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La domenica della nonviolenza. 35



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 35 del 21 agosto 2005

In questo numero:
1. Emilia Rensi: Del singolo
2. Elena Liotta: Operare la vita sotto le ombre della morte
3. Le fisime di Strambotto: Qualche delitto di lesa maesta'
4. Letture: Thomas A. Szlezak, Come leggere Platone
5. Riletture: Dacia Maraini, Isolina

1. RIFLESSIONE. EMILIA RENSI: DEL SINGOLO
[Da Emilia Rensi, Testimonianze inattuali, La Fiaccola, Ragusa 1987, p. 31.
Emilia Rensi, scomparsa a 89 anni nel 1990, figlia del filosofo Giuseppe
Rensi, acuta e sempre generosa pensatrice e saggista libertaria, nobile
figura di studiosa, educatrice e militante erasmiana, laica e libera
pensatrice, costantemente impegnata nella rivendicazione dell'umana
dignita', costantemente dalla parte delle vittime. Tra le opere di Emilia
Rensi: Angoscia di vivere, Arti Grafiche, Genova 1964; Chiose laiche, La
Fiaccola, Ragusa 1969; Di contestazione in contestazione, La Fiaccola,
Ragusa 1971; Atei dell'alba, La Fiaccola, Ragusa 1973, 1991; Dalla parte
degli indifesi, La Fiaccola, Ragusa 1975; Il riscatto della persona umana,
Ipazia, Ragusa 1976; L'azzardo della riflessione, La Fiaccola, Ragusa 1976;
Umanita' e sofferenza in Jean Rostand: colloquio, La Fiaccola, Ragusa 1981;
Scuola e libero pensiero, Ipazia, Ragusa 1984; Un uomo una vicenda. Il
problema morale nell'antifascismo e nella Resistenza, Ipazia, Ragusa 1986;
Testimonianze inattuali, La Fiaccola, Ragusa 1987; Recensioni come
testimonianza. Dalla parte degli indifesi, Nuova Ipazia, Ragusa 1991]

E' l'attivita' morale del singolo che contribuisce a mantenere il sentimento
etico dell'umanita' tutta.

2. RIFLESSIONE. ELENA LIOTTA: OPERARE LA VITA SOTTO LE OMBRE DELLA MORTE
[Ringraziamo Elena Liotta (per contatti: e_liotta at yahoo.it) per averci messo
a disposizione questa sua relazione tenuta al convegno "In tempi di caos, le
ragioni della speranza" svoltosi in occasione della Pasqua 2004 per
iniziativa della Comunita' di famiglie del Convento di Celleno (Vt) e della
Piccola Editrice.
Gli atti del convegno sono stati pubblicati nel volume di Elena Liotta,
Luciano Dottarelli, Lilia Sebastiani, Le ragioni della speranza in tempi di
caos, La Piccola Editrice, Celleno (Vt) 2004, con una presentazione di
Luciano Comini. Per richieste: La Piccola Editrice, via Roma 5, 01020
Celleno (Vt), tel. e fax: 0761912591, e-mail: convento.cel at tin.it, sito:
www.conventocelleno.it/lapiccola.index.htm.
Elena Liotta, nata a Buenos Aires (Argentina) il 25 settembre 1950, risiede
a Orvieto, in Umbria; e' psicoterapeuta e psicologa analista, membro
dell'Ordine degli Psicologi dell'Umbria, membro dell'Aipa (Associazione
Italiana di Psicologia Analitica), dell'Iaap (International Association
Analytical Psychology), dell'Apa (American Psychological Association), socia
fondatrice del Pari Center for New Learning; oltre all'attivita'
psicoterapica, svolta prevalentemente con pazienti adulti, in setting
individuale, di coppia e di gruppo, ha svolto e svolge altre attivita'
culturali e organizzative sempre nel campo della psicologia e della
psicoanalisi; tra le sue esperienze didattiche: professoressa di Psicologia
presso la "American University of Rome"; docente in corsi di formazione, e
coordinatrice-organizzatrice di corsi di formazione a carattere psicologico,
per servizi pubblici e istituzioni pubbliche e private; didatta presso
l'Aipa, societa' analitica accreditata come scuola di specializzazione
post-laurea, per la formazione in psicoterapia e per la formazione di
psicologi analisti; tra le altre esperienze parallele alla professione
psicoterapica e didattica: attualmente svolge il ruolo di Coordinatrice
psicopedagogica e consulente dei servizi sociali per il Comune di Orvieto, e
di Coordinatrice tecnico-organizzativa di ambito territoriale per la Regione
Umbria nell'Ambito n. 12 di Orvieto (dodici Comuni), per la ex- Legge 285,
sul sostegno all'infanzia e adolescenza e alle famiglie, occupandosi anche
della formazione e monitoraggio dei nuovi servizi; e' stata assessore alle
politiche sociali presso il Comune di Orvieto; dopo la prima laurea ha anche
lavorato per alcuni anni in campo editoriale, redazionale e
bibliografico-biblioteconomico (per "L'Espresso", "Reporter", Treccani,
Istituti di ricerca e biblioteche). Autrice anche di molti saggi apparsi in
riviste specializzate e in volumi collettanei, tra le opere di Elena Liotta
segnaliamo particolarmente Educare al Se', Edizioni Scientifiche Magi, Roma
2001; Le solitudini nella societa' globale, La Piccola Editrice, Celleno
(VT) 2003; con L. Dottarelli e L. Sebastiani, Le ragioni della speranza in
tempi di caos, La Piccola Editrice, Celleno (VT) 2004; Su Anima e Terra. Il
valore psichico del luogo, Edizioni Scientifiche Magi, Roma 2005]

La frase che da' il titolo al mio intervento e' tratta da L'Abbandono alla
provvidenza divina, un testo del gesuita Jean Pierre de Caussade, costituito
dalle lettere alle suore di Nancy di cui egli fu direttore spirituale tra il
1733 e il 1739, poi pubblicate per la prima volta nel 1861 a Parigi e
ripubblicate nel 1951 in Italia, a cura di Ernst Bernhard, psicoanalista
junghiano di origine ebraica, fondatore dello junghismo in Italia.
*
Abbandono e speranza.
Questo testo di alta spiritualita' e' stato poi letto, interpretato e
meditato da molti altri analisti junghiani i quali ravvisavano  nel percorso
dell'anima che si sottomette alla volonta' di Dio, il medesimo iter del
processo individuativo che distingue l'Io - nel senso della volonta' egoica,
del controllo, del possesso e potere personale, della razionalita'
onnipotente - dal Se' in quanto istanza psicologica trascendente, che cerca
di integrare l'inconscio e le sue ombre, nell'interezza dell'essere. Cio'
avviene attraverso la consapevolezza di se' e la relazione autentica con
l'altro da se' (qualcosa di vicino al "Non sono piu' io che vivo, ma Cristo
vive in me" di S. Paolo, da Galati 2, 20). Questo abbandono, da leggersi
psicologicamente come apertura, rilassamento, lasciar andare, mi appare come
terreno favorevole per la nascita e per l'esistenza della speranza.
