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Nonviolenza. Femminile plurale. 26



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 26 del 25 agosto 2005

In questo numero:
1. Maria G. Di Rienzo: Di Amleto, perche' no?
2. Elena Liotta: L'harem tra stereotipo e archetipo. Un luogo dell'identita'
femminile
3. Cindy Sheehan: Non me ne vado, presidente

1. EDITORIALE. MARIA G. DI RIENZO: DI AMLETO, PERCHE' NO?
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo intervento. Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici
di questo foglio; prestigiosa intellettuale femminista, saggista,
giornalista, regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto
rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento
di Storia Economica dell'Universita' di Sidney (Australia); e' impegnata nel
movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta'
e in difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza; e' coautrice
dell'importante libro: Monica Lanfranco, Maria G. Di Rienzo (a cura di),
Donne disarmanti, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2003]

Uno degli "eroi" della mia infanzia non era esattamente un amico della
nonviolenza: si trattava dell'Amleto di Shakespeare (le eroine, per questa
volta, ve le risparmio). Lo so, ero una bambina stramba, e talmente stramba,
e talmente affezionata alla figura del principe danese da arrivare a
cercare, alla tenera eta' di anni dodici, saggi critici e di commento sulla
sua figura. E qui comincia l'avventura.
Ero davvero affezionata ad un tizio dalla "volonta' troppo debole", chiamato
ad "azioni piu' grandi di lui"? Al simbolo dell'indecisione e
dell'irresolutezza? All'intellettuale tetro, malinconico e "roso dal
dubbio"? Ammetto che allora ero una rompiscatole tanto quanto oggi. Infatti
non ero d'accordo con i dotti autori delle opere di saggistica. Avrei voluto
veder loro, perdinci: forse che avrebbero obbedito senza discutere alle
ingiunzioni del primo fantasma di passaggio? Personalmente anch'io mi sarei
coccolata molto i miei dubbi, se non altro perche' lo spettro voleva una
vendetta. L'unico monito che avrei accettato senza esitazioni da un fantasma
poteva concernere qualche numero da giocare al lotto (al massimo, se il
fantasma era un bugiardo, ci avrei rimesso io).
*
E il "crudele confronto" con Ofelia? Ma dico: sei innamorato di una ragazza,
le fai visita, le invii doni e lettere, e lei pare almeno provare simpatia
per te. Di punto in bianco, e senza la minima spiegazione, respinge tutto: i
tuoi regali, le tue missive, la tua persona. Ovviamente pensi che non ne
voglia piu' sapere di te. E cosa fa, la prima volta in cui la rivedi? Ti
restituisce anche cio' che in precedenza aveva accettato, perche' "uno
spirito nobile, quando il donatore si mostra crudele, sente scadere il
valore dei doni". In che modo il povero Amleto si era mostrato ingiusto? Su
ordine del padre, d'accordo, ma le porte in faccia gliele aveva chiuse lei.
Ecco, il difetto che trovavo io nella scena era che, come molti uomini in
situazioni del genere, Amleto fa l'errore di generalizzare e di non
distinguere le azioni dalle persone: se una donna mi ha maltrattato, tutte
le donne sono cattive. Tuttavia il consiglio di andare in convento, sebbene
io non fossi religiosa, mi pareva aver senso, rivolto ad Ofelia. Visto che
la corte danese era quel che era, e che suo padre e suo fratello non
facevano altro che impicciarsi degli affari suoi, non le sarebbe stato di
alcun giovamento restarci. Forse in una comunita' di donne sarebbe stata
piu' libera di quanto lo fosse ad Elsinore.
*
E infine i critici disquisivano dell'"ambigua follia", di angosce e incubi e
sensi di colpa che portati alla luce cambiano non solo Amleto, ma chiunque
abbia contatti con lui. Messa di fronte alla verita', infatti, l'intera
corte danese va allo sfascio ma non vi e' alcun cambiamento significativo
nei modi di gestire le situazioni di crisi o di conflitto. Si uccideva prima
(il padre di Amleto), si continua a uccidere o a tentare di farlo (la morte
di Polonio, la richiesta di esecuzione del principe al re straniero, il
duello con Laerte). Sembra che il protagonista "buono" della storia non
abbia altri mezzi a disposizione se non quelli dei suoi oppositori, e sono
gli stessi mezzi che hanno messo tali oppositori fra i "cattivi".
*
Mi pare sia una storia che si ripete. C'e' sempre una giustificazione per la
violenza: se la usano "i nostri" e' meno grave, inevitabile, dettata dalla
sofferenza o dalla giusta indignazione, sempre minore rispetto a quella
subita, o addirittura non paragonabile e appartenente ad una diversa scala
di valutazione. Puo' darsi che noi si sia proclamato di rigettarla, un
impegno che ci terra' in cammino per il resto della vita, ma poi ci sono
coloro che chiamiamo, chissa' perche', alleati ed amici che non intendono
minimamente farlo, e con costoro "si media". Non e' forse la nonviolenza
anche arte di composizione dei conflitti? Non e' forse la nonviolenza anche
riconoscimento delle reciproche differenze?
E' di questi giorni la trovata del "passamontagna arcobaleno" (nascondersi
il viso per la pace) che i media hanno sintetizzato cosi': il movimento (in
realta' due persone) ha chiesto a due sacerdoti di candidarsi alle primarie
del centrosinistra con questo simbolo. Confesso che la mia prima reazione e'
stata una risata. Passamontagna arcobaleno? E perche' non un randello
fiorito, un sampietrino con il nastro bianco, un fumogeno a forma di
colomba, e un rotolo di carta igienica in sette colori? Sono tutti attrezzi
che i due tizi ed i loro seguaci maneggiano con disinvoltura. E d'altronde,
uno dei due sacerdoti dichiaro' che la pace da lui perseguita insieme con i
tizi era una "pace con i coglioni" (me la puo' passare la censura
redazionale? E' letterale, lo giuro). Quindi la pace non e' un gioco per
signorine, cari miei. La pace ha attributi virili, e' combattiva e forte,
pronta allo scontro e all'innalzamento del livello del conflitto (una frase
che ripetono spesso), e' una pace dura e pura, non femminea e debole e
passiva eccetera che e', com'e' ovvio, la pace degli altri/delle altre che
si permettono di dissentire.
Vi balzano agli occhi, credo, almeno i motivi per cui io, rompiscatole dalla
nascita, dissento, e perche' non chiamero' mai costoro ne' alleati ne'
amici: a meno che le loro azioni e le loro parole non cambino.
*
E' innanzitutto perche' sono un'arrogante ambiziosa: voglio vincere un mondo
decente che basi il suo agire sui diritti umani e sulle responsabilita'
umane, voglio vincere relazioni equilibrate e giuste fra donne e uomini, fra
comunita' e nazioni. La violenza di qualsiasi tipo non puo' darmi questo,
sono oltre 6.000 anni che e' alla prova e non c'e' riuscita, perche' non
puo' riuscirci. I suoi discorsi ed i suoi metodi producono invariabilmente
guerra, non pace.
