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La nonviolenza e' in cammino. 1036



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1036 del 28 agosto 2005

Sommario di questo numero:
1. Una piccola antologia gandhiana
2. I compiti dell'umanita' nell'eta' atomica
3. Gli ossimori di Strambotto
4. La "Carta" del Movimento Nonviolento
5. Per saperne di piu'

1. MATERIALI. UNA PICCOLA ANTOLOGIA GANDHIANA
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per averci
trasmesso il seguente opuscolo "Gandhi testimone della nonviolenza",
realizzato (grazie a Beppe Ceraolo, Elena Giglia, Enrico Peyretti, Laura
Bounous, Teresella Parvopassu che hanno curato la ricerca e la raccolta dei
testi) per l'iniziativa svoltasi "a cinquant'anni dopo la sua morte con
violenza, 30 gennaio 1948" promossa dalla Scuola di pace "Ernesto Balducci"
a Torino il 31 gennaio - 1 e 2 febbraio 1998. Enrico Peyretti ha
accompagnato l'invio con le parole che qui riproduciamo: "Sette anni fa, a
Torino, la Scuola di pace 'Ernesto Balducci', allora attiva a Torino,
ricordo' i 50 anni dell'uccisione di Gandhi con una serata di letture,
musiche, meditazione. Componemmo per l'occasione questa piccola antologia di
testi gandhiani, ora ritrovata grazie a Elene Giglia. Aggiornata
nell'indicazione delle fonti, la mettiamo a disposizione".
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di questo foglio,
ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di
nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con
altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio",
che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi
"Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research
Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi
per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della
rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro
Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e
del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie
prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; e' disponibile nella rete telematica la
sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia
storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente
edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il
principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha
curato la traduzione italiana), e una recente edizione aggiornata e' nei nn.
791-792 di questo notiziario; vari suoi interventi sono anche nei siti:
www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e alla pagina web
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu' ampia
bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15
novembre 2003 di questo notiziario.
Mohandas K. Gandhi e' stato della nonviolenza il piu' grande e profondo
pensatore e operatore, cercatore e scopritore; e il fondatore della
nonviolenza come proposta d'intervento politico e sociale e principio
d'organizzazione sociale e politica, come progetto di liberazione e di
convivenza. Nato a Portbandar in India nel 1869, studi legali a Londra,
avvocato, nel 1893 in Sud Africa, qui divenne il leader della lotta contro
la discriminazione degli immigrati indiani ed elaboro' le tecniche della
nonviolenza. Nel 1915 torno' in India e divenne uno dei leader del Partito
del Congresso che si batteva per la liberazione dal colonialismo britannico.
Guido' grandi lotte politiche e sociali affinando sempre piu' la
teoria-prassi nonviolenta e sviluppando precise proposte di organizzazione
economica e sociale in direzione solidale ed egualitaria. Fu assassinato il
30 gennaio del 1948. Sono tanti i meriti ed e' tale la grandezza di
quest'uomo che una volta di piu' occorre ricordare che non va  mitizzato, e
che quindi non vanno occultati limiti, contraddizioni, ed alcuni aspetti
discutibili - che pure vi sono - della sua figura, della sua riflessione,
della sua opera. Opere di Gandhi:  essendo Gandhi un organizzatore, un
giornalista, un politico, un avvocato, un uomo d'azione, oltre che una
natura profondamente religiosa, i suoi scritti devono sempre essere
contestualizzati per non fraintenderli; Gandhi considerava la sua
riflessione in continuo sviluppo, e alla sua autobiografia diede
significativamente il titolo Storia dei miei esperimenti con la verita'. In
italiano l'antologia migliore e' Teoria e pratica della nonviolenza,
Einaudi; si vedano anche: La forza della verita', vol. I, Sonda; Villaggio e
autonomia, Lef; l'autobiografia tradotta col titolo La mia vita per la
liberta', Newton Compton; La resistenza nonviolenta, Newton Compton;
Civilta' occidentale e rinascita dell'India, Movimento Nonviolento; La cura
della natura, Lef; Una guerra senza violenza, Lef. Altri volumi sono stati
pubblicati da Comunita': la nota e discutibile raccolta di frammenti Antiche
come le montagne; da Sellerio: Tempio di verita'; da Newton Compton: e tra
essi segnaliamo particolarmente Il mio credo, il mio pensiero, e La voce
della verita'. Altri volumi ancora sono stati pubblicati dagli stessi e da
altri editori. I materiali della drammatica polemica tra Gandhi, Martin
Buber e Judah L. Magnes sono stati pubblicati sotto il titolo complessivo
Devono gli ebrei farsi massacrare?, in "Micromega" n. 2 del 1991 (e per un
acuto commento si veda il saggio in proposito nel libro di Giuliano Pontara,
Guerre, disobbedienza civile, nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino
1996). Opere su Gandhi: tra le biografie cfr. B. R. Nanda, Gandhi il
mahatma, Mondadori; il recente accurato lavoro di Judith M. Brown, Gandhi,
Il Mulino; il recentissimo libro di Yogesh Chadha, Gandhi, Mondadori. Tra
gli studi cfr. Johan Galtung, Gandhi oggi, Edizioni Gruppo Abele; Icilio
Vecchiotti, Che cosa ha veramente detto Gandhi, Ubaldini; ed i volumi di
Gianni Sofri: Gandhi e Tolstoj, Il Mulino (in collaborazione con Pier Cesare
Bori); Gandhi in Italia, Il Mulino; Gandhi e l'India, Giunti. Cfr. inoltre:
Dennis Dalton, Gandhi, il Mahatma. Il potere della nonviolenza, Ecig. Una
importante testimonianza e' quella di Vinoba, Gandhi, la via del maestro,
Paoline. Per la bibliografia cfr. anche Gabriele Rossi (a cura di), Mahatma
Gandhi; materiali esistenti nelle biblioteche di Bologna, Comune di Bologna.
