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La domenica della nonviolenza. 43



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 43 del 16 ottobre 2005

In questo numero:
1. Desmond Tutu: Si' al referendum brasiliano per il disarmo
2. Mohandas Gandhi: Mezzi e fini
3. Tom Engelhardt intervista Cindy Sheehan
4. Marina Zenobio: La lunga marcia delle agricoltrici
5. Michael Luongo: Le donne afgane costruiscono i propri consigli
6. Marina Forti: Rifugiati ambientali
7. Hannah Arendt: Verita'
8. Simone Weil: Se uno sconosciuto

1. 23 OTTOBRE. DESMOND TUTU: SI' AL REFERENDUM BRASILIANO PER IL DISARMO
[Dal sito www.referendosim.com.br Desmond Tutu, vescovo anglicano, nato nel
1931, dal 1978 segretario generale del Consiglio sudafricano delle Chiese,
premio Nobel per la pace nel 1984, voce della lotta contro l'apartheid. Dopo
la vittoria della democrazia a lui e' stata affidata la presidenza della
Commissione per la verita' e la riconciliazione. Opere di Desmond Tutu: in
italiano cfr. Anch'io ho il diritto di esistere, Queriniana, Brescia 1985;
Non c'e' futuro senza perdono, Feltrinelli, Milano 2001; Anche Dio ha un
sogno, L'ancora del Mediterraneo, Napoli 2004. Specificamente sull'
esperienza della Commissione per la verita' e la riconciliazione presieduta
da Desmond Tutu cfr. anche Marcello Flores (a cura di), Verita' senza
vendetta, Manifestolibri, Roma 1999 (raccolta di materiali della
commissione, con un'ampia introduzione del curatore); Antonello Nociti,
Guarire dall'odio, Angeli, Milano 2000; Danilo Franchi, Laura Miani, La
verita' non ha colore, Comedit, Milano 2002, 2003]

Dicendo si' il 23 ottobre, voi brasiliani affermerete che volete vivere in
pace, e non nella paura.
Noi speriamo che il Brasile ci mostri il cammino per mettere fine alle armi
da fuoco.
La proibizione del commercio delle armi e' il primo, necessario passo per
ridurre i crimini violenti, i ferimenti e le uccisioni.

2. REPETITA IUVANT. MOHANDAS GANDHI: MEZZI E FINI
[Da Mohandas K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino
1973, 1996, p. 44. Mohandas K. Gandhi e' stato della nonviolenza il piu'
grande e profondo pensatore e operatore, cercatore e scopritore; e il
fondatore della nonviolenza come proposta d'intervento politico e sociale e
principio d'organizzazione sociale e politica, come progetto di liberazione
e di convivenza. Nato a Portbandar in India nel 1869, studi legali a Londra,
avvocato, nel 1893 in Sud Africa, qui divenne il leader della lotta contro
la discriminazione degli immigrati indiani ed elaboro' le tecniche della
nonviolenza. Nel 1915 torno' in India e divenne uno dei leader del Partito
del Congresso che si batteva per la liberazione dal colonialismo britannico.