In secondo luogo, e' perche' sto facendo lo sforzo di studiare, conoscere,
vivere la nonviolenza e non mi limito a citarla a sproposito. Scommetto di
non essere la sola a sentirmi ripetermi cosa dovrei fare e dire, in nome
della nonviolenza, da persone che non ne sanno assolutamente nulla.
*
"Per quanto si riferisce alla tua intenzione di tornare allo studio di
Wittenberg, essa e' molto contraria ai nostri desideri. E pero' ti
supplichiamo di accondiscendere a restare..." (lo zio re) e "Ti prego,
rimani con noi, non andare a Wittenberg..." (la madre regina). Ecco il
primo, e definitivo per le conseguenze che avra', errore di Amleto.
La mediazione non puo' darsi perche' investe un paio di principi
fondamentali: chi sono io e che ne faccio della mia vita, quanta coerenza
c'e' fra gli scopi che intendo raggiungere ed i mezzi per raggiungerli.
Forse e' qui che scatto' la mia simpatia per il pallido principe. A me era
appena stato detto che studiare non era importante per una donna, avevo
appena sentito lo stesso "no", e condito di altrettante affettuose
sciocchezze sul mio ruolo di dama di compagnia alla corte familiare. Prima
di ricevere l'ostrakon dall'area "rivoluzionaria" dell'amena cittadina in
cui vivo, i suoi re e le sue regine mi avevano fatto i medesimi inviti,
dicendomi quant'era importante che io restassi a corte, e riducessi
l'impegno nonviolento a una giullarata per giustificare azioni e attitudini
ad esso assolutamente contrari. Ho rifiutato, con cortesia e fermezza. Ho
continuato a dire e scrivere quel che mi pareva giusto.
Ora Rosencrantz e Guildestern, nonostante le nostre annose frequentazioni
precedenti, sputano per terra al mio passaggio, mi urlano insulti o fingono
di non conoscermi. E tutto perche' non ho voluto salire sulla nave che
recava l'ordine (simbolico, ci mancherebbe) della mia eliminazione, e mi
sono assunta la responsabilita' ed il piacere di tornare a Wittenberg come
desideravo. Il lavoro e' duro, ma sono in buona compagnia, ve lo assicuro.
Orazio c'e', ci sono i becchini filosofi e molta gente che il Bardo neppure
si perito' di annotare fra le dramatis personae. A volte, dal convento,
viene persino a trovarci Ofelia.

2. STUDI. ELENA LIOTTA: L'HAREM TRA STEREOTIPO E ARCHETIPO. UN LUOGO
DELL'IDENTITA' FEMMINILE
[Ringraziamo Elena Liotta (per contatti: e_liotta at yahoo.it) per averci messo
a disposizione questo suo saggio pubblicato nella "Rivista di psicologia
analitica" n. 70/2004, fascicolo monografico sul tema: Dialogare con
l'Islam. La psiche tra radicalismo e laicita'. Elena Liotta, nata a Buenos
Aires il 25 settembre 1950, risiede a Orvieto, in Umbria; e' psicoterapeuta
e psicologa analista, membro dell'Ordine degli Psicologi dell'Umbria, membro
dell'Aipa (Associazione Italiana di Psicologia Analitica), dell'Iaap
(International Association Analytical Psychology), dell'Apa (American
Psychological Association), socia fondatrice del Pari Center for New
Learning; oltre all'attivita' psicoterapica, svolta prevalentemente con
pazienti adulti, in setting individuale, di coppia e di gruppo, ha svolto e
svolge altre attivita' culturali e organizzative sempre nel campo della
psicologia e della psicoanalisi; tra le sue esperienze didattiche:
professoressa di Psicologia presso la "American University of Rome"; docente
in corsi di formazione, e coordinatrice-organizzatrice di corsi di
formazione a carattere psicologico, per servizi pubblici e istituzioni
pubbliche e private; didatta presso l'Aipa, societa' analitica accreditata
come scuola di specializzazione post-laurea, per la formazione in
psicoterapia e per la formazione di psicologi analisti; tra le altre
esperienze parallele alla professione psicoterapica e didattica: attualmente
svolge il ruolo di Coordinatrice psicopedagogica e consulente dei servizi
sociali per il Comune di Orvieto, e di Coordinatrice tecnico-organizzativa
di ambito territoriale per la Regione Umbria nell'Ambito n. 12 di Orvieto
(dodici Comuni), per la ex- Legge 285, sul sostegno all'infanzia e
adolescenza e alle famiglie, occupandosi anche della formazione e
monitoraggio dei nuovi servizi; e' stata assessore alle politiche sociali
presso il Comune di Orvieto; dopo la prima laurea ha anche lavorato per
alcuni anni in campo editoriale, redazionale e
bibliografico-biblioteconomico (per "L'Espresso", "Reporter", Treccani,
Istituti di ricerca e biblioteche). Autrice anche di molti saggi apparsi in
riviste specializzate e in volumi collettanei, tra le opere di Elena Liotta
segnaliamo particolarmente Educare al Se', Edizioni Scientifiche Magi, Roma
2001; Le solitudini nella societa' globale, La Piccola Editrice, Celleno
(VT) 2003; con L. Dottarelli e L. Sebastiani, Le ragioni della speranza in
tempi di caos, La Piccola Editrice, Celleno (VT) 2004; Su Anima e Terra. Il
valore psichico del luogo, Edizioni Scientifiche Magi, Roma 2005]

Le Mille una notte e la figura di Shahrazad, la principessa narratrice,
rappresentano, in una cultura che oggi viene considerata come misogina e
oppressiva per le donne, la piu' alta celebrazione dell'intelligenza, della
sapienza e della bellezza femminile. Oltre alle sue favole, l'opera ci dona
una messe incredibile di poesie, aforismi, detti, brani sapienziali, tratta
dalla letteratura araba e islamica e resa popolare dalla diffusione
universale che il libro ha raggiunto nel corso dei secoli. Al di la' di cio'
che si puo' pensare, non e' l'odalisca, l'ancella, la schiava dell'harem, la
figura piu' rappresentativa delle mille e una notte orientali. E neanche,
tra i sentimenti, lo e' l'amore, aspirazione finale di ogni storia, anche se
molte poesie ne decantano le sfumature piu' delicate, le passioni piu'
intense, i dolori della separazione, della perdita e della nostalgia. E' la
vita, tutta intera, che si manifesta agli occhi del lettore, nella chiave
fantastica della narrazione, che assume un ruolo salvifico e terapeutico,
mentre solo in apparenza intrattiene.
Shahrazad si propone come volontaria, per sposare un re, il quale, tradito
dalla moglie, continuava a vendicarsi uccidendo una dopo l'altra le sue
nuove spose, tentando l'impossibile impresa di usare la parola contro la
spada, la dolcezza contro la violenza. Raccontando delle storie sulla vita,
sulle peripezie e le prove che alla fine portano alla salvezza, la
protagonista finisce per convincere il re della propria sensibilita',
onesta' e saggezza, rimanendo viva e guarendo lui dal suo rabbioso dolore.