Altri libri particolarmente utili disponibili in italiano sono quelli di
Lanza del Vasto, William L. Shirer, Ignatius Jesudasan, George Woodcock,
Giorgio Borsa, Enrica Collotti Pischel, Louis Fischer. Un'agile introduzione
e' quella di Ernesto Balducci, Gandhi, Edizioni cultura della pace. Una
interessante sintesi e' quella di Giulio Girardi, Riscoprire Gandhi,
Anterem]

Autoritratto di Gandhi
Non pretendo di essere perfetto. Ma pretendo di essere un appassionato
ricercatore della Verita', la quale non e' altro che un sinonimo di Dio. E'
nel corso di tale ricerca che ho scoperto la nonviolenza. La diffusione di
essa e' la missione della mia vita. Non ho altri interessi nella vita che lo
svolgimento di questa missione. ("Harijan", 7 luglio 1940, nell'antologia di
Mohandas K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, a cura e con saggio
introduttivo di Giuliano Pontara, Einaudi, Torino 1996, p. 250 [di qui in
poi tale testo sara' citato come Teoria cit.]).
Non sono un profeta, sono soltanto un comune mortale che procede dall'errore
verso la verita'. ("Harijan", 28 marzo 1936, in Gandhi, Teoria cit., p. 5).
In qualsiasi momento ti sembri che le mie conclusioni siano fondate su dati
inadeguati o su un ragionamento scorretto, richiama la mia attenzione su
cio'. Potrai avere fede nei principi che io propugno, ma le conclusioni che
deduco da certi fatti non possono essere materia di fede. La fede non ha
posto in cose che possono essere colte dalla ragione. (Lettera a Mathuradas,
13 dicembre 1928, in Gandhi, Teoria cit., p. CXXXVII).
Che il gandhismo sia distrutto se sostiene l'errore. La verita' e l'ahimsa
non saranno mai distrutte, ma se gandhismo non e' altro che un nome per
settarismo, esso merita di essere distrutto. Se dopo la mia morte dovessi
venire a sapere che cio' che ho sostenuto e' degenerato in settarismo, ne
sarei profondamente addolorato... che nessuno dica di essere un seguace di
Gandhi. Basta che io sia seguace di me stesso. E so di essere io stesso un
seguace imperfetto in quanto so di non vivere in perfetta coerenza con le
convinzioni che sostengo. ("Harijan", 2 marzo 1940, in Gandhi, Teoria cit.,
p. CXXXVIII).
*
Che cos'e' la nonviolenza
Non credo sia presuntuoso da parte mia voler tracciare sinteticamente le
caratteristiche e le condizioni del successo della nonviolenza. Esse sono:
1. La nonviolenza e' la legge della razza umana ed e' infinitamente piu'
grande e piu' potente della forza bruta.
2. Essa non puo' essere di alcun aiuto a chi non possiede una fede profonda
nel Dio dell'Amore.
3. La nonviolenza offre la piu' completa difesa del rispetto di se stesso e
del senso dell'onore dell'uomo, ma non sempre garantisce la difesa della
proprieta' della terra e di altri beni mobili, sebbene la sua pratica
continua si dimostri anche nella difesa di questi ultimi un baluardo
migliore del possesso di uomini armati. La nonviolenza, per la sua stessa
natura, non e' di nessun aiuto nella difesa dei guadagni illegittimi e delle
azioni immorali.
4. Gli individui e le nazioni che vogliono praticare la nonviolenza debbono
essere pronti (le nazioni fino all'ultimo uomo) a sacrificare tutto tranne
il loro onore. La nonviolenza dunque e' incompatibile con il possesso di
paesi di altri popoli; vedi ad esempio l'imperialismo moderno, il quale deve
chiaramente basarsi sulla forza per difendersi.
5. La nonviolenza e' un potere che puo' essere posseduto in egual misura da
tutti - bambini, ragazzi, ragazze e uomini e donne adulti, posto che essi
abbiano una fede profonda nel Dio dell'Amore e che quindi possiedano un
uguale amore per tutto il genere umano. Quando la nonviolenza viene
accettata come legge di vita essa deve pervadere tutto l'essere e non venire
applicata soltanto ad azioni isolate.
6. E' un profondo errore supporre che questa legge sia applicabile per gli
individui e non lo sia per le masse dell'umanita'. ("Harijan", 5 settembre
1936, in Gandhi, Teoria cit., pp. 10-11).
*
La prima condizione della nonviolenza e' la giustizia, dovunque, in ogni
settore della vita
In questa guerra nonviolenta, il contributo delle donne deve essere maggiore
di quello degli uomini. Chiamare le donne il sesso debole e' una calunnia;
e' un'ingiustizia dell'uomo contro la donna. Se per forza si intende la
forza bruta, allora e' vero che la donna e' meno forte dell'uomo. Ma se per
forza si intende la forza morale, allora la donna e' infinitamente piu'
forte dell'uomo. Non possiede forse una maggiore capacita' di intuizione,
una maggiore capacita' di sacrificio, una maggiore perseveranza, un maggiore
coraggio? Senza di essa l'uomo non potrebbe sopravvivere. Se la nonviolenza
e' la legge della nostra esistenza, il futuro e' delle donne. ("Young
India", 10 aprile 1930, in Gandhi, Teoria cit., p. 206).
La parola yajna indica un atto diretto al bene degli altri compiuto senza
alcun desiderio di ricompensa, materiale o spirituale. Il termine "atto"
deve essere inteso nel suo senso piu' vasto, e oltre all'azione vera e
propria comprende anche il pensiero e la parola. Per "altri" si intende non
soltanto l'umanita' ma tutti gli esseri viventi. (From Yeravda Mandir, capp.
XIV-XV, in Gandhi, Teoria cit., p. 39).
A rigor di termini nessuna attivita' e nessuna occupazione e' possibile
senza un certo grado, per quanto limitato, di violenza. La stessa vita e'
impossibile senza una certa misura di violenza. Cio' che dobbiamo fare e'
limitare questa violenza quanto piu' possibile. ("Harijan", primo settembre
1940, in Gandhi, Teoria cit., p. XXXII).
Agisci in modo tale che la tua azione porti alla maggior riduzione possibile
della violenza a lungo termine e in tutte le sue forme! (Imperativo etico
della nonviolenza gandhiana secondo Arne Naess, , in Gandhi, Teoria cit., p.
XXXIII).
*
Il lavoro costruttivo
Nella lotta per l'indipendenza la disobbedienza civile senza la
collaborazione di milioni di uomini, realizzata attraverso un lavoro
costruttivo, e' soltanto una bravata, ed e' peggio che inutile. (Gandhi,
citato da Dhawan, The political philosophy of Mahatma Gandhi, p. 191, in
Gandhi, Teoria cit., p. CXVI).
