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La domenica della nonviolenza. 40



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 40 del 25 settembre 2005

In questo numero:
1. Pasquale Pugliese: Una lezione dal Brasile: un mondo senza armi e'
possibile
2. Grazie alla campagna per il disarmo diminuiscono gli omicidi in Brasile
3. Forum comunitario di lotta alla violenza: Mi hanno ammazzato e non potro'
votare. Un appello per il si' al referendum
4. Un nuovo sondaggio: il 72,7% dei brasiliani sostiene il si' al divieto
del commercio delle armi
5. Verita' e giustizia per Nicola Calipari
6. Tavola sarda della pace: Opporsi alle basi militari e atomiche straniere
in italia per opporsi alla guerra infinita
7. Lia Cigarini: Donne e uomini, anno zero
8. Alcuni estratti da un'intervista di Guenter Gaus a Hannah Arendt del 1964

1. EDITORIALE. PASQUALE PUGLIESE: UNA LEZIONE DAL BRASILE: UN MONDO SENZA
ARMI E' POSSIBILE
[Ringraziamo Pasquale Pugliese (per contatti: puglipas at interfree.it) per
questo intervento. Pasquale Pugliese, educatore presso i Gruppi educativi
territoriali del Comune di Reggio Emilia, dove risiede, laureato in
filosofia con una tesi su Aldo Capitini, e' impegnato nel Movimento
Nonviolento, nella Rete di Lilliput ed in numerose iniziative di pace; e'
stato il principale promotore dell'iniziativa delle "biciclettate
nonviolente"]

Se in uno dei piu' grandi e importanti paesi del mondo si svolge un
referendum popolare che chiede di proibire il commercio delle armi da fuoco,
vuol dire che allora si puo'.
Significa che si puo' non solo immaginare un mondo senza armi, ma si puo'
cominciare a costruirlo veramente compiendo dei passi concreti che vanno in
quella direzione.
L'ideale del disarmo non e' piu' "u-topia" - letteralmente: in nessun
luogo - ma comuncia a farsi spazio in un luogo non casuale della terra.
Ossia in quel Brasile dove nel gennaio 2001 ha preso forma compiutamente,
cominciando poi a dilagare per il mondo, anche un'altra idea, che contiene
quella a cui sono chiamati oggi a dare un voto i cittadini brasiliani, e
anch'essa apparentemente utopistica: l'idea che un altro mondo e' possibile.
A Porto Alegre se ne sono mostrate le possibilita'.
Il 23 ottobre se ne puo' dare davvero l'avvio, se il Brasile ci mostrera'
che l'altro mondo possibile e' senza armi da fuoco. Facciamo in modo che
anche questa idea - prima applicazione, specifica e necessaria, di quella
piu' generale - dilaghi per il mondo.
Oggi in Brasile, domani in Italia (e poi negli Usa e in ogni luogo).

2. UMANITA'. GRAZIE ALLA CAMPAGNA PER IL DISARMO DIMINUISCONO GLI OMICIDI IN
BRASILE
[Da padre Ermanno Allegri (per contatti: ermanno at adital.com.br) riceviamo e
diffondiamo questa nota d'agenzia diffusa da "Adital" (sito:
www.adital.com.br). Ermanno Allegri e' direttore di "Adital", Agenzia
d'informazione "Frei Tito" per l'America Latina, tel. 8532579804, fax:
8534725434, cellulare: 8599692314, sito: www.adital.com.br ; "sacerdote
bolzanino da trent'anni in Brasile, gia' segretario nazionale della
Commissione Pastorale della Terra e ora direttore di un'agenzia continentale
(Adital, sito: www.adital.com.br), nata come strumento per portare
all'attenzone della grande informazione latinoamericana i temi delle
comunita' di base e l'impegno contro la poverta'. Allegri e' stato chiamato
a contribuire al coordinamento delle azioni di sensibilizzazione in vista
del referendum che si terra' in Brasile alla fine di ottobre che ha come
tema la messa al bando del commercio delle armi da fuoco che in tutta
l'America Latina costituisce un rilevante fattore di violenza (omicidi,
rapine, ecc.). E' una battaglia civile e di diritto importantissima per
tutto il Brasile, ma anche per il movimento per la pace di tutto il mondo.
La posta in gioco e' grande ma i poteri che contano (le multinazionali delle
armi) sono gia' all'opera per vincere, mettendo in campo enormi fondi.
Allegri chiede che questo tema venga messo nell'agenda anche del movimento
per la pace italiano e chiede anche un aiuto finanziario per coordinare da
qui a ottobre l'attivita' di sensibilizzazione di Adital" (Francesco
Comina)]

