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La nonviolenza e' in cammino. 1032



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1032 del 24 agosto 2005

Sommario di questo numero:
1. Marjorie Cohn: Perche Bush non puo' rispondere a Cindy Sheehan
2. Kamala Sarup: Nepal, guerra e aids
3. Renato Briganti intervista Arturo Paoli
4. Vittorio Strada ricorda Irina Alberti
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
6. Per saperne di piu'

1. RIFLESSIONE. MARJORIE COHN: PERCHE' BUSH NON PUO' RISPONDERE A CINDY
SHEEHAN
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente intervento di
Marjorie Cohn.
Marjorie Cohn e' docente di diritto, presidente della Lega nazionale
statunitense degli avvocati, rappresentante statunitense nell'Associazione
americana dei giuristi.
Cindy Sheehan ha perso il figlio Casey in Iraq; dal 6 agosto staziona con
una tenda a Crawford, fuori dal ranch in cui George Bush sta trascorrendo le
vacanze, con l'intenzione di parlargli]

Cindy Sheehan sta ancora aspettando che Bush risponda alla sua domanda: "per
quale nobile causa mio figlio e' morto?".
La sua protesta e' cominciata con un piccolo capannello di persone, 13
giorni fa. Si e' estesa a centinaia di persone che stazionano con lei a
Crawford, e con decine di migliaia che hanno partecipato alle 1.627 veglie
di solidarieta' tenutesi in tutto il paese.
Perche' Bush non poteva semplicemente invitare Cindy a prendere il te'
quando e' arrivata a Crawford? Con un breve incontro personale avrebbe
potuto tentare di smorzare una situazione che e' diventata fonte di profondo
imbarazzo per lui, e che puo' far deragliare la sua agenda politica. Bush
non parla con Cindy perche' non puo' risponderle. Non c'e' risposta alla
domanda di Cindy. Non c'e' alcuna nobile causa per cui suo figlio sia morto.
E Bush lo sa.
*
Gli scopi di questa guerra non sono difficili da scoprire. Erano gia' stati
tracciati nel 1992, nella "Defense Policy Guidance" di Paul Wolfowitz, e poi
di nuovo nel manifesto dei neoconservatori "The Project for a New American
Century's Rebuilding America's Defenses", nel settembre 2000. Molto prima
dell'11 settembre, i neocons proclamarono che gli Usa avrebbero dovuto
esercitare il proprio ruolo di unica superpotenza mondiale, assicurandosi
l'accesso alle cospicue riserve petrolifere del Medio Oriente. Per
raggiungere questo scopo, gli Usa avrebbero dovuto invadere l'Iraq e
stabilire in esso basi militari permanenti.
Se Bush dovesse dare una risposta onesta a Cindy Sheehan, sarebbe questa. Ma
per quanto vera, non suona molto nobile. Non soddisferebbe Cindy, cosi' come
non soddisferebbe la maggior parte del popolo americano.
*
Durante gli anni passati, Bush e i suoi favoriti hanno inventato una storia
il cui brogliaccio muta di continuo. In primo luogo, ci furono le armi di
distruzione di massa e le armi nucleari. Nonostante tutte le ispezioni
avessero accertato che l'Iraq non possedeva tali armi, Bush, Cheney,
Rumsfeld, Powell, Rice, e Bolton mentirono. Bush aggiunse di aver "trovato
la pistola ancora fumante", ovvero sostenne che l'Iraq stava tentando di
acquistare uranio dalla Nigeria. Era una bugia, perche' l'ambasciatore Joe
Wilson, che ando' in Nigeria ad investigare sulla questione, riferi' a
Cheney che la cosa non era mai avvenuta. Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu
non riteneva che l'Iraq fosse una minaccia alla pace ed alla sicurezza
internazionali. Nonostante le dichiarazioni e le minacce di Bush, il
Consiglio rifiuto' di approvare una guerra contro l'Iraq. Gli ispettori
dell'Onu chiesero piu' tempo per condurre le proprie indagini, ma Bush era
impaziente.
Dopo aver invaso il paese, le forze della coalizione cercarono le armi
proibite. Ma non ce n'erano, per cui non furono trovate. Messo di fronte
alla necessita' di spiegare al popolo americano perche' i nostri figli e le
nostre figlie morivano in Iraq, Bush cambio' il soggetto alla storia: si
trattava di salvare gli iracheni dalle camere di tortura di Saddam Hussein.
Poi emersero le foto grottesche e orribili, dalla prigione di Abu Ghraib
fuori Baghdad. Contenevano immagini di personale militare statunitense che
torturava iracheni. Bush smise di parlare della torture di Saddam.
Piu' di recente, la scusa di Bush e' stata: "dovevamo portare la democrazia
al popolo iracheno". Il 28 giugno 2004 il presidente ha cerimoniosamente
salutato il "trasferimento di sovranita'" agli iracheni, con 138.000 soldati
americani che restano pero' in Iraq a proteggere "gli interessi" Usa.
L'economia irachena e' ancora controllata da leggi stabilite prima di questo
"trasferimento di sovranita'": gli Usa mantengono il controllo sull'accesso
straniero al petrolio iracheno, hanno privatizzato le risorse irachene, e
controllano la "ricostruzione" di questo paese stremato. Per mesi, Bush si
e' vantato che il 15 agosto 2005 gli iracheni si sarebbero messi d'accordo
su una nuova Costituzione. Ma questa data di scadenza e' arrivata e passata,
e le controversie fra sciiti, sunniti e curdi rispetto al federalismo sono
arrivate ad un momento di aspro confronto. L'amministrazione Bush ammette
che non ci sara' uno stato federale, ma "una qualche forma di repubblica
islamica" ("Washington Post", 14 agosto 2005) e tanto basti per le promesse
di Bush su un Iraq democratico.
Le negoziazioni sulla Costituzione sembrano distanti anni luce dalla vita
della maggior parte degli iracheni. Quando il giornalista Robert Fisk ha
chiesto ad un amico iracheno della Costituzione, costui ha replicato:
"Sicuro, e' importante. Ma la mia famiglia vive nel timore dei rapimenti. E
io stesso ho paura di dire a mio padre che lavoro per i giornalisti. E siamo
in sei ed abbiamo l'elettricita' un'ora al giorno, e non possiamo neppure
conservare il cibo in frigorifero. Federalismo? Il federalismo non si
mangia, e non lo puoi usare per far andare l'auto, e certamente non fara'
funzionare il mio frigorifero". Fisk ha riportato che 1.100 corpi di civili
sono stati portati all'obitorio di Baghdad nel solo luglio. Il giornale
medico "The Lancet" scriveva nell'ottobre 2004 che almeno 100.000 iracheni
erano morti nei primi 18 mesi dopo l'invasione del paese.
