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Nonviolenza. Femminile plurale. 31



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 31 del 29 settembre 2005

In questo numero:
1. Luisa Zanotelli: Si', una strada nonviolenta verso un mondo migliore
2. Mirella Sartori: Si'
3. Antonella Sapio: Scampia
4. Sessant'anni di Resistenza delle donne
5. Giuliana Sgrena: I signori delle armi e del cemento. A Kabul
6. Paola Mancinelli: Tutt'altrimenti. A partire da Emmanuel Levinas (parte
seconda e conclusiva)
7. Forum delle donne: Un'occasione perduta

1. EDITORIALE. LUISA ZANOTELLI: SI', UNA STRADA NONVIOLENTA VERSO UN MONDO
MIGLIORE
[Ringraziamo Luisa Zanotelli (per contatti: luisa.zanotelli at infinito.it) per
questo intervento. Luisa Zanotelli vive a Rovereto, ha promosso e preso
parte a molte campagne, iniziative e incontri; impegnata nella riflessione
teologica e filosofica delle donne e nella concreta azione educativa,
sociale e civile dal basso per la promozione dei diritti di tutte e tutti,
e' una delle figure piu' vive dei movimenti delle donne, ambientalisti, di
solidarieta', pacifisti e nonviolenti]

Due parole vorrei dire, rivolte soprattutto alle donne latinoamericane, ed
in particolare a quelle incontrate a Pechino alla quarta Conferenza mondiale
delle donne, e piu' ancora alle tantissime donne presenti ad Huairou per il
Forum mondiale, con le quali insieme per giorni abbiamo guardato il mondo
"con occhi di donna" preparando la piattaforma di intenti da portare ai
rappresentanti governativi cosi' da dare un contributo fattivo anche per il
punto 28 della dichiarazione governativa che cosi' dice: "I governi si
impegnano a prendere iniziative concrete a favore della pace e per il
progresso delle donne, riconoscendo il ruolo fondamentale svolto dalle donne
nei movimenti per la pace; a lavorare attivamente per il disarmo generale e
completo, sotto lo stretto ed efficace controllo internazionale; ed a
sostenere i negoziati per la conclusione, senza ulteriori rinvii, di un
trattato universale, multilaterale ed effettivamente verificabile, per la
proibizione degli esperimenti nucleari, che possa contribuire al disarmo
nucleare e alla prevenzione della proliferazione delle armi in tutti i suoi
aspetti".
Mi sembra che dopo dieci anni si possa dire che da parte dei governi non si
e' andati in questa direzione.
E' vero: non dobbiamo aspettarci nulla, dobbiamo cominciare noi, partire da
noi...
A tutte le donne brasiliane auguro una piena, positiva riuscita di questo
referendum, affinche sia l'inizio di una nuova strada nonviolenta che ci
porti verso un mondo migliore.

2. 23 OTTOBRE. MIRELLA SARTORI: SI'
[Ringraziamo Mirella Sartori (per contatti: m.sartori1 at tin.it) per questo
intervento. Mirella Sartoli e' impegnata nell'esperienza di "Critica
liberale" e di "Italia laica" (sito: www.italialaica.it), ha preso parte a
varie esperienze di volontariato, di solidarieta' e per i diritti]

Nel 1978, nascosto fra i numerosi quesiti referendari proposti ve n'era uno
che chiedeva agli italiani di votare per l'abolizione del porto d'armi ai
privati cittadini. Non si trattava quindi della proibizione del commercio,
ma era pur sempre una limitazione del loro possesso e del loro facile uso da
parte di chiunque. Purtroppo quel quesito ebbe il vergognoso record del
referendum meno votato nella storia della Repubblica italiana. Raggiunse il
quattro o il cinque per cento dei si'. Spero ardentemente che i cittadini
brasiliani dimostrino maggior cultura della legalita' e maggior desiderio di
pace di quanto non abbiamo dimostrato noi.

3. TESTIMONIANZE. ANTONELLA SAPIO: SCAMPIA
[Dalla mailing list "Lisistrata" (per contatti: lisistrata at yahoogroups.com)
riprendiamo questa lettera di Antonella Sapio (per contatti:
antonella.sapio at fastwebnet.it). Antonella Sapio, impegnata nei movimenti
nonviolenti, nell'educazione alla pace e nella formazione alla nonviolenza;
ha collaborato a numerose iniziative di pace e di solidarieta']

