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La domenica della nonviolenza. 39



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 39 del 18 settembre 2005

In questo numero:
1. Enrica Bartesaghi: Si', per il disarmo, contro la violenza
2. Daniele Lugli: Piu' forte che la bomba
3. Elizabeth Bauchner: Perche' abbiamo seguito Cindy Sheehan a Crawford
4. Angelo Cavagna: Cambiamo e salviamo l'Onu
5. Maria G. Di Rienzo: Candidate in Afghanistan
6. Giuliana Sgrena: Oggi a Kabul
7. "Voices of women against fundamentalism in Iran": liberate Roya Tolouie
8. Lea Melandri: Dietro la maschera di Medea

1. EDITORIALE. ENRICA BARTESAGHI: SI', PER IL DISARMO, CONTRO LA VIOLENZA
[Ringraziamo Enrica Bartesaghi (per contatti: bartesaghie at tele2.it) per
questo intervento. Enrica Bartesaghi, nata in provincia di Lecco nel 1954,
presidente del comitato "Verita' e giustizia per Genova", e' autrice del
libro Genova, il posto sbagliato. La Diaz, Bolzaneto, il carcere: diario di
una madre, Nonluoghi libere edizioni, 2004]

Fino al 21 luglio del 2001 sono stata una "normale" madre e cittadina
italiana. Ho, insieme a mio marito, educato e cresciuto mia figlia Sara con
gioia e buon senso: il rispetto di se' e degli altri, tutti gli altri. Sara
e' stata alimentata con pane e spirito critico, con la coscienza della
legalita' e dell'illegalita', con una particolare attenzione alle
ingiustizie dentro e fuori l'Italia, con il racconto delle storie di
famiglia, delle favole raccolte da Italo Calvino e dei fumetti di Mafalda,
della storia recente d'Italia, quella che io avevo visto o vissuto: il boom
economico, le stragi, la mafia, le lotte operaie, il sindacato, il
femminismo, le Br, la Milano da bere...
Per questo a luglio del 2001, quando Sara a 21 anni e' partita per Genova
l'ho salutata con un po' di apprensione ma con grande fiducia in lei e nelle
sue capacita' di cavarsela, con rispetto e condivisione per gli ideali e le
speranze che avrebbero portato, insieme a lei, decine di migliaia di persone
a Genova. Per i diritti umani, per una distribuzione piu' equa di ricchezze
e poverta', per un mondo ed una vita migliore.
Io sono rimasta a casa, un po' per pigrizia e stanchezza, un po' per lasciar
posto a lei. Era la sua prima, grande manifestazione.
Quando l'ho ritrovata, nel carcere di Vercelli il 23 luglio del 2001, dopo
averla persa per due giorni e due notti, ho letto nei suoi occhi, ed ho
visto sulla sua pelle, la parola violenza. Quella cieca e gratuita del
massacro alla scuola Diaz, quella piu' sottile e continuata, e per questo
ancor piu' profonda ed inguaribile, della caserma di Bolzaneto.
E, di colpo, io non sono stata piu'  una "normale" madre e cittadina
italiana, seppur attenta a quello che succede nel nostro paese e nel mondo.
Per poche ore, ma sono ore che cambiano la vita, io mi sono sentita una
madre e cittadina argentina alla quale scompare all'improvviso un figlio,
una madre cilena o bosniaca che lo ritrova ferito e torturato, una cittadina
inerme di fronte alla violenza peggiore: quella dello Stato.
*
Per tutto questo, e non solo, io sostengo il si' al referendum del 23
ottobre in Brasile sull'abolizione del commercio delle armi, per il disarmo,
per la lotta contro le armi e la violenza.
*
E poiche' penso che per aiutare il Brasile ed il resto del mondo a stare
meglio si debba partire dal paese dove viviamo, dall'Italia, ricordo che nel
nostro civilissimo e democratico paese, occidentale e del primo mondo,
ancora non abbiamo una legge per il reato di tortura; che non e' ancora
stata costituita una commissione d'inchiesta parlamentare per i fatti di
Genova e Napoli del 2001; che, nel frattempo, con i processi in corso (Diaz)
o ancora da iniziare (Bolzaneto), i maggiori responsabili delle violenze e
torture inflitte ai manifestanti a Genova alla scuola Diaz ed a Bolzaneto
sono stati tutti promossi, a garanzia dell'impunita' che copre i potenti. E
questo non aiuta certo la legalita' gia' ai minimi storici nel nostro paese.
Ricordo che anche a Genova le armi hanno sparato ed hanno ucciso un ragazzo
di nome Carlo, di 23 anni. Non ci sara' nessun processo, la pratica e' stata
archiviata.

2. RIFLESSIONE. DANIELE LUGLI: PIU' FORTE CHE LA BOMBA
[Da "Azione nonviolenta" n. 8-9, agosto-settembre 2005 (sito:
www.nonviolenti.org). Daniele Lugli (per contatti: daniele.lugli at libero.it)
e' il segretario nazionale del Movimento Nonviolento, figura storica della
nonviolenza, unisce a una lunga e limpida esperienza di impegno sociale e
politico anche una profonda e sottile competenza in ambito giuridico ed
amministrativo, ed e' persona di squisita gentilezza e saggezza grande]

