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La nonviolenza e' in cammino. 1033



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1033 del 25 agosto 2005

Sommario di questo numero:
1.  Cominciamo dal Brasile
2. Enrico Peyretti: Una discussione su alcune obiezioni critiche di Norberto
Bobbio alla nonviolenza
3. Therese Kulungu: La nostra visione della pace
4. La "Carta" del Movimento Nonviolento
5. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. COMINCIAMO DAL BRASILE
Per dirsela chiara: non potremo mai impedire i crimini e le guerre se non
cominciamo a impedire l'uso, e quindi la detenzione, il commercio e la
fabbricazione delle armi.
E' ora di cominciare. In Brasile si sta cominciando: il referendum per
proibire il commercio delle armi da fuoco che si svolgera' tra poche
settimane ci riguarda, riguarda l'umanita' intera. Poiche' e' un passo
decisivo verso il disarmo, e senza disarmo molte persone moriranno ancora di
morte violenta.
Per quanto e' in nostro potere aiutiamo i nostri compagni di lotta
brasiliani a far riflettere tutte e tutti sul fatto che le armi sono sempre
nemiche dell'umanita', costituiscono "in re ipsa" una minaccia alla nostra
vita, e poiche' siamo noi umani a fabbricarle, siamo noi umani che possiamo
abolirle.
Adesso.
Per informazioni e contatti: in Italia Francesco Comina (e-mail:
f.comina at ladige.it); in Brasile Ermanno Allegri (sito: www.adital.org.br).

2. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: UNA DISCUSSIONE SU ALCUNE OBIEZIONI
CRITICHE DI NORBERTO BOBBIO ALLA NONVIOLENZA
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
intervento.
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di questo foglio,
ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di
nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con
altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio",
che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi
"Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research
Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi
per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della
rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro
Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e
del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie
prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; e' disponibile nella rete telematica la
sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia
storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente
edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il
principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha
curato la traduzione italiana), e una recente edizione aggiornata e' nei nn.
791-792 di questo notiziario; vari suoi interventi sono anche nei siti:
www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e alla pagina web
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu' ampia
bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15
novembre 2003 di questo notiziario.
Norberto Bobbio e' nato a Torino nel 1909 ed e' deceduto nel 2004,
antifascista, filosofo della politica e del diritto, autore di opere
fondamentali sui temi della democrazia, dei diritti umani, della pace, e'
stato uno dei piu' prestigiosi intellettuali italiani del XX secolo. Opere
di Norberto Bobbio: per la biografia (che si intreccia con decisive vicende
e cruciali dibattiti della storia italiana di questo secolo) si vedano il
volume di scritti autobiografici De Senectute, Einaudi, Torino 1996; e
l'Autobiografia, Laterza, Roma-Bari 1997; tra i suoi libri di testimonianze
su amici scomparsi (alcune delle figure piu' alte dell'impegno politico,
morale e intellettuale del Novecento) cfr. almeno Italia civile, Maestri e
compagni, Italia fedele, La mia Italia, tutti presso l'editore Passigli,
Firenze. Per la sua riflessione sulla democrazia cfr. Il futuro della
democrazia; Stato, governo e societa'; Eguaglianza e liberta'; tutti presso
Einaudi, Torino. Sui diritti umani si veda L'eta' dei diritti, Einaudi,
Torino 1990. Sulla pace si veda Il problema della guerra e le vie della
pace, Il Mulino, Bologna, varie riedizioni; Il terzo assente, Sonda, Torino
1989; Una guerra giusta?, Marsilio, Venezia 1991; Elogio della mitezza,
Linea d'ombra, Milano 1994. A nostro avviso indispensabile e' anche la
lettura di Politica e cultura, Einaudi, Torino 1955, 1977; Profilo
ideologico del Novecento, Garzanti, Milano 1990; Teoria generale del
diritto, Giappichelli, Torino 1993. Opere su Norberto Bobbio: segnaliamo
almeno Enrico Lanfranchi, Un filosofo militante, Bollati Boringhieri, Torino
1989; Piero Meaglia, Bobbio e la democrazia: le regole del gioco, Edizioni
cultura della pace, S. Domenico di Fiesole 1994; Tommaso Greco, Norberto
Bobbio, Donzelli, Roma 2000. Per la bibliografia di e su Norberto Bobbio uno
strumento di lavoro utilissimo e' il sito del Centro studi Piero Gobetti
(www.erasmo.it/gobetti) che invitiamo caldamente a visitare]

Le serie obiezioni critiche alla nonviolenza, di Antonio Vigilante (in "La
nonviolenza e' in cammino",  n. 1030 del 22 agosto 2005), mi sollecitano a
riproporre un mio articolo del 1993 su simili critiche che mi fece Norberto
Bobbio.
Trassi quelle obiezioni alla nonviolenza da una lettera personale di
Bobbio, del 16 agosto 1993. Nella nostra successiva corrispondenza, Bobbio
riconobbe come fedele al suo pensiero la sintesi che ne avevo fatto, in otto
affermazioni. Senza dichiarare, allora, che le obiezioni venivano da Bobbio,
le esponevo e discutevo in un articolo in due puntate sul mensile torinese
"il foglio" nn. 204 e 205 del novembre e dicembre 1993 (oggi:
www.ilfoglio.org). In seguito, riferendo (su "il foglio" n. 207, febbraio
1994) di due giornate di studio avvenute presso il Centro Studi Piero
Gobetti di Torino (nel gennaio e febbraio 1994, con relazioni di Pietro
Polito, di Bobbio, e mia), rendevo noto che quelle obiezioni venivano da
Bobbio ed erano state all'origine di quel dibattito. Per qualche tempo,
Polito ed io pensammo di raccogliere i documenti di quegli incontri (che
sono negli archivi del Centro Gobetti) in un libro Quale pacifismo?, ma il
progetto non ando' in porto.
Qualche anno prima, Chaiwat Satha-Anand (studioso della nonviolenza,
thailandese, musulmano), aveva pubblicato e discusso sulla rivista "Gandhi
Marg" (La via di Gandhi), ottobre-dicembre 1989, otto molto simili "miti
sulla nonviolenza", denunciati da Kenneth Kaunda, ex-presidente dello Zambia
ed ex sostenitore della nonviolenza.