I punti fondamentali del programma costruttivo sono:
1. Promozione della riconciliazione tra i vari gruppi religiosi in cui e'
suddivisa la popolazione nel subcontinente indiano e in particolar modo tra
indu' e musulmani;
2. Abolizione dell'istituzione della intoccabilita' come primo ma decisivo
passo verso l'abolizione del sistema delle caste;
3. Lotta contro l'abuso delle bevande alcoliche e delle droghe;
4. Filatura e lavorazione casalinga del cotone vista come efficace strumento
di sensibilizzazione e organizzazione politica, espressione della dignita' e
importanza del lavoro manuale, protesta contro una civilta' industriale
disumanizzante, valorizzazione del capitale umano e simbolo
dell'indipendenza;
5. Promozione della piccola industria di villaggio come momento della
realizzazione di un programma piu' vasto di decentramento e di autonomia a
livello di villaggio;
6. realizzazione di un nuovo sistema di educazione dei bambini fondato sui
principi della nonviolenza e volto a coltivare in essi il rispetto per
quanto di buono e duraturo vi e' nella tradizione culturale dell'India
invece che sradicarli da essa in nome di una "piu' progredita" civilta'
occidentale;
7. Educazione degli adulti;
8. Parificazione dei due sessi in base all'assunto che in un sistema di vita
fondato sulla nonviolenza la donna ha altrettanti diritto quanto l'uomo di
forgiare il proprio destino;
9. Opera di miglioramento sia fisico che psichico dell'individuo si' da
portarlo a capire e apprezzare l'importanza e la dignita' di una vita
semplice in cui lavoro manuale e mentale si alternino in modo da permettere
una piu' piena realizzazione di un ideale di umanita';
10. Propagazione della lingua nazionale;
11. Promozione dell'uguaglianza economica in base all'assunto che un sistema
di governo fondato sulla nonviolenza e' impossibile sintantoche' esiste una
societa' divisa in ricchi e poveri, capitale e lavoro. (Constructive
programme: its meaning and place, Ahmedabad, 1941, in Gandhi, Teoria cit.,
p. LXXVIII).
*
Mezzi e fini
Mezzi impuri producono un fine impuro... Non si puo' raggiungere la verita'
con la falsita'. Soltanto con una condotta libera da ogni falsita' si puo'
raggiungere la verita'. La nonviolenza e la verita' sono o no due cose
simili ma distinte? La risposta e' un categorico "no". La nonviolenza e'
compresa nella verita' e viceversa. Per questo e' stato detto che sono le
due facce di una stessa moneta. Sono inseparabili l'una dall'altra.
("Harijan", 13 luglio 1947, in Gandhi, Teoria cit., p. 126).
La convinzione che non vi sia un rapporto tra mezzi e fine e' un grande
errore. A causa di tale errore anche uomini considerati religiosi hanno
commesso gravi crimini. Affermare questo e' come sostenere che si puo'
ottenere una rosa piantando della gramigna... I mezzi possono essere
paragonati al seme, e il fine all'albero; tra i mezzi e il fine vi e' lo
stesso inviolabile rapporto che esiste tra il seme e l'albero. (Hind Swaraj
or Indian home rule, cap. XVI, in Gandhi, Teoria cit., p. 44).
*
Codardia, violenza e nonviolenza
Credo che nel caso in cui l'unica scelta possibile fosse quella tra la
codardia e la violenza, io consiglierei la violenza... Tuttavia sono
convinto che la nonviolenza e' infinitamente superiore alla violenza, che il
perdono e' cosa piu' virile della punizione. ("Young India", 11 agosto 1920,
in Gandhi, Teoria cit., pp. 18-19).
Non ho mai considerato la violenza come una cosa permessa. Ho semplicemente
distinto tra il coraggio e la codardia. L'unica cosa lecita e' la
nonviolenza. La violenza non puo' mai essere lecita nel senso che io
intendo, ossia non rispetto alla legge fatta dall'uomo, ma rispetto alla
legge fatta dalla natura per l'uomo. Tuttavia, sebbene la violenza non sia
lecita, quando viene usata per autodifesa o a protezione degli indifesi,
essa e' un atto di coraggio, di gran lunga migliore della codarda
sottomissione. Quest'ultima non reca beneficio a nessun uomo e a nessuna
donna. Nella violenza esistono molti gradi e varieta' di coraggio. Ciascun
uomo deve saperli giudicare da solo. Nessun altro puo' farlo o ha il diritto
di farlo al suo posto. ("Harijan", 27 ottobre 1946, in Gandhi, Teoria cit.,
p. 22).
Ricordo un incidente avvenuto vicino a Bettiah, quando la non-collaborazione
era al suo apice. Erano state saccheggiate le case di alcuni abitanti di un
villaggio. Questi erano fuggiti lasciando le mogli, i figli e i parenti alla
merce' dei saccheggiatori. Quando io li rimproverai per la codardia che
avevano dimostrato non compiendo il loro dovere, essi impudentemente si
appellarono alla dottrina della nonviolenza. Io denunciai pubblicamente la
loro condotta e affermai che la mia nonviolenza giustificava pienamente la
violenza usata da coloro che non credevano nella nonviolenza e che erano
chiamati a difendere l'onore delle loro donne e dei loro bambini. La
nonviolenza non e' una giustificazione per il codardo, ma e' la suprema
virtu' del coraggioso. La pratica della nonviolenza richiede molto piu'
coraggio della pratica delle armi. La codardia e' assolutamente
incompatibile con la nonviolenza. ("Young India", 12 agosto 1926, in Gandhi,
Teoria cit., p. 23).
*
Verita' e amore
Per vedere faccia a faccia l'universale e onnipresente Spirito della Verita'
si deve essere in grado di amare il piu' infimo degli esseri creati come se
stessi. E un uomo che aspira a cio' non puo' permettersi di estraniarsi da
nessun campo di attivita' umane. E' per questo che la mia devozione alla
Verita' mi ha condotto alla politica; e posso dire senza alcuna esitazione,
anche se con assoluta umilta', che coloro che affermano che la religione non
ha nulla a che fare con la politica non sanno che cosa significa religione.