Ero a Napoli, alla guida della mia macchina, attraversavo il Corso
Secondigliano, una lunga strada che da Capodichino si inoltra verso la
periferia, verso i comuni dell'area giuglianese. Pieno giorno, molto
traffico, negozi ancora aperti, gente per strada e dappertutto: uno di quei
giorni in cui si ascolta musica in macchina, aspettando che il traffico
lasci qualche varco alla fretta.
All'improvviso un rumore al finestrino mi scuote: a qualche centimetro dal
mio viso vedo una pistola, vera, di quelle che sinora avevo visto agitare
solo nei film. La pistola e' fissa su di me, nonostante la mia macchina
prosegua per qualche istante lentamente: la mano che la tiene ferma
appartiene ad un uomo, poco piu' che trentenne, alla guida di un motorino e
con un  giovane dietro di se' che ho immaginato "apprendista".
Resto ferma, immobile, alla guida della mia macchina, mentre mi urlano di
scendere; pochi istanti dopo, altri due uomini su un altro motorino mi
spalancano lo sportello e mi trascinano con violenza a terra, fuori dalla
macchina, mentre riesco a salvare la borsa dal sedile.
La sensazione che quella pistola avrebbe potuto funzionare, a distanza di
alcuni giorni e' ancora viva in me, cosi' come la certezza che Napoli sia
ormai una citta' allo sbando, un far-west in cui mancano addirittura gli
"sceriffi".
In pieno giorno, a volto scoperto, svariate decine di persone presenti,
nessun filtro alla violenza gratuita.
I carabinieri sono arrivati dopo piu' di mezz'ora: "Signo'", hanno risposto
ai miei improperi, "non ve la prendete con noi. Siamo l'unica macchina in
servizio su tutta Secondigliano e Scampia".
*
Secondigliano e Scampia non sono semplici quartieri, sono vere citta' di
decine di migliaia di abitanti in cui la concentrazione di delinquenza e
miseria e' tale da ricordare tristemente terre malate lontane, come le
periferie brasiliane o alcune aree della Colombia.
Lo Stato, in queste terre, e' del tutto assente. Ho attraversato per la
prima volta nella mia vita il quartiere di Scampia nella macchina dei
carabinieri che mi accompagnavano a sporgere denuncia: "Possibile che per
chilometri di strada non si veda l'insegna di un servizio pubblico, di un
centro ricreativo, di una qualsiasi..." inveivo sbigottita al cospetto di
tanto squallore "Signo'!" mi hanno subito interrotta i tre carabinieri "Ma
quale centro educativo! Qua ci vivono solo pregiudicati e tossici; se ci sta
qualcuno "perbene" e' una perla rara".
"Questa e' gente che entra e esce dalla galera", ha aggiunto prontamente il
piu' giovane dei tre, "e noi non solo siamo alla sbando, esposti come voi e
non tutelati, ma abbiamo anche le mani legate". " Legate da chi?", "E certo,
se anche noi arrestiamo sul fatto un delinquente, dopo qualche giorno sta
un'altra volta fuori; la magistratura serve solo a mettere in liberta'
quelli che noi arrestiamo... e a questo punto, mi dice lei: che li
arrestiamo a fare?".
I carabinieri sono impotenti e indifesi, la polizia e' assente, le pistole
sono nelle mani di quasi tutti i cittadini del quartiere, compresi i
bambini, che si fanno da soli "giustizia".
Nessun segno, sui muri, di vita cittadina, di spettacoli o di iniziative che
possano lasciar immaginare una qualche forma di civile comunanza.
La violenza e' nel dna della vita del quartiere, trasuda dalle urla che si
rivolgono le persone anche solo per un saluto, comunicandosi in quel modo un
comune malessere.
*
I carabinieri in sede cercano di darmi conforto, ma la rabbia che provavo
non aveva ancora dato spazio a segni di cedimento. La denuncia e' laboriosa,
finche' vengo cortesemente accompagnata alla fermata dell'autobus.
Per la prima volta, intravedo sui muri imbrattati un manifesto, uno di
quelli a me cari: a sfondo rosso, e con sigla di partito, recita "I bilanci
partecipativi a Scampia: una iniziativa di quartiere". Avevo trattenuto le
lacrime fino a quel momento, ma quel piccolo manifesto, usurato dalla
pioggia e dagli strappi, mi faceva d'improvviso sentire l'ingenuita' e la
tenerezza di una sfida gia' persa, e su quelle parole si poggiavano le mie
lacrime e i miei pensieri. "Signo'!", mi urla un uomo maturo, "ma vi e'
morto qualcuno di questi? ma lasciategghi' (lasciateli andare)... fann' sul'
chiacchiere" (sono tutte chiacchiere)".
Scampia non ha piu' parole da dare al racconto politico, e neanche a quello
ricamato dalle trame dei progetti fasulli che lo Stato continua ad
annunciare e, di fatto, a non fare. E' il folklore macabro della cronaca di
camorra a tenere la scena nel teatro di guerra di queste terre, e non c'e'
realta' piu' ostica alla legalita' e al senso dello Stato di quella in cui
sia culturalmente radicato un ostracismo che trova piena conferma nella
reale latitanza delle istituzioni.
La tenerezza del sogno politico non raggiunge la miseria di Scampia, la
camorra e' piu' vicina, e' li', a far da ombrello alla disperazione che non
sa chiedere altra giustizia che quella della violenza che genera altra
violenza. La camorra c'e', a dar violenza alla violenza; lo Stato non c'e',
ed e' il suo silenzio a far risuonare con terrore ancora dentro di me il
rimbombo della pistola a qualche centimetro dal mio cranio.

4. INCONTRI. SESSANT'ANNI DI RESISTENZA DELLE DONNE
[Da varie interlocutrici ed interlocutori riceviamo e volentieri
diffondiamo]