*
Caos e speranza.
Come psicoterapeuta e studiosa formatasi prima attraverso studi
filosofico-religiosi orientali e poi alla scuola della psicologia analitica
di C. G. Jung, non dovrei trovare diffficolta' ad argomentare il tema di
questo incontro, che parla di caos e di speranza. Ma di speranza finora non
avevo mai parlato. Non cosi' esplicitamente. Di caos invece si'. Possiamo
mettere in relazione, dal punto di vista psicologico, caos e speranza? Non
e' casomai l'ordine, che tradizionalmente viene contrapposto al caos, e che
riporterebbe in gioco proprio quella razionalita' e volonta' egoica che
stiamo cercando di trascendere e che sembrerebbero quasi escludere la
speranza?
Mi viene subito in mente, a questo proposito, un congresso di circa dieci
anni fa, organizzato insieme a colleghi di scuola freudiana, dal titolo "Fra
ordine e caos", cui erano stati invitati studiosi di varie discipline per
valutare l'impatto e la potenzialita' dei nuovi modelli teorici scientifici,
le cosiddette teorie del caos e della complessita' definite anche
non-lineari. Queste teorie, vere e proprie epistemologie dell'incertezza,
sono presto diventate paradigmi culturali, rivolti ai fenomeni, naturali e
umani, che  precedenti teorie non riuscivano a spiegare per via della loro
irregolarita' e imprevedibilita'. Non a caso sono nate nell'ambito della
ricerca sulla meteorologia.
Prevedere  e prevenire - cioe' dare ordine - sono i modi in cui la societa',
basata sulla scienza e la tecnologia, si permette di sperare.
Oggi, mi sembra di poter fare un passo avanti. Contrapporre caos e ordine
riflette ancora un approccio di tipo lineare, che procede per opposizione,
mirando a un totale controllo della realta'. E' anche vero, come sostengono
le nuove teorie, che esiste una "autorganizzazione dei sistemi caotici" e ch
e il caos ha le sue leggi, nella fisica come nell'economia, nella matematica
come nella psicologia e  altro, leggi che siamo noi a non comprendere
ancora, cosi' come non sappiamo come gestire le dinamiche caotiche. Anche lo
psicoterapeuta tenta, nella confusione, nel disorientamento e nella
sofferenza dei suoi pazienti, di costruire insieme a loro un significato, un
ordine, una logica, di elaborare e trasformare il vuoto insensato, il
groviglio mentale, quelle ombre interiori che in senso lato hanno sempre a
che fare con l'angoscia di perdita e di morte.
Il passo avanti, pero', allude a quel fondo ultimo di qualsiasi caos che,
nonostante tutti gli sforzi della mente e della tecnologia umana, non si
riesce ne' a comprendere ne' a significare. Quel fondo di mistero che, piu'
cresciamo in conoscenza e controllo, piu' sembra spostarsi altrove, una
specie di punto interrogativo vagante che sembra stare li' per evidenziare
la nostra impotenza, per sorprenderci sempre ricordandocela. Qualcosa che
non si puo' contenere nella mente ma che si puo' oscuramente sentire con il
cuore.
E' per questa incognita che ci vuole qualcosa di piu' della ragione e forse
anche delle stesse "ragioni della speranza" come dice il titolo
dell'iniziativa che ci raccoglie qui oggi.
Ci vorrebbe una sorta di speranza pura, anche ingiustificata dal contesto,
che sappia convivere con il caos senza esserne annientata. E' questa la
dimensione che vorrei avvicinare. Penso di aver stabilito cosi' un primo
contatto tra caos e speranza.
*
Tra psicologia e spiritualita'
Data la mia professione e anche in base al mio cammino interiore personale -
che e' piu' spirituale che non di fede - non mi e' possibile, ne' mi viene
richiesto, di parlare del tema in termini religiosi, cosa che faranno altri
e che emergera' dalla liturgia del momento pasquale. Provero' quindi a
condividere con voi il mio particolare discorso che si svolge sul confine
tra psicologia e spiritualita', quest'ultima intesa come istinto, qualita',
modalita' di pensiero e di affetto, costituzionale e archetipica, in
dotazione a ogni essere umano.
Quando Luciano Comini mi ha chiesto di partecipare a queste giornate e mi ha
comunicato il tema dell'incontro, ho pensato che senza volerlo stava facendo
una provocazione a un limite, a una lacuna della cultura psicoanalitica, e
che avrei dovuto cercare i luoghi in cui la speranza e sentimenti analoghi
si nascondevano, esplicitando qualcosa che sicuramente esiste, ma che per
qualche motivo, tra noi analisti, non viene trattato. Infatti, tornando al
titolo, nel contesto della psicoterapia sono piuttosto "le ombre della
morte" i temi e i luoghi di cui si parla e di cui si danno dettagliate
descrizioni, e "operare la vita" e' il compito che lo psicoterapeuta si da'
implicitamente, nell'idea stessa di cura e di guarigione che anima il
trattamento e la relazione con il paziente. Quindi ci saremmo, in questo
parallelismo.
Ma, si puo' "operare la vita" senza mettere in gioco la speranza? Questo e'
stato il mio interrogativo iniziale.
*
La psicoanalisi e le ombre
Per cominciare la mia indagine, mi sono rivolta al contesto teorico
psicoanalitico, per il quale la specifica chiave di lettura della
psicopatologia si basa sull'esistenza di un Inconscio - cioe' di qualcosa
che sfugge alla coscienza e alla volonta', ma che tuttavia esiste e agisce,
producendo conflitti interiori, sintomi, sofferenza, un luogo di caos.
Anche se io qui mi occupo del suo lato oscuro, l'Inconscio e', soprattutto
per Jung, anche altro. Egli distinse un Inconscio collettivo da aggiungere a
quello personale "scoperto" da Freud, e lo considero' anche nei suoi aspetti
creativi, come un luogo che alimenta la fantasia e la funzione mitopoietica,
come la sede degli archetipi, insomma come una fonte di ricchezza interiore.
A parte alcuni autori come D. W. Winnicott e W. Bion, che tuttavia non ne
fanno oggetto primario di analisi, ne' una categoria portante del loro
sistema di pensiero, e altri autori vicini alla riflessione spirituale, come
E. Drewermann, oppure V. Frankl, per fare degli esempi, non ho trovato molte
tracce della parola speranza. In ambito junghiano; V. Kast ha dedicato alla
speranza un certo spazio, insieme ad altri sentimenti "positivi"
psicologiamente rilevanti. In generale, soprattuttto dal punto di vista
teorico, la speranza e gli altri sentimenti "positivi", sono coperti da cio'
che definirei come uno strano pudore, quando non un esplicito sospetto.