Guido' grandi lotte politiche e sociali affinando sempre piu' la
teoria-prassi nonviolenta e sviluppando precise proposte di organizzazione
economica e sociale in direzione solidale ed egualitaria. Fu assassinato il
30 gennaio del 1948. Sono tanti i meriti ed e' tale la grandezza di
quest'uomo che una volta di piu' occorre ricordare che non va  mitizzato, e
che quindi non vanno occultati limiti, contraddizioni, ed alcuni aspetti
discutibili - che pure vi sono - della sua figura, della sua riflessione,
della sua opera. Opere di Gandhi:  essendo Gandhi un organizzatore, un
giornalista, un politico, un avvocato, un uomo d'azione, oltre che una
natura profondamente religiosa, i suoi scritti devono sempre essere
contestualizzati per non fraintenderli; Gandhi considerava la sua
riflessione in continuo sviluppo, e alla sua autobiografia diede
significativamente il titolo Storia dei miei esperimenti con la verita'. In
italiano l'antologia migliore e' Teoria e pratica della nonviolenza,
Einaudi; si vedano anche: La forza della verita', vol. I, Sonda; Villaggio e
autonomia, Lef; l'autobiografia tradotta col titolo La mia vita per la
liberta', Newton Compton; La resistenza nonviolenta, Newton Compton;
Civilta' occidentale e rinascita dell'India, Movimento Nonviolento; La cura
della natura, Lef; Una guerra senza violenza, Lef. Altri volumi sono stati
pubblicati da Comunita': la nota e discutibile raccolta di frammenti Antiche
come le montagne; da Sellerio: Tempio di verita'; da Newton Compton: e tra
essi segnaliamo particolarmente Il mio credo, il mio pensiero, e La voce
della verita'. Altri volumi ancora sono stati pubblicati dagli stessi e da
altri editori. I materiali della drammatica polemica tra Gandhi, Martin
Buber e Judah L. Magnes sono stati pubblicati sotto il titolo complessivo
Devono gli ebrei farsi massacrare?, in "Micromega" n. 2 del 1991 (e per un
acuto commento si veda il saggio in proposito nel libro di Giuliano Pontara,
Guerre, disobbedienza civile, nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino
1996). Opere su Gandhi: tra le biografie cfr. B. R. Nanda, Gandhi il
mahatma, Mondadori; il recente accurato lavoro di Judith M. Brown, Gandhi,
Il Mulino; il recentissimo libro di Yogesh Chadha, Gandhi, Mondadori. Tra
gli studi cfr. Johan Galtung, Gandhi oggi, Edizioni Gruppo Abele; Icilio
Vecchiotti, Che cosa ha veramente detto Gandhi, Ubaldini; ed i volumi di
Gianni Sofri: Gandhi e Tolstoj, Il Mulino (in collaborazione con Pier Cesare
Bori); Gandhi in Italia, Il Mulino; Gandhi e l'India, Giunti. Cfr. inoltre:
Dennis Dalton, Gandhi, il Mahatma. Il potere della nonviolenza, Ecig. Una
importante testimonianza e' quella di Vinoba, Gandhi, la via del maestro,
Paoline. Per la bibliografia cfr. anche Gabriele Rossi (a cura di), Mahatma
Gandhi; materiali esistenti nelle biblioteche di Bologna, Comune di Bologna.
Altri libri particolarmente utili disponibili in italiano sono quelli di
Lanza del Vasto, William L. Shirer, Ignatius Jesudasan, George Woodcock,
Giorgio Borsa, Enrica Collotti Pischel, Louis Fischer. Un'agile introduzione
e' quella di Ernesto Balducci, Gandhi, Edizioni cultura della pace. Una
interessante sintesi e' quella di Giulio Girardi, Riscoprire Gandhi,
Anterem]

I mezzi possono essere paragonati al seme, e il fine all'albero; tra i mezzi
e il fine vi e' lo stesso inviolabile rapporto che esiste tra il seme e
l'albero.

3. PACE. TOM ENGELHARDT INTERVISTA CINDY SHEEHAN
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione la seguente intervista di
Tom Engelhardt a Cindy Sheehan realizzata a Washington durante le
dimostrazioni contro la guerra, prima che Cindy Sheehan venisse arrestata.
Tom Engelhardt, scrittore, storico e giornalista, e' l'autore di The End of
Victory Culture, a history of the collapse of American triumphalism in the
Cold War era; gestisce il sito TomDispatch.com, che definisce: "un regolare
antidoto ai media dominanti".
