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La nonviolenza e' in cammino. 1065



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1065 del 26 settembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Edi Rabini: Si', col disarmo sulla via della nonviolenza
2. Giovanni Benzoni: Si'
3. Franco Costantini e Jadrana Godinovic: Si'
4. Alberto Trevisan: Si'
5. Marco Palombo: Si', e scriviamo a tutti i giornali
6. Enrico Peyretti: Liberta'
7. Maria G. Di Rienzo: Dalla porta della cucina
8. Ivan Illich: Perdita del mondo e della carne
9. Benedetto Vecchi: Di alcuni temi dell'opera di Zygmunt Bauman
10. Riletture: Luciana Stegagno Picchio, La letteratura brasiliana
11. Riletture: Luciana Stegagno Picchio (direttrice), Poesia portoghese e
brasiliana
12. La "Carta" del Movimento Nonviolento
13. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. EDI RABINI: SI', COL DISARMO SULLA VIA DELLA NONVIOLENZA
[Ringraziamo Edi Rabini (per contatti: edorabin at tin.it) per questo
intervento. Edi Rabini, che e' stato grande amico e stretto collaboratore di
Alex Langer, e' impegnato nella Fondazione Alexander Langer (per contatti:
e-mail: langer.foundation at tin.it, sito: www.alexanderlanger.org), di cui e'
infaticabile e generosissimo anmatore]

Ho avuto modo di seguire a Bolzano la conferenza sull'imminente referendum
in Brasile di don Lino Allegri, che fa parte della piccola ambasciata di
preti bolzanini a Fortaleza, dei quali mi sento, da concittadino, molto
orgoglioso.
La loro e' una testimonianza di un modo di essere chiesa ben radicata nella
storia e nelle sue urgenze. Dove la religione non e' esibizione identitaria
ma lievito paziente.
Non mi meraviglia che siano totalmente immersi in questp referendum, cosi'
pieno di significati, privilegiando un contributo culturale e pedagogico
prima ancora che politico.
Il momento in Brasile e' molto delicato e la "sindrome cilena" sempre
presente, anche se i tempi sono cambiati. Cilena nel senso di uno
sfiduciamento del presidente Lula dall'interno del suo schieramento, per le
troppo distanze tra le aspettative e le realizzazioni concrete. "Eppure il
clima e' radicalmente cambiato - raccontava Pierluigi - un altro degli amici
di Fortaleza. Ora quando i senza terra manifestano davanti al palazzo del
governatore sono assistiti, rispettati e ospitati. Nessuno gli manda piu'
adosso la polizia".
Con questo referendum Lula ha preso l'iniziativa su di un tema emblematico e
di portata non solo locale: l'avvio di una strada impegnativa di riduzione
della violenza e di una riappropriazione piena da parte dello stato del
monopolio della forza, come e' avvenuto nelle societa' europee. E nel
momento piu' favorevole, quando cadono finalmenti i miti del potere sulla
punta del fucile e mentre anche in molti luoghi di crisi i movimenti che si
appellano alla rivoluzione nazionale e sociale hanno incominciato a
sotterrare l'ascia di guerra.
Auguro un successo esemplare a Lula, ai nostri amici brasiliani, ai
movimenti civici e ai partiti che stanno cercando di convertire alla
nonviolenza il loro straordinario paese.

2. 23 OTTOBRE. GIOVANNI BENZONI: SI'
[Ringraziamo Giovanni Benzoni (per contatti: giovannibenzoni at fastwebnet.it)
per questo intervento. Giovanni Benzoni, amico della nonviolenza, animatore
di innumerevoli rilevanti iniziative, di vasta esperienza amministrativa,
giornalistica ed editoriale, suscitatore di impegno civile e promotore di
cultura, e' responsabile del "progetto Iride" per la Fondazione Venezia per
la ricerca sulla pace; e' in gran parte merito suo la realizzazione
dell'annuale "Salone dell'editoria di pace" a Venezia, e dell'Annuario della
pace, volume che costutuisce un prezioso e irrinunciabile strumento di
riflessione e di lavoro]

Mando come mio contributo a sostegno del si' al referendum brasiliano per il
disarmo una cosa che ho scritto per "meteomondo", una piccola rubrica che
ogni settimana cerca di dire come sara' il mondo dal punto di vista della
pace...
*
Un segnale di liberazione
Il 23 ottobre in Brasile si svolgera' il primo referendum della sua storia:
la popolazione sara' chiamata a decidere se vuole proibire il commercio
delle armi da fuoco. Primo referendum in Brasile e primo in tutto il globo
su di un  quesito che, per quanto ci risulta , mai era stato posto ad un
popolo intero. Da quando e' iniziata la "Campagna  per il disarmo" promossa
dal governo brasiliano perche' i cittadini provvedano alla volontaria
consegna delle armi da fuoco, nel 2004 gli omicidi sono diminuiti, rispetto
al 2003, di 3.234 unita', con un calo di omicidi di oltre l'8 %.
Ogni 13 minuti c'e' una vittima da arma da fuoco in Brasile: 108 morti e 53
feriti. Nel mondo c'e' un morto al minuto per arma da fuoco: 525.600 omicidi
all'anno. Dunque il referendum brasiliano e' un referendum che riguarda
l'umanita' intera.
Tocca in particolare noi cittadini italiani, perche' il nostro paese e' il
secondo produttore di armi leggere al mondo. Per chi avverte la concretezza
e la portata ideale di questo referendum c'e' un sito (in portoghese) che
presenta informazioni di prima mano :www.referendosim.com.br . Un'occasione
da non  perdere per essere protagonisti  della costruzione della pace che
passa per la distruzione delle armi. Ogni arma distrutta avvicina i popoli,
avvicina l'umanita', a un nuovo futuro: in Italia e' un giornalista che
segue e promuove l'auspicata onda lunga di questo referendum, Francesco
Comina (per contatti: f.comina at ladige.it).

