[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

La nonviolenza e' in cammino. 1056



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1056 del 17 settembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Maria Eunice Kalil: Dall'altro lato dell'Atlantico
2. Federica Curzi: Perche' si'
3. Alvise Alba e Maria Chiara Tropea: Si'
4. Giacomo Alessandroni: Si'
5. Augusto Cavadi: Si'
6. Antonino Drago: Si'
7. Lorenzo Guadagnucci: Si'
8. Massimo Guitarrini: Si'
9. Paolo Predieri: Si'
10. Piercarlo Racca: Si'
11. Carlo Schenone: Si'
12. Ilaria Troncacci: Si'
13. Lia Cigarini presenta "La civilta' della conversazione" di Benedetta
Craveri
14. Enrico Peyretti: Avvocato dell'avversario, ministro della pace
15. Maria G. Di Rienzo: Mildred, la pellegrina della pace. E una sua storia
16. Hannah Arendt: Capriole
17. La "Carta" del Movimento Nonviolento
18. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. MARIA EUNICE KALIL: DALL'ALTRO LATO DELL'ATLANTICO
[Ringraziamo Maria Eunice Kalil, responsabile del "Forum comunitario di
lotta alla violenza" di Bahia, Brasile (per contatti: fccv at ufba.br) per
questo intervento]

Carissime e carissimi,
non sapevamo che lo sforzo brasiliano per ridurre la disponibilita' di armi
nel nostro paese stesse suscitando tanta attenzione dall'altro lato
dell'Atlantico, e sono rimasta sorpresa, e molto contenta, del vostro
sostegno e della vostra disponibilita'.
Tradurro' quanto mi scrivete per condividerlo con le persone della mailing
list "desarmabrasil" (desarmabrasil at yahoogrupos.com.br) e del Comitato
statale di Bahia per un Brasile senza armi.
Cercheremo di trovare le forme attraverso cui valorizzare al meglio il
vostro sostegno, oltre alla risonanza che gia' stata dando al nostro
impegno, che ci e' di grande aiuto politico.
Vi invieremo il materiale che sta circolando tra noi e che stiamo
utilizzando.
Un abbraccio,
Maria Eunice

2. EDITORIALE. FEDERICA CURZI: PERCHE' SI'
[Ringraziamo Federica Curzi (per contatti: federica_curzi at libero.it) per
questo intervento. Federica Curzi, nata a Jesi (Ancona), si e' laureata in
filosofia nel 2002 presso l'universita' di Macerata ove attualmente svolge
un dottorato di ricerca; alla sua tesi e' stato attribuito il premio
dell'Associazione nazionale Amici di Aldo Capitini; collabora alla rivista
on line www.peacereporter.net Opere di Federica Curzi: Vivere la
nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini, Cittadella, Assisi 2004]

Le armi sono le uniche cose, gli unici oggetti pensati con l'unica finalita'
di uccidere. C'e' differenza tra le armi e la violenza. Possiamo fermarci,
come da anni ormai facciamo, a parlare del principio della nonviolenza e del
suo rapporto con il male, la sofferenza, la morte, il dolore e la violenza
in quanto istinto distruttivo. Le armi sono un'altra cosa. Non soltanto
producono morte e distruzione, ma sono prodotte esclusivamente per dare
morte e distruzione. Sono un'espressione quotidiana della normalizzazione e
della legalizzazione della violenza omicida. Ovvero, danno la misura di
quanto l'essere umano si adatti a tutto, anche ad andare contro la propria
natura. Le armi leggere - per cosi' dire ma che uccidono con la stessa
pesantezza degli apparati bellici - rappresentano questo ingresso della
morte come potere sull'altro nella nostra vita.
Anche in Italia, come negli Usa, si diffonde la "moda" di tenere armi in
casa, in negozio, in borsa. La paura dell'altro, della diversita', della
morte si sta lentamente trasformando in paura della vita, cosi' da produrre
un ulteriore corto circuito: il bisogno ossessivo della sicurezza ci rende
sempre piu' precari, dato che non conosco forma piu' compiuta di precarieta'
che normalizzare la violenza e legalizzare l'omicidio, contemplandolo come
semplificazione delle domande di una societa' (mondiale) complessa.
Il referendum brasiliano rappresenta la direzione esattamente contraria di
questa tendenza. Il referendum tende a mettere fuori dalla legalita' il
traffico delle armi cosiddette leggere, invertendo la dinamica che sta
attraversando il mondo nell'accostare l'aggettivo "legittimo" ad ogni
brutalita': la guerra legittima, la legittima difesa, la vendetta legittima,
la legittima espulsione. L'imbarbarimento del mondo dipende da questo
continuo scontro tra forme equivalenti di barbarie: ovvero di modi
equivalenti con cui la distruzione e la morte vengono legittimate, che sia
la legge o la religione a farlo.
Essere consapevoli dell'importanza di quello che il referendum rappresenta e
auspica significa gia' partecipare in senso profondo, ovvero essere parte in
causa, di un processo educativo, culturale, politico e strettamente umano.
La democrazia non si esporta, ma in questo modo e' possibile parteciparla,
dunque muoverla e promuoverla.
Se fossi brasiliana, come altri hanno scritto, voterei anch'io "si'". Dire
voterei "si'" significa aderire con l'esistenza ed il pensiero ad un'istanza
che gia' ci unisce tutti in un "si'" piu' grande, che e' il ripudio della
violenza e che e' l'unico "si'" possibile dopo il no radicale gia' espresso
e praticato da molti di noi alla guerra, alla violenza, all'ingiustizia,
alla poverta'.

3. 23 OTTOBRE. ALVISE ALBA E MARIA CHIARA TROPEA: SI'
[Ringraziamo Alvise Alba e Maria Chiara Tropea per questo intervento.
Maria Chiara Tropea e Alvise Alba sono impegnati nel Movimento Nonviolento e
nel Movimento Internazionale della Riconciliazione, ed in varie altre
esperienze di pace e di solidarieta'; assicurano un importante servizio di
segretariato, informazione, formazione e collegamento tra persone amiche
della nonviolenza; tra le opere di Maria Chiara Tropea: con Angela Dogliotti
Marasso, La mia storia, la tua storia, il nostro futuro. Un gioco di ruolo
per capire il conflitto israelo-palestinese, Edizioni Gruppo Abele, Torino
2003]

Essendo completamente d'accordo su ogni inziativa che abolisca armi ed
eserciti, a proposito del referendum in Brasile auspichiamo con tutto il
cuore che ottenga la fine della vendita e del commercio delle armi.

