci sottragga alla
barbarie? E come combattere efficacemente la guerra e la distruzione con le
armi della pace, in un contesto dove la democrazia e' vuota di contenuto e
maschera della sopraffazione, dove opinione pubblica e "societa' civile"
sono pie illusioni? Non e' nella politica nei termini tradizionali che in
questo momento va cercata, a mio giudizio, la risposta. La politica come
arte del possibile e della mediazione e' oggi sopraffatta dalla pura
rappresentazione di interessi brutali, o ridotta a vana commedia. E' invece
possibile, da chi sia in grado di darlo, un contributo forte di pensiero,
che parta dall'uscita dai luoghi comuni del pensiero unico. A questi
appartengono le ideologie della "legalita'" internazionale, dei diritti
umani in territorio altrui (di cui il massimo portavoce e' la Cia), della
democrazia. Lo stesso mito della democrazia ateniese, enfatizzato dalla fine
dell'Ottocento fino ai primi del Novecento (da Hoelderlin a Simone Weil) era
stato demistificato gia' dai grandi ateniesi come Tucidide; altrettanto
deformante e', al rovescio, il mito del dispotismo come quintessenza del
"male" opposto al "bene" democratico; giacche' in realta' ogni sistema di
governo si regge nella pratica e nella teoria sul consenso, che naturalmente
si esprime in forme diverse. Oggi la democrazia e' una parola vuota, tale
percepita correttamente da tanta gente che, magari a torto, diserta le urne.
La politica come mediazione fra potere e esigenze popolari potra' rinascere
solo dopo che siano definiti i soggetti della contesa e degli eventuali
compromessi, non puo' essere un punto di partenza ne' una gestione di
professionisti.

4. RIFLESSIONE. UMBERTO GALIMBERTI: RESPONSABILI
[Dal quotidiano "La Repubblica" del 4 novembre 1999 riprendiamo il seguente
articolo di Umberto Galimberti ivi pubblicato col titolo "Criminali
altamente responsabili".
Umberto Galimberti, filosofo, saggista, docente universitario; dal sito
http://venus.unive.it riprendiamo la seguente scheda aggiornata al settembre
2004: "Umberto Galimberti, nato a Monza nel 1942, e' stato dal 1976
professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore
associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 e' professore ordinario
all'universita' Ca' Foscari di Venezia. Dal 1985 e' membro ordinario
dell'international Association for Analytical Psychology. Dal 1987 al 1995
ha collaborato con "Il Sole-24 ore" e dal 1995 a tutt'oggi con il quotidiano
"la Repubblica". Dopo aver compiuto studi di filosofia, di antropologia
culturale e di psicologia, ha tradotto e curato di Jaspers, di cui e' stato
allievo durante i suoi soggiorni in Germania: Sulla verita' (raccolta
antologica), La Scuola, Brescia 1970; La fede filosofica, Marietti, Casale
Monferrato 1973; Filosofia, Mursia, Milano 1972-1978, e Utet, Torino 1978;
di Heidegger ha tradotto e curato: Sull'essenza della verita', La Scuola,
Brescia 1973. Opere di Umberto Galimberti: Heidegger, Jaspers e il tramonto
dell'Occidente, Marietti, Casale Monferrato 1975, Il Saggiatore, Milano
1994); Linguaggio e civilta', Mursia, Milano 1977, seconda edizione ampliata
1984); Psichiatria e Fenomenologia, Feltrinelli, Milano 1979; Il corpo,
Feltrinelli, Milano 1983; La terra senza il male. Jung dall'inconscio al
simbolo, Feltrinelli, Milano 1984; "Antropologia culturale", ne Gli
strumenti del sapere contemporaneo, Utet, Torino 1985; Invito al pensiero di
Heidegger, Mursia, Milano 1986; Gli equivoci dell'anima, Feltrinelli, Milano
1987; "La parodia dell'immaginario", in W. Pasini, C. Crepault, U.
Galimberti, L"immaginario sessuale, Cortina, Milano 1988; Il gioco delle
opinioni, Feltrinelli, Milano 1989; Dizionario di psicologia, Utet, Torino
1992, nuova edizione: Enciclopedia di Psicologia, Garzanti, Milano 1999;
Idee: il catalogo e' questo, Feltrinelli, Milano 1992; Parole nomadi,
Feltrinelli, Milano 1994; Paesaggi dell'anima, Mondadori, Milano 1996;
Psiche e techne. L'uomo nell'eta' della tecnica, Feltrinelli, Milano 1999; E
ora? La dimensione umana e le sfide della scienza (opera dialogica con
Edoardo Boncinelli e Giovanni Maria Pace), Einaudi, Torino 2000; Orme del
sacro, Feltrinelli, Milano 2000;  La lampada di psiche, Casagrande,
Bellinzona 2001; I vizi capitali e i nuovi vizi, Feltrinelli, Milano 2003;
e' in corso di ripubblicazione nell'Universale Economica Feltrinelli
l'intera sua opera".