Visto che lo psicoanalista si occupa delle ombre, se la luce compare
all'improvviso, inaspettatamente, e' piu' probabile che venga interpretata
come una difesa, una resistenza, una "formazione reattiva" nei confronti
della consapevolezza del dolore, delle proprie parti deficitarie, delle
proprie criticita' e  responsabilita', insomma di tutto cio' che non e'
gradito riconoscere in se stessi. Chiamiamo tutto questo "fuga nella
salute". Va detto che, a volte, e' proprio cosi'. In analisi, normalmente si
parla di cio' che il/la paziente porta, dunque molto spesso di ansia, di
depressione, di rabbia, odio, invidia, gelosia, attaccamento, dipendenza e
altro ancora. L'opus psicoanalitico e' un' opera al nero, un confronto con
l'ombra, attraverso il sogno, la storia personale, le fantasie, i sintomi
fisici e mentali, un attraversamento lungo e faticoso, sia per il paziente
sia per l'analista. In questa notte oscura lo sforzo comune e' di non cedere
all'istinto di morte, alla tentazione del dissolvimento, della rinuncia a
vivere, restando presenti almeno nella relazione analitica, che a volte per
certi pazienti e' l'unica relazione vitale possibile. Continuare a rimanere
vivi - non solo simbolicamente - finche' non accade qualcosa, qualcosa che
fa cominciare a sperare. Ma come si fa a teorizzare questo misterioso
movimento?
*
Speranza della ragione e speranza del cuore
Continuando il mio viaggio all'interno del contesto psicoanalitico, ho
cercato le parole che piu' si avvicinano a speranza e che sicuramente
potevano essere messe in relazione ad essa, o sovrapporvisi, anche nel
linguaggio comune.
Ho trovato: desiderio, bisogno, domanda, attesa, illusione, proiezione,
fiducia, aspettativa, e le loro controparti negative, come frustrazione,
astinenza, disillusione, ecc. Ma, in realta', nessuna di esse e' affine nel
significato profondo, all'idea di speranza che ho in mente,
rappresentandone, casomai, delle forme spurie, miste, comunque, e almeno in
parte, connotate egoicamente.
Mi spiego meglio con degli esempi.
E' lecito e anche facile sperare, nel senso di attesa fiduciosa e
ottimistica, quando la previsione del futuro e' basata su dati favorevoli.
Ho studiato e, pur essendo in ansia, spero che l'esame mi vada bene. Una
speranza della ragione. Si puo' anche sperare che la guerra in Iraq abbia
fine, prima o poi.
Altra cosa e' sperare che tutte le guerre, la guerra in quanto tale, abbiano
fine. Per questa seconda speranza ci vuole qualcosa di piu'.
Oppure, frequenti in psicoterapia, le speranze del cuore, dei sentimenti:
amo ma non sono riamato/a. Non mi rassegno. Spero dunque fortemente, e
desidero, e agisco per il mio scopo. Accade anche, a chi mantiene questa
tensione e una tenace speranza, che spesso gli arrida il successo, li' per
li'. Ma, altre volte, si configurano ossessioni, accanimenti sofferti,
incapacita' a rinunciare, vissuti che bloccano la vita interiore e di
relazione. Qual e', in questo caso, il confine tra speranza e volonta'
egoica, ossessiva?
Altre situazioni ricorrenti: spero che la crisi matrimoniale, i problemi con
un figlio, le difficolta' di un'amicizia, si risolvano presto e metto in
gioco sinceramente me stesso/a, la mia autocritica, nuove risorse. Una
speranza gia' piu' fondata, anche se con riserva, visto che non potro'
governare su cio' che fara' l'altro.
Bisogna aggiungere, a questo punto, che se la speranza della ragione appare
in qualche modo facile e la speranza del cuore assoggettata al sentimento,
entrambe sono comunque infuenzate dall'esperienza del passato. Infatti, a
seconda delle tracce che la vita pregressa fin dall'infanzia ha lasciato
nella nostra psiche, saremo piu' o meno disposti a sperare o a di-sperare e
a farlo con il cuore o con la testa. Eventi traumatici o gioiosi, figure
amorevoli o distruttive, paure e insicurezze mai superate condizionano
l'apertura alla speranza. La memoria del passato si proietta nel presente e
nel futuro in modo quasi automatico, come un dispositivo di adattamento
difensivo. Questa forma di condizionamento non ci permetterebbe, ad esempio,
di poter sperare che tutte le guerre abbiano fine, visto che si tratterebbe
di un evento inedito, mai accaduto in passato, di cui non c'e' traccia
neanche nella memoria collettiva.
Troppe volte ho sentito dire: non c'e' speranza, l'uomo e' fatto cosi', ha
l'istinto alla guerra, come dimostra la storia... quasi a voler rinforzare
inesorabilmente la via della violenza.
Proviamo a uscire da questa trappola.
*
Speranza e personalita'
Forse, comincio a pensare, c'e' una speranza che con il passato non puo'
avere molto in comune. Certo, mi dico anche con la sospettosita'
dell'analista, sperare in cio' che non e' mai accaduto - non per questo
impossibile - potrebbe somigliare anche a un delirio, a un sogno, a
un'utopia, alla costruzione di un pensiero magico e onnipotente. Se cosi'
fosse, allora voglio provare a delirare con lucidita'.
Mi pare che il nodo complesso sia la mente, la psiche di chi spera, e il suo
livello di maturita' interiore.
Ancora un ultimo punto, sempre di carattere psicologico, prima di affrontare
altri passaggi della mia riflessione. Possiamo precisare meglio dicendo che
la mente spesso funziona in modi diversi a seconda delle persone. Jung ha
costruito una sua tipologia di personalita' lungo la quale potremmo
collocare anche la speranza, riprendendo le precedenti distinzioni: alcuni
individui affrontano la vita attraverso il pensiero e la razionalita', altri
sono portati dal sentimento, altri ancora dalla sensazione, altri infine
dall'intuizione. Queste sono le quattro funzioni o qualita' principali che,
secondo Jung, permettono all'essere umano di interagire con la realta',
esterna e interiore. Una funzione spesso diventa quella principale,
prevalendo sulle altre che seguono in proporzioni diverse. La personalita'
equilibrata le dovrebbe rappresentare  tutte piu' o meno equamente.
Il discorso puo' applicarsi anche alle epoche storiche e culturali e ai
fenomeni culturali, rispetto al "dove" e al "come" la speranza viene riposta
e coltivata.
Nei nostri tempi, se si esce dai significati religiosi e psicologici
profondi, la speranza collettiva viene rivolta soprattutto alla scienza e
alla tecnologia. Ancora si parla di progresso e di scoperte scientifiche, la
vita viene totalmente affidata alla medicina, le terapie psicologiche
tendono sempre piu' a utilizzare gli psicofarmaci. Il successo e il senso
della vita albergano ancora nelle acquisizioni materiali e nei disvalori
collettivamente guidati da interessi non certo equi ne' solidali.