(An Autobiography or the Story of my experiments with Truth, pp. 370-371, in
Gandhi, Teoria cit., p. 31 [ma dell'intera opera vi e' anche una nota
traduzione italiana: La mia vita per la liberta', Newton Compton, Roma 1973,
piu' volte ristampata]).
Per me Dio e' Verita' e Amore; Dio e' etica e morale; Dio e' coraggio. Dio
e' la sorgente della Luce e della Vita e tuttavia egli e' al di sopra e al
di la' di esse. Dio e' coscienza. Egli e' persino l'ateismo dell'ateo...
Egli e' un Dio personale per coloro che hanno bisogno della Sua presenza
personale. Egli e' incarnato per coloro che hanno bisogno del Suo contatto.
E' l'essenza purissima. Per coloro che hanno fede Egli semplicemente e'.
Egli e' le cose piu' diverse per le persone piu' diverse. Egli e' in noi e
tuttavia e' al di sopra e al di la' di noi. (Mohandas K. Gandhi, La forza
della verita'. Scritti etici e politici. Vol. I: Civilta' politica e
religione, Sonda, Torino 1991, pp. 505-506; anche in Gandhi, Teoria cit., p.
CXL).
Il credente deve imparare a capire che ai milioni di diseredati, disoccupati
e affamati l'unico modo in cui Dio puo' apparire e' sotto forma di lavoro e
promessa di stipendio e cibo; ai poveri del mondo Dio puo' solo apparire
come pane e burro. ("Young India", 15 novembre 1931).
La preghiera e' la vera e propria anima della vita dell'uomo perche' e' la
parte piu' vitale della religione. La preghiera e' supplica, ma e' anche, in
un senso lato, comunione spirituale. In entrambi i casi il risultato finale
e' lo stesso. Persino quando supplica, essa dovrebbe purificare e pulire
l'anima, liberata dallo strato di ignoranza e di oscurita' che la avvolge.
Percio' colui che desidera ardentemente riconoscere il divino in se' deve
ripiegare sulla preghiera. Ma la preghiera non e' puro esercizio di parole o
di orecchie, non e' pura ripetizione di formule vuote... Nella preghiera e'
meglio avere un cuore senza parole che parole senza cuore... Senza preghiera
non vi e' pace spirituale... A parte sostenere la condizione dell'uomo dopo
la morte, la preghiera ha un incalcolabile valore per l'uomo durante la vita
in questo mondo. La preghiera e' il solo mezzo per portare correttezza, pace
e calma nelle nostre azioni quotidiane. ("Young India", 23 gennaio 1930, in
Gandhi, La forza della verita', Vol. I, Sonda, Torino 1991, pp. 491-492).
Quando l'attentatore gli sparo', Gandhi cadde invocando il nome di Dio: "He
Ram". Dieci anni prima, in una conversazione aveva detto di avere
continuamente il nome di Dio sulle labbra: "Una persona che ha rinunciato
alla violenza - diceva Gandhi con voce appassionata - dovrebbe pronunciare
il nome di Dio a ogni respiro". Egli lo faceva da piu' di venti anni, tanto
che adesso il nome di Dio si ripeteva da se anche durante il sonno.
(Resoconto di conversazione fedelmente trascritto da Pyarelal, segretario di
Gandhi. Si legge in italiano in E. Easwaran, Badshah Khan. Il Gandhi
musulmano, Sonda, Torino 1990, p. 190).
*
Uguale rispetto per tutte le fedi religiose
Dio ha creato fedi diverse cosi' come ne ha creato i rispettivi fedeli. Come
posso anche segretamente accogliere il pensiero che la fede del mio prossimo
e' inferiore alla mia e desiderare che rinunci alla sua fede e che abbracci
la mia? Come suo vero e fedele amico, posso soltanto desiderare e pregare
che egli viva e cresca perfetto nella propria fede. Nella casa di Dio ci
sono molte dimore, e tutte ugualmente sante. (Antiche come le montagne,
Edizioni di Comunita', Milano 1963, pp. 104-105).
Dal momento che noi non penseremo mai tutti nello stesso modo e che vedremo
la Verita' in maniera frammentaria e da angoli e visuali diverse, la regola
d'oro della condotta e' quella della tolleranza reciproca. La coscienza non
e' la stessa cosa per tutti. Anche per le persone piu' coscienziose vi sara'
sempre posto per oneste differenze di opinione. L'unica possibile regola di
condotta in ogni societa' civile e' pertanto quella della tolleranza
reciproca. ("Young India", 23 settembre 1926, in Gandhi, Teoria cit., p.
CXLII).
L'ahimsa ci insegna a nutrire per le fedi religiose degli altri lo stesso
rispetto che abbiamo per la nostra, concedendo cosi' che anch'essa e'
imperfetta. (Lettera del 23 settembre 1930, in gandhi, La forza della
verita', Vol. I, p. 479; e anche in Gandhi, Teoria cit., p. CXLII).
*
La sofferenza e' l'arma umana
La ricerca della verita' non ammette l'uso della violenza contro
l'avversario, ma che questo deve essere distolto dall'errore con la pazienza
e la comprensione. Infatti cio' che sembra la verita' ad uno puo' sembrare
un errore ad un altro. E pazienza significa disposizione a soffrire. Dunque
il senso della dottrina e' la difesa della verita' attuata non infliggendo
sofferenze all'avversario ma a se stessi. ("Young India", 14 gennaio 1920,
in Gandhi, Teoria cit., p. 16).
Sono andato sempre piu' convincendomi che la ragione non e' sufficiente ad
assicurare cose di fondamentale importanza per gli uomini, che devono essere
conquistate attraverso la sofferenza. La sofferenza e' la legge
dell'umanita', cosi' come la guerra e' la legge della giungla. Ma la
sofferenza e' infinitamente piu' potente della legge della giungla, ed e' in
grado di convertire l'avversario e di aprire le sue orecchie, altrimenti
chiuse, alla voce della ragione... La sofferenza, e non la spada, e' il
simbolo della razza umana. ("Young India", 5 novembre 1931, in Gandhi,
Teoria cit., p. 6).
