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La nonviolenza e' in cammino. 1062



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1062 del 23 settembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Forum comunitario di lotta alla violenza: Morii in una rissa, e non
c'entravo. Un appello per il si' al referendum
2. Paola Del Zoppo: Si'. E una speranza
3. Beppe Pavan: Si'. Una grande notizia
4. Rachele Farina: Si'
5. Luca Salvi: Si'
6. Giorgio Beretta: Mercanti di morte e banche armate
7. Maurizio Simoncelli: I conflitti dimenticati
8. Eman Ahmed intervista Asma Jehangir
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. LETTERE DAL BRASILE. FORUM COMUNITARIO DI LOTTA ALLA VIOLENZA: MORII IN
UNA RISSA, E NON C'ENTRAVO. UN APPELLO PER IL SI' AL REFERENDUM
[Ringraziamo Maria Eunice Kalil (per contatti: mabice at terra.com.br) per
averci inviato questo appello per il si' al referendum del 23 ottobre per la
proibizione del commercio delle armi diffuso dal "Forum comunitario di lotta
alla violenza" di Bahia. Maria Eunice Kalil e' responsabile del "Forum
comunitario di lotta alla violenza" di Bahia, Brasile (per contatti:
fccv at ufba.br). La traduzione - in endecasillabi e un settenario - e' di
Benito D'Ippolito]

Sognavo il mio futuro: diventare
dottore, esser di quelli che tenaci
riescon nella vita vittoriosi.

D'un tratto il primo pugno,
la sberla poi, e subito il ceffone,
e vidi l'arma, l'attimo del colpo:
ed era il mio il corpo che cadeva.
Gente che corre, gente che gridava.
Morii in una rissa, e non c'entravo.

Io non ho vinto dunque nella vita.
Vinca la vita allora anche per me:
vota per il disarmo: scegli il si'
salvate gli altri, voi che mi leggete.

*
Il 23 ottobre vota si'.
*
Per saperne di piu' sul referendum e sul processo di disarmo visita i
seguenti siti:
www.referendosim.org.br
www.desarme.org
www.soudapaz.org.br
www.vivario.org.br

2. EDITORIALE. PAOLA DEL ZOPPO: SI'. E UNA SPERANZA
[Ringraziamo Paola Del Zoppo (per contatti: lilith_dz at yahoo.it) per questo
intervento. Paola Del Zoppo, acuta germanista, autrice di un ponderoso
studio sulle traduzioni ottocentesche in lingua italiana del "Faust" di
Goethe, sottile traduttrice di autori come Peter Bichsel e Heinz Czechowski,
svolge attivita' di ricerca all'Universita' di Siena su temi di letteratura
comparata e traduzione del testo letterario; ma e' anche da sempre impegnata
nell'Agesci, e in molteplici iniziative di educazione e formazione, di
solidarieta' concreta, di difesa dell'ambiente, di pace, di nonviolenza. Ed
e' persona limpida e generosa, alla cui scuola sono maturati ragazze e
ragazzi divenuti anch'essi persone impegnate e valorose - e questo non e'
l'ultimo dei meriti suoi]

Le armi non sono solo oggetti pericolosi, bensi' rappresentano la
razionalita' dell'uomo applicata alla violenza, alla volonta' di supremazia
di un uomo sull'altro. Ogni piu' piccola arma ha, in se', un concentrato di
tutti gli elementi negativi della natura umana.
In un'epoca come la nostra, in cui le armi sono ormai di tutti i tipi, e
possono uccidere da vicino, a distanza, tante o poche persone insieme, dire
no alle armi e' un atto di forte presenza pubblica.
Anche se la violenza e' in chi usa le armi, ancor piu' che nell'oggetto
stesso, e anche se, forse, il ritiro delle armi dal commercio non eliminera'
ogni arma in circolazione, l'operazione rendera' molto piu' rari i casi in
cui le armi vengono usate come strumento per dirimere ogni sorta di
conflitto, come minaccia, come espressione della violenza piu' grande che si
possa compiere, e cioe' l'annullamento dell'altro da se'.
Per questo, un appello per il si' al referendum, insieme alla speranza che,
in un tempo non troppo lontano, in un paese come il nostro possa verificarsi
la stessa azione politica.

3. EDITORIALE. BEPPE PAVAN: SI'. UNA GRANDE NOTIZIA
[Ringraziamo Beppe Pavan (per contatti: carlaebeppe at libero.it) per questo
intervento. Beppe Pavan e' impegnato nella bellissima esperienza nonviolenta
della comunita' di base e del "gruppo uomini" di Pinerolo (preziosa
esperienza di un gruppo di uomini messisi all'ascolto del femminismo con
quella virtu' dell'"attenzione" di cui ci parlava Simone Weil), ed in tante
altre esperienze di pace e di solidarieta']

Comunque, e' una grande notizia. In Italia, nessuno ha mai pensato di
proporlo. Mentre credo che sarebbe una buona carta per le primarie e per le
prossime elezioni.
No alle armi. Se non ci fossero non si farebbero le guerre (o si tornerebbe
ai colpi d clava in testa?), perche' non ci sarebbero gli eserciti e i
relativi addestratori/addestramenti...
Qualche anno fa la Fim-Cisl aveva provato a contrattare per la riconversione
dell'industria bellica, ma con scarso seguito. Il problema (uno dei
problemi) e' che, se le costruiscono, poi le vendono, in un modo o
nell'altro.
Resta il fatto che se in Brasile davvero vincesse il desiderio popolare di
mettere fuori legge le armi da fuoco e il loro possesso e uso, potremmo
forse trovare il coraggio di fare altrettanto anche nel "civile" occidente,
cominciando dall'Italia: facendo anche riferimento all'articolo 11 della
Costituzione. Per non far guerra, aboliamo le armi.
E aiutiamoci vicendevolmente a crescere nella capacita' di stare nelle
relazioni con ascolto, scambio e rispetto verso ogni creatura diversa da me.
Le donne non sono solo quelle che subiscono le conseguenze, dirette e
indirette, della violenza: ci insegnano anche l'amore per la vita e per la
vita di relazione, senza se e senza ma.
Che la vittoria del popolo  brasiliano in questo referendum significhi anche
un passo avanti nella consapevolezza di dover abbandonare la cultura
mortifera del patriarcato, per progredire verso quell'altro mondo possibile.
Porto Alegre e' sempre in Brasile.