*
Ecco, sfortunatamente per Bush, il quadro iracheno non e' molto bello da
vedere. Il presidente sa che se parlasse con Cindy Sheehan, lei gli
chiederebbe di ritirare immediatamente le truppe dall'Iraq. Bush non ha
invece alcuna intenzione di farlo. Gli Usa stanno costruendo proprio a
Baghdad la piu' grande stazione della Cia al mondo, e la ditta Halliburton
sta alacremente mettendo in piedi 14 basi militari permanenti in Iraq.
George Bush sa che non puo' rispondere alla domanda di Cindy Sheehan. Non
c'e' alcun nobile motivo per questa guerra in Iraq.

2. MONDO. KAMALA SARUP: NEPAL, GUERRA E AIDS
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo di
Kamala Sarup. Kamala Sarup vive in Nepal ed e' un'attivista per i diritti
delle donne, scrive per varie pubblicazioni in tutto il mondo e in diverse
lingue incluso il nepalese, l'inglese e l'hindi]

Negli ultimi quattro anni, Nira Magar di Rolpa ha fatto la prostituta.
Precedentemente, lavorava nella fattoria della sua famiglia. Un giorno, un
gruppo di guerriglieri maoisti venne alla fattoria, e le chiese di unirsi a
loro per essere addestrata alle armi. Il giorno successivo, sua madre la
mando' con un paesano a Katmandu, temendo che i maoisti tornassero a
cercarla. A Katmandu, dice semplicemente Nira: "Ho deciso di vendere il mio
corpo per la mia famiglia". Nira viene pagata circa 7 euro da ogni cliente.
Samjhana Shrestha ha oggi 28 anni. Fu la nonna a mandarla a Katmandu, tre
anni fa, dopo che il resto della famiglia era stato ucciso, nel tentativo di
tenerla lontana dal terrore che e' parte della vita quotidiana nelle zone
rurali del Nepal. "Sono stata picchiata, stuprata, forzata a seguire i
maoisti. Cinque uomini mi hanno violentato. Mio marito e' morto. Non ho una
casa. Dove posso avere aiuto per il mio bambino che deve nascere?".
La guerriglia maoista ha avuto inizio nel 1996. Da allora, fra "cessate il
fuoco" proclamati e ritirati, la cifra standard dei cadaveri giornalieri e'
di dodici persone. Le organizzazioni per i diritti umani stimano che dal
1996 siano state uccise quasi 6.000 persone dal governo e circa 3.000 dai
guerriglieri. Nel conflitto fra le due parti, hanno perso la vita altre
10.000 persone. Il governo ha identificato una trentina di distretti
nepalesi come fulcri dell'attivita' dei guerriglieri, ma sono in realta' 35
sui 75 totali i distretti in cui i maoisti amministrano direttamente il
territorio.
Con l'escalation degli omicidi, dei bombardamenti e di altre forme di
violenza, sono migliaia le donne che si riversano nelle aree urbane e
semiurbane come Katmandu, Biratnagar, Nepalgunj, Bhairahawa, Pokhara,
Kailali e Surkhet, cercando di avere un futuro.
La guerra ha ridotto la vita delle donne ad una paralisi totale. Di giorno
vengono tormentate dalle forze governative che cercano maoisti, di notte
vengono tormentate dai maoisti che cercano i fedeli al governo. Ishu
Maharjan, a cui i maoisti hanno ucciso il marito, dice: "Vai fuori dal tuo
villaggio, e ti sospettano di essere una simpatizzante dei guerriglieri. Ci
torni, e i guerriglieri ti sospettano di essere una spia del governo".
Violenze brutali e selvagge, inflitte alle donne da ambo le parti, hanno
generato una migrazione interna verso le aree urbane, in cui le donne sono
delle profughe nella loro stessa nazione. "Le donne nepalesi non sostengono
la guerra, continua Ishu, Il conflitto non permette di vivere ne' di
lavorare. Vogliamo la pace, e vogliamo lavorare liberamente nelle nostre
fattorie. Smettete di combattere, e dateci riso, medicine, case e mucche per
cominciare da capo".
*
Il decennio di conflitto ha richiesto un prezzo altissimo alle donne,
esposte all'abuso sessuale, rapite ed usate come schiave, a volte contagiate
di proposito con l'aids. Migrazioni, prostituzione e sesso non sicuro sono
una miscela mortale in Nepal, in cui la meta' dei sieropositivi sono
tossicodipendenti. Le donne e le ragazze non hanno alternative a portata di
mano, e cio' che il governo offre loro e' l'arresto quando le trova nei
bordelli. In genere le prostitute usano e chiedono si usino i preservativi,
sono i clienti a volere sesso non protetto. Le donne dicono che i clienti
(uomini d'affari, impiegati statali, poliziotti, soldati, studenti) offrono
loro piu' denaro per tali pratiche. La situazione in Nepal, a questo
proposito, richiede particolare attenzione perche' a causa della guerra il
paese non e' in grado di predisporre adeguate misure di prevenzione.
Il governo sta spendendo la maggior parte del denaro in armamenti e non
pensa affatto a programmi capillari che riguardino la salute, sebbene un
programma nazionale sia stato varato nel 1995, con il coinvolgimento di
organizzazioni nn governative. Intanto le persone continuano a morire,
decine di migliaia sono state costrette a spostarsi e innumerevoli
infrastrutture sono state distrutte. Le donne hanno il peggio, da questa
situazione, soprattutto quelle sieropositive: la presenza di strutture
mediche si e' cosi' ridotta a causa del conflitto che la maggior parte delle
donne non hanno accesso alle cure sanitarie.
L'abuso sessuale di donne da parte dei guerriglieri maoisti, della polizia e
dell'esercito governativo contribuisce alla diffusione dell'aids. Gli stupri
non vengono perseguiti legalmente, e si danno in un clima di impunita' che
ha dell'incredibile; dopo aver subito lo shock emotivo della perdita dei
mariti, dei figli, dei fratelli, ed il contraccolpo economico di tali
perdite, queste ulteriori violenze risultano ancora piu' crudeli.
Secondo l'Unaids, in Nepal si registrano trenta nuovi casi di aids al
giorno. 182 persone al mese muoiono a causa dell'infezione. Entro il 2010, a
meno di interventi massicci atti ad arrestare il diffondersi del virus, esso
sara' la maggior causa di morte nel paese.
Poverta', diseguaglianza di genere, bassi livelli di istruzione, stigma
sociale e discriminazione sono i fattori principali che rendono le donne
vulnerabili all'hiv. Una donna sieropositiva deve fronteggiare molti
problemi: l'accesso ai servizi sanitari, la possibilita' di curarsi e di
avere informazioni, sono opportunita' drasticamente limitate. Al momento ci
sono circa cento ong che lavorano nell'area hiv/aids, ma il coordinamento
con le istituzioni nazionali e' carente, e riduce molto l'efficacia degli
interventi.