Shahrazad si decide a fare il suo passo, dopo che il padre, raccontandole la
triste storia del re, le cita il detto di un poeta:
"Parla delle tue preoccupazioni
e le tue preoccupazioni non dureranno all'infinito
Come spariranno le gioie,
cosi' scompariranno le preoccupazioni".
*
Dall'analisi di Sofia
Primo sogno: "Sono in un luogo esotico e in una stanza con finestre ampie
strette e alte, coperte da teli mossi dall'aria, stoffe preziose e colorate,
orientaleggianti. Non c'e' nessuno. Mi affaccio da una delle finestre e vedo
un cortile di tipo arabo. Non so come sono arrivata in questo luogo. Sempre
dalla finestra vedo passare alcune donne, a piccoli gruppi, entrano ed
escono dal cortile per andare in altri luoghi. A un certo punto sento dei
passi e dall'unica porta si affaccia una donna velata che mi prende per mano
e mi porta con se'. Mi dice, nella mia lingua e con una voce calma e dolce:
"ti sta aspettando" (non so chi) e che devo prepararmi. Poi diventa piu'
vago, mi ritrovo in spazi nuovi a fare varie cose, tipo lavarmi i piedi, dei
vestiti su una panca, dei profumi. La donna e' scomparsa, ma e' come se io
sapessi lo stesso cosa devo fare. Non ho paura, ma un senso di strana
attesa, perche' non so chi mi aspetta ne' dove sono e non ho neanche
domandato nulla alla donna".
Secondo sogno, dopo circa tre mesi: "C'e' un litigio tra mia madre e le mie
sorelle su chi deve usare la macchina. Io non intervengo, alla fine mia
madre dice che la devo guidare io, visto che sto fuori dalla lite'.
Terzo sogno, dopo altri tre mesi: "Sono in una cittadina di un paese arabo,
cammino tra i vicoli e cerco un luogo dove comprare un profumo. Mentre mi
aggiro, un gruppo di uomini mi circonda e ride. Forse perche' sono vestita
all'occidentale? Uno di loro mi tocca e io mi spavento e scappo via
terrorizzata".
Nei sogni dei mesi successivi, compaiono due figure maschili sempre
collegate al mondo arabo: un maestro sufi, anziano, e un ragazzo scalzo,
povero, dagli occhi scuri molti vivi e intensi.
*
Associazioni:
- Il primo sogno e' rimasto senza commento, un'immagine pura, come un quadro
o la scena di un film. Silenzioso e misterioso. Ogni tanto la paziente
faceva riferimento a quella dimensione che sentiva ancora dentro di se'. Sul
chi fosse ad attenderla mi disse solo che non era scontato che fosse un
uomo. E le ho creduto.
- Sul secondo sogno, che non conteneva a livello manifesto riferimenti al
mondo arabo, furono invece le associazioni a tirarli fuori: la macchina era
quella del padre; le liti erano un evento frequente tra le donne di casa,
madre e tre figlie; questo faceva ricordare alla paziente la scena di un
film in cui le donne di un harem litigavano ferocemente per gelosia, per non
essere state scelte dal sultano; aggiunse anche che lei non entrava mai in
competizione con le altre donne, non si sentiva gelosa del compagno, il
quale peraltro aveva un segretaria carina e tante colleghe interessanti;
anche con il padre aveva sempre atteso di essere chiamata, cercata. Nessun
esplicito collegamento al sogno precedente. Neanche io lo faccio, lavorando
piuttosto sulla storia e la tematica familiare e sulla negazione della
gelosia e della competizione. Sul resto, decido di stare in attesa, nella
stessa atmosfera e modalita' che caratterizza il primo sogno.
- Sul terzo sogno, di fronte a una certa evasivita' della paziente, che a
questo punto mi era sembrata affrontabile, le domando cosa ne pensa di
queste ambientazioni dei sogni nel mondo e nella cultura araba islamica.
Sofia mi risponde introducendo due temi, ai suoi occhi scollegati tra loro:
uno e' il sesso, nella sua versione stupratoria - mi racconta
dell'impressione che le aveva fatto, quando era adolescente, sapere che
un'amica della madre era figlia di una violenza di guerra, perpetrata da un
soldato marocchino. L'altro tema e' la raffinatezza dell'arte, della
filosofia e della spiritualita' islamiche che la affascinano profondamente,
soprattutto pensando alla musica.
Dopo i sogni successivi, in cui comparivano le figure maschili legate al
mondo arabo, in particolare il ragazzo povero e innocuo - associato al film
di Pasolini, Il fiore delle Mille e una notte - la paziente decide di
recarsi a visitare, durante le future vacanze, proprio il Marocco,
richiamandosi agli affascinanti aspetti culturali e, in apparenza, immemore
della sua comunicazione precedente sulle minacciose ombre sessuali.
Nel corso di circa un anno, l'interesse di Sofia per il mondo musulmano e'
andato crescendo, fino a progettare lo studio della lingua araba, sostenuta
dall'incontro "casuale" con persone che coltivavano medesimi interessi.
*
Dato che non e' mio intento presentare un vero e proprio caso clinico, mi
fermo qui e non porto altre notizie, ne' sulla paziente, ne' sulla sua
infanzia o su altro che pur essendo rilevante, non va nella direzione che
ora prendero'.
Ho riportato, infatti, solo i sogni e una parte del percorso analitico, per
esemplificare e illustrare come il mondo arabo e le sue figure possano agire
nell'immaginario di una donna occidentale, quali proiezioni e quali agiti
possano venire evocati, e, soprattutto,  come potrebbero essere interpretati
sullo sfondo di resoconti piu' realistici, come ad esempio, quelli di Fatema
Mernissi, sociologa e scrittrice nata in Marocco, impegnata nella difesa dei
diritti femminili, diventata nota per il suo libro sull'harem, La terrazza
proibita, seguito da L'Harem in Occidente, cui faro' piu' volte riferimento.
Anticipo, pero', che in questi libri sono le fantasie sull' harem e sulla
cultura musulmana nella mente dell'uomo occidentale ad essere indagate e
discusse. La paziente di cui parlo, mi ha dato invece il modo di esplorare
anche le fantasie della mente femminile in proposito, facendo emergere
qualcosa di diverso dalla visione stereotipata che vede una donna
privilegiata e libera - quella occidentale - contrapposta a una oppressa e
mortificata - quella araba musulmana.
Nella mia esperienza clinica di lavoro con donne, italiane e straniere, ho
potuto osservare le dinamiche interiori di cui parlero', con un certa
ricorrenza. E' facile che nelle donne nordiche, piu' che in quelle
mediterranee, agisca sul piano sia psicologico che reale la figura dell'uomo
latino, mediorientale e africano. Si potrebbe pensare a una funzione
archetipica e compensatoria dell'immagine. L'attrazione e' forte e ho avuto
occasione di seguire anche le storie di relazioni e di matrimoni misti -
sempre la donna europea, o appartenente alla societa' avanzata occidentale,
con l'uomo mediterraneo, spesso arabo. Piu' raramente l'inverso, cosa che
meriterebbe il suo approfondimento.
