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La nonviolenza e' in cammino. 1039



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1039 del 31 agosto 2005

Sommario di questo numero:
1. Manuela Dviri: Dietro il filo spinato
2. Il primo settembre a Bolzano per sostenere il referendum brasiliano
contro il commercio delle armi
3. Lorenzo Milani, lettera ai cappellani militari
4. George Lakey: La spada che guarisce: una difesa della nonviolenza attiva
(parte prima)
5. Una postilla al saggio di George Lakey
6. Emilia Ferreiro: L'altro che pensa. Il bambino come interlocutore
intellettuale
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. MAESTRE. MANUELA DVIRI: DIETRO IL FILO SPINATO
[Da Manuela Dviri, Vita nella terra di latte e miele, Ponte alle grazie,
Milano 2004, p. 160. Manuela Dviri Vitali Norsa, nata a Padova nel 1949,
dopo il matrimonio si e' trasferita in Israele dedicandosi all'insegnamento;
giornalista e scrittrice, e' impegnata nel movimento pacifista israeliano;
"Dal giorno della morte in territorio libanese del figlio ventenne,
Jonathan, durante il servizio di leva, Manuela Dviri e' diventata una
importante esponente del movimento pacifista israeliano e tra i sostenitori
del dialogo e la collaborazione tra la societa' israeliana e palestinese.
Giornalista e scrittrice... e' stata tra le esponenti del gruppo delle
'quattro madri' per il ritiro delle truppe israeliane dalla striscia di
sicurezza libanese, poi avvenuto nel 2000. Pubblica su vari giornali
israeliani e sul 'Corriere della Sera'" ("Il manifesto"). Opere di Manuela
Dviri: La guerra negli occhi, Avagliano Editore, Cava de' Tirreni 2003; Vita
nella terra di latte e miele, Ponte alle grazie, Milano 2004]

Non c'e' forza, non c'e' dignita', non c'e' rispetto di se', quando si nega
dignita' all'altro, al diverso...non c'e' liberta' dietro il filo spinato:
ne' per chi sta da una parte ne' per chi sta dall'altra... no... io non
posso accettare i muri, il silenzio, l'annientamento di ogni speranza, la
riduzione di chi ti sta vicino a gente capace di nutrirsi solo di un
linguaggio di morte. L'accettazione dell'orrore fa anche di me un essere
svuotato, uno zombie ripugnante.

2. INIZIATIVE. IL PRIMO SETTEMBRE A BOLZANO PER SOSTENERE IL REFERENDUM
BRASILIANO CONTRO IL COMMERCIO DELLE ARMI
[Ringraziamo Francesco Comina (per contatti: f.comina at ladige.it) per averci
inviato il seguente comunicato del Centro per la Pace - Zentrum fuer den
Frieden, Werkstatt fuer Frieden und Gewaltfreiheit - Laboratorio di pace e
nonviolenza di Bolzano - Bozen (per contatti: tel. 0471402382, fax:
0471404751, e-mail: welapax at hotmail.com). Per sostenere la campagna per il
"si'" al referendum brasiliano per vietare il commercio delle armi, si puo'
contattare Francesco Comina in Italia (e-mail: f.comina at ladige.it) e padre
Ermanno Allegri in Brasile (sito: www.adital.org.br)]

Il 23 ottobre in Brasile si terra' un referendum popolare che avra' grosse
ripercussioni in tutto il mondo. Dopo la campagna lanciata dal presidente
Lula per una consegna spontanea delle armi da fuoco, che ha avuto molto
successo, i parlamentari del Pt (Partito dei lavoratori) hanno deciso di
chiamare alle urne il popolo brasiliano per decidere se sara' lecito o no il
commercio delle armi da fuoco e munizioni cosi' come sta avvenendo ora. Il
quesito referendario e' questo: "Volete che il commercio delle armi da fuoco
e munizioni venga proibito in Brasile?". Il "si'" chiede la proibizione del
commercio delle armi, il "no" invece punta a mantenere la situazione
attuale.
Il missionario bolzanino Eermanno Allegri e' stato incaricato dai gruppi di
base del Brasile, insieme al fratello Lino e a Pierluigi Sartorel (altro
missionario bolzanino a Fortaleza da oltre trent'anni), di fare da punti di
riferimento della campagna per il "si'", ossia per la fine del commercio
delle armi.
Un mese fa i missionari bolzanini hanno chiesto aiuto al Centro per la pace
del Comune di Bolzano affinche' tale ente potesse rilanciare in Italia le
ragioni del "si'" e sensibilizzare l'opinione pubblica italiana. In seno al
Centro per la pace e' sorto un gruppo di lavoro che si e' subito messo in
collegamento con le reti italiani per il disarmo e ora lavora per
organizzare una serie di iniziative a favore del "si'" al referendum
brasiliano, su tutto il territorio italiano.
La presenza di Lino Allegri a Bolzano gia' dall'inizio di settembre e poi
l'arrivo di Pierluigi Sartorel (il 6 settembre) sono particolarmente
importanti perche' consentono di portare le ragioni del referendum
brasiliano in vari contesti attivi in Italia sul tema della pace e del
disarmo (marcia della pace Perugia Assisi ecc.). Fra l'altro gia' molte
associazioni stanno rilanciando la campagna brasiliana contro il commercio
delle armi anche su tutto il territorio coinvolgendo anche alcune
personalita' di spicco del panorama politico e culturale del nostro paese.
Per spiegare nei dettagli i motivi dell'importanza di tale referendum e'
stata organizzata' una conferenza stampa con la presenza di don Lino
Allegri, giovedi' primo settembre alle ore 10,30 a Bolzano nella sede del
Centro per la pace a palazzo Altmann (piazza Gries 18).
Nel corso della conferenza stampa verra' presentata la serata di venerdi' 2
settembre in cui si terra' una conferenza di Lino Allegri e la proiezione
del film "Cidade de Deus" (La citta' di Dio), che racconta la terribile
violenza in una favela di Rio de Janeiro.

3. DOCUMENTI. LORENZO MILANI, LETTERA AI CAPPELLANI MILITARI
[Il testo seguente, la "Lettera ai cappellani militari toscani che hanno
sottoscritto il comunicato dell'11 febbraio 1965", uno dei documenti
raccolti ne L'obbedienza non e' piu' una virtu', abbiamo gia' riproposto
(riprendendolo dal sito http://www.etruria.org/nonsololibri/milani) nel n.