*
Le leggi nepalesi, inoltre, rimangono discriminatorie. Sfortunatamente, il
governo non riesce a capire quanto importante e' sostenere le vittime di
violenza sessuale. Il programma "Smobilitazione, disarmo e reintegrazione"
dovrebbe contenere la protezione dei diritti umani delle donne come parte
integrante. Dovrebbe essere noto che in contesto di guerra lo stupro ed
altre forme di violenza sessuale sono considerate crimini di guerra. Il
governo dovrebbe prendere misure atte a rinforzare la capacita' delle forze
dell'ordine e del sistema giudiziario di occuparsi dei casi di violenza
sessuale, e dovrebbe lavorare con le organizzazioni e le esperte in grado di
valutare le procedure adottate in base alla loro efficacia e sensibilita',
nonche' alla protezione delle vittime. Le istituzioni e le ong dovrebbero
sostenere appropriati programmi culturali, psicologici e sociali per coloro
che hanno sofferto di violenza sessuale ed assicurarsi che le donne siano
incluse in ogni fase della pianificazione per la pace, la smobilitazione, la
reintegrazione e la ricostruzione.
I gruppi maggiormente vulnerabili in Nepal, collegati alla prostituzione,
alla tossicodipendenza e alle migrazioni, sono a rischio a causa
dell'instabilita' economica, sociale e politica. Mettere i servizi sociali
in cima all'agenda politica puo' servire a mantenere la coesione sociale;
investire in salute puo' ridurre i rischi del conflitto e mitigarne
l'impatto: la salute dei cittadini e delle cittadine va ad aggiungere senso
al concetto di "prevenzione del conflitto" tanto quanto lo sviluppo
socio-economico. L'istruzione e la consapevolezza sono altri due potenti
strumenti, e infine non si deve dimenticare che nessun programma diretto a
contrastare l'aids avra' successo o sara' sostenibile fino a che le donne
saranno finanziariamente dipendenti e non potranno controllare cio' che
accade ai loro corpi.
Naramaya Tamang, che ha 30 anni, e' stata ferita accidentalmente mentre
tornava dal mercato, in uno scontro a fuoco fra esercito e guerriglieri nel
villaggio di Chisapani. Dalle ferite e' guarita. Oggi soffre per l'hiv. "Le
donne nepalesi vogliono la pace, mi dice, Sanno che la guerra peggiora le
cose per tutti, in molti modi. Serve solo ai politici e a chi sulla guerra
fa i soldi".

3. MAESTRI. RENATO BRIGANTI INTERVISTA ARTURO PAOLI
[Dal quotidiano "Liberazione" del 14 agosto 2005.
Renato Briganti, docente universitario di economia, e' impegnato in Mani
tese e nella Rete Lilliput.
Arturo Paoli, religioso, costruttore di pace, saggista, e' una delle figure
piu' vive della solidarieta' operosa e della nonviolenza in cammino; su di
lui dal sito www.giovaniemissione.it riprendiamo la seguente scheda: "Arturo
Paoli e' nato a Lucca nel 1912. Si laurea in lettere classiche a Pisa ed e'
ordinato sacerdote nel 1940. Tra il '43 e il '44 partecipa alla Resistenza.
Nel 1949 viene nominato assistente nazionale della Giac (Gioventu'
Cattolica) mentre era alla presidenza Carlo Carretto. Assistente nazionale
dell'Azione Cattolica negli anni '50, fu costretto alle dimissioni per le
sue posizioni in contrasto con la gerarchia. Autore di numerose opere che
potrebbero andare sotto il titolo di "spiritualita' della relazione", ha
scritto fra gli anni '80 e i '90 la sua puntuale "Lettera dall'America
Latina" ai lettori di "Nigrizia" (www.nigrizia.it). Nel 1954 riceve l'ordine
di imbarcarsi come cappellano su una nave argentina destinata agli
emigranti. Durante questi viaggi conosce i Piccoli Fratelli di Charles de
Foucauld ed entra nella loro congregazione. Terminato il noviziato svolge il
lavoro di magazziniere nel porto di Orano (Algeria) e poi nelle miniere di
Monterangiu in Sardegna. Nel 1960 si reca in America Latina per avviare una
nuova fondazione: qui vive con i boscaioli della foresta argentina. Quando
il clima politico peronista si fa pesante, subisce una campagna
denigratoria: il suo nome e' nell'elenco di quelli che devono essere
soppressi. Nel 1974 si trasferisce in Venezuela; anche qui il suo lavoro e'
di impegno pastorale e di promozione sociale. Nel 1983 comincia a
soggiornare in Brasile, dove, dopo la dittatura militare, prende vita una
chiesa che e' tra le piu' vive dell'America Latina. In Brasile ha fondato
"Afa" (Associazione fraternita' alleanza), che e' una comunita' di laici
impegnati in alcuni progetti di aiuto alle famiglie delle favelas: progetto
Latte, Educazione, Salute, Donna, Informatizzazione. Nel 1999 lo Stato
d'Israele gli conferisce la nomina a "Giusto tra le Nazioni" per aver
aiutato e salvato alcuni ebrei nel 1944 all'epoca delle persecuzioni
naziste. Il suo nome sara' scritto per sempre nel muro d'onore del Giardino
dei Giusti dello Yad Vashem a Gerusalemme. Attualmente vive a Foz de Iguacu,
nel barrio di Boa Esperanza. Da quarant'anni Arturo Paoli condivide la sua
vita con i poveri, senza per questo rinunciare all'attivita' di
conferenziere e animatore: collabora con diverse riviste ("Rocca",
"Nigrizia", "Il Regno", "Jesus") e ha scritto una trentina di opere". Tra le
opere di Arturo Paoli: Gesu' amore, 1960, Borla 1970; Dialogo della
liberazione, 1969; La costruzione del Regno, Cittadella, Assisi 1971;
Conversione, Cittadella, Assisi 1974; Il grido della terra,1976; Camminando
si apre cammino, Gribaudi, Torino 1977; Cercando liberta', Gribaudi, Torino
1980; Tentando fraternita', Gribaudi, Torino 1981; Facendo verita',
Gribaudi, Torino 1984; Le palme cantano speranza, Morcelliana, Brescia 1984;
Testimoni della speranza, Morcelliana, Brescia 1989; Il silenzio, pienezza
della parola, Cittadella, Assisi 1991, 1994, 2002; La radice dell'uomo,
Morcelliana, Brescia; Camminando s'apre cammino, Cittadella, Assisi 1994; Il
sacerdote e la donna, Marsilio, Venezia 1996; Progetto Gesu': una societa'
fraterna, Cittadella, Assisi 1997; Quel che muore, quel che nasce, Sperling
& Kupfer, Milano 2001; Un incontro difficile, Cittadella, Assisi 2001; con
Remo Cacitti e Bruno Maggioni, La poverta', In dialogo, 2001; La gioia di
essere liberi, Edizioni Messaggero di Padova, Padova 2002; Della mistica
discorde, La meridiana, Molfetta (Ba) 2002]

- Renato Briganti: Arturo, hai vissuto quasi 45 anni in quelle che Eduardo
Galeano chiama "le vene aperte dell'America Latina", nelle aree piu' povere,
in mezzo agli emarginati dal mercato globale. Dal tuo osservatorio
privilegiato che visione hai dell'attuale situazione mondiale?