"Piu' forte che la bomba" e' il titolo di uno straordinario articolo di Aldo
Capitini, pubblicato su "Epoca" il 17 agosto 1945, all'indomani dunque
dell'atomica su Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto). Inizia con una precisa
descrizione del mondo globalizzato, come gia' lo vedeva sessanta anni fa, e
dell'impatto che su questo avrebbe avuto il monopolio della forza nucleare.
"Questo tempo e' tale che tutto in esso si riassume e culmina. Questo mondo
distinto in continenti e in tante genti, ecco che si va unificando, e la
resa del Giappone (una specie di Cartagine) e' un altro passo. Ecco un
cosmopolitismo crescente, macchine, film, edifici, che possono collocarsi
indifferentemente in qualsiasi parte della terra; ed ecco infine che la
forza, invece di stare decentrata in migliaia e migliaia di industrie di
guerra si raccoglie in una bomba di sovraterrena potenza, che mette al
bivio: o essere terribilmente violenti o essere inferiori sul piano della
forza. La vittoria ha piegato le ali e ha scelto la sua dimora? l'imperium
non gira piu' da popolo a popolo? Si torna a riconoscere ad uno solo il
diritto di far guerra, quell'uno che potenzialmente e' il tutto, e non piu'
ai singoli popoli, diritto riaffermato nel Rinascimento? Certamente, sorge
il problema della forza e della scelta del mezzo per lottare, per
affermare".
*
La distruzione di Hiroshima e Nagasaki ha, come i maggiori storici
ammettono, solo avvicinato una resa sicura, ma e' stata soprattutto un
segnale potente nei confronti dell'Unione Sovietica, "un martello", nelle
parole di Truman, da far volteggiare sulle teste di "quei ragazzi del
Cremlino". Il monopolio nucleare non e' stato mantenuto: l'equilibrio del
terrore che ne e' conseguito, la divisione del mondo in blocchi, la politica
del rischio calcolato, le guerre che si sono susseguite, fino al crollo
dell'Urss, hanno solo differito la situazione intravista da Capitini e
sperata da Truman. Ora il "martello" della supremazia militare ruota sopra
le teste di tutti.
Gli Usa possiedono infatti un armamento, quantitativamente e
qualitativamente, imparagonabile con quello degli altri Paesi e continuano a
investire con una spesa annua che e' il triplo di quella dei Paesi d'Europa
messi assieme. E' un buon affare: non solo le armi dismesse trovano comunque
compratori, ma i settori propulsori dell'economia (di questa economia della
quale viviamo e moriamo) sono alle armi strettamente connessi.
Microelettronica, spazio, difesa e sicurezza rappresentano l'1,7% del Pil
mondiale, ma l'innovazione tecnologica generata influenza positivamente il
50% del Pil. Si calcolano, come conseguenti della conquista della Luna da
parte degli Usa e del progetto "guerre stellari", ricadute di 160.000
prodotti e tecnologie di vasto uso. Per indagare le origini dell'universo
non si e' trovato di meglio che sparare a una lontanissima e tranquilla
cometa. C'era un solo colpo in canna, sia pure da 300 milioni di dollari, ma
il bersaglio e' stato centrato. E' una modalita' di "conoscenza" molto
diversa da quella indicata dalla Bibbia, che pure i governanti nordamericani
citano continuamente.
*
Con la scusa delle armi di distruzione di massa, che non c'erano e lo si
sapeva, si e' fatta la guerra in Iraq. Ora c'e' una proposta, dei sindaci di
Hiroshima e Nagasaki, con colleghi di 110 nazioni, avanzata nel maggio
scorso all'Onu per far approvare, entro il 2010, un trattato per
l'abolizione di tutte queste armi, a partire da quelle nucleari, da rendere
esecutivo entro il 2020. Vedremo quali Paesi, a cominciare dal nostro, si
impegneranno veramente. La ricerca e la sperimentazione in questo campo non
si sono comunque mai arrestate.
Sistemi d'arma sempre piu' raffinati e complessi vengono messi a punto.
Decisive sono le connessioni, la raccolta, il trattamento, la compattazione,
la precisione delle informazioni che i mezzi operativi trasmettono e
ricevono, letali sensori in terra, in acqua, in aria, nello spazio. Abbiamo
visto all'opera in "guerre facili" aerei, veicoli, navi stealth (se non
proprio invisibili, furtivi) e robotici. Novita' si annunciano
nell'aviazione, nella marina, ma anche nelle forze di terra, dove la
vittoria e' facile per l'esercito piu' armato e addestrato, ma l'occupazione
e' comunque difficile. Si sperimentano blindati sempre piu' letali, leggeri,
ecologici perfino, e intelligenti. Ma tutte le armi sono una piu'
intelligente dell'altra. Anche le mine sono capaci di raccogliere
informazioni, oltre ad uccidere. Entro il 2014, leggo su "il Sole - 24 Ore",
gli Usa avranno pronta una tecno-brigata, prevista nel programma Futur
Combat System, insieme integrato di una ventina di componenti, contando
oltre al sistema computerizzato anche l'uomo.
*
E' questo un componente critico che va opportunamente preparato. "Il
processo ha inizio nel campo reclute. L'addestramento iniziale nelle forze
armate e' sempre un'esperienza traumatica. La nuova recluta viene
maltrattata, umiliata e sottoposta ad uno stress fisico e psicologico tale
che quelle poche settimane modificano notevolmente la sua personalita'.
Un'importante abitudine acquisita durante questo processo e' l'obbedienza
immediata e assoluta. Non c'e' un motivo particolare per cui si debbano
piegare i calzini o fare i letti in un certo modo, se non perche' l'ha detto
l'ufficiale. L'intento e' che si manifesti la stessa obbedienza quando
l'ordine e' molto piu' importante. Addestrato a non mettere in dubbio gli
ordini l'esercito diventa una macchina da guerra: l'impegno e' automatico".
La citazione, e si potrebbe continuare a lungo, non e' tratta da una
pubblicazione antimilitarista, ma dal libro di testo delle migliori business
school americane Thinking Strategically, edito in Italia da "Il Sole - 24
Ore" col titolo Io vinco tu perdi.
Ma l'uomo continua ad avere un difetto, individuato gia' da Brecht. Puo'
pensare. Puo' ritenere che l'intelligenza non consista unicamente
nell'essere connesso a un sistema e rispondere in forma prevista agli input.
*
A questo difetto sono affidate le nostre speranze. Gia' soldati americani,
sempre piu' numerosi, varcano, come ai tempi del Vietnam, la frontiera del
Canada per sottrarsi alla guerra. E l'esercito americano ha affidato ad una
societa' specializzata il compito di individuare il target piu' opportuno di
giovani cui inviare proposta di arruolamento.
Il problema non si presenta ancora nel nostro Paese. Sospeso l'obbligo
militare, il primo bando di concorso per soldati di professione ha visto
18.000 domande per 5.000 posti messi a disposizione. Neanche tanti a ben
vedere considerato che al termine della ferma c'e' un posto in polizia, nei
vigili del fuoco, nella Croce Rossa.
Gli impegni, gia' al loro massimo storico, in "missioni di pace" delle
nostre forze armate, sono destinati a crescere. Sara' infatti un generale
italiano ad assumere in agosto la direzione delle forze Nato in Afghanistan,
un altro fara' lo stesso a settembre in Kossovo, a dicembre l'Eufor, che ha
rimpiazzato la Nato in Bosnia, sara' diretta da un italiano. Gia' da un anno
e mezzo la Multinational Force and Observer in Sinai e' comandata da un
italiano e si prospetta un ampliamento dei suoi compiti nei confronti della
delicatissima striscia di Gaza. E' facile prevedere una forte pressione per
l'aumento delle spese per "la difesa" e sistemi d'arma in particolare.
*
Luttuosi, recenti avvenimenti hanno confermato, non ce n'era veramente
bisogno, non solo la vulnerabilita' delle nostre societa' nei confronti del
terrorismo internazionale, ma l'alimento che lo stesso piuttosto riceve da
guerre condotte nei confronti di "stati canaglia", nella speranza di
distruggerne le basi. E questo avviene in un quadro politico che, nella
breve autobiografia, scritta nel '68 poco prima di morire, Aldo Capitini
aveva previsto: "Si vedra' molto del laicismo anche notevolmente critico
accettare prima o poi l'influenza americana, anche se essa si fara' meno
democratica, ma giudicata da quei laici pur sempre il male minore, in una
certa circolazione di culture e di beni. E quest'accettazione e' un fatto
compiuto, non solo per i laici, che sembrano almeno in Italia in via di
estinzione, ma per forze che in passato si dicevano comuniste. Si vedra' la
spinta rivoluzionaria farsi sempre piu' estremista, attuando anche colpi
violenti se non di guerra, di guerriglia, fino alla speranza di un
controimpero che spazzi tutto il vecchio".
E anche questo l'abbiamo visto, nel mondo e nel nostro paese pure. Negli
"anni di piombo" l'estremismo, che si voleva a favore degli oppressi,
credette nella lotta armata, sempre complice dell'oppressione. E la violenza
terrorista, accompagnata dall'oscurantismo religioso, e' un nemico ben
attuale.
Per chi non accetta il prepotere capitalistico, ne' la barbarie, che
pretenderebbe di opporglisi, si ripropone il problema che nello scritto del
'45 Capitini aveva sintetizzato: Certamente, sorge il problema della forza e
della scelta del mezzo per lottare, per affermare.
E la risposta e' ancora quella della nonviolenza, individuale e collettiva,
del suo approfondimento, teorico e pratico. Solo attraverso il varco della
nonviolenza e' possibile approdare a quell'esito che Capitini indicava,
concludendo la sua gia' ricordata autobiografia: "L'Europa unita al Terzo
mondo e al meglio dell'America, elaboreranno la piu' grande riforma che mai
sia stata comune all'umanita', quella riforma che rendera' possibile abolire
interamente le diseguaglianze attuali di classi e di popoli e abolire le
differenze tra i "fortunati" e gli "sfortunati". Un passo importante,
decisivo, necessario, perche' il varco si compia, e' costituito dal disarmo.

