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La nonviolenza e' in cammino. 1031



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1031 del 23 agosto 2005

Sommario di questo numero:
1. Francesco Comina: Sosteniamo la campagna per il si' al referendum
brasiliano contro il commercio delle armi
2. Flavio Lotti e Grazia Bellini: Dieci cose da fare in preparazione della
marcia Perugia-Assisi
3. Peregrino Valmelaina: La poesia onesta
4. Emily Wax: Una prigione al posto di un'altra
5. Elena Liotta: Cure e culture, dialogare con l'islam. La psiche femminile
tra anima e terra
6. Enrico Peyretti: Fratelli avvelenati
7. Vittorio Strada ricorda Mauro Martini
8. Vivian Lamarque: Non parla
9. Riletture: Ingeborg Bachmann, Invocazione all'Orsa Maggiore
10. Riletture: Ingeborg Bachmann, Poesie
11. Riletture: Maria Teresa Mandalari, Poesia operaia tedesca del Novecento
12. La "Carta" del Movimento Nonviolento
13. Per saperne di piu'

1. APPELLI. FRANCESCO COMINA: SOSTENIAMO LA CAMPAGNA PER IL SI' AL
REFERENDUM BRASILIANO CONTRO IL COMMERCIO DELLE ARMI
[Ringraziamo Francesco Comina (f.comina at ladige.it) per questo intervento, ed
esprimiamo naturalmente il nostro pieno sostegno alla campagna per il si' al
referendum brasiliano contro il commercio delle armi (per maggiori
informazioni cfr. l'articolo di Ermanno Allegri nel n. 1002 di questo
notiziario). Invitiamo tutti i nostri lettori a  mettersi in contatto con
Francesco Comina in Italia, con Ermanno Allegri in Brasile (sito:
www.adital.org.br). Francesco Comina, giornalista e saggista, pacifista
nonviolento, e' impegnato nel movimento di Pax Christi; nato a Bolzano nel
1967, laureatosi con una tesi su Raimon (Raimundo) Panikkar, collabora a
varie riviste. Opere di Francesco Comina: Non giuro a Hitler, Edizioni San
Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2000; (con Marcelo Barros), Il sapore della
liberta', La meridiana, Molfetta (Ba) 2005; ha contribuito al libro di AA.
VV., Le periferie della memoria, Anppia - Movimento Nonviolento,
Torino-Verona; e a AA. VV., Giubileo purificato, Emi, Bologna]

Cari amici,
come sapete, siamo molto impegnati in questi mesi per rilanciare anche in
Italia e in Europa le ragioni del referendum che si terra' in Brasile il 23
di ottobre e che chiede la fine della vendita e del commercio delle armi da
fuoco.
Un problema enorme anche perche' la violenza delle metropoli, dei quartieri,
delle favelas, dilaga proprio perche' e' facile acquistare le armi, anche
dai bambini. Per questo motivo Lula ha lanciato dapprima una campagna per la
consegna spontanea delle armi che ha avuto molto successo. E ora un
parlamentare del Pt ha fatto passare il referendum, gia' approvato dalla
Camera.
La posta in gioco e' molto alta per tutti coloro che vogliono costruire un
mondo senza piu' armi. In tutto il mondo. Ma in Brasile le grandi ditte che
producono armi hanno deciso di investire grandi risorse finanziarie per
affossare il referendum.
Per questo serve l'impegno di tutti.
Come "Centro per la pace" di Bolzano abbiamo formato un gruppo di lavoro che
sta pensando ad iniziative ed incontri su questo tema, per sostenere il
lavoro di Ermanno Allegri, nissionario bolzanino in Brasile e referente
nazionale della campagna per il "Si' al referendum contro la vendita delle
armi".
Ermanno e' in Brasile da oltre trent'anni ed e' una figura di primo piano
nel panorama sociale ed edittoriale del paese visto che da alcuni anni e'
direttore dell'agenzia di stampa "Adital" (www.adital.org.br).
Come gruppo di lavoro abbiamo gia' deciso di organizzare un incontro su
questo tema, dato che saranno qui a Bolzano il fratello di Ermanno, don Lino
Allegri e don Pierluigi Sartorel che insieme a Ermanno condividono oltre
trent'anni di Brasile in mezzo ai poveri e ai favelados, gli abitanti delle
favelas.
L'incontro e' stato fissato il 2 settembre a partire dalle ore 18 con una
relazione informativa di don Lino Allegri, un momento conviviale e a seguire
la visione del film "La citta' di Dio" (Cidade de Deus), che racconta in
maniera molto cruda la violenza in una delle piu' spavenotose favelas di
Rio.

2. INIZIATIVE. FLAVIO LOTTI E GRAZIA BELLINI: DIECI COSE DA FARE IN
PREPARAZIONE DELLA MARCIA PERUGIA-ASSISI
[Dalla Tavola della pace (per contatti: info at perlapace.it) riceviamo e
diffondiamo. Flavio Lotti e Grazia Bellini sono i coordinatori nazionali
della Tavola della pace, la principale rete pacifista italiana]