4. 23 OTTOBRE. GIACOMO ALESSANDRONI: SI'
[Ringraziamo Giacomo Alessandroni (per contatti:
g.alessandroni at peacelink.it) per questo intervento. Giacomo Alessandroni,
amico della nonviolenza, ingegnere, docente, da sempre impegnato in
iniziative di pace e di solidarieta', collaboratore di Peacelink, del
"Centro di ricerca per la pace" di Viterbo e di altre esperienze
nonviolente, e' uno dei fondamentali collaboratori di questo notiziario]

Ci sarebbero migiaia di motivi per dire no alle armi. Ma l'elenco sarebbe
interminabile e ci soffermeremo su quello che riteniamo piu' semplice da
comprendere: il vil metallo.
L'Italia nel 2004 ha tagliato tre capitoli di spesa del Ministero degli
Esteri per la cooperazione internazionale e le organizzazioni non
governative, per i finanziamenti degli organismi internazionali e persino
100 milioni di dollari del fondo dell'aids, dirottati sulla missione
irachena.
Secondo i dati del Development Assistence Committee dell'Osce l'Italia e' il
paese che in percentuale dedica meno risorse ai programmi per lo sviluppo e
la lotta contro la poverta': solo lo 0,15 del Prodotto interno lordo, mentre
siamo i settimi nella graduatoria mondiale per gli investimenti in armi. E'
davvero impensabile invertire la rotta?
Se anche noi seguissimo l'esempio del Brasile ci sarebbe una concreta
speranza per il nostro futuro, per un futuro - mi sembra retorica, non ho
altre parole - senza armi.
Esattamente quarant'anni fa, Francesco Guccini scriveva che se Dio muore e'
per tre giorni e poi risorge. Io sono giovane: chissa' se vivro' abbastanza
da vedere il terzo giorno?

5. 23 OTTOBRE. AUGUSTO CAVADI: SI'
[Ringraziamo Augusto Cavadi (per contatti: acavadi at lycos.com) per questo
intervento. Augusto Cavadi, prestigioso intellettuale ed educatore,
collaboratore del Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di
Palermo, e' impegnato nel movimento antimafia e nelle esperienze di
risanamento a Palermo, collabora a varie qualificate riviste che si occupano
di problematiche educative e che partecipano dell'impegno contro la mafia.
Opere di Augusto Cavadi: Per meditare. Itinerari alla ricerca della
consapevolezza, Gribaudi, Torino 1988; Con occhi nuovi. Risposte possibili a
questioni inevitabili, Augustinus, Palermo 1989; Fare teologia a Palermo,
Augustinus, Palermo 1990; Pregare senza confini, Paoline, Milano 1990; trad.
portoghese 1999; Ciascuno nella sua lingua. Tracce per un'altra preghiera,
Augustinus, Palermo 1991; Pregare con il cosmo, Paoline, Milano 1992, trad.
portoghese 1999; Le nuove frontiere dell'impegno sociale, politico,
ecclesiale, Paoline, Milano 1992; Liberarsi dal dominio mafioso. Che cosa
puo' fare ciascuno di noi qui e subito, Dehoniane, Bologna 1993, nuova
edizione aggiornata e ampliata Dehoniane, Bologna 2003; Il vangelo e la
lupara. Materiali su chiese e mafia, 2 voll., Dehoniane, Bologna 1994; A
scuola di antimafia. Materiali di studio, criteri educativi, esperienze
didattiche, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1994; Essere profeti oggi. La dimensione profetica dell'esperienza
cristiana, Dehoniane, Bologna 1997; trad. spagnola 1999; Jacques Maritain
fra moderno e post-moderno, Edisco, Torino 1998; Volontari a Palermo.
Indicazioni per chi fa o vuol fare l'operatore sociale, Centro siciliano di
documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1998, seconda ed.; voce
"Pedagogia" nel cd- rom di AA. VV., La Mafia. 150 anni di storia e storie,
Cliomedia Officina, Torino 1998, ed. inglese 1999; Ripartire dalle radici.
Naufragio della politica e indicazioni dall'etica, Cittadella, Assisi, 2000;
Le ideologie del Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001; Volontariato
in crisi? Diagnosi e terapia, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2003; Gente
bella, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2004; Strappare una generazione alla
mafia, DG Editore, Trapani 2005. Vari suoi contributi sono apparsi sulle
migliori riviste antimafia di Palermo. Indirizzi utili: segnaliamo il sito:
http://www.neomedia.it/personal/augustocavadi (con bibliografia completa)]

Gli abitanti del pianeta che non vivono dentro i confini degli Stati Uniti
d'America vivono - viviamo - senza tanti vantaggi. In compenso, pero',
abbiamo anche qualche possibilita' di dignita' in piu'. Possiamo, ad
esempio, vivere in sistemi giudiziari in cui nessun giudice puo' assassinare
un assassino - vero o presunto - in nome nostro.
Ancora: a differenza dei nostri fratelli americani (sia di quelli che non
sono d'accordo con la politica governativa sia di quelli, piu' sventurati,
che non sono in grado di essere in disaccordo) possiamo immaginare di
vincere un referendum, come quello che si prepara in Brasile, contro il
commercio delle armi.
Ed evitare cosi' di restare in quel clima da incubo cosi' efficacemente
rappresentato in   Bowling for Columbine da Michael Moore.

6. 23 OTTOBRE. ANTONINO DRAGO: SI'
[Ringraziamo Antonino Drago (per contatti: drago at unina.it) per questo
intervento. Antonino (Tonino) Drago, nato a Rimini nel 1938, e' stato il
primo presidente del Comitato ministeriale per la difesa civile non armata e
nonviolenta; gia' docente universitario di Storia della fisica
all'Universita' di Napoli, attualmente insegna Storia e tecniche della
nonviolenza all'Universita' di Firenze, e Strategie della difesa popolare
nonviolenta all'Universita' di Pisa; da sempre impegnato nei movimenti
nonviolenti, e' uno dei piu' prestigiosi peace-researcher italiani e uno dei
piu' autorevoli amici della nonviolenza. Tra le molte opere di Antonino
Drago: Scuola e sistema di potere: Napoli, Feltrinelli, Milano 1968; Scienza
e guerra (con Giovani Salio), Edizioni Gruppo Abele, Torino 1983;
L'obiezione fiscale alle spese militari (con G. Mattai), Edizioni Gruppo
Abele, Torino 1986; Le due opzioni, La Meridiana, Molfetta; La difesa e la
costruzione della pace con mezzi civili, Qualevita, Torre dei Nolfi (Aq)
1997; Atti di vita interiore, Qualevita Torre dei Nolfi (Aq) 1997]

Si', perche' per un nonviolento non puo' che essere cosi', il mio impegno e'
ad essere contro l'uso di tutte le armi...