Gli sforzi del governo brasiliano per il disarmo della popolazione sembra
diano i risultati che si sperava. I dati del Ministero della Sanita'
mostrano che, rispetto al 2003, l'indice nazionale dei morti per armi da
fuoco e' diminuito dell'8,2% lo scorso anno, quando e' iniziata la Campagna
per il disarmo volontario. E' la prima volta negli ultimi 13 anni che il
numero dei morti diminuisce invece di aumentare.
Questa percentuale rappresenta 3.234 vittime in meno.
Secondo l'analisi del Ministro della Sanita', Felipe Saraiva, e' stato
determinante il fatto che la popolazione, attraverso chiese, associazioni,
ong, si e' trasformata in parte attiva della Campagna per il disarmo. "La
presa di coscienza della societa' civile ha dato un grande contributo alla
significativa riduzione del numero delle eprsone uccise da armi da fuoco,
come anche alla creazione di una cultura della pace in Brasile", ha
sottolineato.
Nel 2004 le morti per arma da fuoco sono state 39.325: 108 persone uccise al
giorno, nove ogni due ore. Nel 2004 sono state 36.091.
La riduzione si e' verificata in 12 stati del paese. Lo stato che piu' ha
contribuito alla riduzione degli omicidi nel 2004 e' Sao Paulo, com una
diminuzione di 1.960 morti. Segue Rio de Janeiro, con 672 morti in meno.
L'Unesco fa un'analisi ancor piu' positiva. Di fatto, se si fosse mantenuta
la tendenza ascendente del numero dei morti per arma da fuoco, le previsioni
per il 2004 erano di 41.682 morti. Percio', conclude l'Unesco, il gesto di
consegnare le armi [i cittadini che hanno aderito alla Campagna per il
disarmo volontario hanno consegnato le armi alle autorita', ricevendo un
indennizzo in denaro - ndr] ha salvato, in realta', 5.563 vite umane.
Alcuni osservatori avanzano anche l'ipotesi che questo risultato positivo
sia dovuto anche ad altri due fattori che il governo Lula ha sviluppato
simultaneamente: l'incentivo - anche se ancora timido - delle politiche
sociali, e la repressione sistematica del crimine organizzato.
Senz'altro la Campagna per il disarmo e' un evento storica per il Brasile.
Da quando e' iniziata, il 15 luglio 2004, fino ad agosto scorso (quindi in
poco piu' di un anno), la popolazione ha consegnato 443.719 armi da fuoco.
All'inizio si pensava di raccogliere circa 80.000 armi fino alla fine del
2004. Poi si ampliato l'obiettivo a 200.000 armi, ma anche questa previsione
e' stata superata.
Cosi' il Governo Federale ha deciso di prolungare la Campagna fino al
prossimo 23 ottobre, giorno del referendum.
Cosi', nonostante qualche errore reale e molte pugnalate alla schiena, il
governo Lula ha ottenuto dei risultati positiv. Risultati che fanno sperare
in ulteriori profondi cambiamenti.
Per maggiori informazioni si veda il sito: www.adital.com.br

3. LETTERE DAL BRASILE. FORUM COMUNITARIO DI LOTTA ALLA VIOLENZA: MI HANNO
AMMAZZATO E NON POTRO' VOTARE. UN APPELLO PER IL SI' AL REFERENDUM
[Ringraziamo Maria Eunice Kalil (per contatti: mabice at terra.com.br) per
averci inviato questo appello per il si' al referendum del 23 ottobre per la
proibizione del commercio delle armi diffuso dal "Forum comunitario di lotta
alla violenza" di Bahia. Maria Eunice Kalil e' responsabile del "Forum
comunitario di lotta alla violenza" di Bahia, Brasile (per contatti:
fccv at ufba.br). La traduzione italiana, non del tutto letterale, e' di Benito
D'Ippolito]

Mi hanno ammazzato. E non potro' votare
per il disarmo che salva la gente.
Rubato mi hanno i miei anni e la vita.

Mi hanno ammazzato a quindici, a vent'anni
ho perso il conto di quante pallottole
hanno ficcato a forza dentro me.

Pallottole vaganti, casuali,
sparate tra le risa, a passatempo,
le carni mi trafissero ugualmente
quelle per caso e quelle d'improvviso
nell'attimo rabbioso, o con la mente
gelida. Un lampo, e tu non sei piu' niente.

Per futili motivi mi ammazzarono
per un sorpasso e per una frenata
per uno sguardo, un capogiro, un bacio.

Mi hanno ammazzato perche' c'era un'arma.

E non potro' votare piu'. Sarete
voi a votare anche per me, votando
quel si' che altre salvera' persone.

Quel si' che e' il modo di fare felice
ed onorare me, e molti, e tutta
l'umanita'. Il disarmo dona vita.

*
Il 23 ottobre vota si'.

4. DAL BRASILE. UN NUOVO SONDAGGIO: IL 72,7% DEI BRASILIANI SOSTIENE IL SI'
AL DIVIETO DEL COMMERCIO DELLE ARMI
[Dal sito www.desarme.org riprendiamo questa notizia del 14 settembre 2005.
Ovviamente, prima di gioire anzitempo, si tenga conto della esiguita' dei
campioni intervistati nei vari sondaggi di seguito descritti. Sono dati
incoraggianti, ma i sondaggi restano solo sondaggi, il referendum si tiene
il 23 ottobre: e fino ad allora occorrera' mettere il massimo impegno
affinche' vi sia un'adeguata informazione, la piu' vasta e profonda
coscientizzazione, dunque un voto consapevole e un'ampia partecipazione
democratica; e quindi un esito a favore della vita di tutti, a favore
dell'umanita' intera. Ciascuno si impegni affinche' il 23 ottobre vinca
l'umanita']