Adriano Zamperini e' docente presso il dipartimento di psicologia generale
dell'Universita' di Padova. Tra le opere di Adriano Zamperini: Psicologia
sociale della responsabilita'. Giustizia, politica, etica e altri scenari,
Utet, Torino 1998; Psicologia dell'inerzia e della solidarieta'. Lo
spettatore di fronte alle atrocita' collettive, Einaudi, Torino 2001; (con
I. Testoni), Psicologia sociale, Einaudi, Torino 2002; "L'autoritarismo:
dalla sessualita' all'influenza sociale", in W. Reich, Psicologia di massa
del fascismo, Einaudi, Torino 2002; (a cura di, con A. Salvini, I. Testoni),
Droghe. Tossicofilie e tossicodipendenza, Utet, Torino 2002; (con I.
Testoni), Il mantello di Mefistofele. Psicologia sociale e processi di
formazione, Utet, Torino 2003; (con A. Sapio), "L'approccio psicosociale ai
conflitti", in Cheli E. (a cura di), La comunicazione come antidoto ai
conflitti. Dalle relazioni interpersonali alle dinamiche macrosociali.
Cagliari: Punto di Fuga, Cagliari, 2003; "Obbedienza distruttiva e crisi del
l'azione", in Milgram S., Obbedienza all'autorita', Einaudi, Torino 2003]

Ogni tanto la psicologia batte un colpo e scrive un libro intelligente,
colto, documentato e di gradevolissima lettura. Ne e' autore Adriano
Zamperini, ricercatore presso la facolta' di Psicologia dell'universita' di
Padova. Il libro, Psicologia sociale della responsabilita'. Giustizia,
politica, etica e altri scenari (Utet, Torino, pp. 306, lire 32.000). Indaga
quel passaggio, che ha avuto luogo nel nostro secolo, dal principio di
obbedienza (dove un individuo, una volta accettata la volonta'
dell'autorita', non si considera piu' responsabile delle proprie azioni) al
principio della responsabilita' dove un individuo e' sollecitato a ritenersi
responsabile delle proprie azioni, senza pero' considerare se in societa'
complesse, come oramai sono diventate le nostre, l'assunzione di queste
responsabilita' e' davvero possibile.
Anche nella societa' dell'obbedienza, come ieri nella societa' fascista, e
oggi in quella ecclesiastica, in quella militare, in quella gerarchica della
scuola e del lavoro, in quella burocratica, la responsabilita' non e'
assente, ma e' presente solo come responsabilita' di fronte al superiore,
che e' altra cosa della responsabilita' per le conseguenze delle proprie
azioni. La prima si riferisce a chi dobbiamo rispondere, la seconda riguarda
cio' che abbiamo o non abbiamo fatto.
Va da se' che chi si attiene alla prima forma di responsabilita', quella di
fronte al superiore, non si ritiene responsabile delle proprie azioni. E
questo non e' solo il caso del criminale nazista, ma, fatte le debite
proporzioni, che pero' investono solo i contenuti delle azioni e non la
forma, riguarda il prete che si attiene alla dottrina moral-sessuale
enunciata dalla sua autorita' prescindendo dalla condizione particolare dei
suoi fedeli, riguarda il giudice che si attiene alla lettera della legge
senza considerare le situazioni di volta in volta diverse in cui ha luogo il
reato, riguarda il professore che si attiene ai programmi ministeriali,
l'impiegato che si attiene alle norme stabilite dall'organizzazione, il
burocrate alle procedure. Tutti costoro non si considerano responsabili
delle proprie azioni, ma limitano l'ambito della loro responsabilita'
all'autorita' che prescrive le azioni, collocandosi in una zona di
neutralita' per non dire di irresponsabilita' etica.
Se tutto cio' poteva funzionare nelle societa' autoritarie o nelle societa'
semplici, funziona molto meno nelle societa' libere e per giunta complesse,
a meno di non ipotizzare che la legge sia in grado di prevedere in anticipo
e coprire con i suoi dispositivi legislativi tutti gli snodi della
complessita'. Ma siccome questo non e' possibile, quanti si attengono alla
sola responsabilita' di fronte all'autorita', sono persone che, detto chiaro
e tondo, non vogliono assumersi delle responsabilita'. Sono quindi dei
bambini, dei pavidi, e al limite degli immorali.
*
Immorali, certo, ma, e qui il problema si complica, rispetto a quale etica?