7. 23 OTTOBRE. LORENZO GUADAGNUCCI: SI'
[Ringraziamo Lorenzo Guadagnucci (per contatti: guadagnucci at libero.it) per
questo intervento. Lorenzo Guadagnucci, giornalsta economico, studioso dei
problemi della globalizzazione e dei nuovi movimenti sociali, e' stato tra
le vittime dell'aggressione squadristica alla scuola Diaz nel 2001 a Genova.
Si e' impegnato non solo a testimoniare e documentare quell'orrore, ma anche
a favorire l'elaborazione del lutto da parte di tutte le vittime e a
costruire le condizioni perche' simili orrori mai piu' accadano. Opere di
Lorenzo Guadagnucci: Noi della Diaz, Berti, Piacenza 2002]

Sandro Pertini, il partigiano divenuto presidente, sfidava la retorica
esclamando: "Bisogna vuotare gli arsenali e riempire i granai".
Lo faceva con lo spirito battagliero dei suoi ottant'anni e col prestigio
che gli conferiva il suo passato di combattente. Non era retorica, ma un
grido di verita' di fronte a un mondo che teorizzava la necessita' di
ricercare un equilibrio pacifico attraverso il bilanciamento delle
rispettive potenze militari. Era un mondo costantemente sull'orlo
dell'abisso, coi leader politici impegnati a definire strategie militari,
teorie del "primo colpo" nucleare e scenari apocalittici, a tutto discapito
dell'attenzione per i drammi sociali e ambientali causati da un sistema
economico e geopolitico sempre piu' iniquo e distruttivo.
Oggi non abbiamo piu' un mondo diviso in due blocchi e la teoria della
deterrenza atomica ha perduto la sua centralita', ma la preminenza
dell'industria della guerra e della cultura militare si e' addirittura
rafforzata. La piu' grande democrazia del pianeta - come ancora ci si ostina
a definire gli Stati Uniti d'America, nonostante il Patriot Act divenuto
legge permamente e nonostante la logica imperialista della guerra
preventiva - non nasconde piu' i suoi propositi di diventare gendarme e
dominatore del mondo: basta leggersi i documenti dell'intellighenzia
neo-con.
Uno degli effetti collaterali di questa escalation di bellicosita' e
volonta' di dominio, e' la continua e crescente militarizzazione delle
istituzioni, del territorio, dei rapporti sociali. "Bowling a Colombine" di
Michael Moore mostro' con efficacia quanto la societa' statunitense sia
vittima di questa incultura della guerra, di quel principio del diritto
all'autodifesa armata che paradossalmente riecheggia ogni volta che il
presidente Bush dichiara una guerra d'invasione, dall'Afghanistan all'Iraq a
quelle future.
*
La pretesa di armare i cittadini, per "garantire" a ciascuno piu' sicurezza,
ha molto a che fare con quel filone di pensiero che dalla guerra fredda al
neoimperialismo Usa sta diffondendo nel mondo il germe dell'autoritarismo.
Se ne e' avuta un'eco anche in Italia, quando e' stata approvata la
"riforma" della legittima difesa, che oggi concede a chiunque la facolta' di
sparare contro un'altra persona, non solo quando la sua vita sia in
pericolo, ma semplicimente quando il domicilio sia violato, non importa per
quale motivo. E' la versione italiana del presunto diritto a farsi giustizia
da se', con l'applicazione della pena di morte anche a chi abbia commesso
reati minimi come la violazione di domicilio o al limite il furto e la
rapina. Leggendo gli atti del dibattito parlamentare, si vedra' che i
proponenti hanno motivato il provvedimento ricorrendo addirittura al
principio di sussidiarieta', per cui il modo migliore per garantire
sicurezza e giustizia dev'essere quello piu' vicino al cittadino, ossia il
cittadino stesso, armato di tutto punto e protetto dalla legge.
*
Sappiamo quanto sia grave, ben piu' grave che da noi, il problema dei
"giustizieri" solitari nelle metropoli dell'America Latina e dei tanti Sud
del mondo. Nelle bidonville, dove le tensioni sociali sono spesso altissime,
violenze e omicidi sono esperienze quasi quotidiane, grazie anche alla
grande accessibilita' alle armi da fuoco.
Il referendum che si tiene in Brasile contro la libera vendita di armi e
munizioni non e' certo la soluzione di tutti i problemi di esclusione,
miseria, ingiustizia, ma e' un passo nella direzione giusta, quel "vuotare
gli arsenali" (in questo caso privati) di cui tanto parlava Pertini.

8. 23 OTTOBRE. MASSIMO GUITARRINI: SI'
[Ringraziamo Massimo Guitarrini (per contatti: fenoglio2000 at yahoo.it) per
questo intervento. Massimo Guitarrini, amico della nonviolenza, da sempre un
punto di riferimento nell'impegno di solidarieta', per i diritti umani, per
l'ambiente, la pace, e' viceresponsabile nazionale del servizio civile della
Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare]

Anch'io voglio dare il mio piccolo contributo a sostegno del referendum che
tra poche settimane vedra' il popolo brasiliano pronunciarsi per la messa al
bando della vendita delle armi da fuoco nel proprio paese.
Ad un anno dalla Campagna per il Disarmo Volontario, che ha preceduto questo
referendum,  gia' 3.000 persone in meno sono morte per omicidio da arma da
fuoco rispetto all'anno precedente. Mi viene da pensare a quelle altre 3.000
persone che invece sono state assassinate nel 2003... se questo
provvedimento fosse stato approvato l'anno prima forse si sarebbero salvate.
E  se invece fosse stato pensato nel 2001 magari se ne sarebbero salvate di
altre. E quanti giovani potrebbero ancora correre, lavorare, ballare, quanti
occhi potrebbero ancora sorridere o piangere, quanti uomini e quante donne
potrebbero ancora tentare di comprendersi o amarsi se la vendita delle armi
da fuoco fosse stata messa al bando dieci o venti e - perche' no? - cento
anni fa, e non solo in Brasile ma in tutto il mondo?
Lo so, lo so: dicono che non e' cosi' che si fa la storia... Ma se Beretta
fosse stata solo un marca di salumi? sicuramente si sarebbero salvate tante
persone probabilmente a scapito di tanti maiali.
Chiunque abbia a cuore la vita delle persone e il futuro dell'umanita' non
puo' esitare a dichiararsi a favore di questo referendum, per un mondo senza
armi.