Lo Spi-Cgil promuove il venerdi' 7 ottobre 2005, con inizio alle ore 10, a
Roma, il convegno, "Sessant'anni di Resistenza delle donne, le ragazze che
cambiarono il mondo".. La manifestazione si terra' presso il Centro
Frentani, in via dei Frentani 4.
I lavori saranno aperti da Betty Leone, segretaria generale Spi-Cgil.
Interverranno Tina Anselmi, partigiana; Teresa Mattei, partigiana; Marisa
Rodano, senatrice; Giglia Tedesco, senatrice. Coordina Maria D'Amico,
giornalista. Conclusioni: Carlo Ghezzi, presidente della Fondazione Di
Vittorio.
*
Breve nota sulle donne nella Resistenza italiana
Partigiane: 35.000. Patriote: 20.000. Gruppi di difesa: 70.000 iscritte.
Arrestate, torturate: 4.653. Deportate: 2.750. Commissarie di guerra: 512.
Medaglie d'oro: 16. Medaglie d'argento: 17. Fucilate o cadute in
combattimento: 2.900.
In tutte le citta' del Nord Italia liberato dal nazi-fascismo, grazie
all'intervento delle truppe alleate anglo-americane e grazie alla strenua,
lunga lotta clandestina combattuta dai partigiani, il primo maggio 1945, si
festeggiano, contemporaneamente, la Festa del Lavoro e quella della
Liberazione.
Questa prima celebrazione avviene dopo oltre vent'anni di regime che ha
portato un'intera nazione allo sfacelo, costringendo, negli anni piu'
difficili, quelli della guerra, donne, anziani e bambini a vivere, di
giorno, in funzione della affannosa ricerca di cibo e, di notte, in funzione
della disperata ricerca di un rifugio. La festa del primo maggio 1945 assume
pertanto un significato emblematico per un popolo che riconquista la propria
dignita' e la propria liberta'. In questo contesto festoso in ogni citta'
del Nord si assiste al tripudio dei partigiani, che sfilano in mezzo alla
folla esultante. Bandiere dei partiti antifascisti vengono esposte alle
finestre; anche le donne con fazzoletti rossi o verdi si uniscono alla
festa, cantando e ballando i motivi americani in voga.
Ma le donne non sfilano insieme ai partigiani. "C'e', nei confronti delle
donne che hanno partecipato alla Resistenza, un misto di curiosita' e di
sospetto. E' comprensibile che una donna abbia offerto assistenza a un
prigioniero, a un disperso, a uno sbandato, tanto piu' se costui e' un
fidanzato, un padre, un fratello. L'ammirazione e la comprensione
diminuiscono, quando l'attivita' della donna sia stata piu' impegnativa e
determinata da una scelta individuale, non giustificata da affetti e
solidarieta' familiari. Per ogni passaggio trasgressivo, la solidarieta'
diminuisce, fino a giungere all'aperto sospetto e al dileggio". Cosi' scrive
Miriam Mafai nel noto volume Pane nero, piu' volte ristampato (ora negli
oscar Mondadori, p. 263).
Recenti studi storici hanno saputo conferire il dovuto risalto a quello che
impropriamente viene definito "ruolo", "contributo", "partecipazione
femminile" nella Resistenza italiana. Note storiche, quali Mirella Alloisio,
Giuliana Beltrami, Anna Bravo, Anna Maria Bruzzone, Marina Addis Saba,
Victoria De Grazia, Delfina Tromboni, attraverso le loro ricerche, nonche'
attraverso numerose, preziose interviste a donne che assunsero parte attiva
nella lotta, a fianco dei partigiani, hanno creato un quadro composito ed
omogeneo di quella parte della Resistenza "lungamente taciuta".
Il principio che accomuna i sopramenzionati studi storici si estrinseca
anche nell'analisi di quei vocaboli, propri della storiografia ufficiale,
volti a conferire alle donne un ruolo marginale nella lotta partigiana.
Mentre il termine "partecipazione" rende un po' piu' di giustizia, perche'
in sostanza, significa "prender parte" (ma, come sottolinea Anna Bravo, non
significa ancora "fare parte"), il termine "contributo", invece, non ha
neppure questo connotato. In fondo chi oserebbe parlare di "contributo
maschile" nella Resistenza? Persiste dunque, ancora, sul piano linguistico,
uno scarto non superato, non risolto: "lo scarto tra cio' che di una donna
si pensava potesse fare prima della Resistenza e cio' che si pensa possa
fare dopo, per il semplice motivo che l'ha fatto". Questa e' la sintetica,
ma efficace interpretazione storico-linguistica che D. Tromboni e L.
Zagagnoni compiono nel loro pregevole Con animo di donna, Udi, Archivio
Storico, 1991.
In Partigiane. Tutte le donne della Resistenza, Mursia, Milano 1998, la
storica Marina Addis Saba, precisa che l'impegno femminile durante la guerra
di liberazione, "disconosciuto e poco noto", si oriento' verso due
direzioni: l'una, dettata dalla necessita', fu quella di resistere e di dare
assistenza ai partigiani, attraverso molteplici attivita' materiali, dalla
cura ai feriti, al trasporto di armi, munizioni e cibo, anche nelle zone
piu' impervie, nei nascondigli dei partigiani, in mezzo ai monti. L'altra
direzione dell'impegno femminile e' stata quella politica. Numerosissime
donne, di ogni estrazione sociale, operaie, studentesse, casalinghe,
insegnanti, in citta', cosi' come in campagna, organizzarono veri e propri
corsi di preparazione politica e tecnica, di specializzazione per
l'assistenza sanitaria, per la stampa dei giornali e dei fogli del Comitato
di Liberazione Nazionale e per la divulgazione di stampa e volantini di
propaganda, a favore della lotta partigiana.
A rafforzare la rilevanza dell'impegno politico femminile, durante la
Resistenza, e' testimonianza un organismo creato nel novembre del 1943, a
Milano, da alcune donne appartenenti ai partiti del Cln (Giovanna
Barcellona, Giulietta Fibbi e Rina Picolato, comuniste; Laura Conti e Lina
Merlin, socialiste; Elena Drehr e Ada Gobetti, azioniste). Tale
organizzazione prende il nome di "Gruppo di difesa della donna e per
l'assistenza ai combattenti per la liberta'". Da una stima effettuata a
guerra finita, nei Gruppi costituitisi in tutta Italia si contano circa
59.000 donne. Dal libro Volontarie della liberta', di Mirella Alloisio e
Giuliana Beltrami, Mazzotta, Milano 1981, emerge con chiara evidenza
l'impegno che, attraverso i Gruppi di difesa della donna, le partigiane
iniziano a manifestare. Il loro compito, in primo luogo, consiste
nell'allargare la rete delle aderenti, cercando di avvicinare le donne e di
spiegare loro quale importanza strategica puo' derivare dal coinvolgimento
nella lotta di liberazione. Ancora manca l'abitudine ad affrontare argomenti
quali liberta', giustizia, ma il coraggio e la determinazione hanno la
meglio.
Non si puo' affermare, dunque, che sia l'incoscienza o l'ignoranza ad
animare moltissime donne, a far correre loro rischi inenarrabili pur di
portare a compimento un'azione, quale puo' essere la consegna di un
messaggio che informa degli spostamenti dei tedeschi un gruppo di
partigiani, altrimenti isolati in zone impervie di montagna o in altri
nascondigli pressoche' irragiungibili. E' invece indubitabile che le donne
vivono la consapevolezza di combattere per una causa giusta e che in numero
considerevole partecipano alla formazione dell'opposizione antifascista,
fulcro della lotta di liberazione.
Nell'immediato dopoguerra, infatti, le donne italiane conseguono il diritto
di cittadinanza, attraverso il voto, quale pieno riconoscimento della loro
ormai matura coscienza politica. Solo allora viene affermata l'eguaglianza
nei diritti del lavoro e nella famiglia grazie alla Costituzione
repubblicana, "che e' il frutto piu' maturo della Resistenza", come ricorda
Marina Addis Saba. (Scheda estratta dal sito www.romacivica.net).

5. MONDO. GIULIANA SGRENA: I SIGNORI DELLE ARMI E DEL CEMENTO. A KABUL
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22 settembre 2005. Giuliana Sgrena,
giornalista, intellettuale e militante femminista e pacifista tra le piu'
prestigiose, e' tra le maggiori conoscitrici italiane dei paesi e delle
culture arabe e islamiche; autrice di vari testi di grande importanza, e'
stata inviata del "Manifesto" a Baghdad, sotto le bombe, durante la fase
piu' ferocemente stragista della guerra tuttora in corso. A Baghdad e' stata
rapita il 4 febbraio 2005; e' stata liberata il 4 marzo, sopravvivendo anche
alla sparatoria contro l'auto dei servizi italiana in cui viaggiava ormai
liberata, sparatoria in cui e' stato ucciso il suo liberatore Nicola
Calipari. Opere di Giuliana Sgrena: (a cura di), La schiavitu' del velo,
Manifestolibri, Roma 1995, 1999; Kahina contro i califfi, Datanews, Roma
1997; Alla scuola dei taleban, Manifestolibri, Roma 2002; Il fronte Iraq,
Manifestolibri, Roma 2004]