3. TESTIMONIANZE. ELIZABETH BAUCHNER: PERCHE' ABBIAMO SEGUITO CINDY SHEEHAN
A CRAWFORD
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione questo articolo di
Elizabeth Bauchner.
Elizabeth Bauchner, scrittrice, vive a Ithaca, nello stato di New York.
Cindy Sheehan ha perso il figlio Casey in Iraq; dal 6 agosto e' stata
accampata a Crawford, fuori dal ranch in cui George Bush stava trascorrendo
le vacanze, con l'intenzione di parlargli per chiedergli conto della morte
di suo figlio]

La Casa della pace di Crawford si situa su un piccolo appezzamento di terra
a poche miglia dal ranch dove il presidente Bush trascorre le vacanze.
L'edificio e' stato acquistato nel 2003 da due persone che vogliono rimanere
anonime, e che pensavano che Crawford avesse bisogno di un Centro dedicato
alla pace. Chiunque siano, possiamo dire che la loro intuizione era giusta.
Quando il 6 agosto scorso Cindy Sheehan ha sistemato la sua sedia da
giardino di fronte al ranch di Bush, e ha chiesto un incontro con lui
affinche' le spiegasse per quale nobile causa suo figlio Casey era morto in
Iraq, la Casa della pace si e' trasformata nell'epicentro di dozzine di
organizzatori e volontari che hanno aiutato Cindy e i suoi sostenitori.
Il 27 agosto anch'io sono andata la', con i miei bambini. Un volontario
della Casa ci accolse e ci disse dove potevamo montare la tenda. Siamo
rimasti accampati per tre giorni, i bambini hanno giocato nel labirinto
costruito accanto alla Casa e hanno fatto conoscenza con moltissime persone.
Non saprei neppure dire quanta gente ha partecipato alle iniziative in quei
tre giorni, iniziative che hanno incluso una messa con sacerdoti di diverse
fedi, due matrimoni, e le visite di Al Sharpton e Martin Sheen; un
volontario mi ha detto che piu' di 8.000 persone avevano firmato il registro
della Casa della pace solo nelle due ultime settimane.
La mia decisione di recarmi a Crawford non e' stata improvvisa. Avevo
organizzato una veglia di sostegno a Cindy a Ithaca dove vivo, il 10 agosto,
con l'aiuto degli attivisti di "MoveOn", sperando che ci saremmo trovati
almeno in dodici. Ebbene, in 500 risposero all'appello. Mi sono sentita
infondere molta energia, quel giorno, ed ora sto gia' sistemando le cose
affinche' la mia famiglia ed io si possa partecipare tutti alla marcia per
la pace a Washington il 24 settembre prossimo.
*
Ho portato i miei tre bambini (di 14, 7 e 4 anni) a Crawford perche' ero
convinta che dovessero prendere parte a quell'evento storico, il quale era
cosi' fortemente connesso al legame fra madre e figlio.
A nome nostro, madri e figli in Iraq vengono uccisi a migliaia. A nome
nostro, i nostri ragazzi e ragazze tornano a casa nei feretri avvolti dalle
bandiere.
Come madre, io sento che e' di importanza fondamentale sostenere Cindy e
protestare contro la guerra in Iraq. E volevo mostrare ai miei bambini che
noi abbiamo il diritto, e persino l'obbligo, di contestare le azioni del
nostro governo, quando esse vanno cosi' direttamente contro i nostri valori.
Adottino poi o no i miei sentimenti contro la guerra, ho voluto che i miei
figli vedessero che dissentire e' uníopzione accettabile.
*
A guidarci attraverso i due accampamenti (Camp Casey I e II) e' stato un
volontario della Casa della pace, Juan Torres, il cui figlio e' morto in
Afghanistan. Torres crede che suo figlio sia stato assassinato per aver
denunciato l'uso di droghe fra i suoi commilitoni alla base aerea di Bagram.
Mi disse che il Pentagono continua a rifiutarsi di investigare sulla morte
di suo figlio.
Beatrice, una dimostrante, mi racconto' invece di aver perso il nipote in
Iraq, che amava come un figlio. Come Cindy, voleva conoscere i nobili motivi
che lo avevano ucciso.
Mentre io mi trovavo a Crawford, madri da tutti gli Stati Uniti vennero con
4.500 rose con cui ornare le croci che erano state piantate in nome dei
caduti. A parecchie di esse era appesa la piastrina di riconoscimento dei
soldati. Piangevano in molti, durante la cerimonia, per l'immensa perdita di
vite umane. I miei bimbi aiutarono a decorare le croci con le rose,
muovendosi lentamente e in silenzio, solenni per intuito. Piu' tardi,
svegliandosi da un sonnellino, la mia figlia piu' piccola mi disse: "Mamma,
noi dobbiamo pensare e pensare, anche quando dormiamo e sogniamo, dobbiamo
pensare e pensare a tutti quei ragazzi che sono morti".
*
Cindy Sheehan ha mobilitato i pacifisti in tutta la nazione, o meglio
ancora, in tutto il mondo. Ed e' per questo che e' stata attaccata e
insultata, definita un "attrezzo della sinistra" e una "politicante".
Per me, lei ha messo il volto di un genitore sulla terribile realta' della
guerra.
Lei, Beatrice, Juan: queste persone hanno perso coloro che amavano, figli
che non avrebbero mai dovuto essere mandati in guerra, come non avrebbero
dovuto andarci gli oltre 1.800 altri morti.
Quando ho chiesto a Cindy, durante una conferenza stampa a Camp Casey II,
come avremmo potuto evitare la guerra ai nostri figli e figlie, lei
comincio' a dire: "Crescendo i nostri bambini..." e l'emozione la
interruppe. Ricomincio' daccapo, dicendo che non aveva mai parlato a suo
figlio Casey del fatto che il suo paese poteva abusare di lui o fare di lui
un uso sbagliato. Chiese a tutte le madri presenti di spiegarlo ai loro
figli, perche' Casey non avrebbe mai creduto che il suo presidente potesse
mentirgli o abusare di lui.
E poiche' tale presidente aveva chiarito che non avrebbe parlato con lei,
Cindy avrebbe fatto pressione perche' fosse il Congresso a rispondere alle
sue domande.
Non so come andranno le cose, se Cindy riuscira' ad avere delle risposte da
Bush o dal Congresso, ma credo che il suo piu' grande risultato lo abbia
gia' raggiunto: ha convinto madri come me a stare al suo fianco.
Il coraggio di Cindy Sheehan merita tutto il seguito che sta avendo.
*
Per maggiori informazioni:
- Meet With Cindy: www.meetwithcindy.org
- Crawford Peace House: http://crawfordpeace.nfshost.com
- The Bring Them Home Now Bus Tour: www.bringthemhomenowtour.org