Molte speranze delle nuove generazioni vengono indirizzate verso vicoli
ciechi, spogliate gradualmente dell'entusiamo spontaneo e infine appiattite,
laddove possibile, da uno stile di vita uniformato e alienato. E la chiamano
societa' del benessere... Riprendero' questo punto verso la fine del mio
intervento.
*
La terza forza: una speranza dell'anima
Aggiungerei a questo punto anche una speranza dell'anima, o come direbbe
Jung una speranza del Se', oppure una retta speranza ispirandoci al
buddhismo o, ancora, quel seguire la via del tao, cioe' l'abbandonarsi alla
divina provvidenza. Questo moto, quale che sia il linguaggio o la metafora,
non e' definito dal suo oggetto - la cosa in cui sperare, sia essa
raggiungibile o meno - ma dalla qualita' di una psiche aperta e accogliente.
Devo ancora continuare con alcuni passaggi.
Nel 1994 ho scritto, sulla "Rivista di psicologia analitica", un articolo
dal titolo "Quando l'analisi tradisce lo spirito". In esso sostenevo che non
era possibile fare il lavoro di cura senza una terza forza, una presenza
piu' ampia nella mente dell'analista, che contenga e trascenda la coppia
analista-paziente. Per sostenere la pesantezza del lavoro quotidiano e la
mole di sofferenza che lo accompagna, a cui il terapeuta deve rimanere
empaticamente aperto, occorre appoggiare ogni tanto la mente, delegare
qualcosa, affidarsi.
Occorre, a mio parere, una speranza cardinale, una speranza nella
guarigione, non necessariamente nella nostra bravura, ma nella potenzialita'
di autoguarigione della psiche, presente in tutti. Autoguarigone che, nel
caso di una psicoterapia, passa per la scoperta-costruzione di un "senso",
in un percorso di relazione. Non c'e' bisogno di essere religiosi e di
credere in un Dio particolare, per compiere questo processo. A questo
proposito, mi sono stupita piu' volte, lavorando con pazienti di dichiarata
fede, osservanza, addirittura militanza religiosa, di sentirli perduti in
mezzo ai loro malesseri e sintomi psicologici, nelle vicende della loro
vita, e mi sono onestamente chiesta, chiedendolo esplicitamente anche a
loro - perche' pur avendo la fortuna, la grazia di una fede, non riuscivano
ad attingere ad essa.
Anche per lo psicoanalista, come per chiunque eserciti una professione di
cura e di responsabilita' verso gli altri, avere Dio dalla propria parte
sarebbe una grossa fortuna, ma non possiamo prevedere che sia sempre cosi'.
E allora si puo' parlare di spirito, di mistero, di speranza, di qualcosa
cioe' che sposti l'asse del potere verso un equilibrio tra onnipotenza e
impotenza, del terapeuta, lasciando una quota all'incognito, accettando di
non sapere e neanche di poter padroneggiare tutto. Cosa che per la mente
occidentale e' molta faticosa. Piu' per l'uomo che per la donna, piu' per
determinate personalita' che per altre.
*
Saper cogliere la scintilla
Tornando alle diverse personalita' e alla speranza, noi psicoterapeuti, come
chiunque altro nel suo campo, rischieremmo di non cogliere quelle scintille
importantissime della capacita' di sperare dei nostri pazienti, se non
osservassimo con estrema attenzione le diverse forme in cui essa si veste a
seconda della personalita'. Essa, la scintilla, il barlume, e' la chiave per
uscire dalle "ombre della morte". Per sperare davvero bisogna saper vedere,
cogliere, leggere tra le righe, imparare a scrutare l'inizio dell'alba.
Questa, finalmente ci arrivo, e' la speranza dell'anima o del Se' che
risorge. Ho gia' detto che speranza e desiderio spesso si confondono, ma e'
proprio la speranza dell'anima che piu' chiaramente si stacca dal desiderio
e dalla volonta' centrata sull'Io.
Per esempio, nel caso dello psicoterapeuta, vorrei che il/la mia paziente
guarisse, ma non posso "volerlo", nonostante sia un giusto desiderio per un
terapeuta. Esso infatti altererebbe la qualita', i modi e i tempi del mio
lavoro, della mia presenza nella relazione. Come quelle mamme amorose che
tuttavia affrettano, spingono, condizionano i loro figli verso mete e con
tempi che non sono i loro. Oppure, al contrario, li rallentano o li bloccano
su altri percorsi.
C'e' un disegno che si viene gradualmente mostrando, nella vita e nei
percorsi psicologici, il quale ha un suo senso, i suoi temi e i suoi tempi,
rispetto al quale lo psicoterapeuta non puo' che essere presente, vicino,
d'aiuto nella sua lettura, che deve comunque partire dal paziente, dal
materiale che viene portato in analisi.
*
Sperare come vedere attraverso
Sono cosi' giunta, spero con sufficiente chiarezza, al cuore del mio
intervento.
La speranza ha a che fare con il futuro, non c'e' dubbio, e anche con
l'attesa e con con le aspirazioni, la prospettiva ottimistica, la fiducia e
la fede, ma a partire dalla mia esperienza e dal titolo che ho voluto dare a
queste riflessioni, essa sta anche nella possibilita' e la capacita' di
"osservare per trasparenza opponendo la luce" a qualcosa di opaco,
intra-vedere, vedere attraverso, cioe' uno dei significati meno conosciuti
della parola. Dal dizionario etimologico: "sperare" come trasparire. Essa e'
ben rappresentata anche dall'espressione comune: "Speriamo..." cui a volte
si aggiunge anche "... in bene". E' volgersi, come disposizione verso un
futuro in cui le ombre si dileguano.
*
L'ancora di speranza
Un altro aspetto centrale di questa speranza dell'anima e' la sua
continuita', la capacita' di mantenere costante la posizione
dell'affacciarsi verso, aprirsi a, sporgersi su un futuro ignoto, sullo
sviluppo ancora misterioso, con benevolenza, con attitudine fiduciosa che
cio' che verra' avra' comunque un suo senso - anche se potrebbe apparirci
diverso dall'aspettativa.
Questo aspetto e' ben illustrato da un ulteriore significato della parola
speranza. In marina si usa un termine tecnico per definire l'ancora,
un'ancora di riserva. La si chiama ancora di speranza. Come dire, tutto puo'
essere perduto, anche l'ancoraggio, ma rimane comunque un'ultima speranza,
una speranza di riserva. Non a caso l'ancora e' il simbolo della speranza.
Gettare l'ancora vuol dire fermarsi, attendere, sostare, meditare. La sosta
e' interiore, psichica, e puo' aver luogo in psicoterapia, come in un altri
contesti di cammino interiore, durante particolari periodi o transizioni
della vita o nella normale quotidianita'. Basta saper osservare in
trasparenza e rimanere all'ancora per il tempo che serve.