109 di questo foglio. Lorenzo Milani nacque a Firenze nel 1923, proveniente
da una famiglia della borghesia intellettuale, ordinato prete nel 1947.
Opera dapprima a S. Donato a Calenzano, ove realizza una scuola serale
aperta a tutti i giovani di estrazione popolare e proletaria, senza
discriminazioni politiche. Viene poi trasferito punitivamente a Barbiana nel
1954. Qui realizza l'esperienza della sua scuola. Nel 1958 pubblica
Esperienze pastorali, di cui la gerarchia ecclesiastica ordinera' il ritiro
dal commercio. Nel 1965 scrive la lettera ai cappellani militari da cui
derivera' il processo i cui atti sono pubblicati ne L'obbedienza non e' piu'
una virtu'. Muore dopo una lunga malattia nel 1967; era appena uscita la
Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana. L'educazione come
pratica di liberazione, la scelta di classe dalla parte degli oppressi,
l'opposizione alla guerra, la denuncia della scuola classista che discrimina
i poveri: sono alcuni dei temi su cui la lezione di don Milani resta di
grande valore. Opere di Lorenzo Milani e della scuola di Barbiana:
Esperienze pastorali, L'obbedienza non e' piu' una virtu', Lettera a una
professoressa, pubblicate tutte presso la Libreria Editrice Fiorentina
(Lef). Postume sono state pubblicate le raccolte di Lettere di don Lorenzo
Milani priore di Barbiana, Mondadori; le Lettere alla mamma, Mondadori; e
sempre delle lettere alla madre l'edizione critica, integrale e annotata,
Alla mamma. Lettere 1943-1967, Marietti. Altri testi sono apparsi
sparsamente in volumi di diversi autori. La casa editrice Stampa Alternativa
ha meritoriamente effettuato nell'ultimo decennio la ripubblicazione di vari
testi milaniani in edizioni ultraeconomiche e criticamente curate. La Emi ha
recentemente pubblicato, a cura di Giorgio Pecorini, lettere, appunti e
carte varie inedite di don Lorenzo Milani nel volume I care ancora. Opere su
Lorenzo Milani: sono ormai numerose; fondamentali sono: Neera Fallaci, Vita
del prete Lorenzo Milani. Dalla parte dell'ultimo, Rizzoli, Milano 1993;
Giorgio Pecorini, Don Milani! Chi era costui?, Baldini & Castoldi, Milano
1996; Mario Lancisi (a cura di), Don Lorenzo Milani: dibattito aperto,
Borla, Roma 1979; Ernesto Balducci, L'insegnamento di don Lorenzo Milani,
Laterza, Roma-Bari 1995; Gianfranco Riccioni, La stampa e don Milani, Lef,
Firenze 1974; Antonio Schina (a cura di), Don Milani, Centro di
documentazione di Pistoia, 1993. Un repertorio bibliografico sintetico e' in
Peppe Sini, Don Milani e l'educazione alla pace, Centro di ricerca per la
pace, Viterbo 1998. Segnaliamo anche l'interessante fascicolo monografico di
"Azione nonviolenta" del giugno 1997. Segnaliamo anche il fascicolo Don
Lorenzo Milani, maestro di liberta', supplemento a "Conquiste del lavoro",
n. 50 del 1987. Tra i testi apparsi di recente: il testo su don Milani di
Michele Ranchetti nel suo libro Gli ultimi preti, Edizioni cultura della
pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1997; David Maria Turoldo, Il mio amico
don Milani, Servitium, Sotto il Monte (Bg) 1997; Liana Fiorani, Don Milani
tra storia e attualita', Lef, Firenze 1997, poi Centro don Milani, Firenze
1999; AA. VV., Rileggiamo don Lorenzo Milani a trenta anni dalla sua morte,
Comune di Rubano 1998; Centro documentazione don Lorenzo Milani e scuola di
Barbiana, Progetto Lorenzo Milani: il maestro, Firenze 1998; Liana Fiorani,
Dediche a don Milani, Qualevita, Torre dei Nolfi (Aq) 2001; Edoardo
Martinelli, Pedagogia dell'aderenza, Polaris, Vicchio di Mugello (Fi) 2002;
Marco Moraccini (a cura di), Scritti su Lorenzo Milani. Una antologia
critica, Il Grandevetro - Jaca Book, Santa Croce sull'Arno (Pi) - Milano
2002]

Da tempo avrei voluto invitare uno di voi a parlare ai miei ragazzi della
vostra vita. Una vita che i ragazzi e io non capiamo.
Avremmo pero' voluto fare uno sforzo per capire e soprattutto domandarvi
come avete affrontato alcuni problemi pratici della vita militare. Non ho
fatto in tempo a organizzare questo incontro tra voi e la mia scuola.
Io l'avrei voluto privato, ma ora che avete rotto il silenzio voi, e su un
giornale, non posso fare a meno di farvi quelle stesse domande
pubblicamente.
Primo, perche' avete insultato dei cittadini che noi e molti altri
ammiriamo. E nessuno, ch'io sappia, vi aveva chiamati in causa. A meno di
pensare che il solo esempio di quella loro eroica coerenza cristiana bruci
dentro di voi una qualche vostra incertezza interiore.
Secondo, perche' avete usato, con estrema leggerezza e senza chiarirne la
portata, vocaboli che sono piu' grandi di voi.
Nel rispondermi badate che l'opinione pubblica e' oggi piu' matura che in
altri tempi e non si contentera' ne' d'un vostro silenzio, ne' d'una
risposta generica che sfugga alle singole domande. Paroloni sentimentali o
volgari insulti agli obiettori o a me non sono argomenti. Se avete argomenti
saro' ben lieto di darvene atto e di ricredermi se nella fretta di scrivere
mi fossero sfuggite cose non giuste.
Non discutero' qui l'idea di Patria in se'. Non mi piacciono queste
divisioni.
Se voi pero' avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri
allora vi diro' che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto
di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e
oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei
stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia,
di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente
squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i
poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei
mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine
per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che
approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.
Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le
giustificherete alla luce del Vangelo o della Costituzione. Ma rispettate
anche voi le idee degli altri. Soprattutto se son uomini che per le loro
idee pagano di persona.
Certo ammetterete che la parola Patria e' stata usata male molte volte.
Spesso essa non e' che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo
studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori
ben piu' alti di lei.
Non voglio in questa lettera riferirmi al Vangelo. E' troppo facile
dimostrare che Gesu' era contrario alla violenza e che per se' non accetto'
nemmeno la legittima difesa.
Mi riferiro' piuttosto alla Costituzione.
Articolo 11 "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla
liberta' degli altri popoli...".
Articolo 52 "La difesa della Patria e' sacro dovere del cittadino".
Misuriamo con questo metro le guerre cui e' stato chiamato il popolo
italiano in un secolo di storia.
Se vedremo che la storia del nostro esercito e' tutta intessuta di offese
alle Patrie degli altri dovrete chiarirci se in quei casi i soldati dovevano
obbedire o obiettare quel che dettava la loro coscienza. E poi dovrete
spiegarci chi difese piu' la Patria e l'onore della Patria: quelli che
obiettarono o quelli che obbedendo resero odiosa la nostra Patria a tutto il
mondo civile? Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel
pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L'obbedienza a
ogni costo? E se l'ordine era il bombardamento dei civili, un'azione di
rappresaglia su un villaggio inerme, l'esecuzione sommaria dei partigiani,
l'uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura,
l'esecuzione d'ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le
decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato della Patria e fucilarlo per
incutere terrore negli altri soldati della Patria), una guerra di evidente
aggressione, l'ordine d'un ufficiale ribelle al popolo sovrano, la
repressione di manifestazioni popolari?
Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra.
Quando ve ne sono capitate davanti agli occhi o avete mentito o avete
taciuto. O volete farci credere che avete volta volta detto la verita' in
faccia ai vostri "superiori" sfidando la prigione o la morte? se siete
ancora vivi e graduati e' segno che non avete mai obiettato a nulla. Del
resto ce ne avete dato la prova mostrando nel vostro comunicato di non avere
la piu' elementare nozione del concetto di obiezione di coscienza.
Non potete non pronunciarvi sulla storia di ieri se volete essere, come
dovete essere, le guide morali dei nostri soldati. Oltre a tutto la Patria,
cioe' noi, vi paghiamo o vi abbiamo pagato anche per questo. E se manteniamo
a caro prezzo (1.000 miliardi l'anno) l'esercito, e' solo perche' difenda
colla Patria gli alti valori che questo concetto contiene: la sovranita'
popolare, la liberta', la giustizia. E allora (esperienza della storia alla
mano) urgeva piu' che educaste i nostri soldati all'obiezione che
all'obbedienza.
L'obiezione in questi 100 anni di storia l'han conosciuta troppo poco.
L'obbedienza, per disgrazia loro e del mondo, l'han conosciuta anche troppo.
Scorriamo insieme la storia. Volta volta ci direte da che parte era la
Patria, da che parte bisognava sparare, quando occorreva obbedire e quando
occorreva obiettare.
1860. Un esercito di napoletani, imbottiti dell'idea di Patria, tento' di
buttare a mare un pugno di briganti che assaliva la sua Patria. Fra quei
briganti c'erano diversi ufficiali napoletani disertori della loro Patria.
Per l'appunto furono i briganti a vincere. Ora ognuno di loro ha in qualche
piazza d'Italia un monumento come eroe della Patria.
A 100 anni di distanza la storia si ripete: l'Europa e' alle porte.
La Costituzione e' pronta a riceverla: "L'Italia consente alle limitazioni
di sovranita' necessarie...". I nostri figli rideranno del vostro concetto
di Patria, cosi' come tutti ridiamo della Patria Borbonica. I nostri nipoti
rideranno dell'Europa. Le divise dei soldati e dei cappellani militari le
vedranno solo nei musei.
La guerra seguente 1866 fu un'altra aggressione. Anzi c'era stato un accordo
con il popolo piu' attaccabrighe e guerrafondaio del mondo per aggredire
l'Austria insieme.
Furono aggressioni certo le guerre (1867-1870) contro i Romani i quali non
amavano molto la loro secolare Patria, tant'e' vero che non la difesero. Ma
non amavano molto neanche la loro nuova Patria che li stava aggredendo,
tant'e' vero che non insorsero per facilitarle la vittoria. Il Gregorovius
spiega nel suo diario: "L'insurrezione annunciata per oggi, e' stata
rinviata a causa della pioggia".
Nel 1898 il Re "Buono" onoro' della Gran Croce Militare il generale Bava
Beccaris per i suoi meriti in una guerra che e' bene ricordare. L'avversario
era una folla di mendicanti che aspettavano la minestra davanti a un
convento a Milano. Il Generale li prese a colpi di cannone e di mortaio solo
perche' i ricchi (allora come oggi) esigevano il privilegio di non pagare
tasse. Volevano sostituire la tassa sulla polenta con qualcosa di peggio per
i poveri e di meglio per loro. Ebbero quel che volevano. I morti furono 80,
i feriti innumerevoli. Fra i soldati non ci fu ne' un ferito ne' un
obiettore. Finito il servizio militare tornarono a casa a mangiar polenta.
Poca perche' era rincarata.
Eppure gli ufficiali seguitarono a farli gridare "Savoia" anche quando li
portarono a aggredire due volte (1896 e 1935) un popolo pacifico e lontano
che certo non minacciava i confini della nostra Patria. Era l'unico popolo
nero che non fosse ancora appestato dalla peste del colonialismo europeo.
Quando si battono bianchi e neri siete coi bianchi? Non vi basta di imporci
la Patria Italia? Volete imporci anche la Patria Razza Bianca? Siete di quei
preti che leggono la Nazione? Stateci attenti perche' quel giornale
considera la vita d'un bianco piu' che quella di 100 neri. Avete visto come
ha messo in risalto l'uccisione di 60 bianchi nel Congo, dimenticando di
descrivere la contemporanea immane strage di neri e di cercarne i mandanti
qui in Europa?
Idem per la guerra di Libia.