- Arturo Paoli: Da quando sono arrivato in America Latina la situazione e'
piuttosto peggiorata, anche perche' ci sono stati molti tentativi di
cambiamento, con progetti di societa' differenti, in Argentina, Cile,
Nicaragua, eccetera. Tutti falliti, perche' gli Stati Uniti hanno le mani
sull'America Latina e non permetteranno mai la nascita di stati contrari al
loro modello, e contrastanti coi loro interessi. Le speranze, quindi, in
America latina sono rientrate. Il cammino della globalizzazione non fa altro
che incrementare la miseria e la decadenza del popolo. C'e' sempre meno la
capacita' di reagire, di pensare.
La situazione insomma, vista in modo panoramico, generale, si e' degradata
rispetto al 1960, quando sono arrivato io. Ad esempio, l'Argentina era un
paese prospero dove non c'erano vaste zone di miseria come oggi.
Storicamente la repressione sanguinosa e violenta da parte dei militari ha
creato in tutta l'America Latina un senso di scoraggiamento abbastanza forte
nella gente. Anche la chiesa, che all'inizio aveva accompagnato e sostenuto
le rivolte popolari, oggi ha dimenticato la ricerca di una societa' giusta.
Oggi vive osservando. Mentre avanzano le sette religiose che alienano il
popolo e svuotano la gente della speranza di una societa' differente.
*
- Renato Briganti: In questi anni i movimenti di tutto il mondo si sono dati
appuntamento a Porto Alegre (e a Bombay) per il Social Forum. Momento
importante per passare dalla protesta alla proposta. Cosa ne pensi?
- Arturo Paoli: Ho molta speranza in questi movimenti perche' preparano a un
futuro. Finche' vige questa globalizzazione, e finche' non e' arrivata al
suo termine, e al suo collasso, i progetti dei movimenti restano
apparentemente al livello di utopie. Penso pero' che siano necessari,
perche' creano la coscienza che siamo in una societa' anormale, patologica,
ammalata come una persona con un tumore. Quella di oggi e' una vivacita'
solo apparente, montata dai mass media, ma di fatto la societa' e' gia'
morta. E lo e' perche' ha rovesciato una delle leggi che la societa'
liberale aveva affermato con forza, e cioe' la subordinazione dell'economia
alla politica. Oggi si e' rovesciato il rapporto e si e' subordinata la
politica all'economia, che diventa cosi' dominante, prepotente, assoluta.
Questo avviene un po' per esigenza intrinseca della moneta e del mercato, e
un po' anche per l'avidita' umana, per la quale non e' mai troppo, si ha
sempre bisogno di accumulare.
Non si puo' costruire una societa' giusta su questi presupposti, sulla
prevalenza del consumo, dell'accumulazione e di tutte le esigenze del
mercato, negazione radicale, ontologica, di quello che e' la societa'. Sono
manifestazioni di egoismo feroce. In fondo ricordano lo stato totalitario di
Hitler, che ha bisogno di sopprimere l'altro per sopravvivere.
Non e' cambiato nulla, solo che la crudelta' che prima era personificata in
un uomo politico, oggi e' un essere astratto e crudele che si chiama
mercato. E che non e' inferiore ai tiranni che hanno dominato l'Europa nel
secolo scorso. Con un calcolo molto esatto, sono convinto che il mercato
procura piu' morti che Hitler e Stalin messi insieme.
L'Occidente e' andato sempre peggio, seguendo questo suo metodo di creare
grandi astrazioni totalitarie, riassunte in un essere concreto o astratto.
Ora gli Stati Uniti hanno trovato questa astrazione per cui non c'e' piu' un
uomo cattivo e responsabile, oggi responsabile e' il "mercato". Andatelo
pure a trovare e ammazzatelo! Ma alla fine cadra' sopra se stesso, come
l'idolo coi piedi di terracotta. Le impostazioni totalitarie cambiano solo
rompendosi la testa. Illudersi di correggerle sarebbe come aver chiesto ad
Hitler di riformare in modo liberale il paese. Queste impostazioni non
cambiano, sono sbagliate in partenza, non hanno fondamenta e devono
crollare. Sono formazioni patologiche, sono il delirio dell'egoismo umano.
Passeremo per enormi sofferenze, ma alla fine questo sistema "deve"
crollare.
Prepararci ad una societa' differente e' importante. Prepararci ad un'altra
realta' politica e sociale aiuta ad anticipare quello che succedera'. Questa
coscienza andrebbe diffusa, invece ci lasciamo ingannare dalle apparenze e
dai piaceri alimentati dalla societa' consumista. Viviamo una narcosi
collettiva, e ci accontentiamo della soddisfazione effimera della foga
consumistica. Oggi non e' generalizzata la coscienza di vivere una grande
peste, un grande contagio, come la peste di Milano, come le grandi pesti
storiche. Anzi, la nostra situazione e' peggiore, perche' non ce ne
accorgiamo. Certi analisti cercano di attenuare questa lettura, ma il
mercato, questo essere sordo, cieco, muto, domina la situazione, e noi siamo
stati trasportati da un progetto politico che ci consentiva di pensare sul
passato e sul futuro, al nulla.
C'e' stata una interruzione. A un certo punto la politica e' finita. E'
finita la ricerca di una societa' piu' giusta, la ricerca di una
partecipazione cosciente del popolo. La gente oggi adora i "sacerdoti del
mercato", ripone speranza in loro. Questo e' il guaio serio: non esiste la
politica. E' per questo che anche quelli che fanno politica sono
disorientati. Anche le sinistre non sanno dove mettere i piedi perche'
vorrebbero fare politica, ma sono state sradicate.
Democrazia oggi e' una parola incomprensibile, ha perduto il suo senso,
perche' c'e' stato un trapianto su un altro fondamento. L'esigenza della
politica e' fondamentale, la ricerca della organizzazione della societa'
perche' tutti gli esseri viventi possano soddisfare le loro esigenze e' un
fatto umano inevitabile. Io vivo con gli altri, in mezzo agli altri.