Una ricerca rivela che il 72,7% dei brasiliani appoggia la proibizione del
commercio delle armi.
Un sondaggio commissionato dalla Confederazione nazionale dei trasporti
(Cnt) e realizzato dall'Istituto Sensus, rivela che il 72,7% dei brasiliani
appoggia la proibizione del commercio delle armi da fuoco e delle munizioni
in Brasile, tema del referendum che si terra' il 23 ottobre.
Sono state intervistate duemila persone in 195 citta' di 12 stati del
Brasile, tra il 6 e l'8 settembre. Nel sondaggio, che riguardava vari temi
della congiuntura nazionale, e' stata rivolta agli intervistati anche una
domanda che riproduceva precisamente il quesito referendario: "Deve essere
proibito il commercio delle armi da fuoco e delle munizioni in Brasile?". Il
72,7% degli intervistati ha risposto si', solamente il 24,1% ha risposto no,
mentre il 3,3% non ha risposto o ha risposto di essere incerto.
La ricerca ha anche posto la domanda se a parere degli intervistati il
divieto del commercio di armi avrebbe contribuito a ridurre la violenza in
Brasile. il 50,6% ha risposto si'; il 44,8% ha risposto no, e il 4,6% non ha
risposto o ha risposto di essere incerto.
*
Il risultato conferma l'orientamento della popolazione, in tutto il
territorio nazionale, a votare si' nel primo referendum nella storia del
paese, e primo al mondo sul tema.
Gia' il primo agosto l'Istituto Datafolha diffuse i risultati di una ricerca
secondo cui l'80% dei brasiliani esprimono sostegno alla proibizione del
commercio delle armi e delle munizioni. In quel sondaggio sono state
intervistate 2.110 persone di 134 diversi :municipi.
Dieci giorni prima un altro sondaggio, eseguito dall'istituto Ipobe in 143
municipi brasiliani forniva percentuali analoghe: l'appoggio dell'81% della
popolazione brasiliana
al divieto del commercio di armi da fuoco e munizioni. In questo sondaggio
sono state intervistate 2.002 persone nei giorni tra il 14 e il 18 luglio,
che hanno risposto alla domanda "Il 23 ottobre di quest'anno si terra' una
consultazione popolare sul disarmo della popolazione, con obbligo di voto.
Il commercio di armi da fuoco e munizioni deve essere proibito in Brasile?
Si' o no?".
*
Anche nei rilevamenti effettuati in vari stati e municipi brasiliani,
l'approvazione del divieto del commercio delle armi e e delle munizioni e'
maggioritaria.
- Secondo un sondaggio dell'"Instituto Fortiori Pesquisa, Diagnostico e
Marketing" per il giornale "O Popular", il 70% degli abitanti di 61 citta'
dello stato di Goias sono favorevoli al divieto del commercio di armi, il
28% contrari, e il 2% non rispondono o sono incerti.
- Secondo un sondaggio dell'"Instituto Brasileiro de Pesquisa Social"
(Ibps), il 76,5% degli abitanti del municipio di Rio de Janeiro sono
favorevoli alla campagna di disarmo; soltanto il 19,5% sono contrari, il 3%
sono incerti e l'1% non risponde.
- In un sondaggio dell'"Instituto de Pesquisas Gpp" l'84% degli intervistati
ha dichiarato di essere d'accordo con la proibizione del commercio delle
armi in Brasile. Sono state ascoltate 1.810 persone di diversi municipi
dello stato di Rio de Janeiro, nei giorni tra il 21 e il 25 maggio. Sul
totale, solo il 13,2% era contrario, e il 2,8% ancora non aveva preso una
decisione.
- Un precedente sondaggio dell'Istituto Datafolha aveva gia' rilevato che
l'83% degli abitanti del municipio di San Paolo sono contrari alla vendita
delle armi da fuoco alla popolazione civile in Brasile. In questo sondaggio
sono state intervistate 1.624 persone, tra il 6 e il 7 aprile. Soltanto il
14% si dichiaro' favorevole al commercio delle armi. Sul totale degli
intervistati, il 6% dichiaro' di avere un'arma da fuoco in casa.
- In un sondaggio dell'Istituto Brasmarket, commissionato dal "Diario do
Grande ABC", l'81,6% della popolazione della regione dell'ABC di San Paolo
dichiarava che avrebbe votato per il divieto del commercio delle armi. Nella
ricerca sono state intervistate 2.509 persone in sette municipi, tra il 28 e
il 30 giugno.
- Una ricerca di "Parana' Pesquisas" ha rilevato che il 70,31% degli
intervistati a Curitiba, capitale del Parana', nei giorni 30 e 31 marzo, si
sono dichiarati favorevoli alla proibizione del commercio delle armi. La
rilevazione fu eseguita su commissione del giornale "Gazeta do Povo" ["La
gazzetta del popolo"]. L'istituto di ricerca intervisto' 421 persone.
- In una ricerca promossa dal Sindacato dei Metallurgici di Taubate' (nello
stato di San Paolo) in collaborazione con l'Istituto Gota de Orvalho, e'
emerso che il 75,68% degli abitanti del municipio paulista affermano di
essere favorevoli alla proibizione del commercio delle armi e delle
munizioni in Brasile, e solo il 24,32% si dicono contrari al divieto. Dei
518 intervistati, il 91,89% hanno dichiarato di non sentirsi sicuri con
un'arma in casa.

5. APPELLI. VERITA' E GIUSTIZIA PER NICOLA CALIPARI
[Riprendendolo dal sito del quotidiano "Il manifesto" (www.ilmanifesto.it)
riproduciamo l'appello promosso dalle responsabili dell'associazione
"Riferimenti" Elisabetta Baldi Caponnetto e Adriana Musella. "Riferimenti"
ha sede in Calabria e qualche mese fa ha offerto il premio della "Gerbera
gialla" a Rosa Calipari, moglie del funzionario del Sismi assassinato a
Baghdad, e calabrese come lui. All'appello hanno gia' aderito varie illustri
personalita' della cultura e della vita civile.
Elisabetta Baldi Caponnetto e' la vedova del magistrato antimafia Antonino
Caponnetto.
Adriana Musella e' figlia dell'imprenditore Gennaro Musella, vittima della
'ndrangheta nel 1982.
Nicola Calipari, nato a Reggio Calabria, laureato in giurisprudenza, con una
straordinaria e prestigiosa esperienza nelle forze dell'ordine con ruoli di
grande responsabilita' nella lotta contro il crimine, da due anni
funzionario del Sismi, e' l'eroe che ha salvato la vita a Giuliana Sgrena,
come gia' prima alle due Simone; e' stato ucciso il 4 marzo a Baghdad. Opere
su Nicola Calipari: AA. VV., Nicola Calipari ucciso dal fuoco amico, Nuova
iniziativa editoriale, Roma 2005]

Nel considerarci, quali cittadini di questo Paese, parte lesa, in merito
all'uccisione del dirigente del Sismi, dottor Nicola Calipari, esigiamo che
verita' e giustizia non siano diritti negati alla sua morte, a tutt'oggi
avvolta da misteri inquietanti e silenzi assordanti.
Chiediamo al Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, nel quale
riponiamo la massima fiducia, di rendersi interprete di questa istanza e
garante della dignita' della Nazione.
Invitiamo la societa' civile, gli studenti, il mondo della cultura, dello
spettacolo e dello sport, i rappresentanti delle Istituzioni e della
politica, i media, a non spegnere i riflettori sul caso Calipari e ad unirsi
a noi sottoscrivendo questo appello in ogni piazza, scuola, universita' o
luogo di lavoro del nostro Paese.
*
per "Riferimenti. Coordinamento Nazionale Antimafia - Associazione di
Impegno Civile"
Adriana Musella, presidente
Elisabetta Baldi Caponnetto, presidente onoraria
Firenze, 21 settembre 2005
*
Per informazioni e adesioni: www.riferimenti.org, www.ilmanifesto.it