Nella nostra cultura abbiamo conosciuto fondamentalmente tre etiche: l'etica
cristiana che si limita a considerare la corretta coscienza e la sua buona
intenzione, per cui anche se le mie azioni hanno conseguenze disastrose, se
non ne avevo coscienza o intenzione, non ho fatto nulla che mi sia
moralmente imputabile. Esattamente come capito' un giorno a coloro che hanno
messo in croce Gesu' Cristo e che da lui sono stati perdonati: "Perche' non
sanno quello che fanno". E' evidente che in un mondo complesso e
tecnologizzato come il nostro, una morale di questo genere e' improponibile,
perche' gli effetti sarebbero catastrofici e in molti casi addirittura
irreversibili.
Quando nell'eta' moderna la societa' si laicizzo', apparve un'etica laica
che, messo sullo sfondo il riferimento a Dio, con Kant formulo' quel
principio secondo cui: "L'uomo va trattato sempre come un fine e mai come un
mezzo". E' questo un principio che ancora attende di essere attuato, ma
nelle societa' complesse e tecnologicamente avanzate gia' rivela tutta la
sua insufficienza. Davvero, ad eccezione dell'uomo da trattare sempre come
un fine, tutti gli enti di natura sono un semplice mezzo che noi possiamo
utilizzare a piacimento? E qui penso agli animali, alle piante, all'aria,
all'acqua. Non sono questi, nell'eta' della tecnica, altrettanti fini da
salvaguardare, e non semplici mezzi da usare e da usurare?
Sia l'etica cristiana, sia l'etica laica sembra che si siano limitate a
regolare i rapporti tra gli uomini, senza avere nessuna sensibilita', e quel
che piu' conta senza disporre di alcuno strumento ne' teorico ne' pratico
per farci assumere una qualche responsabilita' nei confronti degli enti di
natura il cui degrado e' sotto gli occhi di tutti. All'inizio del nostro
secolo Max Weber formulo' l'etica della responsabilita', recentemente
riproposta da Hans Jonas ne Il principio responsabilita' (Einaudi, Torino).
Secondo Weber chi agisce non puo' ritenersi responsabile solo delle sue
intenzioni, ma anche delle conseguenze delle sue azioni. Senonche', subito
dopo aggiunge: "Fin dove le conseguenze sono prevedibili".
Questa aggiunta, peraltro corretta, ci riporta punto e a capo, perche' e'
proprio della scienza e della tecnica avviare ricerche e promuovere azioni i
cui esiti finali non sono prevedibili. E, di fronte all'imprevedibilita',
non c'e' responsabilita' che tenga. Lo scenario dell'imprevedibile,
dischiuso dalla scienza e dalla tecnica, non e' infatti imputabile, come
nell'antichita', a un difetto di conoscenza, ma a un eccesso del nostro
potere di fare enormemente maggiore rispetto al notro potere di prevedere, e
quindi di valutare e giudicare. L'imprevedibilita' delle conseguenze che
possono scaturire dai processi tecnici rende quindi non solo l'etica
dell'intenzione (il cristianesimo e Kant), ma anche l'etica della
responsabilita' (Weber e Jonas) assolutamente inefficaci, perche' la loro
capacita' di ordinamento e' enormemente inferiore all'ordine di grandezza di
cio' che si vorrebbe ordinare.
*
L'ideale platonico di un'etica che, congiuntamente alla poltica, regola le
tecniche, e' definitivamente tramontato, cosi' come e' tramontata
l'ideologia della neutralita' della scienza e della tecnica sotto il profilo
etico. La' infatti dove il fare tecnologico, crescendo su se stesso per
autoproduzione, genera conseguenze che sono indipendenti da qualsiasi
intenzione diretta, e imprevedibili quanto ai loro esiti ultimi, sia l'etica
dell'intenzione, sia l'etica della responsabilita' assaporano una nuova
impotenza, che non e' piu' quella tradizionale misurata dalla distanza tra
l'ideale e il reale, ma quella ben piu' radicale che si incontra quando il
massimo di capacita' si accompagna al minimo di conoscenza intorno agli
scopi.
Leggo in una delle settanta interviste che Gitta Sereny fece a Franz Stangl,
direttore generale del campo di sterminio di Treblinka, oggi raccolte in un
libro che ha per titolo In quelle tenebre (Adelphi, Milano), che alla
domanda: "Che cosa provavate quando compivate quegli eccidi?", Franz Stangl
risponde: "Quello era il nostro lavoro. Il lavoro di uccidere con il gas e
bruciare cinque e in alcuni campi fino a ventimila persone in ventiquattro
ore esigeva il massimo di efficienza. Nessun gesto inutile, nessun attrito,
niente complicazioni, niente accumulo. Arrivavano e, tempo due ore, erano
gia' morti. Questo era il sistema. L' aveva escogitato Wirth. Funzionava. E
dal momento che funzionava era irreversibile".