Le otto obiezioni di Bobbio e gli otto miti di Kenneth Kaunda venivano
raccolti e confrontati in parallelo da Giovanni Salio, nel libro Il potere
della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1995, alle pp. 148-153.
Presento ora unificate le due puntate di quell'articolo, "Obiezioni al
pacifismo nonviolento", con le tesi di Bobbio e la mia discussione. Al testo
ho apportato poche correzioni e qualche minimo aggiornamento nelle note
bibliografiche, che in sostanza sono quelle del 1993. Tutto, dunque, va
visto datato a quel momento.
*
Obiezioni al pacifismo nonviolento
Ho  raccolto otto obiezioni a quel pacifismo che ritiene la guerra un male
assoluto e quindi vuole escluderla sempre, a favore dei mezzi nonviolenti di
resistenza e lotta alla violenza.
Cerco di considerare e di dare una risposta, sempre interlocutoria, a tali
obiezioni.
*
1. C'e' un pacifismo assoluto e uno relativo: il primo, col rifiuto totale
della violenza, lascia libero corso ai violenti.
Capisco  bene  che non possiamo fare assolutismi di nessun genere. Gandhi
non era assolutista neppure sul "non uccidere".
Giuliano Pontara sostiene una nonviolenza non fanatica. Egli distingue dal
pacifismo assolutistico (per esempio quello di  Tolstoj, che peraltro ha
valori non disprezzabili) la nonviolenza positiva, dottrina e pratica di cui
e' fautore, perche' questa vede e sviluppa i mezzi alternativi alla violenza
per perseguire buone cause senza conseguenze cattive (1). In singoli momenti
od espressioni accade che si prendano posizioni assolute, o molto forti, per
l'urgenza dei valori in gioco, per la  necessita' di schierarsi, di opporsi
a ideologie e operazioni di guerra, ma credo che ogni nonviolento riflessivo
e problematico (e tale io vorrei essere) possa spiegare che quelle posizioni
esprimono una forte tensione, non la pretesa di avere una formula assoluta.
Anche le ragioni religiose, di fede, per sperare e impegnarsi per la pace,
sono una fiducia profonda che sostiene un  cammino, il quale incontra pero'
tutte le difficolta', le incertezze, di chi lavora per la pace senza la fede
in Dio. Forse direi che "assoluta"  (ma vorrei circoscrivere questo termine,
perche' in senso rigoroso nulla e' in noi assoluto) e' la speranza, il
desiderio, l'impegno, mentre del tutto relativi sono i singoli  giudizi e
scelte, anche quando sono una nostra convinzione e vi mettiamo il calore
della passione e della fede. Si puo' avere una immeritata "spes contra
spem", una speranza anche dove non si vede speranza, che fa cercare cio' che
appare impossibile: "La  speranza universale e finale della fede cristiana
diventa in se stessa una fonte inesauribile di fantasia creativa" (2). "La
possibilita' si trova piu' in alto della realta'" (3).
Accetto invece il pacifismo assoluto, se vuol dire lavorare con l'obiettivo
(raggiungibile quando? non importa; ma da perseguire qui e ora) della
eliminazione della guerra dalla storia, e non solo della guerra ingiusta,
offensiva, ma proprio della guerra giusta, della guerra come mezzo di
difesa. Se la guerra non e' soltanto la componente violenta della nostra nat
ura, ma il suo uso istituzionale e persino la sua glorificazione, ben  oltre
una  triste  necessita', allora e' una struttura culturale, non natura
eterna, ha un'origine storica (4), quindi puo' avere  una fine storica.
Pacifismo  assoluto  in  questo senso vuol  dire rifiuto a priori di ogni
tipo di guerra,  in ogni circostanza? Lascerei la risposta aperta. Da un
lato, non siamo ancora in grado di essere liberi  dalla  violenza (dico
dalla violenza  nostra, prima che altrui). Dall'altro lato, non possiamo
accettare la guerra (che e' la violenza istituita, elevata al quadrato) come
mezzo di risoluzione delle controversie, e cio' in linea di principio.
Quindi non possiamo ne' esser certi di poter rifiutare la guerra in ogni
caso, ne' accettarla e predisporla come mezzo d'azione, sia pure in casi
estremi. Pacifismo assoluto significa, allora, la maggior tensione possibile
al superamento storico della  guerra, senza rassegnazione alla sua presenza,
anche quando si verifica, senza accontentarsi di limitarla a poche
situazioni estreme ne' di contenerla in metodi di distruzione limitata.
Il nostro secolo da' dei segni nella direzione del "ripudio della  guerra",
ancora tanto incerti e contraddittori, su cui merita lavorare per i posteri.
E questo credo che  accomuni i pacifisti che ora diciamo "assoluti" e
"relativi". Se non sbaglio, questi vedono piu' dei primi le reali
difficolta' a quella eliminazione, ma la cercano come i primi. Altrimenti
non sarebbero pacifisti, ma persone che vogliono contemperare l'accettazione
della  guerra, che e' uccidere, con un certo senso umanitario.
Propongo  dunque  che  intendiamo con "pacifismo assoluto" non qualcosa di
fanatico, utopistico, irresponsabile, ma la linea di ricerca e di azione
tesa, nel tempo, ma con urgenza, a nulla di meno che l'eliminazione della
istituzione guerra dalla storia umana;  e con "pacifismo relativo" l'azione
che vuole limitare e contenere la guerra, ammettendola come mezzo lecito e
utile in certi casi (5). In tale senso, mentre il pacifismo relativo si e'
gia' presentato nella storia, il pacifismo assoluto appare (in quanto
cultura e azione politico-giuridica, e non solo profezia o utopia) come una
novita' positiva del nostro travagliato tempo, che potra' cosi' forse anche
meritare  qualche gratitudine dai posteri. Gratitudine relativa, perche' il
nostro tempo e' obbligato, se vuole preservare la continuazione della vita,
ad eliminare l'istituzione della guerra.
Ma la questione pace-guerra, che entra pesantemente in quella vita-morte,
quindi tocca i nostri limiti estremi, si affaccia (e non delicatamente) sul
mistero che ci circonda.  A me pare, percio', che sia semmai l'istituzione
guerra, non il pacifismo, a pretendere un'assolutezza divina, in quanto si
fa padrona della vita e della morte. Quando dissi questo al Centro Gobetti,
Norberto Bobbio mi replico' che non e' questa l'idea laica  della guerra.