Tornare a Kabul dopo tre anni di assenza e' uno shock. Rovine, palazzi
nuovi, molti di vetro, zone completamente bunkerizzate con pareti enormi
fatte di bidoni di cemento e filo spinato a protezione di obiettivi
strategici (militari, ambasciate, Onu, etc.), mercati invasi da prodotti
cinesi, montagne di immondizia, strade allagate in una citta' che soffre per
la mancanza di acqua, si alternano con assoluta opacita'.
Le contraddizioni sono esplosive ma per ora la tensione, pur palpabile,
sembra covare sotto la cenere. Manca l'elettricita' ma i telefonini vanno a
ruba. I poveri sono sempre piu' poveri e numerosi e i ricchi, pochi, sempre
piu' ricchi. Nel centro della citta' le vecchie catapecchie vengono
sventrate per lasciare spazio a ville o palazzi, con vetrine che da tutti i
piani si affacciano sulla strada per fare bella mostra di vestiti dozzinali.
Altri palazzi, piu' discreti, ospitano negozi piu' raffinati, ristoranti e
business centre, accessibili solo agli stranieri, numerosi in citta'. La
presenza degli stranieri ha completamente drogato il mercato: l'affitto di
una casa a due stanze e' di 300 dollari, mentre lo stipendio di un
funzionario pubblico afghano e' di 50 dollari, ovvero una cena in un
ristorante di lusso. A Kabul gli stranieri non sono solo occidentali ricchi,
infatti, nonostante l'alta disoccupazione afghana, molti sono i lavoratori
chiamati dai paesi della regione: per le costruzioni vengono impiegati i
pachistani, mentre negli alberghi sono assunti indiani e nepalesi.
*
Edilizia selvaggia
Uno sviluppo edilizio selvaggio che non deve nemmeno fare i conti con un
piano regolatore che non c'e', e al quale ha partecipato anche l'ex sindaco
di Kabul, Jack Dalak. Che non solo si e' costruito un palazzo nella parte
settentrionale della capitale, ma ha fatto spianare le baracche di un ex
campo militare nel centrale quartiere di Sharbur, dove avevano trovato
rifugio alcuni senzatetto, per distribuire il terreno, per pochi soldi, ai
signori della guerra che vi stanno costruendo lussuosissime ville. Signori
della guerra, che in molti casi fanno parte del governo o si apprestano ad
entrare nel nuovo parlamento, e che si sono trasformati in signori della
droga, businessmen, i nuovi padroni dell'Afghanistan. E' infatti il traffico
dell'oppio, che rappresenta il 50% del prodotto interno lordo (se si tiene
presente il mercato nero), a finanziare tutto quello che si muove in
Afghanistan, politica compresa.
*
L'oppio
La battaglia contro la coltivazione dell'oppio e' una sfida improbabile.
Nonostante la costituzione di un ministero anti-narcotici, in funzione da
qualche mese. Quest'anno la coltivazione di oppio e' stata ridotta dal 67 al
63% a livello globale, ma grazie al clima favorevole - soprattutto la
pioggia - la produzione afghana ha raggiunto il livello record dell'87% di
quella mondiale. La politica dello sradicamento, favorito dai paesi donatori
occidentali, Gran Bretagna in testa - che vogliono risultati subito per
eliminare il problema in casa - rischia di naufragare di fronte alla
mancanza di alternative valide e all'assenza di infrastrutture necessarie
per altri tipi di coltivazione. Non solo. Il problema e' complesso: la
coltivazione di papavero non deve solo fare i conti con la poverta'. I
proprietari della terra non sono i contadini che la lavorano ma i signori
della guerra che l'affittano, imponendo il tipo di coltivazione visto che ne
spartiscono la produzione e non c'e' prodotto piu' redditizio dell'oppio.
Quindi la lotta alla coltivazione dell'oppio e' di lunga durata, secondo le
Nazioni Unite, tanto piu' in un paese dove e' estesa a tutto il territorio
nazionale. Peraltro, se viene sradicata da una parte del paese, la
coltivazione aumenta dall'altra e si sposta anche oltre confine, in
Pakistan, nelle zone tribali che sfuggono al controllo del governo di
Islamabad. Piu' che alle leggi di Kabul la produzione risponde alla domanda
occidentale.
Negli ultimi tempi, soprattutto con il ritorno di rifugiati, il consumo di
droga si e' tuttavia diffuso anche in Afghanistan. Non si tratta solo del
tradizionale fumo di oppio, ma anche di eroina, e l'assunzione attraverso
iniezione rischia di comportare un nuovo disastro, quello della diffusione
dell'aids. Oltre alla droga si e' diffuso anche il consumo di vino, causa di
molti incidenti stradali, soprattutto il venerdi' sera.
*
Le rovine
Sono ancora le rovine a caratterizzare la zona occidentale di Kabul. Le case
sventrate durante la sanguinosa guerra fratricida tra le varie fazioni dei
mujahidin, tra il 1992 e il 1996, continuano ad essere l'elemento dominante
sulla Darul Aman road, la strada, lunga chilometri, che porta a quello che
era stato il palazzo di re Amanullah. Il vecchio palazzo reale appare
maestoso, anche se completamente sventrato, in fondo alla strada, sulla
collina. Dalla facciata cadente si puo' comunque intuire la bellezza del
passato. Il palazzo sara' ora completamente ricostruito per iniziativa di un
uomo d'affari afghano-tedesco che ha raccolto fondi privati per finanziare
l'intervento. Il museo che si trova ai piedi della collina, invece, e' gia'
stato ricostruito.
Le macerie, ancora intatte nel loro lugubre squallore nel 2003, sono ora
interrotte da nuovi edifici, molti occupati da negozi, e poi un complesso
impenetrabile di cui si vedono solo le insegne della Elf. L'enorme
compound - con cinque palazzine oltre all'edificio principale - gia' sede
dell'ambasciata sovietica, poi occupata da migliaia di sfollati in fuga
dallo Shomali sotto il fuoco dei taleban, ora e' in corso di ricostruzione e
ospitera' la nuova ambasciata russa. I russi sono tornati a Kabul, numerosi.
Del resto, i tempi dell'occupazione sovietica sono lontani, i comunisti
tornano in parlamento e i nuovi russi sono sicuramente esperti nella corsa
al capitalismo selvaggio che e' diventato il miraggio dei signori della
guerra afghani, sotto protezione Usa. I profughi hanno lasciato le palazzine
ex sovietiche ma, poco lontano, in quello che era una volta il centro
culturale francese, sono ancora accampate numerose famiglie, senza
assistenza. Sono 380.000 i profughi rimpatriati nel 2005 da Iran e Pakistan
che stanno chiudendo alcuni campi e costringono gli afghani ad andarsene,
anche se, viste le condizioni del paese, il rientro dovrebbe essere
volontario. E, molti di loro, una volta rientrati non sanno dove andare.
Sulla Darul Aman road e' stato ricostruito anche il piu' grande liceo
dell'Afghanistan, vanto del re Amanullah, che pero' scompare di fronte
all'enorme ed estesa struttura in costruzione sull'altro lato della strada.
La Hawza Almeya Khatim Alnabeeyan diventera' una scuola islamica
internazionale, per sciiti e sunniti, dove gli studenti verranno anche
ospitati, maschi e femmine. Si vedono in costruzione grandi dormitori. Una
alternativa alla famosa universita' islamica di Islamabad. L'opera
costosissima e' iniziativa di sheikh Hossef Muhssini, un pashtun sciita di
Kandahar, leader del Movimento per la rivoluzione islamica in Afghanistan,
che avrebbe ricevuto finanziamenti anche dall'Iran. L'opera costituisce un
affronto in una citta' che non ha nemmeno un ospedale funzionante - l'unico
che dispone di una terapia intensiva e' quello di Emergency - e molti
bambini vanno a scuola sotto le tende per mancanza di aule. Invece di
ospedali si costruiscono moschee, si lamentano alcuni. Due moschee sono
infatti in costruzione in due parchi della citta', Baharishan e Zarnegar.
Eredita' dei taleban che le avevano iniziate e che ora devono essere
terminate: non si puo' distruggere una moschea.
*
Bordelli per stranieri
Ville, alberghi, guest house e ristoranti si sono moltiplicati nella zona
residenziale di Wazir Akbar Khan, dove si trovano anche diverse ambasciate.
Ma non tutte le guest house e, soprattutto, i ristoranti cinesi servono allo
scopo dichiarato. Quasi inevitabilmente, la presenza di militari e uomini
d'affari maschi alimenta la prostituzione, nuova attivita' fiorente nella
Kabul dei mujahidin e dei taleban. I bordelli sono in genere vietati agli
afghani, tranne ai ricchi che li gestiscono. Il tabu' sessuale e' ancora
ufficialmente in vigore. Le prostitute sono cinesi, filippine e ora sono in
arrivo uzbeche e tagiche, dicono i bene informati. I prezzi vanno dai 50 ai
100 dollari. Inaccessibili per gli afghani meno abbienti che si devono
accontentare delle vedove con burqa. Un altro paradosso di Kabul. La maggior
parte delle donne che portano ancora il burqa, ormai una minoranza, lo fa
per "convenienza": per sfuggire al controllo familiare, come e' successo
durante le elezioni, oppure per nascondere la poverta' sempre piu' diffusa
di chi e' costretto a chiedere l'elemosina per strada o davanti alle
moschee, oppure a vendere chewing gum ma anche, per lo stesso motivo -
sbarcare il lunario - a prostituirsi. Sesso per i locali, per pochi soldi.
Nulla a che vedere con la prostituzione per gli stranieri. E con il burqa la
faccia e' salva.