6. APPELLI. TAVOLA SARDA DELLA PACE: OPPORSI ALLE BASI MILITARI E ATOMICHE
STRANIERE IN ITALIA PER OPPORSI ALLA GUERRA INFINITA
[Dalla Tavola Sarda della Pace (per contatti: samesasardadepaxi at tiscali.it)
riceviamo e volentieri diffondiamo]

La Tavola sarda della pace e' seriamente preoccupata per i tratti sempre
piu' sinistri che assume l'insediamento della nuova e imponente base atomica
Usa a La Maddalena, con un incremento del 68% della superficie e una spesa
di 171 milioni di dollari.
La prima tranche di ampliamento e' andata avanti scontrandosi solo con
l'opposizione spontanea e non organizzata di popolo, non sorretta da
adeguate e serie iniziative politiche.
La volonta' espressa nel gennaio del 2004 dal Consiglio Regionale, che voto'
di "smantellare la base Usa in tempi ragionevoli e prestabiliti", e' stata
prima calpestata dall'allora Presidente della Regione, poi "dimenticata" dal
nuovo Consiglio.
Il rafforzamento della presenza militare si inquadra all'interno di un
disegno complessivo e articolato di ridislocazione e potenziamento delle
strutture militari e delle loro basi della guerra; questa strategia va di
pari passo con l'egemonia delle politiche di guerra "infinita e preventiva"
e coinvolge pesantemente non solo la Sardegna, tradizionale e consolidato
paradiso della guerra, ma tutta la penisola italiana: spostamento della VI
flotta americana a Taranto, poderosi interventi a Sigonella, Camp Darby,
Napoli, solo per citarne alcuni.
In Sardegna assistiamo ad un rafforzamento e ammodernamento di tutte le
strutture che rendono possibile l'esercizio della guerra: costruzioni a
Teulada, nuovo aeroporto a Quirra.
Alle richieste ragionevoli fatte agli americani e contando sulla
disponibilita' del governo italiano si e' ricevuta una risposta che ha il
sapore della beffa: gli Usa, in pieno accordo con il governo italiano, hanno
deciso che La Maddalena e' da adibire non solo ai sommergibili ma all'intera
flotta degli Stati Uniti.
E' giunto il momento di aprire con grande forza una vertenza istituzionale
col governo italiano (sapendo di avere a che fare con una controparte), di
esperire gli iter burocratici, di utilizzare tutti i poteri previsti dalle
leggi.
I portavoce della Tavola sarda della pace: don Ettore Cannavera, Paolo Pisu,
Franco Uda
*
Per informazioni e adesioni: Tavola sarda della pace, e-mail:
samesasardadepaxi at tiscali.it

7. RIFLESSIONE. LIA CIGARINI: DONNE E UOMINI, ANNO ZERO
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo il seguente articolo originariamente apparso sulla bella rivista
"Via Dogana", n. 63, dicembre 2002. Lia Cigarini, storico punto di
riferimento del femminismo in Italia, e' una delle figure piu' vive del
pensiero e dell'agire delle donne, di molte e di molti maestra]