4. RIFLESSIONE. ANGELO CAVAGNA: CAMBIAMO E SALVIAMO L'ONU
[Dai volontari del Gavci (per contatti: gavci at iperbole.bologna.it) riceviamo
e volentieri diffondiamo questi appunti pensati per un intervento a
braccio - quindi col margine di approssimazione tipico del discorso orale -
da padre Angelo Cavagna. Padre Angelo Cavagna (per contatti:
gavci at iperbole.bologna.it) e' religioso dehoniano, prete operaio, presidente
del Gavci (gruppo di volontariato con obiettori di coscienza), obiettore
alle spese militari, infaticabile promotore di inizative di pace e per la
nonviolenza. Opere di Angelo Cavagna: Per una prassi di pace, Edb, Bologna
1985; (a cura di, con G. Mattai), Il disarmo e la pace, Edb, Bologna 1982;
(a cura di), I cristiani e l'obiezione di coscienza al servizio militare,
Edb, Bologna 1992; I malintesi della missione, Emi, Bologna; (a cura di), I
cristiani e la pace, Edb, Bologna 1996]

Ho partecipato a Perugia ad alcuni incontri nell'ambito dell'assemblea
dell'Onu dei popoli e della marcia Perugia-Assisi. Avevo chiesto di fare un
piccolo intervento, ma gli iscritti erano gia' tanti e non fu possibile.
Scrivo quello che avrei voluto dire, nella speranza che, in un modo o
nell'altro, possa giungere ai destinatari.
*
Anzitutto richiamo l'attenzione di tutti sullo studio di Antonio Papisca e
Marco Mascia contenuto nella cartella del convegno sulla riforma dell'Onu.
*
La nonviolenza non e' passivita'
La prima cosa che volevo dire e' la seguente: sia i giornalisti che i
politici, salvo una minoranza, sono chiusi mentalmente nel sistema militare,
per cui alla difesa civile non armata e nonviolenta non danno alcun valore,
non entra mai nelle loro vedute divulgative o nei loro programmi politici,
come se si trattasse di un atteggiamento passivo o di un sogno utopistico.
Cito l'esempio della rivoluzione popolare nonviolenta delle Filippine contro
il dittatore Marcos. Mi pare che Benigno Aquino dapprima fosse partito con
la rivoluzione armata. Poi, imprigionato, abbia lanciato la lotta
nonviolenta. Mandato in esilio e poi richiamato, mentre scendeva dall'aereo,
venne ucciso. A capo della lotta nonviolenta si pose la moglie, Cory Aquino.
Ad un certo punto questa diede al popolo dieci punti di lotta nonviolenta,
fra i quali l'indicazione di ritirare i soldi dalle banche da lei nominate,
nelle quali Marcos aveva i suoi interessi. L'articolista di un prestigioso
quotidiano scrisse da Manila un articolo ironicissimo, il cui sugo era
condensato in queste parole conclusive: "Cosi', con questi dieci punti di
lotta nonviolenta, il dittatore Marcos potra' dormire altri vent'anni di
sonni tranquilli". Invece, in capo a una settimana, Marcos dovette fare le
valigie, senza che fosse sparato un colpo. Altro che vent'anni di sonni
tranquilli.
Del resto, chi avrebbe il coraggio di dire che Gandhi, Martin Luther King,
Rodolfo Seguel in Cile, Perez Esquivel in Argentina, Nelson Mandela in
Sudafrica e tanti altri nonviolenti sono stati dei passivi o degli utopisti?
Il papa Giovanni Paolo II, nel discorso della giornata della pace d'inizio
del terzo millennio, dopo aver scritto che il secolo XX era stato il piu'
insanguinato della storia, aggiunse: "Chi salvo' l'onore dell'umanita'
furono coloro che lottarono con metodi nonviolenti e scrissero pagine
storiche magnifiche". In questo senso, mi sembra, va fatto un invito
particolare agli operatori dell'informazione e della comunicazione e,
soprattutto, ai politici.
*
Una riforma radicale dell'Onu
L'Onu e' nata come istituzione di pace proprio dopo le due guerre mondiali.
Dopo la prima, era nata la "Societa' delle Nazioni"; ma non funziono'. Dopo
la seconda, venne istituita l'Onu: meglio di niente, pero' non funziona.
Cito il giudizio scritto da Kofi Annan, attuale segretario generale
dell'Onu. Mi trovavo, circa un anno fa, dal barbiere. Mentre attendevo il
mio turno, vidi un giornale (era "l'Unita'"). Proprio l'articolo di fondo,
in prima pagina, era di Annan, sulle istituzioni internazionali Il giudizio
finale diceva testualmente: "Le istituzioni internazionali, che dovrebbero
garantire giustizia e pace per tutti i popoli sono a uno stato poco piu' che
embrionale". In pratica, non funzionano.
E' da parecchio tempo che sto notando una cosa curiosa. Quasi tutti quelli
che discutono dell'Onu dicono che bisogna dare maggiore forza a tale
istituzione; ma con questo non vogliono creare un superstato. Bisogna
rispettare la sovranita' di ogni singolo stato. Bisogna incrementare i
rapporti multilaterali fra gli stati sovrani armati; ma non si vuole dare
all'Onu una vera autorita' sovrastatale.
Da notare che l'articolo 11 della Costituzione italiana, dopo la prima parte
che dice: "L'Italia ripudia la guerra...", continua nelle seconda parte
dicendo: "L'Italia consente, in condizioni di parita' con gli altri stati,
alle limitazioni di sovranita' necessarie ad un ordinamento che assicuri la
pace e la giustizia fra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni
internazionali rivolte a tale scopo".
Era chiaro ai costituenti che, per avere la pace mondiale, occorreva un
governo mondiale.
Invece oggi si vuole il "villaggio planetario" ma senza sindaco e senza
consiglio comunale; in pratica un villaggio di matti, come di fatto e'.
L'unico organo dell'Onu che decide qualcosa e' il Consiglio di sicurezza,
dove si sono seduti i rappresentanti delle nazioni vincitrici con il diritto
di veto singolo. Non esiste un vero parlamento eletto e un vero governo
democratico, che ne applichi le leggi. E' significativo che oggi alcuni
governi parlino di riforma dell'Onu, ma intendendo avanzare la propria
candidatura ad entrare proprio nel Consiglio di sicurezza, e non per creare
un vero governo democratico mondiale, con il principio di sussidiarieta'.
Conseguenza logica di quanto sin qui detto, bisogna far sparire tutti gli
eserciti del mondo (uso omicida della forza). E' sufficiente un corpo di
polizia internazionale (uso non omicida della forza) alle dirette dipendenze
dell'Onu, come al formarsi dell'unita' d'Italia furono sciolti tutti gli
eserciti preesistenti al suo interno.
Oppure, per capire che ci vuole una vera Onu, dobbiamo aspettare una terza
guerra mondiale, magari atomica?

