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La nonviolenza e' in cammino. 1028



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1028 del 20 agosto 2005

Sommario di questo numero:
1. Flavio Lotti e Grazia Bellini: Otto giorni contro la miseria, la guerra e
il terrorismo
2. Enrico Peyretti: Sulla violenza verbale dei pacifici
3. Maria G. Di Rienzo: Notizie dal Pakistan
4. Luisa Morgantini: Donne a Gerusalemme per la pace e la giustizia
5. Marco Revelli: Il nostro dopoguerra
6. Giobbe Santabarbara: Un anno e mezzo dopo
7. Maria Luigia Casieri presenta "Cattiva maestra televisione" di Karl R.
Popper e John Condry
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. INIZIATIVE. FLAVIO LOTTI E GRAZIA BELLINI: OTTO GIORNI CONTRO LA MISERIA,
LA GUERRA E IL TERRORISMO
[Dalla Tavola della pace (per contatti: info at perlapace.it) riceviamo e
diffondiamo. Flavio Lotti e Grazia Bellini sono i coordinatori nazionali
della Tavola della pace, la principale rete pacifista italiana]

Cari amici,
come sapete, il prossimo 11 settembre si svolgera' la marcia Perugia-Assisi
per la giustizia e la pace. Una marcia importante, alla vigilia del vertice
dei capi di stato dell'Onu, contro la miseria, la guerra, il terrorismo e
l'unilateralismo.
Come potete vedere dal programma allegato, la Marcia sara' preceduta e
seguita da numerose iniziative (dal 7 al 14 settembre 2005) con le quali
cercheremo di riflettere e progettare insieme sull'informazione, la
comunicazione e la pace, la politica e il ruolo dell'Italia nel mondo, la
miseria, la guerra e il futuro dell'Onu.
Ciascuna di queste iniziative e' frutto di un'intensa preparazione
collettiva ed e' destinata a definire proposte e programmi di lavoro comune.
Vi prenderanno parte giornalisti, politici, amministratori locali ed
esponenti di centinaia di organizzazioni di tutto il mondo.
Vi rinnoviamo l'invito ad aderire e ad intervenire.
Molte delle peggiori preoccupazioni che ci avevano spinto ad organizzare
questa nuova serie di iniziative sono drammaticamente balzate alla cronaca
con il loro carico di morte e inquietudini. Miseria, guerra e terrorismo
continuano a mietere vittime innocenti, e tutti coloro che avvertono la
responsabilita' di costruire un argine alla violenza e alla follia
dilagante, debbono unire le loro voci.
Vi inviamo i piu' cordiali saluti.
Flavio Lotti e Grazia Bellini, coordinatori nazionali della Tavola della
pace
*
Prospetto delle principali iniziative
Alla vigilia del vertice dei capi di stato delle Nazioni Unite, la Tavola
della pace, il Coordinamento nazionale degli enti locali per la pace e i
diritti umani, insieme a centinaia di enti locali e associazioni organizzano
otto giorni contro la miseria, la guerra, il terrorismo e l'unilateralismo,
dal 7 al 14 settembre 2005.
- Perugia, mercoledi' 7 settembre 2005, ore 15-19, Sala Brugnoli, Palazzo
Cesaroni: Per un'informazione e una comunicazione di pace. Incontro degli
operatori della comunicazione e degli operatori di pace.
- Perugia, 8/10 settembre 2005, ore 15,30, Sala dei Notari, Palazzo dei
Priori: sesta Assemblea dell'Onu dei popoli: contro la miseria, la guerra,
il terrorismo e l'unilateralismo, democratizziamo e rafforziamo le Nazioni
Unite, salviamo l'Onu, i diritti umani, la democrazia, la legalita', la
giustizia e la liberta'.
- Terni, 8/10 settembre 2005, ore 9, Biblioteca Comunale di Terni: seconda
Assemblea dell'Onu dei giovani. Dire, fare, comunicare la pace, lavoro,
democrazia, per un mondo piu' giusto.
- Domenica 11 settembre 2005, ore 9, Perugia, Giardini del Frontone; ore 15,
Assisi, Rocca Maggiore: marcia Perugia-Assisi per la giustizia e la pace.
Mettiamo al bando la miseria e la guerra. Riprendiamoci l'Onu. Io voglio. Tu
vuoi. Noi possiamo.
- Dal 12 al 14 settembre 2005 in piu' di cento citta' italiane si
svolgeranno centinaia di manifestazioni per la giustizia e la pace con la
partecipazione di oltre 150 esponenti della societa' civile di tutto il
mondo.
*
Per adesioni e informazioni:
- Tavola della pace, via della viola 1, 06122 Perugia, tel. 0755736890, fax:
0755739337, e-mail: 11settembre at perlapace.it, sito: www.tavoladellapace.it
- Coordinamento nazionale degli enti locali per la pace e i diritti umani,
via della Viola 1, 06122 Perugia, tel. 0755722479, fax: 0755721234, e-mail:
info at entilocalipace.it, sito: www.entilocalipace.it
L'elenco completo dei promotori e' sul sito della Tavola della pace.

2. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: SULLA VIOLENZA VERBALE DEI PACIFICI
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
intervento. Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di
questo foglio, ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno
di pace e di nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha
fondato con altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il
foglio", che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel
Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian
Peace Research Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro
Interatenei Studi per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo
comitato della rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione
col Centro Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento
Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora
a varie prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del
"non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto
il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; e' disponibile nella rete telematica la
sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia
storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente
edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il
principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha
curato la traduzione italiana), e una recente edizione aggiornata e' nei nn.
791-792 di questo notiziario; vari suoi interventi sono anche nei siti:
www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e alla pagina web
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu' ampia
bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15
novembre 2003 di questo notiziario]