*
L'oggetto specifico del mio interesse sara' una fantasia nascosta, nella
mente della donna occidentale, sul rapporto tra donne e uomini nella cultura
musulmana, e il senso che questa fantasia puo' assumere nello sviluppo
psicologico femminile, quando viene seguita in analisi.
Dal primo sogno e dal quel dubbio che non e' affatto scontato che l'attesa
nell'harem sia quella di un uomo, parte il mio ragionamento, di cui anticipo
anche il punto d'arrivo piu' ampio: la nostra mente, di occidentali e di
psicoanalisti, di fronte a certi temi, rischia di dare per scontate molte
cose. A tal punto che interpretare il materiale che ho qui esposto, potrebbe
sembrare, li' per li', un gioco da ragazzi o l'illustrazione di un manuale.
Quale potrebbe essere, infatti, l'approccio metodologico a questi sogni e
associazioni?
a. innanzitutto si tratta di immagini interne sulle quali domina la legge
della soggettivita', per cui dipendera' da cosa esse rappresentano e
significano per la paziente. L'harem e le figure che lo animano, sono
semplicemente il mondo interno della paziente;
b. si affrontera', a seconda della propria formazione di scuola e di
indirizzo all'interno di ogni scuola, questo immaginario del luogo, sempre
agganciato alle associazioni e verbalizzazioni della paziente; si
osserveranno le dinamiche presenti nel luogo, le sue figure e si ascoltera'
tutto cio' che nella seduta verra' comunicato;
c. nella mente dell'analista avverranno integrazioni con la storia e la vita
della paziente, nasceranno silenziosamente ipotesi, fantasie, vissuti e
sensazioni controtransferali;
d. forse, se l'analista lo ritiene opportuno, fara' delle domande,
azzardera' delle esplicite interpretazioni, dalle quali potranno dipanarsi
altri fili di esplorazione del mondo interno.
*
Alla luce di un harem e di un uomo arabo stereotipati, si puo' leggere la
storia famigliare della paziente, le sue paure e ambivalenze sessuali,
alcune difficolta' nella relazione con il partner, una certa confusione e
immaturita' nell'identita' di genere, e altro ancora.
In tutto questo, l'harem reale, il fenomeno storicamente documentato e
socialmente ancora vivo, non avra' alcun peso. L'analista e la paziente
potrebbero non saperne nulla e continuare a immaginarselo in modo
stereotipato. Un luogo immaginario come tanti altri che compaiono nei sogni,
attraversati da paziente e analista, durante il trattamento analitico.
Per gli analisti junghiani, pero', che ragionano anche in termini di
archetipi, ci sono figure, luoghi, oggetti, che operano a livello fantastico
inconscio, come perno per le trasformazioni fondamentali nell'atteggiamento
psicologico dei loro pazienti. Immagini con le quali definiamo a volte anche
l'intero caso clinico nel suo insieme. Allora, come in questo caso,
appiattire l'immagine sullo stereotipo, e non dargli il respiro
dell'archetipo, diventerebbe quasi un "crimine analitico". Rischieremmo di
perdere la ricchezza degli aspetti che l'archetipo puo' attivare, non dando
loro la risonanza che meritano. Ma, se l'analista non va egli stesso oltre
lo stereotipo, questa risonanza non ha spazio per manifestarsi.
Nei sogni e nelle associazioni di Sofia, sempre junghianamente parlando, si
affaccia potentemente l'Animus, un animus particolare, un maschile forte,
che viene da lontano, parzialmente minaccioso - c'e' anche il fanciullo e il
saggio, non soltanto lo stupratore - accolto dalla donna con un interesse
che va oltre il contenuto della seduta e che la porta a voler conoscere di
piu', a incontrare prima nella lettura e nell'approfondimento culturale e
poi anche nella realta', le sue immagini interne. Questo movimento, che si
manifesta non di rado nelle psicoanalisi, puo' rivolgersi a contesti
diversi, in senso geografico e culturale. C'e' chi si sente attratto
dall'Oriente, dal Nord o dal Sud del mondo, dalle isole, dai monti, da
alcune citta', dalle terre desertiche o dalle foreste equatoriali, da
specifiche etnie, lingue, dall'arte e dalle tradizioni piu' varie, sparse
per il mondo.
Il tipo di societa' in cui oggi viviamo permette anche con facilita'
l'incontro con queste diversita' che stimolano anche, per i significati di
cui sono portatrici, la vita interiore. Nelle psicoanalisi si immettono
sempre piu' elementi multiculturali, che non sono piu' limitati alla
capacita' di amplificazione dell'analista, alla sua cultura personale, di
cui fa l'uso che crede piu' opportuno. Sono i pazienti stessi a portare
nelle sedute contenuti di cui l'analista puo' avere relativa conoscenza.
Questo non significa che il suo lavoro ne debba patire, ne' che l'analista
debba fare sfoggio di cultura o sovrapporre le sue conoscenze a quelle,
consce e inconsce, del paziente. Ma puo' accadere che una comunanza di
linguaggi e di retroterra culturale faciliti molto il processo analitico e
faccia emergere tematiche centrali per la vita del paziente che altrimenti
rimarrebbero non elaborate. Questo si evidenzia nel lavoro con i pazienti
stranieri e in coloro che, analisti e pazienti, hanno avuto esperienze di
migrazione, di ambientamento in nuovi paesi, di incontro con altre culture.
Il rapporto tra Anima e Terra (1) e' complesso e pieno di interessanti
aperture per l'analista che lavora in una societa' avanzata e
multiculturale.
Confrontarsi con altri modi di vedere le cose, dare all'alterita' un rilievo
anche culturale e geografico, non solo di relazione tra persone, puo'
aiutare a ridefinire meglio il senso della fantasia e dei suoi contenuti in
relazione a ciascun paziente.
Jung ci ha insegnato a differenziare tra contenuti dell'inconscio personale
e archetipi dell'inconscio collettivo. In una societa' multiculturale, vanno
forse aggiunte ulteriori specificazioni. Oltre alla gia' ventilata ipotesi
di una zona intermedia, tra area collettiva e personale, definita da alcuni
psicologi analisti come inconscio culturale, va tenuto presente che
coesistono anche diversi inconsci culturali, in coloro che hanno vissuto
esperienze di vita in paesi diversi. Insomma la societa' complessa ha un
inconscio collettivo altrettanto complesso, in cui l'universalita' degli
archetipi non rimane nella forma eterna e immutata che ci e' stata
presentata finora. Piu' diversita', piu' lingue, piu' immagini, piu'
significati. Se questo sia meglio o peggio, un vantaggio o meno, per la
psiche individuale e collettiva, non saprei dire con sicurezza. Di fatto,
tutto questo accade ed entra nella stanza di analisi come molti altri
fenomeni. Fargli spazio ci permette di rivedere e affrontare con piu'
liberta' l'analisi di certe figure e di determinate dinamiche che, in prima
istanza, non apparterrebbero all'esperienza personale e culturale
dell'analista o del paziente.