*
- Renato Briganti: Che importanza dai tu alla memoria? Cosa vorresti dire
alle persone che non hanno vissuto gli anni bui del passato, ai ragazzi che
non hanno avuto neanche i nonni per farsi raccontare cosa sono state la shoa
e le leggi razziali?
- Arturo Paoli: Tutti gli anni, il 27 gennaio si celebra la giornata
mondiale della memoria, ma la gente in fondo resta insensibile, come agli
spettacoli dell'orrore che vede in tv. La gente resta estranea, resta tutto
sommato tranquilla, perche' tanto c'e' assenza di responsabilita'. Si puo'
provare un momento di stupore, ma in fondo "che ci posso fare io? ". Perche'
di fatto non abbiamo nessuna partecipazione alla societa'.
Oggi la societa' viene presentata come una grande fiera, ognuno cerca di
soddisfarsi il piu' possibile. La gente non e' chiamata a scegliere e a
riflettere su certi valori, su certe conquiste, su come cambiare. Questo
mondo non vuol cambiare, pensa di stare bene cosi'. Certo, c'e' il
ricordare, ma non ci sono valori in antitesi con gli errori commessi. Oggi
la preoccupazione e' conservare il nostro stato di benessere. Perche'
preoccuparci della societa'? I ricordi potevano aiutare se fossimo rimasti
sul piano politico, per ragionare su cosa pensare e cosa votare. Ma oggi la
societa' consumista soffoca la partecipazione e distrugge la
responsabilita'. Pensare alla dittatura, a come abbiamo fatto a cadere cosi'
in basso, sarebbe interessante se ci fosse la responsabilita' nel prendere
decisioni. I ricordi del passato sono di interesse solo per una elite. Il
popolo non e' interessato, perche' oggi e' chiamato a godere e basta! A
consumare e a comprare. Se ha le cose, bene, se no ruba o si arrangia. Il
tema unico e' consumare. Non serve alla gente ricordare gli errori commessi
e le atrocita'. Se si dovesse costruire una casa, anaalizzando le esperienze
del passato, si sceglierebbero i materiali migliori. Ma oggi non si sta
costruendo.
*
- Renato Briganti: E' un'analisi molto lucida, ma molto amara.
- Arturo Paoli: Si tratta di attendere, non c'e' un rimedio diretto. Bisogna
pensare ad un mondo diverso, non rinunciare a progettare una societa'
migliore. Pensare ad una societa' diversa ti aiuta a vivere. E non dobbiamo
giudicarla un'utopia, dobbiamo credere che sara' possibile, anche per
anticipare il crollo della societa' attuale.
*
- Renato Briganti: Giorni fa mi parlavi di Ernesto Guevara e del suo essere
secondo te un uomo interiore. Hai scritto molto sul suo rapporto con la cara
amica Maria Rosa. Che opinione hai di lui e che attualita' vedi oggi della
sua figura?
- Arturo Paoli: Ho conosciuto Maria Rosa, sua "madre spirituale" (era piu'
anziana di lui), attraverso una profonda amicizia. Ne ho scritto anche in un
libro dal titolo Salutatemi Maria Rosa. E' stata lei che ha accompagnato il
suo formarsi, che ha conosciuto da molto vicino la sua indole di persona che
realmente cercava la giustizia e un mondo migliore. Era convinto che la
societa' in cui viveva fosse una societa' opprimente. Aveva bisogno di
cercare altro. Aveva un grande ideale della giustizia, e lo dimostra la sua
vita. Alla fine, raggiungere il potere non gli ha fatto dimenticare (come
succede a molti) che dietro di lui esistevano dei poveri e degli assetati di
giustizia, che non avevano ottenuto la tutela dei propri diritti. Non
importa che si sia dimostrata politicamente sbagliata la scelta di andare in
guerra in Bolivia, quello che conta e' vedere qual e' stata la sua
intenzione, la sua ispirazione. Non e' un caso che tra tanti eroi nella
storia i giovani hanno scelto lui, perche' istintivamente o intuitivamente
hanno visto in lui qualcosa di diverso, una umanita' piu' giusta, piu'
ricca. Non e' ricordato come uno che ha preso le armi, anzi il fatto che
abbia "anche" preso le armi non definisce la sua personalita'. E' ricordato
soprattutto perche' voleva con tutte le sue forze un mondo piu' giusto, piu'
umano. La gioventu' ha sentito sempre un certo fascino provenire da lui. Nel
suo discorso di Algeri ha avuto coraggio, perche' ha dichiarato al mondo
comunista, che si era impegnato a realizzare la giustizia, che lui non
vedeva questa realizzazione, e che non erano garantiti i diritti di tutti.
Questa testimonianza per me e' di grande valore, davanti ad un mondo che
pareva trionfare.
*
- Renato Briganti: Come vedi l'uomo globale oggi e che responsabilita' ha
verso se stesso, verso l'altro e verso il pianeta in cui vive?
- Arturo Paoli: Un sociologo che amo molto, Bauman, ha scritto "La
solitudine dell'uomo globale", libro che in principio non riuscivo a capire
bene, ma che dopo ho apprezzato molto. La societa' consumistica ha bisogno
dell'uomo solo. Infatti ha paura dell'amicizia, delle riunioni. L'uomo per
poter essere docile ed obbediente alle esigenze del mercato, del consumismo,
ha bisogno di non pensare, di non riflettere, di non ragionare con gli
altri; quindi deve essere solo.
Come dicevo e' importante il punto di partenza, l'inserimento della societa'
in una dimensione che non e' piu' quella della ricerca della liberta' o
della giustizia, della convivenza pacifica o delle ricerche e dei valori
scoperti nel grande disegno democratico. Tutto e' cancellato. Storicamente
siamo chiamati a partecipare ad un grande spettacolo, alla grande fiera
della tecnica. Oggi compri una macchina fotografica, ma appena arrivi a casa
e' gia' vecchia e non ti piace piu', e ne vuoi una piu' moderna, ma poi ce
n'e' gia' un'altra che ti pare molto meglio, eccetera.
Il cammino verso l'infinito, che prima aveva come contenuto la ricerca della
perfezione dell'uomo, ora e' trasportato sul piano della produzione
infinita. Ed e' un cammino il piu' materialista che si possa immaginare. La
societa' non e' mai stata cosi' materialista come oggi. Lo sguardo e'
rivolto solo agli oggetti, che saranno sempre piu' perfetti. Oggi si ricerca
la liberazione dalla fatica, dallo sforzo, dall'applicazione intellettuale,
dalla ricerca personale, perche' ti viene tutto offerto. Per quale motivo
affaticarsi ad aprire una scatoletta, se oggi ne offrono una che si apre da
sola. Tutto questo ti trasporta in mondi in cui non c'e' bisogno che tu
pensi, anzi, meno pensi e meglio e', piu' sei passivo e meglio e'; infine,
piu' sei solo e meglio e'!