Certamente. Ma quante guerre restano "laiche"? Non pretendono forse tutte di
incarnare ragione e diritto, e di potere, in nome di cio', decidere la morte
del nemico, che e' un essere umano?
"Extrema ratio" vuol dire l'ultimo mezzo rimasto, ma sembra dire anche
l'ultimo giudizio. Non per nulla la guerra e' stata assimilata al giudizio
divino. Ma anche senza teorizzare cio', non lo pretende di fatto ogni azione
che si autorizza ad uccidere per risolvere un conflitto (il piu' delle volte
non di sopravvivenza, ma di potere)? Ci dice Kant che nessuno fa guerra
senza rendere un involontario omaggio alla giustizia, giustificandosi. E -
possiamo aggiungere - crede di poterlo fare fornendo alla "giustizia" la
propria spada, sentendosi investito del diritto di vita o di morte sul
"nemico", per lo piu' demonizzato, de-umanizzato, prima che affrontato con
le armi. Forse senza questa operazione "culturale" non saremmo capaci di
ucciderlo. Ma con questa operazione pretendiamo di esercitare un giudizio
totale, assoluto, sull'altro. Da questo giudizio mortale vuole difenderci il
precetto evangelico di non giudicare, che non esclude le esigenze di ordine
sociale, ma il giudizio totale, quello che permette di eliminare l'altro.
Non e' questa una pretesa divina, che agli occhi di un credente e'
idolatria, e agli occhi di un laico un inaccettabile esorbitare dai limiti?
*
2. La  nonviolenza personale (non portare armi neppure in situazioni come la
Resistenza o in societa' violente e minacciose), e' possibile e lodevole,
mentre e' impossibile e irresponsabile la nonviolenza collettiva, politica,
in un mondo violento.
La  nonviolenza personale e' davvero la prima cosa, ed anche l'ultima,
perche' forse e' la piu' difficile, e perche' ciascuno decide di se stesso,
ben prima di decidere, in qualche infinitesima parte, della storia. Infatti,
nessun felice disarmo degli eserciti ci esimerebbe dal disarmo personale nei
rapporti umani, nel linguaggio, nel pensiero, nel cuore. E il disarmato non
finira' mai di chiedersi se, da debole, sta fuggendo da una giusta lotta o
se vi interviene, da forte, con la "forza della verita'", con l'arma della
qualita' umana, che combatte non distruggendo, ma creando e liberando. Il
nonviolento e' tale perche' conosce se stesso capace di violenza, e vuole
evitarla per amore di tutti; d'altra parte non si accontenta di trarsi fuori
personalmente dai comportamenti  violenti, ma lavora in tutti i modi
possibili, senza imporre ne' forzare, perche' tutto il mondo umano diventi -
nessuno sa quando - nonviolento: perche', cioe', la cultura di una societa'
umana elabori dei modi efficaci nonviolenti di contenere la  violenza. Ora,
essere nonviolenti in questo modo non e' un titolo che qualcuno possa
vantare, ma un desiderio e un cammino, un lavoro, un amore per il mondo, che
non si vuole certo abbandonare ai violenti. Cio' sarebbe perdere anche la
propria  anima, insieme al mondo,  perche' non ci si salva davvero da soli,
tirandosi fuori. Il nonviolento rivendica con forza: io ho cura del mondo,
non  meno di voi, che non accettate il  principio  della nonviolenza!
Quanto alla irresponsabilita' della nonviolenza collettiva, politica, si
puo' fare questa accusa alle lotte nonviolente che hanno raggiunto il loro
obiettivo? No. Lo diremo allora soltanto di quelle che lo hanno fallito? Ma
allora sono altrettanto irresponsabili quelle lotte armate, anche
giustissime, anche prudentissime, che sono state sconfitte. Ora, in tutte le
guerre c'e' uno che vince e uno che perde (a meno che non diciamo, piu'
giustamente, che hanno perduto tutti e due; e questo e' l'esito sicuro di
una guerra nucleare): quindi, neppure l'uso delle armi mette nella posizione
sicura di chi risponde pienamente ad un'etica della responsabilita' (senza
contare gli effetti deleteri che accompagnano sempre una vittoria militare,
effetti di cui pure e' responsabile la scelta armata) (5 bis).
Vogliamo farne una questione di probabilita'? Vogliamo cioe' dire che le
armi danno maggiore probabilita' della forza nonviolenta di difendere un
diritto, liberare da un'oppressione, eccetera? Prima di decidere una
risposta finale, dovremmo conoscere  bene la storia delle lotte nonviolente,
farla entrare nella nostra cultura storica, che finora l'ha tenuta fuori dal
cerchio di luce della ricerca, della documentazione, quindi fuori dalla
cultura della difesa ancora dominante, che e' quella del monopolio militare.
Poi dovremmo anche provare davvero a organizzare e addestrarci, tutta la
popolazione, alle tecniche di lotta  nonviolenta, almeno quanto curiamo
l'addestramento militare, e magari meglio di quanto ci stiamo occupando
della  protezione  civile, dell'educazione stradale, della prevenzione degli
infortuni, eccetera.
Se poi vediamo che - come accade troppo spesso in politica - etica della
responsabilita' e' intesa come etica del successo con qualsiasi mezzo,
presupponendo  che i propri obiettivi meritino qualunque prezzo da chiunque
pagato, allora la sola scelta lecita non e' piu' tra mezzi nonviolenti (che
sarebbero irresponsabili) e mezzi violenti (responsabili), ma, in realta',
tra mezzi violenti minimi, che sarebbero sufficienti alla pura difesa e
incapaci di aggressione, e mezzi violenti massimi,  crescenti, offensivi.
Per chi segue l'etica del successo la difesa violenta diventa fatalmente
aggressione, per garantirsi la superiorita', non l'equilibrio, e la pace di
dominio, non quella di soddisfazione e di giustizia. E' la logica della
sicurezza intesa in modo perverso. La vera sicurezza e' indivisibile come la
liberta': uno ce l'ha se ce l'hanno tutti. La nostra sicurezza consiste
infatti e si appoggia sulla sicurezza  dell'altro, mentre la nostra
superiorita' di potenza spinge l'altro fatalmente (perche' si sente ed e'
insicuro) a cercare di crescere in potenza, per raggiungere ed anzi superare
noi. Da qui la dannazione infernale della escalation, che solo un mutamento
di logica puo' invertire e ha di fatto invertito, nella recente storia dei
rapporti tra le due superpotenze Usa e Urss, per  merito insuperato di
Gorbaciov. Questa nuova logica non e' ancora la nonviolenza (anche se
Gorbaciov affermo', nell'incontro di  New  Delhi con Rajiv Gandhi nel 1986,
la  nonviolenza  come principio dei rapporti internazionali) (6), ma va
nella direzione del disarmo parziale e progressivo per iniziativa
unilaterale, va nella direzione del transarmo (da armi offensive a puramente
difensive), su un cammino che tocca a noi custodire e far crescere nella
cultura della nonviolenza.