Se prima di indignarci di fronte a una simile difesa riflettessimo sul fatto
che gli autori di quei crimini, o per lo meno molti di loro senza i quali
l'ente di gestione criminale non avrebbe potuto funzionare, non si sono
comportati nelle situazioni in cui commisero i loro crimini molto
diversamente da come erano abituati a comportarsi nell'esercizio del loro
lavoro, e come ciascuno di noi e' invitato a comportarsi quando inizia il
suo lavoro in un'organizzazione, allora comprendiamo quanto, nelle societa'
tecnologicamente avanzate, sia difficile, se non addirittura impossibile,
creare condizioni perche' nasca un'etica della responsabilita'.
Infatti la divisione del lavoro che vigeva nell'apparato di sterminio di
Treblinka e che oggi vive in ogni struttura aziendale fa si' che all'interno
di un apparato produttivo tecnicizzato, l'operatore, sia esso un lavoratore,
un impiegato, un funzionario, un dirigente, non ha piu' niente a che fare
con il prodotto finale, anzi gli e' tecnicamente impedito, per la
parcellizzazione dei processi lavorativi, di intendere realmente l'esito
ultimo a cui portera' la sua azione.
In questo modo l'operatore non solo diventa irresponsabile, ma addirittura
gli e' precluso anche il diritto alla cattiva coscienza, perche' la sua
competenza e' limitata alla buona esecuzione di un compito circoscritto,
indipendentemente dal fatto che, concatenandosi con gli altri compiti
circoscritti previsti dall'apparato, la sua azione approdi ad una produzione
di armi o a una fornitura alimentare.
Limitando l'agire a quello che nella cultura tecnologica si chiama button
pushing (premere il bottone), la tecnica sottrae all'etica il principio
della responsabilita' personale, che era poi il terreno su cui tutte le
etiche tradizionali erano cresciute. E questo perche' chi preme il bottone
lo preme all'interno di un apparato dove le azioni sono a tal punto
integrate e reciprocamente condizionate che e' difficile stabilire se chi
compie un gesto e' attivo o viene a sua volta azionato.
In questo modo il singolo operatore e' responsabile solo della modalita' del
suo lavoro, non della sua finalita', e con questa riduzione della sua
competenza etica si sopprimono in lui le condizioni dell'agire, per cui
anche l'addetto al campo di sterminio con difficolta' potra' dire di aver
"agito", ma per quanto orrendo cio' possa sembrare, potra' dire di si', che
ha soltanto "lavorato". E questo vale ancora oggi sia per chi lavora nelle
grandi fabbriche d'armi, sia nei centri studio per la sperimentazione delle
armi nucleari, sia nelle modeste fabbriche di mine antiuomo che per anni e
anni continueranno a esplodere.
*
La mostruosita' che l'apparato nazista ha inaugurato, e che poi e' diventato
il paradigma di ogni produzione aziendale, e' la discrepanza tra la nostra
capacita' di produzione che e' illimitata e la nostra capacita' di
immaginazione che e' limitata per natura, e comunque tale da non consentirci
piu' di comprendere e al limite di considerare "nostri" gli effetti che
l'inarrestabile progresso tecnico e' in grado di provocare.
Quel che si e' detto per l'immaginazione vale anche per la percezione:
quanto piu' si complica l'apparato in cui siamo incorporati, quanto piu' si
ingigantiscono i suoi effetti, tanto meno vediamo, e piu' ridotta si fa la
nostra possibilita' di comprendere i procedimenti di cui noi siamo parti e
condizioni.
Questo scarto tra produzione tecnica da un lato e immaginazione e percezione
umana dall' altro rende il nostro sentimento inadeguato rispetto alle nostre
azioni che, al servizio della tecnica, producono qualcosa di cosi' smisurato
da rendere il nostro sentimento incapace di reagire. Il troppo grande ci
lascia freddi perche' il nostro meccanismo di reazione si arresta appena
supera una certa grandezza e allora, da analfabeti emotivi, assistiamo oggi
a milioni di trucidati nelle guerre locali sparse per il mondo, a milioni di
inermi che ogni anno muoiono di stenti e malattie, come un giorno ai sei
milioni di ebrei e zingari sterminati nei lager, come scrive Guenther Anders
in Noi figli di Eichmann (editrice La Giuntina, Firenze).
*
Ma la categoria della responsabilita', come scrive Adriano Zamperini nel suo
bellissimo saggio, se da un lato e' cio' "che le organizzazioni tendono a
sopprimere in quanto fonte di azione autonoma, quindi imprevedibile per la
stessa organizzazione e ostile all'ordine", dall'altro e' la categoria che
non si esita a impiegare quando l'organizzazione vuole ridurre il carico dei
suoi oneri. E' il caso delle assicurazioni a proposito degli incidenti,
delle istituzioni sociali a proposito della devianza, delle professioni a
proposito degli infortuni, persino delle relazioni di coppia dove,
ricorrendo al criterio della responsabilita', marito e moglie si
improvvisano "giuristi ingenui", per non parlare della medicina preventiva
che, piu' va diffondendosi come pratica e come mentalita', piu' tende a
visualizzare i malati come "vittime responsabili" a causa della loro
condotta di vita.