5. MONDO. MARIA G. DI RIENZO: CANDIDATE IN AFGHANISTAN
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo articolo. Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici
di questo foglio; prestigiosa intellettuale femminista, saggista,
giornalista, regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto
rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento
di Storia Economica dell'Universita' di Sidney (Australia); e' impegnata nel
movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta'
e in difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza; e' coautrice
dell'importante libro: Monica Lanfranco, Maria G. Di Rienzo (a cura di),
Donne disarmanti, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2003]

Voi giurerete che sono speciali, dopo aver letto di loro, ma esse si
giudicano molto ordinarie. Sono tre donne afgane della provincia di Ghazni
candidate al Parlamento. Naturalmente le candidate sono una minoranza nel
paese, e quindi anche in questo territorio situato a sud est di Kabul (12
contro i 119 uomini per gli undici seggi della provincia, di cui tre
riservati alle donne), ma a lasciare un segno credo proprio che ci
riusciranno.
*
Prendete ad esempio Hosai Andar, che viaggia da sola, senza timore alcuno,
per pubblicizzare la propria candidatura fin nei luoghi piu' remoti e
difficili. Molti uomini candidati non si azzardano a fare quello che Hosai
fa, e ammettono di evitare con cura determinate zone. Hosai non ha problemi,
dice: certo, il fatto che sia una fiera oppositrice dei signori della guerra
che controllano parte della sua stessa provincia la mette in pericolo, ma
lei ripete di essere serena e di non aver paura di nessuno. "Il mio motto
e': civilta'. Se riesco a farmi strada sino al Parlamento, vedrete che ci
libereremo di tutti i signori della guerra".
*
Rahila Kobra Alamshahi, da parte sua, ha molto a cuore il problema delle
persone disperse e senza casa e degli orfani che vivono per strada. Due
bimbe di strada le ha prese con se', Sausan di circa quattro anni e Nilofar
di circa sei (le piccole non sanno dire la loro eta'). Le ha trovate
nell'immondizia, vicino a casa sua, che frugavano in cerca di cibo.
"Dormivano in un container", racconta Rahila, "Durante il giorno cercavano
nei rifiuti la frutta marcia, grazie alla quale sopravvivevano. Queste due
bambine sono l'esempio di una condizione che troppi vivono ancora in
Afghanistan. E' per loro che ho deciso di tentare la corsa al Parlamento. Se
ce la faccio, potro' aiutare altri bimbi. Ho preso Sausan e Nilofer con me
come figlie. Ora sono la loro madre e avro' cura di loro finche' vivro'".
Nella squadra dei suoi sostenitori, gli uomini vanno a dozzine. Rahila li
istruisce personalmente nella sede del proprio comitato elettorale. Problemi
durante la campagna? 'Il maggiore e' che mi accusano di essere cristiana e
dicono che per questo motivo la gente non dovrebbe votare per me. Non ho
niente contro i cristiani, ma sono musulmana e questa e' una menzogna dei
miei avversari".
Rahila Kobra Alamshahi e' una sciita ed ha vissuto 27 anni in Iran. Vede la
propria candidatura come un fatto assolutamente normale. E la sua sicurezza?
Non riesce a riferire la domanda a se stessa, la sua sicurezza e' parte
della sicurezza generale. "Alcune zone della provincia sono ancora sotto il
dominio talebano, e non sono sicure. Questa e' una cosa da risolvere".
*
E poi c'e' Kobra Sadat, che le prime elezioni le ha vinte a casa propria. Si
e' registrata in segreto, poiche' il marito si opponeva alla sua idea di
candidarsi. Gli ha detto la verita' a cose fatte, quando con l'aiuto dei
figlio diciottenne aveva gia' portato a termine tutte le procedure ed il suo
nome era scritto nero su bianco nella lista. "Ne avevo discusso molte volte
con mio marito, ma lui continuava a rispondermi che tutti quelli che ci
conoscevano lo avrebbero insultato e gli avrebbero chiesto ragione del
comportamento di sua moglie. Quando gli dissi che mi ero candidata comunque,
voleva che mi togliessi in fretta dalla lista, prima che la gente potesse
venire a saperlo. Ma io non ero díaccordo, e non l'ho fatto". Dopo un bel
po' di accese discussioni in cui Kobra e' stata sostenuta vigorosamente
proprio dalla famiglia del marito, quest'ultimo ha cambiato opinione. Ora e'
il suo piu' grande sostenitore: "Sta andando casa per casa a dire alle
persone di votare per sua moglie".
Il piu' grosso problema della campagna elettorale, per Kobra, e' quello
economico. Non ha molto danaro da spendere in manifesti e volantini. "Ma la
gente sa la differenza fra il bene e il male", aggiunge ottimista. "Posso
farcela anche senza spendere altri soldi". Speriamo che abbia ragione. Anzi,
che l'abbiano tutte e tre.