Cindy Sheehan ha perso il figlio Casey in Iraq; per tutto il mese di agosto
e' stata accampata a Crawford, fuori dal ranch in cui George Bush stava
trascorrendo le vacanze, con l'intenzione di parlargli per chiedergli conto
della morte di suo figlio]

Cindy Sheehan e' la madre di Casey, un soldato ucciso a Sadr City il 4
aprile 2004, pochi giorni dopo il suo arrivo in Iraq. Il movimento che
sostiene Cindy ha preso forma nelle ombre, su internet, ha cominciato a
mostrarsi in forze nei campi a Crawford, ed attualmente sembra in grado di
mutare la mappa politica degli Usa. Quando arrivo alla dimostrazione Cindy
e' una figura distante, che cammina con una troupe di "Good Morning America"
fra le croci bianche che sono state piantate qui. Jodie, una delle attiviste
antiguerra di "Code Pink" che indossa uno stravagante cappello ornato di
piume rosa, mi dice di restare nei paraggi con Joan Baez, i genitori dei
soldati, i veterani, i giornalisti e tutta quest'altra gente: Cindy non
manchera' all'appuntamento che ha con me. Ad ogni passo che fa, viene
circondata dalla folla. Abbraccia qualche persona, si fa fotografare con chi
glielo chiede, ascolta brevemente ma con attenzione chi le dice che e'
venuto dalla California o dal Colorado solo per incontrarla. E'
incrollabilmente paziente. Ha una parola per ciascuno e per tutti. Piu'
tardi mi dira': "La maggior parte delle persone, se mi seguisse per
un'intera giornata, andrebbe in coma gia' alle undici del mattino". La sua
figura mi sorprende. E' imponente, alta, certamente mi sovrasta. Forse sono
sorpreso perche' generalmente si pensa che una madre ferita debba essere, in
qualche modo, una creatura piccola e "diminuita". Infine, pochi minuti dopo
le cinque del pomeriggio, Jodie mi fa un fischio e mi conduce al sedile
posteriore di un'auto, dove Cindy siede fra me e Joan Baez. La sorella di
Cindy, Dede, che indossa una maglietta con su scritto "Tutto cio' che la
guerra puo' fare, la pace sa farlo meglio", sale al posto di guida. Mentre
l'auto si muove, Cindy si volta verso di me: "Cominciamo?".
*
- Tom Engelhardt: Tu hai detto che gli errori fatali della presidenza di
George Bush sono l'Iraq e l'uragano Katrina. A che punto credi stiamo, oggi?
- Cindy Sheehan: L'invasione dell'Iraq e' stata un grosso errore, una guerra
politica. I soldi che dovevano servire per le truppe sono finiti nelle
tasche dei profittatori. Non solo non dovremmo essere la', ma l'esserci
rende il nostro paese molto vulnerabile. La guerra sta creando nemici per i
nostri figli e i figli dei nostri figli. Uccidere arabi musulmani innocenti,
che non avevano alcuna animosita' verso gli Usa ci sta solo creando
problemi. Katrina e' stato un disastro naturale, ma il disastro creato dagli
uomini subito dopo e' stato orribile. Voglio dire, in primo luogo tutte le
nostre risorse sono in Iraq, in secondo luogo le scarse risorse che avevamo
sono state usate troppo tardi. George Bush giocava a golf e mangiava la
torta di compleanno con John McCain mentre la gente se ne stava appesa alle
proprie case pregando di essere soccorsa. Il presidente e'' del tutto
"disconnesso" da questo paese, e dalla realta'. Ho sentito un commento,
ieri, che mi smebra perfetto. Un uomo mi ha detto che Katrina sara' per Bush
quello che Monica e' stata per Clinton. E' vero, solo che e' assai peggio.
*
- Tom Engelhardt: Che le famiglie di soldati uccisi guidino un movimento
contro la guerra suona logico, ma storicamente parlando e' insolito. Mi
domando cosa pensi tu, voglio dire, del perche' e' accaduto qui, ed e'
accaduto ora.
- Cindy Sheehan: Questa domanda e' un po' come quella che mi fanno certe
persone: "Perche' nessuno aveva mai pensato prima di andare a protestare al
ranch di Bush?".