6. RIFLESSIONE. PAOLA MANCINELLI: TUTT'ALTRIMENTI. A PARTIRE DA EMMANUEL
LEVINAS (PARTE SECONDA E CONCLUSIVA)
[Ringraziamo Paola Mancinelli (per contatti: mancinellipaola at libero.it) per
averci messo a disposizione questo suo saggio apparso col titolo
"Tutt'altrimenti. Abbozzo di un'escatologia filosofica: Emmanuel Levinas"
nella rivista on-line "Studi sulle categorie politiche dell'Europa" nel
novembre 2003.
Paola Mancinelli, nata ad Osimo (An) il 28 giugno 1963, dottore di ricerca
in filosofia teoretica e docente di scuola superiore, saggista e poetessa,
si e' occupata tra l'altro del rapporto fra mistica e filosofia e la
violenza del sacro in Rene' Girard, del pensiero di Rosenzweig e
dell'influenza dell'ebraismo nel rinnovamento dell'ontologia; collabora alle
riviste "Filosofia e teologia" e "Quaderni di scienze religiose" ed alla
rivista telematica di filosofia "Dialeghestai". Fra le opere di Paola
Mancinelli: Vibrazioni, Pentarco, Torino 1985; Come memoria di latente
nascita, Edizioni del Leone, Venezia, 1989; Oltre Babele, Edizioni del
Leone, Venezia, 1991; Cristianesimo senza sacrificio. Filosofia e teologia
in Rene' Girard, Cittadella, Assisi 2001; Homo revelatus, homo absconditus,
di alcune tracce kierkegaardiane in Rene' Girard, in AA. VV., "Nota Bene,
Quaderni di studi kierkegaardiani", Citta' Nuova, Roma 2002; La metafisica
del silenzio, Stamperia dell'Arancio, Grottammare, 2003; Rivelazione e
linguaggio. Ripensare l'essere con Franz Rosenzweig (di prossima
pubblicazione).
Emmanuel Levinas e' nato a Kaunas in Lituania il 30 dicembre 1905 ovvero il
12 gennaio 1906 (per la nota discrasia tra i calendari giuliano e
gregoriano). "La Bibbia ebraica fin dalla piu' giovane eta' in Lituania,
Puskin e Tolstoj, la rivoluzione russa del '17 vissuta a undici anni in
Ucraina. Dal 1923, l'Universita' di Strasburgo, in cui insegnavano allora
Charles Blondel, Halbwachs, Pradines, Carteron e, più tardi, Gueroult.
L'amicizia di Maurice Blanchot e, attraverso i maestri che erano stati
adolescenti al tempo dell'affaire Dreyfus, la visione, abbagliante per un
nuovo venuto, di un popolo che eguaglia l'umanita' e d'una nazione cui ci si
può legare nello spirito e nel cuore tanto fortemente che per le radici.
Soggiorno nel 1928-1929 a Friburgo e iniziazione alla fenomenologia gia'
cominciata un anno prima con Jean Hering. Alla Sorbona, Leon Brunschvicg.
L'avanguardia filosofica alle serate del sabato da Gabriel Marcel.
L'affinamento intellettuale - e anti-intellettualistico - di Jean Wahl e la
sua generosa amicizia ritrovata dopo una lunga prigionia in Germania; dal
1947 conferenze regolari al Collegio filosofico che Wahl aveva fondato e di
cui era animatore. Direzione della centenaria Scuola Normale Israelita
Orientale, luogo di formazione dei maestri di francese per le scuole dell'
Alleanza Israelita Universale del Bacino Mediterraneo. Comunita' di vita
quotidiana con il dottor Henri Nerson, frequentazione di M. Chouchani,
maestro prestigioso - e impietoso - di esegesi e di Talmud. Conferenze
annuali, dal 1957, sui testi talmudici, ai Colloqui degli intellettuali
ebrei di Francia. Tesi di dottorato in lettere nel 1961. Docenza
all'Universita' di Poitiers, poi dal 1967 all'Universita' di
Parigi-Nanterre, e dal 1973 alla Sorbona. Questa disparato inventario e' una
biografia. Essa e' dominata dal presentimento e dal ricordo dell'orrore
nazista (...)" (Levinas, Signature, in Difficile liberte'). E' scomparso a
Parigi il 25 dicembre 1995. Tra i massimi filosofi contemporanei, la sua
riflessione etica particolarmente sul tema dell'altro e' di decisiva
importanza. Opere di Emmanuel Levinas: segnaliamo in particolare En
decouvrant l'existence avec Husserl et Heidegger (tr. it. Cortina);
Totalite' et infini (tr. it. Jaca Book); Difficile liberte' (tr. it.
parziale, La Scuola); Quatre lectures talmudiques (tr. it. Il Melangolo);
Humanisme de l'autre homme; Autrement qu'etre ou au-dela' de l'essence (tr.
it. Jaca Book); Noms propres (tr. it. Marietti); De Dieu qui vient a' l'idee
(tr. it. Jaca Book); Ethique et infini (tr. it. Citta' Nuova); Transcendance
et intelligibilite' (tr. it. Marietti); Entre-nous (tr. it. Jaca Book). Per
una rapida introduzione e' adatta la conversazione con Philippe Nemo
stampata col titolo Ethique et infini. Opere su Emmanuel Levinas: Per la
bibliografia: Roger Burggraeve, Emmanuel Levinas. Une bibliographie premiere
et secondaire (1929-1985), Peeters, Leuven 1986. Monografie: S. Petrosino,
La verita' nomade, Jaca Book, Milano 1980; G. Mura, Emmanuel Levinas,
ermeneutica e separazione, Città Nuova, Roma 1982; E. Baccarini, Levinas.
Soggettivita' e infinito, Studium, Roma 1985; S. Malka, Leggere Levinas,
Queriniana, Brescia 1986; Battista Borsato, L'alterita' come etica, EDB,
Bologna 1995; Giovanni Ferretti, La filosofia di Levinas, Rosenberg &
Sellier, Torino 1996; Gianluca De Gennaro, Emmanuel Levinas profeta della
modernita', Edizioni Lavoro, Roma 2001. Tra i saggi, ovviamente non si puo'
non fare riferimento ai vari di Maurice Blanchot e di Jacques Derrida (di
quest'ultimo cfr. il grande saggio su Levinas, Violence et metaphysique, in
L'ecriture et la difference, Editions du Seuil, Parigi 1967). In francese
cfr. anche Marie-Anne Lescourret, Emmanuel Levinas, Flammarion; François
Poirie', Emmanuel Levinas, Babel. Per la biografia: Salomon Malka: Emmanuel
Levinas. La vita e la traccia, JacaBook, Milano 2003]