Carissimo,
la tua riflessione e richiamo sulla violenza verbale dei pacifici mi tocca
personalmente.
Ho coscienza e confesso di non essere senza questo peccato.
Pero', un lato diverso vorrei accostare: penso alle invettive di Gesu'
(Matteo 23 e passi paralleli in Marco e Luca), che sono terribili (a meno
che il tono e i termini non siano accentuati fortemente dai redattori dei
vangeli; e comunque il linguaggio semitico non va per il sottile). Ma sono
invettive contro gli ipocriti, non contro i peccatori, neppure i violenti.
Si puo' dire: solo l'uomo piu' puro e' libero di lanciare i giudizi e le
verita' piu' dure.
Si puo' replicare: quel piccolo grado di purezza a cui cerchiamo di
avvicinarci, almeno col desiderio, ci obbliga a dire pane al pane, a
chiunque. "Dire la verita' al potere", mi sembra una parola di Gandhi. E, in
genere, molti profeti, fino a don Milani, a Turoldo, parlano anche parole di
fuoco.
Si deve comunque, sicuramente, non odiare, non disprezzare, neppure chi
odia, se si vuole ridurre l'odio nel mondo, come dice - e fa - mirabilmente
Etty Hillesum, sotto la tempesta nazista.
E' possibile dire verita' dure, che offendono chi offende la verita', in
purezza di cuore?
Entrambe le cose bisogna imparare: purezza e franchezza (la democratica ed
evangelica "parresia", il dire tutto).
Gesu' mando' i discepoli promettendo che "nel suo nome" avrebbero preso in
mano serpenti e bevuto veleni senza morirne (Marco 16, 18). Interpreto:
avrebbero guardato, toccato e dichiarato il male senza esserne contaminati.
Condannati come lui, magari, ma non contaminati.
Oggi i suoi discepoli (io vorrei esserlo) peccano di piu' per troppa pavida
prudenza (paura di contaminazione) o per troppa audace liberta' di atti e
parole nel denunciare serpenti e veleni?
Purche' soffra per il male che vede, e di piu' per il fratello che fa cose
malvagie, purche' voglia scuoterlo e indurlo a riflettere e non giudicarlo,
purche' si faccia carico del suo male e non se ne dissoci ipocritamente, chi
grida una denuncia sente in se' che lo stesso bruciore dell'accusa purifica
il cuore di lui che parla.
Non e' chiuso qui il discorso, naturalmente.

3. MONDO. MARIA G. DI RIENZO: NOTIZIE DAL PAKISTAN
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo intervento. Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici
di questo foglio; prestigiosa intellettuale femminista, saggista,
giornalista, regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto
rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento
di Storia Economica dell'Universita' di Sidney (Australia); e' impegnata nel
movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta'
e in difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza; e' coautrice
dell'importante libro: Monica Lanfranco, Maria G. Di Rienzo (a cura di),
Donne disarmanti, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2003]

Il coraggio e la determinazione sono quanto Shad Begum sta opponendo a mesi
di intimidazioni. Ha 26 anni, lavora come assistente sociale, ed e'
candidata alle elezioni provinciali in Pakistan.
Come sapete, estremisti religiosi ultraconservatori stanno facendo di tutto
per fermare la presentazione nelle liste delle donne candidate. I rischi
stanno diventando mortali: lo scorso mese Zubaida Begum (omonima ma non
parente), nota attivista per i diritti delle donne, e' stata uccisa a colpi
di arma da fuoco in un agguato.
Le aree a dominio tribale Pashtun, in Pakistan, assomigliano molto
all'Afghanistan sotto il dominio talebano (si situano in effetti sulla
frontiera fra i due paesi) e recentemente hanno tentato di introdurre un
codice regionale che prevedeva l'obbligatorieta' del velo, la reclusione in
casa delle donne, che non avrebbero potuto uscirne se non accompagnate da un
parente maschio, e cosi' via. Tale codice e' stato rigettato dalla Corte
Suprema.
Shad Begum ha un piccolo e spartano ufficio nel proprio villaggio, nel
distretto di Dir. Dice che non e' spaventata dal confronto con i patriarchi
ed i politici che non vogliono le donne in politica. "Sfruttano
l'analfabetismo di quest'area, e giustificano le loro azioni in nome della
religione e delle tradizioni. In verita', stanno solo facendo i propri
interessi. Molti influenti leader religiosi e politici sono andati a
minacciare mio padre e mio fratello, nel tentativo di farmi ritirare la
candidatura. Andare da mio marito sarebbe inutile, perche' mi sostiene.
Spera che sua moglie e altre donne aprano una nuova era nel distretto di
Dir".
*
Muhammad Rasool Khan, del Jammat-e-Islami, uno dei partiti che si sono spesi
molto per escludere le donne dalle elezioni, "in accordo con l'Islam e le
tradizioni", batte proprio sul tasto dell'analfabetismo: "La maggior parte
delle donne sono illetterate, non sanno niente. Percio', come potrebbero
prendere parte al processo elettorale?".
Siraj ul-Haq, anziano membro dellíAlleanza islamica, il partito che
controlla la provincia dal 2002, aggiunge: "Noi rispettiamo le donne,
conosciamo i loro diritti molto bene: la cosa migliore che si puo' fare per
loro, nel loro interesse, e' farle rimanere dentro le case".
"Ipocriti, risponde Shad, Tutti i partiti pakistani, compresi quelli ad
ispirazione islamica, accettano candidature femminili di richiamo, a livello
nazionale. Ma rifiutano di condividere il potere con le donne alla base.
L'idea che le donne non siano interessate alle elezioni a livello locale e'
sbagliata. Le questioni della vita di tutti i giorni, discusse nei consigli
che verranno eletti, sono importanti per le donne come per gli uomini. Nella
nostra zona le donne stanno fronteggiando molti problemi. Non hanno accesso
all'istruzione, non hanno garanzie sanitarie di base. Cos'hanno fatto i
politici per loro, sino ad ora? Niente, a parte confinarle dentro le quattro
mura delle loro case".
Oggi, 18 agosto, si vota. Si votera' anche il 25. Molti anziani dei consigli
dei villaggi hanno decretato che le donne non devono uscire di casa durante
questi due giorni. Ma Shad Begum, madre di due bimbi, andra' a votare,
assieme alle altre cento donne del suo distretto che si sono candidate e non
hanno ceduto alle richieste di ritirarsi.
Auguri di cuore, sorelle.