L'uomo e' incapace di conoscere la verita' assoluta, e dunque non ha il
diritto di punire. (Moral and political writings of Mahatma Gandhi, ed. by
R. N. Iyer, Oxford University Press, 1986, II, p. 168, in Gandhi, Teoria
cit., p. CXXXVIII).
La dottrina della violenza riguarda solo l'offesa arrecata da una persona ai
danni di un'altra. Soffrire l'offesa nella propria persona, al contrario, fa
parte dell'essenza della nonviolenza e costituisce l'alternativa alla
violenza contro il prossimo... Cosi' il satyagraha si distingue dalla
resistenza passiva: nella resistenza passiva e' sempre presente l'idea di
molestare la parte avversa e la contemporanea disposizione a sopportare le
sofferenze che da tale azione conseguono; al contrario, nel satyagraha, non
vi e' la piu' lontana idea di arrecare danno all'avversario. Il satyagraha
postula la conquista dell'avversario attraverso la sofferenza nella propria
persona. ("Young India", 8 ottobre 1925, in Gandhi, Teoria cit., p. 6;
Satyagraha in South Africa, pp. 112-114, in Gandhi, Teoria cit., p.18 [il
libro di Gandhi, Satyagraha in South Africa e' ora disponibile in traduzione
italiana: Una guerra senza violenza. La nascita della nonviolenza moderna,
Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2005, il brano dianzi citato e' ivi a
p. 107]).
*
Il digiuno come strumento per risvegliare le coscienze
Il fine della nonviolenza e' sempre di risvegliare in chi commette il male
quello che di migliore c'e' in lui. La sofferenza si rivolge alla parte
migliore dell'anima del malvagio mentre la ritorsione si rivolge alla parte
peggiore. Nelle circostanze adatte il digiuno e' il migliore strumento in
tal senso. Se i politici non si rendono conto dell'efficacia del digiuno in
campo politico cio' e' dovuto al fatto che si tratta di una utilizzazione
inusitata di questa meravigliosa arma. ("Harijan", 26 luglio 1942, in
Gandhi, Teoria cit., p. 187).
Il digiuno e' una potente arma... Esso non puo' essere intrapreso da tutti.
La semplice capacita' fisica di sopportarlo non e' una qualita' sufficiente.
Il digiuno e' completamente inutile senza una profonda fede in Dio. Esso non
deve mai essere uno sforzo meccanico o una semplice imitazione. Deve essere
ispirato dal profondo dell'anima. Per questo e' estremamente raro.
("Harijan", 18 marzo 1939, in Gandhi, Teoria cit., p. 188).
I miei digiuni sono sempre riusciti a risvegliare la coscienza delle persone
che vi partecipavano e di quelle che con essi si cercava di influenzare. Con
quei digiuni non e' stata mai commessa alcuna ingiustizia. In nessun caso in
essi era presente l'idea di esercitare qualsiasi coercizione su qualcuno...
Naturalmente non si puo' negare che i digiuni possono essere realmente
coercitivi. Sono tali i digiuni per scopi egoistici. Un digiuno intrapreso
per estorcere del denaro ad una persona o per qualche altro analogo scopo
personale implica l'esercizio della coercizione o di influenza illecita. Non
esiterei a schierarmi per la resistenza contro tale illecita influenza.
("Harijan", 9 settembre 1933, in Gandhi, Teoria cit., pp. 189-190).
[Cinque giorni prima di venire ucciso, Gandhi accettava di interrompere
l'ennesimo digiuno, dopo aver ottenuto non solo la cessazione di gravi
scontri fra indu' e musulmani nella citta' di Nuova Delhi e in altre parti
dell'India, ma commoventi gesti di riconciliazione e di accoglienza con
reciproci doni tra i contendenti]. La cessazione del digiuno e' avvenuta
secondo l'usuale cerimonia di preghiera, durante la quale sono stati
recitati passi delle sacre scritture giapponesi, musulmane e parsi, seguiti
dal mantra: "Conducimi dalla falsita' alla verita' / dalle tenebre alla luce
/ dalla morte all'immortalita'". Sono state poi cantate dalle giovinette
dell'ashram un inno indu' e l'inno cristiano Quando contemplo l'ammirabile
croce, a cui ha fatto seguito il Ramadhun. Il Maulana Saheb ha portato un
bicchiere di succo di frutta, e Gandhi ha interrotto il digiuno dopo che la
frutta era stata distribuita e divisa tra tutti i presenti. ("Harijan", 25
gennaio 1948, in Gandhi, Teoria cit., p. 351).
*
Il compromesso e la democrazia
E' proprio la mia insistenza sulla verita' che mi ha portato ad apprezzare
la bellezza del compromesso. (Gandhi, citato da Dhawan, The political
philosophy of Mahatma Gandhi, p. 138, in Gandhi, Teoria cit., p. CXX).
Sono essenzialmente un uomo incline al compromesso perche' non sono mai
sicuro di essere nel vero. (Gandhi, citato da Dhawan, The political
philosophy of Mahatma Gandhi, p. 138, in Gandhi, Teoria cit., p. CXX).
L'India sta cercando di sviluppare una vera democrazia, ossia libera dalla
violenza. I nostri strumenti sono quelli del satyagraha che si esprimono nel
Charkha - ossia l'arcolaio -, le industrie di villaggio, l'istruzione
elementare combinata con il lavoro manuale, l'abolizione
dell'intoccabilita', l'armonia delle comunita', e l'organizzazione
nonviolenta dei lavoratori... Questo comporta un impegno di massa e
un'educazione di massa. Abbiamo grandi organizzazioni per portare avanti
queste attivita'. Queste hanno un carattere interamente volontario, e il
loro unico scopo e' il servizio degli umili. ("Harijan", 18 maggio 1940, in
Gandhi, Teoria cit., p. 141).
La mia concezione della democrazia e' che sotto di essa il piu' debole deve
avere le stesse possibilita' del piu' forte. Questo puo' avvenire soltanto
attraverso la nonviolenza... Prendiamo un caso. Negli Stati Uniti la terra
appartiene a pochi capitalisti. Lo stesso avviene in Sud Africa. Queste
grandi proprieta' possono essere mantenute soltanto con la violenza, velata
o aperta. La democrazia occidentale, nelle sue attuali caratteristiche, e'
una forma diluita di nazismo o di fascismo. Al piu' e' un paravento per
mascherare le tendenze naziste e fasciste dell'imperialismo. Perche' oggi vi
e' la guerra, se non per la brama di spartizione delle spoglie del mondo?