Cari amici,
vi inviamo una scheda riassuntiva delle "dieci cose da fare" in preparazione
della Marcia Perugia-Assisi per la giustizia e la pace dell'11 settembre
2005 e delle iniziative collegate.
La scheda riassume le diverse iniziative concrete che ogni persona o
associazione puo' fare per contribuire al successo delle manifestazioni che
abbiamo organizzato in vista del vertice delle Nazioni Unite di settembre.
Pur consapevoli delle difficolta' connesse con il periodo estivo, crediamo
sia necessario fare ogni sforzo per assicurare il piu' ampio coinvolgimento
di tutti coloro che credono nelle possibilita' della pace e vogliono reagire
alla grave situazione nazionale e internazionale.
Potete trovare i programmi dettagliati delle iniziative sul sito:
www.tavoladellapace.it
Ulteriori informazioni possono essere richieste alla nostra segreteria: tel.
0755731648, fax. 0755739337, e-mail: 11settembre at perlapace.it
Buon lavoro,
Flavio Lotti e Grazia Bellini, coordinatori nazionali della Tavola della
pace
*
Verso la Marcia Perugia-Assisi dell'11 settembre 2005
Per realizzare questo progetto c'e' bisogno anche di te. Se condividi gli
obiettivi dell'iniziativa:
1. Invia subito l'adesione alla Marcia Perugia-Assisi per la giustizia e la
pace dell'11 settembre 2005 e alle iniziative ad essa collegati;
2. Coinvolgi i tuoi amici, i gruppi, le associazioni, le parrocchie, le
forze politiche, i parlamentari, le comunita' degli immigrati della tua
citta';
3. Sollecita il tuo Comune (Provincia o Regione) ad aderire alla marcia e
alle iniziative collegate;
4. Pubblica l'invito della Marcia Perugia-Assisi dell'11 settembre e le
iniziative collegate in internet;
5. Diffondi lo spot per le radio e le televisioni locali che promuovono la
Marcia Perugia-Assisi dell'11 settembre (richiedili alla Tavola della pace);
6. Partecipa all'incontro nazionale degli operatori della comunicazione e
degli operatori di pace intitolato "Per un?informazione e una comunicazione
di pace" in programma a Perugia il 7 settembre 2005;
7. Partecipa e organizza la partecipazione alla sesta Assemblea dell'Onu dei
popoli, alla seconda Assemblea dell'Onu dei giovani e alla Marcia
Perugia-Assisi indossando una maglietta bianca simbolo dell'impegno mondiale
contro la poverta' (e' ancora possibile anche richiedere i manifesti e i
volantini delle iniziative);
8. Invia le tue domande e proposte a Romano Prodi per "dare all'Italia un
governo di pace";
9. Acquista lo "zaino solidale", simbolo della Marcia Perugia-Assisi,
contenente alcuni strumenti essenziali, utili per camminare sulla strada
della pace e della giustizia tutto l'anno;
10. Proponi alle scuole di aderire al progetto "La mia scuola per la pace" e
inserire nel proprio Pof (anno scolastico 2005-2006) un progetto di
educazione alla pace e ai diritti umani (vedi il sito www.scuoledipace.it).
Invita le scuole a dedicare il primo giorno del nuovo anno scolastico alla
pace. Tutti i documenti del progetto sono disponibili sul sito:
www.tavoladellapace.it
*
Per adesioni e informazioni: Tavola della pace, via della viola 1, 06122
Perugia, tel. 0755736890, fax: 0755739337, e-mail: 11settembre at perlapace.it,
sito: www.tavoladellapace.it

3. DIBATTITO. PEREGRINO VALMELAINA: LA POESIA ONESTA
[Come si deve scrivere un notiziario per la nonviolenza? Un altro intervento
di un collaboratore del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo]