6. MONDO. GIULIANA SGRENA: OGGI A KABUL
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 17 settembre 2005. Giuliana Sgrena,
giornalista, intellettuale e militante femminista e pacifista tra le piu'
prestigiose, e' tra le maggiori conoscitrici italiane dei paesi e delle
culture arabe e islamiche; autrice di vari testi di grande importanza, e'
stata inviata del "Manifesto" a Baghdad, sotto le bombe, durante la fase
piu' ferocemente stragista della guerra tuttora in corso. A Baghdad e' stata
rapita il 4 febbraio 2005; e' stata liberata il 4 marzo, sopravvivendo anche
alla sparatoria contro l'auto dei servizi italiana in cui viaggiava ormai
liberata, sparatoria in cui e' stato ucciso il suo liberatore Nicola
Calipari. Opere di Giuliana Sgrena: (a cura di), La schiavitu' del velo,
Manifestolibri, Roma 1995, 1999; Kahina contro i califfi, Datanews, Roma
1997; Alla scuola dei taleban, Manifestolibri, Roma 2002; Il fronte Iraq,
Manifestolibri, Roma 2004]

I muri della capitale afghana sono tappezzati di cartelli elettorali, la
loro dimensione dipende dalle disponibilita' finanziarie dei candidati. Ieri
si e' conclusa la campagna elettorale in vista delle elezioni di domani che,
a parte i manifesti, quasi non si e' vista, limitata com'era - per problemi
di sicurezza - a riunioni negli alberghi e a messaggi trasmessi dalla radio
e dalla televisione.
Ogni candidato - 5.800, di cui 2.800 per il parlamento (wolesi jirga,
consiglio del popolo) e 3.000 per le provinciali - aveva diritto a
registrare un messaggio di due minuti.
Poche le eccezioni a questa campagna elettorale clandestina. La combattiva
Soraya Perlika, leader dell'Unione delle donne afghane, ha lanciato pesanti
accuse contro i mujahidin e ha rivalutato la figura del presidente
Najibullah parlando a un centinaio di persone - in maggioranza donne, alcune
con il burqa, altre nascoste dentro il taxi - davanti alla grande moschea
dell'Aid. Mentre Ramazan Bashardost, ex-ministro della pianificazione, ha
piazzato una tenda nel parco della citta', dove riceve i suoi sostenitori.
Non e' solo l'assenza di campagna ma anche il sistema elettorale a
sorprendere: tutti i candidati si presentano come "indipendenti", anche se
appartengono a un partito, che cosi' viene penalizzato perche' non puo' fare
un gioco di lista. Un sistema elettorale fortemente voluto dal presidente
Hamid Karzai, un senza partito, che conta evidentemente di potersi meglio
destreggiare tra "indipendenti". Un sistema che rischia di favorire il voto
"tribale" e la candidatura di personaggi la cui appartenenza e' perlomeno
imbarazzante. Ma a chi ha contestato la presenza nelle liste dei signori
della guerra, Karzai ha risposto: "Ora abbiamo la liberta' di scelta. Se
considero qualcuno un criminale non lo voto". Senza contare che questa
liberta' di scelta e' solo sulla carta e i mezzi di coercizione dei signori
della guerra sono molti.
*
A quattro anni dall'inizio dell'intervento militare della coalizione guidata
dagli Stati Uniti, che ha segnato la fine del regime dei taleban, i seguaci
del mullah Omar sono riabilitati in nome della "riconcilizione nazionale".
Mentre Osama bin Laden (obiettivo dichiarato della guerra al terrorismo)
continua ad essere uccel di bosco. I taleban di spicco in competizione sono
quattro, tra i quali l'ex ministro per la prevenzione del vizio e la
promozione della virtu', Maulawi Qalamudin Mohmand, candidato nella
provincia di Logar, mentre l'ex ministro degli esteri Wakil Ahmad Mutawakil
si presenta nella roccaforte di Kandahar. Senza rinnegare il loro passato e
riciclati dagli americani, che avevano gia' finanziato la loro presa del
potere nel 1996, gli ex ministri e comandanti taleban hanno tutte le chance
per essere eletti, con l'appoggio dei mullah. Sdoganati in cambio
dell'accettazione della presenza militare Usa.
*
Candidati non solo taleban ma anche capi mujahidin. Oltre ai tagiki Rabbani
e Qanuni, tra gli altri, il wahabita Abdul Rasul Sayyaf, e Hamayoon Jareer,
genero di Gulbuddin Hekmatyar, uno dei maggiori responsabili della
distruzione di Kabul durante gli scontri tra mujahidin. Ma Jareer, che
abbiamo sentito ieri, minimizza i crimini commessi dai militanti del Partito
islamico, fondato da Hekmatyar, di cui e' stato un dirigente. E si presenta,
come molti altri "reduci", con l'immagine di fautore della pace oltre che di
sostenitore di Karzai. Sembra di fare un salto nel passato dell'Afghanistan.
Tornano anche i comunisti, candidati "indipendenti", senza riferimenti a una
appartenenza che ora e' fuori legge, secondo la costituzione islamica. E non
tutti sono presentabili come Soraya Perlika che ha sempre fatto le sue
battaglie, coraggiosamente, alla luce del sole (nel novembre 2001 aveva
organizzato la prima manifestazione delle donne senza burqa). Infatti, per
fare la campagna elettorale - ma non e' candidato - e' rientrato dal
Pakistan il generale Tanai, che non aveva esitato ad allearsi con
l'estremista islamico Hekmatyar per tentare un golpe contro Najibullah,
fallito. Se la "riconciliazione" parlamentare funzionera' si vedra' poi, ma
non sembra convincere molti afghani.
*
E' difficile prevedere quanti dei 12 milioni di iscritti alle liste
elettorali (su una popolazione stimata in 28-29 milioni di abitanti)
parteciperanno al voto per eleggere i 249 deputati. I candidati sono
riconoscibili oltre che dal nome, dalla foto e da un simbolo, scelto a sorte
tra quelli "neutri" indicati dal Joint electoral management body, formato da
afghani e funzionari Onu, che ha organizzato le elezioni. Il ricorso al
simbolo - utensili da lavoro, frutta, animali, etc. - e' determinato
dall'alto tasso di analfabetismo: l'85% delle donne e il 55% degli uomini.
Nonostante tutti i limiti di queste elezioni, che concludono il processo
avviato dalla Conferenza di Bonn nel dicembre 2001 ma non il protettorato
americano, si tratta del primo voto a suffragio universale dal 1969, quindi
simbolicamente importante. Il voto e' una possibilita' di partecipare. Che
molti non hanno mai avuto. Soprattutto le donne, che negli ultimi tempi si
sono iscritte in molte alle liste elettorali. Le candidate sono solo 583, il
10%, nonostante la costituzione preveda una quota in parlamento del 25%. Ma
molto combattive.
*
Il clima che si respira nella capitale afghana e' di attesa, non senza
tensione per quello che potrebbe ancora succedere. Timori condivisi anche
dalle autorita', se non hanno ancora comunicato i seggi elettorali. A
rassicurare non basta certo un grande manifesto che campeggia nei punti
strategici della citta' con un alpino italiano - il comando dell'Isaf e'
stato assunto il 3 agosto dal generale Del Vecchio - insieme a un poliziotto
e un militare afghani. Insieme dovrebbero garantire la sicurezza. Mentre i
21.000 soldati della coalizione sono sempre impegnati a fare la guerra
contro gli irriducibili taleban che non hanno accettato la riconciliazione e
"boicottano" le elezioni. Una guerra a "bassa intensita'" che dall'inizio
della primavera ha causato 1.200 morti (civili, candidati, funzionari
impegnati nelle elezioni, e 50 soldati Usa).
*
Ma l'Afghanistan e' un paese spaccato, gli abitanti di Kabul sembrano voler
ignorare quello che avviene nel sud. La gente e' stufa della guerra ed e'
alle prese con i problemi quotidiani. Molti e gravi. Oltre alla sicurezza,
lavoro, sanita', scuola, etc., aumenta la sperequazione tra i poveri, sempre
di piu', e i ricchi, pochi, che fanno i soldi soprattutto con il traffico
della droga. Quest'anno la pioggia ha garantito un raccolto record del
papavero da oppio.
L'immagine di Kabul ben rappresenta il paradosso afghano: l'elettricita'
arriva solo qualche ora al giorno e in molti quartieri mai, manca l'acqua,
ma i telefonini vanno a ruba. Palazzi di vetro spuntano tra catapecchie e
campi profughi.