5. Politica come ordine messianico
Dinanzi al retournement del pensiero levinassiano, che, come visto, recupera
la superiorita' del Bene al di la' dell'essenza e della rappresentazione,
oltre la totalita', non e' possibile non chiedersi circa la ricomprensione
del problema etico, venendo a mancare di senso l'adagio classico agitur
sequitur esse. Dunque e' naturale portare alla luce il problema di quale
etica e quale politica possa trattarsi ancora, seguendo il percorso di
Levinas.
Ancora una volta, ci sembra poter condividere la riflessione derridiana, che
tenta via via di essere un dialogo con il retaggio del filosofo lituano
scomparso di recente. Jacques Derrida scorge, infatti, una linea di feconda
corrispondenza che getta un ponte fra l'acquisizione del soggetto come
ostaggio e l'elaborazione di un linguaggio dell'accoglienza che poggi su tre
pilastri fondamentali: fraternita', umanita', ospitalita'. Questi pilastri
significano, a loro volta, un diverso modo dell'agire politico che mette
assolutamente in scacco le categorie dualistiche dell'amico e del nemico,
conseguenza della concezione teoretica dell'essere come totalita' e come
identita' conchiusa. Inoltre ci sembrano essere il controcanto all'epoca
della globalizzazione laddove il criterio di giustizia viene totalmente a
mancare a causa di un sistema virtuale che persegue la propria
autoconservazione e che fa del possesso, e dell'agire economico categorie di
una metafisica pervertita, che coniuga ancora una volta ousia e totalita'.
La fraternita' si lega alla categoria dell'ospitalita' che esige il
riconoscimento della dignita', quindi dell'umanita'. Il criterio
dell'universalita' vale assolutamente per la riflessione levinassiana, ma
essa non si presenta come dedotta da un'operazione intellettuale e come
astratta dalla storicita' nella quale richiede di essere riconosciuta. Non
e' fondata, bensi' al di la' della fondazione in quanto istituisce la
prossimita', che coniuga altrimenti l'ospitalita' nell'orizzonte della
responsabilita'. E', in ultima analisi, non metafisica, quindi epurata dalla
radice di totalita' violenta che avrebbe, al contrario, se fosse attestata
sul sostrato di tutte le determinazioni, sull'omnitudo realitatis.
In realta' quella della metafisica e' una universalita' che ricade sotto la
generalita', la quale trascura ogni differenza (24).
Tale universalita' posta alla confluenza di fraternita' ed ospitalita'
nell'orizzonte levinassiano, ha pero' radici bibliche e ricalca il messaggio
profetico del Primo Testamento. Bene lo sottolinea Derrida: "L'ospitalita'
offerta rappresenterebbe in se stessa un'appartenenza all'ordine messianico.
E cosi' come rinviava ad un ricordo dell'immemoriale, Levinas denuncia
anche, tra le righe, una certa dimenticanza della legge. E' ancora il
momento dell'accoglienza; accoglienza e' la parola per la decisione divina"
(25).
L'universalita' lega in una fraternita' solidale gli uomini in quanto essi
sono tutti ospiti, e tale universalita' sara' tanto piu' estesa quanto piu'
si ammette che l'Eterno e' l'ospite (host) che accoglie l'ospite (guest)
(26). Un passaggio fondamentale del libro del Deuteronomio, nel quale si
indica per altro che la terra e' di Dio e il criterio di accoglienza implica
il rapportarsi con un amore senza misura cosi' come e' capace di fare Dio.
Altrimenti detto, in termini levinassiani, si tratta di un ecco-mi in nome
di Dio che pone sulla sua traccia a servizio dell'altro.
Come asserisce ulteriormente Derrida, citando un passo dell'opera
levinassiana A l'heure des nations, "Che un popolo in quanto popolo,
'accetti coloro che vengono ad insediarsi sulla sua terra per quanto
stranieri essi sianoî', ecco la prova di un impegno popolare e pubblico, di
una res publica politica che non si riduce alla tolleranza, a meno che tale
tolleranza non esiga di per se' un amore senza misura" (27).
Levinas indica la caratteristica dell'ebraismo ad iscriversi nell'alveo
dell'umanita' dell'umano in generale. Questo punto e' fondamentale per
comprendere, di conseguenza, l'intreccio dell'etica e del politico,
privilegiando, pero', l'eccedenza della prima. Su questa eccedenza pero' e'
possibile stabilire le istanze di un diverso agire politico, dove il
concetto di ospitalita' e di giustizia divengono la misura, sia pur senza
misura, dell'umanita'.
Del resto, come non ripensare al Deuteronomio al capitolo VII. Qui la
terzieta' di Dio, l'Ille che entra nella relazione intesa come l'elezione
avanti la scelta fonda lo stesso imperativo etico dell'agire interumano:
rimetterai i debiti, libererai gli schiavi, riconoscerai a Dio il possesso
della terra che non hai coltivato, cosi' che si instauri l'ospitalita'.
Israele sara' cosi' il popolo di Dio nella giustizia senza misura (28).
Naturalmente non possiamo non ravvisare in questo nodo teoretico una
particolare presenza delle fonti bibliche, sulla base delle quali Levinas
fonda il suo concetto di universalita' ed umanita'. E questo andare
dell'universale verso l'unum specifico della cultura ebraica ne segna da un
lato l'identita' e dall'altro ne dice l'emblematica esperienza umana che vi
si disvela.
L'identita' e' data dalla Torah, in cui si da', altresi', l'elezione del
Bene avanti che io lo scelga, per usare il linguaggio quasi ossessivo di
Levinas, ma e' proprio su questo riconoscimento che si gioca il concetto di
responsabilita' affidata, che porta Israele a vivere l'ospitalita' con gli
altri popoli.
In un passaggio di A l'heure des nations, Levinas fa riferimento implicito
ad un versetto del Deuteronomio (23, 8) che recita: "Non avere in orrore
l'Edomita, poiche' e' tuo fratello; non aver in orrore l'Egiziano, perche'
ti ha ospitato nel suo paese".
E ancora, aggiunge Levinas a commento: "Fraternita' - ma cosa significa? Non
e' forse, secondo quanto sostiene la Bibbia, un sinonimo di umanita' - e di
ospitalita'? Queste non sono forse piu' forti dell'orrore di un uomo per
l'altro che lo nega nella sua alterita, non evocano gia' un ricordo della
'parola di Dio'? (29).
Derrida sottolinea molto bene come si tratti di una memoria immemoriale, che
ha luogo prima di aver luogo, ma anche di una verita' eccedente l'identita'
nazionale Ed ecco perche' la stessa elezione di Israele (ma di ogni popolo
in quanto partecipante all'universo messianico), non puo' essere relegata ad
un luogo, ma farsi invece responsabilita' e non sottrazione al comando del
Bene come santita', fino alla sostituzione (30).
Ecco il sorgere della citta' messianica che tuttavia per Levinas non e' al
di la' della politica ma, e questa e' una sottolineatura importante, in
quanto puramente e semplicemente citta', non a' mai al di qua del religioso
(31).
Non si tratta, qui naturalmente, di una sacralizzazione della politica; anzi
Levinas stesso ammonisce dal cedere alla tentazione di fare dello Stato una
sorta di messia secolarizzato, che sarebbe poi idolatrico (gli e' ben nota
la lezione di Franz Rosenzweig), quanto invece di riconoscere la dimensione
di un al di la' messianico che pur nella forma di pace escatologica, non
cessa di farsi presente come il possibile prossimo al di qua, se e' vero che
la dimora dell'uomo e' la' dove ci si rapporta con giustizia all'altro.
Questo lascia spazio alla ricomprensione del Bene nel senso messianico, di
un messianismo, pero', che non si da' mai senza impegno, senza la
responsabilita', intesa come risposta e come promessa al di la' della mia
morte, di colmare l'attesa di una giustizia perfetta, anticipandone il tempo
e dandole una forma storica, in questo riconvertito umanesimo dell'altro
uomo.
*
Note
24. Su questa tematica sono particolarmente pregnanti le riflessioni di P.
Gilbert, alla nota 2 di Metafisica e Violenza. Liberta' e mediazione, in
"Filosofia e teologia", 1999 (29), p. 309, in cui viene particolarmente
evidenziato che l'universale, ovvero verso l'uno orienta parecchi enti che
tendono dinamicamente verso di esso senza perdere nulla delle loro
proprieta', pertanto e' presente nel singolare, il quale, a sua volta, e'
ancora differente dal particolare, il cui significato corrisponderebbe a una
parte di genere. A proposito della concordanza di universale e singolare,
poi, Gilbert cita un passaggio nodale dell'Itineraire  philosophique di
Maurice Blondel, il quale sottolinea come Il singolare e' la risonanza di un
essere originale, dell'ordine totale, come l'universale e' presente in
ciascun punto reale che contribuisce all'armonia dell'insieme. Essi
concordano dunque e si uniscono nel concreto. Riportare questo passaggio e
questa riflessione ci sembra essenziale per meglio illustrare il nostro
pensiero di un capovolgimento di tipo metafisico ravvisabile in Levinas atto
a tracciare un paradigma etico che permette alla filosofia di rispondere
alla sfida della sua vocazione planetaria via via piu' cogente nel nostro
tempo. Da questo punto di vista, planetario si opporrebbe a globale. Pur
riconoscendo che tale istanza non e' tematizzata in Levinas, ciononostante
siamo dell'avviso che il suo pensiero possa fornire in questo senso tracce
importanti.
25. Derrida, Adieu, trad. it. cit., p. 140.
26. Ibidem.
27. Levinas, A l'heure des nations, Minuit, Paris 1988, trad. it. di S.
Facioni, Nell'ora delle nazioni, Jaca Book, Milano 2000, p. 114.
28. Crediamo che il concetto di politica dell'ospitalita' sia assolutamente
da ripensare in questo tempo in cui il conflitto israelo-palestinese si
acuisce facendo venire meno l'identita' biblico-scritturistica, nella quale
si ravvisa il primato della testimonianza alla Parola, che impegna al
riconoscimento della dignita' di un altro popolo, ospite. Si tratta quindi
di un dimorare solidale in cui non vi sia schiavitu', ma contrassegnato
dalla testimonianza di questa giustizia senza misura. Se, come dice Levinas,
la politica e' in subordine rispetto all'etica, e' pero' la seconda a
riaffermare il ruolo della prima, nonche' di un agire politico che ritrovi
la ricchezza della sua semantica. E' proprio riflettendo sull'etica per il
politico e sulla loro differenza tensiva che si puo' vedere la
non-reciprocita' della relazione, ed il primato dell'altro come una
categoria del politico.
29. Levinas, A l'heure des nations, cit., pp. 112-113.
30. Qui non si puo' non cogliere un invito a ripensare la politica nelle sua
macrorelazioni; una di queste potrebbe essere la cancellazione del debito
del Sud del mondo, debito per altro mai contratto, ma cui e' sottoposto per
l'iniquita' strutturale del ricco Nord del pianeta. In questo caso la
responsabilita' e la sostituzione implicano farsi carico della sua indigenza
ma riconoscerne la sua dignita' di soggetto politico-economico, legittimato
a fruire dei beni della terra. Ancora una volta riappare questa necessaria
istanza, di essere rivelatori del Bene, attraverso l'equita' dei beni. Ma
questo e' possibile se ci si riconosce tutti ospiti, e tutti egualmente
eletti da questa eccedenza che, pur esprimendosi nell'imperativo negativo
del Non uccidere, traccia gia' la regola aurea dell'accoglienza e
dell'amore. Non sara' dunque necessario per la politica adottare tale
dismisura come criterio della prassi?
31. Levinas, L'au dela' du verset. Lectures et discours talmudiques, Minuit,
Paris 1982, trad. it. di G. Lissa, L'al di la' del versetto. Letture e
discorsi talmudici, Guida, Napoli 1986, p. 61.
(Parte seconda - Fine)