E' quello che resta da fare ai poeti, scrisse una volta Saba, che sapeva
tutto e sapeva dirlo nella lingua di tutti. E che resta da fare ai
giornalisti? resta da fare, dunque direi, l'informazione onesta.
*
Mi diceva il cuoco che da' l'ultimo ritocco a quanto esce da questa cucina
che quasi non capita giorno che non debba rinunciare a far arrivare alle
mense testi anche notevoli, ma insozzati dal turpiloquio, infestati dalla
propaganda, farciti di menzogne propalate sia in buona che in cattiva fede,
drogati dalle esagerazioni, dal pregiudizio, dagli insulti, dalle
sciocchezze, dal corrosivo veleno del disprezzo. Quando si tratta di minuzie
tacitamente corregge o cassa e porta in tavola il resto poiche' anche questo
fa parte dell'umile suo mestiere. Ma non di rado togliere o attenuare quelle
espressioni toglie al testo alcunche' di sostanziale, e delle due l'una: o
si pubblica con quel linguaggio o niente. Rumina, mastica amaro, e decide,
dunque, niente. Anche perche' quel linguaggio veicola un'ideologia, e non
senza motivo lo si dice linguaggio da caserma.
*
Mi ha sempre colpito che anche persone egregie, finanche amiche della
nonviolenza, quasi non riescano a esprimere un giudizio se non offendono
qualcuno. Ho sempre pensato che questa incapacita' denoti una fondamentale
incertezza, un'incrinatura, un tormento e uno scacco.
E mi ha sempre indignato che persone egregie, finanche amiche della
nonviolenza, non esitino talora a dire e scrivere menzogne palesi, ad
assumere atteggiamenti irresponsabili e fin ignobili, pensando che qualche
piccolo cedimento o piaggeria al sentire dell'orda possa pur concedersi: e
non sanno che da quel pertugio il male dilaga e travolge dapprima i piu'
deboli, i piu' confusi, e infine tutti.
*
E non parlo della gran parte della sinistra che si proclama pacifista, di
quella sedicente radicale, di quella che si timbra antagonista: qui il vizio
totalitario e' talmente palese che sorprende piuttosto la cecita' di molti
nostri compagni di cammino a fronte di certe esibizioni di maschilismo,
autoritarismo, militarismo e peggio da cui nulla di buono nessuno puo'
attendersi.
Predico queste cose, avendo grato per pulpito questa panchina dei
giardinetti, da una trentina d'anni: forse sara' anche perche' sono un
povero vecchierel canuto e stanco, ma proprio per questo non posso ammettere
che si dimentichi da quale passato proveniamo tutti.
Quando squadristi degli anni settanta, poi divenuti artisti ammirevoli e
ammirati, vengono portati sugli scudi (sugli scudi, infatti) come fulgido
esempio di parola vera e maestri di verita', io ricordo le persone cui le
lore truppe la testa ruppero, ed altre vittime ancora.
Quando si chiude un occhio, e l'altro pure, sulle responsabilita' di chi a
suo tempo incitava all'omicidio come una delle belle arti, trovando (poiche'
ogni Ivan Karamazov trova il suo Smerdjakov) uditori e discepoli di lui piu'
rozzi e belluini i quali sedotti dall'eloquio fiorito, e ritenendo che il
miglior modo di dire fosse fare, quei deliri trasferirono dal mondo delle
parole al mondo degli eventi, io non posso non pensare alle persone che non
potranno parlare mai piu' poiche' il colpo del sicario le ha dirotte per
sempre dalla luce del giorno e la vita che a tutti e' dolce per sempre ha
loro strappato.
Quando si pretende di spacciare per nostri compagni di lotta i giovin
signori che han costruito le carriere loro tra proclami insensati, protervo
mentire, provocazione di pestaggi e mutilazioni, e incedere finanche sui
cadaveri - e insieme alla violazione delle piu' elementari regole del civile
convivere dediti altresi' all'accaparramento di pubblici denari e favori in
forme tanto sordide quanto esemplari, mi chiedo qual concetto si abbia delle
nostre facolta' mentali, per non dire del nostro morale sentire.
*
Dovremmo fare i conti con tutto cio'.
Poiche' soltanto se sapremo assumere posizioni politiche e morali limpide,
rigorose, coerenti potremo riuscire a contrastare la violenza dispiegata da
un sistema di potere dominante che ha fatto della guerra, del terrorismo,
della devastazione della biosfera e della violazione della dignita' umana e
finanche del diritto alla vita dei quattro quinti dell'umanita'  la sua
oscena cifra, macabro il suo sigillo.
Un'azione per la pace, la giustizia, i diritti umani, la difesa della
biosfera, ha come ineludibile premessa, come "conditio sine qua non", la
scelta della nonviolenza e della nonmenzogna.
E la scelta della nonviolenza e della nonmenzogna implica anche il dovere di
fare i conti con le ambiguita', le contraddizioni, le insufficienze nostre,
ed a maggior ragione una critica serrata e una lotta senza ipocrisie, senza
coni d'ombra, contro gli errori e gli orrori del passato e del presente
commessi anche dai movimenti di opposizione, di contestazione, di
alternativa. Implica la ricostruzione storiografica, l'analisi concettuale,
il ripudio morale e il contrasto politico rispetto alla violenza nei e dei
movimenti.
Sono cose su cui ha scritto parole di verita' Anna Bravo in un suo saggio di
qualche mese fa che esortava a promuovere una ricerca e una riflessione
finalmente non reticenti sulla violenza nei e dei movimenti degli anni
settanta (diciamo: nel periodo che va grosso modo dalla strage di piazza
Fontana alla strage della stazione di Bologna).
Sara' un caso che quella discussione sembra essere stata chiusa prima ancora
di aprirla?
Sara' un caso che gran parte degli interventi abbiano sorvolato sulla
questione decisiva che li' si poneva?
Sara' un caso che su una seria proposta di ricerca e di riflessione di una
storica di indiscutibile autorevolezza scientifica e morale si siano
rovesciate cataste di insulti o sdegnosi, sprezzanti e fin irridenti silenzi
da parte di molti che se dovessero fare i conti con le loro stesse parole e
gesta d'antan ne avrebbero di cose di cui lavarsi la coscienza?
Sara' un caso che su questa necessaria - e fin terapeutica e profilattica -
proposta di ricerca e di riflessione una ben coalizzata "Santa alleanza"
(che aggruma le forze della reazione, quelle del riformismo immobile, come
quelle dell'eversione funzionale a che nulla cambi, i clericali di tutti i
culti sacrificali e i cicisbei di tutti i salotti frivoli e  giulivi e gli
eterni inerpicanti postulatori a stanze dei bottoni sempre piu' interne,
astratte, disumanate) sia riuscita ad imporre la censura piu' ferrea, la
rimozione piu' illune? Santi numi, me ne sono accorto solo io? Sogno o son
desto?
*
Resta la necessita' di fare i conti con un passato che ancora non passa, e
di prendere una buona volta una posizione chiara sulla violenza come forma
della lotta politica, una posizione che dica quella semplice cosa che va
assolutamente, necessariamente, urgentemente detta, pena il condannarsi alla
coazione a ripetere errori ed orrori, e non in forma di farsa ma in nuova
cupa tragedia. E la cosa che va assolutamente, necessariamente, urgentemente
detta a me pare che sia la seguente: che solo la nonviolenza puo' salvare
l'umanita', che il ripudio della violenza e' l'atto politico fondamentale e
fondativo che la distretta attuale esige, che la scelta della nonviolenza e'
condizione necessaria, se non sufficiente, perche' un'azione collettiva, uno
spazio pubblico, una politica e finanche non piu' che una mera convivenza
ancora si dia.
*
Mi pare che questa sia la lezione grande dell'unico movimento collettivo che
ha saputo restar coerente all'impegno di liberare le persone anziche'
cancellarle, di inverare l'umana dignita' di tutti gli esseri umani, di
opporsi sempre all'oppressione e alla menzogna: il movimento delle donne,
che e' - come su questo foglio si scrive sovente - la decisiva esperienza
storica e per cosi' dire la corrente calda della nonviolenza in cammino.
*
Fare un notiziario che su questo rifletta ed inviti a riflettere, con
chiarezza di dettato, pluralita' di voci, ricerca comune ed impegno
all'ascolto della parola altrui, mi pare che sia buona cosa. Ma occorre
anche che esso sia tale che sappia ad un tempo ascoltare e farsi ascoltare,
che trovi e si faccia trovare dalle tante e dai tanti che in questo cammino
si sentono gia', e che forse sono ancora alla ricerca di un luogo in cui
parlarsi e ascoltarsi, ragionare insieme per insieme agire.
Manca nel panorama editoriale italiano - cosi' gremito di giornali che
ripetono il sempiterno canto del pensiero unico e della propaganda che
attossica e uccide - un quotidiano per la nonviolenza. E' necessario, direi;
e' anche possibile? E in qualche modo e misura questo foglio riesce a
prefigurarne gia' alcuni tratti, a suscitare un'attesa, a convocare a un
incontro?
Me lo chiedo, e lo chiedo alle signorie loro, delle quali, senza tema di
smentita, mi proclamo e sono servo umilissimo.

4. MONDO. EMILY WAX: UNA PRIGIONE AL POSTO DI UN'ALTRA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione questo articolo di Emily
Wax, apparso sul "Washington Post" del 10 agosto 2005. Emily Wax e' una
prestigiosa giornalista del "Washington Post", autrice di molti importanti
reportages dall'Africa]