3. 23 OTTOBRE. FRANCO COSTANTINI E JADRANA GODINOVIC: SI'
[Ringraziamo Franco Costantini e Jadrana Godinovic (per contatti:
sucuraj at katamail.com) per questo intervento. Franco Costantini e Jadrana
Godinovic, tra gli animatori dell'associazione "Narni per la pace", sono
persone di grande - e mai esibita - cultura e ancor piu' grande umanita',
con una vasta e rigorosa esperienza di impegno politico e morale, una
saggezza limpida e profonda, e una generosa disponibilita' a recare aiuto:
l'umanita' come dovrebbe essere]

Anche noi ci associamo ai tanti che in queste settimane hanno voluto con i
loro pensieri tradotti in parole augurare al popolo brasiliano una vittoria
del si' il prossimo 23 ottobre, che scacci dal loro paese la minaccia delle
armi con la speranza che si aprano altri fronti pacifisti in America Latina
e nel mondo...

4. 23 OTTOBRE. ALBERTO TREVISAN: SI'
[Ringraziamo Alberto Trevisan (per contatti: trevisanalberto at libero.it) per
questo intervento. Alberto Trevisan, obiettore di coscienza al servizo
militare prima che la legge riconoscesse questo diritto e per questo tre
volte incarcerato, impegnato nel Movimento Nonviolento, e' da sempre una
delle figure di riferimento della nonviolenza in Italia. Tra le opere di
Alberto Trevisan: Ho spezzato il mio fucile. Storia di un obiettore di
coscienza, Edizioni Dehoniane, Bologna 2005]

Il primo referendum nella storia del Brasile si terra' il 23 ottobre 2005 e
riguardera' la possibilita' o meno di possedere personalmente armi da fuoco.
Nel nostro paese questo problema non e' all'ordine del giorno anche se non
dobbiamo dimenticare che con lo spauracchio della sicurezza non solo c'e'
chi rivendica l'uso personale dell'arma, ma comunque vi e' una richiesta
crescente di aver un'arma personale. E se ci fosse un referendum noi ormai
saremmo destinati a non raggiungere il quorum tale e' la deriva culturale e
politica che abbiamo raggiunto.
Ma tornando al Brasile credo che per noi sia motivo di grande riflessione:
un paese, una societa' civile che per la prima volta attraverso l'uso di una
strumento di democrazia diretta vuole decidere come deve essere la vita,
influire sul progetto futuro delle nuove generazioni.
Le squadre della morte che da sempre si accaniscono con armi contro i
bambini di strada sono la parte macroscopica dell'uso insensato, criminale
di un'arma tenuta a casa o alla cintola dei calzoni.
I numeri delle vittime a causa di armi da fuoco sono impressionanti.
Non occorre pensare ai dati disatrosi degli Usa dove si calcola che il tasso
di mortalita' da arma da fuoco raggiunga il 14,24 per 100.000 abitanti: solo
Clinton ha cercato senza grande succeso di frenare questo fenomeno che
investe tutta la popolazione a cominciare dagli studenti che entrano
tranquillamente armati nelle scuole.
In Brasile nel 2003 si calcola che ben 108 persone al giorno siano cadute
sotto il fuoco di armi da fuoco personali .Piu' di 17,5 milioni sono le armi
possedute e solo il 10% e' riservate alle forze dell'ordine. Il 44 % degli
omicidi delle mogli brasiliane avvengono in casa e ad opera di armi
possedute nell'ambiente domestico: come dire che spesso banali litigi
finiscono sotto i colpi magari delle nostre Beretta, pistole esportate in
tutto il mondo a cominciare dagli Stati Uniti.
Significativo lo slogan della campagna che sostiene il referendum : "Il 23
ottobre si' alla vita. Vota per il disarmo".
*
Per un nonviolento la riflessione non puo' che essere profonda, perche'
ancora una volta si ha la certezza che data la fabbricazione di questi
strumenti di morte, prima o poi vengono usati. E se vengono usati tra i
cittadini per la risoluzioni di banali litigi o per lo sterminio dei
diseredati come i bambini di strada, non ci rimane che continuare il nostro
impegno per la riconversione a produzioni civili delle fabbriche d'armi, a
cominciare dalle pistole tanto care alle nostre valli nel bresciano dove
sembra che i proiettilli costino sempre meno, per finire alla mine antiuomo
ancora non del tutto bandite dal commercio internazionale. Queste sono le
armi piu' vigliacche, perche' quando le guerre finiscono loro continuano a
colpire e uccidere bambini e contadini nei luoghi dei loro giochi e del loro
lavoro, ridotti a campi minati.
*
Che in Brasile si sia scelto come primo referendum della loro storia il
mettere al bando le armi da fuoco ad uso personale mi pare una cosa bella e
anche un riconoscimento del difficile, impegnativo ed importante corso del
presidente Lula. "A ognuno di fare qualcosa " (Aldo Capitini).

5. 23 OTTOBRE. MARCO PALOMBO: SI', E SCRIVIAMO A TUTTI I GIORNALI
[Ringraziamo Marco Palombo (per contatti: tabaccheriapalombo at tiscali.it) per
questo intervento. Marco Palombo, amico della nonviolenza, e' tra i
promotori dell'appello di Verona dell'8 novembre 2003 per un'Europa neutrale
e attiva, disarmata e smilitarizzata, solidale e nonviolenta]

Invitato a scrivere un pensiero sul referendum del 23 ottobre in Brasile, ho
pensato fosse utile informare chi non sapeva niente dell'argomento, ed ho
scritto qualche riga a sosteg,no del si' per un forum telematico locale,
letto ogni giorno da alcune centinaia di persone. E' stato pubblicato. Ho
pensato allora di mandare lo stesso messaggio al quotidiano "il Tirreno",
letto ogni giorno da decine di migliaia di persone: e per quanto mi risulta
non e' stato pubblicato.
Spero che su giornali italiani siano stati pubblicati interventi
sull'argomento, scritti magari da amici con un nome conosciuto ed
autorevole, ma perche' non facciamo tutti un comunicato, e lo mandiamo a
tutti i giornali che possiamo raggiungere? E guardiamo magari, come cantava
Jannacci, l'effetto che fa...

6. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: LIBERTA'
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
intervento. Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di
questo foglio, ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno
di pace e di nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha
fondato con altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il
foglio", che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel
Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian
Peace Research Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro
Interatenei Studi per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo
comitato della rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione
col Centro Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento
Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora
a varie prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del
"non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto
il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; e' disponibile nella rete telematica la
sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia
storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente
edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il
principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha
curato la traduzione italiana), e una recente edizione aggiornata e' nei nn.
791-792 di questo notiziario; vari suoi interventi sono anche nei siti:
www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e alla pagina web
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu' ampia
bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15
novembre 2003 di questo notiziario]

Il vecchio luogo comune recita: "La mia liberta' finisce dove comincia la
tua". Sembra un bel principio. In realta' proclama tutta l'insufficienza
umana del liberalismo, liberta' dei forti, e peggio che mai del liberismo,
liberta' dei divoratori.
Significa, quel detto, che le nostre liberta' sono separate: non si
sostengono l'una l'altra. Peggio, sono alternative: perche' cominci la tua
deve finire la mia. E quindi viceversa: perche' io possa cominciare ad
essere libero, tu devi finire di esserlo. Essere libero vuol dire non avere
l'altro tra i piedi. E' la liberta' dall'altro. All'inizio da' l'ebbrezza
dell'emancipazione. Poi arriva l'essiccazione interna, come la pianta
strappata al terreno.
L'unica pace possibile, in quell'idea di liberta', e' la separazione. Il
modello e' la sovranita' territoriale degli stati: totale qui fino al
confine, nulla da quel punto in la', dove regna assoluta la tua sovranita'.
Differente e separato lo spazio, differenti ed estranei i criteri (come ha
ben detto Pascal sulla giustizia di qua e di la' dal fiume). E se c'e'
conflitto decide la forza libera. Cio' che si perde e' la comune umanita'.
Tra l'una e l'altra liberta', la mia e la tua, c'e' un fossato o un muro:
non si puo' valicare per aggredire, ma neppure si puo' darsi la mano. Sono
liberta' slogate, non solidali. Solidali non vuol dire rigide come un arto
ingessato, ma unite, flessibili, coordinate, come sono le ossa articolate
del nostro corpo. Due liberta' slogate, fratturate, danno luogo a una
minacciosa prova di forza. Infatti, se la tua liberta' non comincia mai -
perche' non sei capace, non sei fortunato, non sei intraprendente, non sei
forte - la mia liberta' continua, non finisce mai, non incontra mai la tua.
Oppure la incontra lontana lontana, piccola piccola, difficile da vedere,
trascurabile. Una liberta' sconfinata calpesta e offende, senza rendersene
conto, perche' non vede le altre liberta' impedite. Unico rimedio alla legge
della libera forza, un Terzo piu' forte di noi che ci tiene a bada con la
minaccia della sua forza.
*
In verita', dovremmo correggere quel detto: la mia liberta' finisce dove
dovrebbe cominciare la tua. Ma meglio ancora: la mia liberta' c'e' "se" c'e'
la tua; io non sono libero "se non" lo sei anche tu; la mia liberta' e' vera
e degna "se" sostiene la tua, e viceversa. In un'intervista dell'aprile
1945, Gandhi disse: "Soltanto quando l'ultimo puo' dire 'ho ottenuto la
liberta'', solo allora io ho ottenuto la mia" (citato in un prossimo libro
di Giuliano Pontara, Uscire dalla barbarie).
Ognuno, infatti, realizza la propria umanita' nella misura in cui riconosce
e sostiene l'umanita' altrui. Negando, o non vedendo quella, nega e non vede
la propria. Percio', e' la giustizia - il rendere giustizia - la misura e la
regola della liberta', e non viceversa. Lo dichiara la civilissima "super
norma" dell'art. 3 della nostra Costituzione. Soprattutto, lo dice la
"regola d'oro" dell'etica universale, nella quale sappiamo tutti da sempre -
anche se lo vogliamo ignorare per oblio e negazione - che l'altro ha il mio
stesso valore essenziale; cio' che faccio a lui lo faccio a me; nessuno e'
senza l'altro, nessuno e' libero dall'altro.
*
Questa e' l'ignoranza della modernita' individualista, la cecita' della sua
corsa sfrenata: l'acerba adolescenza - pur necessaria e valida - della "eta'
dei diritti" (Bobbio) che  ancora ignora la maturita' dei "doveri verso
l'essere umano" (Simone Weil). Il migliore pensiero del Novecento, le
filosofie etiche dell'alterita', lo hanno finalmente visto. La politica, e
soprattutto l'economia, insieme al costume dominante - cioe' le abitudini
"gregarie", delle masse che si lasciano ridurre a gregge conforme - lo
ignorano ancora. Intanto, le liberta' slogate e scollegate dall'altro umano
diventano sempre piu' pericolose, per tutta la barca oscillante
dell'umanita'.

7. RIFLESSIONE. MARIA G. DI RIENZO: DALLA PORTA DELLA CUCINA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo intervento. Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici
di questo foglio; prestigiosa intellettuale femminista, saggista,
giornalista, regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto
rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento
di Storia Economica dell'Universita' di Sidney (Australia); e' impegnata nel
movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta'
e in difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di
Maria G. Di Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti,
Edizioni Intra Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza
velo. Donne nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli
2005]