*
3. Il nonviolento non puo' sfuggire al dovere di difendere efficacemente il
debole.
Questa obiezione classica alla nonviolenza (accolta ed esaminata da Gandhi,
da Capitini), e' vera e importante.
Chiaramente, la nonviolenza non e' una ricetta, ma una ricerca (gli
"esperimenti con la verita'" di Gandhi) (7), proprio al fine di difendere i
diritti offesi meglio e piu' veramente che con la violenza; e'
dichiaratamente il lavoro per ridurre al minimo la violenza, non e'
l'illusione di eliminarla del tutto; non e' la purezza individuale del
singolo in una societa' violenta. Gandhi prevede la polizia, dotata di
alcune armi, anche in uno stato nonviolento, ma la vuole composta proprio da
seguaci della nonviolenza  (8).
Credo anch'io che un assolutismo che disarmi anche tutta la polizia, a
questo punto dell'evoluzione umana, sarebbe irresponsabile e favorirebbe la
violenza. Eppure, e' necessario non rassegnarsi alla necessita' delle armi
nei rapporti umani, neppure delle  armi per la pubblica sicurezza, e quindi
cercare e sviluppare altri mezzi per lo stesso fine, sospingere l'evoluzione
morale, culturale, giuridica, non vedere il violento come appartenente ad
una  specie o "razza" irrecuperabile all'umanita', ma andare alla ricerca
instancabile della scintilla divina che e' in ognuno (anche se Dio fosse
solo questo rispuntare del germoglio umano oltre tutte le sue negazioni piu'
tremende).
Bisogna  pensare  altro. Riassumo alcuni passi da un libro importante di
Raimon Panikkar (9). Il dramma della storia e' che combattiamo l'altro che
dobbiamo disapprovare, o da cui ci dobbiamo difendere, credendolo cattivo,
una forza del male. Entro una dimensione puramente storica non si puo'
vedere di piu'. Soltanto se l'uomo e' un essere piu' che storico puo' avere
l'equanimita' di combattere il male senza ergersi a giudice assoluto. Uno
Shiva o un Cristo possono tollerare il peccato del mondo, caricarlo su di
se' e cosi', forse, convertirlo. Allo stesso modo, chi e' tollerante in
grado superiore e minimamente violento puo' capire che colpire il malvagio
non fara' che prolungare la legge del karma o il ciclo della vendetta, e che
percio' sia necessario  pagare l'alto prezzo del perdono perche' la legge
del male non si perpetui.
Se e' cosi' - aggiungo io - difendere da un male ingiusto con un male
"giusto" (che e' il principio del diritto e della politica nelle nostre
culture) non e' detto che sia sempre un  dovere.
Panikkar  interpreta  il  detto di Gesu' "Ma io vi dico di non resistere al
malvagio; anzi, se uno ti percuote nella  guancia destra, porgigli anche
l'altra" (Matteo 5, 39) in questo modo: non rivaleggiare col male, non voler
competere con esso, non giocare il gioco del maligno. Una volta dichiarata
guerra al male sei impigliato nella sua rete: essere vincitore o vinto e'
irrilevante, perche' il suo veleno e' gia' in te. Cio' non vuol dire restare
passivi o inerti, ma spostare la lotta fuori dall'arena che il male ti
offre. Due grandi tradizioni religiose, la indu' e la cristiana, credono che
la catena del male sia stata spezzata, anche se siamo ancora nell'interregno
della  lotta. In questa fede, si puo' non replicare al male. Anche se vedi
torturare tua figlia? Se, in tal caso, colpisci l'aguzzino, nessuno ti
condannera'. Ma altri, ad un grado superiore di tolleranza,  potra' capire
che, anche in tal caso, colpire il malvagio non fara' che prolungare il
ciclo del karma e della vendetta. Sicuramente - direi qui io - il problema
non e' chiuso cosi'. Ma,  altrettanto sicuramente, esso deve essere posto.
Inoltre, la nonviolenza non combatte solo la violenza diretta, come avviene
col "vim vi repellere", ma anche quella strutturale e quella culturale, che
paiono dover essere affrontate eminentemente con mezzi nonviolenti, per non
ottenere di accrescerle invece di diminuirle. Quindi il raggio d'azione
della nonviolenza mi pare piu' ampio e profondo della violenza legittimata.
*
4. Il pacifismo assoluto mette in dubbio persino la giustezza della guerra
contro Hitler.
La critica di Gandhi, preventiva e successiva alla seconda guerra mondiale,
alle democrazie occidentali mi pare da considerare, almeno per non
assolutizzare come fatale il modo con cui Hitler fu contrastato e (grazie a
Dio) sconfitto, ma non senza conseguenze negative sugli stessi vincitori,
che divennero autori del terrore atomico. E mi pare che quella critica
gandhiana sia agli antipodi del revisionismo storico odierno.
"Meglio nazisti che morti" sarebbe il senso implicito nella critica
nonviolenta di quella guerra? Dico di no. Accettare il nazismo (e ogni
dominio simile) per paura di morire, e  quindi diventarne sostegno sebbene
passivo, sarebbe stata la morte dell'anima.
Pero, cercare di non morire e di vivere, sebbene sotto un tale dominio, ma
ben vivi e liberi nello spirito, lottando per divenire liberi in tutto, a me
pare un atto coraggioso, non vile, un esporre la propria vita non meno del
combattente in armi (anche se capisco chi combatte' cosi', ed anche la
scelta, che fu pure di un cristiano come Bonhoeffer, di attentare alla vita
di Hitler); cercare di vivere anche sotto quel dominio, ma liberi nello
spirito, mi pare un atto migliore del ridursi a scegliere tra la liberta' e
la morte, che e' forse porre alla vita troppo superbe condizioni.
Sopravvivere e' il primo momento della liberazione (9 bis).