Poi siamo al '14. L'Italia aggredi' l'Austria con cui questa volta era
alleata.
Battisti era un Patriota o un disertore? E' un piccolo particolare che va
chiarito se volete parlare di Patria. Avete detto ai vostri ragazzi che
quella guerra si poteva evitare? Che Giolitti aveva la certezza di poter
ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti?
Che la stragrande maggioranza della Camera era con lui (450 su 508)? Era
dunque la Patria che chiamava alle armi? E se anche chiamava, non chiamava
forse a una "inutile strage"? (l'espressione non e' d'un vile obiettore di
coscienza ma d'un Papa canonizzato).
Era nel '22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l'esercito non
la difese. Stette a aspettare gli ordini che non vennero. Se i suoi preti
l'avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece che con l'Obbedienza
"cieca, pronta, assoluta" quanti mali sarebbero stati evitati alla Patria e
al mondo (50.000.000 di morti). Cosi' la Patria ando' in mano a un pugno di
criminali che violo' ogni legge umana e divina e riempiendosi la bocca della
parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo. In quei tragici anni quei
sacerdoti che non avevano in mente e sulla bocca che la parola sacra
"Patria", quelli che di quella parola non avevano mai voluto approfondire il
significato, quelli che parlavano come parlate voi, fecero un male immenso
proprio alla Patria (e, sia detto incidentalmente, disonorarono anche la
Chiesa).
Nel '36 50.000 soldati italiani si trovarono imbarcati verso una nuova
infame aggressione: Avevano avuto la cartolina di precetto per andar
"volontari" a aggredire l'infelice popolo spagnolo.
Erano corsi in aiuto d'un generale traditore della sua Patria, ribelle al
suo legittimo governo e al popolo suo sovrano. Coll'aiuto italiano e al
prezzo d'un milione e mezzo di morti riusci' a ottenere quello che volevano
i ricchi: blocco dei salari e non dei prezzi, abolizione dello sciopero, del
sindacato, dei partiti, d'ogni liberta' civile e religiosa.
Ancor oggi, in sfida al resto del mondo, quel generale ribelle imprigiona,
tortura, uccide (anzi garrota) chiunque sia reo d'aver difeso allora la
Patria o di tentare di salvarla oggi. Senza l'obbedienza dei "volontari"
italiani tutto questo non sarebbe successo.
Se in quei tristi giorni non ci fossero stati degli italiani anche
dall'altra parte, non potremmo alzar gli occhi davanti a uno spagnolo. Per l
'appunto questi ultimi erano italiani ribelli e esuli dalla loro Patria.
Gente che aveva obiettato.
Avete detto ai vostri soldati cosa devono fare se gli capita un generale
tipo Franco? Gli avete detto che agli ufficiali disobbedienti al popolo loro
sovrano non si deve obbedire?
Poi dal '39 in la' fu una frana: i soldati italiani aggredirono una dopo
l'altra altre sei Patrie che non avevano certo attentato alla loro (Albania,
Francia, Grecia, Egitto, Jugoslavia, Russia).
Era una guerra che aveva per l'Italia due fronti. L'uno contro il sistema
democratico. L'altro contro il sistema socialista. Erano e sono per ora i
due sistemi politici piu' nobili che l'umanita' si sia data.
L'uno rappresenta il piu' alto tentativo dell'umanita' di dare, anche su
questa terra, liberta' e dignita' umana ai poveri.
L'altro il piu' alto tentativo dell'umanita' di dare, anche su questa terra,
giustizia e eguaglianza ai poveri.
Non vi affannate a rispondere accusando l'uno o l'altro sistema dei loro
vistosi difetti e errori. Sappiamo che son cose umane. Dite piuttosto cosa
c'era di qua dal fronte. Senza dubbio il peggior sistema politico che
oppressori senza scrupoli abbiano mai potuto escogitare. Negazione d'ogni
valore morale, di ogni liberta' se non per i ricchi e per i malvagi.
Negazione d'ogni giustizia e d'ogni religione. Propaganda dell'odio e
sterminio d'innocenti. Fra gli altri lo sterminio degli ebrei (la Patria del
Signore dispersa nel mondo e sofferente).
Che c'entrava la Patria con tutto questo? e che significato possono piu'
avere le Patrie in guerra da che l'ultima guerra e' stata un confronto di
ideologie e non di patrie?
Ma in questi cento anni di storia italiana c'e' stata anche una guerra
"giusta" (se guerra giusta esiste). L'unica che non fosse offesa delle
altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana.
Da un lato c'erano dei civili, dall'altra dei militari. Da un lato soldati
che avevano obbedito, dall'altra soldati che avevano obiettato.
Quali dei due contendenti erano, secondo voi, i "ribelli", quali i
"regolari"?
E' una nozione che urge chiarire quando si parla di Patria. Nel Congo p. es.
quali sono i "ribelli"?
Poi per grazia di Dio la nostra Patria perse l'ingiusta guerra che aveva
scatenato. Le Patrie aggredite dalla nostra Patria riuscirono a ricacciare i
nostri soldati.
Certo dobbiamo rispettarli. Erano infelici contadini o operai trasformati in
aggressori dall'obbedienza militare. Quell'obbedienza militare che voi
cappellani esaltate senza nemmeno un "distinguo" che vi riallacci alla
parola di San Pietro: "Si deve obbedire agli uomini o a Dio?". E intanto
ingiuriate alcuni pochi coraggiosi che son finiti in carcere per fare come
ha fatto San Pietro.
In molti paesi civili (in questo piu' civili del nostro) la legge li onora
permettendo loro di servir la Patria in altra maniera. Chiedono di
sacrificarsi per la Patria piu' degli altri, non meno. Non e' colpa loro se
in Italia non hanno altra scelta che di servirla oziando in prigione.
Del resto anche in Italia c'e' una legge che riconosce un'obiezione di
coscienza. E' proprio quel Concordato che voi volevate celebrare. Il suo
terzo articolo consacra la fondamentale obiezione di coscienza dei Vescovi e
dei Preti.
In quanto agli altri obiettori, la Chiesa non si e' ancora pronunziata ne'
contro di loro ne' contro di voi. La sentenza umana che li ha condannati
dice solo che hanno disobbedito alla legge degli uomini, non che son vili.