Con questo spirito, ho cercato di non far pesare nella  graduale scoperta
dell'harem della mia paziente, sia l'immagine piu' comune dell'harem
fantastico, depositata nella cultura occidentale, sia quella dell'harem
analitico, cioe' di quello interpretabile attraverso le categorie freudiane
o junghiane piu' ortodosse. Ho seguito passo passo la paziente, anche nel
modo in cui si avvicinava ed entrava sempre piu' nella cultura araba e
islamica, tesa io a capire che cosa stava cercandovi il suo fiuto di giovane
donna, approdata all'analisi per via delle difficolta' di diventare madre.
Per il resto, la paziente appariva ben inserita e soddisfatta nell'ambito
lavorativo, senza segni preoccupanti in altre aree della personalita', solo
una certa resistenza iniziale verso l'approccio terapeutico del profondo.
Avendo fatto studi scientifici, nell'area delle scienze naturali, la
paziente apprezzava piu' il "metodo dell'analisi" che non l'ipotesi di un
inconscio e il movimento del pensiero fantastico con tutte le sue
produzioni, di fronte alle quali rimase a lungo sorpresa, interdetta, come
di fronte a qualcosa di straniero.
L'harem era anche questo, un  luogo interiore straniero, piu' che estraneo,
un luogo da cominciare a visitare e conoscere e nel quale imparare ad
attendere.
Se crediamo all'inconscio, e alla sua azione all'interno delle relazioni
interpersonali, e se crediamo anche alla comunicazione profonda, l'harem
nella mente dell'analista avra' il suo riverbero su quello della paziente,
cosi' come l'harem nella mente di una donna sara' diverso da quello nella
mente di un uomo. Quale che ne sia la consapevolezza, e' impossibile
sfuggire a questi fenomeni e ai loro effetti.
*
Fatema Mernissi analizza con stupore, ne L'harem e l'Occidente, quanto
l'idea dell'harem e le sue rappresentazioni artistiche abbiano seguito in
Occidente una via divergente sia rispetto alla realta' di questa istituzione
del mondo arabo, sia anche rispetto alla sua evoluzione, molto marcata
nell'ultimo secolo, che non sembra tuttavia intaccarne l'immagine mentale.
"Ma il nodo piu' intricato da risolvere e' il seguente: tutte le odalische
che Ingres fantastico' e dipinse ininterrottamente per cinquant'anni, erano
pigre, disperatamente passive e sempre in casa, stese su un divano nella
loro imbarazzante e vulnerabile nudita'. Questa fantasia di odalische
passive non esiste in Oriente! Nelle societa' musulmane, dove le leggi
istituzionalizzano l'ineguaglianza, dando agli uomini il diritto alla
poligamia e a chiudere le mogli in un harem, costringendole a velarsi quando
ne escono, i maschi fantasticano di donne potenti e incontrollabili.
Ironicamente, in Oriente, la terra degli harem, gli uomini musulmani, arabi,
persiani o turchi che siano, quando osano eludere il bando delle immagini e
dipingere le dame dei loro sogni, fantasticano di donne assertive, dalla
forte volonta' e imprevedibilmente mobili" (p. 135).
L'astuta e saggia Shahrazad e' un modello, insieme alle cacciatrici Shirin e
Zuleikha, ad altre figure femminili, erotiche, aventurose, le nuove amazzoni
fotografate nella Turchia degli anni '30, donne pilota e soldato, tutte
figure che rappresentano - nell'inversione delle fantasie tra mondo europeo
e arabo musulmano - l'esigenza di ciascuna societa' di riequilibrare i
rapporti tra uomini e donne. Prevalentemente nell'ottica maschile: e'
infatti l'immagine che l'uomo ha della donna che si esprime in queste
fantasie, la sua Anima.
Sempre a proposito dell'harem, confrontando la fantasia dell'uomo
occidentale con la realta' ben conosciuta per appartenenza culturale e per
esperienza personale, la Mernissi ci chiarisce le idee distinguendo gli
harem imperiali da quelli domestici. E' il primo, in particolare nella
versione dell'harem turco, ad aver esercitato un potente fascino e una
florida produzione artistica in Occidente, soprattutto dal Settecento in poi
(Ingres, Delacroix, Matisse).
Per contrasto, gli harem domestici, cioe' quelli che seguitarono ad esistere
nel mondo islamico dopo la colonizzazione occidentale, sono piuttosto
noiosi, perche' hanno una forte connotazione borghese e sono poco piu' di
una famiglia allargata, con quasi nessuna dimensione erotica degna di nota.
In questi harem domestici, un uomo, i suoi figli e le mogli vivono nella
stessa casa, uniscono le risorse, ed esigono che le donne non escano
fuori... gli uomini non hanno necessariamente molte mogli. Cio' che
definisce un harem come tale non e' la poligamia, ma il desiderio degli
uomini di tenere le donne recluse, e il loro ostinarsi a vivere tutti nella
stessa casa, invece di formare dei nuclei familiari separati (2).
Peraltro, narra l'autrice, nell'organizzazione dell'harem domestico in
Marocco durante il XX secolo, trovavano ospitalita' e  spazio per vivere
anche le vedove, le divorziate, le zie sole o altre parenti vicine e
lontane, in rotta con i mariti o in altre difficolta', insieme ai loro
figli. Questo ne faceva un mondo letteralmente "interno", fatto di qualita'
femminili e materne, piu' che erotico-sessuali. Il grande portone della
casa, sorvegliato da un custode, era il confine assoluto. Esso aveva la
funzione di mantenere separati gli spazi in cui vivevano le donne, dalla
strada su cui camminavano uomini estranei e di mantenere, in questo modo,
anche l'onore e il prestigio degli uomini di casa. La storia che racconta le
vicende della "donna con il vestito di piume", cioe' dotata di ali per
volare via - una tra le tante tratte dalle Mille e una notte che venivano
raccontate dalle donne nell'harem - rappresenta simbolicamente la condizione
psicologica femminile in tale contesto. Protezione da una parte,
assoggettamento dall'altra.
Solo una terrazza, proibita, in cima alla casa, dalla quale sognare e
immaginare una condizione diversa. Tuttavia, aggiunge la Mernissi, non tutti
gli harem domestici avevano la stessa caratterizzazione di chiusura, poiche'
nella fattoria della nonna materna, fuori dalla citta', le donne, una decina
di concubine, potevano cavalcare, nuotare nel fiume, pescare e altro. Le
discussioni a favore e contro l'harem del primo tipo, la fortezza, erano
incentrate sull'assunto di base per cui la sicurezza e la stabilita' della
societa' prevedevano la donna in casa, e non fuori a divertirsi ed esporsi
sessualmente.
La stessa parola harem e' relativa a haram, proibito, vietato, parola con
cui viene definita anche la Mecca, la citta' sacra, in cui i comportamenti
sono rigidamente codificati.