9. 23 OTTOBRE. PAOLO PREDIERI: SI'
[Ringraziamo Paolo Predieri (per contatti: musica at nonviolenti.org) per
questo intervento. Paolo Predieri e' musicista, musicologo, amico della
nonviolenza tra i piu' noti, una delle figure di riferimento dell'impegno
nonviolento in Italia]

Sul referendum brasiliano posso dire che mi piacerebbe molto essere in
questo momento in Brasile per sentire direttamente che dibattito c'e' in
merito e cosa ne dice la gente.
Inutile dire che, se fossi cittadino brasiliano, voterei per la proibizione
del commercio delle armi da fuoco e naturalmente parteciperei alle
iniziative a favore di questa scelta.

10. 23 OTTOBRE. PIERCARLO RACCA: SI'
[Ringraziamo Piercarlo Racca (per contatti: piercarlo.racca at fastwebnet.it)
per questo intervento. Piercarlo Racca e' uno dei militanti "storici" dei
movimenti nonviolenti in Italia ed ha preso parte a pressoche' tutte le
esperienze piu' vive e piu' nitide di impegno di pace; e' per unanime
riconoscimento una delle voci piu' autorevoli della nonviolenza in cammino]

L'importanza della vittoria del si' al referendum per la proibizione del
commercio delle armi che si terra' in Brasile il prossimo 23 ottobre, va ben
oltre il limite di scelta nazionale perche' rappresentera' agli occhi del
mondo anche una grande e coraggiosa scelta politica.

11. 23 OTTOBRE. CARLO SCHENONE: SI'
[Ringraziamo Carlo Schenone (per contatti: e-mail: schenone at arch.unige.it o
anche schenone at email.it, sito: www.schenone.8k.com) per questo intervento.
Carlo Schenone e' da molti anni a Genova una delle figure piu' impegnate
nella riflessione sulla nonviolenza e nella pratica di essa nei movimenti e
nei conflitti sociali, particolarmente attivo nella formazione; con una
lunga, ampia e qualificata esperienza sia di impegno politico e sociale di
base, sia di rappresentanza nelle istituzioni, sia di intervento meditato e
propositivo nelle sedi organizzative e di coordinamento, di dibattito e
decisionali, dei movimenti per i diritti]

Se i nostri governi si interessassero del bene dei loro cittadini avrebbero
un comportamento diametralmente opposto a quello che tengono, soprattutto
per quanto riguarda le armi e gli armamenti.
Alle minacce non rispondono in relazione alla loro pericolosita' ma a
criteri molto piu' perversi che mischiano interessi personali e
consociativi, fobie e pigrizie.
Non vorrei sembrare macabro con una contabilita' di morti ma penso che aiuti
a riflettere.
I governi occidentali stanno restringendo perfino i diritti fondamentali con
la scusa del terrorismo internazionale che per ora in Italia non ha fatto
vittime e che, almeno finora e negli altri paesi europei, ha fatto qualche
centinaio di morti.
Allo stesso tempo non fanno quasi niente, non limitano neppure la velocita'
delle macchine che ha dimostrato poter ridurre notevolmente il numero di
morti (e feriti) sulle strade che solo in Italia arrivano ad essere 6/7.000
all'anno.
Discorso analogo e' quello delle armi leggere che ogni anno procurano
qualche centinaio di morti in Italia e proporzionalmente molto di piu' nei
paesi in cui l'uso delle armi non e' regolementato. A partire dai cacciatori
(o anche passanti) uccisi o feriti nelle battute di caccia, per arrivare ai
banditi (e passanti) colpiti da armi "regolermente detenute", e finire con
coloro che, come si e' visto in questi giorni, pensano di difendersi con 5
pistole e 2 fucili e quello che alla fine ottengono e' solo di morire,
uccidere e spargere dolore ovunque.
Forse anche le armi della polizia sono di troppo (ai tempi in cui i bobbies
di Londra giravano disarmati la delinquenza londinese era molto meno
pericolosa) ma sicuramente proibire le vendita di armi leggere ridurrebbe
drasticamente il numero complessivo di morti e feriti senza ridurre la
sicurezza complessiva ma, al contrario, aumentandola. E se qualcuno si
diverte tanto a sparare a qualcosa vorra' dire che sara' costretto a farsi
passare la voglia dedicandosi ad altre attivita'.
Penso che sia una "costrizione" che val la pena di imporre per il bene di
tutti, pur avendo l'attenzione di aiutare chi campa di armi a trovare un
altro sistema per viviere, perche' anche se la Repubblica si basa sul lavoro
deve essere un lavoro che non danneggi altri.
Per cui ben venga il referendum brasiliano per l'eliminazione del commercio
di armi. Chissa' che una eventuale abolizione in Brasile non convinca anche
qualcuno che puo' in Italia a cominciare a pensare cosa far fare d'altro
agli armaioli della Val Trompia, e come evitare il dolore che le armi in
circolazione in Italia ogni anno provocano.