Chi vi autorizza a rincarare la dose? E poi a chiamarli vili non vi viene in
mente che non s'e' mai sentito dire che la vilta' sia patrimonio di pochi,
l'eroismo patrimonio dei piu'?
Aspettate a insultarli. Domani forse scoprirete che sono dei profeti. Certo
il luogo dei profeti e' la prigione, ma non e' bello star dalla parte di chi
ce li tiene.
Se ci dite che avete scelto la missione di cappellani per assistere feriti e
moribondi, possiamo rispettare la vostra idea. Perfino Gandhi da giovane
l'ha fatto. Piu' maturo condanno' duramente questo suo errore giovanile.
Avete letto la sua vita?
Ma se ci dite che il rifiuto di difendere se stesso e i suoi secondo
l'esempio e il comandamento del Signore e' "estraneo al comandamento
cristiano dell'amore" allora non sapete di che Spirito siete! che lingua
parlate? come potremo intendervi se usate le parole senza pesarle? se non
volete onorare la sofferenza degli obiettori, almeno tacete!
Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: Auspichiamo
che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria
di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si
son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Liberta', Verita'.
Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano
non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verita' e
l'errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima.
Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro
colpa da una propaganda d'odio, si son sacrificati per il solo malinteso
ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale
umano.
Lorenzo Milani sac.

4. RIFLESSIONE. GEORGE LAKEY: LA SPADA CHE GUARISCE: UNA DIFESA DELLA
NONVIOLENZA ATTIVA (PARTE PRIMA)
[Dal bel mensile diretto da Goffredo Fofi "Lo straniero", n. 18,  ottobre
2001 (sito: www.lostraniero.net). Su George Lakey riportiamo dalla stessa
rivista la seguente breve presentazione: "George Lakey e' direttore di
'Training for Change'. E' stato trainer alla 'Martin Luther King School fors
Social Change' e ha partecipato a numerose azioni di disobbedienza civile:
insieme a minatori, metalmeccanici, homeless, carcerati, gay e lesbiche
russe, attivisti sudafricani e srilankesi. E' stato co-fondatore del
Movimento per una nuova societa', che negli ultimi vent'anni ha sperimentato
forme di lotta innovative, ed e' autore di A manual for direct action, opera
che fu ritenuta fondamentale dal movimento per i diritti civili nel Sud
negli anni Sessanta. L'articolo che segue mette in discussione il libro di
Ward Churchill Pacifism as Pathology: Reflections on the Role of Armed
Struggle in North America , Arbeiter Ring Winnipeg, Canada 1998"]

Il libro di Ward Churchill dal titolo Pacifismo come patologia: Riflessioni
sul ruolo della lotta armata in Nord America e' diventato un punto di
riferimento fondamentale per molti di quei "nuovi attivisti" che hanno fatto
notizia nella "battaglia di Seattle", a Washington D. C., a Filadelfia, a
Los Angeles, a Praga e nelle altre manifestazioni contro l'ingiustizia
economica e sociale. Ward Churchill e' impegnato attivamente nellíAmerican
Indian Movement e in altri gruppi, e' uno scrittore prolifico e professore
di studi etnici all'universita' del Colorado.
Nel periodo in cui ho frequentato i "nuovi attivisti", ho deciso di scrivere
un articolo in risposta al libro di Churchill, e sono stato ulteriormente
stimolato a farlo dopo aver partecipato insime a lui a un dibattito pubblico
tenutosi a Boulder nel febbraio del 2001. Il nostro scambio di vedute si e'
svolto in un'atmosfera interessante e vivace; il pubblico ha sottolineato
quanto fosse importante assistere alla discussione tra due attivisti di
lunga data, con punti di vista concretamente diversi, che affrontano, in
veste di alleati, i pericoli che minacciano il comune campo d'azione.
Ward e io siamo entrambi alla ricerca di fonti di potere che siano in grado
di spezzare le catene dell'ingiustizia e dell'oppressione e che, allo stesso
tempo, possano occuparsi della guarigione di questo dilaniato pianeta Terra
e della sua gente maltrattata e offesa. Martin Luther King definiva l'azione
nonviolenta "la spada che guarisce", ed e' per questo che ho intitolato
questo saggio con le parole di King. Comincero' enunciando alcuni punti su
cui Ward e io concordiamo, per poi mettere in discussione altre posizioni
sostenute da Ward nel suo libro.
*
In cosa posso concordare con Ward Churchill?
Siamo d'accordo nel sostenere che il mondo e' saturo di ingiustizie, di
sfruttamenti e che l'atteggiamento dell'uomo nei confronti del pianeta lo ha
condotto in un vicolo cieco. Entrambi abbiamo subito personalmente
l'oppressione a causa delle nostre origini proletarie; il fatto che lui
fosse indigeno e io gay ha accentuato la crudelta' e il dolore provocati da
questa oppressione. Non nutriamo alcuna illusione sugli intenti del
capitalismo, dei sistemi autoritari a struttura piramidale e del micidiale
Impero Statunitense.
Quando analizziamo i risultati dei movimenti sociali dell'ultima meta' di
questo secolo, provo la stessa delusione di Ward nell'osservare che i
movimenti di cui i sostenitori della nonviolenza celebrano il successo non
abbiano piu' conseguito vittorie rilevanti. Il razzismo imperversa ancora
negli Stati Uniti nonostante i risultati concreti ottenuti dal movimento per
i diritti civili, cioe' la pari opportunita' di alloggio, il diritto di voto
e il compimento dell'azione affermativa. L'industria nucleare continua a
vendere all'estero i suoi letali impianti e avvelena gli Stati Uniti con le
sue scorie radioattive, nonostante il movimento antinucleare sia riuscito a
interrompere la costruzione di nuovi impianti all'interno del paese.
L'Impero Statunitense continua a effettuare i suoi interventi militari
all'estero, diventando cosi' il "global killer" numero uno dei nostri
giorni, sebbene il movimento contro la guerra del Vietnam sia riuscito a
creare una "sindrome del Vietnam" in grado di imporre qualche restrizione ai
potentati statunitensi (1).