Harem designava lo spazio privato e le sue norme, con o senza mura a
proteggerlo.
Sto scegliendo, tra i tanti, solo alcuni punti particolari delle
considerazioni che fa Mernissi, tenendo io presente la paziente con cui ho
introdotto questo scritto e il suo immaginario inconscio che riprendero' tra
poco. Prima di farlo, pero', mi soffermo ancora sulla fantasia della donna,
stavolta nella mente dell'uomo musulmano, cosi' come ci viene presentata
attraverso l'arte classica persiana.
Le miniature ritraggono Shirin, la principessa reclusa che lascia l'harem
nativo quando si innamora, mentre cavalca da sola per i boschi in cerca del
principe Khusraw, oppure mentre si bagna in laghetti selvaggi o in viaggio
per mare. Poi, una volta trovatolo, Shirin e il principe vengono dipinti
molto dinamicamente, soprattutto mentre vanno a caccia insieme. Niente di
piu' lontano dall'odalisca dell'immaginario occidentale.
La forza destabilizzante dell'amore, la liberta' come superamento dei
limiti, l'intraprendenza femminile, il gesto creativo, e soprattutto la sua
imprevedibilita' e imprendibilita' sono le qualita' che secondo la Mernissi
hanno dato luogo sia alla legge sacra islamica, legalmente vincolante, sia
all'istituzione dell'harem come luogo concreto per realizzare una sorta di
cattivita' preventiva della donna. Altra figura femminile che rinforza
questa ipotesi e' la principessa Nur Giahar, moglie reale dell'imperatore
moghul indiano Giahangir, nel XVII secolo, e donna di potere. La regina,
lungi dall'essere reclusa o velata, e' raffigurata nel pieno esercizio delle
sue funzioni ufficiali e contornata da un esercito di donne.
Nella cultura musulmana, sostiene l'autrice, al contrario di cio' che
traspare da tante testimonianze di quella occidentale, il messaggio e' che
le donne hanno tanto cervello quanto gli uomini. Nel mondo islamico esse
occupano oggi percentuali sempre piu' in crescita  del mondo del lavoro,
scienze e professioni tecniche.
Tuttavia, anche in passato, non c'era un'unica interpretazione della legge
sacra, a proposito delle donne. Turchi e mongoli non le velavano, ne'
impedivano loro di essere libere, mentre gli arabi si'. Alle donne
islamiche, continua la Mernissi, e' permesso essere intelligenti, belle,
colte e anche potenti. L'uomo islamico usa lo spazio per stabilire il suo
dominio, escludendo le donne dalla pubblica arena.
*
Per l'uomo occidentale, la donna e' altrettanto minacciosa, ma da tempo egli
usa altri mezzi per depotenziarla: l'immagine, il tempo, la violenza
simbolica, i codici del corpo. La donna dev'essere giovane e bella, la sua
bellezza viene codificata dall'uomo, attraverso le mode e l'industria
dell'abbigliamento, della cosmetica, della dietetica e della chirurgia
plastica, nonche' dei mass-media.
Il tempo e' usato contro le donne a New York allo stesso modo in cui a
Teheran lo spazio e' usato dagli ayatollah iraniani: per far sentire le
donne non gradite e inadeguate. L'obiettivo rimane identico in entrambe le
culture (3).
Da Pierre Bourdieu, ne Il dominio maschile, la Mernissi riprende il concetto
di "violenza simbolica", come forma di potere che viene direttamente
inchiodata sul corpo, quasi per magia, senza apparente costrizione fisica.
Ma questa magia opera solo perche' essa attiva i codici imposti e assorbiti
nei piu' profondi strati del corpo. Imprigionate nell'incantata
sottomissione tipica della violenza simbolica, iscritta nella carne, le
donne rinunziano ai segni ordinari della gerarchia sessuale, come l'eta'
matura e un corpo piu' consistente. I codici del corpo paralizzano le
capacita' delle donne occidentali a competere per il potere anche quando
esiste un libero accesso all'istruzione e al lavoro. Citando anche Naomi
Wolf, da Il Mito della bellezza, la Mernissi ribadisce: "Una fissazione
culturale sulla magrezza femminile non e' un'ossessione sulla bellezza
bensi' un'ossessione sull'obbedienza femminile... le diete sono il sedativo
piu' potente di tutta la storia delle donne... i ricercatori hanno
confermato che l'ossessione del peso conduce a un collasso di fatto
dell'autostima e del senso di efficienza e che una restrizione calorica
prolungata ha dato origine a una personalita' peculiare, i cui tratti sono
la passivita', l'ansia e l'emotivita'" (4).
In questo modo la moderna e istruita donna occidentale si ritrova nella
posizione della schiava nell'harem.
Esistono quindi anche harem, nel senso di luoghi della reclusione femminile,
invisibili ma ugualmente attivi ed efficaci. Trattenere e ridurre la
creativita' e la liberta' delle donne, e' un punto nevralgico di molte
culture maschili, di molte coppie, di molti uomini preoccupati di perdere il
loro dominio, quale che sia l'area in cui esso si mette in gioco. Anche
soltanto quella psicologica, delle relazioni, di qualsiasi genere, in una
societa' avanzata. Evidentemente, l'imprevedibilita' e l'imprendibilita' che
giace in fondo a ogni donna, spaventa ancora l'uomo, come nel passato
dell'Occidente, che ha avuto la sua stagione della caccia alle streghe e
anche la prolungata sottomissione imposta dalla religione cattolica alle
donne, non inferiore a quella islamica.
Se aggiungessimo alla visione della Mernissi - partita da un insight avuto
negli Stati Uniti, durante la presentazione del suo libro La terrazza
proibita - quella che emerge dalla storia delle donne in Europa e di cui
seguiamo le tracce nell'attuale societa', non potremmo che convenire su
molti punti. Si tratta della "lotta mortale fra i sessi" che anche Freud
fece oggetto di indagine e dopo di lui molti psicoanalisti/e a seguire? Si
tratta della stessa strisciante discriminazione che colpisce le donne anche
nel mondo della cultura e, perche no, anche in quello della psicoanalisi?
Non proseguiro' in questo interessante dibattito, anche perche', tornando
alla mia paziente, e' un altro ancora il senso del suo harem, quello a cui
mi voglio definitivamente attenere.
*
Il trattamento analitico a cui mi riferisco e' avvenuto molti anni fa, prima
dei libri della Mernissi e prima dell'attuale forte presenza che la cultura
islamica ha assunto in Europa, anche a causa delle guerre in Afghanistan,
ex-Jugoslavia, Iraq e Palestina. Il confronto tra culture, loro tradizioni e
archetipi, e' in corso, appassionante, non sempre facile, a volte
mistificato, come credo, nel caso della condizione femminile. La Mernissi ci
dimostra che guardare dall'esterno una realta' appartenente a una cultura
diversa fa scattare quelle proiezioni che gli analisti ben conoscono. La sua
controinformazione, a favore delle donne, segue l'harem nei suoi mutamenti,
da' rilievo all'impegno femminista di molte donne arabe, ma soprattutto ne
La terrazza proibita, l'autrice fa un servizio ulteriore alle donne,
ricordando loro, in una condizione di  liberta' controllata, l'importanza e
la forza della condivisione, la profondita' del rispecchiamento e
dell'accoglienza, il potere che scaturisce dai saperi e dalle pratiche delle
donne costruiti insieme nell'interno del loro gruppo.