("Harijan", 18 maggio 1940, in Gandhi, Teoria cit., p. 140).
*
Le macchine e l'uomo
Come potrei essere contro tutte le macchine quando so che persino il nostro
corpo e' la piu' delicata delle macchine? Il filatoio e' una macchina; uno
stuzzicadenti e' una macchina. Cio' che rifiuto e' il fanatismo per le
macchine; non la macchina in se stessa. Il fanatismo per cio' che viene
definito uno strumento per risparmiare fatica. L'uomo continua a
"risparmiare fatica" mentre migliaia di persone sono senza lavoro e vengono
gettate in strada a morire di fame. Io voglio risparmiare tempo e fatica non
per una parte dell'umanita' ma per tutti. Desidero la concentrazione della
ricchezza non nelle mani di pochi, ma di tutti. Oggi le macchine servono
solo a consentire a pochi di dominare milioni di persone. Il movente di
tutto cio' non e' la filantropia per risparmiare fatica, ma ingordigia. E'
contro questa impostazione delle cose che sto combattendo con tutte le mie
forze. La considerazione suprema e' per l'uomo. La macchina non dovrebbe
portare all'atrofizzazione degli arti dell'uomo. Come esempio faro' delle
debite eccezioni. Consideriamo la macchina da cucire Singer. E' una delle
poche cose utili mai inventate, e la sua stessa invenzione e' un romanzo.
(Hind Swaraj or Indian home rule, Introduzione all'edizione del 1938, trad.
it. Civilta' occidentale e rinascita dell'India, Edizioni del Movimento
Nonviolento, 1984, p. 25).
*
L'odio puo' essere sconfitto solo con l'amore
A quanto mi e' dato di vedere, la bomba atomica ha distrutto i sentimenti
piu' nobili che hanno sostenuto l'umanita' per millenni. Una volta
esistevano le cosiddette leggi di guerra, che rendevano le guerre
tollerabili. Ora abbiamo visto la nuda verita'. La guerra non conosce altra
legge che quella della forza. La bomba atomica ha fatto ottenere una vuota
vittoria agli eserciti alleati, ma ha significato la distruzione dell'anima
del Giappone. E' ancora troppo presto per vedere che cosa e' avvenuto
nell'anima della nazione che ha impiegato la bomba atomica... La morale che
si puo' legittimamente trarre dalla spaventosa tragedia provocata dalla
bomba atomica e' che una bomba non puo' essere distrutta da un'altra bomba,
come la violenza non puo' essere eliminata dalla violenza. Il genere umano
puo' liberarsi dalla violenza soltanto ricorrendo alla nonviolenza. L'odio
puo' essere sconfitto soltanto con l'amore. ("Harijan", 7 luglio 1947, in
Gandhi, Teoria cit., pp. 353-354).
Io saro' contento se, quando qualcuno venisse per uccidermi, io potessi
restare calmo, lasciarmi uccidere e pregare Dio che mi conceda di avere un
buon sentimento per chi mi uccide. (Discussione con alcuni visitatori, New
Delhi 17 luglio1947, in The collected works of Mahatma Gandhi, vol. 88,
Ahmedabad 1983, p. 357).

2. RIFLESSIONE. I COMPITI DELL'UMANITA' NELL'ETA' ATOMICA
[Il seguente articolo e' apparso nel fascicolo di dicembre 2002 del mensile
dell'Associazione italiana amici di Raoul Follereau (Aifo) "Amici dei
lebbrosi" (l'Aifo e' un'associazione umanitaria che invitiamo tutti i nostri
interlocutori a sostenere; per contatti: e-mail: info at aifo.it; sito:
www.aifo.it), ed e' stato gia' ripubblicato anche su questo foglio nel n.
453 del dicembre 2002, ma ci e' parso opportuno riproporlo ancora]

Quando ci viene posta la domanda se il pericolo atomico esista ancora, la
nostra risposta e': esso non abbandonera' mai piu' l'umanita'. Occorre
sapere che da quell'agosto 1945 fino alla fine della civilta' umana questa
minaccia sempre incombera' su tutti noi esseri umani presenti e venturi, e
sempre e sempre dovremo lottare contro di essa.
*
Lo colse e lo seppe dire in modo ineguagliabile Guenther Anders, il
grandissimo filosofo che dedico' l'intera sua vita a lottare contro gli
orrori di Auschwitz e di Hiroshima affinche' non potessero ripetersi mai
piu'.
Ha scritto, tra altri indimenticabili testi, una breve riflessione dal
titolo Tesi sull'eta' atomica, la cui lettura a noi pare imprescindibile
(per i lettori italiani la traduzione perfetta di Renato Solmi e'
disponibile nella rete telematica, e comunque puo' essere richiesta in
formato elettronico al Centro di ricerca per la pace di Viterbo, e-mail:
nbawac at tin.it) [lo abbiamo riproposto piu' volte integralmente su questo
foglio, da ultimo nel n. 1013 - ndr -].
Scrive Anders:
"Hiroshima come stato del mondo. Il 6 agosto 1945, giorno di Hiroshima, e'
cominciata un nuova era: l'era in cui possiamo trasformare in qualunque
momento ogni luogo, anzi la terra intera, in un'altra Hiroshima. Da quel
giorno siamo onnipotenti modo negativo; ma potendo essere distrutti ad ogni
momento, cio' significa anche che da quel giorno siamo totalmente impotenti.
Indipendentemente dalla sua lunghezza e dalla sua durata, quest'epoca e'
l'ultima: poiche' la sua differenza specifica, la possibilita'
dell'autodistruzione del genere umano, non puo' aver fine - che con la fine
stessa.
Eta' finale e fine dei tempi. La nostra vita si definisce quindi come
"dilazione"; siamo quelli-che-esistono-ancora. Questo fatto ha trasformato
il problema morale fondamentale: alla domanda 'Come dobbiamo vivere?' si e'
sostituita quella: "Vivremo ancora?' Alla domanda del "come" c'e' - per noi
che viviamo in questa proroga - una sola risposta: "Dobbiamo fare in modo
che l'eta' finale, che potrebbe rovesciarsi ad ogni momento in fine dei
tempi, non abbia mai fine; o che questo rovesciamento non abbia mai luogo".