*
- Tom Engelhardt: Vero, intendevo chiederti anche questo.
- Cindy Sheehan: (ride) Non lo so. So che l'ho pensato e l'ho fatto. Degli
impegni che avevo sono stati cancellati e cosi' mi sono trovata con l'intero
mese di agosto libero. Sono andata a Dallas, al convegno dei Veterani per la
Pace. L'ultimo colpo era arrivato il 3 agosto, con i 14 marines uccisi e
George Bush che diceva che tutti i nostri soldati erano morti "per una
nobile causa", e che noi dovevamo onorare il loro sacrificio continuando la
missione. In quel momento non ne ho potuto piu'. Quel che e' troppo e'
troppo, e cosi' mi e' venuta l'idea di andare a Crawford. Il primo giorno
eravamo in sei, seduti nelle sdraio sotto le stelle. Poi e' cominciata ad
arrivare moltissima gente e abbiamo pianificato l'azione man mano che le
condizioni cambiavano, spontaneamente. Per essere una cosa cosi' spontanea
e' risultata efficace, ha funzionato.
*
- Tom Engelhardt: Tu hai scritto che il rifiuto di incontrarti da parte di
George Bush e' stata la scintilla che ha incendiato la prateria. E che il
fatto di rifiutarsi riflette la sua vigliaccheria. Hai anche detto che se ti
avesse incontrato quel giorno...
- Joan Baez: Quel giorno fatale...
- Tom Engelhardt: Si', hai scritto che se ti avesse incontrata in quel
giorno fatale le cose potevano andare assai diversamente.
- Cindy Sheehan: Se mi avesse ricevuta, so che mi avrebbe mentito. Gli avrei
chiesto ragione delle sue menzogne e non sarebbe stato un bell'incontro, ma
avrei lasciato Crawford, e probabilmente avrei rilasciato qualche intervista
e scritto qualcosa su quello che era accaduto. La cosa non avrebbe acceso la
scintilla di questo grande e variegato movimento per la pace. Percio', credo
che abbia fatto un favore al movimento per la pace rifiutandosi di
incontrarmi.
*
- Tom Engelhardt: Penso che l'errore peggiore l'abbia fatto mandando a
parlarti il consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley e il capo
dello staff della Casa Bianca Joe Hagin, come se tu fossi stata il primo
ministro della Polonia. (Cindy ride) E allora, cosa ti hanno detto questi
due?
- Cindy Sheehan: Mi hanno chiesto: "Cosa vuoi dire al presidente?". E io ho
risposto: "Voglio chiedergli qual e' la nobile causa per cui mio figlio e'
morto". E loro sono andati avanti un bel po' con "rendere l'America sicura
dal terrorismo, e la liberta' e la democrazia, bla bla bla". Tutte scuse che
non intendevo accettare e se dovevo sentirle, volevo sentirle dal
presidente. Poi hanno parlato delle armi di distruzione di massa come se ci
credessero davvero. E io facevo: "Ma no, non mi dica, signor Hadley,
davvero?". Alla fine ho detto: "Questa e' una perdita di tempo. Posso anche
essere una madre addolorata, ma non sono una stupida. Sono ben informata, e
voglio incontrare il presidente". Mi risposero che gli avrebbero riportato
le mie parole. Ad un certo punto avevano detto: "Non siamo venuti qui
credendo di cambiare il suo punto di vista politico". E io ho replicato:
"Invece si', siete venuti per questo". Credevano di intimidirmi, di
impressionarmi con quegli alti funzionari. Credevano che dopo averli sentiti
io avrei detto: "Oh, non avevo considerato questa cosa. Va bene ragazzi,
lasciamo stare". E' stata una mossa che gli si e' ritorta contro,
mandarmeli, perche' di colpo ho acquisito credibilita' e i media hanno
pensato che la storia valesse la pena di essere raccontata.