Mentre pensavo il testo sulla passione della liberta' (per il Congresso
internazionale delle filosofe che si e' tenuto a Barcellona l'ottobre
scorso), mi e' venuto in mente con grande vivezza un fatto, piu'
precisamente un'esperienza che sta agli inizi del mio femminismo.
La ripropongo qui perche' mi sembra sia in tema.
Riflettendo su quel periodo, siamo nel 1967, posso dire che il mio io
politico di giovane donna comunista, che insieme a quella degli operai,
voleva la liberazione delle donne, si era dileguato, era defluito da me in
brevissimo tempo.
Non c'e' stato un particolare trauma bensi' un sommarsi di coincidenze: la
sconfitta della sinistra comunista all'undicesimo congresso del Pci; la
decisione di iniziare un'analisi perche' mi sentivo stordita, muta anche di
fronte agli accadimenti politici che fino ad allora mi avevano tanto
coinvolta; e infine, l'incontro con una donna che si aggirava insieme a me
nelle piu' svariate riunioni del pre-sessantotto milanese, anche lei senza
parlare ma con in mano un documento un po' contorto dove si parlava di
trascendenza femminile.
Fatto sta che la mia decisione di fare parte di un gruppo di donne e di
lasciare perdere le vicende di partito e gruppi fu repentina.
Dopo poco tempo, com'e' noto, molte altre donne che avevano partecipato al
'68 hanno fatto la scelta di riunirsi solo tra donne.
Sicuramente la separazione dalla politica maschile e in molti casi dagli
uomini in carne ed ossa - coi gruppi di sole donne - e' stata un'azione
attraverso la quale la liberta' femminile ha parlato.
*
Un gesto dirompente: un mio amico psicanalista, acuto osservatore della
realta' che cambia diceva che le donne, quelle che conosceva, all'improvviso
erano entrate in clandestinita'. Non sapeva cosa succedesse in quei gruppi.
Non poteva osservarle. E cio', diceva, lo metteva in ansia. Attraverso i
suoi pazienti, donne e uomini, aveva capito che quella separazione aveva
colpito l'inconscio ma non poteva interpretarlo perche' in preda alla sua
stessa ansia.
Racconto questa esperienza per dire molto schematicamente alcune cose
attuali per l'oggi. La prima e' che attraverso quella estrema sottrazione di
se' si e' creata una gamma di posizioni che rendevano e rendono possibile la
relazione con l'altro. La seconda e' che alcuni uomini come il mio amico
psicanalista di cui parlavo prima, e altri, hanno registrato la forza di
quel gesto. Ne sono stati colpiti, ma l'angoscia per la perdita del conforto
delle donne che erano abituati a vedere al loro fianco, forse ha impedito
loro di capire il significato di quel gesto imprevisto.
Comunque sia - non voglio qui teorizzare sugli uomini - il silenzio maschile
sul conflitto tra i sessi e' stato impressionante. Il rapporto tra donna e
uomo che era al centro dell'analisi dei gruppi di autocoscienza non ha
trovato alcuna rispondenza nella riflessione maschile. E le interpretazioni
proposte a livello politico (comparsa di un nuovo soggetto politico,
richiesta di inserimento alla pari...) sono talmente ridicole da far pensare
ad una totale incomprensione di quello che stava capitando.
*
Penso, quindi, che a causa della rimozione del conflitto tra i sessi e del
poco ascolto alla parola femminile, da allora le forme della politica si
siano ristrette, e siano diventate sempre piu' ripetitive. Cio' ha dato a
molte di noi una specie di conferma che l'altro sesso era immodificabile e
le sue forme politiche, impraticabili.
Luisa Muraro, a questo punto, direbbe che questo vale per gli intellettuali
e i politici, molto meno per gli uomini comuni che in questi anni hanno
fatto molti spostamenti nella vita quotidiana. Sono d'accordo con lei,
perche' ho la stessa impressione quando, come avvocata, incontro e sento
parlare appunto uomini comuni. Ma, ovviamente, questi uomini sono capaci di
reimpostare le cose a livello della vita quotidiana, per il resto pero'
devono affidarsi alle risposte teoriche e politiche di intellettuali e
politici.
Percio' rimane e cresce il nodo da sciogliere, vale a dire l'incredulita'
maschile rispetto alla possibilita' di pensare e cambiare il mondo con la
pratica di relazione, che e' il tratto peculiare della politica delle donne
rispetto a quella maschile la quale delle relazioni fa un uso solo
strumentale. Ridiscutendo con i miei amici della sinistra, piu' volte li ho
sentiti dire: e' una pratica che indubbiamente ha modificato il rapporto
donna-uomo e cosi' ha cambiato tante cose della vita sociale, ma essa lascia
completamente scoperta sia la rappresentanza degli interessi contrapposti
sia gli strumenti di decisione politica ed economica.
In sostanza permane il disconoscimento della forza delle relazioni non
strumentali, e di una critica dell'esistente che non oggettivizza nulla, ma
tenta di procedere incorporando l'oggetto (realta' parziale) nella relazione
con l'altra/o.
*
Percio' molte pensano che le relazioni di differenza che si e' cercato di
intrecciare con alcuni uomini in questi anni, siano insignificanti
politicamente, in pura perdita. In sintesi esse dicono: gli uomini sono per
lo piu' cambiati nella vita privata in quanto in una certa misura accettano
l'autonomia femminile, ma a livello del discorso teorico politico, della
critica e del sapere, tagliando fuori la differenza dei sessi e la loro
stessa soggettivita', sono imprendibili per la relazione di differenza.
Quindi si tratta di una strada sbarrata.
Altre (vedi il recente incontro a Roma sulle pratiche del femminismo)
indicano come strada percorribile - per chi vuole essere presente ad esempio
nelle lotte contro il capitalismo globale e la guerra - il collegamento tra
l'irrinunciabile esperienza dei piccoli gruppi come luoghi di provenienza
indispensabili per la formazione e la autorizzazione reciproca delle donne,
da una parte, e i "nessi globali" con la presenza nei luoghi misti del
movimento dei movimenti, dall'altra.
A me sembra che la prima posizione rispecchi un'interpretazione povera del
non starci alle regole maschili. Si pensa cioe' che l'unica possibile
sottrazione di se' sia quella di tagliare i ponti con l'altro e continuare a
praticare lo stare tra donne. E da li' giudicare se gli uomini si collocano
oppure no la' dove loro stesse li aspettano. Dicevo prima che tale
interpretazione e' povera. Aggiungo che e' anche in contraddizione con quel
gesto iniziale di separazione, che fu fatto per esserci - nel mondo - in
liberta'. E in contraddizione con il presente con un dato di realta': non
c'e' un movimento delle donne che vada in questo senso.
La seconda posizione ricalca uno schema tentato da molte in questi anni.
Senza grandi risultati. Perche' salta la questione, secondo me centrale,
della pratica politica dei "nessi globali" e si illude, standoci, di
convincere gli uomini del movimento o dei partiti o dei sindacati che il
modo di far politica delle donne e' un bene per tutti, convincerli
attraverso parole e discorsi. Ma a questo punto, mi chiedo, qual e' la
politica delle donne?
*
Io non ho mai considerato la sottrazione di me dalla politica maschile, che
e' stato un momento di esaltante liberta', come tagliare i ponti con il mio
orientamento anticapitalista. Penso, ora (e molte ne hanno scritto su "Via
Dogana") che siamo in un momento di cambio di civilta' nel quale si sta
riscrivendo il mondo e tutte le relazioni sociali; essendo consapevole di
quello che accade, e che quello che accade mi accade anche per via
dell'altro (Oriella Savoldi). Voglio esserci con tutta me stessa, senza
tuttavia adeguarmi alle forme politiche maschili (comprese quelle di lotta),
che per me erano e restano impraticabili, anche se il numero delle donne
presenti e' grandemente aumentato.
Percio' sono convinta che al centro della nostra pratica debbano essere
messe le relazioni di differenza, interrogando i rapporti di scambio di
conflitto, di differenza, in presenza di uomini singoli, quelli con cui le
abbiamo intrecciate e altri ancora nei quali si sente risuonare il dubbio
della ripetizione, la disperazione per il precipitare della civilta' o
semplicemente un'emozione per la proposta di una esperienza in comune. Il
simbolico che stiamo creando e che a sua volta sta creando noi si basa
sull'esperienza dell'alterita' (Luisa Muraro). Cio' ci ha impedito
fortunatamente di identificarci con le donne (abbiamo cioe' sperimentato che
neppure l'altra donna e' fonte di un riconoscimento appagante). E cio' ci
impedisce anche di considerare gli uomini un genere indifferenziato.
*
Si puo' pensare, ora, a una relazione nella quale io non vedo affatto lui
come portatore di una universale ma lo tratto come il mio altro.
Non mi faccio, cioe', ne' subordinare ne' assimilare. Ne' ho bisogno che lui
si subordini a me.
Per concludere, a me quello che sta a cuore e' non perdere il privilegio
della prossimita', la forma non finita della scena pubblica che abbiamo
creato, la pratica del partire da se', la mia liberta'.
Per il resto sono pronta a rinegoziare da capo tutto quello che ho capito e
guadagnato.