E allora inevitabile sorge il dubbio: non e' che il principio di
responsabilita', da cui gli individui sono esonerati in quanto membri di
un'organizzazione, e di cui invece sono caricati in quanto singoli
individui, sia un magnifico espediente che consente alle organizzazioni e
agli apparati di muoversi al di fuori di ogni responsabilita', per poi
scaricare errori e inefficienze sui singoli individui, in questo caso
responsabili di non aver preso le giuste misure, per ignoranza delle norme,
per disattenzione, per scarsa prevenzione, o semplicemente perche' la vita
e' cosi' complicata che non si puo' prestare attenzione a tutto?
*
Il problema resta aperto e ancora tutto da pensare. Quel che e' certo e' che
le etiche tradizionali, cristiane o laiche che siano, nelle societa'
complesse non servono piu', e l'etica della responsabilita', di cui si sente
un gran bisogno, e' ancor oggi applicata con due pesi e due misure, se e'
vero che i singoli individui ne sono esonerati in quanto membri di
un'organizzazione, e ne sono invece sommamente caricati come singoli quando
devono vedersela con le organizzazioni, siano esse politiche,
amministrative, giudiziarie, mediche, assistenziali, in una condizione di
alta contraddizione che il libro di Adriano Zamperini documenta con grande
lucidita', e non so dire se con drammatica o simpatica ironia.

5. LIBRI. BRUNELLA CASALINI PRESENTA "NEI LIMITI DELLA RAGIONE" DI FRANCESCA
DI DONATO
[Dal sito dell'Universita' degli studi di Bari www.swif.uniba.it riprendiamo
la seguente recensione, del novembre 2004, del libro di Francesca Di Donato,
Nei limiti della ragione. Il problema della famiglia in Kant, Plus, Pisa
2004.
Brunella Casalini (Orbetello, 1963) e' ricercatrice presso la facolta' di
scienze politiche dell'Universita' di Firenze; ha conseguito il titolo di
dottoressa di ricerca in filosofia politica presso l'Universita' di Pisa;
dal 1999 al 2001 e' stata professoressa incaricata di storia delle dottrine
politiche. Opere di Brunella Casalini: Antropologia, filosofia e politica in
John Dewey, Morano, Napoli 1995; Nei limiti del compasso: Locke e le origini
della cultura politica e costituzionale americana, Mimesis, 2002; I rischi
del materno. Pensiero politico femminista e critica del patriarcalismo tra
Sette e Ottocento, Plus, Pisa 2004; ha curato l'edizione di Mary
Wollstonecraft, I diritti degli uomini. Risposta alle riflessioni sulla
rivoluzione, Plus, Pisa 2002.
Francesca Di Donato lavora in ambito universitario su temi di scienze della
politica e di filosofia politica; e' redattrice del "Bollettino telematico
di filosofia politica", collabora al progetto "HyperJournal", un software
open source per l'Open Publishing nelle scienze umane e sociali; il suo
principale interesse di ricerca e' la filosofia politica di Kant; dal 2000
al 2003 si e' inoltre occupata in particolare di teoria femminista; dal 2004
si occupa del problema della liberta' dell'informazione. Tra le opere di
Francesca Di Donato: La teoria femminista: una bibliografia, in "Bollettino
telematico di filosofia politica", 2000-2004; Nei limiti della ragione. Il
problema della famiglia in Kant, Plus-Methexis, Pisa 2004; Verso uno
European Citation Index for the Humanities. Cosa possono fare i ricercatori
per la comunicazione scientifica, in "Bollettino telematico di filosofia
politica", novembre 2004; I media telematici come strumento per la
comunicazione del sapere, in "Bollettino telematico di filosofia politica",
maggio 2005; Conoscenza e pubblicita' del sapere. Le condizioni della
repubblica scientifica a partire dall'Architettonica della ragion pura di
Kant, in "Bollettino telematico di filosofia politica", giugno 2005]

Mosso dall'esigenza di mettere in discussione la concezione tradizionale
della sfera domestica, i suoi presupposti e principi fondativi, il pensiero
femminista ha offerto in ambito filosofico-politico un contributo
fondamentale: la rilettura dei classici a partire da un punto di vista
inedito, quello della famiglia, della sua collocazione e del suo ruolo
rispetto alla dimensione statale. L'idea che "il personale e' politico" ha
inaugurato una discussione sulla dicotomia tra pubblico e privato, da cui
sono derivati lavori pionieristici - come le opere di un'autrice purtroppo
prematuramente scomparsa: Susan Moller Okin - e un numero ormai consistente
di Companion scritti in una prospettiva di genere. Nel solo catalogo della
Pennsylvania University Press - come ricorda la stessa Di Donato - figurano
ben diciotto titoli dedicati alle interpretazioni femministe dei classici
della filosofia.