*
- Tom Engelhardt: Si', com'e' stato? Da un anno leggevo i tuoi interventi in
internet, pero'...
- Cindy Sheehan: Nei circoli progressisti ero gia' abbastanza nota. Ma di
colpo sono diventata nota in tutto il mondo. Le mie figlie erano in vacanza
in Europa quando mia madre ebbe il collasso. Mio marito ed io decidemmo di
non dirlo alle ragazze, per non rovinare la loro vacanza, ma loro ebbero la
notizia dalla tv. Questa cosa e' divampata portando attenzione, anche non
voluta come quella che mi riservano i media di destra, ma non mi turbano per
niente. Io stavo lavorando gia' da un bel po', avevo fatto conferenze
stampa, interviste. E' solo l'intensita' che e' cambiata, il mio messaggio
e' rimasto lo stesso. Non e' stato un colpo di testa il 6 agosto, per dire.
I media non riuscivano a credere che qualcuno potesse mandare un messaggio
come il mio facendolo in modo articolato ed intelligente. In primo luogo
sono una donna, in secondo luogo sono una madre addolorata, e allora bisogna
marginalizzarmi, e dire che qualcuno mi muove come una marionetta. In fondo
il nostro presidente articolato ed intelligente non lo e' mai, percio'
qualcuno gli tira i fili e allora qualcuno deve tirare i fili anche a Cindy
Sheehan. Questo mi ha offesa. Riesci a pensare a qualcuno che mi mette le
parole in bocca? (ride) Prova a chiedere in giro!
*
- Tom Engelhardt: Vorrei che mi parlassi della tua schiettezza, del modo
diretto in cui ti esprimi, perche' le parole che usi, come "crimini di
guerra", non sono parole che gli americani sentono spesso.
- Cindy Sheehan: Tutto quel che devi fare e' considerare il Tribunale di
Norimberga o la Convenzione di Ginevra. Chiaramente si commettono crimini di
guerra. Chiaramente questi li hanno commessi, e' nero su bianco, non sono io
che me ne vengo fuori con un'idea astratta. Hanno rotto ogni trattato. Hanno
disatteso la nostra Costituzione, la Convenzione di Ginevra, tutto. Se
qualcuno questo non lo dice, significa forse che non e' successo? Ma
qualcuno doveva dirlo, e l'ho fatto io. Ho definito Bush un terrorista. Lui
dice che un terrorista e' qualcuno che uccide gente innocente, la
definizione e' sua. Percio', per sua stessa definizione, George Bush e' un
terrorista, visto che ci sono almeno 100.000 iracheni innocenti che sono
stati uccisi. E afgani innocenti che sono stati uccisi. E penso che
l'opposizione tradizionale sia contenta che sia io a dirlo, cosi' non devono
farlo loro. Non sono abbastanza forti o coraggiosi, oppure pensano di
giocarsi qualche posizione politica.
*
- Tom Engelhardt: Ho letto un sacco di articoli in cui tuo figlio Casey
viene dipinto come un ragazzo "casa e chiesa", come il perfetto boy scout.
Ti andrebbe di dirmi qualcosa su di lui?
- Cindy Sheehan: Era molto calmo. Non l'ho mai visto furioso, o sfrenato. Ho
un altro figlio, e due figlie. Lui era il maggiore, e gli altri lo
adoravano. Non ha mai dato nessun problema, ma era uno che procrastinava, il
tipo di persona che se doveva presentare un lavoro importante a scuola
aspettava l'ultimo giorno utile per farlo. Ma quando ebbe un lavoro, perche'
lavorava a tempo pieno prima di entrare nell'esercito, non e' mai arrivato
in ritardo, ne' ha perso una giornata in due anni. La ragione per cui
parlano di lui come "casa e chiesa" e' perche' la chiesa era il suo
principale interesse, persino quando ci lascio' per entrare nell'esercito.