Poiche' crediamo alla possibilita' di una "fine dei tempi", possiamo dirci
apocalittici; ma poiche' lottiamo contro l'apocalissi da noi stessi creata,
siamo (e' un tipo che non c'e' mai stato finora) "nemici dell'apocalissi".
Non armi atomiche nella situazione politica, ma azioni politiche nella
situazione atomica. La tesi apparentemente plausibile che nell'attuale
situazione politica ci sarebbero (fra l'altro) anche "armi atomiche", e' un
inganno. Poiche' la situazione attuale e' determinata esclusivamente
dall'esistenza di "armi atomiche", e' vero il contrario: che le cosiddette
azioni politiche hanno luogo entro la situazione atomica.
Non arma ma nemico. Cio' contro cui lottiamo, non e' questo o
quell'avversario che potrebbe essere attaccato o liquidato con mezzi
atomici, ma la situazione atomica in se'. Poiche' questo nemico e' nemico di
tutti gli uomini, quelli che si sono considerati finora come nemici
dovrebbero allearsi contro la minaccia comune. Organizzazioni e
manifestazioni pacifiche da cui sono esclusi proprio quelli con cui si
tratta di creare la pace, si risolvono in ipocrisia, presunzione compiaciuta
e spreco di tempo".
Cosi' l'incipit di questo fondamentale saggio, ma tutto il testo e' da
leggere e meditare.
*
Ma anche un altro grande uomo di pace, Ernesto Balducci, seppe cogliere ed
enunciare le novita' tremende e ineludibili dell'eta' atomica: in un
discorso che tenne nel 1981, e che poi riprese come introduzione in quel
magnifico suo manuale scolastico che e' La pace. Realismo di un'utopia,
Balducci ci parlava delle "tre verita' di Hiroshima", e scriveva:
"Le condizioni di fatto sono radicalmente mutate. L'umanita' e' entrata in
un tempo nuovo nel momento stesso in cui si e' trovata di fronte al dilemma:
o mutare il modo di pensare o morire. Essa vive ormai sulla soglia di una
mutazione, nel senso forte che ha il termine in antropologia.
Non serve obiettare, contro il dilemma, che la mutazione non e' avvenuta e
noi siamo vivi! Non e' forse vero che l'abisso si e' spaventosamente
allargato dinanzi a noi? D'altronde le mutazioni non avvengono con ritmi
serrati e uniformi. In ogni caso si puo' gia' dire, con fondatezza, che si
sono andate generalizzando alcune certezze in cui e' facile scoprire il
riflesso del messaggio di Hiroshima e dunque un qualche inizio della
mutazione.
La prima verita' contenuta in quel messaggio e' che il genere umano ha un
destino unico di vita o di morte. Sul momento fu una verita' intuitiva, di
natura etica, ma poi, crollata l'immagine eurocentrica della storia, essa si
e' dispiegata in evidenze di tipo induttivo la cui esposizione più recente e
piu' organica e' quella del Rapporto Brandt. L'unita' del genere umano e'
ormai una verita' economica. Le interdipendenze che stringono il Nord e il
Sud del pianeta, attentamente esaminate, svelano che non e' il Sud a
dipendere dal Nord ma e' il Nord che dipende dal Sud. Innanzitutto per il
fatto che la sua economia dello spreco e' resa possibile dalla metodica
rapina a cui il Sud e' sottoposto e poi, piu' specificamente, perche' esiste
un nesso causale tra la politica degli armamenti e il persistere, anzi
l'aggravarsi, della spaventosa piaga della fame. Pesano ancora nella nostra
memoria i 50 milioni di morti dell'ultima guerra, ma cominciano anche a
pesarci i morti che la fame sta facendo: 50 milioni, per l'appunto, nel solo
anno 1979. E piu' comincia a pesare il fatto, sempre meglio conosciuto, che
la morte per fame non e' un prodotto fatale dell'avarizia della natura o
dell'ignavia degli uomini, ma il prodotto della struttura economica
internazionale che riversa un'immensa quota dei profitti nell'industria
delle armi: 450 miliardi di dollari nel suddetto anno 1979 e cioe' 10 volte
di piu' del necessario per eliminare la fame nel mondo. Questo ora si sa.
Adamo ed Eva ora sanno di essere nudi. Gli uomini e le donne che, fosse pure
soltanto come elettori, tengono in piedi questa struttura di violenza, non
hanno piu' la coscienza tranquilla.
La seconda verita' di Hiroshima e' che ormai l'imperativo morale della pace,
ritenuta da sempre come un ideale necessario anche se irrealizzabile, e'
arrivato a coincidere con l'istinto di conservazione, il medesimo istinto
che veniva indicato come radice inestirpabile dell'aggressivita'
distruttiva. Fino ad oggi e' stato un punto fermo che la sfera della morale
e quella dell'istinto erano tra loro separate, conciliabili solo mediante
un'ardua disciplina e solo entro certi limiti: fuori di quei limiti accadeva
la guerra, che la coscienza morale si limitava a deprecare come un malum
necessarium. Ma le prospettive attuali della guerra tecnologica sono tali
che la voce dell'istinto di conservazione (di cui la paura e' un sintomo non
ignobile) e la voce della coscienza sono diventate una sola voce. Non era
mai capitato. Anche per questi nuovi rapporti fra etica e biologia, la
storia sta cambiando di qualita'.
La terza verita' di Hiroshima e' che la guerra e' uscita per sempre dalla
sfera della razionalita'. Non che la guerra sia mai stata considerata, salvo
in rari casi di sadismo culturale, un fatto secondo ragione, ma sempre le
culture dominanti l'hanno ritenuta quanto meno come una extrema ratio, e
cioe' come uno strumento limite della ragione. E difatti, nelle nostre
ricostruzioni storiografiche, il progresso dei popoli si avvera attraverso
le guerre. Per una specie di eterogenesi dei fini - per usare il linguaggio
di Benedetto Croce - l'"accadimento" funesto generava l'"avvenimento"
fausto. Ma ora, nell'ipotesi atomica, l'accadimento non genererebbe nessun
avvenimento. O meglio, l'avvenimento morirebbe per olocausto nel grembo
materno dell'accadimento.