4. 23 OTTOBRE. RACHELE FARINA: SI'
[Ringraziamo Rachele Farina (per contatti: rachelefarina at interfree.it) per
questo intervento. Rachele Farina, storica e docente, presidente dell'Unione
Femminile Nazionale nel 1985-1988, ha fondato nel 1986 il centro di studi
storici "Esistere come donna"; promotrice di ricerche e organizzatrice di
varie mostre di rilevanza internazionale. Tra le sue opere: (con Anna Maria
Bruzzone), La Resistenza taciuta, Milano 1976, nuova edizione Bollati
Boringhieri, Torino 2003; Dizionario biografico delle donne lombarde,
Baldini & Castoldi, Milano 1995; Simonetta: una donna alla corte dei Medici,
Bollati Boringhieri, Torino 2001]

Vorrei anch'io sostenere come posso il si' al referendum brasiliano contro
il commercio delle armi.

5. 23 OTTOBRE. LUCA SALVI: SI'
[Ringraziamo Luca Salvi (per contatti: lucasalvi at msw.it) per questo
intervento. Luca Salvi fa parte del gruppo di iniziativa territoriale della
Banca Etica a Verona; e' impegnato in molte iniziative per la pace, la
giustizia, i diritti umani]

Per dire il mio sostegno al si' al referendum brasiliano ho ripreso e
velocemente aggiornato una lettera che avevo pubblicato su "Nigrizia" lo
scorso anno.
*
Dal business delle armi a quello del disarmo
L'elezione di Lula nel 2002 aveva suscitato entusiasmi e acceso speranze non
solo in Brasile ma in tutto il mondo, fra coloro che credono in un altro
mondo possibile.
Purtroppo, la sua azione di governo negli ultimi tempi e' stata azzoppata
dalle accuse di corruzione e molto criticata anche all'interno del movimento
per mancanza di coraggio nel realizzare delle svolte radicali in politica
economica. Io credo che cambiare il mondo sia difficile e non possiamo
pretendere di avere tutto e subito, il cambiamento purtroppo richiede tempi
lunghi.
Comunque Lula ha dato dei buoni segnali e ha compiuto dei gesti che possiamo
definire profetici, come quando ha lanciato il programma "Fame zero", quando
ha annullato la commessa per alcuni bombardieri o, ultimamente, con
l'indizione del referendum sulle armi.
Il Brasile, potenza emergente ma con ancora enormi sacche di poverta', e'
anche uno dei paesi piu' armati al mondo. Secondo un rapporto delle Nazioni
Unite e' addirittura al quarto posto per numero di omicidi dovuti ad armi da
fuoco.
L'anno scorso, contro la proliferazione delle armi, per cinque mesi e' stato
sperimentato con successo nello Stato di Parana' un programma di acquisto
dalla cittadinanza delle armi in loro possesso per distruggerle. Nel periodo
considerato sono state tolte dalla circolazione 20.000 armi e gli omicidi
sono diminuiti del 30%. Forte di questo risultato il governo verdeoro ha
deciso di estendere il programma a tutta la nazione. Il programma prevede
l'acquisto da parte dello stato dei fucili dei cittadini al prezzo di 100
dollari e delle pistole a 33.
Si calcola che, grazie a questo programma, 80.000 armi saranno tolte dalla
circolazione, con una spesa complessiva che si dovrebbe aggirare intorno ai
3,3 milioni di dollari. Inoltre e' iniziato un giro di vite che prevede
regole rigidissime per il rilascio delle licenze, la creazione di un
registro nazionale e il divieto di detenzione di armi nei luoghi pubblici.
Il piano di Lula prevede infine un referendum per scegliere se vietare per
legge il commercio di armi.
Se l'esempio di Lula fosse stato seguito dalla coalizione americana in Iraq
un anno fa, forse oggi l'Iraq sarebbe in una situazioni migliore, se non
altro perche' le armi del regime non si sarebbero cosi' diffuse tra la
popolazione. E dal business delle armi, in un paese sull'orlo della
poverta', si sarebbe passati al business del disarmo.
Non si potrebbe tentare di applicare questa semplice ricetta sia in Iraq che
in tutti i paesi teatro di guerre, conflitti, violenze, magari con una
grande iniziativa dell'Onu? Nel mondo si spendono ormai mille miliardi di
dollari all'anno in armamenti, e' ora di invertire la rotta e iniziare a
spendere per il disarmo e la ricostruzione.

6. ARMI. GIORGIO BERETTA: MERCANTI DI MORTE E BANCHE ARMATE
[Da "Azione nonviolenta" n. 8-9 di agosto-settembre 2005 (sito:
www.nonviolenti.org).
Padre Giorgio Beretta, missionario saveriano, caporedattore di Unimondo,
scrive per molte testate impegnate per la pace, la solidarieta', il disarmo,
la nonviolenza; e' impegnato nella Rete italiana per il disarmo, nella
Campagna "banche armate", nell'Osservatorio sulle armi leggere Opal, ed e'
uno dei principali esperti sul traffico delle armi]