Dava una mano in chiesa, non mancava mai alla messa. Era diventato quello
che chiamano "ministro eucaristico".
*
- Tom Engelhardt: Perche' decise di entrare nell'esercito?
- Cindy Sheehan: Fu un reclutatore ad agganciarlo, probabilmente in un
momento in cui lui era vulnerabile. Gli promise un mare di cose, e non
mantenne neppure una delle sue promesse. Era il maggio del 2000. Non c'era
stato l'11 settembre, George Bush era di la' da venire. Quando Bush divenne
il "comandante in capo" di mio figlio, il suo destino fu segnato. George
Bush era intenzionato ad invadere l'Iraq ancora prima di essere eletto
presidente. Lo disse quando era ancora governatore del Texas: "Se fossi io
il comandante in capo, ecco cosa farei". Per tornare a mio figlio, il
reclutatore gli promise 20.000 dollari. Ne ebbe solo 4.000 alla fine
dell'addestramento avanzato. Gli era stato promesso un computer portatile,
cosi' avrebbe potuto seguire le lezioni dovunque fosse stato mandato. Non
l'ha mai avuto. Gli promisero che avrebbe potuto terminare il college,
perche' aveva frequentato un solo anno prima di entrare nell'esercito. Non
glielo hanno mai lasciato fare. La cosa piu' terribile che il reclutatore
gli promise e' che non sarebbe mai andato in guerra, neppure se ne fosse
scoppiata una, perche' aveva ottenuto risultati cosi' alti nel test Asvab
(detto anche "valutazione delle possibilita' di carriera") che non sarebbe
stato mandato a combattere, ma avrebbe avuto un ruolo di sostegno. Era in
Iraq da cinque giorni quando fu ucciso.
*
- Tom Engelhardt: Qual e' il tuo background politico?
- Cindy Sheehan: Sono sempre stata una liberale democratica, ma non credo
che quello che faccio sia di parte. Riguarda la vita e la morte. Nessuno ha
chiesto a Casey di che partito politico era, prima di mandarlo a morire in
una guerra ingiusta e immorale.
*
- Tom Engelhardt: So che hai incontrato Hillary Clinton ieri. Cosa pensi in
generale dei democratici?
- Cindy Sheehan: Che sono stati deboli. Penso che Kerry abbia perso perche'
non ha contrastato con sufficiente forza Bush a proposito della guerra. Si
e' presentato come un incubo peggiore di Bush: "Mandero' piu' truppe, daro'
la caccia ai terroristi e li faro' fuori!". Queste non erano le cose giuste
da dire. Le cose giuste da dire erano: "Questa guerra e' sbagliata, George
Bush ci ha mentito e delle persone sono morte a causa delle sue bugie:
queste persone non avrebbero dovuto morire. Se sara' eletto, faro' di tutto
per portare a casa i nostri soldati al piu' presto possibile". Purtroppo,
invece di accorgersi che il fallimento di Kerry stava proprio nel non aver
preso posizione, i democratici hanno continuato a dire le stesse cose.
Howard Dean se ne e' venuto fuori con una dichiarazione in cui augura al
presidente di aver successo in Iraq. Cosa significa? Come puo' aver successo
qualcuno che non ha obiettivi, la cui missione non e' definita, i cui scopi
non sono chiari? Quello che abbiamo fatto a Camp Casey dovrebbe aver dato ai
democratici una scossa. Comunque le porte sono aperte, ai democratici ed ai
repubblicani. Come ha detto l'ex deputato al Congresso Tom Andrews: se non
vogliono vedere la luce, allora sentiranno il calore. E io credo lo stiano
sentendo. Le cose cominciano ad accadere: alcuni repubblicani come Chuck
Hagel e Walter Jones non sono piu' in linea con il partito. Abbiamo
incontrato un politico repubblicano ieri, per il momento non voglio fare il
suo nome per non bruciarlo, ma sembra qualcuno con cui si puo' lavorare.