*
- Renato Briganti: Tu parli spesso dell'etica che ha sostituito la
filosofia. Cosa intendi dire?
- Arturo Paoli: Intendo dire che si e' abbandonato il concetto per dirigersi
ad osservare il fenomeno. Questo non vuol dire abbandonare del tutto le
idee, ma scoprirle nell'esperienza fenomenologica, in quello che vedi. E' un
calare il tuo pensiero nella realta'. Cercare di rimettere la vita personale
e la vita sociale, dalla via in cui si e' spostata (quella dell'attenzione
unicamente rivolta alla tecnica, alla rapidita'), sul sentiero invece del
pensiero e soprattutto della responsabilita'.
Facendoci scoprire che siamo arrivati a queste conseguenze perche' l'uomo ha
desistito dalla sua responsabilita', magari scoraggiato da avvenimenti
negativi, tragici. I pensatori accorgendosi di queste conseguenze sono
tornati, e aiutano l'uomo a ritrovare il sentiero e a scoprirsi come
"responsabile".
Questo e' stato il passaggio: non pensare piu' astrattamente. La filosofia
si e' spostata dalla pura logica, dalla pura razionalita', alla vera
saggezza. Capire che il pensiero mi e' stato dato per aiutare me stesso e
gli altri a vivere in maniera piu' realisticamente vera, e anche piu'
felice. Oggi e' generale, e' comune, ed e' anche una conseguenza della
scoperta reale e pratica dell'importanza del corpo, del fatto che l'uomo non
e' unicamente pensiero, anzi che il pensiero e' molte volte tradito dalle
pulsioni che vengono dal corpo. L'uomo non pensa solo con la testa, con la
ragione, ma pensa con la sua sensibilita', con il suo corpo, che e' la parte
piu' importante dell'uomo.
*
- Renato Briganti: Hai trascorso gli ultimi 15 anni in Brasile a Fos do
Iguazu' e conosci da vicino l'esperienza che sta con fatica portando avanti
Lula. Cosa ne pensi dei primi due anni di governo e del programma "Fame
zero"?
- Arturo Paoli: Ho molta stima di Lula. Vedo cose positive e negative.
Quello che di bene sta facendo sono le sue relazioni internazionali con gli
altri Stati latinoamericani, come l'Argentina, l'Uruguay, il Cile. Perche'
quello e' un lavoro importante da fare. E' impossibile arginare il dominio
economico degli Stati Uniti sull'America Latina se gli Stati latinoamericani
non si uniscono, come e' successo in Europa. Evidentemente e' piu'
difficile, ma si deve cominciare ad andare su questa strada.
All'interno ci sono invece molti fattori contrari a Lula: il primo e' il
problema enorme della struttura coloniale della proprieta' fondiaria e della
riforma agraria. Solo un dittatore, con la forza e facendo molte vittime,
potrebbe cambiare questa situazione. Quindi questa e' la prima contrarieta',
la resistenza dei proprietari terrieri. Una riforma agraria si potrebbe
realizzare solo con un atto di forza che e' impossibile per Lula, per la
struttura interna del Paese e per la sua stessa personalita'.
In secondo luogo la chiesa e' rimasta molto indifferente, non dico
contraria, ma indifferente davanti a Lula. La struttura gerarchica della
chiesa brasiliana e' stata ridefinita con un disegno molto rigido. La chiesa
brasiliana era stata forse l'unica, obbedendo al Concilio, ad aver fatto la
scelta dei poveri, e questo ha dato fastidio alle autorita' politiche. Poi
la chiesa si e' allineata al potere politico e in pochi anni e' stata
cambiata la gerarchia (sono bastati 10-15 anni per sostituire tutti), che
ora e' formata in gran parte da vescovi stranieri o da vescovi
"spiritualisti". Non spirituali, ma spiritualisti: che pensano alla fede
solo come dogma, come verita' astratta, e non nelle sue conseguenze nella
vita, nella giustizia, nella fraternita', nel cambiamento del mondo, insomma
"nel regno di Dio" per dirla con le parole del Vangelo. Questa nuova
gerarchia rimane completamente fuori, anche dal progetto tipicamente
evangelico che e' "Fame zero". Se c'e' un valore evangelico e' proprio
quello li' (il pane a tutti). Non e' stato recepito, non e' stato aiutato
nella maniera piu' assoluta.
Neanche i media, poi, sono con Lula, non lo appoggiano, anzi cercano di
creare diffidenza nella gente, piuttosto che fiducia. Non credo quindi che
Lula possa far molto all'interno del Brasile, e infatti non si vedono cambi
sostanziali.
Ci sono delle iniziative che speriamo possano cambiare un po' le cose, come
la grande marcia del Movimento Sem Terra. Pero', purtroppo, non credo che
Lula sara' rieletto. Percio' nel breve spazio della sua presidenza non puo'
fare grandi rinnovamenti. Penso comunque che la sua presidenza abbia
rappresentato e rappresenti una alternativa, chissa' che col tempo non abbia
il suo risultato.
Il Pt (Partido dos trabajadores) pero' non ha messo in campo delle strutture
di formazione del popolo, che non ha partecipato coscientemente a questo
cambiamento di rotta del governo. Ha dato solo il voto in un momento di
euforia.
*
- Renato Briganti: Io ti ho conosciuto mentre collaboravamo col Movimento
Sem Terra. Che fase sta vivendo ora e a che punto e' la riforma agraria?
- Arturo Paoli: Nel mese di maggio c'e' stata una grande marcia del Mst
(Movimento Sem Terra), ma non l'ho seguita direttamente. Mi pare pero' che
non abbiano curato sufficientemente l'aspetto fondamentale, cioe' la
formazione di quelli che conquistano la terra. Si tratta del passaggio dalla
proprieta' privata individuale a quella collettiva della terra, e necessita
di una formazione costante, di una grande capacita' di saper stare insieme.
O anche della religione come fraternita', come appello a convivere, a capire
l'importanza della comunita'. Questo si puo' ottenere solo con una
formazione continua, con incontri periodici, ed elevando il grado di
istruzione di tutti.
Il pericolo costante in queste esperienze e' ricadere nell'individualismo,
che e' una malattia che ritorna, come un'erbaccia che una volta tagliata
rinasce. Quindi c'e' bisogno di una vigilanza continua. In questo il Mst e'
un po' indietro. I semterra si aspettavano da Lula maggiore appoggio,
speravano che con lui iniziasse un'epoca di riconoscimento dei valori che il
loro movimento rappresenta. Invece Lula e' un po' stretto dalle circostanze,
e sulla riforma agraria ha potuto fare poco. Non penso che sia mancanza di
buona volonta', e' la situazione strutturale del Brasile che impedisce il
cambiamento.