Lo scorso giugno, per per la prima volta in 15 anni, la relazione annuale
del Governo prevista dalla legge 185/90 sull'esportazione delle armi
italiane e' stata oggetto di discussione nelle Commissioni Esteri e Difesa
della Camera: segno evidente che le pressioni della societa' civile,
confluite nella Campagna "Difendiamo la 185" e successivamente
nell'importante lavoro di informazione, coordinamento e di pressione che sta
svolgendo la "Rete per il disarmo" (per contatti: www.disarmo.org), stanno
cominciando a trovare riscontro.
Significativo che nel dibattito parlamentare siano stati posti anche da
parte di esponenti della maggioranza al governo diversi interrogativi che le
campagne da anni sollevano: oltre a quelli che riguardano le esportazioni in
contrasto con i divieti della legge 185/90, vi sono quelli che concernono la
difficolta' a conoscere con precisione la tipologia di armi vendute
dall'Italia ai diversi paesi e soprattutto a cogliere dalla relazione le
linee di "politica estera e di difesa" che dovrebbero guidare le
autorizzazioni all'esportazione. Al riguardo l'on. Giuseppe Cossiga (Fi),
relazionando per il Governo in IV Commissione Difesa, ha chiaramente
affermato che "la relazione (sull'export di armi - ndr) non consente di
compiere tale ricostruzione, in quanto pur fornendo numerose informazioni di
dettaglio sui soggetti contraenti e sul valore delle transazioni effettuate,
non permette il piu' delle volte di comprendere l'oggetto delle transazioni
medesime ne' consente di effettuare una valutazione sulla strategia di
politica estera che ha ispirato le operazioni verso i diversi paesi,
soprattutto quelli non appartenenti alla Nato e all'Unione Europea". Domande
alle quali il sottosegretario di stato alla Difesa, on. Filippo Berselli, ha
risposto in modo elusivo sollevando la protesta dell'opposizione e
l'insoddisfazione delle stesse forze al governo.
*
Armi e accordi con tutti, indistintamente
Il dibattito parlamentare e' tuttora in corso ed e' importante monitorarlo:
materia per far sentire la nostra voce ce n'e' a iosa. La Relazione 2005
della Presidenza del Consiglio sull'esportazione di armi riporta, infatti,
che il comparto armiero - denominato con un eufemismo "Industria della
Difesa" - ha collezionato nel 2004 nuove autorizzazioni all'esportazione per
quasi 1,5 miliardi di euro con un incremento del 16% rispetto all'anno
precedente: una cifra record dell'ultimo quadriennio nel quale il settore ha
accresciuto il proprio portafoglio d'ordini di ben oltre il 70% passando
dagli 863 milioni di euro di commesse del 2001 agli oltre 1.489 milioni di
euro del 2004. Nell'ultimo anno i principali clienti delle armi "made in
Italy" sono soprattutto i paesi dell'area Nato che hanno ricevuto il 72%
delle nuove autorizzazioni. Ma non va dimenticato che nel 2003 le commesse
della Nato ricoprivano meno del 45%, a dimostrazione che l'export di armi
italiane risponde ormai non tanto ai principi di "politica estera e di
difesa", quanto piuttosto alla domanda di mercato. Non si spiegherebbero
altrimenti le autorizzazioni all'esportazione rilasciate verso paesi in aree
di tensione a partire dall'Estremo oriente: 127 milioni di euro nel 2003
verso la Cina, sulla quale vige tuttora l'embargo da parte dell'Unione
Europea, ed altri 2 milioni nel 2004 e, contemporaneamente, i 6,3 milioni di
euro di esportazioni a Taiwan. O quelle verso l'India (42 milioni di euro le
autorizzazioni del 2004) e Pakistan (13,5 milioni di euro) nonostante i due
paesi, oltre al conflitto nel Kashmir, siano annoverati nella lista delle
nazioni fortemente indebitate che spendono ingenti capitali nel settore
militare (l'India e' il secondo importatore di armi al mondo, il Pakistan il
decimo - informa il Rapporto Sipri 2005). O verso i Paesi del Vicino e Medio
Oriente che sebbene, con 54 milioni di euro pari al 3% del totale, segnino -
nota la Relazione - "il valore piu' basso degli ultimi anni", rappresentano
comunque "uno dei mercati strategici per le imprese italiane del settore".
Non va dimenticato, al riguardo, che quest'anno con alcuni paesi dell'area,
tra cui Kuwait, Giordania e Gibuti, l'Italia ha ratificato "accordi per la
cooperazione nel campo della Difesa": accordi che prevedono "acquisizioni e
produzioni congiunte" di armamenti come "bombe, mine, razzi, siluri, carri,
esplosivi ed equipaggiamenti per la guerra elettronica", e che - come
segnalava in Commissione esteri a Montecitorio l'ex ministro della Difesa
Sergio Mattarella - favoriscono "l'applicazione di un regime privilegiato
nelle procedure relative all'interscambio di armamenti tra i due paesi" col
rischio di "un grave svuotamento delle disposizioni contenute nella legge
185 del 1990". Accordi simili sono tuttora in esame al Parlamento e
riguardano diversi paesi in conflitto o dove si registrano continue
violazioni dei diritti umani tra cui India, Indonesia, Israele, Libia e la
stessa Cina.
Tornando alla lista delle 690 autorizzazioni concesse dal governo nel 2004,
troviamo poi una serie di paesi che le organizzazioni internazionali
segnalano per le persistenti violazioni dei diritti umani tra cui Malaysia,
Turchia, Algeria, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Siria e Arabia Saudita,
giusto per citarne alcuni.
In definitiva, nonostante la relazione rassicuri che "fra le autorizzazioni
rilasciate, oltre a non esserci alcun paese rientrante nelle categorie
indicate nell'articolo 1 della legge" (che vieterebbe le suddette
esportazioni - ndr), e che il governo avrebbe "mantenuto una posizione di
cautela verso paesi in stato di tensione", le preoccupazioni permangono.
*
Nuovi attacchi alla legge 185
Preoccupazioni alle quali se ne aggiungono di nuove. La prima concerne la
Campagna di pressione alle "banche armate". La relazione, infatti, indicando
tra le problematiche di "alta rilevanza" trattate a livello
interministeriale l'atteggiamento di "buona parte degli istituti bancari
nazionali" che, "pur di non essere catalogati fra le cosiddette 'banche
armate' hanno deciso di non effettuare piu' o limitare significativamente le
operazioni bancarie connesse con l'importazione o l'esportazione di
materiali d'armamento", adduce "notevoli difficolta' operative" per le
industrie del settore tanto da "costringerle ad operare con banche non
residenti in Italia", con la conseguenza - secondo il governo - di "rendere
piu' gravoso e a volte impossibile il controllo finanziario" da parte del
Ministero.
Ed ecco il punto: "Il Ministero dell'Economia e delle Finanze ha
recentemente prospettato una possibile soluzione che sara' quanto prima
esaminata a livello interministeriale" - si legge nella Relazione 2005.
Quale sia questa "soluzione" non e' dato di sapere, ma resta il fatto che di
"difficolta' operative" tali da richiedere modifiche alla legge non ce ne
sono visto che le banche italiane, coi gruppi Capitalia e San Paolo Imi in
testa, ricoprono tuttora piu' dell'85% delle transazioni per export di armi.
La questione e' stata riproposta anche nell'intervento in sede parlamentare
del gia' citato on. Cossiga il quale, considerando "eccessiva l'enfasi con
la quale la relazione da' conto dell'ammontare complessivo delle operazioni
finanziate dagli istituti di credito", afferma che la relazione della
Presidenza del Consiglio sull'export di armi fornirebbe "dati che risultano
non solo fuorvianti", ma addirittura "suscettibili ad alimentare campagne di
informazione del tutto prive di fondamento, come nel caso della campagna
banche armate".
Una campagna, quest'ultima che, proponendo all'attenzione dei cittadini
nient'altro che i dati forniti dal Ministero, e' stata pero' in grado di
toccare nel vivo gli interessi della lobby armiera tanto da portare
importanti istituti di credito ad assumere l'export di armi tra le proprie
linee di "responsabilita' sociale e di impresa".
*
Un ultimo punto sul quale occorre tenere alta la guardia
Asserendo a motivo "vari provvedimenti legislativi dettati dall'ambiente
normativo europeo" che "piu' o meno direttamente afferiscono alla legge
185/90", e' in atto un "progetto governativo di riscrittura della legge 185
del 1990" - informa la Relazione 2005. Anche su questo ben poco e' dato di
sapere, ma e' ancora fresco il ricordo della ratifica di accordi in ambito
europeo che, se non ci fosse stata la puntuale mobilitazione della societa'
civile, avrebbero sortito l'effetto di snaturare la legge 185/90. Una
legge - non dimentichiamolo - che e' nata grazie ad un decennio di lotte e
denunce di numerose organizzazioni dell'associazionismo pacifista, cattolico
e missionario, del mondo sindacale e dei movimenti nonviolenti, e che ha
costituito la base del Codice di condotta dell'Unione Europea.
*
La Campagna "banche armate"
Promossa da tre riviste del mondo pacifista e missionario ("Nigrizia",
"Mosaico di pace", "Missione oggi"), la Campagna di pressione alle "banche
armate" e' stata avviata nel 2000, anno del Giubileo, chiedendo ai
risparmiatori di interrogare le proprie banche sulle operazioni di appoggio
alla compravendite di armi.
Un modo semplice ed efficace di favorire un controllo attivo dei cittadini
sui propri risparmi.
In risposta alle domande dei correntisti diversi e importanti istituti di
credito italiani (tra cui Mps, Unicredit, Banca Intesa), hanno adottato
"politiche di responsabilita' sociale" e hanno deciso di non offrire,
totalmente o in parte, i propri servizi per l'esportazione di armi italiane,
soprattutto verso quei paesi per i quali vigono gli espliciti divieti della
legge 185/90, come nazioni sottoposte all'embargo di armi da parte dell'Onu
e dell'Unione europea, responsabili di gravi e accertate violazioni dei
diritti umani, Paesi poveri o fortemente indebitati che destinano ampie
risorse alle spese militari. Tutte le informazioni sulla Campagna sono
reperibili sul sito: www.banchearmate.it