Naturalmente, quando ci saranno le elezioni per il Congresso, diremo
pubblicamente ai suoi elettori che sulla guerra si puo' lavorare con lui.
*
- Tom Engelhardt: Il movimento contro la guerra pensa di influenzare le
elezioni come forza politica?
- Cindy Sheehan: E' la guerra la questione, la posizione che si ha rispetto
alla guerra. Se alle persone interessa questa cosa, allora devono lavorarci
sopra. Stiamo per dare inizio alla campagna "Incontra le madri". Andremo a
disturbare ogni singolo deputato e ogni singolo senatore, affinche' attesti
con esattezza da che parte sta rispetto alla guerra. La gente dello stato di
New York, per esempio, potra' dire ai propri senatori: se non dici con
chiarezza che le truppe vanno portate a casa al piu' presto possibile, non
ti rieleggeremo.
*
- Tom Engelhardt: Il colloquio con Hillary Clinton e' stato soddisfacente?
- Cindy Sheehan: La sua posizione e' ancora quella di mandare piu' soldati e
di onorare il sacrificio dei caduti, suona come la posizione di Bush. Ma il
dialogo e' stato aperto.
*
- Tom Engelhardt: Non ti sembrano strani questi politici, come il senatore
Joe Binden, che chiedono di mandare altre truppe in Iraq, quando tutti
sappiamo che non ci sono altre truppe?
- Cindy Sheehan: Si', e' una cosa folle. Dove pensano di prenderle? Mandiamo
altri soldati in Iraq e lasciamo il nostro paese ancora piu' vulnerabile ai
disastri di qualunque tipo?
*
- Tom Engelhardt: Tu vuoi che le truppe siano ritirate subito. Bush non
intende farlo, ma hai pensato a come procederesti tu se potessi farlo tu
stessa?
- Cindy Sheehan: Quando diciamo "subito", non intendiamo che tutti possano
essere a casa domani. Spero che questo si capisca. Bisogna iniziare il
ritiro dalle citta', portando i soldati ai margini e poi fuori. L'esercito
va rimpiazzato con forze irachene, per ricostruire il paese. Tu lo sai,
hanno la tecnologia e le capacita' per farlo, ma non hanno lavoro. Quanto
disperato deve essere un uomo per mettersi in fila allo scopo di ottenere un
posto nella Guardia Nazionale irachena? Vengono uccisi solo stando li' ad
aspettare lavoro! Bisogna dar loro il sostegno di cui hanno bisogno per
ricostruire un paese che e' nel caos. Quando il nostro esercito andra' via,
un bel po' di violenze cesseranno. Ci saranno magari lotte a livello
regionale fra le differenti comunita', ma questo accade gia' ora. Gli
Inglesi crearono questo paese mettendo insieme pezzi che insieme non
volevano stare: forse avrebbero dovuto essere tre nazioni, non una, ma
questa e' una decisione che compete a loro, non a noi.
*
- Tom Engelhardt: E che ti aspetti per il futuro? Abbiamo ancora piu' di tre
anni e mezzo di amministrazione Bush.
- Cindy Sheehan: No, non li abbiamo! (sorride) Ricordati che Katrina sara'
la Monica di Bush. Non e' piu' una questione di "se", e' una questione di
"quando" perche' chiaramente questi sono criminali. Voglio dire, guarda chi
ha avuto i contratti per ripulire e ricostruire New Orleans. E' ancora la
Halliburton. E' pazzesco. Ma e' cosi' che accadra'. So che le indagini sono
state richieste. George Bush e' giusto pronto ad implodere. Gli hai dato
un'occhiata, ultimamente? E' un uomo che ha perso totalmente il controllo
della situazione.
*
Coloro che volessero leggere di Cindy Sheehan nelle sue stesse parole
possono consultare il suo archivio nel sito www LewRockwell.com, oppure dare
un'occhiata al sito www.Afterdowningstreet.com che presenta puntualmente le
sue attivita'.