4. INCONTRI. LUISA MORGANTINI: DONNE A GERUSALEMME PER LA PACE E LA
GIUSTIZIA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 14 agosto 2005. Luisa Morgantini (per
contatti: lmorgantini at europarl.eu.int), parlamentare europea e presidente
della delegazione del Parlamento Europeo al Consiglio legislativo
palestinese, fa parte delle Donne in nero e dell'Associazione per la pace;
il seguente profilo di Luisa Morgantini abbiamo ripreso dal sito
www.luisamorgantini.net: "Luisa Morgantini e' nata a Villadossola (No) il 5
novembre 1940. Dal 1960 al 1966 ha lavorato presso l'istituto Nazionale di
Assistenza a Bologna occupandosi di servizi sociali e previdenziali. Dal
1967 al 1968 ha frequentato in Inghilterra il Ruskin College di Oxford dove
ha studiato sociologia, relazioni industriali ed economia. Dal 1969 al 1971
ha lavorato presso la societa' Umanitaria di Milano nel settore
dell'educazione degli adulti. Dal 1970 e fino al 1999 ha fatto la
sindacalista nei metalmeccanici nel sindacato unitario della Flm. Eletta
nella segreteria di Milano - prima donna nella storia del sindacato
metalmeccanico - ha seguito la formazione sindacale e la contrattazione per
il settore delle telecomunicazioni, impiegati e tecnici. Dal 1986 e' stata
responsabile del dipartimento relazioni internazionali del sindacato
metalmeccanico Flm - Fim Cisl, ha rappresentato il sindacato italiano
nell'esecutivo della Federazione europea dei metalmeccanici (Fem) e nel
Consiglio della Federazione sindacale mondiale dei metalmeccanici (Fism).
Dal novembre del 1980 al settembre del 1981, in seguito al terremoto in
Irpinia, in rappresentanza del sindacato, ha vissuto a Teora contribuendo
alla ricostruzione del tessuto sociale. Ha fondato con un gruppo di donne di
Teora una cooperativa di produzione, "La meta' del cielo", che e' tuttora
esistente. Dal 1979 ha seguito molti progetti di solidarieta' e cooperazione
non governativa con vari paesi, tra cui Nicaragua, Brasile, Sud Africa,
Mozambico, Eritrea, Palestina, Afghanistan, Algeria, Peru'. Si e' misurata
in luoghi di conflitto entro e oltre i confini, praticando in ogni luogo
anche la specificita' dell' essere donna, nel riconoscimento dei diritti di
ciascun essere umano: nelle rivendicazioni sindacali, con le donne contro la
mafia, contro l'apartheid in Sud Africa, con uomini e donne palestinesi e
israeliane per il diritto dei palestinesi ad un loro stato in coesistenza
con lo stato israeliano, con il popolo kurdo, nella ex Yugoslavia, contro la
guerra e i bombardamenti della Nato, per i diritti degli albanesi del Kosovo
all'autonomia, per la cura e l'accoglienza a tutte le vittime della guerra.
Attiva nel campo dei diritti umani, si e' battuta per il loro rispetto in
Cina, Vietnam e Siria, e per l'abolizione della pena di morte. Dal 1982 si
occupa di questioni riguardanti il Medio Oriente ed in modo specifico del
conflitto Palestina-Israele. Dal 1988 ha contribuito alla ricostruzione di
relazioni e networks tra pacifisti israeliani e palestinesi. In particolare
con associazioni di donne israeliane e palestinesi e dei paesi del bacino
del Mediterraneo (ex Yugoslavia, Albania, Algeria, Marocco, Tunisia). Nel
dicembre 1995 ha ricevuto il Premio per la pace dalle Donne per la pace e
dalle Donne in nero israeliane. Attiva nel movimento per la pace e la
nonviolenza e' stata portavoce dell'Associazione per la pace. E' tra le
fondatrici delle Donne in nero italiane e delle rete internazionale di Donne
contro la guerra. Attualmente e' deputata al Parlamento Europeo... In Italia
continua la sua opera assieme alle Donne in nero e all'Associazione per la
pace". Opere di Luisa Morgantini: Oltre la danza macabra, Nutrimenti, Roma
2004]

Grandi gazebo situati nel giardino dell'albergo Seven Arches ospitano circa
700 donne provenienti da ogni parte del mondo, cambogiane, giapponesi,
europee, canadesi, australiane, colombiane, sudafricane, serbe, croate,
bosniache e naturalmente palestinesi ed israeliane, ed ancora altre.
Dall'albergo, costruito dai giordani quando ancora dominavano i territori
palestinesi poi occupati degli israeliani nel '67, si puo' vedere la piu'
stupefacente vista della vecchia Gerusalemme, la cupola della moschea si
staglia contro il cielo, le sinagoghe, le chiese cristiane e il muro, quello
antico che circonda la citta' santa, non quello costruito illegamente dal
governo israeliano che annette territorio e divide le famiglie palestinesi.
La tensione e' molto forte in Israele e Palestina, sono i giorni
dell'evacuazione dei coloni da Gaza, Gerusalemme ieri e' stata chiusa, i
palestinesi che la abitano che abbiano un'eta' inferiore ai 45 anni non
possono muoversi. I soldati e la polizia erano ovunque, in attesa della
manifestazione delle migliaia di religiosi venuti a pregare e marciare
contro il piano di ritiro da Gaza.
Le settecento donne invece parlano di pace e di una visione femminista del
mondo, sono parte della rete internazionale delle donne contro la guerra,
donne che hanno scelto di abitare i luoghi del conflitto e che, come diceva
Lepa Mladevic, donna in nero serba, uniscono "la relazione e la cura con la
giustizia". Ieri abbiamo parlato della nostra visione del mondo, del rifiuto
della violenza e della guerra, della necessita' di disarmare eserciti e
menti, dell'assunzione di responsabilita' di ciascuna e della necessita' di
costruire relazioni e di rompere muri e frontiere, consapevoli di essere qui
in un momento che puo' segnare un cambiamento.
Le palestinesi non sono molte, dalla West Bank e Gaza non sono potute venire
, e' vietato, solo qualcuna e' riuscita ad arrivare per vie traverse, e lo
hanno fatto per denunciare la loro condizione di liberta' negate, la loro
lotta per resistere e costruire uno stato palestinese democratico: "libero
dall'occupazione militare israeliana ma anche dei fondamentalismi della
nostra societa'", ha detto Amal Khreshi ed ha continuato Zahira Kamal,
ministra per gli affari delle donne, "siamo qui in un momento di
straordinaria importanza, il ritiro da Gaza puo' essere positivo solo se si
apriranno negoziati che potranno portare alla fine dell'occupazione anche
della Cisgiordania".
Le donne israeliane hanno denunciato, come ha fatto Tamar Gozanski, ex
parlamentare, il ritiro da Gaza "come una simulazione della fine
dell'occupazione, tutto viene deciso da Sharon e Bush senza la leadership
palestinese, ma noi donne stiamo dalla parte dei diritti e vogliamo una pace
vera, cosi' come combattiamo contro la poverta' che in Israele continua a
crescere". E' intervenuta anche Sara, la madre di Tali Fahima, la donna
israeliana in carcere da piu' di un anno perche' si e' recata a Jenin dove
ha incontrato palestinesi ricercati dai soldati israeliani; Sara ha chiesto
alle donne di tutto il mondo di mobilitarsi per la liberta' di Tali ma anche
dei prigionieri palestinesi (che sono circa 7.000)...