Il rispetto delle culture e' qualcosa che viene citato spesso come ragione
per non considerare le questioni legate ai diritti umani delle donne e ai
ruoli di genere: di solito ci si riferisce appunto ad esse come a
"diversita' culturali" che sarebbe bieco imperialismo interrogare.
Naturalmente, nessuno tira fuori questa storia quando si tratta di
diversita' "neutre" rispetto al genere, quali ad esempio la schiavitu', che
e' pratica ancora culturalmente e socialmente accettata in varie parti del
mondo, ma che non vi e' nessuna difficolta' a condannare.
Dobbiamo preoccuparcene? Puo' fare danni? O questo e' il mio solito noioso
predicozzo, probabilmente una fissazione sul "politically correct" che ho
derivato da cattive compagnie femministe?
*
Un primo esempio: quando la comunita' internazionale fece il suo ingresso in
Kosovo alla fine dei bombardamenti Nato (giugno 1999), molti suoi membri vi
giunsero con il pregiudizio che si trattasse di una societa' interamente
patriarcale, e che in essa non vi fossero attiviste o movimenti di donne.
Alcuni di questo staff internazionale scoprirono un vecchio libro di leggi
ordinarie, risalente al XV secolo e redatto da Leke Dukagjini, che si
occupava anche delle norme di diritto familiare nella societa' pastorale
albanese dell'epoca. In precedenza, ovviamente, tali norme erano state erose
e mutate dallo scorrere dei secoli e dai 40 anni di legislazioni emanate dal
sistema socialista. Sebbene piccoli gruppi ultratradizionalisti conferissero
ancora validita' al testo, questa non era certamente l'attitudine che
prevaleva in Kosovo. Invece di attenersi alle norme internazionali relative
ai diritti umani ed alla legge quale essa era stata prima del loro ingresso
nel paese, i nuovi arrivati favorirono le "tradizioni" come indicate nel XV
secolo, facendo arretrare le posizioni delle donne (e dei bambini) di oltre
quattrocento anni.
Cio' diede luogo a situazioni assurde: stranieri di paesi diversi dicevano
seccati alle donne kosovare che esse non erano "abbastanza sensibili" alla
loro stessa cultura. "Invece di sostenerci, mentre dedicavamo le nostre
energie ad aiutare le donne e le loro famiglie a ricostruire vite devastate
dalla guerra, ci costringevano a perdere tempo nel tentativo di farci
ascoltare. L'Unmik (la missione Onu in Kosovo) riteneva di sapere meglio di
noi cos'era bene per noi. Dovevamo provare loro che le donne non erano solo
vittime impotenti, che potevano aiutare se stesse efficacemente come avevano
fatto in passato, e che potevano e dovevano essere attrici chiave nel
costruire il proprio futuro" (dall'intervento dell'attivista kosovara
Igballe Rogova nel corso di "How the Experience of Kosova Women can be
implemented in other Crisis Regions around the World": conferenza
organizzata da Women Without Borders il 13 novembre 2003).
*
Frasi come: "In questa cultura non e' possibile parlare con le donne",
oppure "Dovete capire che le donne in questa cultura non vogliono parlare
con noi", sono offerte come spiegazioni quando agli attori internazionali
dei processi di pace o di aiuto allo sviluppo viene chiesto conto della
scarsissima partecipazione femminile alle loro iniziative e programmi, o del
fatto che non si e' raccolta alcuna informazione fra le donne. Nelle
repliche a quest'ultimo punto si sottolinea anche, di solito, che donne e
uomini della regione di cui si parla vivono vite separate. E' qui che io
trasecolo, perche' tale dato di fatto dovrebbe invece spingere nella
direzione opposta: se ad esempio sono solo le donne a raccogliere legna o a
provvedere all'acqua, chi meglio di loro sapra' dei campi minati? Se sono
solo le donne ad occuparsi di bambini ed anziani, chi meglio di loro sapra'
cosa serve ad essi?
Quando la comunita' internazionale accetta i pregiudizi di genere come
circostanze che non possono cambiare, contribuisce all'isolamento delle
donne e crea per esse due livelli di repressione: uno proviene da una
cultura vista come intoccabile, l'altro proviene dalla comunita'
internazionale stessa. La negazione dei diritti umani delle donne viene
usualmente giustificata con la tradizione, la religione, la coesione
sociale, la moralita' o complessi sistemi di valori trascendenti. Ma a
questo punto e' necessario chiedersi se tutta questa "cultura" non sia che
un feticcio usato per mantenere privilegi sociali ed economici, o
semplicemente psicologici. Perche' le donne devono incontrare un'opposizione
cosi' aspra quando chiedono diritti di base, appena i rudimenti di un
trattamento civile?
*
"Ovunque, i cambiamenti nello status delle donne hanno significato
cambiamenti nella cultura patriarcale. In altre parole, il cambiamento
culturale e' allo stesso tempo un prodotto ed un requisito del cambiamento
nello status delle donne. La minaccia odierna alle donne ed ai loro diritti
nel mondo musulmano nasce dal risorgere, nell'ultimo quarto del XX secolo,
del pensiero e delle politiche del fondamentalismo. Queste forze
fondamentaliste costringono le donne a lottare per i propri diritti,
apertamente dove possono, nascostamente dove devono. La lotta ha molti
volti: quello politico, quello economico, quello etico, quello
intellettuale. Risuona con il misto di valori, norme, fatti, ambizioni,
pregiudizi, ambivalenze, incertezze e paure che sono cio' di cui e' fatta
una cultura umana" (Mahnaz Afkhami, ex ministra iraniana per gli "Affari
delle donne", in: Gender Apartheid, Cultural Relativism and Women's Human
Rights in Muslim Societies. Women Gender and Human Rights: A Global
Perspective, Rawat Publications, Jaipur 2003).
Oggi nessuno che voglia impegnarsi nella costruzione di pace o nella
cooperazione allo sviluppo dovrebbe riferirsi a culture e costumi sociali
come ragioni per non guardare alla discriminazione delle donne; al
contrario, vi e' la necessita' di ribadire che tutte le nazioni hanno il
dovere di garantire diritti umani a chiunque: "Nessuno stato puo' far
riferimento ai costumi nazionali per non garantire diritti umani e liberta'
fondamentali a tutti gli individui" (Dichiarazione di Pechino, Quarta
Conferenza Onu sulle donne, 1995).
*
Un altro esempio scottante e' la situazione irachena.
Ovviamente la coalizione che governo' l'Iraq per il primo anno dopo la
guerra non aveva un'agenda di genere che consentisse alla donne di prendere
parte al processo di ricostruzione del paese: nessuna attenzione particolare
venne riservata alle donne cosi' come invece fu fatto per la maggior parte
dei gruppi etnici o religiosi. La loro presenza era e resta a discrezione
dei partiti politici e dei gruppi di cui sopra. Altrettanto ovviamente, cio'
ha avuto come esito un radicale arretramento legislativo del loro status
come cittadine.
Fra marzo e dicembre 2004 vennero assassinate in Iraq almeno 14 donne (non
ci sono statistiche affidabili in merito: costoro sono quelle di cui si e'
venuti a sapere) perche' avevano una posizione sociale pubblica: erano
giornaliste, attiviste per i diritti delle donne, professioniste,
imprenditrici. Una di esse, una farmacista, venne rapita, uccisa ed
impiccata ad una sopraelevata con la "tradizionale" sciarpa che non aveva
mai indossato in vita sua. "Avevano tutte lo stesso profilo", racconta
Zainab Salbi, presidente dell'ong Women to Women International, "Erano donne
attive, visibili. Sotto Saddam le donne potevano essere bersagli per ragioni
politiche; ora, per la prima volta, sono bersagli semplicemente perche'
hanno una vita pubblica. Questo viola una forte norma culturale del nostro
paese e la societa' ne e' sconvolta. Come queste donne vengono trattate e'
un messaggio del fondamentalismo ed un indicatore allarmante: la comunita'
internazionale dovrebbe prestarvi attenzione prima che sia troppo tardi. Gli
sviluppi positivi o negativi di una comunita' spesso partono dalla
condizione delle donne. Quando le donne vengono costrette a rientrare nelle
case, tutte le liberta' civili arretrano con loro. Vogliamo vederle come "la
porta della cucina" della societa'? Ma allora consideriamo che se la
violenza entra dalla porta della cucina, subito si propaghera' ovunque, e
nessuno potra' dirsi al sicuro.