7. LETTERE. FORUM DELLE DONNE: UN'OCCASIONE PERDUTA
[Dal "Forum delle donne" (per contatti: forumdonne.prc at rifondazione.it)
riceviamo e diffondiamo. Lidia Menapace (per contatti:
lidiamenapace at aliceposta.it) e' nata a Novara nel 1924, partecipa alla
Resistenza, e' poi impegnata nel movimento cattolico, pubblica
amministratrice, docente universitaria, fondatrice del "Manifesto"; e' tra
le voci piu' alte e significative della cultura delle donne, dei movimenti
della societa' civile, della nonviolenza in cammino. La maggior parte degli
scritti e degli interventi di Lidia Menapace e' dispersa in quotidiani e
riviste, atti di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi libri cfr. Il
futurismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; L'ermetismo.
Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; (a cura di), Per un movimento
politico di liberazione della donna, Bertani, Verona 1973; La Democrazia
Cristiana, Mazzotta, Milano 1974; Economia politica della differenza
sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di, ed in collaborazione con Chiara
Ingrao), Ne' indifesa ne' in divisa, Sinistra indipendente, Roma 1988; Il
papa chiede perdono: le donne glielo accorderanno?, Il dito e la luna,
Milano 2000; Resiste', Il dito e la luna, Milano 2001; (con Fausto
Bertinotti e Marco Revelli), Nonviolenza, Fazi, Roma 2004]