5. RIFLESSIONE. MARCO REVELLI: IL NOSTRO DOPOGUERRA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 18 gennaio 2004 riprendiamo questo
intervento dal dibattito aperto da Pietro Ingrao e sviluppatosi nei primi
mesi del 2004 su alcuni quotidiani sui temi della guerra e della pace, della
violenza e della nonviolenza. Forse non sara' disutile notare qui che gran
parte degli interlocutori di quel dibattito, di cui il seguente intervento
e' stato parte preziosa e aggettante, intervennero sul tema della pace
totalmente ignorando il punto di vista, la prospettiva e la tradizione della
nonviolenza; ed alcuni, addirittura, si spinsero allora finanche a
pontificare sulla nonviolenza - pubblicandovi sopra articoli e libri -
semplicemente senza curarsi di ragionevolmente e onestamente informarsi
prima di cosa stavano parlando, ed esibendosi in schidionate di scempiaggini
che ancora non sappiamo se siano piu' ridicole o piu' sciagurate. Cosi' va
il mondo, e cosi' la presunzione totalitaria di saper gia' tutto prima
ancora di aver voluto conoscere qualcosa contamina e corrompe tuttora anche
autori sovente fin acclamati. Questo intervento di Marco Revelli, cosi' come
quelli di alcune pensatrici e militanti femministe (e non a caso: il
femminismo e' stata ed e' la corrente calda e principale, e l'esperienza
storica decisiva, di cio' che chiamiamo nonviolenza in cammino), di quel
dibattito e' una delle non molte cose che non furono ciancia, stereotipo e
mistificazione (p. s.). Marco Revelli, storico e saggista, figlio di Nuto
Revelli, e' docente di scienza della politica all'Universita' del Piemonte
Orientale. Opere di Marco Revelli: Lavorare in Fiat, Garzanti, Milano 1989;
(con Giovanni De Luna), Fascismo/antifascismo, La Nuova Italia, Scandicci
(Fi) 1995; Le due destre, Bollati Boringhieri, Torino 1996; La sinistra
sociale, Bollati Boringhieri, Torino 1997; Fuori luogo, Bollati Boringhieri,
Torino 1999; Oltre il Novecento, Einaudi, Torino 2001; La politica perduta,
Einaudi, Torino 2003; (con Fausto Bertinotti e Lidia Menapace), Nonviolenza.
Le ragioni del pacifismo, Fazi, Roma 2004. Ha anche curato l'edizione
italiana del libro di T. Ohno, Lo spirito Toyota, Einaudi, Torino 1993; un
suo importante saggio e' in Pietro Ingrao, Rossana Rossanda, Appuntamenti di
fine secolo, Manifestolibri, Roma 1995]