Il merito di Gorbaciov nella guerra fredda e' stato di aver ceduto in tutta
dignita' per non continuare a rischiare la  strage nucleare, di aver scelto
la vita al modo imposto dall'avversario piu' forte anziche' la morte per
coerenza con la propria idea e parte.
Anche perche' chi, dall'altra parte, diceva "meglio morti che rossi", in
quei morti non poneva solo se stesso, ma molti altri, o anche tutti nella
strage atomica. Quello slogan significava, di fatto: "o noi vincitori o
tutti morti", che e' un assolutismo violento sulla  vita di tutti, e
identifica guerrescamente il proprio essere col vincere e la propria
sconfitta col morire.
Tutto  cio' si puo' discutere all'infinito, ma si puo' discutere.
L'appello di Gandhi agli inglesi del 7 luglio 1940 (10) - di cedere tutto,
ma non l'anima,  e di non illudersi di eliminare il nazismo usando le sue
stesse armi - e' certamente estremo, ma mi pare abbia un senso profetico,
che il tempo  dimostra paradossale ma realistico, tutt'altro che assurdo.
*
5. E se, per fare un'ipotesi, oggi la Serbia pretendesse Trieste, i
pacifisti rifiuterebbero la difesa armata?
L'art. 11 della Costituzione - che una proposta di legge di inziativa
popolare (11) vuole attuare nella legislazione, in modo da  non poter piu'
essere aggirato come fece il governo  Andreotti nella  guerra  del Golfo -
non stabilisce solo il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle
controversie, ma si collega allo Statuto dell'Onu, il quale riconosce il
diritto di  autodifesa immediata, ma obbliga a rimettere subito un simile
caso di guerra all'istituzione internazionale. La quale, quindi, deve essere
dotata da parte degli stati membri dei contingenti civili e militari
necessari per intervenire, prima senza uso della forza, poi, se occorre,
anche con l'uso della forza (che  non e' guerra, spiegamento  di
distruzione, vietato all'Onu dai suoi scopi costitutivi, ma pura azione di
polizia, contenimento dell'aggressione col minimo uso di violenza). Ma
nessuno stato ha finora adempiuto questo obbligo, cosicche' sotto nome Onu
agiscono invece singoli stati o coalizioni, con grave pregiudizio della pace
e della formazione di un giusto ordinamento cosmopolitico.
Perche' l'Italia non adempie per prima quell'obbligo statutario?
Non sarebbe un atto prudente e saggio di difesa, sia civile che militare?
Inoltre, in una simile malaugurata ipotesi, non combattere con le armi non
vorrebbe dire cedere alla violenza. Ci sono anche mezzi nonarmati di difesa
anche da un attacco militare, ma si tratta, naturalmente, di conoscerli
nelle esperienze storiche (di cui va crescendo la documentazione, tanto
ignorata a favore della storia militare) e di predisporne l'organizzazione e
l'addestramento, almeno quanto si fa per la difesa militare. Questo chiedono
i pacifisti nonviolenti, che non chiudono gli occhi sui possibili casi di
offesa e non vogliono irresponsabilmente - come mi disse una volta un alto
uffciale - la semplice non-difesa.
*
6. Il pacifista nonviolento dimentica di accompagnare all'etica delle buone
(buonissime) intenzioni, nei rapporti di convivenza, l'etica della
responsabilita'.
Questa famosa distinzione tra etica delle intenzioni ed etica della
responsabilita' non puo' lacerare il nostro agire. Si tratta  di due aspetti
dell'azione umana. Certamente, a volte e' difficile e drammatico comporli,
ma non possiamo scinderli senza dividere l'uomo. Non e' una buona intenzione
(anche se fosse per non commettere violenza) quella che e' irresponsabile,
che non si cura delle conseguenze: "Fiat justitia,  pereat mundus" non e' un
buon  principio, perche' la giustizia consiste nel far vivere il mondo, e
non farlo perire. E non e' una buona responsabilita' quella che cerca alcuni
risultati senza vedere come retroagiscono sull'uomo stesso, sul suo animo,
percio' sulle sue intenzioni e, di conseguenza, sulle azioni successive e
relativi effetti.
Giuliano Pontara ha analizzato con cura la brutalizzazione dell'uomo che
l'uso delle armi comporta quasi fatalmente (12). E Kant ricordava quel
detto: "La guerra e' un male perche' produce piu' malvagi di quanti ne
toglie di mezzo" (13). Dunque, le conseguenze di una guerra, anche di
difesa, percio' giustificabile, anche quando ottiene un giusto risultato
(che pero' dipende sempre, in modo determinante, da fattori di forza e non
di ragione) sono gravi e incalcolabili. Un'etica dell'errore - che deve
guidare il nostro agire nelle questioni molto complesse, che affrontiamo in
condizioni di ignoranza - chiede di non porre conseguenze irreversibili
(come argomenta sempre Giovanni Salio).
La guerra, come la pena di morte, come le tecnologie pesanti, genera
conseguenze irreversibili e incalcolabili. Decidere la guerra, percio', non
risponde all'etica della responsabilita' e tanto meno all'etica  delle
intenzioni. Non cercare ne' costruire alternative alla guerra di difesa
viola tanto l'etica della responsabilita' quanto l'etica delle intenzioni.
*
7. Il pacifista nonviolento crede di poter dire che la violenza e' una
malattia guaribile della natura umana.
E' ben vero che sappiamo tanto poco della nostra natura umana. Le tendenze
dominatrici  e distruttrici sono una sua malattia o ne fanno parte? L'uomo
e' per natura buono o cattivo? Queste infinite questioni non possiamo
porcele in termini totali (14). Forse possiamo dire che, se nella nostra
natura c'e' tanta grandezza quanta miseria, tanta bonta' quanta malvagita'
(ed anche se malvagita' e miseria fossero piu' grandi della bonta'), e' solo
poggiando sul primo aspetto - grandezza e bonta' -, e' solo facendo credito
ad esso, che possiamo almeno limitare il male del secondo aspetto. Il quale
e' male almeno nel senso innegabile che provoca molta sofferenza
supplementare tra gli umani.