8. MAESTRE. ALCUNI ESTRATTI DA UN'INTERVISTA DI GUENTER GAUS A HANNAH ARENDT
DEL 1964
[Dal quotidiano "La stampa" del 15 settembre 2001 riprendiamo i seguenti
stralci. I brani dell'intervista erano cosi' presentati da una nota
redazionale del quotidiano: "Hannah Arendt, la piu' autorevole 'teorica
della politica' del Novecento, tedesca e ebrea, allieva di Jaspers, amica di
Heidegger, moglie di Guenther Anders, testimone e interprete delle tragedie
del 'secolo breve'. Dialogando con il giornalista Guenter Gaus, per la tv
della Repubblica Federale tedesca, il 25 ottobre 1964 (la Arendt aveva
allora 58 anni), ripercorse la sua formazione culturale, il suo giudizio sul
nazismo, la sua idea di 'verita'' nella ricerca storica. Anticipiamo alcuni
passi di quell'intervista, che introduce ora il primo volume dell'"Archivio
Arendt. 1930-1948", in uscita la prossima settimana da Feltrinelli (pp. 248,
L. 55.000, a cura di Simona Forti: vi sono raccolti scritti, in gran parte
inediti, politici, letterari e filosofici (da Sant'Agostino a Kierkegaard,
da Kafka a Sarte)". Nel volume da cui questi brani sono stralciati
l'intervista di Gaus ad Hannah Arendt e' alle pp. 35-59, ed e' preceduta da
una breve nota della curatrice, Simona Forti, che si apre con il seguente
capoverso: "Il 28 ottobre 1964 la televisione della Repubblica federale
tedesca trasmise la seguente conversazione tra Hannah Arendt e Guenter Gaus,
al tempo stimato giornalista e in seguito alto funzionario nel governo
guidato da Willy Brandt. Questa intervista ricevette il premio Adolf Grimme
e venne pubblicata l'anno successivo col titolo Was bleibt? Es bleibt die
Muttersprache [Che cosa resta? Resta la lingua materna], in Guenter Gaus,
Zur Person, Piper, Muenchen 1965. La traduzione italiana si basa sulla
versione inglese di Joan Stambaugh".
Guenter Gaus e' stato apprezzato giornalista e successivamente collaboratore
di Willy Brandt durante il governo del leader socialdemocratico.
Hannah Arendt e' nata ad Hannover da famiglia ebraica nel 1906, fu allieva
di Husserl, Heidegger e Jaspers; l'ascesa del nazismo la costringe
all'esilio, dapprima e' profuga in Francia, poi esule in America; e' tra le
massime pensatrici politiche del Novecento; docente, scrittrice, intervenne
ripetutamente sulle questioni di attualita' da un punto di vista
rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori' a New York nel
1975. Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali (quasi tutti
tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di seguito non diamo l
'anno di pubblicazione dell'edizione italiana, ma solo l'anno dell'edizione
originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima edizione 1951),
Comunita', Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano; Rahel Varnhagen
(1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961), Garzanti,
Milano; La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli,
Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita', Milano; postumo e incompiuto e'
apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una raccolta di
brevi saggi di intervento politico e' Politica e menzogna, Sugarco, Milano,
1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers (Carteggio 1926-1969.
Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con Mary McCarthy (Tra
amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975,
Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti vari e' Archivio
Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio Arendt 2.
1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta Responsabilita'
e giudizio, Einaudi, Torino 2004. Opere su Hannah Arendt: fondamentale e' la
biografia di Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt, Bollati Boringhieri,
Torino 1994; tra gli studi critici: Laura Boella, Hannah Arendt,
Feltrinelli, Milano 1995; Roberto Esposito, L'origine della politica: Hannah
Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 1996; Paolo Flores d'Arcais, Hannah
Arendt, Donzelli, Roma 1995; Simona Forti, Vita della mente e tempo della
polis, Franco Angeli, Milano 1996; Simona Forti (a cura di), Hannah Arendt,
Milano 1999; Augusto Illuminati, Esercizi politici: quattro sguardi su
Hannah Arendt, Manifestolibri, Roma 1994; Friedrich G. Friedmann, Hannah
Arendt, Giuntina, Firenze 2001. Per chi legge il tedesco due piacevoli
monografie divulgative-introduttive (con ricco apparato iconografico) sono:
Wolfgang Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1987, 1999;
Ingeborg Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv, Muenchen 2000]