"Al potere si risponde col potere. All'organizzazione con l'organizzazione.
Al lavoro con il lavoro. Alla guerra con la guerra". Cosi' un paio di anni
fa, in occasione della presentazione del mio Oltre il Novecento, Alberto
Asor Rosa aveva sintetizzato il "paradigma politico" dei comunisti
novecenteschi, a cui dichiarava la sua adesione. Rina Gagliardi, nel
riferirne su "Liberazione", aveva riprodotto la formula con esplicito
compiacimento, scegliendo pero' di cancellare l'ultima frase. E fu un
peccato. Perche' quell'ultimo segmento del paradigma - la guerra - non ne
era un'appendice esterna (un optional, si direbbe oggi), ma ne costituiva,
al contrario, un elemento in qualche misura necessario a dar senso al tutto,
significando appunto che quella contrapposizione, quel rapporto
antagonistico simmetrico, per essere sostenuto, presupponeva un conflitto
duro, "totale", spinto fino al dispiegarsi della forza nella forma estrema e
"selvaggia" della guerra. E perche' quella formulazione brutalmente sincera
ci avrebbe aiutato a discutere meglio di quanto non sia in realta' accaduto.
Ora Pietro Ingrao (nei due successivi interventi su "Liberazione" sulla
questione posta da Fausto Bertinotti del pacifismo e della nonviolenza), ci
permette di riprendere il filo di quel ragionamento, e di farlo - grazie
all'onesta' intellettuale che lo contraddistingue - nelle condizioni
migliori. Senza reticenze, o rimozioni.
Due cose ci dice Ingrao. La prima e' che la prospettiva dell'uso della forza
(della violenza, della guerra) era parte integrante dell'immaginario e della
cultura politica suoi e di quelli come lui. Che, appunto, anche per chi si
batteva per la pace e aveva scelto la strada della democrazia, la guerra
appariva, in ultima istanza, come un'opzione possibile e per certi versi
inevitabile. Non costituiva, insomma, un tabu'. La seconda verita' che
Ingrao ci consegna e' il carattere "generazionale" di quella visione
politica. Il suo essere radicata in un preciso luogo storico. Il suo essere
"figlia del proprio tempo".
*
Identita' pericolose
Si tende a dimenticarlo, in una discussione spesso un po' dottrinale e
orientata a questioni di principio, ma la militanza politica novecentesca si
e' costituita e s'inscrive pienamente in un contesto storico segnato a fondo
dalla guerra, da quella terribile, immane tragedia bellica che fu la prima
guerra mondiale e dal suo prolungamento feroce nei decenni che la seguirono.
L'immaginario collettivo, la dimensione esistenziale, l'identita' politica
delle generazioni che hanno prodotto la tradizione alta e dura con cui oggi
ci misuriamo, si erano formati interamente nel clima della "mobilitazione
totale" scatenata da quella guerra, e con la guerra erano in buona misura
impastati: era bellico il linguaggio; erano belliche le divise (non c'era
formazione che non avesse le proprie "milizie" con le proprie bandiere e le
proprie uniformi); era bellica la poetica che li ispirava (quell'epica di
cui parla Ingrao). Non stupisce che la guerra comparisse, sia pur come
extrema ratio, nel repertorio dei mezzi cui affidare l'efficacia della
propria azione. Si erano trovati a fronteggiare nemici feroci ("assoluti",
potremmo dire), nazismo, fascismo. Avevano subito la caccia all'uomo
implacabile contro ogni brandello di opposizione, la minaccia della tortura
e la cancellazione della liberta' in ogni interstizio della vita sociale. E'
in qualche misura inevitabile che affidassero la possibilita' di salvezza a
una forza eguale (in potenza) e contraria (nelle finalita'), capace di
combattere il male (assoluto) di quel tipo di oppressione con il male
(relativo) del ricorso alle armi (di ogni arma, purche' efficace). Dunque
che convivessero con la guerra senza eccessivo disagio. Che giungessero
anche ad auspicarla, come via alla liberta' e all'emancipazione. Non solo i
comunisti, si badi. Intere generazioni di democratici, di liberalsocialisti,
persino di liberali e di cattolici - di antifascisti in genere -, vissero la
guerra (e la desiderarono) come inevitabile strumento di liberazione. E
reagirono al Patto di Monaco con lo stesso disgusto di Ingrao, odiarono
Chamberlain e gli attendisti come traditori della causa dell'umanita',
soffrirono la caduta della Spagna prima e poi della Francia come il prodotto
di una diserzione. Ricordo che fu proprio l'argomento "generazionale" di
Monaco - la memoria dei propri sentimenti di quel tempo - quello con cui
Norberto Bobbio spiego', a noi che insorgevamo, e non lo comprendevamo, in
lui che era stato razionale teorico della pace, il suo possibilismo nei
confronti della prima guerra del Golfo.
Difendere le ragioni della nonviolenza, di un pacifismo che non si limitasse
a contrastere le guerre degli altri ma che giungesse a estinguere le radici
stesse dell'opzione bellica "senza se e senza ma" all'interno del proprio
stesso campo politico, quale che ne potesse essere la motivazione e
l'obiettivo, in quell'epoca era impresa terribilmente ardua. E quasi
inevitabilmente "impolitica". Chi la tento' e realizzo' in Occidente - e non
mancano i casi, da Simone Weil a Aldo Capitini -, lo fece sorretto da una
risorsa "extrapolitica": da una spiritualita' e una religiosita' difficili
da riprodurre fuori dalla ristretta cerchia dei "persuasi". Quasi tutti gli
altri, assorbiti totalmente nel corpo a corpo con un nemico mortale e
totale, non ebbero ne' tempo ne' modo, allora, di riflettere sulla
retroazione che la violenza opera su chi la pratica. Sulla metamorfosi
antropologica che la violenza impone al soggetto che si trova a "impiegarla"
(un tema tipico, invece, della riflessione nonviolenta).
*
Derive globali
Allora. Ma oggi? Oggi che gli effetti di quella deriva sono sotto gli occhi
di tutti? Oggi, quando e' ormai ben visibile, nella caduta del comunismo
orientale, la devastazione che il mezzo impiegato ha operato sui fini stessi
che avrebbe dovuto servire; e la rivoluzione, come dice Ingrao, ha divorato
i suoi figli. Ma quando e' anche ben visibile la devastazione prodotta "a
occidente" da quel contagio bellico (dell'introiezione della pratica della
guerra fin nel cuore dei modello "democratico"), quale la si puo' leggere
nello spettacolo desolante delle potenze che quella guerra vinsero
trasformate a loro volta in macchine belliche (e bellicose), determinate a
imporre il proprio modello politico con la forza, dall'Indocina in poi,
lungo la catena che dal Vietnam arriva su' su', fino alla "intrusione
umanitaria" e all'aberrazione della guerra preventiva e infinita, dove la
retorica della liberazione serve da viatico all'occupazione manu militari.
Per le generazioni che in questo scenario si sono formate, non e' forse
giunto il momento di aprire un contenzioso esplicito con quella
"tradizione"? Col paradigma politico che ha dominato il Novecento (e nel
Novecento e' "esploso")? E di provare "un'uscita in avanti"? Credo che
intenda qualcosa di simile Ingrao quando dice che "forse dobbiamo avere il
coraggio di fare un salto". E riconosce a Bertinotti il merito di "rompere
uno schema" (che rischia di diventare davvero una "camicia di Nesso"). L'ha
detto bene, d'altra parte, Gigi Sullo - intervenendo ancora su 'Liberazione'
in qual dibattito che proprio da 'Carta' era stato aperto - quando ha
paragonato l'esigenza attuale di rottura in avanti del vecchio paradigma, a
quella che spinse, nell'altra transizione di secolo, alle origini del
Novecento, quelle generazioni di comunisti a tagliare con l'esperienza della
seconda internazionale, e tornare a portare la propria voglia di radicalita'
e di antagonismo in mare aperto. Ne' mi sembra, sinceramente, praticabile la
linea di "buon senso" proposta da Tronti sul "Manifesto" di una sorta di
"rivoluzione recuperante" capace di avanzare senza tagliare nessuna radice.
Come puo' una generazione formatasi nell'epoca in cui la guerra e' diventata
la forma stessa della vita sociale cosi' come e' concepita dai nuovi poteri
"imperiali", e cresciuta da ribelle all'insegna dell'improponibilita'
assoluta della guerra come strumento per qualsivoglia causa, immaginare di
acquisire una propria capacita' autonoma di azione nel nuovo mondo prodotto
dalla globalizzazione, se non sulla base di un qualche "nuovo inizio"?
Dell'elaborazione di un'idea di politica segnata a sua volta da una qualche
discontinuita', capace di incorporare nel proprio paradigma non
l'assolutizzazione della forza - in forma di "potenza" - come era avvenuto
per quello precedente, a destra come a sinistra, ma una qualche entita' piu'
congruente con il "mondo altro" che si vuole "possibile"? La produzione di
relazionalita', per esempio, in luogo della tradizionale "conquista del
potere". E la nonviolenza come mezzo adeguato, in luogo della guerra come
ultima istanza. Come puo', d'altra parte, risalendo piu' indietro nella
riflessione sul novum radicale introdotto da Hiroshima, dalla distruttivita'
totale di un'umanita' divenuta per la prima volta nella storia tecnicamente
capace di annientare se stessa, accontentarsi dello strumentario
conflittuale di prima? E non invece arrischiarsi nell'esercizio creativo di
trovare nuove forme, non distruttive, per il proprio antagonismo? Forme che,
liberandolo dall'involucro di ferro in cui il Novecento e la sua tecnica
mortale l'avevano imprigionato, gli permettano di dispiegarsi
nell'estensione che le sfide planetarie di oggi richiedono? Nell'epoca della
guerra preventiva, non e' il caso di pensare a una politica "altra" fondata,
all'opposto, sulla logica della "pace preventiva" (la pace, cioe', praticata
giorno per giorno nell'azione quotidiana anziche' posta come obiettivo
finale da ottenere con mezzi anche violenti)?
Lo so che tutto cio' e' ancora assai generico, e non risponde alla domanda
decisiva che Ingrao ci rilancia: "come si incide sui poteri reali del nostro
tempo"? Come si tiene aperta la speranza (la possibilita') che l'ingiustizia
assoluta sia rovesciata se si rinuncia al "rapporto di forza"?
*
Formiche politiche
Ma forse e' proprio qui il nodo della questione: il rapporto di forza.
Se una nuova natura (oltre che forma) della politica va trovata, essa non
passa forse proprio dalla rottura di quella dimensione "simmetrica"
dell'antagonismo di cui si parlava all'inizio? Dalla capacita' di rompere
con l'idea che l'antagonismo si esprima solo in un gioco frontale a somma
zero, giocato da entrambi i contendenti sullo stesso terreno e con le stesse
unita' di misura, in cui alla fine conta chi ha accumulato piu' potenza. E
di elaborare una strategia "asimmetrica" (come, appunto, asimmetrica e'
ormai la guerra), in cui l'alterita' si costituisca anche a partire dal
terreno e dalle risorse che impiega nell'esprimere il proprio antagonismo:
non quello (proprio dei "poteri terribili" che minacciano il pianeta) del
confronto muscolare ma quello (davvero "solo nostro") dell'uso della parola
e del racconto.
Non l'uso della potenza per conquistare strumenti di coercizione, ma
l'apertura di spazi in cui elaborare la propria socialita' altra. In questo,
quel popolo di formiche che apparve silenziosamente dieci anni or sono nelle
strade di San Cristobal de Las Casas, qualcosa da insegnarci forse ce l'ha.
Ha lanciato la sua sfida a un potere infinitamente sproporzionato sul piano
della forza, ed e' ancora li'. Qualcosa vorra' pur dire. E d'altra parte,
tutto cio' che si e' mosso, in questo decennio, dentro e contro la
globalizzazione, da Seattle ai 500.000 materializzatisi inaspettati in India
in questi giorni, passando per quella "seconda potenza mondiale" che si e'
opposta alla guerra di Bush, si muove ormai in una logica lenticolare,
disseminata e nonviolenta che rompe con i centralismi muscolari non solo dei
nuovi poteri ma anche degli antichi ribelli. Una riflessione piu' attenta la
meriteranno pure.