*
Nell'ambito di questi studi, Kant ha ricevuto un trattamento particolare. La
filosofia di genere, infatti, si e' soffermata principalmente sulle
implicazioni derivanti dall'universalismo etico, e lo ha fatto - come spiega
la Di Donato (cfr. cap. II) - da due distinte posizioni.
La prima ha plaudito al potenziale emancipativo insito nell'universalismo
kantiano, rilevando tuttavia - sulla base di scritti quali le Osservazioni
sul sentimento del bello e del sublime (1764) e l'Antropologia dal punto di
vista pragmatico (1798) - la scarsa coerenza di Kant rispetto ai suoi stessi
principi e la tendenza, che emerge nelle opere di carattere
storico-antropologico, ad indulgere nei pregiudizi del tempo circa
l'esistenza di una precisa gerarchia tra i sessi.
La seconda posizione, inaugurata dalla riflessione di Luce Irigaray (qui
oggetto di un'attenta disamina, cap. II.3), ha invece rigettato l'apporto
filosofico kantiano proprio per il carattere imparziale e astratto di un
universalismo che non riesce a tenere conto del contesto, dei sentimenti e,
in ultima analisi, della differenza sessuale.
Sia l'impegno critico nei confronti dell'universalismo etico kantiano sia
l'attenzione prestata ai giudizi che Kant esprime sulla debolezza e scarsa
razionalita' femminile, quando si muove sul piano storico-pragmatico, hanno
portato gli studi di genere (con l'unica eccezione di un breve saggio del
1993 ad opera di Barbara Herman) a trascurare l'analisi delle ragioni per
cui, nella Rechtslehre, viene inventato un terzo titolo di acquisto, il
diritto personale di specie reale, al fine di formulare una teoria
sistematica della famiglia.
*
Il carattere innovativo di questa soluzione kantiana e' al centro del lavoro
di Francesca Di Donato, che costituisce una rielaborazione della sua tesi di
dottorato, ed e' ospitato nella collana Methexis, disponibile anche on-line
(http://bfp.sp.unipi.it/ebooks). Un lavoro che si segnala sia per
originalita' sia per rigore filologico e che, per entrambi questi motivi, e'
senz'altro degno d'attenzione tanto da parte di coloro che sono interessati
agli studi di genere quanto da parte di chi, invece, predilige gli studi
kantiani.
Non e' possibile nello spazio di una recensione rendere conto, neppure
minimamente, della complessita' di questo volume; piu' modestamente, quindi,
cerchero' di sintetizzare alcune delle tesi principali intorno a cui e'
costruito.
*
Comincero', per questo, dalla definizione del diritto personale di specie
reale, cercando poi di illustrare le implicazioni che da esso l'autrice
deriva su due piani distinti: quello dell'interpretazione della filosofia
politica di Kant e quello della teoria di genere.
Il diritto personale di specie reale e' introdotto nella prima parte della
Metafisica dei costumi, dopo i diritti reali e i diritti personali; ed e'
dedotto da tre elementi fondamentali dell'esperienza umana: la sessualita',
la nascita e i rapporti di cura o di dipendenza. Kant prende le mosse dalla
constatazione che e' nella natura stessa dei rapporti tra i coniugi, tra
genitori e figli e infine tra padrone di casa e servitori - secondo la
tripartizione kantiana presente al paragrafo 23 della Rechtslehre - il
rischio di situazioni asimmetriche: le relazioni familiari, infatti, possono
prescindere dal consenso (il bambino, per esempio, non sceglie di entrare in
famiglia) e possono comportare un processo di reificazione, come nel caso
della relazione sessuale. Il diritto personale di specie reale rende conto
di questo tratto distintivo della realta' familiare e interviene al fine di
stabilire le condizioni a priori affinche' la comunita' domestica possa
assurgere a comunita' morale, a comunita' di esseri liberi (Gemeinschaft
freier Wesen), al cui interno e' rispettato l'imperativo categorico di
trattare l'altro sempre come fine e mai solo come mezzo.
E' particolarmente interessante in proposito l'analisi kantiana del rapporto
sessuale. Dopo averlo definito, nel paragrafo 24 della Rechtslehre, come
"l'uso reciproco degli organi e delle facolta' sessuali di due esseri
umani", Kant spiega perche' il matrimonio deve considerarsi "necessario -
come scrive la Di Donato - secondo le leggi giuridiche della ragion pratica
se un uomo e una donna vogliono godere reciprocamente delle proprie facolta'
sessuali" (p. 26). Nel rapporto sessuale, abbandonandosi all'altro, l'uomo
si riduce a cosa, negando il diritto all'umanita' della propria persona.