8. MAESTRI. IVAN ILLICH: PERDITA DEL MONDO E DELLA CARNE
[Dal mensile "Lo straniero", n. 33, marzo 2003 (sito: www.lostraniero.net),
riprendiamo il seguente articolo, pubblicato in occasione della scomparsa di
Ivan Illich.
Il testo nella rivista e' preceduto dalla seguente nota introduttiva di
Barbara Duden e Silja Samerski: "Anche se erano ormai molti anni che si
preparava a morire, la scomparsa di Illich e' giunta all'improvviso. Si e'
spento proprio nel mezzo della preparazione del seminario sulla Corruptio
optimi che doveva tenere nel fine settimana all'Universita' di Brema. In
quell'occasione avrebbe voluto discutere apertamente con studenti e amici le
sue riflessioni sull'origine ecclesiastica di di molte strane ovvieta'
occidentali. Le ricerche storiche sulla perversione della Buona Novella
attraversano come un filo rosso l'ultimo decennio del suo insegnamento a
Brema. Con l'aiuto dei suoi amici, Illich sperava di poter portare a termine
un volume su questo argomento nei prossimi mesi. Mercoledi' 5 dicembre i
suoi amici lo hanno sepolto nel cimitero di Oberneulaender a Brema. Nei
giorni precedenti molte persone si erano recate nella sua abitazione per la
veglia funebre e per rendergli l'estremo saluto. All'inizio della messa
funebre, nella chiesa di St. Johann, Wolfgang Sachs ha letto il seguente
scritto, nel quale Ivan Illich lamenta la perdita della capacita' di morire.
Si tratta di una lettera scritta nel 1992 per il compleanno di Hellmut
Becker, ex direttore dell'Istituto Max Planck di Berlino". La traduzione e'
di Cristina Marconi.
Ivan Illich e' nato a Spalato nel 1925; laurea in mineralogia a Firenze,
studi ulteriori di psicologia, arte, storia (dottorato a Salisburgo);
ordinato sacerdote nel 1951, per cinque anni opera in una parrocchia
portoricana a New York, poi e' prorettore dell'Universita' Cattolica di
Portorico; a Cuernavaca (Messico) fonda il Cidoc (Centro interculturale di
documentazione); docente in varie universita', conferenziere, studioso
costantemente impegnato nella critica delle istituzioni e nella indicazione
di alternative che sviluppino la creativita' e dignita' umana; pensatore
originale, ha promosso importanti ed ampie discussioni su temi come la
scuola, l'energia, la medicina, il lavoro. E' scomparso nel 2002. Tra le
opere di Ivan Illich: Descolarizzare la societa', Mondadori; La
convivialita', Mondadori, poi Red; Rovesciare le istituzioni, Armando;
Energia ed equita', Feltrinelli; Nemesi medica: L'espropriazione della
salute, Mondadori, poi Red; Il genere e il sesso, Mondadori; Per una storia
dei bisogni, Mondadori; Lavoro-ombra, Mondadori; H2O e le acque dell'oblio,
Macro; Nello specchio del passato, Red; Disoccupazione creativa, Red.
Raccoglie i materiali di un seminario con Illich il volume Illich risponde
dopo "Nemesi medica", Cittadella, Assisi 1978. Cfr. anche il
libro-intervista di David Cayley, Conversazioni con Ivan Illich, Eleuthera,
Milano 1994. Utile anche il volume di AA. VV., Le professioni mutilanti,
Cittadella, Assisi 1978 (che si apre con un intervento di Illich)]