6. RIFLESSIONE. GIOBBE SANTABARBARA: UN ANNO E MEZZO DOPO
[Giobbe Santabarbara e' uno dei principali collaboratori del "Centro di
ricerca per la pace" di Viterbo, avendone viste tante e serbandone gravosa
memoria esacerbato e' il suo animo sovente, il suo dire per solito ruvido]

La riproposizione su questo foglio dell'intervento di Marco Revelli - uno
dei non molti intellettuali che alla nonviolenza ha saputo accostarsi con
scienza e coscienza - nel dibattito sviluppatosi all'inizio del 2004 sulla
nonviolenza in alcune aree della sinistra che oggi va di moda definire
"radicale" (forse cercando  cosi' di occultare ed invece vieppiu' esibendo
una fondamentale incertezza sulla propria storia e sulle proprie scelte,
vissute come un "passato che non passa" - et pour cause, come si dice),
offre l'occasione per dire due parole che allora non dicemmo. E non le
dicemmo perche' per quasi l'intero anno 2004 decidemmo di tacere -
condizionati anche da ben materialistiche circostanze personali, di quelle
che richiamano alla consapevolezza di quanto sia fragile il tessuto di cui
consiste quel sacco che interamente ci contiene e che chiamiamo il nostro
corpo, e quanto esposti alla sofferenza, alla malattia e ad altre simili
piacevolezze si sia - rispetto a uno spazio politico e a un dibattito
pubblico che pure molto ci appassionava, e ci tribolava ancor piu'.
Per un verso ci pareva apprezzabile che finalmente non pochi militanti che
venivano da una storia e una cultura per molti versi non lontane (ma per
altri sideralmente invece) da quelle di chi scrive queste righe si
schiudevano a cogliere una fondamentale verita': la necessita' della scelta
della nonviolenza se si vuole ancora agire per la liberazione dell'umanita'
ovvero per rivendicare e difendere la dignita' umana di ogni essere umano, o
detto altrimenti: se si vuole tentare di fermare la catastrofe in corso. Per
un altro verso ci pareva scandaloso che quel dibattito sulla nonviolenza in
svolgesse in gran parte tra persone che parlavano di nonviolenza senza
minimamente sapere quel che si dicevano, riproponendo anche sovente tutti
gli stereotipi piu' stolti che l'ignoranza e la protervia fascista contro la
nonviolenza ha costantemente rovesciato; ma certo anche questo era
rivelatore: del fatto che in quell'area per molti i conti col totalitarismo
e con la propria violenza e menzogna ancora non erano stati fatti, ne' si
intendeva farli, ne' a quanto pare si intende farli piu'. Con prevedibili
risultati.
*
Dicevamo del nostro silenzio: ci pareva che mentre infuriava la guerra e
l'Italia vi si trovava oscenamente e orribilmente coinvolta, il cosiddetto
movimento per la pace era preda di una coazione a ripetere, a ripetere la
propria subalternita' alla guerra, a eludere l'esigenza di una scelta, la
scelta della nonviolenza come opposizione concreta alla guerra, passando
all'azione diretta nonviolenta nelle forme nitide e intransigenti,
effettuali ed efficaci, limpide e coraggiose, che Mohandas Gandhi e Martin
Luther King avevano saputo indicare. Invece in quel movimento si e'
continuato con le ambiguita', le futilita', le banalita', la confusione, gli
spettacolini tutti interni alla societa' dello spettacolo e pertanto
immediatamente recuperati dall'egemonia del sistema di potere, e qualche
ennesimo episodio per cosi' dire non propriamente edificante che e'
difficile dimenticare e giustificare impossibile. Cosa non si fa per
strappare mezzo minuto in tivu', continuare a intascare qualche
finanziamento o prebenda o incarico a spese del pubblico erario,
trotterellare in carriere che porteranno forse assisi allo scranno di un
ministero, ma non al rispetto di se'.
Cosi' anche quel dibattito, che poteva essere occasione di accostamento, e
di chiarificazione, ci parve invece in ampia misura risolversi in una
mistificazione ulteriore; e sebbene produsse almeno un utile convegno e un
ancor piu' utile libro degli atti di esso, e tenne aperta se non una
prospettiva, almeno un riferimento lessicale, e marco' per alcuni almeno la
fine di un tabu' (quello ben staliniano per cui il solo pronunciare la
parola nonviolenza e' delitto di leso forcipe della storia, ed implicava
l'iscrizione d'ufficio nella rubrica dei nemici di classe o nella migliore
delle ipotesi in quella degli utili idioti), per il resto fini' in giochi di
corrente, interessi di bottega e prestidigitazione da sottoscala, coi soliti
oratori che cambiano giacchetta ad ogni mutar di uditorio. Peccato.
E dispiacere ancor piu' grande e' che ancor oggi cola' si continui da molti,
da troppi a vaneggiare di una nonviolenza ridotta al suo opposto, imbroglio
verbale e squallida arlecchinata.
Ed invece, una volta di piu' diciamolo: la nonviolenza e' lotta, la piu'
nitida e la piu' intransigente contro ogni oppressione, e' pratica di
liberazione concreta e cogente, materialisticamente effettuale; la
nonviolenza e' nonmenzogna, riconoscimento di umanita' nel riconoscere,
nell'agire e fin nel suscitare il conflitto necessario; la nonviolenza e'
inveramento di umanita', coscienza che la verita' e' incarnata nelle
persone, che il mondo merita la nostra cura, che il pane va condiviso ed una
e la stessa e' la lotta di tutte e tutti affinche' a tutti e tutte sia
riconosciuta liberta', dignita', responsabilita'; la nonviolenza e' quel
sentire ed agire - pratico e teoretico a un tempo - per la liberazione
dell'umanita' che umanita' libera e invera gia' nel suo farsi, e che della
qualita' umana - dispiegata in autonomia e relazionalita' - di tutti gli
esseri umani e' sollecita e certa, e nel suo lottare nulla, nulla, nulla
vuol riprodurre della violenza del potere che opprime, e sa che i mezzi -
come ebbe a dire una volta il buon Marcuse - pregiudicano i fini. Ma fermati
qui vecchio Giobbe, e riprendi fiato. Gia'.
*
Un anno e mezzo dopo, lo abbiamo pur voluto scrivere una buona volta.
Ed anche oggi abbiamo dato sfogo alla nostra ben nota dispepsia, ed abbiam
fatto della prosa ancora, caro signor Jourdain.