Cosi' la speranza non e' piu' solo una freccia lanciata, una fuga, una mente
tesa, ma uno sguardo nel presente, un paradossale raccogliersi nell'apertura
su cio' che la vita propone, un abbandono consapevole al presente che
continuamente trapassa nel futuro, un respiro insomma, tra dentro e fuori,
tra prendere, trattenere e rilasciare. Se la speranza rimanesse come una
freccia, essa sarebbe allora senza bersaglio, senza parole, partita da un
centro verso uno spazio immenso.
Mi torna alla mente un verso della poetessa Cristina Campo, che ho ripreso
come titolo di un altro mio scritto su mistica e politica, del 1998:
"Vibrero' senza quasi mirare la mia freccia".
Ancora un'altra possibile immagine: speranza come fessura, piccola apertura
che permette di intra-vedere, simile a quell'osservare in trasparenza: un
guardare dentro che permette di cogliere la scintilla, il raggio di luce
nella densita' oscura.
*
La speranza naturale
Ma come si approda a questo stato psicologico?
Questa speranza non viene necessariamente come una grazia divina. Essa ha
anche un suo percorso nello sviluppo psicologico sano che si puo' seguire
dalla nascita in poi. Puo' essere pensata come una funzione naturale, una
capacita' costituzionalmente presente, da poter sviluppare come molte altre.
Immaginiamola, la prima speranza. Non sara' cosi' difficile, poiche' il
neonato e' quanto di piu' fragile, impotente e affidato alla provvidenza che
si possa immaginare, oltre che simbolo stesso della speranza proiettata nel
futuro.
Il bambino alla nascita ha, geneticamente attiva, la predisposizione alla
suzione, la quale si realizzera' solo se anche il seno della madre, o suo
sostituto, sara' presente nel momento necessario. Si tratta di questione di
vita o di morte, di sopravvivenza. Per questo la nascita e ri-nascita sono
temi archetipici, ovunque e sempre nel mondo, e costeggiano la morte.
Con ripetute esperienze positive il bambino comincera' a nutrire la speranza
che il seno compaia quando egli prova lo stimolo della fame e potra'
cominciare a sopportare l'attesa, il bisogno e la frustrazione conseguente,
cioe' potra' cominciare a tollerare l'assenza del seno. La disperazione
ovvero l'assenza di speranza, compare quando anche l'immagine interna, la
memoria, la rappresentazione, tutto e' perduto.
Per poter sperare in modo naturale e spontaneo, anche da adulti, bisogna
almeno aver intravisto, aver sfiorato, essere entrati in qualche contatto
con quello stato psicologico interiore di gioia, di soddisfazione, di
incontro, che poi verra' inseguito, desiderato, cercato e identificato nelle
persone, negli oggetti, nei luoghi concreti.
Gli esseri umani sono fatti, predisposti anche per la gioia. La speranza e'
funzionale alla sopravvivenza e all'adattamento nel senso del benessere.
Troppe volte in psicoterapia ho potuto osservare una sorta di atrofia della
funzione della speranza, l'impossibilita' a sperare rappresentata da un
negativismo onnipotente, faticosissimo da incrinare, una distruttivita' cupa
che annienta anche la fantasia di salvezza, che non si apre a nessuna
scintilla, per non indebolire le difese. Eppure, piano piano, sostando e
accogliendo cio' che viene dal mondo interiore, la speranza fa capolino in
un sogno, un lapsus, una novita' inaspettata, da non sottolineare, cui non
dare troppo peso, altrimenti ci si spaventerebbe. La luce deve entrare
lentamente altrimenti acceca, spiazza, costringe a vedere, e a cambiare.
Speranza, nel senso che qui propongo, e' qualcosa che si impara dall'essere
vivi e in relazione, lo si impara anche successivamente, quando non lo si e'
potuto fare in una crescita sufficientemente buona. Si puo' anche
re-imparare, quando si e' dimenticato, o si puo' imparare a farlo in modo
diverso, qualora se ne conosca uno solo e poco funzionale.
Questa di cui parlo, potrebbe anche essere quindi definita come la speranza
naturale, sana, quella che fa sopportare la prigionia, l'esilio,
l'ingiustizia, le perdite e i dolori della vita. Essa e' normalmente
appoggiata all'esperienza e alla memoria, per quanto vaga, della gioia e del
benessere, della possibilita' di una nuova alba - nonostante tutto, domani
e' un altro giorno - di un ritorno a casa, per dirla altrimenti. E' un sano
atteggiamento ottimistico.
*
La speranza pura
Ora, pero', vorrei transitare a un ultimo livello del mio discorso, oltre al
quale non sono riuscita ad andare.
Mi sono anche domandata, e vi domando, se e' possibile una speranza senza
oggetto, senza memoria, senza nome, uno sperare puro e semplice, simile a
quella speranza nuova cui ho fatto accenno all'inizio parlando della guerra,
ma ancora piu' pura.
Oppure questa e' davvero un'assurdita'? Puo' esserci un'apertura totale, che
non aspetta nulla per se', un abbandono semplice alla vita che scorre
momento per momento, anche alla morte che e' parte della vita?
Una speranza che non e' affatto quel "pensare positivo" con cui la cultura
americana continua a bombardarci?
La mistica ci direbbe di si'. L'anelito, la speranza ineffabile del mistico
e' quella dell'unione, dell'abbandono a Dio. Ha, questa speranza, qualcosa
in comune con le altre? Dalla letteratura mistica si evincono simili
dinamiche, trappole, atteggiamenti, passaggi, che pongono il cammino
spirituale nelle stesse condizioni di partenza di altri percorsi interiori,
incluso quello individuativo proposto da Jung.
La psicoanalisi abitualmente non travalica i suoi confini di luogo della
cura, di ripristino e riorientamento, di riabilitazione alla capacita' di
sviluppare ulteriormente l'autenticita', la propria individuazione, il
proprio vero Se'. Il massimo a cui essa puo' mirare e' riattivare la
speranza naturale. Tutto il resto, da questo punto in poi, sta al paziente,
al suo destino, per dirla in breve. La psicoanalisi e' solo una tappa, una
fase, un periodo di un iter che invece dura tutta la vita. Essa rappresenta
quello stare all'ancora per osservare attraverso l'opacita', per
ricominciare a sperare.
Il discorso religioso o spirituale puo' emergere o meno nel corso del
trattamento e,  quando e' gia' presente nella vita del paziente, sicuramente
verra' accolto come risorsa, ma non certo interpretato. Se fa parte della
vita dell'analista non verra' fatto pesare in nessun modo. La psicoanalisi,
quando e' terapia, e' un discorso sulla psiche e nella psiche, senza altre
ambizioni o pretese.