Un tempo, morendo, si perdeva il mondo. Fino a quel momento si stava nel
mondo. Noi due apparteniamo alla generazione di coloro che sono ancora
"venuti al mondo" e che, ora, sono minacciati di morire senza un terreno
sotto i piedi. Noi - diversamente da altre generazioni - abbiamo fatto
l'esperienza della rottura con il mondo. Chi decide di vivere ai margini del
mondo intraprende il pellegrinaggio verso Santiago di Compostela; invoca
stabilitas alle porte del convento; si unisce ai lebbrosi. Nel mondo russo e
greco si poteva anche diventare pazzi, e non monaci, in modo da passare il
resto della propria vita tra i cani e i mendicanti, chiedendo l'elemosina
all'ingresso della chiesa. Ma perfino per chi fuggiva dal mondo in modo
tanto estremo il "mondo" rimaneva il quadro sensibile del proprio esserci
contingente. Il "mondo" rimane infatti una tentazione proprio per coloro che
vi rinunciano. La maggior parte di quelli che fingono di aver abbandonato il
mondo si stupisce di se' troppo presto, e con l'imbroglio. La storia
dell'ascesi cristiana e' infatti quella dell'eroica ricerca della
rettitudine attraverso la rinuncia a un "mondo", a cui pero' si resta legati
con ogni fibra dell'essere. Dall'anno della propria nascita al momento della
morte, mio zio Alberto si e' lasciato servire il Vin Santo.
*
Oggi e' diverso. I due millenni dell'Europa cristiana sono finiti. Quel
mondo, nel quale la nostra generazione e' nata, e' andato perduto. Non solo
per chi e' appena nato, ma anche per noi anziani e' diventato
incomprensibile. Il fatto che solitamente gli anziani si ricordino dei tempi
migliori non e' una ragione valida perche' noi, che siamo passati attraverso
i regimi di Stalin, Roosevelt, Hitler e Franco, non teniamo ben presente
questo distacco che abbiamo vissuto. Io mi ricordo ancora del giorno in cui
sono invecchiato per sempre. Non posso dimenticare le nuvole nere di marzo
nel sole al tramonto, e le vigne nella brughiera estiva tra Plaetzleinsdorf
e Salmannsdorf, nei pressi di Vienna, due giorni prima dell'Anschluss. Fino
a quel momento per me era stato ovvio che un tempo i bambini nascessero
sulla torre nelle isole della Dalmazia. Dopo quella passeggiata solitaria mi
apparve impossibile. L'esumazione dei corpi dal tessuto della storia l'avevo
gia' sperimentata a dodici anni, prima ancora che Berlino impartisse
l'ordine di mandare nelle camere a gas tutti i pazzi del Reich.
*
Dopo questa trasformazione dell'esperienza, parlare insieme del mondo e
della morte e' diventato un privilegio della generazione che ha conosciuto
cio' che c'era prima. Hellmut, io credo di rivolgermi in questo momento a
qualcuno che ne sa qualcosa. Il destino mi ha fatto venir su' fin da giovane
come collega, consigliere e amico di uomini e donne che erano piu' anziani
di decenni. Cosi' ho imparato a farmi costruire e educare da persone che
erano troppo vecchie per poter partecipare all'esperienza della
disincarnazione.
D'altra parte i nostri studenti sono tutti quanti figli dell'epoca che e'
seguita a Guernica, Lipsia, Belsen e Los Alamos. Il genocidio e il progetto
genoma; la moria delle foreste e l'idroponica; il trapianto di cuore e il
medicidio assicurato sono in ugual misura insipidi, inodori, incomprensibili
e immondi. Il festeggiamento per l'avvento della Raggiunta Salma celebra la
mancanza di terreno per l'inumano senza mondo. Noi, che siamo gia' vecchi
abbastanza, e giovani abbastanza, per aver fatto l'esperienza della fine
della natura e del mondo che corrisponde ai sensi, dovremmo, come nessun
altro, poter morire. Cio' che e' stato puo' decomporsi. Cio' che se ne e'
andato puo' diventare ricordo. Paul Celan sapeva che dalla scomparsa del
mondo, che noi abbiamo vissuto, resta solo fumo. Il virtual drive del mio
computer mi ha procurato per la prima volta un simbolo per quello che e'
"l'andar via per sempre", attraverso il quale la perdita del mondo e della
carne si lascia rappresentare. La mondita' del mondo non giace come le
rovine negli strati profondi del terreno. E' scomparsa, come un file estinto
nella memoria del computer.
*
Percio', noi settantenni, possiamo essere gli straordinari testimoni non
solo dei nomi, ma delle percezioni che nessuno piu' conosce. Molti, che si
trovano nella spaccatura, sono a loro volta spaccati. Conosco quelli che
hanno strappato il filo della loro esistenza davanti alla bomba atomica, ad
Auschwitz, all'aids. Sono diventati, nel profondo del cuore, e ancora nel
mezzo della vita, dei "viejos verdes", degli anziani verdi, che fanno come
se potessero esserci dei padri nel "sistema" che e' diventato uno show
attuabile. Cio' che nel Terzo Reich era propaganda, che poteva esistere
grazie alle chiacchiere, ora viene venduta: come menu con il programma del
computer o dell'assicurazione; come consulenza per gli studi, per
l'elaborazione di un lutto o per la cura del cancro; come terapia di gruppo
dei disadattati. Noi anziani apparteniamo alla generazione dei pionieri di
questi non-sensi. Siamo gli ultimi di una generazione attraverso la quale
l'essenza dello sviluppo, della comunicazione e della prestazione di
servizio sono diventati bisogni globali. La desensibilizzazione estraniata
dal mondo e l'impotenza programmata, che abbiamo diffuso, mette in ombra la
spazzatura che nella nostra generazione e' stata depositata in cielo e sulla
terra, nell'acqua e nella stratosfera.
*
Eravamo nelle posizioni-chiave quando la televisione era ancora assente
dalla vita di tutti i giorni. Io stesso mi sono battuto affinche' la
stazione radio dell'Universita' dovesse raggiungere, ineluttabile come la
pioggia, ogni villaggio portoricano. Allora non sapevo ancora quanto, con
l'allargamento all'intero paese, i sensi si sarebbero raggrinziti, e
l'orizzonte si sarebbe barricato dietro mobili di cartapesta. Non pensavo
che l'atmosfera serale europea avrebbe tinto gia' il primo istante del
mattino attraverso la finestra. Ho girato oscenamente per dieci anni con
cose inconcepibili, come un miliardo di persone contenute in un istogramma.
Da gennaio il mio estratto conto della Chase Manhattan arriva decorato con
un istogramma: cio' mi consente di comparare con un colpo d'occhio le mie
spese per le bettole e quelle per la cancelleria. Attraverso centinaia dei
piu' piccoli mezzi di informazione, di amministrazione e di discussione, che
catturano la mia simpatia, viene interpretata la mia condizione umana. Per
quanto cosi' "smooth and slick", non mi sono potuto rappresentare la
costruzione di un progetto educativo nella quotidianita' dell'intera vita,
visto che, Hellmut, con te ho parlato di questo tema per piu' di venti anni.
*
La realta' sensoriale sprofonda sempre piu' in basso sotto le lamiere degli
ordini di vedere, di ascoltare e di assaggiare. L'educazione all'irreale
operosita' inizia con i libri scolastici, il cui testo e' ridotto a legenda
per caselle di grafici, e termina con l'attaccamento dei morenti agli
incoraggianti risultati dei test sul loro stato. Astrazioni eccitanti, che
occupano l'anima e si installano come federe di plastica sulla percezione
del mondo e di se'. Lo noto soprattutto quando parlo della resurrezione
dalla morte con i giovani: le loro difficolta' non consistono nella mancanza
di fiducia, bensi' nella disincarnazione della percezione, nella loro vita
che e' in costante distaccamento dalla carne.
Tu ed io, in un mondo ostile alla morte, ci prepariamo non piu' ad "arrivare
alla morte", bensi' a morire in modo intransitivo. Lasciaci celebrare, per
il tuo settantesimo compleanno, l'amicizia, nella quale dobbiamo lodare Dio
per la realta' sensibile del mondo da cui prendiamo commiato.