7. LIBRI. MARIA LUIGIA CASIERI PRESENTA "CATTIVA MAESTRA TELEVISIONE" DI
KARL R. POPPER E JOHN CONDRY
[Ringraziamo Maria Luigia Casieri per averci messo a disposizione questa
scheda sul libro di Karl R. Popper e John Condry, Cattiva maestra
televisione, Reset, Milano 1994.
Maria Luigia Casieri (per contatti: nbawac at tin.it), nata a Portici (Na) nel
1961, insegna nella scuola dell'infanzia ed e' una delle principali
animatrici del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo. Ha organizzato a
Viterbo insieme ad altri il "Tribunale per i diritti del malato"; assistente
sociale, ha svolto un'esperienza in Germania nell'ambito dei servizi di
assistenza per gli emigrati italiani; rientrata in Italia si e' impegnata
nel settore educativo; per dieci anni ha prestato servizio di volontariato
in una casa-famiglia per l'assistenza ai minori; dal 1987 e' insegnante di
ruolo nella scuola per l'infanzia; ha preso parte a varie iniziative di
pace, di solidarieta', per i diritti; ha tenuto relazioni a convegni e corsi
di aggiornamento, e contribuito a varie pubblicazioni. Opere di Maria Luigia
Casieri: Il contributo di Emilia Ferreiro alla comprensione dei processi di
apprendimento della lingua scritta, 5 voll., Viterbo 2004.
Karl Popper, nato a Vienna nel 1902 e deceduto a Londra nel 1994, filosofo
della scienza e pensatore politico liberale. Fino a una decina d'anni fa era
di moda essere pro o contro il Popper "politico" sulla base di uno
schieramento a priori: la destra liberale con Popper, la sinistra socialista
contro. Poi la catastrofe intellettuale di tanta parte della sinistra ha
portato ad una generale esaltazione acritica del filosofo. Noi pensiamo
invece che taluni suoi limiti restino; che le sue posizioni non debbano
essere contraffatte e quando siano incondivisibili allora vadano criticate
con chiarezza; ma che alcune sue opere e tesi costituiscano un contributo di
indubbia utilita' per tutte le persone impegnate per la pace, la democrazia,
la dignita' umana. Opere di Karl R. Popper: con riferimento alla riflessione
politica popperiana segnaliamo particolarmente La societa' aperta e i suoi
nemici, Armando, Roma; Congetture e confutazioni, Il Mulino, Bologna (ed in
questa raccolta di saggi soprattutto i seguenti: L'opinione pubblica e i
principi liberali; Utopia e violenza; La storia del nostro tempo: visione di
un ottimista); Miseria dello storicismo, Feltrinelli, Milano. Cfr. anche La
lezione di questo secolo, Marsilio, Venezia 1992, 1994 (libro-intervista con
due saggi in appendice); tra i suoi ultimi interventi cfr. Una patente per
fare tv, in Popper, Condry, Cattiva maestra televisione, Reset, Milano 1994.
Ovviamente il Popper pensatore politico non e' separabile dal Popper
filosofo della scienza e metodologo, di cui cfr. in particolare la
fondamentale Logica della scoperta scientifica, Einaudi, Torino. Una recente
raccolta di saggi e' Tutta la vita e' risolvere problemi, Rcs, Milano 2001,
Fabbri, Milano 2004. Opere su Karl R. Popper: segnaliamo una buona antologia
scolastica di testi popperiani, a cura di Dario Antiseri, Logica della
ricerca e societa' aperta, La Scuola, Brescia; tra le monografie sul Popper
pensatore politico cfr. Girolamo Cotroneo, Popper e la societa' aperta,
Sugarco, Milano 1981; due buone introduzioni al Popper filosofo della
scienza sono Arcangelo Rossi, Popper e la filosofia della scienza, Sansoni,
Firenze 1975, e Luciano Dottarelli, Popper e il "gioco della scienza", Erre
emme, Roma 1992.
John Condry, psicologo, scienziato delle comunicazioni, docente alla Cornell
University, condirettore del Centro per le ricerche sugli effetti della tv,
autore di varie pubblicazioni, e' deceduto nel 1993]