La speranza senza oggetto potrebbe essere uno stato della mente, forse
simile a quello che il buon analista mette in gioco di fronte alla
situazione del suo paziente. Essa e' una pre-disposizione primariamente
psichica e laica, spirituale se vogliamo perche' non materiale, cioe' non
basata su appoggi solidi razionali, materialistici, scientifici. Tuttavia
non e' neanche appoggiata alla fede religiosa. Non sta ne' di qua ne' di
la', ma c'e'. Puo' esserci. La si trova per via negativa, spogliandola delle
illusioni, degli attaccamenti e dei desideri. Analogamente a quella del
mistico e' indicibile e indescrivibile ed e' un'esperienza personale piu'
che un concetto trasmisssibile. Forse le manca la gioia. Ancora non lo so.
*
Morte e rinascita
Fin qui l'individuo, l'interiorita', il destino personale.
E il mondo?
Proverei ora a riformulare il titolo del mio intervento in un altro modo,
consono all'occasione, per aggiungere un'ultima parte: Pasqua, anno 2004.
Morte, rinascita e speranza attraverso la figura del Cristo.
Il tema della morte e rinascita, cioe' della trasformazione interiore, e'
centrale nella psicologia analitica di Jung e fa parte del processo di
individuazione. E' implicita nell'idea stessa di rinascita, intesa come  il
risorgere della vita interiore, la speranza di cui stiamo parlando.
In Aion, un'opera del 1951, rimanendo dichiaratamente sul suo campo,
medico-psicologico e fenomenologico, Jung mette simbolicamente in relazione:
- il processo di individuazione del singolo e i passaggi trasformativi e
rigenerativi che lo accompagnano verso l'integrazione della personalita'
nella totalita' del Se';
- la figura del Cristo - visto come archetipo del Se', immagine interiore di
Dio;
- l'evoluzione storica del cristianesimo fino alla moderna crisi della
societa' occidentale nella quale circolano oggi nuove ombre apocalittiche.
Dice espressamente Jung "La scristianizzazione del nostro mondo, lo sviluppo
luciferino della tecnica, le mostruose devastazioni materiali e morali che
la seconda guerra mondiale ha lasciato dietro di se', sono gia' stati
paragonati piu' di una volta agli eventi escatologici predetti nel Nuovo
Testamento" (p. 37).
Piu' avanti: "Se nella tradizionale figura di Cristo riconosciamo un
equivalente del fenomeno psichico del Se', l'anticristo corrispondera'
all'ombra del Se', ovvero alla meta' oscura della totalita' umana che non
dobbiamo giudicare troppo ottimisticamente" (p. 40).
Nella sua opera, Jung affronta coraggiosamente e ripetutamente il complesso
problema del male, a livello sia individuale sia collettivo, ritenendo che
esso vada concepito non soltanto come "privatio boni", assenza del bene, ma
come qualcosa di piu' sostanziale e ineludibile, soprattutto quando lo si
incontra a livello empirico.
Per "ombra" Jung intende gli aspetti oscuri, le qualita' inferiori, gli
istinti primitivi, le perversioni, tutto cio' di disturbante che puo'
"possedere" l'essere umano fino alla distruttivita' di se' e dell'altro,
anche in modo inconscio e apparentemente imprevedibile. Freud usava
l'espressione: istinto di morte. Ora, una cosa e' l'indagine scientifica, la
conoscenza che per ottenere il suo fine deve rimanere neutrale e libera da
ipoteche moralistiche, altro e' penetrare, psicologicamente, nell'indagine
stessa del rapporto tra etica, morale e male. Jung tenta di farlo sulla base
della sua esperienza clinica di psichiatra e psicoterapeuta e dello studio
approfondito della storia e delle produzioni culturali dell'umanita',
distinguendo un'ombra personale dall'ombra archetipica collettiva.
Sulla prima, trattandosi dell'oggetto della sua professione, Jung e' piu'
ottimista: "Con un po' di autocritica si puo' arrivare con facilita' a
vedere l'mbra, nella misura in cui essa e' di natura personale... In altre
parole, rientra nell'ambito delle possibilita' di un uomo riconoscere il
male relativo della propria natura; e' invece un'esperienza rara quanto
conturbante guardare in faccia il male assoluto" (p. 10).
Le "ombre oscure della morte" sono dunque ombre che accompagnano in ogni
epoca storica l'esistenza individuale, e che i terapeuti dell'anima, quando
trattano con le persone, sono chiamati a dissolvere o perlomeno a contenere,
rendendole piu' coscienti e sopportabili.
Vediamo oggi quanto la lettura di Jung sia applicabile facilmente ai
fenomeni sempre crescenti di crimini irrazionali, alla violenza sempre piu'
diffusa, alla depressione come malattia sociale, alle varie dipendenze
tossiche, che spesso della depressione sono solo un travestimento. La
richiesta sempre piu' dettagliata di intervento terapeutico e riabilitativo
e' alta. Noi psicoterapeuti non siamo mai stati cosi' tanti al mondo e cosi'
pieni di lavoro. Dicono a volte che abbiamo sostituito i preti o che siamo i
preti dell'era moderna e post-moderna. Sicuramente siamo accomunati a loro,
come ad altri professionisti della cura, anche nello stress e nel burn-out
che il nostro lavoro comporta. Nella famiglia, a scuola, negli ambiti di
lavoro, nei luoghi dello sport e del divertimento, potremmo dire ovunque, si
affacciano ombre minacciose. E sto parlando delle societa' civile, della
vita di tutti i giorni, non delle guerre o degli eventi straordinari.
Jung collega allo stato critico della societa' occidentale europea - ricordo
che sta parlando negli anni '50 -  anche le difficolta' del cristianesimo,
nel quale, egli dichiara, tutti gli europei siamo ineludibilmente radicati.
Tra queste difficolta' egli  identifica quella a comunicare con l'uomo
contemporaneo. Dopo aver tracciato lo  sviluppo della societa' occidentale
lungo l'asse scienza-materialismo-realismo e guardando ai futuri esiti di
questa unilateralita' con una certa perplessita', Jung dice: "Malgrado tutte
le ben intenzionate assicurazioni in contrario, la cristianita' assiste
impotente a questo spettacolo. La Chiesa conserva un certo potere, ma
pascola i suoi agnelli sulle rovine d'Europa. Il suo messaggio e' efficace
purche' sia in grado di collegare il suo linguaggio, le sue immagini, le sue
usanze con la comprensione del presente" (p. 165). Piu' avanti la sua
analisi si amplia alla situazione generale delle societa' occidentali,
tenendo sempre sott'occhio la posizione dell'individuo che la subisce,
costretto poi a portare il suo disagio al medico.