9. RIFLESSIONE. BENEDETTO VECCHI: DI ALCUNI TEMI DELL'OPERA DI ZYGMUNT
BAUMAN
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 23 settembre 2005.
Benedetto Vecchi e' redattore delle pagine culturali del quotidiano "Il
manifesto"; nel 2003 ha pubblicato per Laterza una Intervista sull'identita'
a Zygmunt Bauman.
Zygmunt Bauman, illustre sociologo, intellettuale democratico, ha insegnato
a Varsavia, a Tel Aviv e Haifa, a Leeds; e' il marito di Janina Bauman.
Opere di Zygmunt Bauman: segnaliamo almeno Cultura come prassi, Il Mulino,
Bologna 1976; Modernita' e olocausto, Il Mulino, Bologna 1992, 1999; La
decadenza degli intellettuali, Bollati Boringhieri, Torino 1992; Il teatro
dell'immortalita', Il Mulino, Bologna 1995; Le sfide dell'etica,
Feltrinelli, Milano 1996; La societa' dell'incertezza, Il Mulino, Bologna;
Dentro la globalizzazione, Laterza, Roma-Bari 1999; Voglia di comunita',
Laterza, Roma-Bari 2001; Modernita' liquida, Laterza, Roma-Bari 2002;
Intervista sull'identita', Laterza, Roma-Bari 2003; La societa' sotto
assedio, Laterza, Roma-Bari 2003; Vite di scarto, Laterza, Roma-Bari 2005]