7. GUERRE. MAURIZIO SIMONCELLI: I CONFLITTI DIMENTICATI
[Da "Azione nonviolenta" n. 8-9 di agosto-settembre 2005 (per contatti:
www.nonviolenti.org). Maurizio Simoncelli, storico, membro del consiglio
direttivo dell'Archivio Disarmo, docente di geopolitica dei conflitti al
master in Educazione alla pace, cooperazione Internazionale, diritti umani e
politiche dell'Unione Europea, nell'Universita' degli studi di Roma Tre;
autore di diversi studi sull'industria militare e sulla politica della
sicurezza. Tra le opere recenti di Maurizio Simoncelli: Armi, affari,
tangenti, Ediesse, Roma 1994; Guerre senza confini. Geopolitica dei
conflitti nell'epoca contemporanea, Ediesse, Roma 2003; (con M. Rusca),
Hydrowar. Geopolitica dell'acqua tra guerra e cooperazione, Ediesse, Roma
2004; (a cura di), Le guerre del silenzio. Alla scoperta dei conflitti e
delle crisi del XXI secolo, Ediesse, Roma 2005.]

L'azione dell'uomo si e' svolta da sempre sugli spazi territoriali del
nostro pianeta alla ricerca di condizioni migliori di vita, dapprima
inseguendo la selvaggina, poi alla ricerca di aree fertili, sino al possesso
e allo sfruttamento delle diverse risorse presenti in tali spazi.
Pertanto, le varie risorse (minerarie, idriche, ecc.) sono divenute motivo
di innumerevoli scontri a volte violentissimi, in relazione anche ai
progressi tecnologici nel campo degli armamenti (dalla clava alla freccia,
dal fucile all'arma nucleare). Spesso le rivendicazioni territoriali da
parte di uno Stato ai danni di un altro Stato hanno trovato giustificazione
proprio sulla base di altri elementi geografici, come quelli
etnico-antropici, quelli della contiguita', il diritto di accesso o di
transito sulle vie d'acque (laghi, mari, fiumi, anche attraverso stretti e
canali), ed altri ancora.
Infatti, guerre spesso lontane geograficamente, ma strettamente collegate da
motivazioni politico-economiche, hanno insanguinato il pianeta Terra.
In tempi relativamente piu' recenti, la seconda rivoluzione industriale di
fine '800 ha offerto poi strumenti sempre piu' distruttivi che il secolo
seguente ha ampiamente utilizzato in una serie di guerre che hanno incrinato
la tradizionale supremazia mondiale delle potenze europee a vantaggio del
nuovo bipolarismo di Mosca e di Washington.
Parallelamente, nel corso del XX secolo anche il concetto di "minaccia" ha
subito profonde trasformazioni, passando da un riferimento territoriale ben
preciso (i confini nazionali o le aree coloniali, ad esempio) del primo
cinquantennio ad una crescente interdipendenza globale che rende ardua una
definizione ed una localizzazione esatte degli interessi nazionali
nell'epoca odierna.
Le guerre contemporanee, scaturite da tutte queste trasformazioni,
evidenziano sempre di piu' alcune specifiche caratteristiche.
*
In primo luogo, se nella prima meta' del XX secolo esse avevano avuto come
protagonisti principali le grandi potenze, soprattutto quelle europee con i
loro imperi coloniali, a partire dall'epoca del bipolarismo i conflitti si
sono andati concentrando sempre piu' nelle aree del cosiddetto Terzo Mondo,
che peraltro tentava di affrancarsi dal controllo di quegli stati
ex-dominatori. E mentre permaneva, anzi s'incrementava comunque una forte
dipendenza economica del Sud rispetto al Nord del mondo, in seguito
all'implosione dell'Urss anche nell'area dell'ex impero sovietico si sono
scatenati conflitti che hanno segnato il territorio del vecchio continente
(basti pensare alla guerra civile nell'area dell'ex-Jugoslavia). Tra il 1946
e il 2000 sono stati calcolati oltre 150 conflitti, concentrati per lo piu'
in due aree geografiche: l'Africa subsahariana (42 guerre) e l'Estremo
Oriente (37), seguite dall'America Latina (24), dal Medio Oriente (20),
dall'Europa (16) e dall'Asia meridionale (13). Nei primi anni del XXI secolo
permane tale concentrazione di conflitti e di crisi nei territori africani
(22) e asiatici (16).
*
In secondo luogo, analizzando dal secondo dopoguerra ad oggi la tipologia
dei conflitti rilevati mediante le due categorie di simmetrici (cioe' tra
soggetti equivalenti, ad esempio tra Stati) e asimmetrici (cioe' tra
soggetti non equivalenti, ossia governi e forze di opposizione, gruppi
terroristici, ecc.), si puo' notare che la maggioranza di essi appartiene
proprio alla seconda categoria, quella dei conflitti asimmetrici.
E ancora una volta, dal punto di vista della loro localizzazione si nota
un'elevata concentrazione proprio nei paesi in via di sviluppo, dove la
diversa distribuzione della ricchezza e l'assenza di una base etnico/sociale
omogenea (collegata strettamente a confini tracciati in modo del tutto
artificioso dalle potenze coloniali) hanno ulteriormente contribuito
all'incremento della conflittualita'.
Anzi, nel corso di questo periodo, sono relativamente rari gli interventi
militari diretti delle due superpotenze tesi a mantenere sotto controllo
aree di interesse politico e/o economico. Possiamo ricordare le vicende
dell'Ungheria (1956), della Cecoslovacchia (1968) e dell'Afghanistan
(1978-'91) ad opera dell'Unione Sovietica, o quelle del Vietnam (1960-'75),
di Panama (1989), dell'Iraq (1990-'91), dell'Afghanistan (2001-2002) e