Caro Presidente della Repubblica,
e' un momento in cui nel panorama istituzionale italiano la Sua voce - una
delle poche - si e' levata per difendere la laicita della Repubblica
italiana dall'attacco oltranzista delle gerarchie vaticane e
dell'integralismo...
Ci dispiace percio criticare il Suo operato, ma crediamo che la recente
nomina - da parte Sua - di due senatori a vit,a sia stata un'occasione
mancata: per la democrazia e per le grandi speranze di pace e di
cambiamento. I due senatori nominati sono certamente personalita'
rispettabili, ma uniti dalla stessa "filosofia" politica e pratica,
l'idea... della coincidenza tra grande industria e sviluppo.
Ma quello che ci offende come donne e' ancora una volta la sovrapposizione -
da Lei messa in pratica - tra politica e genere maschile.
Erano state consegnate alla Presidenza della Repubblica molte migliaia di
firme per Lidia Menapace senatrice a vita raccolte a cura dell'Udi con il
sostegno di tante associazioni femminili e femministe, noi comprese.
La raccolta di firme e' stata politicamente sostenuta da tanti dibattiti e
incontri in tutta Italia, compreso un incontro-premiazione per gli 80 anni
di Lidia, ospitato dalla vicepresidente della Provincia di Roma Rosa
Rinaldi.
Lidia Menapace e' stata staffetta partigiana, presenza istituzionale,
giornalista, scrittrice. Da femminista e pacifista senza se e senza ma,
rappresenta un'anima della Resistenza - quella disarmata e nonviolenta -
davvero fondatrice per la nostra Repubblica, portatrice di nuovi valori e di
forme alternative di ordine sociale, di convivenza civile, di confronto tra
differenze.
Il patriarcato segna ancora una volta le politiche istituzionali.
Caro Presidente, non ce ne voglia, ma ha perso una grande occasione, quella
di aprire il Senato della Repubblica - oggi indegnamente presieduto da un
oltranzista dello scontro di civilta' - a una donna che del confronto e
dell'incontro ha fatto la base della sua ricerca teorica e della sua pratica
politica.
Con stima,
il Forum delle donne

==============================
NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
==============================
Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 31 del 29 settembre 2005

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