Rumbek, Sudan. Accoccolata nell'umida cella, Ding Maker ammette di aver
violato la legge, commettendo adulterio. Ma non l'ha fatto per amore, dice.
Come molte altre donne incarcerate per infedelta' nel Sudan, lo ha fatto
perche' voleva divorziare. Da tre mesi sta seduta nella cella con altre
dodici donne, sperando che il marito si senta svergognato abbastanza da
ripagare la sua dote e lasciarla. "Ha abusato di me, mi picchiava, non
metteva un soldo per il mio cibo, e non si e' mai preso cura dei nostri
bambini malati", spiega Maker, aggiustandosi la camicia verde sul pancione:
e' incinta dell'altro uomo, ma non preoccupata per questo. "Non avevo altro
modo per ottenere il divorzio, prosegue, Io ero la sua seconda moglie e a
lui non interessava nulla di me. Non mi importa di restare qui. Aspetto".
Nel patriarcale Sudan del sud, come in molti altri paesi africani, solo gli
uomini hanno il diritto di divorziare. La scappatoia per le donne sudanesi
e' commettere adulterio, un crimine che fornisce istantaneamente una base
per il divorzio. Ma persino cosi', la maggior parte dei mariti rifiuta di
concederlo, perche' non vogliono chiedere ai propri parenti di restituire la
dote (nel caso di Maker, 90 mucche) che hanno ricevuto dalla famiglia della
sposa.
*
Tutto cio', ad ogni modo, sta cambiando. Il Sudan del sud, ora in pace dopo
due decenni di guerra civile con il nord, sta redigendo una nuova
Costituzione e tentando di rendere piu' moderno il codice penale. Poiche' i
donatori internazionali sono riluttanti ad aiutare un'entita' che imprigiona
le donne per adulterio o fuga da casa, i nuovi leader politici stanno
rivedendo le tradizionali regole che riguardano matrimonio, dote e divorzio.
Molte donne avevano pero' cominciato a sfidare tali regole da sole, in parte
perche' durante la guerra civile sono diventate piu' indipendenti dagli
uomini, in parte perche' la liberazione politica della regione ha portato
nuove idee ed influenze in una rigida societa' tribale.
Tutte le 24 donne detenute nella prigione di Rumbek vi si trovano perche'
hanno sfidato i costumi familiari tradizionali. Piu' della meta' sono
accusate di adulterio, le altre sono state incarcerate per essere fuggite
con un innamorato o per non aver adempiuto ai doveri matrimoniali.
Il giudice Ambrose Riny Thiik, sessantaduenne presidente della Corte Suprema
del Sudan, dice che le richieste di divorzio hanno raggiunto una percentuale
mai vista prima: "Nella nostra societa', la coppia sposata puo' non amarsi
affatto. Ci sono moltissimi matrimoni combinati, allo scopo di creare una
rete economica di relazioni familiari. Cambiando queste regole, la nostra
intera societa' cambiera'".
Secondo Akur Ajuoi, un'avvocata che lavora per l'Unicef, la spinta a
rigettare le tradizioni dipende anche dai 21 anni di guerra fra il nord
dominato dagli arabi ed il sud africano: "Mentre i loro mariti stavano
lontani da casa per lunghissimi periodi, le donne hanno imparato a gestire
le fattorie e le mandrie di bestiame. Ora i mariti sono tornati, e le donne
vogliono maggiori diritti. Inoltre, questo e' un tempo di cambiamento, in
cui le donne si stanno emancipando. Nelle nostre tradizioni c'e' del buono,
e vogliamo mantenerlo, ma quelle dannose e dolorose vogliamo lasciarcele
alle spalle".
Ajuoi, rifugiata di guerra, ha studiato in Kenya e Sudafrica, due paesi piu'
moderni, in cui le donne possono ottenere il divorzio nei tribunali. Come
lei molte sudanesi istruite sono ritornate dall'esilio forzato, per
ricostruire il proprio paese, con idee assai diverse da quelle dei loro
nonni. Ajuoi sta ad esempio cercando di ottenere delle misure che rendano
illegale per i genitori tenere i bambini fuori dalle scuole, anche se lo
fanno per metterli a lavorare nei campi o con il bestiame. Dice che le leggi
che riguardano le donne sono le piu' dure da cambiare, e non per il rispetto
delle tradizioni: il problema sono i soldi, perche' il pagamento della dote
in capi di bestiame e' il cuore dell'economia della regione: "Potrebbe
essere piu' facile ottenere diritti per i bambini, piuttosto che per le
donne. I bambini sono visti come un dono, mentre le donne come un valore
monetario per via della dote".
Il marito di Ding Maker e' un burbero e sgarbato capo regionale, si chiama
Manganat Deng. Mi dice che anche se Ding si e' "comportata male" e litigava
con l'altra moglie, lui non le concedera' il divorzio ne' le restituira' la
dote: "Perche' questa donna mi sta facendo tali cose? Non avra' quel che
chiede, dice guardandomi torvo, Noi Dinka non crediamo nel divorzio. Non lo
voglio, come soluzione". I Dinka sono la tribu' di maggioranza, nel Sudan
del sud, ma altre tribu' giudicano il sistema tradizionale viziato da
pregiudizi contro le donne. Secondo le leggi ordinarie, una donna o un uomo
che commettano adulterio devono pagare una multa, solitamente sette mucche o
circa 800 dollari. Quelli che non possono pagare scontano sei mesi di
prigione. Ma non ci sono uomini, nella prigione di Rumbek, per il reato di
adulterio: gli uomini possiedono le mucche e la terra e possono pagare le
multe. Alle donne non e' concesso avere proprieta', percio' non possono
comprarsi la liberta'.
Il Comandante Benjamin Jok, che dirige il carcere di Rumbek e mi dice
questo, non riesce a considerare le donne in sua custodia delle criminali.
"Agli uomini e' ancora concesso di prendersi quante mogli riescono a
mantenere", aggiunge. Poiche' la prigione non e' adeguatamente finanziata,
Jok permette alle donne di coltivare sorgo ed altro in una vicina fattoria,
e di vendere cio' che producono al mercato. E' d'accordo sul fatto che molto
spesso l'incarceramento di queste donne e' un'ingiustizia.
Una donna anziana, Ayen Malual, si trova in prigione perche' suo figlio, un
soldato, non ha pagato la dote per la propria sposa. La famiglia di lei
voleva mucche, ma il soldato e' stato mandato in missione lontano da casa, e
Malual non aveva capi di bestiame. "Lei amava mio figlio., mi racconta
Malual, Noi tutti eravamo contenti del matrimonio. E' solo che non c'era la
dote. Queste tradizioni possono rendere la vita veramente dura".
*
Ding Maker, che e' gia' madre di sei figli, passa le notte su un
pagliericcio che copre il freddo cemento del pavimento della cella. Non ci
sono bagni, percio' le donne devono uscire per andare al gabinetto. La
maggior parte delle detenute dicono di essere depresse e arrabbiate, ma
preferiscono stare qui piuttosto che altrove. Il mese scorso, la figlia
maggiore di Maker, quindicenne, e' morta di idrofobia. Quattro guardie
carcerarie hanno scortato la madre al funerale. Durante la cerimonia, suo
marito ha cominciato a gridare che voleva ucciderla, e a lanciarle addosso
oggetti.
"Non voglio piu' stare con quell'uomo, mai piu'. La mia vita era terribile,
con lui. Restero' in prigione fino a che le cose cambieranno".