7. APPELLI. "VOICES OF WOMEN AGAINST FUNDAMENTALISM IN IRAN": LIBERATE ROYA
TOLOUIE
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente appello di
"Voices of women against fundamentalism in Iran"]

A seguito dell'omicidio di un giovane cittadino curdo, avvenuto nella citta'
di Mahabad il 9 luglio scorso, nel Kurdistan iraniano ci sono state grandi
manifestazioni antigovernative per tutte le sei settimane seguenti. Le forze
dell'ordine hanno risposto alle proteste pacifiche aprendo il fuoco sui
dimostranti e sulla gente comune che passava per strada. Dozzine di civili
sono stati feriti ed uccisi, piu' di 500 persone sono state arrestate. Gli
sforzi delle famiglie degli arrestati per far rilasciare i loro cari non
hanno avuto successo. Duecento prigionieri sono stati trasferiti alla
tristemente nota prigione di Evin, a Teheran. Due giornali indipendenti
curdi sono stati chiusi d'autorita'.
Fra gli arrestati vi e' un numero rilevante di attiviste ed attivisti per i
diritti umani, inclusa Roya Tolouie, attiva nel movimento nelle donne e
membro dell'Associazione per la difesa delle donne in Kurdistan. Roya
Tolouie e' ricercatrice in un laboratorio scientifico, scrittrice ed
editrice di una rivista mensile, "Rasan". E' stata arrestata, assieme a
molti altri, il primo agosto scorso durante un sit-in pacifico che aveva lo
scopo di chiedere il rilascio dei prigionieri di cui sopra, l'azione legale
nei confronti di chi aveva aperto il fuoco contro i dimostranti, e il
rispetto dei diritti umani del popolo curdo. Il marito di Roya ha potuto
visitarla per la prima volta in carcere il 18 agosto.
*
Noi siamo molto preoccupate per la sicurezza dei prigionieri politici in
Iran. In particolare vorremmo attirare l'attenzione sulla situazione di Roya
Tolouie e dei suoi colleghi e colleghe impegnati/e in diverse organizzazioni
per i diritti umani ed arrestati/e nella stessa occasione: Edjlal Ghavami,
Said Saedi, Madeh Ahmadi e Azad Zamani.
Chiediamo che all'Onu ed alla Mezzaluna Rossa Internazionale venga dato
accesso alle prigioni della Repubblica Islamica dell'Iran, al fine di
accertare le condizioni di salute di tutti i prigionieri politici.
Chiediamo anche il rilascio di Roya Tolouie e di tutti gli altri attivisti
per i diritti umani, arrestati e detenuti per motivi politici.

8. RIFLESSIONE. LEA MELANDRI: DIETRO LA MASCHERA DI MEDEA
[Dal quotidiano "Liberazione" del 14 settembre 2005. Lea Melandri, nata nel
1941, acutissima intellettuale, fine saggista, redattrice della rivista
"L'erba voglio" (1971-1975), direttrice della rivista "Lapis", e' impegnata
nel movimento femminista e nella riflessione teorica delle donne. Opere di
Lea Melandri: segnaliamo particolarmente L'infamia originaria, L'erba
voglio, Milano 1977, poi Manifestolibri, Roma 1997. Cfr. anche Come nasce il
sogno d'amore, Rizzoli, Milano 1988; Lo strabismo della memoria, La
Tartaruga, Milano 1991; La mappa del cuore, Rubbettino, Soveria Mannelli
1992; Migliaia di foglietti, Moby Dick 1996. Dal sito
www.universitadelledonne.it riprendiamo la seguente scheda: "Lea Melandri ha
insegnato in vari ordini di scuole e nei corsi per adulti. Attualmente tiene
corsi presso l'Associazione per una Libera Universita' delle Donne di
Milano, di cui e' stata promotrice insieme ad altre fin dal 1987. E' stata
redattrice, insieme allo psicanalista Elvio Fachinelli, della rivista L'erba
voglio (1971-1978), di cui ha curato l'antologia: L'erba voglio. Il
desiderio dissidente, Baldini & Castoldi 1998. Ha preso parte attiva al
movimento delle donne negli anni '70 e di questa ricerca sulla problematica
dei sessi, che continua fino ad oggi, sono testimonianza le pubblicazioni:
L'infamia originaria, edizioni L'erba voglio 1977 (Manifestolibri 1997);
Come nasce il sogno d'amore, Rizzoli 1988 ( ristampato da Bollati
Boringhieri, 2002); Lo strabismo della memoria, La Tartaruga edizioni 1991;
La mappa del cuore, Rubbettino 1992; Migliaia di foglietti, Moby Dick 1996;
Una visceralita' indicibile. La pratica dell'inconscio nel movimento delle
donne degli anni Settanta, Fondazione Badaracco, Franco Angeli editore 2000;
Le passioni del corpo. La vicenda dei sessi tra origine e storia, Bollati
Boringhieri 2001. Ha tenuto rubriche di posta su diversi giornali: 'Ragazza
In', 'Noi donne', 'Extra Manifesto', 'L'Unita''. Collaboratrice della
rivista 'Carnet' e di altre testate, ha diretto, dal 1987 al 1997, la
rivista 'Lapis. Percorsi della riflessione femminile', di cui ha curato,
insieme ad altre, l'antologia Lapis. Sezione aurea di una rivista,
Manifestolibri 1998. Nel sito dell'Universita' delle donne scrive per le
rubriche 'Pensiamoci' e 'Femminismi'"]