- Guenter Gaus: Al momento, al centro della sua opera vi e' l'interesse per
la teoria politica, l'azione e il comportamento politico. Tenuto conto di
cio', mi sembra particolarmente interessante un passo del suo scambio
epistolare col professor Scholem, dove lei scrive che "in gioventu' non
provava alcun interesse per la politica o la storia". Signora Arendt, nel
1933, a ventisei anni, lei ha dovuto lasciare la Germania perche' ebrea. Vi
e' forse un nesso tra questi eventi e il suo interesse per la politica, o
meglio la fine della sua indifferenza verso la politica e la storia?
- Hannah Arendt: Ovviamente, si'. Nel 1933 l'indifferenza non era piu'
possibile. A ben vedere, non era possibile neanche prima.
*
- Guenter Gaus: Anche per lei?
- Hannah Arendt: Ovviamente, si'. Leggevo i giornali con attenzione, avevo
delle opinioni, ma non appartenevo a un partito, ne' ne sentivo il bisogno.
Sin dal 1931 ero certa che i nazisti avrebbero preso il potere. Discutevo in
continuazione di questi problemi, ma non mi sono occupata in maniera
sistematica di queste cose finche' non ho deciso di emigrare.
*
- Guenter Gaus: Visto che lei era certa che i nazisti avrebbero fatto di
tutto per conquistare il potere, non senti' l'impulso di fare qualcosa per
impedirlo - per esempio aderire a un partito - o riteneva che non avesse
piu' alcun senso?
- Hannah Arendt: Personalmente pensavo non avesse senso. Altrimenti - anche
se e' difficile stabilirlo con certezza a distanza di anni - avrei
probabilmente fatto qualcosa. Pensavo che la situazione fosse disperata.
*
- Guenter Gaus: Si ricorda di un particolare evento cui puo' essere fatto
risalire il suo cambiamento d'atteggiamento nei confronti della politica?
- Hannah Arendt: Direi il 27 febbraio 1933, l'incendio del Reichstag, e gli
arresti illegali che ne seguirono la notte stessa: la cosiddetta custodia
preventiva. Come lei sa, gli arrestati finivano nelle celle della Gestapo o
nei campi di concentramento. Cio' che accadde era mostruoso, anche se ora
appare nulla in confronto alle cose avvenute in seguito. Per me fu un vero
trauma, e da allora mi sentii responsabile, non pensavo piu', cioe', che si
potesse rimanere degli osservatori, e cosi' ho cercato di rendermi utile in
molti modi. Intendevo emigrare in ogni caso. Avevo capito fin dall'inizio
che gli ebrei non potevano restare. Non era mia intenzione vagare per la
Germania come una cittadina di seconda classe, se posso esprimermi cosi'.
Per di piu', ero certa che le cose sarebbero andate sempre peggio. Comunque,
alla fine, non me ne sono andata cosi' pacificamente. E devo riconoscere che
ne vado orgogliosa. Venni arrestata e dovetti lasciare il Paese illegalmente
e fu per me una grande soddisfazione. Pensavo: almeno ho fatto qualcosa!
Almeno non sono "innocente". Nessuno avrebbe potuto dirlo di me.
*
- Guenter Gaus: Lei e' nata a Hannover nel 1906, suo padre era un ingegnere,
ed e' cresciuta a Koenigsberg. Ricorda che cosa significava per una bambina
appartenere a una famiglia ebrea nella Germania prebellica?
- Hannah Arendt: Per quanto mi riguarda, non ho preso coscienza in famiglia
della mia identita' ebraica. Mia madre non era affatto religiosa.
*
- Guenter Gaus: Suo padre e' morto giovane.
- Hannah Arendt: Si', mio padre e' morto quand'era ancora giovane. Suona
tutto molto strano. Mio nonno era il presidente della comunita' liberale
ebraica e consigliere comunale a Koenigsberg. Vengo da una vecchia famiglia
ebrea. Comunque, la parola "ebreo" non veniva usata quando ero bambina. Mi
ci sono imbattuta per la prima volta ascoltando le battute antisemite - che
e' meglio non ripetere - dei bambini per le strade. Da quel momento ho
avuto, per cosi' dire, un'"illuminazione".
*
- Guenter Gaus: Le manca l'Europa del periodo prehitleriano, una realta'
scomparsa per sempre? Quando torna in Europa che cosa le pare sopravvissuto
e che cosa irrimediabilmente perduto?
- Hannah Arendt: L'Europa del periodo prehitleriano? Non mi manca affatto.
Posso assicurarglielo. Che cosa resta? Resta la lingua.
*
- Guenter Gaus: E cio' significa molto per lei?
- Hannah Arendt: Moltissimo. Mi sono sempre deliberatamente rifiutata di
perdere la mia lingua madre. La lingua tedesca e' la cosa essenziale che e'
rimasta e che ho sempre volutamente conservato.
*
- Guenter Gaus: Anche nei momenti piu' amari?
- Hannah Arendt: Sempre. Mi dicevo: che cosa posso farci? Non e' stata la
lingua tedesca a impazzire e, d'altro canto, la lingua madre non ha eguali.
E' vero, le persone possono dimenticare la lingua madre, l'ho visto coi miei
stessi occhi...
*
- Guenter Gaus: Questa dimenticanza e' il prodotto di una rimozione?
- Hannah Arendt: In molti casi si'. L'ho visto accadere ad alcuni come
conseguenza di un trauma. Vede, decisivo non fu l'anno 1933, quantomeno non
per me; decisivo fu il giorno in cui venimmo a sapere di Auschwitz.
*
- Guenter Gaus: E quando avvenne?
- Hannah Arendt: Nel 1943. All'inizio non riuscivamo a crederci, anche se io
e mio marito abbiamo sempre detto che ci si poteva aspettare qualsiasi cosa
da quella marmaglia. Non riuscivamo a crederci perche' militarmente non era
ne' necessario ne' utile. Mio marito [Guenther Anders - ndr] se ne intende
un po' di queste cose, perche' in passato si e' occupato di storia militare,
e mi ripeteva: non farti ingannare, non prendere sul serio queste storie,
non possono arrivare a tanto! E, poi, dopo pochi mesi dovemmo ricrederci,
perche' avevamo le prove. Quello fu un vero trauma. Prima di allora ci
dicevamo: be', ognuno ha i suoi nemici, e' naturale. Perche' un popolo non
dovrebbe avere dei nemici? Ma questo era diverso. Era proprio come se si
fosse spalancato un abisso sotto i nostri piedi, perche' prima pensavamo che
a tutto si potesse porre rimedio, come in un modo o nell'altro accade per
quasi tutto in politica. Ma questo non sarebbe dovuto accadere. E non mi
riferisco solo al numero delle vittime, mi riferisco al metodo, lo sterminio
su base industriale ecc. Questo non doveva accadere. Era accaduto qualcosa