*
- Renato Briganti: Perche' secondo te oggi c'e' bisogno di "tenerezza"?
- Arturo Paoli: Il mondo e' inaridito e insensibile, "materializzato",
concentrato sui prodotti e polarizzato sugli oggetti della propaganda. Cosi'
quando l'uomo rientra in se stesso, si accorge che quello che manca oggi e'
proprio l'essere compreso, amare, essere amato. Per questo credo che oggi ci
sia bisogno di tenerezza.
*
Appendice: un breve profilo di Arturo Paoli
Un prete in cerca della giustizia: 93 anni, 45 vissuti con i poveri in
America latina. Nato a Lucca nel 1912, Arturo Paoli diviene sacerdote nel
1940; tra il '43 e il '44 partecipa alla Resistenza. Dopo dieci anni entra
nella congregazione dei Piccoli Fratelli di Gesu', ispirata a padre Charles
de Foucauld. Nel 1959 si stabilisce in America Latina: da' vita a una nuova
fondazione in Argentina; organizza una cooperativa agricola in Venezuela.
Infine, nel 1985 si trasferisce in Brasile. Per oltre quarant'anni Arturo
Paoli condivide la sua vita con i poveri, senza per questo rinunciare
all'attivita' di conferenziere e animatore: collabora con diverse riviste
("Rocca", il periodico della Pro Civitate Christiana di Assisi, "Nigrizia",
"Il Regno", "Jesus") e ha scritto una trentina di opere. Tra i suoi libri:
Gesu', amore (1960), Dialogo della liberazione (1969), Il grido della terra
(1976), Facendo verita' (1984). Nel 1944 ha ricevuto il titolo di ´Giusto
tra le nazioni" dall'ambasciata d'Israele a Brasilia per aver salvato la
vita a un ebreo nel 1944.

4. MEMORIA. VITTORIO STRADA RICORDA IRINA ALBERTI
[Dal sito www.irinaalberti.it riprendiamo il seguente testo di Vittorio
Strada apparso sul "Corriere della Sera" del 12 dicembre 2001, accompagnato
dalla seguente prsentazione: "il brano pubblicato e' tratto dall'intervento
che Strada tiene oggi a Palazzo della Cancelleria di Roma nell'ambito della
giornata di studi dedicata a Irina Alberti a un anno dalla sua morte.
Numerosi i partecipanti fra i quali padre Georges Cottier, Anatoli Krasikov,
Arrigo Levi, Pierluigi Battista, Gad Lerner e Paolo Mieli che introdurra' la
tavola rotonda. Nel corso dei lavori ai quali assistera' il presidente della
Camera, Pier Ferdinando Casini, verra' consegnato il premio Irina Alberti a
Barbara Spinelli per il saggio Il sonno della memoria, edito da Mondadori".
Vittorio Strada (Milano 1929), illustre slavista, docente di lingua e
letteratura russa all'Universita' Ca' Foscari di Venezia, ha diretto per
anni l'Istituto italiano di cultura a Mosca; ha ideato la Storia della
letteratura russa in sette volumi edita parzialmente da Einaudi e
integralmente, in Francia, da Fayard e fondato la rivista di studi
storico-culturali "Rossija/Russia", ora pubblicata a Mosca; ha curato
l'edizione delle opere narrative di Michail Bulgakov (Einaudi) e Boris
Pasternak (Mondadori) e presentato testi fondamentali del pensiero
filosofico e politico russo moderno. Tra le opere di Vittorio Strada:
Tradizione e rivoluzione nella letteratura russa, Torino 1969, 1980; Le
veglie della ragione. Miti e figure della letteratura russa da Dostoevskij a
Pasternak, Torino 1986; Simbolo e storia. Aspetti e problemi del Novecento
russo, Venezia 1988; Autoritratto autocritico. Archeologia della rivoluzione
d'Ottobre, Roma 2004.
Su Irina Alberti dal sito www.irinaalberti.it riprendiamo ampi stralci della
breve notizia biografica: "Irina Ilovajskaja Alberti era nata il 5 dicembre
1924 a Belgrado da una famiglia di emigrati russi sfuggiti alla rivoluzione
del 1917. Trascorse la prima giovinezza tra la cattolica Dubrovnik e
l'ortodossa Belgrado vivendo fin da adolescente l'esperienza del rapporto
tra la Chiesa occidentale ed orientale. Dopo una serie di incredibili
peripezie, tra una minaccia di deportazione ad Auschwitz e quella di un
rimpatrio forzato in Unione Sovietica, Irina Alberti alla fine della seconda
guerra mondiale divenne italiana sposando il diplomatico Edgardo Giorgi
Alberti. Segui' il marito a Praga dove era stato nominato addetto culturale
dell'ambasciata, successivamente espulso in quanto aveva preso le difese
dell'indipendenza del popolo cecoslovacco. Successivamente collaboro' a
Radio Liberty. Nel 1975 preparo' e organizzo' l'arrivo in Occidente di
Alexander Solzenicyn, espulso dal regime sovietico. Divenne la portavoce di
Solzenicyn e rimase tre anni con lui negli Stati Uniti incominciando a
organizzare il mondo dei dissidenti che si trovavano in Occidente. Negli
anni '80 viene chiamata a Parigi a dirigere la rivista "Ruskaja Misl" ("La
Pensee Russe") punto di riferimento dell'emigrazione russa da sempre.