La terrazza, luogo reale limitato che diventa metafora della liberta'
interiore, e' il luogo della quiete, della bellezza, della cura per le donne
psicologicamente turbate, del ritorno a se stesse per tutte le donne della
famiglia, il luogo in cui osservare il mondo dall'alto, in cui incontrarsi e
discutere sulle cose della vita, passandosi interrogativi, dubbi e risposte,
il luogo dove giocare da bambini, maschi e femmine, intorno alla giare colme
di olive, ascoltando le favole, un luogo dall'atmosfera magica, sospesa,
nella quale l'intensita' dei sentimenti, l'eccedenza femminile, puo' trovare
la sua parola.
E questo e' proprio l'harem che, senza conoscerne l'esistenza, la mia
paziente si avviava a incontrare, aiutata dai suoi sogni e dalla mia
prudenza a non imporre significati spuri. Per dirla in termini tecnici, la
gelosia e la competizione negata, l'Edipo bloccato, le figure di Animus
ferme alla polarizzazione Puer-Senex, l'identita' femminile coartata, e
anche il maschile stupratorio, tutto questo costituiva in realta' un livello
di copertura che si sarebbe sciolto in quell'incontro atteso, con un
femminile nuovo, che avrebbe fatto spazio anche a quella donna-madre che
ancora non trovava spazio per concretizzarsi. Da altre comunicazioni
avvenute nel corso del tempo, emerse con chiarezza la direzione che il
processo individuativo della paziente stava prendendo. Nel suo parlare
l'harem, diventato ormai un'immagine chiave, assumeva via via le stesse
qualita' che ho poi ritrovato leggendo il libro della Mernissi, in
particolare nelle varie descrizioni della terrazza. Un luogo confinato ma
pieno di calore e di magia, libero, creativo. Una specie di grembo, pensai
piu' volte, visitato dal maschile, ma non occupato perennemente da esso.
A Sofia, riusciva prima impensabile e poi difficile, mettere insieme, nella
sua idea di femminilita', la forza e la determinazione con la dolcezza e
l'abbandonarsi del corpo e della mente. Tutto doveva essere misurato,
organizzato, controllato, pur se non ossessivamente, tutto doveva essere
spiegabile, razionalizzabile. Anche il cibo e la sua forma fisica erano
naturalmente oggetto di questa attenzione organizzata. Se non fosse stato
per i sogni, la sua capacita' di immaginare e fantasticare era quasi nulla e
anche con il Sandplay ebbe delle difficolta'. Dei confini aveva paura, ma
anche bisogno e nostalgia. Sentiva che per potere amare, per poter diventare
madre, avrebbe dovuto limitare il tutto possibile, avrebbe dovuto dire dei
no, scegliere. Cosa che nel lavoro le riusciva di fare.
Questa donna, dal punto di vista dell'adattamento all'esterno, aveva
successo nella vita, e veniva riconosciuta in un modello femminile vincente.
Eppure soffriva e negli anni del nostro lavoro fatico' non poco per giungere
a veder fiorire tutto cio' che le era stato negato e che solo l'istanza di
vita e di morte costellata dall'idea della maternita' aveva potuto
rianimare.
Nella "reclusione" femminile della stanza di analisi, le divenne possibile
incrinare un assetto mentale frutto quasi esclusivo di un'educazione
familiare, scolastica e socio-culturale, molto compatta e coerente, rispetto
ai valori dominanti nella societa' avanzata occidentale: valori
pseudoscientifici, economici, manageriali, prettamente maschili. Come molte
altre donne del nostro mondo, la paziente non aveva un grave disturbo
psicologico, riscontrabile in una diagnosi classica, ma aveva una non meno
grave riduzione della sua potenzialita' psicologica, causata dall'azione
sistematica di un modello formativo fortemente unilaterale. Di certe cose
non sapeva l'esistenza, nessuno gliele aveva mai nominate. Si stupiva di
alcune proposte che le facevo su come osservare diversamente eventi,
episodi, personaggi della sua vita. L'idea di cambiare prospettiva mentale
la lasciava perplessa e intimidita, come se non avesse strumenti e se ne
vergognasse, riconoscendo oscuramente che forse c'era qualcosa di buono
nello scuotere le proprie certezze. Io osservavo, fiduciosa, l'operare
dell'inconscio, cercando di non intralciarlo.
L'inconscio l'aveva condotta prima nell'angolo di una procreazione
impossibile - come puo' una donna cosi' mortificata far nascere e crescere
un figlio, come potra' giocarci se si e' dimenticata come si fa? - poi
l'aveva indirizzata al percorso analitico che duro' circa sei anni e,
infine, dopo la conclusione formale del trattamento, le regalo' la tanto
agognata maternita'.
L'immagine dell'harem, l'incontro con l'altra se stessa in analisi, la
crescente amicizia e solidarieta' con le altre donne, incluse quelle della
sua famiglia, letture, incontri e ripetuti viaggi in Nordafrica e
Medioriente, la aiutarono anche a ridimensionare gli aspetti inquietanti e
aggressivi, proiettati in precedenza sull'uomo e sul mondo arabo. A un certo
punto, si ritrovo' addirittura a polemizzare con il femminismo schierato
contro alcune tradizioni islamiche, in particolare contro l'uso del velo. La
paziente constatava che le donne europee poco conoscevano del contesto di
tali tradizioni, che si comportavano in modo etnocentrico, ignorando
l'adesione spontanea di molte donne che nel velo ritrovavano un segno della
loro identita' minacciata. Mi disse, in tale occasione che non capiva come
mai le amiche femministe con cui discuteva, non si rendessero conto di
quanto loro stesse fossero schiave e dipendenti in altri modi dalla cultura
patriarcale.
Sulla reale apertura multiculturale e sul superamento dell'etnocentrismo
culturale ci sarebbe molto da dire, anche in relazione al lavoro degli
psicoterapeuti, e in particolare degli analisti che si muovono a livelli
psichici profondi. Ma sara' per un'altra volta. Di sicuro c'e' che smontare
le proprie certezze e' un passo propedeutico indispensabile alla scoperta
dell'altro e a cio' che l'altro, lo straniero invisibile del sogno, potra'
offrire a noi con il suo arrivo. E questo non vale, naturalmente, solo per
l'analisi e per la donna di cui ho raccontato.
*
Note
1. E. Liotta, Su Anima e Terra, ambiente, migrazione e psicologia analitica,
Magi Edizioni, Roma, in corso di pubblicazione [ora pubblicato].
2. F. Mernissi, La terrazza proibita, vita nell'harem (1994), Giunti,
Firenze 1996, pp. 36-38.