Quando la violenza, o la distruttivita', vanno a cadere nei luoghi che la
sfera pubblica ha considerato depositari di teneri affetti e di amorevoli
cure, il ricorso ai professionisti della salute mentale e' quasi d'obbligo.
Intorno ai casi, purtroppo in aumento, di madri che uccidono i loro figli,
se non si puo' liquidare sbrigativamente l'incomprensibilita' del gesto come
effetto di poverta', degrado, immigrazione clandestina, vengono chiamati
"esperti", osservatori esterni e imparziali, conoscitori della psiche, delle
sue pulsioni e delle sue patologie. Sull'oscuro passaggio che trasforma una
"madre perfetta" in una "madre assassina", una donna che "sembrava felice"
in una depressa grave, cala l'effetto anestetizzante di vecchi luoghi
comuni: il raptus, l'eccesso di amore, la volonta' di preservare il figlio
da un futuro minaccioso, l'altalena di amore e odio che alcuni vorrebbero
"connaturata" all'originaria indistinzione tra la madre e il figlio, al
retaggio che si lascia dietro di nostalgie fusionali e dipendenze
intollerabili.
La psicoterapeuta Gianna Schelotto, interpellata da "La Repubblica" (10
settembre 2005) sul caso della donna di Merano che ha accoltellato il figlio
di quattro anni e che si e' poi gettata dalla finestra del commissariato,
associa l'incredulita' e l'orrore particolare che si prova, quando a
infierire sul figlio e' la madre, ai cataclismi naturali. Come se venisse
meno, all'improvviso, un ordine che si dava per scontato, non diversamente
dal trascorrere delle stagioni.
*
La "mistica della maternita'" sta perdendo il suo smalto di idolo eterno,
immodificabile, astorico, ma non riesce ancora ad oltrepassare la soglia che
dovrebbe farla entrare nelle grandi costruzioni culturali e politiche della
civilta' dell'uomo, ancora stenta a mostrarsi come l'altra faccia del
desiderio e delle paure che sottostanno al dominio maschile. Si parla di
padri e di madri, si confrontano le "differenti" motivazioni che li
spingerebbero a uccidere i figli: vendetta contro la compagna, nel primo
caso, odio di se' nell'altro. Ma, al di la' delle sottili distinzioni, Medea
si allarga come un'ombra tragica su entrambi i sessi e proclama la sua
riluttanza a sottostare a un qualsiasi ordine temporale. "Non e' un segno
dei tempi - dice lo psichiatra Giancarlo Nivoli - tutt'altro. Dall'inizio
del tempo, le madri, alcune madri, hanno sempre ucciso le loro creature...
dare la colpa alla societa' e' uno stupido placebo. Medea c'e' sempre stata,
purtroppo ci sara' ancora" ("La Repubblica", 9 settembre 2005).
Le ragioni descritte dagli "esperti", collocabili per lo piu' dentro le
categorie della psicologia e della patologia, gravitano, se le si guarda
piu' a fondo, dentro l'orizzonte della fatalita', che come tale riguarda
tutti e nessuno. E, soprattutto, scoraggia la domanda da dove possa
cominciare un cambiamento. Lo stesso discorso vale per altre forme di
violenza, in modo particolare per la guerra: sorpresa, orrore, e poi
espulsione, oblio, come se dicendo "ancestrale", "archetipico", si
intendesse un atto inspiegabile, disumano, sfuggente al racconto di
esperienza e alla riflessione critica.
*
Un segnale rivelatore dell'imbarazzo che suscita l'infanticidio, nel suo
essere in bilico tra la sfera privata e quella piu' generale della
continuita' della specie, lo si puo' vedere nella diversa collocazione con
cui ne viene data notizia dai giornali: in "cronaca", per la maggior parte
dei quotidiani "indipendenti", sotto la voce "societa'" o "politica", per
quelli impegnati a sinistra. Ma se poi si va a leggere, ci si accorge che,
dietro contesti diversi, l'impianto resta quello tradizionale che oppone
individuo o famiglia a societa', solitudine delle madri lasciate a se stesse
e politiche sociali sorde ai loro bisogni, accumulo di lavori domestici e
assenza crescente di welfare. Non c'e' alcuna traccia di quel rivolgimento
della politica che si e' prodotto nel tempo ormai storico, ma neppure tanto
lontano, che ha visto affiorare alla coscienza vicende che si credevano
consegnate per sempre alla preistoria della civilta', all'ordine immutabile
della natura o del divino: il rapporto tra i sessi, l'infanzia degli
individui, l'amore e la violenza, la nascita, l'invecchiamento, la morte, la
cura della vita in tutto cio' che va piu' vicino al ciclo biologico.
Alla luce di quelle che sono state intuizioni e pratiche di movimenti -
l'antiautoritarismo e il femminismo in particolare - interrogare oggi la
maternita' comporta, necessariamente, chiedersi che senso abbia aprire le
porte delle istituzioni pubbliche alle donne - parlamenti, partiti,
amministrazioni, aziende, ecc. - quando resta inalterata la loro
collocazione, materiale e immaginaria, di madri, mogli, amanti, sorelle,
l'appiattimento identitario in una funzione, un "genere", che cancella gli
individui, la loro singolarita'.
*
In un saggio raccolto nel libro La guerra moderna come malattia della
civilta' (a cura di Nicole Janigro, Bruno Mondadori, Milano 2002), Renos K.
Papadopoulos scrive: "Le azioni violente non vengono necessariamente
commesse da individui pervertiti, ma da persone comuni che si trovano
intrappolate in circostanze tragiche". Riportare l'infanticidio alla
"normalita'", vederlo come un fenomeno "comune e ordinario", vuol dire oggi
aprire gli occhi su trasformazioni che interessano la vita privata e
pubblica, prima fra tutte quella che tocca la percezione che una donna ha di
se' e del mondo, l'aprirsi di potenzialita', attese, realizzazioni
impensabili prima che si decantasse l'idea di un doveroso, fatale
"sacrificio materno". Non si uccide per eccesso d'amore, ne' all'interno
delle case ne' in guerra; si uccide per liberarsi da un assillo, da una
presa sentita come strangolante, da una dipendenza di cui non si vede
l'uscita, dal ritorno incontrollabile del movimento primo della
sopravvivenza: morte tua, vita mia.
L'azione violenta, dice Papadopoulos, puo' essere vista come la "rivincita
di persone tormentate". Quale condizione e' oggi piu' inquieta, piu'
traballante e contraddittoria di quella della donna che e' diventata piu'
consapevole di se', del proprio desiderio di proporsi come individualita'
intera, corpo e mente, ma che non puo' contare su un percorso analogo da
parte dell'uomo, dei suoi saperi, poteri, istituzioni, che non ha visto
incrinarsi i pregiudizi che tornano a confinarla ogni volta nella maternita'
e nella seduzione?
Non sara' un caso se, maliziosamente o meno, nella stessa pagina in cui si
dava notizia dell'infanticidio di Merano, comparivano altri due articoli
sottilmente allusivi: i dati sull'aumento delle chiamate al Telefono Azzurro
in periodo estivo - abusi, maltrattamenti, abbandoni di minori - e il caso
della donna che, dopo un intervento di chirurgia estetica, "per togliere
qualche ruga", e' entrata in coma. Donne e bambini: un'icona sacralizzata
dall'immaginario maschile, e, nel medesimo tempo, messa ai margini e resa
storicamente insignificante, che oggi comincia a mostrare il suo vero volto,
quello di una guerra tra poveri.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 39 del 18 settembre 2005