12. 23 OTTOBRE. ILARIA TRONCACCI: SI'
[Ringraziamo Ilaria Troncacci (per contatti: crazyi85 at hotmail.com) per
questo intervento. Ilaria Troncacci, amica della nonviolenza e persona di
infinita dolcezza e profondita' d'animo, e' da anni impegnata
nell'esperienza scoutistica ed in molte iniziative di solidarieta' concreta]

A volte mi chiedo cosa penserebbe un bambino se fosse chiamato a dare un
giudizio sui fatti del mondo. I bambini sanno essere cosi' chiari e logici
da spiazzare gli adulti, sono cosi' privi di malizia da analizzare le cose
per quello che sono, per questo sono giudici perfetti.
*
Raccontando la favola dell'oggi dovremmo spiegare al bambino che vi sono due
paesi, due paesi molto grandi in cui ogni uomo puo' avere a disposizione
delle brutte invenzioni. In questi paesi gli uomini si dividono in carnefici
e vittime, colpevoli e innocenti, vivi e morti. Le invenzioni infatti hanno
il potere di uccidere. Sono gli uomini a manovrarle, sono quindi gli uomini
ad uccidere, e a volte queste invenzioni capitano in mani inconsapevoli,
incoscienti o disperate, ma non per questo generano meno morte.
Per porre rimedio a questa situazione insostenibile il primo paese decidera'
di aumentare il numero di invenzioni, cosi' che risultino difesa contro
quelle gia' in circolazione, inoltre si faranno delle leggi che
permetteranno l'uso indiscriminato di tali invenzioni con la pretesa di
rendere piu' sicuri i propri cari, se stessi, le proprieta'.
Nell'altro paese invece si decidera' di eliminare quelle invenzioni.
Quale sara' la civilta' agli occhi del bambino? quale sara' il suo giudizio?
Eliminando interessi, brama di potere e di controllo, prescindendo da tutti
i fattori che pongono la vita umana ad un gradino ben piu' infimo di quello
che le e' proprio, analizzando, quindi, semplicemente il problema con gli
occhi di un bambino la risposta risultera' evidente: eliminando la causa si
limitera', per lo meno, anche l'effetto.
*
Certo la questione in causa e' ben piu' complessa di una favola per bambini.
Ma e' indubbio che l'abolizione del commercio delle armi leggere, richiesta
nel referendum del 23 settembre in Brasile, sia risultato e punto di
partenza eccellente, oltre che una dimostrazione di vera civilta' per tutti
quei paesi che si atteggiano a difensori della democrazia, ma che in realta'
dovrebbero riscoprire l'umilta' di apprendere da chi certi valori
attivamente difende.
La vera civilta' e' quella che pone la vita umana al centro del proprio
operato con la naturalezza di un bambino. Se con tale naturalezza si sapra'
guardare, un forte "si'" si alzera' dal Brasile ad annunciare una
meravigliosa lezione al mondo intero, e questa e' la mia speranza.

13. LIBRI. LIA CIGARINI PRESENTA "LA CIVILTA' DELLA CONVERSAZIONE" DI
BENEDETTA CRAVERI
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo il seguente articolo originariamente apparso sulla rivista "Via
Dogana", n. 60, marzo 2002.
Lia Cigarini, storico punto di riferimento del femminismo in Italia, e' una
delle figure piu' vive del pensiero e dell'agire delle donne, di molte e di
molti maestra.
Benedetta Craveri e' docente universitaria e saggista finissima. Tra le
opere di Benedetta Craveri: Madame du Deffand e il suo mondo, Adelphi,
Milano 1982, 2001; (a cura di), Lettere di Mademoiselle Aisse' a Madame
C..., Adelphi, Milano 1984; La civilta' della conversazione, Adelphi, Milano
2001]