dell'Iraq (2003) ad opera degli Stati Uniti.
Mentre ben piu' numerosi sono gli interventi indiretti, attuati anche
mediante l'assistenza di consiglieri/istruttori (tra i tanti si pensi, ad
esempio, a quelli sovietici a Cuba, a quelli statunitensi nella prima fase
del conflitto vietnamita o a quelli cubani in Etiopia), mediante la
fornitura di materiali bellici, attraverso la costituzione di basi militari,
ecc. Infatti, anche nel recente conflitto in Afghanistan contro il governo
talebano dopo l'11 settembre 2001 gli Stati Uniti hanno cercato per lo piu'
di utilizzare una formula di tal genere, da un lato facendo anche ricorso a
bombardamenti aerei e missilistici in misura massiccia, dall'altro
sostenendo le forze d'opposizione ed evitando il piu' possibile un
coinvolgimento diretto e imponente delle proprie truppe in prima linea (che
comporta costi umani e politici elevati, come dimostra l'attuale situazione
irachena).
*
In terzo luogo, in conseguenza diretta di quanto appena detto, la
concentrazione della maggior parte delle guerre proprio nel Terzo Mondo ha
causato milioni di vittime.
All'interno di queste decine di milioni di vittime, inoltre, si e' andata
riscontrando una percentuale crescente di vittime civili che ormai tocca
mediamente punte del 90% del totale.
E tra queste risultano particolarmente colpite le donne, divenute sempre
piu' obiettivo di stupri sistematici sia da parte delle forze cosiddette
regolari sia da parte di quelle paramilitari, irregolari o d'opposizione.
Tali guerre, a volte del tutto ignote all'opinione pubblica occidentale,
hanno causato nella seconda meta' del XX secolo piu' di 23 milioni di morti,
per due terzi civili (per lo piu' donne, vecchi e bambini).
*
In quarto luogo, come accennato, si puo' notare che l'informazione rispetto
alle aree di crisi e di conflitto in atto nel mondo appare assai limitata.
La grande stampa e i maggiori network radiotelevisivi offrono notizie
insufficienti e largamente parziali, come dimostra un recente sondaggio
dell'Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo. Realizzato su un
campione di alcune centinaia di studenti delle scuole medie e superiori di
Roma e provincia, tale sondaggio ha messo in evidenza come tali giovani,
seppur interessati alle tematiche, mostrino di conoscere appena un decimo
dei conflitti e delle crisi in atto nel 2005. Non a caso si parla, infatti,
di guerre dimenticate in relazione a conflitti e scontri di cui non si trova
alcuna traccia nei grandi circuiti informativi, mentre, con adeguate
ricerche, se ne puo' ottenere in ambiti alternativi (internet, mondo
missionario, ong, ecc.).
*
In quinto luogo, non puo' essere dimenticato che tali numerose guerre sono
combattute con armi prodotte, come testimonia il Sipri Yearbook 2004, per lo
piu' proprio dalle potenze membri permanenti del Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite (Usa, Urss/Russia, Francia, Gran Bretagna e, ben
distanziata, Cina), nonche' da altre potenze industriali minori, come
Germania, Italia e Ucraina. Il mercato delle armi per l'80% e' da tempo e
continua ad essere in mano a pochi produttori, che utilizzano tali forniture
sia sul piano meramente commerciale, sia sul piano geopolitico per
condizionare direttamente o indirettamente i paesi clienti di tali prodotti.
*
In sesto luogo non si deve mai dimenticare che molti di questi conflitti
sono generati direttamente o indirettamente dalla lotta per il controllo di
aree importanti dal punto di vista geopolitico (punti strategici o rilevanti
per le risorse in esse presenti). Ad esempio, si stima che le tensioni in
atto nell'area caucasica siano da collegare ai giacimenti petroliferi del
Mar Caspio, ritenuti quantitativamente superiori agli attuali dell'area del
Golfo Persico. Pertanto il possesso del territorio contiguo e del relativo
bacino lacustre, la gestione delle risorse e del loro sfruttamento, il
controllo delle aree ove passeranno gli oleodotti appaiono di rilievo
strategico nel medio periodo. Le stesse ipotesi d'installazione degli
oleodotti (attraverso l'area balcanica, il territorio curdo, il Mar Nero o
collegandosi alla rete iraniano-irachena) stimolano potenti interessi
geopolitici divergenti, come testimoniano appunto da un lato la
conflittualita' cecena e la risposta repressiva russa, dall'altro l'elevato
interesse statunitense a stabilizzare con governi amici tale area (con gli
interventi in Afghanistan nel 2002 e in Iraq nel 2003).
*
In settimo luogo, bisogna purtroppo rilevare l'estrema inadeguatezza delle
Nazioni Unite a costituire un sistema di compensazione e di controllo
politico a livello internazionale. Anzi, le recenti vicende del XXI secolo
hanno ancor piu' messo in evidenza la debolezza di questo organismo, la cui
credibilita', gia' minata da una sua costituzione intrinsecamente debole, e'
stata brutalmente attaccata proprio da un governo che vuole presentarsi come
paladino della democrazia mondiale, cioe' gli Stati Uniti.
*
Il quadro insomma non appare rassicurante e la vecchia politica di potenza
degli stati contemporanei non sembra di fatto essere in grado di offrire
un'alternativa credibile.