5. RIFLESSIONE. ELENA LIOTTA: CURE E CULTURE, DIALOGARE CON L'ISLAM. LA
PSICHE FEMMINILE TRA ANIMA E TERRA
[Ringraziamo Elena Liotta (per contatti: e_liotta at yahoo.it) per averci messo
a disposizione questa scaletta del suo contributo all'incontro con Fatema
Mernissi svoltosi a Roma il 27 maggio  2005. Elena Liotta, nata a Buenos
Aires (Argentina) il 25 settembre 1950, risiede a Orvieto, in Umbria; e'
psicoterapeuta e psicologa analista, membro dell'Ordine degli Psicologi
dell'Umbria, membro dell'Aipa (Associazione Italiana di Psicologia
Analitica), dell'Iaap (International Association Analytical Psychology),
dell'Apa (American Psychological Association), socia fondatrice del Pari
Center for New Learning; oltre all'attivita' psicoterapica, svolta
prevalentemente con pazienti adulti, in setting individuale, di coppia e di
gruppo, ha svolto e svolge altre attivita' culturali e organizzative sempre
nel campo della psicologia e della psicoanalisi; tra le sue esperienze
didattiche: professoressa di Psicologia presso la "American University of
Rome"; docente in corsi di formazione, e coordinatrice-organizzatrice di
corsi di formazione a carattere psicologico, per servizi pubblici e
istituzioni pubbliche e private; didatta presso l'Aipa, societa' analitica
accreditata come scuola di specializzazione post-laurea, per la formazione
in psicoterapia e per la formazione di psicologi analisti; tra le altre
esperienze parallele alla professione psicoterapica e didattica: attualmente
svolge il ruolo di Coordinatrice psicopedagogica e consulente dei servizi
sociali per il Comune di Orvieto, e di Coordinatrice tecnico-organizzativa
di ambito territoriale per la Regione Umbria nell'Ambito n. 12 di Orvieto
(dodici Comuni), per la ex- Legge 285, sul sostegno all'infanzia e
adolescenza e alle famiglie, occupandosi anche della formazione e
monitoraggio dei nuovi servizi; e' stata assessore alle politiche sociali
presso il Comune di Orvieto; dopo la prima laurea ha anche lavorato per
alcuni anni in campo editoriale, redazionale e
bibliografico-biblioteconomico (per "L'Espresso", "Reporter", Treccani,
Istituti di ricerca e biblioteche). Autrice anche di molti saggi apparsi in
riviste specializzate e in volumi collettanei, tra le opere di Elena Liotta
segnaliamo particolarmente Educare al Se', Edizioni Scientifiche Magi, Roma
2001; Le solitudini nella societa' globale, La Piccola Editrice, Celleno
(VT) 2003; con L. Dottarelli e L. Sebastiani, Le ragioni della speranza in
tempi di caos, La Piccola Editrice, Celleno (VT) 2004; Su Anima e Terra. Il
valore psichico del luogo, Edizioni Scientifiche Magi, Roma 2005]