Questo processo di reificazione (Verdingung) non e' sanato dalla mera
condizione della reciprocita', che pure e' necessaria (come sottolinea anche
il divieto della poligamia) affinche' vi sia un equilibrio tra le parti,
ovvero perche' esso avvenga tra persone libere, uguali e consenzienti. Il
rapporto sessuale e' salvato sul piano morale solo dal matrimonio perche',
secondo Kant - sottolinea la Di Donato -, "solo fornendo garanzie ai
soggetti coinvolti e' possibile l'uguaglianza della coppia: derivando
dall'obbligo di non formare una unione sessuale altrimenti che per mezzo del
matrimonio, la societa' domestica nasce come una comunita' civile che, in
quanto istituzione socialmente necessaria, riconosce all'uomo e alla donna
la soggettivita' giuridica (dunque morale), poiche' e' in grado di
compensare reciproche mancanze" (p. 29).
*
La stessa necessita' di introdurre le condizioni giuridiche che possano
consentire di trattare le persone come uguali, anche quando una delle parti
potrebbe trovarsi in condizioni di debolezza, quando cioe' la relazione
rischia di essere asimmetrica, si ritrova nella trattazione dei diritti del
bambino, fintanto che permane nella condizione di minore.
"La necessita' del titolo misto, come nel diritto coniugale - osserva la Di
Donato -, ha origine dal bisogno di proteggere il piu' debole; il bambino,
che nasce senza averlo chiesto, e' totalmente dipendente da altri per la
propria sopravvivenza, al punto da poter essere ripreso come se fosse un
oggetto" (p. 38). Il bambino (Kant non fa distinzione in proposito tra sesso
maschile e femminile) deve essere considerato dai genitori nella sua
qualita' di persona e di "cittadino del mondo" (Weltbuerger): nato senza il
suo consenso, ma dotato del diritto innato alla liberta', egli gode, per
Kant, di una "cittadinanza cosmopolitica" (p. 186).
*
La teoria sistematica della famiglia formulata sul piano metafisico, ovvero
sul "piano dei principi formali di una filosofia pratica che ha per oggetto
non la natura, ma la liberta' dell'arbitrio" (p. 60), rivela un Kant
consapevole del ruolo che il diritto ha nel disegnare i confini della sfera
privata e, insieme, sorprendentemente attento ad assegnare ad esso compiti
di riforma, volti a riequilibrare le asimmetrie di potere che possono
sussistere nelle relazioni familiari. Questo Kant, poco frequentato dalla
critica, lascia, tuttavia, aperti una serie di interrogativi, a cui
meticolosamente la Di Donato tenta di dare delle risposte, ampliando il
proprio raggio di attenzione a tutte le opere in cui Kant fa accenni,
seppure non sistematici, al tema della famiglia, spesso proponendo
interessanti confronti tra la comunita' domestica, la chiesa e lo stato: tra
queste la Risposta alla domanda cos'e l'Illuminismo (1784), Sul detto
comune: questo puo' essere giusto in teoria ma non vale per la pratica
(1793), e la Religione entro i limiti della semplice ragione (1792-94).
*
Una delle questioni piu' controverse e' evidentemente quella relativa alla
coerenza kantiana. Le critiche femministe a Kant si sono spesso incentrate
sui riferimenti ai generi maschile e femminile presenti - come ho ricordato
sopra - nelle Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime e
nell'Antropologia dal punto di vista pragmatico. In questi scritti Kant e'
assai poco generoso verso il gentil sesso e ricalca spesso e volentieri
pregiudizi socialmente diffusi all'epoca. Come si conciliano queste
posizioni con il suo universalismo? La risposta si puo' trovare, secondo
l'autrice, percorrendo contemporaneamente due strade: la prima consiste nel
prendere sul serio la distinzione kantiana tra piano metafisico e piano
storico-antropologico; la seconda nel confrontare la concezione kantiana
della famiglia con quella di autori coevi.
Prendere sul serio la distinzione tra piano storico-antropologico e piano
metafisico significa ricordare - come spiega la Di Donato - che la
"Rechtslehre non intende dare ragione di un'istituzione storica; al
contrario, essa vuol stabilire su quali principi e' possibile istituire una
relazione morale che renda legittime le relazioni familiari, prima tra tutte
quella tra adulti consenzienti che desiderano 'condividersi' anche
fisicamente, e in secondo luogo il rapporto del bambino con i genitori come
prima comunita' morale in cui un essere umano si trova a far parte" (p. 61).