8. MONDO. EMAN AHMED INTERVISTA ASMA JEHANGIR
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione questa intervista di Eman
Ahmed ad Asma Jehangir.
Eman Ahmed Khammas e' una prestigiosa intellettuale, giornalista ed
attivista per i diritti umani, direttrice dell'Occupation Watch Center che
denuncia e documenta i crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani
nell'Iraq sotto occupazione militare.
Asma Jehangir, attivista per i diritti umani, e' la presidente della
Commissione per i diritti umani del Pakistan]

- Eman Ahmed: Com'e' cambiata la situazione, negli ultimi anni, rispetto ai
diritti umani delle donne in Pakistan, e cosa ha contribuito al cambiamento?
- Asma Jehangir: Se per "ultimi anni" intendi gli ultimi decenni c'e' stato
un cambiamento enorme. L'intera percezione della questione e' passata dalla
protezione al diritto. Precedentemente, si pensava che le donne avessero
necessita' di essere protette. Persino i rapporti della Commissione delle
donne parlavano solo in termini di divisione del lavoro tra uomini e donne.
Naturalmente, in questo scenario le donne occupavano una posizione
secondaria e la preoccupazione verteva sul dare a tale posizione un ritorno
monetario. Negli anni '80 un approccio piu' basato sui diritti si e'
manifestato, ma non e' andato abbastanza in profondita'. Quando parliamo di
come la situazione e' cambiata, parliamo del fatto che le donne sono
divenute piu' consce dei loro diritti, si avvalgono di piu' opportunita'
qualora esse vengano loro presentate, si affermano in campi diversi, come la
politica e l'economia. Ma se si esamina l'unita' base della famiglia, dove
la discriminazione comincia (e in tale discriminazione le donne restano
impantanate tutta la vita), ben poco e' cambiato, e nemmeno sulla carta. Ci
sono stati degli avanzamenti minori, tuttavia, e sono dovuti primariamente
al fatto che piu' donne sono entrate nella professione legale e, piu'
importante ancora, che piu' donne hanno deciso di rischiare il contenzioso
legale. Un'avvocata puo' esaminare le leggi da una prospettiva di genere, ma
ha comunque bisogno di una cliente che voglia venire alla luce, assumersi i
rischi legali, e non soccomba alle pressioni ed ai compromessi lungo la
strada. Molti degli avanzamenti di cui parlo sono avvenuti proprio tramite
casi giudiziari, una situazione in cui le donne coinvolte hanno sofferto
parecchio. A volte, neppure sostenute dalle loro famiglie, hanno dovuto
attraversare lunghi periodi di incertezza, durante i quali venivano
diffamate come donne immorali che infrangevano norme sociali. E' stato un
cammino difficile per queste donne, e vi e' davvero bisogno di celebrare il
loro coraggio.
*
Eman Ahmed: Ti senti di prevedere ulteriori cambiamenti nei prossimi cinque
anni?
- Asma Jehangir: Si', certamente. Quando la palla inizia a rotolare e'
difficile che si fermi, e le donne cominciano non solo a rivendicare i loro
diritti ma a riunirsi in collettivi, dove il pensiero si elabora e strategie
vengono pianificate. Tuttavia, poiche' questi gruppi sono organizzati
attorno al lavoro produttivo o ai servizi necessitano di essere coinvolti in
attivita' che consentano loro di continuare ad esistere. Il che e' una
minaccia alla loro sopravvivenza: per esempio, le organizzazioni di donne
non possono continuare a gestire scuole di cucito a macchina, quando il
cucire a macchina e' diventato sovrabbondante. Inoltre, le risorse
disponibili a questi collettivi si stanno restringendo, il che genera
competizione fra loro: solo i gruppi che mostrano risultati ottengono
sostegno.
*
Eman Ahmed: Che strategie stanno usando le donne in Pakistan nei loro sforzi
verso l'eguaglianza e i diritti umani per le donne? Cosa ha funzionato, e
cosa no?
- Asma Jehangir: Le donne ne hanno messe in campo svariatissime, quello che
manca in Pakistan e' una societa' civile che le sostenga. Non c'e' mai stata
una visione d'insieme, che mettesse sul tappeto gli attrezzi, i meccanismi e
i mezzi da adottare. Percio' ogni gruppo ha preso una strada differente. Ci
sono coloro che hanno tentato di lottare per inserire i diritti delle donne
nelle norme religiose. Ci sono coloro che hanno tentato di ottenere
avanzamenti nella cornice dei diritti umani. E c'e' chi non sta parlando di
eguaglianza, ma di equita': la loro argomentazione e' che il chiedere la
nuda eguaglianza, in un momento in cui le donne sono distantissime dagli
uomini sul piano economico, sarebbe svantaggioso per numerose donne. Altre
sostengono che la capacita' economica puo' avvenire solo se il concetto di
eguaglianza si afferma. Diciamo che e' il classico dibattito se viene prima
l'uovo o la gallina.
I cambiamenti piu' significativi sono avvenuti quando il successo non
dipendeva solo dai meccanismi governativi. Sebbene numerosi avanzamenti per
le donne si siano dati nei tribunali, se fosse dipeso solo dai tribunali non
sarebbero mai avvenuti. Ci sono state continue campagne a sostenere i casi
che poi hanno vinto. Per esempio, il fatto che una donna potesse sposarsi
contro la volonta' dei suoi genitori fu sostenuto da una campagna molto
dinamica, sui media e sulle strade. L'istanza venne dibattuta praticamente
in ogni casa, e la campagna risulto' vincente. Alla fine, andare contro la
volonta' delle donne era altrettanto difficile, per i tribunali, che andare
contro la volonta' degli Ulema. Prima, le donne non potevano neppure mettere