Nel tempo che ho a disposizione cerchero' di affrontare il tema di oggi, il
dialogo con l'Islam, sperando di arricchirlo con uno sguardo interculturale
e psicologico alla componente femminile. Ho raccolto quattro punti che
ritengo possano rappresentare la mia posizione.
*
1. Il primo punto, piu' generale, riguarda la creazione del dialogo.
L'educazione e la formazione offerte dalle istituzioni scolastiche italiane
non ha mai incluso lo studio di culture distanti da quella europea. Anche
ora, le aperture interculturali sono lasciate alla sensibilita' di alcuni
insegnanti, all'interno di qualche progetto mirato, o alla curiosita' dello
studente. Questo riguarda naturalmente anche la cultura islamica. Al di la'
delle mode etniche e delle fantasie di integrazione che si affacciano qua e
la', soprattutto nelle grandi metropoli, le persone che oggi cercano, in
Occidente, di dialogare seriamente con l'Islam, hanno tutte percorsi
individuali poco convenzionali e si trovano spesso in controtendenza
rispetto al loro ambiente. Inoltre, e' frequente che sia proprio la diversa
visione della donna e della condizione femminile a diventare un fattore
ostacolante e generatore di sospetto per quanto riguarda la conoscenza
reciproca e l'incontro autentico.
Per quanto riguarda il mio percorso, ho cominciato a entrare nella cultura
islamica durante i primi studi universitari, passando dalla porta della
filosofia e della religione. Negli anni Settanta eravamo in pochi studenti a
coltivare questi interessi. Il mio dialogo, intrattenuto soprattutto con il
Sufismo, continua ancora. L'incontro piu' diretto, nell'ambito della cura,
e' venuto in seguito, circa vent'anni fa, dopo i miei studi psicologici e
durante l'insegnamento e la consulenza di giovani stranieri in istituzioni
scolastiche e accademiche internazionali. Tra essi c'erano anche giovani
donne e uomini dei paesi arabi e di religione mussulmana.
Da allora e anche per motivi della mia vita personale, mi sono molto
interrogata sul rapporto tra cure e culture e ho da poco concluso la mia
lunga escursione su questo tema con un libro intitolato Su anima e terra. Il
valore psichico del luogo. Questa fase rappresenta un ulteriore ampliamento
del mio dialogo con l'Islam, che ha dovuto includere le piu' recenti e
complesse vicende politiche internazionali, l'incremento della migrazione,
la riflessione sui fenomeni sociali e psicologici che accompagnano la
globalizzazione economica e la conseguente necessita' di trovare nuovi
equilibri e nuove integrazioni tra le diverse culture. Sempre in
quest'ultima fase, che copre circa gli ultimi dieci anni, stanno crescendo
proprio grazie alle donne, attraverso associazioni e reti di comunicazione e
azione locale, le occasioni di incontro e collaborazione concreta
nell'impegno per la pace, nella solidarieta' per uno sviluppo
contestualizzato, nel sostegno ai diritti umani e civili, nella tutela
dell'infanzia e dei deboli.
I primi tentativi di dialogo con l'Islam, tra donne e tra culture, avevano
sullo sfondo l'immagine monolitica della donna araba vittima, oppressa e
mortificata dall'uomo. Il femminismo occidentale ha rivendicato per le donne
islamiche - e di tutto il mondo - parita' di diritti sul piano umano,
civile, politico, soprattutto di fronte ad alcune pratiche considerate
discutibili, che vanno dall'infibulazione, all'harem, all'uso del velo. Poi,
con il pensiero della differenza, e' nata una maggiore apertura alla
conoscenza dall'interno, nello spirito di uno specifico Logos dell'estraneo.
*
2. Un secondo punto mi avvicina al campo della cura.
Non potro' soffermarmi dal punto di vista clinico sul mio contributo al
numero della "Rivista di Psicologia Analitica" che ha stimolato
l'organizzazione di questo convegno, Diro' soltanto, come si evince dal suo
titolo "L'harem tra stereotipo e archetipo. Un luogo per l'identita'
femminile", che in esso e' portante l'esigenza di uscire, sempre di piu' e
sempre meglio, dagli stereotipi etnocentrici. Con questa operazione si
otterrebbero infatti vari risultati: entrare con piu' chiarezza nella
realta' e conoscerla meglio, quindi attenuare il sospetto, i pregiudizi e le
resistenze, poi passare attraverso la condizione femminile per raggiungere
un dialogo autentico su tutto il resto.
Il lavoro di Fatema Mernissi e la risonanza che esso ha raggiunto a livello
internazionale e' stato un passaggio cruciale su questa strada e gliene
siamo grati. Il suo sforzo, e quello di altre donne del mondo arabo e
islamico, ci permette - come osservava Jung - di conoscere meglio noi stessi
e le caratteristiche della nostra cultura e identita'. Nella sua
autobiografia Jung, che eveva viaggiato in Nord e Centro Africa, sostiene:
"Abbiamo sempre bisogno di un punto esterno per poter adoperare
efficacemente la leva della critica. Per esempio come potremmo renderci
conto delle caratteristiche nazionali se non avessimo mai avuto l'occasione
di considerare la nostra nazione dall'esterno? Considerarla dall'esterno
significa considerarla dal punto di vista di un'altra nazione. Capisco
l'Europa, il nostro problema piu' grande, solo quando vedo in che cosa io,
come europeo, non mi adatto al mondo" (Ricordi, sogni e riflessioni,
Rizzoli, Milano 1978, p. 296).
La paziente Sofia, di cui parlo nel mio articolo, comincia il suo viaggio
dall'harem di un suo sogno, che non mostra solo le caratteristiche
banalizzate dallo stereotipo occidentale - ben individuate dalla Mernissi -
le quali per secoli hanno afflitto la cultura e l'arte europea, ma anche
gli elementi archetipici che condurranno la paziente, unilateralmente
adattata alla figura femminile emancipata e mascolinizzata della sua
societa', a realizzare una propria identita' piu' piena e creativa,
recuperando il rapporto tra donne, i tempi e le sensibilita' che animano
l'harem reale, conosciuto e descritto in prima persona dalla Mernissi. La
stereotipia, la vignetta, della donna araba e mussulmana, alternativamente
vista come l'odalisca compiacente dell'harem del sultano, o come la povera
donna velata, reclusa e soggiogata, nella privazione dei suoi diritti a
partecipare alla vita sociale, sta diventando anche sul piano mediatico
sempre meno credibile.
*
3. Eccoci ora al terzo punto. Anche la stereotipia della donna occidentale,
quella cresciuta nelle societa' tecnologicamente avanzate, che appare
libera/liberata, autodeterminata, potente, soddisfatta di se', piena di
diritti e privilegi e altro che non sto a descrivere, comincia a incrinarsi
diventando sempre meno credibile.
Chi fa un lavoro di cura psicologica, si trova affollato soprattutto di
donne che chiedono aiuto per sintomi e problematiche in aperto contrasto con
le immagini dei mass-media che le rappresentano sempre giovani, belle e
benestanti, intente alla cura del proprio corpo. Le donne e le madri comuni
continuano a illudersi che la loro vita sia la piu' desiderabile, nonostante
la frenesia e l'iperattivita' che le divora, nell'impossibilita' concreta di
vivere i rapporti piu' cari, di coppia e di famiglia, senza piu' ne' il
proprio tempo ne' altro di cio' che si definisce come "proprio" e autentico.
La Mernissi argomenta bene sulle schiavitu' invisibili delle donne
occidentali: il capitolo conclusivo del suo libro sull'harem, sulla
schiavitu' della taglia 42 e' illuminante.
Vogliamo davvero esportare questi dubbi privilegi, cosi' come sono
attualmente diventati, al resto delle donne del mondo? Privilegi che
viaggiano impacchettati in quella globalizzazione economica nella quale non
e' facile discernere il vero diritto umano da un'esportazione di valori
estranei alla cultura locale e pieni di allegati consumisti?
Ho conosciuto molte donne extraeuropee dignitosamente povere, ma ricche
della loro cultura, orgogliose anche degli aspetti meno comprensibili alla
donna occidentale; ho conosciuto donne occidentali affascinate proprio da
quegli aspetti della cultura islamica rifiutati da altre donne. Sul piano
psicologico e' tutto molto piu' complesso di quanto non appaia. Sicuramente
una maturazione del dialogo richiederebbe ora piu' che mai di lavorare sulla
conoscenza reciproca e sulla revisione degli stereotipi e dei pregiudizi,
cominciando per la donna occidentale, dalla rimozione che sembra avvolgere
le sue attuali schiavitu' e reclusioni, comprese quelle autoprodotte.
Detto junghianamente: potrebbe esserci stato, sul piano dell'inconscio
collettivo, un fenomeno di proiezione dell'ombra da parte della donna
occidentale su quella medio-orientale, nel tentativo di compensare la
debolezza di entrambe, invece di farsi carico del proprio patimento e
continuare ad attraversarlo, casomai apprendendo dalle altre donne e
culture. Senz'altro le donne nelle societa' economicamente avvantaggiate
hanno molti piu' modi e occasioni per distrarsi dalle loro delusioni e
rimandare scelte piu' radicali e coraggiose. Considerare peggiore la
condizioni altrui e volerla redimere e' un atteggiamento psicologico che
puo' far sentire meglio, ma se si vuole anche sostenere l'altro, non va
sminuita la sua forza, le sue tradizioni, i suoi valori. A meno che non lo
si voglia colonizzare, portandogli i propri valori come i migliori e gli
unici possibili. Ma possiamo oggi dire onestamente che i nostri lo siano?
Sul piano psicologico individuale e collettivo?
La parola "rispetto" viene sempre accostata all'idea del dialogo e
dell'incontro con cio' che e' altro da se', non solo in ambito psicologico e
psicoanalitico. L'ascolto, la consapevolezza della realta' altrui e' la
premessa di qualsiasi relazione. Quando dico la psiche femminile tra anima e
terra, che e' il titolo che ho dato a questo mio breve intervento, intendo
affermare che prima di tutto le donne di ciascuna cultura dovrebbero
giungere a rispettarsi, se stesse e l'altra da se', tenendo in
considerazione sia la loro terra - dove terra e' la dimensione della
realta', della storia e dei suoi limiti e potenzialita' - sia la loro anima,
la loro dimensione spirituale, l'individuazione piu' profonda e interiore
meno soggetta ai condizionamenti dello spazio e del tempo.
*
4. Ora, il quarto e ultimo punto. Voglio aggiungere qualcosa sul rapporto
tra psicoterapia e diversita' culturale, riallacciandomi alla mia paziente
Sofia.
A parte il lavoro con pazienti stranieri che richiede una revisione critica
in costante aggiornamento della teoria psicoanalitica originaria, anche nel
lavoro con i pazienti della propria cultura compaiono elementi che indicano
la presenza dell'altro come straniero, con il suo mondo, i suoi luoghi, i
suoi simboli. Soprattutto oggi, data la sempre maggiore circolazione di
stimoli multiculturali. Il pre-giudizio e lo stereotipo interpretativo,
anche silenzioso, puo' nascondersi nella mente dell'analista, depositandovi
nel bene e nel male la visione di ogni determinata cultura diversa dalla
propria. Questo fatto psichico puo' influenzare a livello controtransferale
il rapporto analitico. L'oggetto mentale harem, nella psiche della donna
Sofia e' stato cosa originale e diversa sia dall'harem nella coscienza
collettiva occidentale sia da quello dell'inconscio culturale - l'anello
intermedio tra inconscio personale e collettivo - che alcuni junghiani
propongono per spiegare quel tessuto collettivo di emozioni, sogni, simboli,
che accomuna gli appartenenti a una stessa cultura.
L'immagine dell'harem e' diventata, per Sofia, un simbolo personale che
intuisce tuttavia, dietro alla lettura stereotipata, un valore positivo e
vitale. Come se il gioco degli opposti che anima la psiche fosse sempre
ineludibile. Accettare quest'ultima posizione teorica ci garantisce
dall'unilateralita', positiva o negativa, che spesso avvolge le esperienze
di culture diverse, dall'infatuazione idealizzante alla paura e al disprezzo
che danno luogo al razzismo e alle discriminazioni.
Insieme prima a Sofia e poi a Fatema, ho incontrato anche io un luogo
interiore straniero, tutto da scoprire, una terrazza proibita/privata, con
le sue norme e protezioni, un luogo concluso e non solo recluso, di
condivisione, rispecchiamento tra donne, di saperi e pratiche di donne,
madri e bambini, un luogo di quiete, di cura di se' e della propria
bellezza - senza l'angoscia della linea, delle taglie e delle mode - un
luogo per tutte le donne della famiglia, anche quelle sole e anziane, un
luogo in cui trova spazio l'eccedenza femminile, il suo immaginario e il suo
codice comunicativo. Se avessi reagito all'harem di Sofia con le fantasie
piu' spontanee relative al rapporto con il maschile dominante, con teorie
centrate sulla sessualita' e la seduzione, o la competizione tra donne o
chissa' che altro ancora, avrei mortificato un processo delicato ai suoi
albori, togliendo a Sofia la liberta' di spogliarsi di tutto il peso che
l'adattamento all'efficienza della donna moderma le aveva depositato
addosso.
Smontare le proprie certezze o far luce sulle inconsapevolezze personali, di
gruppo - per esempio il gruppo degli psicoterapeuti oggi qui riuniti- e
anche collettive, e' un altro passo di avvicinamento per qualsiasi dialogo
nel quale, oltre che nutrire la relazione, soprattutto ci si arricchisce per
primi, arricchendo infine anche l'altro a cui era inizialmente diretta la
nostra attenzione. Si tratti di individui o di culture. Cura te ipsum,
innanzitutto, dice il saggio al medico.

6. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: FRATELLI AVVELENATI
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questa
meditazione sul film "Non desiderare la donna d'altri" di Susanne Bier.
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di questo foglio,
ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di
nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con
altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio",
che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi
"Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research
Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi
per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della
rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro
Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e
del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie
prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; e' disponibile nella rete telematica la
sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia
storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente
edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il
principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha
curato la traduzione italiana), e una recente edizione aggiornata e' nei nn.
791-792 di questo notiziario; vari suoi interventi sono anche nei siti:
www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e alla pagina web
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu' ampia
bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15
novembre 2003 di questo notiziario]

Solo i morti escono dalla guerra. La guerra rimane addosso e dentro i
sopravvissuti, se hanno uno spazio interiore. Trattiene nei suoi artigli chi
la fa (che sia per questo che si chiamano artiglieri?). Una delle piu'
terribili storie sulla terribilita' della guerra e' questa raccontata da
Susanne Bier, regista danese e autrice del soggetto.
Soldati danesi vanno in Afghanistan per una di quelle "guerre di pace" che
si fanno oggi. I nemici afghani sono dipinti come assoluti diavoli. Ma la
storia e' interiore, nella moglie Sarah (Connie Nielsen) che crede morto
l'amato marito Michael (Ulrich Thomsen), e in Michael che salva la pelle
vendendo l'anima ai diavoli per il suo amore, a danno di un altro amore. E'
la piu' terribile ed efficace delle armi: rendere il nemico nemico di se
stesso, peggio che ucciderlo.
Durante la scomparsa di Michael, Jannik (Nikolaj Lie Kaas), un suo fratello
scapestrato, impara la responsabilita' e l'affetto. Michael ritorna, ma il
suo vergognoso segreto lo fa impazzire, a riprova che chi uccide si uccide.
Sconvolto dentro, vede sconvolto il proprio mondo affettivo e odia tutti, in
preda al mostro segreto che lo possiede: l'odio di se'.
Forse verra' la confessione disintossicante, alla moglie che non cessa di
amarlo. Lei, piu' ancora delle bambine e dei vecchi, rappresenta la forza
della vita, che resiste alla morte instillata nel cuore del morto vivente.
Il titolo italiano enfatizza un aspetto che non e' il principale, per
attirare lo spettatore superficiale col pepe dell'adulterio: vizio cretino
di cambiare a scopo di commercio il titolo dato dagli autori, che qui era
Brodre, Fratelli. Si tratta infatti dell'offesa della guerra alla
fratellanza universale, che si riverbera nella fratellanza di questi due
Michael e Jannik, avvelenata da quel veleno.