Leggendo Kant bisogna dunque tenere sempre presente quando egli si muove su
un terreno storico, come in molti dei passi incriminati dalla critica
femminista, e quando invece sale sul piano metafisico delle condizioni
formali o di possibilita'. Se nel primo caso non si distacca dai pregiudizi
del tempo, nel secondo la sua posizione appare piu' radicale di quella di
autori suoi contemporanei come von Hippel (cfr. pp. 59-60) e Fichte (cfr.
cap. III, 3), e avvicinabile, in un fortunato quanto inconsueto confronto,
con le posizioni di Mary Wollstonecraft (cfr. cap. III.1).
Nonostante le molte distanze, geografiche, culturali, biografiche, che
separano la giovane e scapigliata scrittrice inglese dall'austero filosofo
prussiano, e' proprio dal dialogo tra le loro posizioni che sembra emergere
la possibilita' di una piu' pacata valutazione della posizione kantiana sul
tema della famiglia. E', infatti, proprio sulla base della tensione
esistente tra costume, manners e morale che la stessa Wollstonecraft
critica, con non minore severita' e misoginia di Kant, la condotta di vita
delle proprie contemporanee e chiede una riforma dell'istruzione che possa
produrre una trasformazione della famiglia all'altezza dei cambiamenti
intervenuti nella sfera pubblico-politica con l'abbattimento del
patriarcalismo politico. In primo piano entrambi gli autori pongono una
riforma della famiglia che sia in grado farne la "prima scuola di
moralita'". Quella scuola di moralita' necessaria a creare, per la
Wollstonecraft, il futuro cittadino repubblicano; per Kant, il cittadino
della futura repubblica mondiale; per entrambi, un individuo che sappia
pensare con la propria testa.
"Nella Rechstlehre, famiglia, societa' politica e repubblica mondiale -
scrive la Di Donato - si configurano come cerchi concentrici, i cui confini
fungono da garanzia per i piu' deboli, e non limite all'espansione dei
diritti di cui il bambino nasce titolare, e che puo' rivendicare sia nei
confronti della comunita' domestica, sia verso la comunita' umana in
generale. Il progetto kantiano per la pace perpetua richiede che gli stati
siano repubbliche, e che i rapporti tra queste siano regolati dal diritto;
tale progetto richiede, inoltre, che le famiglie e le comunita' domestiche
si trasformino in comunita' morali in cui il diritto crei le condizioni per
il rispetto dell'autonomia dei soggetti coinvolti" (p. 209).
*
Nel capitolo conclusivo, dal titolo "Progettare la famiglia", l'autrice
abbandona il terreno dell'interpretazione kantiana per considerare le
implicazioni che la teoria della famiglia formulata nella Rechtslehre
potrebbe avere all'interno di una filosofia politica di genere interessata a
"postulare non tanto una generale o particolare differenza delle donne,
quanto l'universale uguaglianza tra i sessi" (p. 202). L'idea kantiana dalla
quale il femminismo dovrebbe ripartire e' relativa al potenziale creativo
del diritto, alla sua dimensione progettuale, che, se basata su presupposti
che siano sottoposti ad una aperta discussione pubblica, possono offrire
valide garanzie a favore dei soggetti piu' deboli. Oltre ad indicazioni di
metodo, si possono trovare pero' in Kant, secondo la Di Donato, anche
importanti indicazioni di merito che potrebbero essere utilizzate per andare
oltre Kant, emendando la teoria - come suggeriva lo stesso filosofo
prussiano - alla luce di una realta' mutata. In particolare, la distinzione
operata da Kant tra i momenti del contratto sessuale, del contratto di
nascita e del contratto di cura, ciascuno dei quali implica specifiche
condizioni, potrebbe essere la base di partenza per ripensare un'istituzione
familiare che oggi sempre piu' sul piano giuridico dovrebbe confrontarsi non
con un unico modello, ma con una pluralita' di modelli di famiglia.

6. DIBATTITO. BENITO D'IPPOLITO: DA UNA LETTERA AL CARO AMICO GIOFFREDO
RUDELLO
[Ringraziamo il nostro buon amico Benito D'Ippolito per questo intervento.
Benito D'Ippolito e' un collaboratore del "Centro di ricerca per la pace" di
Viterbo]

Ah, se questi intellettuali
prima di parlare di nonviolenza
volessero capire di cosa parlano, s'informassero
sul significato delle parole che usano
volessero conoscere le storiche esperienze
e teoretiche le avventure
di ahimsa e satyagraha, e solo allora
si alzassero in piedi nell'assemblea e per una volta
tacessero.

Ah, se queste persone amiche
della nonviolenza volessero per una volta
seguire quel saggio di Pericle consiglio.

Ah, se tu, ed io, e il buon Omero matematico persiano
potessimo una buona volta
trovare la verita' che da' pace
in un buon bicchiere di vino.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1024 del 16 agosto 2005

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