a confronto la loro forza con quella della lobby religiosa. Ma in questo
caso avevano un'agenda comune e uno scopo unico: affermare i loro diritti.
La lobby religiosa, dall'altro lato, aveva un'agenda piu' diversificata e la
loro concentrazione sull'istanza ha avuto vita breve. Gli e' seccato, li ha
punti, ma dovevano muoversi anche verso altre cose. Le donne invece sono
rimaste concentrate sulla faccenda, per il semplice motivo che stavano
lottando per sopravvivere.
Le campagne non funzionano, invece, quando le donne dipendono completamente
dalla decisione della macchina statale. E' stato il caso della campagna per
avere una legge contro i delitti díonore. Prima della stesura di
quest'ultima, la campagna contro i delitti d'onore veniva portata avanti
autonomamente dalle ong e stava diventando un grosso soggetto di dibattito
in Pakistan. Poiche' otteneva enorme attenzione, alcuni gruppi della
societa' civile entrarono nella campagna e formarono un'alleanza con il
governo per stilare la legge. Purtroppo la maggior parte di quelli che
furono coinvolti nella stesura della legge non erano avvocate o avvocati e
non avevano neppure un'infarinatura in merito. Un grosso errore, perche'
dalla legge e' stato lasciato fuori cosi' tanto che praticamente nulla e'
stato riformato, e la legge non fa che prolungare l'agonia delle donne. Ma
la campagna si dissolse cosi', nella trionfante e falsa credenza di aver
fatto una riforma. Io credo che le ong debbano fare cio' di cui sono
competenti. Un'avvocata puo' dare dei suggerimenti su un piano economico, ma
non puo' disegnarlo tutto da sola.
Le strategie inoltre faticano a funzionare quando non vi sono meccanismi di
efficacia e indipendenza nei poteri dello stato. Meno il potere giudiziario
e' indipendente, meno tu hai successo; meno il parlamento e' sovrano, meno
tu hai successo; e meno i partiti politici fanno il loro lavoro (e piu' si
preoccupano esclusivamente della propria sopravvivenza), meno tu hai
successo. Se cio' che riesci a raggiungere sono una manciata di ong, che non
hanno agganci nella popolazione, l'opinione pubblica non ha modo di
formarsi. Percio' devi collaborare con la societa' civile, l'associazione
dei giornalisti, quella dei commercianti e anche con i politici. C'e' un
legame molto stretto fra i diritti umani e lo sviluppo democratico. Non si
ha vera liberta' d'espressione o vera indipendenza del sistema giudiziario
senza democrazia.
*
- Eman Ahmed: Come possono formarsi legami significativi fra meccanismi e
tecniche a livello locale, nazionale e regionale? E quanto importante e'
stabilirli?
- Asma Jehangir: Questa e' una questione davvero importante. Io credo che il
movimento delle donne pakistane sia stato abilissimo nel fare precisamente
cio' che hai detto. E se non avessero formato tali legami, specialmente
durante il regime di Zia-ul-Haq, non sarebbero arrivate da nessuna parte.
Sarebbero state soffocate in una battitura domestica, e nessuno ne avrebbe
sentito parlare. Cio' che accadeva alle donne in Pakistan non ottenne
attenzione fino a che la Bbc, Amnesty International e Human Rights Watch non
lo riportarono pubblicamente: il fatto che fosse sotto gli occhi del mondo
influenzo' i decisori pakistani.
Per il Pakistan, stabilire legami regionali e' stato estremamente importante
per numerose ragioni, e vorrei elaborarne un paio. La prima e' che stavamo
perdendo le nostre naturali alleanze e somiglianze sociali e culturali. La
nostra societa' e' stata "arabizzata". E quando ad una societa' accade
questo c'e' qualcosa di artificiale in essa, ma dall'interno non riesci a
dire cosa sia. Le persone cominciano a perdere le proprie culture indigene e
le rimpiazzano con elementi di altre culture, senza neppure sapere cosa
stanno facendo. Il Pakistan ha legami culturali con l'India, l'Iran e
l'Afghanistan. Questi sono paesi con cui confiniamo e con cui abbiamo
somiglianze etniche e culturali: abbiamo cominciato a sottolineare tali
legami, a "riportarli a casa", e l'arabizzazione del Pakistan si e' un po'
diluita.
Ti faccio un esempio. Recentemente ho visto un programma sulla Cnn in cui si
mostrava una madrassa (scuola religiosa) in Pakistan, e le donne se ne
stavano sedute li' indossando veli bianchi (hijab) che lasciavano scoperti
solo i loro occhi. Ora, questa non e' cultura pakistana. C'e' qualcuno in
grado di mostrarmi una fotografia degli anni '70, '60, '50, '40 o ancora
prima, dove si vedano scuole di questo tipo con le donne velate negli hijab?
Questa non e' la nostra cultura, ma e' stata dipinta come tale, ed ora e'
diventata accettabile per quanto ci sia estranea. Assieme ai veli si porta
un pensiero politico, un'ideologia, e si manipolano le persone. Questa e'
un'altra ragione importante per avere legami regionali e tenersi informate e
coinvolte l'un l'altra.
Sembra che ogni paese nella nostra regione voglia competere per i record
negativi, anziche' per quelli positivi. Percio' se le Maldive possono
bandire le persone che professano una religione diversa dall'Islam, presto
qui in Pakistan ci faranno l'esempio delle Maldive. Cosi' come alla gente
del Nepal viene portato l'esempio del Pakistan: se l'esercito puo' comandare
in Pakistan, perche' non puo' comandare in Nepal? Dobbiamo fare in modo che
le persone di paesi differenti si alleino, di modo che vi sia un comune