Queste tre verita' non trovano il loro giusto contesto nella cultura e nella
pratica politica ancora dominanti. Il pacifismo che esse prefigurano e'
anch'esso di tipo nuovo, non in continuita' con quello tradizionale".
*
E con chiarezza cristallina nella sua lettera ai giudici del 1965, il priore
di Barbiana, don Lorenzo Milani, seppe descrivere la situazione presente: "A
più riprese gli scienziati ci hanno avvertiti che e' in gioco la
sopravvivenza della specie umana. (Per esempio Linus Pauling premio Nobel
per la chimica e per la pace). E noi stiamo qui a questionare se al soldato
sia lecito o no distruggere la specie umana?".
La riflessione morale odierna non puo' piu' eludere i temi che la tecnologia
atomica, le armi di sterminio di massa, la contaminazione dell'ambiente
pongono alla coscienza umana; si veda ad esempio il fondamentale libro di
Hans Jonas, Il principio responsabilita'.
Le armi atomiche, come tutte le armi di distruzione di massa, sono nemiche
dell'umanita'. Tutte le armi, in quanto intese a ferire ed uccidere esseri
umani, sono nemiche dell'umanita'.
Cosicche' un impegno a tutti e' richiesto oggi, se l'umanita' intera, oltre
che l'umanita' che e' in noi stessi individualmente considerati, ci sta a
cuore: opporci alle armi: al loro uso, al loro commercio, alla loro
produzione.
Se la memoria non mi inganna fu Einstein a dire una volta che non sapeva con
quali armi sarebbe stata combattuta la terza guerra mondiale, ma quanto alla
quarta era certo che sarebbe stata combattuta con le clave. Se vogliamo
impedire stragi immani e un regresso alla preistoria tra dolori indicibili
per la superstite umanita', dobbiamo impedire le guerre, e per impedirle
dobbiamo impegnarci tutti per il disarmo.
*
Ma opporsi alle guerre, agire il disarmo, richiede un impegno ulteriore,
anzi due:
a) un impegno di costruzione della pace e di gestione esclusivamente civile
dei conflitti, che e' possibile ad una sola condizione: la scelta della
nonviolenza;
b) un impegno a pensare e inverare modelli di difesa - dei territori, delle
societa' e dei diritti - che siano alternativi a quelli militari e che siano
non meno ma piu' efficaci: questi modelli esistono gia', sono quell'insieme
di esperienze storiche e di proposte operative che chiamiamo difesa popolare
nonviolenta, verso cui occorre orientare al piu' presto la politica della
difesa del nostro e di ogni paese.
Poiche' solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita' dalla catastrofe. Gandhi
lo colse molto prima di Hiroshima; dopo Hiroshima ogni coscienza illuminata
lo sa.
*
Alcune letture particolarmente utili sono le seguenti:
- Guenther Anders, Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki,
Einaudi, Torino 1961 (con in appendice le Tesi sull'eta' atomica);
- Guenther Anders e Claude Eatherly, Il pilota di Hiroshima, ovvero: la
coscienza al bando, Einaudi, Torino 1962, Linea d'Ombra, Milano 1992;
- Hannah Arendt, Vita activa, Bompiani, Milano 1964, 1994;
- Ernesto Balducci, Lodovico Grassi, La pace. Realismo di un'utopia,
Principato, Milano 1983;
- Norberto Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino,
Bologna 1979, 1984; Il terzo assente, Sonda, Torino-Millano 1989;
- Adriano Buzzati-Traverso, Morte nucleare in Italia, Laterza, Roma-Bari
1982;
- Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi, Milano 1981, Bompiani, Milano
1988; La coscienza delle parole, Adelphi, Milano 1984;
- Documenti del processo di don Milani, L'obbedienza non e' piu' una virtu',
Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1969 (raccolta di materiali più volte
ristampata dallo stesso e da altri editori);
- Theodor Ebert, La difesa popolare nonviolenta, Edizioni Gruppo Abele,
Torino 1984;
- Hans Jonas, Il principio responsabilita', Einaudi, Torino 1990, 1993;
- Robert Jungk, Gli apprendisti stregoni, Einaudi, Torino 1958, 1982;
- Domenico Gallo, Dal dovere di obbedienza al diritto di resistenza,
Edizioni del Movimento Nonviolento, Perugia 1985;
- Mohandas K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino
1973, 1996;
- Enrico Peyretti, Difesa senza guerra. Bibliografia storica delle lotte
nonarmate e nonviolente, in "La nonviolenza e' in cammino", n. 390 del 20
ottobre 2002;
- Giuliano Pontara, Etica e generazioni future, Laterza, Roma-Bari 1995;
- Arundhati Roy, Guerra e' pace, Guanda, Parma 2002;
- Bertrand Russell, L'autobiografia, 3 voll., Longanesi, Milano 1969, 1971;
- Gene Sharp, Politica dell'azione nonviolenta, 3 voll., Edizioni Gruppo
Abele, Torino 1985-1997;
- Edward P. Thompson, Opzione zero, Einaudi, Torino 1983;
- Simone Weil, L'Iliade poema della forza, in Eadem, La Grecia e le
intuizioni precristiane, Rusconi, Milano 1974;
- Virginia Woolf, Le tre ghinee, La Tartaruga, Milano 1975, Feltrinelli,
Milano 1987.
*
Alcuni film particolarmente interessanti sono i seguenti:
- Stanley Kubrick, Il dottor Stranamore, 1963;
- Akira Kurosawa, Sogni, 1990; Rapsodia d'agosto, 1991;
- Alain Resnais, Hiroshima mon amour, 1959.
*
Alcuni riferimenti particolarmente utili sono i seguenti:
- Centro di ricerca per la pace di Viterbo, e-mail: nbawac at tin.it
- IPPNW, sito: www.ippnw.org
- Movimento Nonviolento, sito: www.nonviolenti.org
- Peacelink, sito: www.peacelink.it

3. GLI OSSIMORI DI STRAMBOTTO
I pacifisti col passamontagne.
I partiti bombardieri per la pace.
I difensori dei diritti umani che hanno aperto i campi di concentramento.

4. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

5. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1036 del 28 agosto 2005

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