Un altro punto critico da lui individuato in anticipo, almeno sul piano
psicologico, riguarda la continuita' della storia e della cultura. Premetto
alla citazione che segue, che essa rende bene il tipo di ambiguita' e
malinteso cui l'opera di Jung puo' soggiacere. Si tratta della difficolta' a
inquadrare il suo pensiero, definito alternativamente come spirituale o
ateo, di destra o di sinistra, conservatore o progressista ecc., malintesi
che si dissolverebbero tenendo presente sempre l'aspetto psicologico del suo
ragionare e la sua grande liberta' intellettuale nel testimoniare la sua
epoca. E non dimenticando che era svizzero e aveva avuto un padre pastore
protestante e che non si mai legato a nessuna ideologia politica.
*
I simboli
Parlando sempre dell'importanza del linguaggio, che deve veicolare quei
simboli necessari a colmare la dissociazione della personalita' individuale
e collettiva - tra conscio e inconscio, tra bene e male, ecc. - e ribadendo
la necessita' di nuove vesti affinche' i simboli possano ridiventare vivi e
agire nella cultura, Jung osserva: "L'attuale tendenza a distruggere, a
rendere inconscia ogni tradizione, potrebbe tuttavia interrompere per
centinaia di anni il normale processo di evoluzione e sostituirlo con un
intervallo barbarico. La' dove predomina l'utopia marxista (siamo in pieno
stalinismo) questo e' gia' avvenuto. Ma anche una formazione prevalentemente
tecnico-scientifica, tipica per esempio degli Stati Uniti, puo' provocare
una regressione spirituale e quindi un notevole incremento delle
dissociazione psichica. Igiene e prosperita' non bastano perche' l'individuo
sia sano; altrimenti gli uomini piu' ricchi e piu' illuminati starebbero
meglio degli altri. Per quanto riguarda le nevrosi, le cose non stanno
affatto cosi', al contrario. La perdita delle radici e l'abbandono della
tradizione nevrotizzano le masse e le predispongono all'isteria collettiva.
E questa richiede una terapia collettiva consistente nella privazione della
liberta' personale e nel terrore. La' dove predomina il materialismo
razionalistico, gli Stati tendono a diventare non piu' prigioni ma manicomi"
(p. 170).
Anche in altri scritti precedenti, Jung ha mostrato una grande lungimiranza
nella sua critica al sistema consumistico euroamericano. I suoi viaggi nel
resto del mondo, in Africa, in India, i suoi contatti con gli indiani
d'America, lo avevano disilluso sulla propria cultura e  lo avevano messo in
contatto profondo con l'autenticita' e la naturalezza delle culture
indigene, facendogli realizzare con chiarezza l'inevitabile deriva cui stava
andando incontro la societa' occidentale.
Per Jung, e io condivido questa visione, esistono istinti dello spirito,
necessita' della psiche universale, che non possono essere ne' ignorati, ne'
rimossi, pena la loro attivazione in forma perversa deviata: la ricerca di
trascendenza e' insita nell'esperienza umana, l'incontro con la sofferenza e
il male sono inevitabili, solo la consapevolezza e la capacita' simbolica
permettono di sfuggire alla distruttivita' che accompagna, tanto quanto la
trascendenza, la natura umana.
*
Speranza collettiva
Ed ecco riaffacciarsi la speranza. Ogni epoca, dice Jung, ha i suoi simboli
ed essi vanno cercati, lasciati emergere, compresi, riformulati.
Credo che negli anni successivi alle affermazioni di Jung, che ormai sono
cinquanta e piu', la situazione delle chiese cristiane si sia molto evoluta,
proprio lungo le linee che Jung raccomandava, nell'azione e nel linguaggio,
e che la specifica azione di Giovanni Paolo II sia stata decisiva negli
ultimi vent'anni. Ma sono anche intervenuti altri fenomeni, allora
imprevedibili, come la diffusione di altre religioni e il dialogo
interreligioso che ne e' scaturito. Anche l'economia e la politica
internazionale sono cambiate, gli schieramenti ideologici, le appartenenze,
tutto si va rimescolando a causa di interessi intrecciati in modo molto
complesso.
Anche la presa di coscienza collettiva sta numericamente aumentando, mentre
aumenta la perdita di coscienza indotta dai mass media e dalla diffusione
del consumismo a tutto il pianeta. Come nella vita dell'individuo, nelle
storie personali, esiste quella possibilita' di salvezza, di uscita
dall'ombra, anche nella vita collettiva esiste la possibilita' di risveglio
dallo stato inconsapevole, di un confronto con il conflitto e la perdita,
con gli opposti del male e del bene, senza risparmiarsi ne' il dolore ne'
l'impegno a elaborarlo.
Presentimenti di future individuazioni, di percorsi vitali e sani per la
sopravvivenza collettiva sono oggi presenti, nonostante il dilagare della
manipolazione, della menzogna, dei poteri sfacciati e prepotenti.
Si stanno affacciando qua e la' barlumi, scintille, abbozzi di nuovi
movimenti.
Dove li troviamo o li possiamo intra-vedere?
- Nel disagio psicologico sempre piu' diffuso, medicalizzato,
"impasticcato", che le psicoterapie efficientistiche, quelle studiate per
adattarsi meglio ed essere inclusi nella follia collettiva, non riescono a
lenire;
- nell'insoddisfazione di una parte sempre maggiore della collettivita', che
non si accontenta delle seduzioni del mercato;
- nelle coscienze piu' sveglie che sanno guardare lontano, conoscendo i
tempi lunghi, che percepiscono la potenza sotterranea del dissenso, che
intravedono i simboli aurorali anche nella cupezza;
- nelle militanze culturali che sanno rinnovarsi nelle idee e nei metodi;
- in questi e altri gruppi, in luoghi diversi, inclusi quei non-luoghi, come
vengono anche chiamati, che sono la comunicazione via internet e le nuove
forme di aggregazione che per ora sfuggono a un controllo piu' stretto.
*
La pace come simbolo
In tutto questo, quale potrebbe essere sentito come simbolo nuovo, potente e
vitale, condiviso e ancorato nel presente?  Un terzo, una coniunctio
oppositorum, degli opposti in conflitto, un tempo-spazio di rinascita?
A me sembra che possa essere il simbolo della pace o meglio la pace come
simbolo.
"Il simbolo puo' dirsi vivo solo quando e', anche per chi osserva,
l'espressione migliore e piu' alta possibile di qualcosa di presentito e non
ancora conosciuto" (Jung, 1921).
La nuova speranza e' quella nella sopravvivenza del genere umano, nella
conservazione e salvaguardia delle risorse del pianeta.
Di fronte all'altro simbolo piu' o meno esplicitato, che oggi occupa
l'inconscio collettivo - cioe' la minaccia dell'apocalisse - di fronte ai
vari millenarismi, settarismi alimentati da miti e altre proiezioni
collettive, credo che l'idea, l'immagine della pace abbia agito come
catalizzatore trasversale, piu' ampio - globale - per molte diversita' di
vario genere, religiose, laiche, ideologiche, nazionali, sociali, culturali.
Le bandiere della pace che continuano a sventolare nel mondo rappresentano
l'azione viva del simbolo, quella che ha bisogno dei sensi e delle emozioni,
del riconoscimento reciproco, del linguaggio comune.