sentire rispetto alla strada che vogliamo prendere. Persino in termini di
sviluppo legale, se prendiamo i precedenti altrove essi possono essere molto
utili qui. Se c'e' un miglioramento in India, usiamolo in Pakistan; se c'e'
un miglioramento qui, che lo si usi in Bangladesh. E dovremmo anche imparare
le buone pratiche gli uni dagli altri.
*
- Eman Ahmed: Come si puo' rendere i governi e i decisori privati
responsabili delle loro azioni?
- Asma Jehangir: Gli attivisti per i diritti umani a livello internazionale
stanno guardando sempre di piu' agli attori non statali, in particolar modo
per quanto riguarda la negazione della liberta' religiosa e la violenza
contro le donne. Quest'ultima viene perpetuata, per la maggior parte, da
soggetti non statali. Ma poiche' gli stati sono obbligati ad assicurarsi che
i violenti non godano di impunita' e' molto importante farli discutere di
questo. Lo stato di per se' puo' non attuare politiche discriminatorie verso
le donne, ma se e' a conoscenza che non vi e' eguaglianza per le donne a
livello culturale o sociale, deve realizzare quelle che chiamiamo "azioni
affermative". Questo vale anche per l'esercizio della liberta' religiosa, i
diritti dei bambini e dei popoli indigeni, e delle minoranze sessuali. Ci
sono stati casi in cui membri di forze dell'ordine hanno minacciato e
torturato persone a causa dell'orientamento sessuale di queste ultime, ma
c'e' anche una sorta di discriminazione sociale in cui un governo puo' non
essere direttamente coinvolto pur tollerandola con l'inazione. Percio', se
uno stato tollera un abuso, esso va considerato responsabile, poiche'
l'abuso si collega ai suoi atteggiamenti.
*
- Eman Ahmed: Che attrezzi o risorse sarebbero piu' utili alle donne in
Pakistan per tradurre i "diritti umani sulla carta" in cambiamenti positivi
e tangibili nelle vite delle donne?
- Asma Jehangir: Penso che le donne dovrebbero elaborare un proprio progetto
su come vogliono muoversi per rendere i diritti umani "cartacei" piu'
concreti. Se con attrezzi intendi i vari modi in cui possono arrivare a
questo, un sistema e' di certo la stampa. Piu' persone che credano nei
diritti delle donne e nei diritti umani devono essere coltivate nella
stampa. Meta' della lotta la si vince o la si perde nei media.
I media elettronici sono anche estremamente importanti, oggi, non solo in
Pakistan ma nel mondo intero. Le donne devono avere molto chiaro che bisogna
usare questi sistemi. E' vero che larga parte dei nostri paesi non hanno
molta tecnologia e percio' non possiamo affidarci solo ai metodi moderni,
possiamo usarli assieme ad altri attrezzi. La cultura e' un modo efficace,
ad esempio, per promuovere i diritti delle donne. Noi abbiamo sperimentato
che il teatro di strada ha portato intere comunita' a discutere e
riflettere. E' una sfortuna che in Pakistan non abbiamo una grande
tradizione per il cinema o il teatro. Molti film prodotti in India sui
diritti umani delle donne sono assai popolari nei centri che abbiamo a
Lahore. Le persone vengono ai centri proprio per vederli e discuterne. Le
emozioni e i sentimenti formano un linguaggio assai efficace.
Un sistema che le donne non hanno ancora usato nel nostro paese, ed io penso
che sia un errore, e' l'interagire con i giovani nelle istituzioni
scolastiche. Abbiamo lavorato con i sindacati, e persino aperto strade nei
settori piu' alti della societa', ma non con la giovane generazione, gli
studenti, che sono circa il 40% della popolazione. Abbiamo anche bisogno di
coinvolgere le professioniste, nell'industria, nella medicina, nel cinema:
possono essere importanti portavoce delle cause delle donne. C'e' moltissimo
che le ong delle donne e per i diritti umani possono fare in Pakistan. Se ad
esempio senti le radio FM ti accorgi che la maggior parte di esse propaga
fondamentalismo religioso. Dobbiamo contrastare questa tendenza, ed usare la
radio come uno dei nostri attrezzi. Un buon numero di donne sta tentando di
promuovere una cultura dei diritti umani e dei diritti delle donne tramite
l'insegnamento religioso e le diverse interpretazioni della religione. Non
so dirti quanto successo abbiano avuto fino ad ora, ma e' comunque un'altra
strategia che la gente sta usando.
Francamente, se vi sono diritti per le donne "sulla carta", poi coloro che
vengono vittimizzate li usano eccome. I risultati che abbiamo ottenuto
rispetto al diritto di famiglia, per esempio, le donne li usano. Anche
rispetto alla rappresentanza elettorale, dovunque ne venga data
l'opportunita' le donne partecipano. Percio' penso che anche i "diritti
sulla carta" abbiano prodotto cambiamenti tangibili nelle vite delle donne.
Attraverso gli anni, vedi, ogni qualvolta il nostro sistema legale e'
diventato un po' piu' indipendente (non completamente, ma di piu'), noi
abbiamo avuto piu' sentenze progressiste dai tribunali. In ognuno di questi
periodi si possono trovare precedenti positivi, in cui le donne hanno colto
le opportunita' ed ottenuto risultati concreti. Uno dei cambiamenti di cui
abbiamo bisogno riguarda le leggi sul lavoro. Fino ad ora, non abbiamo
ottenuto molto in questo campo. Ma questo e' un periodo in cui i sindacati
sono banditi, e senza liberta' di associazione diventa piu' difficile
ottenere diritti umani.

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1062 del 23 settembre 2005

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