Montaigne (1533-1592), racconta Craveri, esortava gli uomini del suo tempo
ad insegnare alle donne "a farsi valere e a stimarsi" affinche' sia gli
uomini che le donne potessero vivere meglio.
In realta', sottolinea Craveri, le preziose (un movimento o corporazione di
aristocratiche e intellettuali francesi che percorre tutto il
diciassettesimo e il diciottesimo secolo) si erano per conto loro attribuite
un "alto prezzo" pur in un contesto giuridico a loro sfavorevole. Cosi' da
conquistare una tale autorita' da renderle protagoniste indiscusse dei
cambiamenti culturali avvenuti in quei secoli in Francia.
Ho sempre amato e studiato il movimento delle preziose ricavandone idee e
suggerimenti per orientarmi nella vita e nella politica delle donne. A me
risultavano le donne piu' consapevoli che avessi letto, e in una specie di
corteo immaginario le vedevo sfilare a due a due legale da una appassionata
amicizia. Madame de Sevigne' e Madame de La Fayette, Madame de Maintenon e
Ninon de Lenclos, Madame de Sable' e Mademoiselle d'Attichy, Mademoiselle de
Scudery e Madame de Rambouillet, e al loro seguito le amatissime figlie.
Cosicche' quando mi sono affacciata al mondo, munita di volonta' e
determinazione ma sola e muta nel disagio della emancipazione, avevo dentro
di me due beni preziosi: una genealogia femminile ben precisa e la
predisposizione ad affidarmi ad una donna piu' grande di me.
So che altre hanno fatto cosi'. Ricordo Carla Lonzi che indicava le mistiche
e le preziose come riferimenti a lei indispensabili.
Tuttavia non ero mai riuscita a spiegarmi fino in fondo come alcune donne,
aristocratiche si', ma soggette totalmente all'autorita' del padre e del
marito e senza studi regolari, fossero state in grado di realizzare i propri
desideri e progetti tanto da riuscire a dettare le regole del gioco
culturale e mondano per quasi due secoli.
Ora mi sembra di avere capito. E la loro storia ricomincia ad avere per me
una risonanza attuale davvero impressionante.
*
Benedetta Craveri riferisce che durante tutto il seicento una vasta
produzione letteraria per lo piu' maschile sottolineava la parita' dei due
sessi fino ad arrivare con Poullain de La Bare (1673) a riconoscere alle
donne le capacita' intellettuali degli uomini. Tuttavia osserva Craveri "a
cominciare dall'apparizione delle Preziose, si faceva sempre piu' strada nel
gentil sesso la convinzione che il valore della donna risiedesse nella sua
differenza e non nella sua uguaglianza rispetto all'uomo".
In sostanza le preziose avrebbero operato uno scarto rispetto alla secolare
querelle de femmes che aveva come oggetto la superiorita' o inferiorita' di
un sesso rispetto all'altro o la parita' tra i due.
Questo spostamento di senso a mio parere e' stato un atto geniale: le
preziose hanno cosi' potuto giocare senza remore tutto il loro sapere delle
relazioni, della lingua, delle buone maniere, dell'amore, dell'esprit, negli
anni in cui l'aristocrazia francese voleva "civilizzarsi" nei costumi e
togliere il primato culturale agli italiani.
Le preziose, in sostanza si sono consapevolmente mosse come l'avanguardia
culturale e mondana di quella aspirazione.
Percio' esse non si sono impantanate nella rivendicazione di parita' con gli
uomini. Neppure hanno dato voce (o forse in quel momento di cambiamento in
loro favore non lo sentivano affatto) al risentimento che e' il sentire piu'
frequente di moltissime donne: nei confronti degli uomini, della madre, e,
alla fine, delle donne stesse.
*
Io penso, poi, che il mettere in valore la differenza e agirla nel mondo,
direi, allo stato puro (l'idea nata dalla Rivoluzione borghese
dell'emancipazione delle donne e dei loro diritti ad essere considerate
uguali agli uomini non si era ancora profilata all'orizzonte) ha sottratto
le preziose alla competizione con gli uomini sul loro terreno (guerra,
potere statale, professioni, ecc.). La competizione con gli uomini derivata
dall'emancipazione ha logorato e logora a mio parere, ancora intere
generazioni di donne. Non solo per la fatica fisica e mentale di far fronte
contemporaneamente al lavoro e ai figli piu' volte denunciata ma
sostanzialmente irrisolvibile senza un cambiamento radicale del modo di
vivere e lavorare e del simbolico. Ma anche per una ragione piu' centrale,
piu' intima e profonda: sbarra la strada all'agire della differenza che e'
essenzialmente relazione con l'altro.
La competizione, cioe', non apre alcun reale conflitto tra differenza
femminile e differenza maschile bensi' una gara aggressiva tra donne e
uomini e alla fine anche tra donne per tutto cio' che e' disponibile nel
mondo esistente.
La competizione dunque impedisce il riconoscimento di autorita' femminile da
parte del mondo maschile.
Infatti con la competizione/emancipazione non vi e' nulla di "prezioso" che
si offre alla societa', al contrario si tende ad occultare il modo di
sentire e pensare delle donne, facendone un qualcosa di arcaico in via di
estinzione.
Le preziose, ci racconta Craveri, hanno invece messo in campo il di piu'
relazionale delle donne. Hanno con la forza delle parole disegnato - Madame
de Rambouillet tuttavia e' stata anche l'architetta vera e propria del suo
palazzo e della camera dove riceveva - uno spazio fisico e simbolico dove
donne e uomini si incontravano fuori da ogni possibilita' di
identificazione, in relazioni segnate da una alterita' riconosciuta e
accettata. Il risultato e' che la storia della civilta' francese nel momento
di suo massimo fulgore e' una storia soprattutto di donne. Caso unico in
Europa e nel mondo.
*
Come si sa il mondo maschile si e' spaccato di fronte al movimento delle
preziose: una parte le ha attaccate ferocemente e tentato di ridicolizzarle
in tutti i modi anche se un misogino come La Bruyere rende loro, comunque,
l'onore delle armi: esse, scriveva, dimostrano di possedere piu' di chiunque
altro il talento della conversazione e il segreto della scrittura
epistolare; un'altra parte pero' ne ha riconosciuto i meriti, le doti, la
funzione egemonica nella cultura e nella societa'.
In poche parole ne ha riconosciuto l'autorita'; La Rochefoucauld ad esempio
andava dicendo "il giansenismo e' donna", vale a dire attribuiva alle
preziose anche la fortuna di quell'esperienza spirituale e filosofica, oltre
ad avere come interlocutrici privilegiate Madame de La Fayette e Madame de
Sevigne'. Gli stessi illuministi, ad esempio Voltaire, Diderot, D'Alambert,
hanno mantenuto intense relazioni di amicizia e scambio filosofico
letterario politico con alcune delle preziose del XVIII secolo.
*
Comunque il segno incancellabile della loro azione e' contenuto nella loro
scrittura, lettere e romanzi per lo piu'; per me tra le opere piu' leggibili
e durature di quei secoli.
E' evidente che le donne del nostro tempo hanno piu' contraddizioni: siano
sparpagliate in tutti i luoghi del mondo maschile, abbiano imparato alla
perfezione ad usare gli strumenti di lavoro e di pensiero maschile, la parte
fallica di ciascuna di noi e' molto piu' invasiva e di conseguenza l'agire
della differenza molto disturbato e reticente.
Tuttavia alcune tentano di percorrere la strada stretta della relazione di
differenza con gli uomini non tanto per proporre un'alleanza tra il
movimento delle donne e gli uomini piu' preoccupati e critici degli esiti
catastrofici della civilta' maschile, bensi' - se la differenza e'
riconoscimento dell'altro- per far risuonare dentro di se' e nel mondo piu'
potentemente la differenza femminile.
La bellissima narrazione della civilta' delle preziose scritta da Benedetta
Craveri offre tantissimi spunti di riflessione.

14. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: AVVOCATO DELL'AVVERSARIO, MINISTRO DELLA
PACE
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per averci
messo a disposizione questo suo scritto, pubblicato dapprima sul
quindicinale "Rocca", nel fascicolo del 15 marzo 1992, poi ripreso nel suo
libro La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998, alle pp. 46-49, e qui
riprodotto con lievi ritocchi e integrazioni. Enrico Peyretti (1935) e' uno
dei principali collaboratori di questo foglio, ed uno dei maestri piu'
nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di nonviolenza; ha insegnato
nei licei storia e filosofia; ha fondato con altri, nel 1971, e diretto fino
al 2001, il mensile torinese "il foglio", che esce tuttora regolarmente; e'
ricercatore per la pace nel Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino,
sede dell'Ipri (Italian Peace Research Institute); e' membro del comitato
scientifico del Centro Interatenei Studi per la Pace delle Universita'
piemontesi, e dell'analogo comitato della rivista "Quaderni Satyagraha",
edita a Pisa in collaborazione col Centro Interdipartimentale Studi per la
Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e del Movimento Internazionale
della Riconciliazione; collabora a varie prestigiose riviste. Tra le sue
opere: (a cura di), Al di la' del "non uccidere", Cens, Liscate 1989;
Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il Monte 1998; La politica e' pace,
Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la guerra, Beppe Grande, Torino 1999;
Dov'e' la vittoria?, Il segno dei Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; e'
disponibile nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica
Difesa senza guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e
nonviolente, ricerca di cui una recente edizione a stampa e' in appendice al
libro di Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro
di cui Enrico Peyretti ha curato la traduzione italiana), e una recente
edizione aggiornata e' nei nn. 791-792 di questo notiziario; vari suoi
interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e alla
pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu'
ampia bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731
del 15 novembre 2003 di questo notiziario]