Oltre a un'introduzione di Giancarlo Bosetti, il testo e' composto da tre
saggi di autori diversi.
*
Il primo, di Popper, dal titolo "Una patente per fare la tv" (pp. 13-25)
analizza come l'esistenza di una pluralita' di emittenti televisive e il
regime di concorrenza che si instaura reciprocamente produca un progressivo
abbassamento della qualita' dei programmi offerti al pubblico. Infatti la
dinamica competitiva comporta la ricerca di innalzamento dell'audience che
si ottiene piu' facilmente attraverso la presenza nei programmi trasmessi
della violenza, del sesso, del sensazionalismo, evidenti segnali di un
deterioramento della qualita' del prodotto. L'incremento di questo tipo di
trasmissioni ha anche un effetto diseducativo, a detrimento della democrazia
che richiederebbe l'attuazione di un trend finalizzato a incrementare il
livello educativo delle opportunita' offerte a tutti.
Oltre a cio', la televisione introduce nell'ambiente di vita dei bambini
(ambiente che li influenza e da cui dipendono, e al quale - come per ogni
altro ambiente - devono adattarsi per crescere) una quantita' inaudita di
violenza: "La televisione produce violenza e la porta in case dove
altrimenti violenza non ci sarebbe" (p. 20).
A fronte di queste considerazioni l'autore propone l'istituzione di un
organo di controllo della produzione televisiva (analogamente a quanto
accade ad esempio per l'ordine dei medici) preconizzando che "Chiunque sia
collegato alla produzione televisiva deve avere una patente, una licenza, un
brevetto, che gli possa essere ritirato a vita qualora agisca in contrasto
con certi principi" (p. 21).
Si tratterebbe infatti di un metodo democratico ed autoregolato con cui i
professionisti della televisione sarebbero vincolati ad assumere
responsabilmente quel ruolo educativo che di fatto inevitabilmente
esercitano, e non solo sui bambini. Sarebbe un elemento di civilta', dato
che il requisito fondante della civilta' sta proprio nella riduzione della
violenza. Sarebbe un elemento di democrazia perche' "Non ci dovrebbe essere
alcun potere politico incontrollato in una democrazia" (p. 24).
*
"Ladra di tempo, serva infedele" e' il titolo del saggio di John Condry (pp.
27-50).
La televisione sottrae ai bambini molto del loro tempo di vita e ne e' un
importante strumento di conoscenza e comprensione del mondo, che agisce in
modo interdipendente rispetto agli altri contesti di crescita costituiti
dalla scuola, dalla famiglia e dai coetanei.
L'entita' della sua influenza sara' proporzionale al tempo di esposizione,
mentre dai contenuti dei programmi televisivi dipende la natura
dell'influenza esercitata: "i bambini che guardano molto la televisione
tendono a leggere di meno, a giocare di meno e ad essere obesi" (p. 31).
Per quanto riguarda i contenuti i bambini passano dalla prevalente visione
dei cartoni animati, all'interesse per le sitcom. Gli odierni cartoni
animati sono essenzialmente "vicende di potere" in cui prevale il piu'
forte, e le strategie di marcatura (prevalentemente sonora) sostituiscono i
processi di attenzione e di comprensione.
Inoltre, rispetto ai programmi per adulti di prima serata, presentano
un'incidenza di scene di violenza statisticamente piu' elevata, a cui si
riscontrano differenti possibili reazioni: comportamenti aggressivi,
maggiore paura, o mancanza di sensibilita' di fronte alla violenza.
I contenuti delle trasmissioni televisive esercitano un'influenza su
comportamenti, atteggiamenti, credenze e valori. Una specifica influenza
viene anche esercitata nella stereotipizzazione dei ruoli.
E sull'iniziazione ai ruoli sessuali le situation comedies esercitano un
influsso di rilievo, mentre a partire dall'adolescenza gli interessi
presentano una specializzazione di genere, con la preferenza dei film
d'azione e d'avventura da parte dei ragazzi che trovano quasi sempre un
protagonista maschile con cui identificarsi.
Ma la televisione e' caratterizzata da altri caratteri che lasciano tracce
profonde sulle strutture di pensiero dei bambini. Essa e' informata dai
valori del mercato, in quanto strumento commerciale deputato essenzialmente
a catturare un pubblico per gli inserzionisti pubblicitari; e' appiattita
esclusivamente sul presente e insegue le novita' piuttosto che coltivare la
memoria; e' necessariamente frammentaria, dato che il rispetto dei tempi del
palinsesto, al cui interno vengono affrontati problemi talvolta complessi e
drammatici, implica strutturalmente la propalazione del costume della
banalizzazione; addita modelli valoriali in cui giovane eta', lusso,
bellezza, felicita' e riconoscimento sociale sono prioritari e svincolati da
nessi causali; indirettamente diffonde messaggi favorevoli all'uso di
droghe; il criterio morale di valutazione si sposta dal valore dell'azione
al giudizio sui personaggi e particolarmente per i programmi destinati ai
bambini si riscontra un decremento significativo dei valori altruistici a
vantaggio di quelli egoistici ed autoriferiti.
Di fronte a tutto questo di fatto i bambini si trovano in uno stato di
abbandono in cui neppure la scuola li aiuta a divenire "television
literate", acquisendo gli strumenti tecnici per comprendere le forme di
manipolazione operate dalla produzione televisiva, acquisendo altresi'
strumenti di valutazione critica nel merito dei contenuti e dei programmi
proposti.
Ma i bambini hanno anche bisogno di aiuto a costruire strumenti per la
comprensione del mondo e per la costruzione di un orizzonte valoriale e
relazionale dotato di senso.
*
L'ultimo saggio, "La violenza in tv" a firma di Charles S. Clark (pp.
51-62), realizza una breve disamina della quantita' e delle modalita' con
cui la violenza si manifesta nelle trasmissioni televisive ("Grazie alla
televisione un bambino americano assiste in media a ottomila omicidi e a
centomila atti di violenza prima di aver terminato le scuole elementari") e
ripropone i risultati di alcune ricerche tendenti a dimostrare la
correlazione tra la visione di scene di violenza televisiva e l'incremento
di comportamenti aggressivi, che vengono ampiamente ignorati dai dirigenti
dei network.
Interessante, tra l'altro il riferimento al processo di snaturamento della
violenza col suo carico di drammaticita', che in molti casi viene risolta in
"violenza allegra", senza dolore e senza dramma ("La violenza allegra... e'
la soluzione facile e veloce di molti problemi, a cui ricorrono tanto i
buoni che i cattivi e che conduce sempre al lieto fine" (George Gerbner,
citato a p. 55).

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1028 del 20 agosto 2005

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