Ma se condivido il disappunto di Ward nell'osservare che questi e altri
movimenti non abbiano conseguito maggior successo, sono di opinione opposta
quando celebro i risultati che invece abbiamo ottenuto. Sono dell'idea che
noi attivisti possiamo accrescere le nostre potenzialita' con una
combinazione di autocritica e autoaffermazione, piuttosto che giudicando
solo a posteriori il nostro operato.
Concordo nel dire che a volte i pacifisti pecchino di autocompiacimento e si
considerino piu' giusti e virtuosi degli altri; si dimostrano refrattari al
dibattito onesto e pragmatico sulle linee d'azione da intraprendere, e
preferiscono un'ideologia morale che possa evitar loro un'aperta
considerazione delle alternative. Ward sostiene che la storia degli
attivisti nonviolenti dimostra la loro disponibilita' ad affrontare gravi
rischi, sacrificando le proprie vite in favore del cambiamento sociale.
D'altro canto, pero', molte proteste nonviolente si sono accontentate di
testimonianze garbate e arresti ritualizzati, minimizzando il rischio e
minimizzando cosi' anche l'effetto. Concordo con questo tipo di critica.
Sono d'accordo anche sul fatto che escludere dogmaticamente il conflitto
armato dalla discussione, invece di vagliare i pro e i contro del combinare
tattiche violente e nonviolente, non contribuisce alla creazione di una
strategia. Al dibattito di Boulder ho sottolineato che quello di cui il
nostro movimento ha piu' bisogno e' una strategia a lungo termine.
Convengo con Ward quando sostiene che il miglior modo di riflettere sui modi
della lotta e' farlo a livello pragmatico: quali sono i mezzi che hanno
maggiori possibilita' di ridurre la sofferenza, aumentare la giustizia e
creare una nuova societa'?
Questo saggio, dunque, si concentra soprattutto sulla pratica. Rispondero'
alle sfide proposte da Ward in termini di realta' pratiche e concrete.
Contestero' alcune sue affermazioni su un piano prettamente pragmatico.
Mettero' in discussione la sua interpretazione di alcuni momenti storici in
base a cio' che erano a quel tempo le realta' del potere. E descrivero'
alcuni movimenti che hanno imparato, dalla loro stessa esperienza pratica,
che la lotta intrapresa avrebbe conseguito maggiori risultati con l'azione
diretta nonviolenta che con la violenza.
*
Esiste una strategia per una rivoluzione violenta negli Stati Uniti?
Ward scrive che il suo intento e' riportare alle giuste proporzioni il
pacifismo e mettere in discussione il suo autocompiacimento morale. Sostiene
di non avere intenzione di articolare una strategia di lotta armata per gli
Stati Uniti; questo rappresenta un compito a se' stante. In realta', la
"rivoluzione violenta" e la "rivoluzione nonviolenta" si trovano, questa
volta, sulla stessa barca: entrambe sono sprovviste di una chiara e
dettagliata strategia per gli Stati Uniti. La necessita' di un pensiero
strategico e' enorme sia tra i sostenitori della lotta armata che tra quelli
della lotta nonviolenta.
Negli Stati Uniti, l'ultima volta in cui molti attivisti hanno parlato
seriamente di "rivoluzione" - verso la fine degli anni Sessanta -
l'attivista socialista e scrittore Martin Oppenheimer si e' trovato a
discutere pubblicamente con i leader degli attivisti che sostenevano l'uso
della violenza ma non riuscivano a creare una strategia. Per agevolare il
compito a loro e a se stesso, scrisse un libro, The Urban Guerrilla (2), in
cui concepiva due diverse strategie che prevedevano l'impiego della lotta
armata e poi ne valutava le probabili conseguenze. A livello pragmatico
entrambe le strategie di lotta armata conducevano alla sconfitta della
democrazia e della giustizia.
In questo caso, gli attivisti che non siano mossi dall'unico intento di
esprimere se stessi, ma che mirino a una reale trasformazione, hanno la
necessita' di mettere a punto una strategia persuasiva per una rivoluzione
che impieghi la lotta armata. Questa strategia ancora non esiste. Il modo in
cui ci apprestiamo a formulare una strategia e' influenzato dalle nostre
idee su come funziona il mondo, e pertanto puo' essere utile metterle a
confronto. Ma, per quanto si possa discutere su tali idee, nulla potrebbe
sostituire l'enorme sforzo necessario alla creazione di una strategia.
Poiche' molti attivisti di oggi operano all'interno di college e
universita', e la maggior parte sono benestanti e quindi in grado di
concedersi il tempo per realizzare questo sforzo, la mia speranza e' che
accettino la sfida!
*
Il pacifismo e' un valore assiomatico tra i progressisti negli Stati Uniti?
Nel suo libro Ward sostiene che il pacifismo e' l'ideologia dell'azione
politica nonviolenta, ed e' considerato assiomatico tra le correnti
principali dei progressisti in Nord America. Se con cio' vuole dire che
l'azione nonviolenta e' intrinseca al modo in cui gran parte dei
progressisti conducono le loro campagne nazionali per il cambiamento, in tal
caso non sono d'accordo.
Alcuni anni fa fui chiamato a Washington D. C. per un incontro con una vasta
coalizione progressista che stata lavorando per promuovere una legge in
sostegno dei poveri e dei lavoratori. La loro campagna non stava dando alcun
frutto e mi chiesero di aiutarli a progettare una serie di proteste
nonviolente. La mia prima domanda al gruppo dei leader nazionali fu: "Dov'e'
l'energia di rivolta nella vostra coalizione?". Silenzio. Alla fine,
cominciarono a raccontare di come diversi gruppi militanti erano rimasti
talmente delusi da abbandonare la coalizione. In breve, non era rimasta
alcuna energia di rivolta. "In tal caso, dissi, questo incontro non durera'
a lungo. Non si puo' mettere a segno un'azione diretta nonviolenta di grande
impatto se non si ha a disposizione una tale spinta. Avete gestito questa
campagna come una convenzionale operazione di propaganda politica e non
potete, all'ultimo minuto, fare retromarcia e diventare un movimento di
protesta nonviolenta!".