Una delle tante lezioni da trarre dalle guerre recenti, mi sembra questa:
come ogni stato ha i suoi ambasciatori, oltre le spie, cosi' dovrebbe avere
un "avvocato dell'avversario", col compito di cercare, ascoltare, sostenere,
nei conflitti acuti, le ragioni dell'avversario. Oltre il ministro della
difesa (che pensa ancora la difesa soltanto in termini di guerra), ci vuole
il ministro della pace. Era questa la proposta di Aldo Capitini nel marzo
1948 (cfr. Aldo Capitini, Elementi di un'esperienza religiosa, Cappelli,
Bologna 1990, pp. 15-16, e Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni Cultura
della Pace, S. Domenico di Fiesole 1989, p. 102) e il suggerimento di Tullio
Vinay nel febbraio 1977 (cfr. Tullio Vinay, L'utopia del mondo nuovo.
Scritti e discorsi al Senato, Claudiana, Torino 1984, p. 285). Un tale
ministro sarebbe incaricato di tenere aperta, e riaprire sempre, la ricerca
dialettica e autocritica della verita' e giustizia nelle controversie, con
esclusione delle soluzioni violente, come impongono l'art. 11 della
Costituzione e la Carta dell'Onu.
Questa istituzione, acquisita nella tecnica giudiziaria (anche il peggiore
colpevole ha diritto alla difesa; la logica del ragionamento giudiziario ha
bisogno dell'"avvocato del diavolo" previsto nel diritto canonico), e' stata
finora esclusa dai conflitti politici tra stati, rimasti alla fase primitiva
in cui ognuna delle parti si pretende assoluta. Anche in assenza di un Terzo
che imponga e garantisca la pace con la forza (necessario nel pensiero di
Hobbes per le relazioni interne e di Bobbio per quelle esterne), la pace
(cioe' la gestione dei conflitti in forme non distruttive) puo' essere
assicurata, meglio ancora che dal Terzo superiore, dal  relativizzarsi di
ogni parte, dal riconoscimento essenziale dell'altro. Infatti, lo spirito di
guerra e', nella sua essenza, il disconoscimento dell'umanita'
dell'avversario, che lo trasforma in nemico totale e fonda il diritto
(necessita', dovere, merito, gloria) di ucciderlo.
La guerra puo' essere superata, oltre che sul piano etico profondo (l'altro
e', col suo solo essere, il fondamento del mio obbligo di rispettarlo e
favorirlo, che mi vieta di distruggerlo in caso di contrasto), col rendere
giuridico il conflitto. Essere un soggetto in una unita' giuridica, in un
sistema  di regole per convivere, consiste nel riconoscersi parte di un
insieme, nel sapere di non essere tutto. Questa unita' morale e giuridica
e', in modo intero, la famiglia umana completa. Gli stati ne costituiscono
delle parti che si sono fatte ciascuna un tutto.
L'"avvocato dell'avversario" avrebbe la funzione di rappresentare l'altro
all'interno di una parte che, nel conflitto, entra in un delirio di
totalita'. Infatti, la stessa idea di sovranita' assoluta che costituisce
gli stati moderni, e' fattore di guerra, e' belligena. La realta' storica
dell'interdipendenza smentisce e corregge oggi, provvidenzialmente, questa
pretesa. D'altra parte, alla durezza degli interessi iniqui e privilegiati,
si aggiunge oggi l'ondata di nazionalismi, di nazioni che si induriscono in
stato. Cio' indica che coscienza e cultura non sono adeguate al movimento
reale di unificazione della famiglia umana.
*
Occorrono istituzioni rappresentative dell'altra umanita', fuori da questo
particolare stato, cosi' come, nonostante i molti difetti, le istituzioni
democratiche rappresentano ad ogni cittadino i diritti degli altri cittadini
entro la porzione di umanita' compresa in questo stato. Si potrebbe
attribuire un vero ruolo politico interno agli ambasciatori degli altri
popoli e stati (specialmente dello stato con cui si e' in conflitto), o
all'autorita' delle Nazioni Unite, e questo sarebbe il meglio, oppure si
puo' assegnare ad un organo dello stato il compito di rappresentare
interessi e punti di vista dell'avversario. Non c'e' altro modo di fare la
pace, quella che sta al posto e non al termine della guerra. Questa seconda,
infatti, non e' pace, ma volonta' del vincitore imposta al vinto, e' lo
scopo stesso della guerra, altrettanto distruttiva, foriera di altra guerra,
e non alternativa ad essa.
Che cosa accade invece ora? Quando il conflitto si fa acuto, si scatena la
"propaganda di se stessi" da ognuna delle parti: la prima vittima e' la
verita', l'ascolto dell'altro;  l'informazione viene gonfiata e insieme
distrutta, perche' vero e falso si confondono, diventano indistinguibili;
cosi' l'umanita' viene massacrata dentro le persone, tanto nei sopravvissuti
come negli uccisi. Oggi e' tecnicamente possibile la comunicazione
universale immediata, quindi e' possibile che il conflitto resti umano e gli
uomini non si facciano sostituire dalle armi, idolo che esige sacrifici
umani e decide nel modo piu' irrazionale e ingiusto.
E' necessita' della vita e della dignita' lavorare con forte iniziativa,
anche unilaterale, per giuridicizzare il conflitto militare. L'obiettivo
pieno non puo' essere altro che la scomparsa del rapporto militare, con
tutto il suo apparato e la relativa mentalita', tragicamente tornata in
auge. I passi saranno parziali, ma quella e' la meta. Nulla di meno.