7. MEMORIA. VITTORIO STRADA RICORDA MAURO MARTINI
[Dal quotidiano "Corriere della Sera" del 9 agosto 2005.
Vittorio Strada (Milano 1929), illustre slavista, docente di lingua e
letteratura russa all'Universita' Ca' Foscari di Venezia, ha diretto per
anni l'Istituto italiano di cultura a Mosca; ha ideato la Storia della
letteratura russa in sette volumi edita parzialmente da Einaudi e
integralmente, in Francia, da Fayard e fondato la rivista di studi
storico-culturali "Rossija/Russia", ora pubblicata a Mosca; ha curato
l'edizione delle opere narrative di Michail Bulgakov (Einaudi) e Boris
Pasternak (Mondadori) e presentato testi fondamentali del pensiero
filosofico e politico russo moderno. Tra le opere di Vittorio Strada:
Tradizione e rivoluzione nella letteratura russa, Torino 1969, 1980; Le
veglie della ragione. Miti e figure della letteratura russa da Dostoevskij a
Pasternak, Torino 1986; Simbolo e storia. Aspetti e problemi del Novecento
russo, Venezia 1988; Autoritratto autocritico. Archeologia della rivoluzione
d'Ottobre, Roma 2004.
Mauro Martini, nato a Venezia nel 1956 e deceduto a Firenze pochi giorni fa,
giornalista, saggista, docente universitario, studioso di letterature slave,
autore e curatore di testi per diversi editori, ha insegnato letteratura
russa all'Universita' di Trento; dagli inizi degli anni Ottanta ha svolto
un'attivita' giornalistica, pubblicistica e di ricerca sulla situazione
politica, sociale e culturale dei paesi dell'Europa centro-orientale e
dell'ex Unione Sovietica. Tra le opere di Mauro Martini: Le mura del
Cremlino, Reverdito, Trento 1987; Oltre il disgelo, Bruno Mondadori, Milano
2002; Mauro Martini legge 'Il dottor Zivago' di Boris Pasternak, Metauro,
Pesaro 2003; L'utopia spodestata. Le trasformazioni culturali della Russia
dopo il crollo dell'Urss, Einaudi, Torino 2005]

E' morto ieri, stroncato da una grave malattia, Mauro Martini, studioso di
cultura e storia dei paesi dell'est. Nato a Venezia nel 1956, insegnava
letteratura russa all'Universita' di Trento.
Con l'improvvisa scomparsa di Mauro Martini, la non folta schiera degli
studiosi della cultura e letteratura russa o piu' genericamente della Russia
si e' impoverita, perdendo un suo membro di valore. Piu' che uno studioso
accademico, Martini e' stato un "ricercatore sul campo", essendosi il suo
interesse e la sua perizia esercitati soprattutto nella sfera della realta'
prima sovietica e poi russa attuale, delle quali e' stato testimone e
analista attento, da ultimo, come tutti quelli che condividevano il suo
campo di studio, rivolto in particolare alla transizione tra le due ipostasi
della Russia novecentesca: quella del lungo periodo comunista e quella,
ancora gravata dall'eredita' sovietica, emersa a partire dal 1991 attraverso
una svolta epocale pari, per significato storico, a quella dell'ottobre
1917, ma, naturalmente, di segno ideologico e politico inverso.
Ultimamente i suoi interventi si potevano leggere, in particolare, sulle
pagine del quotidiano "Il foglio": si trattava di articoli informati,
equilibrati, illuminati sugli eventi politici, non sempre adeguatamente
seguiti dalla grande stampa, non soltanto della Federazione russa, ma anche
dell'area delle repubbliche ex sovietiche che, diventate autonome e sovrane,
sono pur sempre legate, in senso geopolitico e storico, alla Russia.
Gli studi di Mauro Martini avevano, pero', un orizzonte piu' ampio: si
spingevano oltre la politica immediata per esplorare il retroterra culturale
postsovietico russo, come dimostrano i suoi due ultimi libri, editi
rispettivamente da Bruno Mondadori e da Einaudi. Il primo, del 2002,
intitolato Oltre il disgelo. La letteratura russa dopo l'Urss, a suo tempo
recensito sulle pagine di questo giornale, indaga quella che e' sempre stata
la sfera piu' sensibile del mondo russo, quella letteraria, con una
particolarissima trasformazione-deformazione nel periodo sovietico e con un
ritorno a una quasi normalita' nel quindicennio postsovietico. Si tratta di
due fasi distinte, ma non prive di fili di continuita', che Martini ha
seguito, approfondendo poi la sua ricerca in un campo piu' ampio, sia pure
centrato sempre sulla letteratura a scapito forse di altre sfere di cultura,
nell'altro suo libro, uscito proprio quest'anno, L'utopia spodestata. Le
trasformazioni culturali della Russia dopo il crollo dell'Urss (pp. 182,
euro 15,50).
Nel panorama culturale italiano, dove la Russia ha perso quel posto centrale
d'attenzione che occupava quando era sovietica e troppo spesso diventa
oggetto d'informazione solo quando qualche evento tragico o scandaloso la
investe, mentre, in realta', essa costituisce una realta' politica, sociale,
culturale tra le piu' interessanti del mondo, Mauro Martini aveva dato il
suo contributo di studioso e insieme di "cronista", lasciando un buon
ricordo in chi lo ha conosciuto e apprezzato.

8. POESIE E VERITA'. VIVIAN LAMARQUE: NON PARLA
[Da Vivian Lamarque, Poesie 1972-2002, Mondadori, Milano 2002, p. 33. Vivian
Lamarque e' nata a Tesero (Trento) nel 1946, ha scritto versi, fiabe,
traduzioni, ed ha molto insegnato e ascoltato]

Non parla
e ha un gatto in braccio.
Ma non approfittatene per giudicarla a prima vista.

9. RILETTURE. INGEBORG BACHMANN: INVOCAZIONE ALL'ORSA MAGGIORE
Ingeborg Bachmann, Invocazione all'Orsa Maggiore, SE, Milano 1994,
Mondadori, Milano 1999, pp. XLII + 246, lire 15.000. A cura di Luigi Reitani
(e con una commossa testimonianza di Heinrich Boell, "Sulla morte di
Ingeborg Bachmann") un'antologia dei versi della poetessa ed intellettuale
nata a Klagenfurt nel 1926 e scomparsa a Roma nel 1973; con testo originale
a fronte e un notevole apparato critico.

10. RILETTURE. INGEBORG BACHMANN: POESIE
Ingeborg Bachmann, Poesie, Tea, Milano 1996, pp. 166, lire 13.000. A cura di
Maria Teresa Mandalari, con testo tedesco a fronte, una bella raccolta dei
versi della grande scrittrice e pensatrice.

11. RILETTURE. MARIA TERESA MANDALARI: POESIA OPERAIA TEDESCA DEL NOVECENTO
Maria Teresa Mandalari, Poesia operaia tedesca del Novecento, Feltrinelli,
Milano 1974, pp. 256. Uno studio e un'antologia la cui rilettura per molti
motivi raccomandiamo.

12. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

13. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1031 del 23 agosto 2005

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