Trovare un filo rosso nella prolifica produzione di un autore come Zygmunt
Bauman e' un compito arduo. Ama molto Georg Simmel, ma sostiene che di lui
va salvata solo quella propensione a sondare la realta' sociale a partire
dai suoi frammenti. Considera Marx un classico di cui non si puo' fare a
meno, ma solo se si archiviano le sue speranze rivoluzionarie; ritiene
Antonio Gramsci un grande del Novecento, ma solo per quanto riguarda la
costruzione sociale del potere. Michael Foucault e' un teorico oscuro, ma
illumina bene i dispositivi attraverso i quali si attua il controllo
sociale; torna continuamente alle Citta' invisibili di Italo Calvino, ma
solo per sottolineare la sua immaginazione sociologica. Insomma, un lettore
vorace, curioso, che vuole tuttavia sfuggire allo sterile gioco ermeneutico
in cui la realta' e' la somma di una sovrapposizione o giustapposizioni di
interpretazioni della realta' medesima. E tuttavia si possono cogliere gli
elementi di continuita', ma anche quelli di discontinuita' nella riflessione
baumaniana a partire da due brevi saggi, scritti tra il 1990 e il 1991,
sull'ambivalenza. Anzi, si puo' tranquillamente affermare che Zygmunt
Bauman, sin da quando ha cominciato a scrivere, ha continuamente analizzato
il "reale" a partire dalla sua, appunto, ambivalenza, sia che si trattasse
del socialismo reale che dei legami sentimentali nella postmodernita', come
si evince da due testi su e di Zygmunt Bauman recentemente pubblicati.
Il primo, dal titolo lapidario Il pensiero di Zygmunt Bauman (Erickson
edizioni, pp. 237, euro 19) e' scritto da Keith Tester, gia' autrice
dell'intervista Societa', etica, politica (Raffaello Cortina Editore),
mentre il secondo raccoglie gli scritti, i saggi, persino gli articoli che
Bauman (che domani sara' ad Anacapri per ricevere il premio Capri) ha
scritto dagli anni Cinquanta ad oggi (Globalizzazione e glocalizzazione, pp.
415, euro 24).
*
Per lo studioso polacco, l'ambivalenza si rende evidente quando una
manifestazione del vivere associato puo' essere descritta indifferentemente
con due categorie tra loro eterogenee, partendo dal provocatorio assunto che
c'e' ambivalenza quando si registra un limite del linguaggio nel definire
appunto la realta'. L'esempio piu' calzante per illustrare l'ambivalenza e'
la sicurezza. Per Bauman la richiesta di sicurezza e' una costante della
specie umana, ma nella modernita' essa puo' cristallizzarsi in un pervasivo
stato di polizia volto a garantire uno spietato darwinismo sociale, ma anche
in istituzioni che garantiscono diritti sociali di cittadinanza. Ma entrambi
gli esiti, va aggiunto, rimuovono l'ambivalenza da cui traggono origine,
poiche' sono comunque variazione della stessa possibilita': lo stato, vuoi
di polizia, vuoi sociale, come garante della vita associata. In altri
termini, in Bauman, l'ambivalenza e' sempre riferita allo stare in societa',
ma mai alla sue soluzioni "strutturali".
Per tornare ai due volumi, alienazione, egemonia, intellettuali: sono questi
gli assi su cui si manifesta l'ambivalenza della realta' sociale, tanto
nella sua veste "socialista" che in quella capitalista. Alienati sono gli
operai ad est come ad ovest dell'Elba, anzi non c'e' modernita' se non c'e'
alienazione. Egemonia, invece, e' la condizione necessaria, ma non
sufficiente, per costruire il consenso allo stato in quanto potenza
ordinatrice della realta' stessa. Ma alla costruzione del consenso ci
pensano gli intellettuali, che sono i guardiani, nonche' i giardinieri
dell'ordine costituito proprio quando rispolverano l'idea platonica della
fiaccola che illumina la caverna. Una tesi che rappresenta una svolta nella
riflessione baumaniana. Il rovello su cui si applica, una volta stabilitosi
in Inghilterra, non e' il socialismo reale, e' la modernita', intesa ne'
come capitalismo, ne' come socialismo, bensi' vero spartiacque della storia
umana.
La modernita' ha cancellato il "piccolo mondo antico" scandito da una
visione teologica dei rapporti umani e sociali: con la modernita', lo
sviluppo della societa' puo' essere programmato fin nei minimi dettagli,
catalogando i comportamenti, censendo le popolazioni, definendo i diritti
individuali, come anche l'accesso al lavoro, come un giardino di cui si puo'
pianificare l'architettura, con ogni pianta o fiore collocato al posto
giusto per garantire l'"armonia" del suo sviluppo.
*
Sono proprio questi i motivi che rendono necessaria una spiegazione della
Shoa' che sfugga alla lettura consolatoria di un'irruzione del passato nel
presente. Per Bauman, la pianificazione puntigliosa dello sterminio portata
avanti dai nazisti non e' un'irruzione del passato nel moderno, ne' una
parentesi chiusa con la fine del nazismo: piuttosto e' il figlio, seppur
degenere, del sogno illuminista di un dominio indiscusso, garantito dallo
stato, della razionalita' nella vita sociale. Tesi provocatoria, che ha
creato non pochi problemi a Bauman. Ma e' proprio durante la scrittura dei
testi propedeutici al volume Modernita' e Olocausto (Il Mulino) che l'autore
comincia a intravedere vaste crepe nella modernita'.
Da quel momento in poi, la sua analisi della societa' contemporanee diventa
febbrile e non c'e' tema del postmodernismo che non sia passato al
microscopio della sua sociologia critica. Rigettando le accuse di flirtare
con il postmoderno e sostenendo che parlare di postmodernita' non significa
farne l'apologia, la sua e' una realistica constatazione che la societa'
capitalista ha conosciuto un mutamento tanto profondo quando irreversibile.
Ad essere messo in crisi e' proprio il progetto moderno di una societa' in
cui la prevedibilita' dell'esistenza e' assicurata da un insieme di norme e
istituzioni che stabilivano la weberiana gabbia di acciaio attorno
all'esistenza dei singoli, in modo tale che tutto potesse essere appunto
previsto. Nel postmoderno e' l'imprevisto a dettare le regole del gioco.
*
E' noto che i testi che Bauman dedicati alla postmodernita' e alla
globalizzazione possono oramai riempire molti piani di una libreria,
procurandogli una vasta notorieta' in Italia come nel resto dell'Europa. Ma
questi due ultimi volumi hanno il pregio appunto di indicare quale sia la
chiave d'accesso al nucleo centrale della sua riflessione. Per lo studioso
polacco, infatti, la postmodernita' e' ambivalente, come ambivalente era il
periodo storico che e' alle nostre spalle. Cio' che differenzia la
contemporaneita' dal recente passato va cercato certo nelle forme di vita
contemporanee, ma soprattutto nel loro riflesso politico-istituzionale. E se
per il Novecento il welfare state era la forma istituzionale adeguata alla
rimozione dell'ambivalenza, ora e' la retorica dell'assenza di legami e di
responsabilita' verso l'Altro a tenere banco, con uno stato minimo di
polizia a fare da guardiano.
L'ambivalenza, sostiene Bauman, e' la possibilita' di classificare un
fenomeno in piu' di una categoria. Ma classificare significa tuttavia
decidere sempre cio' che e' "conforme" e cio' che non lo e'. Significativa a
questo proposito e' la figura dello straniero. L'esperienza dello straniero
e' infatti squisitamente ambivalente: e' uno tra i molti, ma fa esperienza
di una distanza con i molti; e' eguale, ma allo stesso tempo diverso dagli
abitanti del paese ospite. E tuttavia, la condizione di straniero non
riguarda solo il migrante, ma e' l'elemento che accomuna, nella
postmodernita', le esperienze quotidiane di ogni uomo o donna che "vive in
societa'". Va da se' che il potere che lo stato esercita sulla societa'
mentre corteggia lo straniero intanto prepara i centri di permanenza per
migranti. Lo stesso si puo' dire della flessibilita': condizione
affascinante nel suo prefigurare un allentamento del controllo sociale, una
maggiore autonomia individuale e la possibilita' di improvvisare risposte
adeguate per fronteggiare un imprevisto e, allo stesso tempo, sinonimo di
precarieta', di esposizione al ricatto di forze incontrollabili. Anche in
questo caso, lo stato mentre esalta la seducente flessibilita' condanna
tutti, per legge, all'inferno della precarieta'.
*
La costruzione sociale dell'ambivalenza punta dunque a destrutturare le
norme consolidate del vivere sociale. Compito della sociologia critica e'
mettere in evidenza il carattere ambivalente del vivere postmoderno,
denunciandone gli esiti politico-istituzionali. E' questa la soglia su cui
si deve fermare, secondo Bauman, una prassi teorica critica. Ma
l'ambivalenza e' si' una zona grigia del vivere sociale, purtuttavia e' una
manifestazione contingente della sua crisi. Tra stato minimo di polizia che
caratterizza la globalizzazione e una riaffermazione del welfare state, la
scelta obbligata e' per lo stato sociale. Di questo c'e' poco da dubitare.
Eppure, la prassi teorica puo' varcare quella soglia del semplice svelamento
dell'ambivalenza e lavorare per delinearne le potenzialita', puo' cioe'
lavorare per un esito non previsto e fino ad allora impensato.
Se e' indispensabile definire come si costruisce socialmente l'ambivalenza,
cioe' come una crisi del vivere sociale dia vita a comportamenti opachi,
contraddittori, classificabili con categorie tra loro eterogenee,
altrettanto vitale e' delineare un esito fino ad allora impensato che ne
cancelli si' l'opacita', le caratteristiche e l'ethos dominante, ma che
tuttavia serbi memoria di quell'"imprevisto" sempre possibile nella crisi di
una forma di vita.

10. RILETTURE. LUCIANA STEGAGNO PICCHIO: LA LETTERATURA BRASILIANA
Luciana Stegagno Picchio, La letteratura brasiliana, Sansoni-Accademia,
Firenze-Milano 1972, pp. 702. Una vasta e profonda ricognizione, di una
illustre e appassionata studiosa.

11. RILETTURE. LUCIANA STEGAGNO PICCHIO (DIRETTRICE): POESIA PORTOGHESE E
BRASILIANA
Luciana Stegagno Picchio (direttrice), Poesia portoghese e brasiliana,
Gruppo Editoriale L'Espresso, Roma 2004 (in supplemento al quotidiano "La
Repubblica"), pp. 992, euro 9,90. Un'antologia che e' uno dei migliori
viatici all'abbraccio e all'immersione nella venusta' gioiosa e dolente
della parola poetica che sgorga plurima e sorgiva nella vasta e dispersa
area - nel sempiterno sterminato mare - della lingua della saudade.

12. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

13. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1065 del 26 settembre 2005

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