con cui era impossibile venire a patti. Nessuno di noi potra' mai farlo.
Tutto il resto - la poverta', l'essere inseguiti, la fuga - e' stato si'
difficile, ma in un modo o nell'altro, volenti o nolenti, lo abbiamo dovuto
affrontare. Cosi' stavano le cose. Ma eravamo giovani. Un po' mi divertiva,
persino - non posso negarlo. Ma non questo. Questo era qualcosa di
completamente diverso. Personalmente potevo accettare tutto, ma non questo.
*
- Guenter Gaus: Lei ha detto: "nella mia vita non ho mai 'amato' nessun
popolo o collettivita', ne' il popolo tedesco, ne' quello francese, ne'
quello americano, ne' la classe operaia, ne' nulla di questo genere. In
effetti io amo solo i miei amici, e la sola specie d'amore che conosco e in
cui credo e' l'amore per le persone. Inoltre, questo 'amore per gli ebrei'
mi sembrerebbe, essendo io stessa ebrea, qualcosa di piuttosto sospetto". In
quanto essere attivo politicamente, l'uomo non ha forse bisogno di sentire
un vincolo con un gruppo, un legame che in una certa misura puo' essere
definito amore? Non teme che il suo atteggiamento possa rivelarsi
politicamente sterile?
- Hannah Arendt: No, secondo me e' l'altro atteggiamento a essere
politicamente sterile. Innanzitutto, l'appartenenza a un gruppo e' una
condizione naturale. Si appartiene a un gruppo per nascita, sempre. Ma
appartenere a un gruppo nel senso da lei inteso, diverso da questo primo
significato, cioe' aderire o formare un gruppo organizzato, e' qualcosa di
completamente diverso. Questo genere di organizzazione si costituisce sempre
in relazione al mondo: cio' che accomuna gli uomini che si organizzano sono
quelli che in genere vengono chiamati interessi. La relazione personale
diretta, rispetto alla quale si puo' legittimamente parlare d'amore, esiste
ovviamente anzitutto nell'amore e anche, in un certo senso, nell'amicizia.
Qui una persona viene chiamata in causa direttamente, indipendentemente
dalla sua relazione col mondo. Di conseguenza, persone delle organizzazioni
piu' diverse possono essere anche amici personali, ma se si confondono
questi piani, se, per parlar schietto, si porta l'amore al tavolo del
negoziato si commette secondo me un errore fatale.
*
- Guenter Gaus: Signora Arendt, ritiene sia suo dovere pubblicare tutto cio'
di cui viene a conoscenza attraverso la riflessione politico-filosofica o
l'analisi sociologica? O ci sono motivi validi per tacere su alcune cose che
sa?
- Hannah Arendt: Be', vede, questo e' un problema molto complesso e sta al
centro della sola questione che mi abbia davvero interessato nell'intera
controversia sorta intorno al libro su Eichmann [La banalita' del male -
ndr]. E non sarebbe sorta se non l'avessi suscitata. E' la sola questione
seria, tutto il resto e' mera propaganda. Allora fiat veritas et pereat
mundus? Ma il libro su Eichmann, de facto, non verte su queste cose; in
realta' non mette a rischio gli interessi legittimi di nessuno; cosi' lo
hanno dipinto, ma le cose non stavano affatto cosi'.
*
- Guenter Gaus: E' lecito tacere di fronte a una verita' certa?
- Hannah Arendt: Mi e' stato chiesto: se avesse previsto questa o quella
reazione, avrebbe scritto il libro su Eichmann in maniera diversa? E la mia
risposta e' stata: no. Avrei soppesato le alternative: scrivere o non
scrivere. Perche' si puo' sempre tenere a freno la lingua. Non si deve
sempre parlare. Ma cosi' incappiamo nel problema di quelle che nel XVIII
secolo venivano chiamate le "verita' di fatto". E qui ci troviamo di fronte
proprio a una questione di verita' di fatto, non di opinioni. Nelle
universita' le scienze storiche sono le custodi delle verita' di fatto.
*
- Guenter Gaus: Benche' non siano sempre state le migliori custodi.
- Hannah Arendt: No, talvolta capitolano e si mettono al servizio dello
stato. Mi hanno raccontato di uno storico che posto di fronte a un libro
sulle origini della prima guerra mondiale ha esclamato: "Non lascero' che si
rovini cosi' la memoria di un evento tanto esaltante!". Ecco un uomo che non
sa proprio chi e'. Ma non e' questo il punto. De facto egli e' il custode
della verita' storica, della verita' dei fatti, e quanto questi custodi
siano importanti ce lo dimostra, per esempio, la storia bolscevica in cui la
storia viene riscritta da capo ogni quattro-cinque anni e i fatti - per
esempio il fatto che sia esistito un signore di nome Trotzkij - rimangono ai
piu' sconosciuti. E' questo cio' che vogliamo? Cio' a cui sono interessati i
governi?
*
- Guenter Gaus: Forse hanno un interesse del genere, ma ne hanno anche il
diritto?
- Hannah Arendt: Ne hanno il diritto? Nemmeno loro paiono crederlo,
altrimenti non tollererebbero l'esistenza delle universita'. Pertanto, anche
gli stati sono interessati alla verita'. Non mi riferisco qui ai segreti
militari; quella e' tutta un'altra faccenda. Ma gli eventi di cui stiamo
parlando risalgono piu' o meno a vent'anni fa. Perche' non si dovrebbe dire
la verita'?
*
- Guenter Gaus: Forse perche' vent'anni sono ancora troppo pochi?
- Hannah Arendt: Sono in molti a sostenerlo; altri dicono che dopo vent'anni
e' impossibile stabilire la verita'. In ogni caso, vi e' un interesse a
sbarazzarsi dei panni sporchi. Ma questo non e' un interesse legittimo.
*
- Guenter Gaus: Nel dubbio, lei privilegerebbe la verita'.
- Hannah Arendt: Preferirei dire imparzialita', che fece la sua prima
comparsa con Omero...
*
- Guenter Gaus: Anche per i vinti...
- Hannah Arendt: Esatto. "Se le voci del canto tacciono / Davanti all'uomo
sconfitto / Saro' io a testimoniare per Ettore". Giusto? Cosi' Omero. E poi
e' venuto Erodoto, che parlo' delle "grandi gesta dei Greci e dei barbari".
Tutta la scienza trae origine da questo spirito, anche la scienza moderna, e
anche le scienze storiche. Se uno e' incapace di una simile imparzialita',
perche' sostiene di amare il proprio popolo a tal punto che gli e'
impossibile non ossequiarlo a ogni pie' sospinto, allora non c'e' niente da
fare. Non credo che individui del genere siano dei veri patrioti.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 40 del 25 settembre 2005