Mi pare inefficace, tanto a priori quanto a posteriori, poggiare sul male
per contenere il male. L'idea di pace fondata sulla forza (perche' gli
uomini non saprebbero convivere  se non costretti da un terzo piu' forte e
dal timore di una pena) ottiene certo qualche  primo risultato, ma temo che
nello stesso tempo contribuisca a sviluppare (o almeno a conservare forte)
il nostro lato  deteriore. Senza scavalcare del tutto questo primo  piano,
che e' il piano della necessita', abbiamo bisogno di costruire con uguale
impegno e concorso di energie, tecniche, strutture culturali e sociali, il
piano superiore, dove il nostro lato positivo (che e' da supporre e cercare
in tutti, anche nel peggiore tra noi) e' garantito nella sua possibilita' di
sviluppo, e' favorito dalla fiducia coraggiosa e creativa.
*
8. Il pacifista nonviolento vuole il disarmo degli stati. Ma non serve che
io da solo mi disarmi. Neppure serve che tutti disarmino meno uno, il quale
si farebbe padrone del mondo.
Ritengo non assurda, ma con una sua ragionevolezza, la tesi del disarmo
unilaterale assoluto. E' discutibile, ma mi sembra certamente meno
irresponsabile delle politiche di armamento crescente, che sono pure parse
ragionevoli. Che qualcuno cominci a disarmare (e non possiamo disarmare
altri che noi stessi, altrimenti facciamo quel  disarmo che si chiama
guerra, cioe' disarmo imposto all'avversario per dominarlo) e' un  atto di
coraggio responsabile, per la liberazione del mondo dal pericolo delle
armi, che difendono poco e male, mentre minacciano molto, anche chi le
possiede. Pero', evidentemente, non esiste finora consenso sufficiente a che
uno dei nostri stati compia questo passo. Potrebbe farlo un "buon" despota,
ma non e' il caso di volere un despota per questo (oppure si'? Potrebbe
anche diventare la soluzione meno peggiore. E non e' stato forse l'atto di
un despota illuminato l'uso che Gorbaciov ha fatto del suo grande potere per
invertire unilateralmente la spirale in crescita degli armamenti?) (15).
Allora, la proposta intermedia di Johan Galtung, il transarmo
(trasformazione degli armamenti da strutturalmente aggressivi a
esclusivamente difensivi), dovrebbe essere considerata ed accolta anche dai
"realisti": non disarma la sicurezza, ma disarma l'aggressivita'. Questo
passaggio richiede pero' un forte mutamento culturale: il primato della
sicurezza comune e globale sopra le posizioni di vantaggio, potere,
privilegio, in cui ci possiamo trovare. Ora, invece, i recenti "nuovi
modelli di difesa" statunitense e italiano, per loro esplicita
dichiarazione, hanno per scopo essenziale la difesa del privilegio economico
del Nord del mondo. Tale e' pure la cultura della difesa nell'Europa che
vuole unificarsi sul denaro e sulla potenza.
Percio' il disarmo non e' tanto un problema di distruzione degli arsenali,
quanto delle idee di guerra. E' necessario il primo, ma non e' sufficiente
senza il secondo. Lo esprime bene Raimon  Panikkar: "Il disarmo militare
richiede un disarmo culturale", perche' "le nostre culture sono spesso
belligeranti", vedono i diversi come nemici, inferiori e dunque
"sacrificabili". La civilta' occidentale, in specie, ha "qualcosa di
inerente" che l'ha portata ad essere bellicosa: "competitivita'...,
sensibilita' per il quantitativo e il meccanico, soggettivismo, eccetera".
"Il compito della filosofia nel  momento attuale e' tanto semplice da
enunciare quanto difficile da realizzare...: disarmare la ragione armata"
(16).
*
Postilla
Accetto volentieri un'osservazione fattami (ma ce ne sarebbero tante
altre...) sul primo di questi otto punti di discussione.
Per  accogliere la critica all'assolutismo e prendere le distanze da questo,
avrei omesso di stabilire qualche riferimento fermo, o assoluto che dir si
voglia, quasi che non ne vedessi alcuno. Mi pare inutile dire (ma e' meglio
dirlo) che l'essere  umano - o  forse anche ogni vivente - e' da guardare
sempre come fine e non solo come strumento,  per dire con le parole di Kant
la regola aurea di tutte le morali umane, che Kant presenta come categorica,
cioe' non relativa, non condizionata.
Questo principio e' nel cuore della cultura nonviolenta, che vorrebbe essere
uno sviluppo conseguente dei migliori tentativi morali nelle varie civilta'
umane. L'uomo e' dunque da vedere come un relativo-assoluto: condizionato in
mille modi, ma portatore di un valore non manipolabile, tanto meno
sopprimibile, anzi in realta' insopprimibile. Le religioni dicono questo
parlando dell'uomo come immagine di Dio, cioe' simile e partecipe di quanto
di piu' assoluto noi pensiamo, e sperando nel riscatto finale (percio'
doveroso gia' in questo tempo) degli oppressi, dei calpestati e uccisi. Mi
pare che Claudio Napoleoni, tra tanti altri, abbia espresso bene questa
visione, dicendo che l'uomo e' "una creatura fatta di nulla che,
stranamente, confina con Dio" (17), cosicche' in esso c'e' "una parte
imprendibile", non riducibile, non assoggettabile (18). L'uomo e' relativo
perche' in  balia della morte e dei suoi mille tentacoli. Eppure e' piu'
assoluto della morte, se e' vero che l'amore - come dice il biblico Cantico
dei cantici - e' forte come la morte; se e' vero che e' grande e degno
dell'uomo, come diceva anche Capitini, non rassegnarsi alla morte ma
custodire speranze - oltre il breve orizzonte del nostro attuale sguardo -
di una vita senza morte, che comincia col vivere senza uccidere.
*
Note
1. G. Pontara, in AA. VV., Studiar per pace, vol. I, Thema editore,
Bologna-Torino 1988,  pp. 15-16).
2. Juergen Moltmann, Utopia, Eschatology, Hope, testo della lezione alla
Fondazione San Carlo di Modena, 28 settembre 1993.
3. Heidegger, ivi citato da Moltmann.
4. Lo dimostrerebbero gli studi antropologici; cfr. due soli esempi lontani
tra loro: Erich Fromm, Anatomia  della  distruttivita' umana, Mondadori,
Milano 1973; articoli  di Riane Eisler, Marija Gimbutas, Alfonso Montuori,
su Gilania, la civilta' dell'Europa antica, in "Pluriverso", n. 1, dicembre
1995.