Questo e' solo uno dei tanti esempi. La maggior parte dei leader
progressisti in Nord America sono impegnati nell'ingrato compito di
sostenere metodi convenzionali come campagne elettorali, propaganda
politica, azioni legali, petizioni, compilazione di lettere, pubbliche
relazioni e simili, invece di volgersi all'azione nonviolenta. E' sempre
stato cosi'. Quando Martin Luther King comparve sulla scena in qualita' di
leader dei diritti civili, i gruppi gia' affermati speravano che lui e le
sue tattiche nonviolente scomparissero al piu' presto nel nulla: confidavano
nella propaganda e nelle azioni legali. Perfino il movimento operaio, nato
dalla militanza nel XIX secolo, al giorno d'oggi preferisce sostenere i
candidati elettorali piuttosto che organizzare scioperi.
E' comprensibile che, a questo proposito, le opinioni di Ward differiscano
dalle mie, poiche' usiamo parole simili ma in realta' siamo intenti a
osservare fenomeni diversi. Nel suo libro Ward usa le parole "pacifismo",
"nonviolenza" e "rivoluzione nonviolenta" come fossero intercambiabili,
sebbene nella pratica risultino assai diverse.
La nonviolenza, o (come preferisco chiamarla) l'azione nonviolenta, e' usata
soprattutto in manifestazioni che hanno origine a livello popolare, quando
le persone hanno bisogno di "agitazione di piazza" per conseguire uno scopo.
Manifestazioni, sit-in, occupazioni, scioperi, boicottaggi: vi sono molti
metodi di azione nonviolenta di cui leggiamo sui giornali ogni giorno, e la
gente li usa perche' spesso funzionano meglio dei mezzi piu' convenzionali,
come la propaganda politica o le petizioni. Le organizzazioni professionali
di opposizione a livello nazionale non prevedono, come ho detto, l'azione
diretta nonviolenta nelle loro teorie, ma gli attivisti che partono da una
base popolare la impiegano spesso proprio perche' il piu' delle volte
funziona, per salvare gli alberi, ottenere alloggi per i senzatetto, per
costringere a cambiare la politica sull'Aids o per indurre le industrie
manifatturiere di abbigliamento a non rifornirsi piu' dalle aziende che
sfruttano i propri dipendenti.
Negli Stati Uniti l'azione nonviolenta e' usata soprattutto dalla classe
operaia e dai poveri, piu' dalle persone di colore che dai bianchi, e piu'
dai giovani che dagli anziani. Sebbene gran parte dell'azione nonviolenta
negli Stati Uniti sia attuata dalle organizzazioni che si basano su
comunita' di persone appartenenti alla classe operaia, anche i sindacati, le
comunita' di omosessuali, di portatori di handicap, di ambientalisti,
studenti e altri ne hanno fatto largo uso.
Il "pacifismo", d'altro canto, e' una ideologia, un sistema di teorie atto a
stabilire che e' immorale ferire o uccidere delle persone per il
conseguimento del proprio scopo. I pacifisti credono che il fine non
giustifichi un assassinio. Inoltre, il loro modo di intendere il fenomeno di
causa ed effetto li induce a pensare che un giusto fine provenga dai giusti
mezzi usati per ottenerlo, come una buona torta nasce dall'uso di buoni
ingredienti. Sostengono che secondo la moralita' e il buon senso noi
dobbiamo "vivere in prima persona il cambiamento che desideriamo venga
realizzato". Probabilmente i pacifisti piu' conosciuti dagli statunitensi
sono Martin Luther King Jr., Cesar Chavez, fondatore e capo della United
Farmworkers, e Mohandas K. Gandhi. La stragrande maggioranza di quanti si
dedicano all'azione nonviolenta negli Stati Uniti non sono pacifisti. Il
dottor King sapeva bene che la maggior parte degli afroamericani che
rischiavano la vita nelle campagne di protesta organizzate da lui non erano
sostenitori del pacifismo; usavano l'azione nonviolenta in modo
circostanziale. E vi sono molti pacifisti che raramente partecipano ad
azioni nonviolente, raramente scendono in strada, scioperano o fanno ricorso
alla disobbedienza civile. Quindi mischiare "pacifismo" e "nonviolenza",
come fa Ward, confonde le idee piu' che chiarirle.
Mischiare "azione nonviolenta" e "pacifismo" con "rivoluzione nonviolenta"
intorbida ancor di piu' le acque. Il "Manifesto for Nonviolent Revolution"
(3), la dichiarazione piu' enunciata tra quelli che sostengono questo
atteggiamento, e' molto piu' radicale di quanto siano in grado di sostenere
la maggior parte dei pacifisti e quelli che fanno uso dell'azione
nonviolenta. Il "Manifesto" auspica la fine del capitalismo imprenditoriale,
del sistema stato-nazione, e della distruzione ambientale. Condanna la
societa' patriarcale, il razzismo e gli altri sistemi di oppressione
sociale. Mira alla creazione di un ordine sociale enormemente diverso, in
cui la liberta' possa prosperare, le imprese economiche siano democratiche e
gli esseri umani vivano in pace con il pianeta. Di gran lunga piu' radicale
dei marxisti-leninisti, il "Manifesto" cerca di imparare dalle sconfitte
della Sinistra per avvicinarsi al futuro in modo nuovo e creativo.
*
Gli ebrei vennero assassinati nel corso di un Olocausto nonviolento?
Il risultato piu' estremo - e doloroso - del confondere queste parole
risiede nella descrizione che fa Ward dell'esperienza ebrea dell'Olocausto.
Innanzitutto egli esagera nel tacciare gli ebrei come passivi di fronte
all'Olocausto. E' molto importante da parte nostra onorare i coraggiosi
ebrei che hanno combattuto contro il genocidio (4). In secondo luogo
sostiene che gli ebrei che furono costretti al silenzio con l'intimidazione,
o che negavano cio' che stava accadendo, mettevano in atto l'azione
nonviolenta! "La storia ci fornisce pochi modelli di paragone tramite cui
asserire l'efficacia dell'opposizione nonviolenta alle politiche di stato,
almeno in termini delle proporzioni e della rapidita' con cui le conseguenze
si sono abbattute sui soggetti passivi" (5).
Quelli tra noi che sono stati impegnati nell'azione diretta nonviolenta
sanno la differenza che c'e' tra azione e passivita'. Basta prendere parte a
una discussione tra lavoratori che decidono se fare sciopero per riconoscere
subito la differenza tra quelli attivi e quelli passivi. Basta ascoltare una
comunita' che discute se difendersi o meno dalla realizzazione di un nuovo
deposito di rifiuti tossici per riconoscere la differenza tra attivo e
passivo.