15. PROFILI. MARIA G. DI RIENZO: MILDRED, LA PELLEGRINA DELLA PACE. E UNA
SUA STORIA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo articolo. Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici
di questo foglio; prestigiosa intellettuale femminista, saggista,
giornalista, regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto
rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento
di Storia Economica dell'Universita' di Sidney (Australia); e' impegnata nel
movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta'
e in difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza; e' coautrice
dell'importante libro: Monica Lanfranco, Maria G. Di Rienzo (a cura di),
Donne disarmanti, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2003]

Per 28 anni, Mildred Lisette Norman Ryder (1908-1981), piu' conosciuta come
"Peace Pilgrim" ovvero la Pellegrina della Pace, attraverso' l'America a
piedi. Si fermava a parlare con chiunque fosse interessato a discutere di
come "sconfiggere il male con il bene, la falsita' con la verita', e l'odio
con l'amore". La Pellegrina camminava senza un soldo, spesso con gli stessi
abiti indosso che nevicasse o splendesse il sole, e mangiava solo se le
veniva offerto del cibo. Dopo aver percorso oltre 40.000 chilometri, smise
di contarli e continuo' a camminare. Il suo voto era di rimanere in viaggio
fino a che l'umanita' non avesse appreso le vie della pace.
Mildred era convinta che chiunque potesse lavorare per la pace, ovunque ed
in qualsivoglia situazione: "Quando porti armonia in un contesto difficile,
stai contribuendo al quadro generale della pace. Piu' pace crei nella tua
vita, piu' la rifletti nel mondo. Possiamo passare la nostra vita intera
facendo del bene. Quando incontro una nuova persona penso sempre a qualcosa
di incoraggiante da dirle, una parola gentile, un suggerimento utile, un
apprezzamento".
Non aveva paura, sola per le strade?, le chiedevano spesso. E questa era la
sua risposta: "Nessuno cammina piu' al sicuro di chi cammina umile e
disarmato, in compagnia del proprio amore e della propria fede. Perche' una
persona del genere fa si' che le altre tirino fuori il bene che hanno dentro
(e c'e' del buono in ogni persona). Questo funziona fra gli individui,
funziona nei gruppi, e funzionerebbe nelle nazioni se solo avessero il
coraggio di provare".
*
Durante il suo cammino, la Pellegrina incontro' migliaia di persone e
raccolse le loro memorie e le loro speranze. Uno degli incontri che amava
maggiormente raccontare era questo: "Si trattava di una donna ebrea che era
vissuta in Germania sotto Hitler, durante la seconda guerra mondiale. Si era
sposata a 16 anni, e nei due anni successivi aveva avuto due bambini. Quando
compi' 19 anni le accaddero tre cose. La prima: la sua casa venne distrutta
ed i suoi genitori uccisi da un bombardamento inglese. Immagino che gli
inglesi stessero cercando di 'liberarla'. La seconda: suo marito fu portato
via dai nazisti, e lei non ebbe mai piu' notizie di lui. La terza: lei venne
ferita, e i suoi due piccoli rimasero uccisi, da una bomba americana. La
stavamo 'liberando' noi, questa volta. Ferita e sconvolta, questa donna
vago' per molto tempo con gli altri rifugiati. In queste condizioni
terribili, fece una sorta di balzo spirituale. Comincio' a riflettere: hanno
torturato e persino distrutto i nostri corpi, si disse, ma nel farlo hanno
torturato e distrutto le loro anime, e questo e' molto peggio. Provava
compassione per loro, e quando pregava nelle sue preghiere c'era posto per
chiunque fosse connesso alla situazione, per l'uccisore e per l'ucciso.
Alcuni tedeschi, a rischio delle loro vite, riuscirono a farla fuggire in
Inghilterra, e da li' lei venne negli Stati Uniti. Ora ditemi: chi erano i
nemici di quella donna? Gli inglesi che avevano distrutto la sua casa e
ammazzato i suoi genitori, i tedeschi che le avevano ucciso il marito, o gli
americani che l'avevano ferita e le avevano ucciso i figlioletti? La
risposta e' sorprendentemente semplice: era la guerra, il suo vero nemico.
Era il falso convincimento che la violenza possa realizzare qualcosa, che il
male possa essere sconfitto dal male. Questo era il suo vero nemico, ed e'
il vero nemico di tutta l'umanita'".

16. MAESTRE. HANNAH ARENDT: CAPRIOLE
[Da Hannah Arendt, Sulla rivoluzione, Edizioni di Comunita', Milano 1983,
1996, p. 6. Hannah Arendt e' nata ad Hannover da famiglia ebraica nel 1906,
fu allieva di Husserl, Heidegger e Jaspers; l'ascesa del nazismo la
costringe all'esilio, dapprima e' profuga in Francia, poi esule in America;
e' tra le massime pensatrici politiche del Novecento; docente, scrittrice,
intervenne ripetutamente sulle questioni di attualita' da un punto di vista
rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori' a New York nel
1975. Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali (quasi tutti
tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di seguito non diamo l
'anno di pubblicazione dell'edizione italiana, ma solo l'anno dell'edizione
originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima edizione 1951),
Comunita', Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano; Rahel Varnhagen
(1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961), Garzanti,
Milano; La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli,
Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita', Milano; postumo e incompiuto e'
apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una raccolta di
brevi saggi di intervento politico e' Politica e menzogna, Sugarco, Milano,
1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers (Carteggio 1926-1969.
Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con Mary McCarthy (Tra
amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975,
Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti vari e' Archivio
Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio Arendt 2.
1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta Responsabilita'
e giudizio, Einaudi, Torino 2004. Opere su Hannah Arendt: fondamentale e' la
biografia di Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt, Bollati Boringhieri,
Torino 1994; tra gli studi critici: Laura Boella, Hannah Arendt,
Feltrinelli, Milano 1995; Roberto Esposito, L'origine della politica: Hannah
Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 1996; Paolo Flores d'Arcais, Hannah
Arendt, Donzelli, Roma 1995; Simona Forti, Vita della mente e tempo della
polis, Franco Angeli, Milano 1996; Simona Forti (a cura di), Hannah Arendt,
Milano 1999; Augusto Illuminati, Esercizi politici: quattro sguardi su
Hannah Arendt, Manifestolibri, Roma 1994; Friedrich G. Friedmann, Hannah
Arendt, Giuntina, Firenze 2001. Per chi legge il tedesco due piacevoli
monografie divulgative-introduttive (con ricco apparato iconografico) sono:
Wolfgang Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1987, 1999;
Ingeborg Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv, Muenchen 2000]

Quando una vecchia verita' cessa di essere applicabile, non diventa piu'
vera se la si capovolge.

17. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

18. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1056 del 17 settembre 2005

Per ricevere questo foglio e' sufficiente cliccare su:
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=subscribe

Per non riceverlo piu':
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=unsubscribe

In alternativa e' possibile andare sulla pagina web
http://web.peacelink.it/mailing_admin.html
quindi scegliere la lista "nonviolenza" nel menu' a tendina e cliccare su
"subscribe" (ed ovviamente "unsubscribe" per la disiscrizione).