5. Trovo chiarificatrice, a questo riguardo, la classificazione delle
diverse idee di pace e di pacifismo che fa Giovanni Salio in Le guerre del
Golfo e le ragioni della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1991,
pp. 13-31.
5 bis. Ho raccolto trenta testi da ogni tempo sulla "sconfitta" della
vittoria militare nell'articolo "Dov'e', o guerra, la tua vittoria?", in "il
foglio" n. 178, febbraio 1991 (ora, portata a oltre cento testi, la raccolta
e' pubblicata nel libro Dov'e' la vittoria? Piccola antologia aperta sulla
miseria e la fallacia del vincere, con prefazione di Matteo Soccio, Il Segno
dei Gabrielli editore, S. Pietro in Cariano, Verona 2005).
6. V. il testo della dichiarazione, il discorso di Gorbaciov, commenti di
Raniero La Valle, Bernhard Haering, Pier Cesare Bori (con testi di Gandhi,
Tolstoj, Lenin), in "Bozze  87", n. 1.
7. Il titolo originale dell'autobiografia di Gandhi e' An Autobiography or
the Story of my  experiments with truth, Navajivan Trust, Ahmedabad 1925,
traduzione italiana (dopo la  prima, Treves e Garzanti, 1931) La mia vita
per la liberta', Newton Compton, Roma 1973, 1988.
8. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino 1973 e 1996,
pp. 142-144.
9. R. Panikkar, La torre di Babele. Pace e pluralismo, Edizioni Cultura
della Pace, S. Domenico di Fiesole (Fi)1990 (cfr le pp. 64, 108-110).
9 bis. E' la tesi di Antonio Parisella, in Sopravvivere liberi. Riflessioni
sulla storia della Resistenza a cinquant'anni dalla Liberazione, Gangemi
editore, Roma 1997.
10. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, cit. pp. 248-251.
11. V. in "Bozze  91", n. 3-4, la proposta di legge di iniziativa popolare
per l'attuazione dell'art. 11 della Costituzione, presentata in Parlamento
nel novembre 1993 con 60.000 firme.
12. G. Pontara, Se il fine giustifichi i mezzi, Il Mulino, Bologna 1974.
13. Immanuel  Kant, Per la pace perpetua. Progetto filosofico, Primo
supplemento.
14. Ma si veda, per esempio, l'articolo scientifico di  Giuseppe Barbiero,
Analisi della violenza come patologia, in "il foglio" n. 205, dicembre 1993.
15. Sul caso del Costa Rica, unico stato al mondo senza esercito, segnalo
l'interessante articolo Costa Rica: giardino di pace e di democrazia, di
Aldo Lanfranchi, in "Dialoghi di riflessione cristiana", n. 141, Locarno,
aprile 1996. L'esercito fu abolito nel 1949 da don Pepe Figueras, che non
era affatto un pacifista, tanto e' vero che proprio lui aveva  scatenato una
guerra civile contro un presidente usurpatore. Dopo la guerra, la nuova
Costituzione aboliva l'esercito per ragioni pragmatiche e garantiva diritti
civili e sociali avanzati. Figueras si ritiro' subito lasciando il potere al
presidente legittimo. Il Costa Rica ha oggi condizioni di alfabetizzazione,
di democrazia, di relativo benessere e di pace invidiabili in una regione
violenta come il Centroamerica. L'assenza dell'esercito ha evitato al paese
la possibilita' fisica delle guerre civili. In una contesa territoriale col
Nicaragua, nel 1994, questo stato non e' stato indotto ad approfittare del
disarmo costaricano. La  contesa  e' stata risolta con un arbitrato, di cui
il Costa Rica ha accettato la  sentenza ad esso sfavorevole, senza alcun
sacrificio umano. Sarebbe importante studiare bene tutti gli effetti di
questo disarmo statale, che possono mandare in crisi la convinzione che solo
le armi danno sicurezza.
16. R. Panikkar, La torre di Babele, cit., pp. 171 e 47.
17. Claudio Napoleoni, Cercate ancora. Lettera sulla laicita' e ultimi
scritti, Editori Riuniti, Roma 1990, p. 27.
18. Raniero La Valle, Introduzione al libro citato di C. Napoleoni, p. XXX.

3. RIFLESSIONE. THERESE KULUNGU: LA NOSTRA VISIONE DELLA PACE
[Ringraziamo Doriana Goracci (per contatti: doriana at inventati.org) per
averci trasmesso questo intervento che Therese Kulungu, donna congolese
dirigente di una ong impegnata contro la guerra e la violenza che partecipo'
all'incontro internazionale delle Donne in nero svoltosi a Marina di Massa,
ha inviato a Gerusalemme (non avendo potuto essere personalmente presente e
svolgere la sua prevista relazione sabato 13 agosto 2005) come contributo
scritto all'incontro internazionale delle Donne in nero tenutosi cola' nei
giorni scorsi. Therese Kulungu presiede una ong impegnata contro la guerra e
la violenza sulle donne nella Repubblica Democratica del Congo]

I conflitti armati e altri tipi di conflitti, le guerre di aggressione,
l'occupazione straniera come anche il terrorismo, costituiscono sempre dei
gravi ostacoli all'emancipazione delle donne.
Nelle societa' lacerate dalla guerra, le donne e le bambine sono vittime di
ogni forma di violenza (fisica, psichica, morale, socioeconomica...), in
particolare: dello sfruttamento sessuale, compresa la tortura; dello stupro,
indivduale e collettivo; le donne sono esposte alle mutilazioni sessuali (e'
il caso di una vittima in Congo a cui hanno sparato nella vagina dopo che
era stata violentata), alle gravidanze forzate, ai matrimoni precoci, alla
schiavitu' sessuale, alla prostituzione forzata e al traffico di persone,
alle malattie che si trasmettono sessualmente ecc.
Lo stupro e' utilizzato in certe regioni come arma di guerra dalla maggior
parte dei belligeranti. In Rwanda per esempio si ritiene che tutte le donne
adulte e le bambine dai 12 anni sopravvissute al genocidio del 1994, siano
state violentate. Cosi' i conflitti armati rafforzano le disuguaglianze tra
gl uomini e le donne e la discriminazione nei confronti delle donne e delle
bambine.