Negli anni Trenta Gandhi si preoccupava delle tendenze mostrate dalla
Germania nazista e scrisse a un rabbino berlinese chiedendogli di
organizzare al piu' presto una resistenza e mobilitare il maggior numero
possibile di ebrei e alleati per affrontare tale minaccia. Ovunque Gandhi
notasse atteggiamenti passivi in una situazione di ingiustizia, chiedeva che
venissero sostituiti da una resistenza nonviolenta attiva. In realta',
Gandhi si opponeva alla passivita' con tanta fermezza da consigliare che, in
caso di una malefatta a cui fosse possibile rispondere solo con la
passivita' o con la violenza, bisognerebbe scegliere quest'ultima!
Naturalmente Gandhi credeva che nella vita reale vi fossero sempre piu' di
due scelte possibili, e che l'uomo fosse in grado di creare e intraprendere
efficaci azioni nonviolente.
*
Note
1. La sindrome del Vietnam ebbe un grande impatto. Ad esempio, riusci' a
impedire a Ronald Reagan di invadere il Nicaragua con le truppe
statunitensi, e riusci' con la minaccia del "Pledge of Resistance" (impegno
alla resistenza) a creare un moto di ribellione in tutto il paese scatenando
la pubblica accusa.
2. Martin Oppenheimer, The urban guerrilla, Quadrangle Books, Chicago 1969.
3. Questo documento fu creato in seguito a un processo collettivo
internazionale, ed e' stato pubblicato in diverse lingue. George Lakey, A
Manifesto for Nonviolent Revolution (Filadelfia, Movement for a New Society,
1976); ristampa a cura di Richard Falk, Samuel S. Kim, Saul H. Menddlovitz,
Toward a Just World Order (Boulder Co., Westview Press, 1982) pp. 638-652.
4. Per ulteriori informazioni sulla resistenza nonviolenta nei confronti dei
nazisti da parte degli ebrei, consultate l'articolo di Yehuda Bauer in
Protest, Power and Change, Roger S. Powers and William B. Vogele, 1997, pp.
276-277.
5. Ward Churchill, Pacifism as Pathology, op. cit., p.37.
(Parte prima - Continua)

5. RIFLESSIONE. UNA POSTILLA AL SAGGIO DI GEORGE LAKEY

L'articolo di George Lakey costituisce un utile contributo alla riflessione
sulla nonviolenza, ma nella nostra presente situazione potrebbe forse dar
luogo a un equivoco.
E l'equivoco e' il seguente: che si possa ancora condurre un dibattito sulla
liceita' o addirittura preferibilita' della scelta della violenza, piuttosto
che della nonviolenza, nell'azione politica di trasformazione della societa'
in una prospettiva di solidarieta' e di liberazione, di resistenza
all'oppressione, di costruzione di rapporti di giustizia.
Questo dibattito da lunga data non ha piu' ragione di esistere. Dopo i gulag
e dopo i lager, dopo Auschwitz e dopo Hiroshima, chiunque voglia
coerentemente effettualmente concretamente impegnarsi per la difesa dei
diritti umani di tutti gli esseri umani, cosi' come per la liberazione
dell'umanita' dallo sfruttamento, dall'oppressione e dalla guerra, cosi'
come per la salvaguardia della biosfera, cosi' come per costruire relazioni
di giustizia, eque e solidali, ebbene, deve fare la scelta della
nonviolenza.
Chi ancora propugna la tesi della liceita' dell'uso della violenza con cio'
stesso si fa servo e complice dei signori della guerra e del terrore,
riproduce la logica che presiede alle stragi, denega ipso facto la dignita'
e i diritti umani di ogni essere umano, riproduce e sostiene il sistema di
potere che sta recando l'umanita' alla catastrofe.
Che anche nel movimento per la pace trovino ancora spazio e ascolto lugubri
figuri dai comportamenti e dalle ideologie militariste, patriarcali,
totalitarie e razziste, e' uno scandalo da denunciare e contro cui lottare
in modo limpido e intransigente. Nessuna ambiguita' e' ammissibile. Non si
da' impegno per la pace, la solidarieta' e la giustizia se non si esce dalla
confusione e dall'ambiguita'. la scelta della nonviolenza e' il passo
indispensabile da compiere. Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.

6. MAESTRE. EMILIA FERREIRO: L'ALTRO CHE PENSA. IL BAMBINO COME
INTERLOCUTORE INTELLETTUALE
[Da Cultura escrita y educacion. Conversaciones con Emilia Ferreiro, Fondo
de cultura economica, Mexico 1999, p. 180. Emilia Ferreiro, argentina,
docente in Messico, psicolinguista e psicopedagogista illustre, e' una delle
piu' grandi studiose viventi del processi di alfabetizzazione; e' di
fondamentale importanza il suo contributo sul tema dell'apprendimento della
lettura e della scrittura da parte dei bambini. Tra le molte opere di Emilia
Ferreiro si veda in primo luogo l'ormai classico volume scritto in
collaborazione con Ana Teberosky, La costruzione della lingua scritta nel
bambino, Giunti, Firenze 1985. Per un suo profilo cfr. il n. 16 de "La
domenica della nonviolenza"]

Se realmente accetti che l'altro pensa, e riconosci che pensa in una maniera
differente dalla tua, che non si deduce a partire dalla tua, devi ottenere
che l'altro ti aiuti a capire come pensa. Queste sono le basi del rispetto
intellettuale: "io riconosco che tu pensi, e che la forma del tuo pensare
non mi si rivela immediatamente: ho bisogno del tuo aiuto per intendere in
che modo pensi". Quando sono dinanzi a un pensiero che mi sembra confuso,
non lo qualifico subito come "che sciocchezza!", o "che stupidaggine!".
Semplicemente ho bisogno di trovare la sua coerenza che ancora mi sfugge.
Considerare un bambino di quattro o cinque anni, o anche meno, come un
interlocutore intellettuale e' una componente fondamentale del compito
educativo.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1039 del 31 agosto 2005

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