Dirigera' il giornale fino al momento della morte... Tramite il giornale
aiuta e organizza l'assistenza alle famiglie di prigionieri nei Gulag, aiuta
e accoglie a Parigi i fuoriusciti dell'Est. "La Pensee  Russe" ha
rappresentato la fucina dei dissidenti: Heller, Pliutch, Bukovskij, Maximov,
Sinjasvkij, Ginzburg, Natalia Gorbaneskja; fondamentale il rapporto con
Andrej Sakarov e con sua moglie Elena Bonner. Dura per anni la lotta per
strappare Sakarov all'esilio. "La Pensee Russe" era diffuso clandestinamente
in Unione Sovietica e i suoi lettori affrontavano grandi rischi pur di
procurarsene una copia... Con la caduta del comunismo Irina Alberti pote'
entrare in Russia... partecipando, attivamente alla creazione di una
societa' civile e di una opinione pubblica democratica nella realta' di quel
paese. Nata e cresciuta nella fede russo-ortodossa, Irina Alberti si era
convertita al cattolicesimo in eta' adulta. Con l'ascesa al pontificato di
Giovanni Paolo II, che divenne un punto di riferimento imprescindibile sotto
il profilo esistenziale e politico per chiunque si dedicava alle battaglie
per l'Est Europa, Irina Alberti profuse ogni energia nel dialogo tra la
Chiesa Cattolica e quella Ortodossa, e dopo la caduta dell'Unione Sovietica
comincio' a dirigere una radio di Mosca a cui collaborano cattolici e
ortodossi. Mise al servizio di Giovanni Paolo II la sua esperienza  per
quanto riguardava tutto il rapporto con la Chiesa Orientale e la cultura
russa. Ha collaborato in tutto il mondo ad alcuni tra i piu' autorevoli
quotidiani, settimanali, mensili. La sua vita ha avuto al centro il peso
opprimente dei totalitarismi nazifascista e comunista. Anche dopo la caduta
del comunismo nel ribadire la condanna assoluta del nazifascismo ha tentato
di condurre l'esame del comunismo fino a rivelarne definitivamente tutta la
valenza negativa, a determinare una ricerca storica che conducesse nei
confronti del comunismo un'analisi di accertamento delle responsabilita',
come era avvenuto per l'altro totalitarismo. Il tentativo di Irina Alberti
e' stato quello di favorire inoltre il superamento dell'ingiustizia sociale
e la trasformazione delle societa' pur nell'ottica di stimolare la
riscoperta dei valori fondamentali di stabilita' e conservazione. Irina
Alberti ha affrontato concretamente lo strano miscuglio che la fine del
secolo e l'inizio del nuovo comporta tra l'accresciuto sviluppo della
tecnologia (che vede moltiplicato il suo  ruolo dal processo di
globalizzazione) e il risveglio del sentimento religioso e la sua capacita'
di attrazione senza limiti, indubbiamente determinata da una parte dalla
persistenza di un'ingiustizia sempre piu' dura e dall'altra dall'esigenza
della ricerca di una nuova dimensione spirituale dopo il travaglio delle
ideologie degli ultimi secoli... Irina Alberti e' morta il 4 aprile 2000 a
Francoforte nel pieno della sua attivita' a seguito di un attacco cardiaco"]

Ricordare Irina Alberti non significa soltanto rievocare la sua figura, che
e' cara a chi la ha conosciuta e ancora piu' a che ha goduto della sua
amicizia, ma significa andare oltre il ricordo personale per entrare
nell'ambito ampio della realta' in cui essa ha operato, profondendo la sua
energia intellettuale e morale. Dire che questa grande realta' e' stata la
Russia costituirebbe ancora una limitazione, per quanto vasto possa essere
questo spazio di civilta' tra Europa e Asia come campo di studio e di
analisi: si puo' dire con piu' precisione che la realta' entro la quale
Irina Alberti ha vissuto con tutta la sua partecipazione e' stata piu' che
la Russia in quanto tale la Russia in quanto membro del mondo e il mondo in
quanto orizzonte della Russia.
Cio' che interessava Irina Alberti e che costituiva l'oggetto della sua
riflessione e azione era il destino della Russia come parte essenziale dei
destini generali, come problema particolare ma fondamentale all'interno di
quel sistema organico di problemeni che costituisce l'attualita' mondiale,
il nostro presente come punto da cui defluisce un passato destinato ormai
all'analisi storica e affluisce un futuro passibile soltanto di incerte
prognosi.
Giornalista di vocazione, come dimostra la lunga direzione del periodico
"Ruskaja Mysl" ("La pensee russe"), edito a Parigi, che sotto la sua guida
e' stato una voce libera per i lettori russi dentro e fuori la Russia, Irina
Alberti e' andata al di la' di questa professione per farsi mediatrice
preziosa tra l'occidente e quella parte estrema e decisiva dell'Oriente
europeo che e' la Russia. Una mediatrice autorevole tanto da godere, da una
parte, nel mondo postsovietico e prima in quello "dissidente", della fiducia
di un Solzenicyn e di un Sacharov e del rispetto delle nuove sfere politiche
democratiche russe, e dall'altra parte, da essere accolta come
interlocutrice da Giovanni Paolo II che dai colloqui con lei traeva conforto
per il suo atteggiamento verso quel mondo, complesso anche in senso
religioso, che e' la Russia attuale.
La religiosita' e' stata la base fondamentale della vita attiva di Irina
Alberti. Una religiosita' ricca e libera che conferiva alla sua fede,
radicata nella confessione cattolica, una facolta' rara di apertura al
cristianesimo orientale, ortodosso, non in nome di un ecumenismo astratto ma
per il sentimento vivo dell'unita' profonda, anche se storicamente lacerata,
del Verbo di Cristo e per la consapevolezza vissuta della verita' che il
cristianesimo ortodosso porta con se' non come alternativa o opposizione
alle altre confessioni cristiane ma come loro completamento e integrazione,
come un momento di una realta' superiore che aspetta di essere ricomposta
nella luce dello spirito, fermo restando il rispetto delle diversita'
ecclesiali.
Raramente, d'altro lato, in una persona di fede ferma e inconcussa come era
quella di Irina Alberti, si poteva trovare una laicita' di pensiero cosi'
criticamente aperta alla realta'. Leggendo cio' che periodicamente essa
scriveva nel suo giornale e negli interventi che faceva in varie sedi,
colpiva l'quilibrio delle sue analisi e dei suoi giudizi che si fondavano
sempre su una conoscenza diretta di un mondo ancora cosi' poco familiare e
oggetto di cattiva informazione come quello russo. Cattolica, la sua
propensione era per valori politici che si possono definire di un riformismo
socialista e cristiano, pur nell'affermazione costante di indipendenza
rispetto ad ogni affiliazione di partito. Questa vastita' di orizzonte
conferiva a Irina Alberti la capacita' di orientarsi nella realta' politica
europea occidentale e orientale secondo i criteri di una visione
democratico-liberale moderna, autocritica verso se stessa. Qui sono radicati
i principi che la hanno guidata nella sue lunga e attiva resistenza al
totalitarismo nazista e comunista.
Irina Alberti e' stata contemporanea di una Russia senza precedenti, di un
fase della storia che ha visto la patria di Tolstoj e di Dostoevskij vivera
le piu' soprendenti e catastrofiche trasformazioni: da impero autocratico a
repubblica democratica. Dove va ora la Russia? Si puo' almeno dire che essa
non sta compiendo, ne' deve compiere, un transito per giungere a diventare
"come noi", ma che, sul terreno comune dello sviluppo democratico, sta
percorrendo un suo proprio arduo cammino per diventare se stessa come
nazione dopo le tragiche esperienze dello scorso secolo, un cammino pieno di
rischi e di incognite ma anche di possibilita' e di speranza. Un cammino che
Irina Alberti, italiana non meno che russa, e autenticamente europea, ha
osservato al suo inizio e che noi continuiamo a seguire con trepidazione e
attenzione, sentendo il vuoto lasciato da lei come persona amica e come
mente lucida e appassionata.

5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

6. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1032 del 24 agosto 2005

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