E tuttavia durante i conflitti armati, le donne sono spesso quelle che
assicurano la continuita' mantenendo il tessuto sociale ed economico. Nella
Repubblica Democratica del Congo, dove rappresentano il 52% della
popolazione, le donne assicurano la sopravvivenza quotidiana almeno nell'80%
delle famiglie. Nelle regioni rurali, sono loro le principali lavoratrici
della terra, a tal punto che si sente dire che in Congo "ci sono delle
agricoltore e i loro mariti". Si puo' dunque sostenere che esse sono
promotrici e protagoniste del processo di pace e di sviluppo.
Numerosi gruppi di donne si sono organizzate, al di la' delle divisioni
politiche ed etniche, per promuovere la pace, e molto spesso il loro impegno
in favore della pace  non si riflette che raramente nel processo di pace
ufficiale. Le donne sono spesso escluse dagli uomini perche' esse non hanno
potere decisionale, non sono ne' capi militari ne' combattenti, o non si
ritiene che abbiano le competenze necessarie. Il processo di pace non tiene
conto della prospettiva di genere, e le principali prroccupazioni delle
donne non sono sempre prese in considerazione durante i negoziati. Le donne
si trovano raramente nei posti decisionali piu' elevati delle missioni di
mantenimento della pace.
Ma le donne hanno tutte le ragioni per coinvolgersi nei processi di pace nel
mondo perche' esse sono le prime vittime.
*
E tre sono i principali strumenti internazionali alla portata delle donne,
che devono essere gli strumenti di lavoro della nostra lotta; si tratta
della Convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei
confronti delle donne; la Risoluzione 1325; la Corte penale internazionale.
1. Sulla Convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione
nei confronti delle donne del 18 dicembre 1979: questa Convenzione tratta
specificamente dei diritti delle donne e propone di eliminare tutte le
discriminazioni nei confronti delle donne nel campo politico, economico,
sociale, civile, culturale o altro; eliminare le discriminazioni nella sfera
pubblica e nella vita privata; eliminare le discriminazioni nelle pratiche
abituali.
2. Sulla Risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza sulle donne, la pace e
la sicurezza: questa Risoluzione da' alle donne i diritti di accedere a
tutti i posti decisionali nelle istituzioni e nei meccanismi nazionali,
regionali e internazionali per la prevenzione, la gestione, la soluzione di
controversie e il processo di pace. Questa Risoluzione chiede a  tutte le
parti durante i negoziati di pace di adottare pratiche di equita' tra i
sessi.
3. Sulla Corte penale internazionale: questa Corte mette fine all'impunita'
degli autori di crimini contro le donne in particolare. Nel corso
dell'ultimo decennio, il quadro giuridico internazionale e' stato ampliato
per prendere in considerazione alcuni crimini commessi contro le donne e le
bambine durante i conflitti armati, in particolare lo stupro, la
prostituzione forzata, la tratta e la schiavita'. Questi crimini sono
inclusi nel quadro della definizione dei crimini di guerra, dei crimini
contro l'umanita' e in quanto elementi del crimine di genocidio e di
tortura (cfr. Tribunale internazionale su ex Jugoslavia e Rwanda).
Ricordate che i crimini di guerra e i crimini contro l'umanita' sono
imprescrittibili.
*
L'esperienza delle donne congolesi conosce due grandi tappe:
a) La negoziazione della pace
Consapevoli dei trattamenti inumani inflitti alle donne durante i conflitti
armati, le donne congolesi di tutte le tendenze si sono impegnate per la
ricerca della pace. Il punto culminante era la consultazione delle donne
congolesi, provenienti da tutte le province occupate e non occupate e di
tutte le tendenze politiche e ideologiche, che si e' tenuta a Nairobi in
Kenya nel febbraio 2002. Questa consultazione e' stata sancita da due
importanti documenti che sono la Dichiarazione di Nairobi e il Piano
d'azione delle donne congolesi che aveva come obiettivi: mettere fine senza
condizioni alle ostilita' e alla guerra; coinvolgere la donna con presenze
almeno del 30% negli organi  decisionali delle istituzioni uscite dal
Dialogo intercongolese; insediare un ministero "di genere".
b) Il consolidamento della pace
Sul piano della riforma del diritto numerosi seminari-laboratori sono
organizzati per armonizzare la legislazione congolese tenendo conto delle
esigenze della Cedef e della Risoluzione 1325. Tutte le disposizioni legali
discriminatorie nei confronti della guerra sono identificate e depositate al
Parlamento come progetto delle leggi per l'armonizzazione del codice di
famiglia, del codice penale e giudiziario, del codice del lavoro, ecc.
Nella Costituzione, le donne hanno potuto ottenere un'equa rappresentazione
in seno alle istituzioni nazionali, provinciali e locali  e la parita'
uomo-donna nelle suddette istituzioni (articolo 14 della Costituzione). Per
arrivare a cio', le donne hanno dovuto battersi, perche' nel primo progetto
di Costituzione questo articolo parlava di  rappresentazione significativa;
e' in seguito alla pressione che si e' arrivati alla rappresentazione equa.
Per rendere effettiva questa parita', nel progetto di legge elettorale,
all'articolo 15, le donne hanno potuto ottenere il principio della
rappresentativita' della donna per tutte le liste presentate dai partiti
politici o dai raggruppamenti politici, e due esperte sono state scelte per
seguire i lavori.
Non ci puo' mai essere pace durevole senza la partecipazione delle donne e
l'integrazione della prospettiva di genere.
La pace e' indissolubilmente legata all'uguaglianza tra uomini e donne e
allo sviluppo. La pace ha bisogno delle donne e le donne hanno bisogno della
sicurezza.
E' per questo che noi dobbiamo lottare per la parita' effettiva in tutte le
sue forme.
*
Alcune raccomandazioni
Noi, in quanto donne che diamo la vita, dobbiamo avere una cultura di pace.
La cultura di pace promuove la tolleranza, la convivialita', la condivisione
e il rispetto dei diritti di ciascuno/a. Per contro, combatte l'esclusione,
la poverta' estrema e il degrado dell'ambiente. Essa mira a risolvere i
problemi attraverso il dialogo, la negoziazione e la mediazione affinche' il
ricorso alla guerra e alla violenza non sia piu' una tentazione.
Per abolire le guerre e i conflitti violenti, bisogna trascendere e superare
le immagini del nemico con la comprensione, la tolleranza e la solidarieta'
tra tutti i popoli e tutte le culture.

4. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

5. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1033 del 25 agosto 2005

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