3. F. Mernissi, L'harem in Occidente, Giunti, Firenze 2000, p. 175.
4. ibidem, p. 176.

3. TESTIMONIANZE. CINDY SHEEHAN: NON ME NE VADO, PRESIDENTE
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 23 agosto 2005. Cindy Sheehan ha perso il
figlio Casey in Iraq; dal 6 agosto si e' accampata a Crawford, fuori dal
ranch in cui George Bush sta trascorrendo le vacanze, con l'intenzione di
parlargli; molte altre persone sono accorse a sostenerla in quello che ormai
viene chiamato Camp Casey]

I media si sbagliano. Le persone che sono venute a Camp Casey a darmi una
mano per coordinare la stampa e gli avvenimenti non mi stanno mettendo le
parole in bocca: e' il contrario. Sono conosciuta da un po' come una persona
che dice la verita' e la dice forte e chiara, ho sempre chiamato un bugiardo
bugiardo e un ipocrita ipocrita. Adesso devo usare un linguaggio piu' pacato
per rivolgermi ad un pubblico piu' vasto.
Perche' i miei amici a Camp Casey pensano di essere qui'? Come mai e' nato
un movimento cosi' grande da un'azione cosi' piccola il 6 agosto 2005? Non
ho avuto molto tempo per analizzare il fenomeno di Camp Casey. Leggo che
avrei rilasciato 250 interviste in meno di una settimana, e ci credo. Vado a
letto con la gola secca ogni sera e sono abbastanza stanca di rispondere a
domande tipo "cosa vuoi dire al presidente?" o "pensi davvero che ti
ricevera'?". Pero' da quando mia mamma e' stata male ho avuto la
possibilita' di fare un passo indietro e pensare un po' alla diga che ho
aperto a Crawford, Texas.
Questo e' il miracolo di Camp Casey. I cittadini americani contrari alla
guerra, che non hanno mai avuto una valvola di sfogo per il loro disgusto e
la loro costernazione, stanno mollando tutto per venire a Crawford e stare
qui in solidarieta' con noi, che ci siamo presi l'impegno di accamparci
fuori dal ranch di George Bush per tutta la durata del tremendo agosto
texano. Se non possono venire in Texas stanno partecipando a veglie,
scrivendo lettere ai loro rappresentanti e ai giornali locali, stanno
organizzando segmenti di Camp Casey nelle loro citta'. Siamo molto grati per
tutto il loro supporto e penso che anche loro, gli americani per la pace,
siano grati per avere finalmente qualcosa da fare.
*
Una cosa che pero' non ho notato o di cui non mi sono accorta e' un aumento,
tra le persone favorevoli alla guerra dall'altra parte della recinzione, del
numero di quanti si arruolerebbero per andare a combattere la guerra per
l'imperialismo e l'insaziabile avarizia di George Bush. La parte pacifista
ha alzato i propri sederi apatici per diventare combattente per la pace e la
giustizia. Dove sono quelli favorevoli alla guerra? Ogni giorno a Camp Casey
abbiamo un paio di persone contro la pace dall'altra parte della strada, che
sventolano cartelli che mi ricordano che "la liberta' non e' gratuita", ma
non li vedo mettere i loro soldi dove mettono bocca. Non penso che abbiano
intenzione di pagare neanche un centesimo per la liberta' sacrificando il
loro stesso sangue o la carne dei loro figli. Li sfido ancora ad andare in
Iraq e lasciar tornare a casa un altro soldato, magari uno che e' al terzo
turno, o uno o una che ha servito il proprio paese nobilmente e
altruisticamente solo per ritrovarsi ostaggio in Iraq per colpa di ipocriti
assetati di potere, gente molto allenata a evitare di mettere in gioco la
propria pelle.
*
Al contrario di cio' che i principali media pensano, non sono piovuta dal
cielo a Crawford quel giorno di caldo terrificante due settimane fa. Ho
scritto, parlato, testimoniato di fronte a commissioni del Congresso,
partecipato a conferenze e rilasciato interviste per piu' di un anno. Sono
conosciuta piuttosto bene nella comunita' pacifista e avevo gia' tantissimi
sostenitori prima ancora di lasciare la California. Le persone che mi hanno
appoggiata l'hanno fatto perche' sapevano che su questa guerra io dico tutta
la verita' senza compromessi. Mi sono alzata e ho detto: "mio figlio e'
morto per niente, e George Bush e la sua malefica congiura e la loro
politica spericolata l'hanno ucciso. Mio figlio e' stato mandato a
combattere in una guerra che non aveva basi reali ed e' stato ucciso per
questo". Non ho mai detto mi raccomando, per favore o grazie. Non ho mai
detto niente di annacquato come fa lui con la sua retorica patriottica. Dico
che mio figlio e' morto per delle bugie. George Bush ci ha mentito e sapeva
che stava mentendo.
Adesso vengo diffamata e infangata dai destrorsi e dai cosiddetti media
"giusti ed equilibrati" che hanno paura della verita' e non sono in grado di
affrontare qualcuno che la dice. Devono distorcere, falsare e controllare
qualsiasi cosa io abbia mai detto, quando non hanno mai controllato niente
di quello che George Bush ha detto o sta dicendo. Invece di chiedere a
George Bush o a Scott McClellan se mi incontreranno, perche' non fanno le
domande che avrebbero sempre dovuto fare? Tipo "perche' i nostri giovani
stanno combattendo, morendo ed uccidendo in Iraq? Qual e' la nobile causa
per cui li state mandando in Iraq? Cosa sperate di ottenere laggiu'? Perche'
ci avete detto che c'erano armi di distruzione di massa e legami con Al
Quaeda quando sapevate che non ce n'erano?".
*
Camp Casey e' cresciuto, prospera ed e' sopravvissuto a tutti gli attacchi e
a tutte le sfide, perche' l'America e' stanca e nauseata di bugiardi e di
ipocriti. Vogliamo le risposte alle secche domande che sono stata la prima
ad avere il coraggio di fare. Questo e' il momento della responsabilita' e
Bush sta fallendo miseramente. Lui e i suoi consiglieri mi hanno seriamente
sottovalutata quando hanno pensato di potermi intimare di andarmene prima di
avere delle risposte, o prima della fine di agosto. Posso resistere a
qualsiasi cosa sia gettata addosso a me o a Camp Casey: se questo accorcia
la guerra di un solo minuto o salva anche una sola vita, ne vale la pena.
Penso che abbiano gravemente sottovalutato tutte le madri. Mi chiedo se
nessuno di loro abbia mai avuto un rapporto madre-figlio autentico e se sono
cosi' sorpresi che ci siano cosi' tante madri in questo paese che sono
irremovibili quando si tratta di chiedere la verita', che vogliono dare un
significato alla morte non necessaria e apparentemente insignificante dei
loro figli. Il movimento di Camp Casey non morira' finche' non avremo un
resoconto genuino della verita' e finche' le nostre truppe non verranno
riportate a casa. Facci l'abitudine, George. Non ce ne andiamo.

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 26 del 25 agosto 2005