Eppure di pace si e' sempre parlato, i movimenti pacifisti esistevano anche
prima, trattati di pace sono stati sempre firmati. Il messaggio cristiano da
duemila anni si pone come annuncio di pace. Cosa e' cambiato, dunque? Le
parole non sembrano bastare piu'.
Sembra che una forte speranza sia stata innescata ed espressa dal movimento
di pace sorto spontaneamente, ovunque, dal basso di fronte all'ennesima
guerra scatenata dall'alto.
Per quanto sia tutto troppo recente per essere interpretato, sul piano dello
psichismo collettivo dell'occidente c'e' un parziale risveglio in corso,
dopo l'intossicazione e l'addormentamento degli ultimi vent'anni circa. Non
si sa bene cosa accadra'. Per questo serve la speranza e l'"operare la
vita", laddove si e', e si vive, dove si lavora, con i propri strumenti, ma
almeno non piu' soli.
*
Inversione di rotta
Serve una inversione di rotta, che tuttavia sappiamo dover passare per un
probabile collasso dell'attuale sistema economico. Serve di ritrovare
entusiasmo per darlo alle nuove generazioni, oppure di lasciare che il loro
entusiasmo emerga come sarebbe fisologico e naturale, interpretando il
disagio giovanile anche alla luce delle responsabilita' degli adulti,
smettendo di indirizzare bambini e giovani verso un sistema malato che
produce malattia, soprattutto nei piu' sensibili. Un'inversione di rotta
cosi' gigantesca che forse non ne vedremo l'esito, non la mia generazione.
Ma non  importa. Si lavora per il futuro, in un presente che comunque faccia
sentire piu' integri, per quanto possibile.
Io, personalmente, non ho speranze in leader illuminati, in grandi gruppi,
in movimenti globali imposti dall'alto, cioe' nelle classiche logiche di
potere che finiscono sempre per colonizzare e usurpare anche le piccole aree
di autonomia e liberta'.
Nutro piu' speranza nella crescita delle realta' piccole e locali,
comunita', gruppi che scelgono di vivere diversamente, non allineati con i
valori oggi dilaganti sui media e nella societa' dominata dal denaro,
persone che poi si collegano tra loro e vanno avanti nella pratica
quotidiana, che include l'impegno sociale.
Aspettando, sperando che il ciclo distruttivo si esaurisca, sperando di
sopravvivere all'intasamento delle merci - chissa' perche' si chiamano
ancora "beni"? -, dei rifiuti, degli scarti, sperando che insorga una
graduale ma stabile e sensibile controtendenza, che scompaiano dalla scena
gli idoli e le icone seduttive, sperando in una essenzialita' e sobrieta'
che non e' quella della moda minimalista o dell'uso commerciale dei valori
spirituali, cui assistiamo ormai sempre piu' spesso. Non c'e' nulla che
venga risparmiato dall'accaparramento, neanche gli ideali.
Il nuovo e' tutto da fare, e per ora siamo ancora troppo pochi per poteri
troppo forti. Occorre davvero gettare l'ancora di speranza e "sperare",
osservando, ma soprattutto agendo in trasparenza.

3. LE FISIME DI STRAMBOTTO: QUALCHE DELITTO DI LESA MAESTA'
[Ah, questo lagnoso, legnoso Strambotto. Sempre al caffe' con quell'Errico
la', che certo non per caso si chiama Malatesta]

Che anche in alcune insigni personalita' della nonviolenza vi siano tratti
autoritari, aspetti equivoci e fin nevrotici, e' cosa di cui non ho mai
dubitato. Ma non e' li' la nonviolenza.
*
Cosi' come anche Omero talvolta sonnecchia, anche Gandhi talvolta le spara
grosse. E' immenso suo merito aver concepito i suoi pensieri e il suo agire
come contestuali, sperimentali, evolutivi ed aperti, con una capacita' di
autocritica e di autocorrezione che infinitamente mi commuove. Chi
abbracciasse la nonviolenza con atteggiamento totalitario, non ha
abbracciato la nonviolenza.
*
Ogni volta che sento fare l'elogio di cio' che e' al di la' della ragione
umana, ohibo', un brivido mi percorre la schiena.
Ogni volta che sento enunciare un'idea in forma di dogma, ahime', sento che
i ceppi e i roghi non sono lontani.
Ogni volta che sento evocare i supremi interessi di qualcosa che va al di
la' della concreta esistenza corporale delle persone e della dignita' che in
ogni singolo essere umano e' incarnata, sento tornare il passo dell'oca.
*
L'unica fondazione ragionevole della nonviolenza mi pare esser quella che
muove dal riconoscimento dell'umanita' cosi' com'e'.
*
Poiche' la violenza e la menzogna denegano l'umana dignita', devastano il
mondo e impediscono la convivenza, la scelta della nonviolenza - che e'
l'opposizione piu' nitida e piu' intransigente alla violenza e alla
menzogna - e' necessaria.
*
Chiesero una volta a un mio compaeano cosa mai fosse questa nonviolenza.
Essa e' tre cose, rispondeva quello: in primo luogo e' lotta, poi e' ancora
lotta, e infine e' lotta ancora. E' lotta contro la violenza e la menzogna,
e' lotta contro l'ignoranza e la vilta', e' lotta contro cio' che offusca e
che corrompe. E' lotta per recare aiuto all'oppresso, e' lotta per
invigilare se stessi, e' lotta per sciogliere e incontrare. E' lotta per il
futuro, e quindi e' lotta per il presente, e dunque e' lotta per il passato.
E' l'internazionale futura umanita' riconosciuta nei compiti dell'ora.

4. LETTURE. THOMAS A. SZLEZAK: COME LEGGERE PLATONE
Thomas A. Szlezak, Come leggere Platone, Rusconi, Milano 1991, Bompiani,
Milano 2004, pp. 190, euro 7. Una bella introduzione a Platone secondo la
prospettiva di lettura condivisa da Giovanni Reale e dalla "scuola di
Milano-Tubinga".

5. RILETTURE. DACIA MARAINI: ISOLINA
Dacia Maraini, Isolina, Rizzoli, Milano 1985, Rcs, Milano 2005 (suppl. al
"Corriere della sera"), pp. 192, euro 4,90. Dacia Maraini ricostruisce con
umana partecipazione, finezza ermeneutica, perizia narrativa e rigore
documentario la vicenda di Isolina Canuti assassinata nel gennaio 1900, e
del processo che ne segui': "ma cosa conta la vita di una ragazzina di
oscura famiglia... di fronte all'onore dell'esercito?". Da rileggere, per
chi avesse dimenticato, e per riflettere sulla necessita' di contrastare
oggi e sempre il maschilismo e il militarismo, e i crimini in cui si
estrinsecano.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 35 del 21 agosto 2005