4. MONDO. MARINA ZENOBIO: LA LUNGA MARCIA DELLE AGRICOLTRICI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 15 ottobre 2005. Marina Zenobio,
giornalista, segretaria di redazione del quotidiano "Il manifesto", scrive
particolarmente su ambiente, diritti umani, America Latina]

Coltivano mais, fagioli, canna da zucchero, coca e cacao, yucca e maracuya'.
Parlano lingue diverse, provengono da paesi diversi e hanno colori della
pelle diversi. Hanno pero' in comune l'essere donne, e agricoltrici,
latinoamericane e caraibiche. Oggi si renderanno visibili, con una marcia
simultanea, ognuna nei propri paesi e nel rispetto della propria cultura e
tradizioni. E' il primo risultato del secondo incontro della "Red de mujeres
rurales de America latina y del Caribe" che si e' tenuto dal 25 al 30
settembre a Tlaxcala, in Messico: 260 rappresentanti di cento organizzazioni
provenienti da 19 paesi, unite dal desiderio di trasformare il mondo, per
essere riconosciute come soggetti di diritto. La maggioranza fa parte di
movimenti organizzati e impegnati nella costruzione, al femminile, di nuovi
spazi per potersi sviluppare autonomamente. Portano avanti una difficile
lotta contro l'emarginazione, il razzismo, l'invisibilita' imposta da parte
dei governi e la discriminazione nelle comunita' in cui vivono.
Molte di loro, denuncia la Rete, non hanno accesso all'istruzione anche se
qualche programma educativo rivolto al mondo femminile rurale si sta
sviluppando in Brasile, Argentina, Uruguay e Costa Rica. Le bambine vanno
presto a lavorare nei campi, diventano donne e madri presto, troppo presto.
Le piu' fortunate sopravvivono al parto grazie alle "parteras", le levatrici
tradizionali che le assistono, ma nei casi piu' gravi non c'e' assistenza
adeguata che le aiuti. Non arriva sufficiente informazione sui metodi
anticoncezionali, con conseguenti gravidanze indesiderate e alti livelli di
morte per aborti "fatti in casa".
*
La "Rete delle donne agricoltrici dell'America Latina e dei Caraibi"
denuncia anche che i mezzi di comunicazione non parlano delle loro realta',
delle condizioni in cui vivono, anzi sviliscono i loro valori culturali e la
loro identita'. Nonostante producano la sussistenza alimentare per intere
comunita', e abbiano tramandato per generazioni conoscenza e cultura, le
donne agricoltrici continuano ad avere un accesso limitato alle risorse
naturali, alla terra e all'acqua e, soprattutto, alle risorse economiche
come i sussidi e i crediti. Nella maggioranza dei paesi latinoamericani
esistono solo politiche assistenziali che mal si accompagnano con le
esigenze delle donne che vivono e lavorano nei campi. Non e' raro poi
incontrare contadine prive di documenti perche' i governi locali hanno reso
talmente complicato registrare le nascite nelle zone rurali, che quando
nasce una bambina la famiglia ci rinuncia. La conseguenza e' che questa
"inesistenza" le rende inabili all'esercizio dei loro diritti economici,
sociali, culturali e politici.
*
Obiettivo della Rete e' far conoscere alle donne agricoltrici dell'America
Latina e dei Caraibi i loro diritti, in particolare alle nere e alle
indigene vittime in percentuali piu' alte di discriminazione, violenze
psicofisiche e sfruttamento. La violenza e gli abusi sessuali contro le
donne e' un male sociale che si consuma in diversi ambiti, anche in
famiglia. E' aumentato il numero di donne uccise dai mariti o ex, persino
dai padri o patrigni. Nelle aree dove ci sono conflitti armati - come nelle
zone rurali della Colombia, esempio piu' emblematico - militari e
paramilitari si accaniscono in particolar modo contro di loro, e non
esistono ricerche ufficiali che permettano di approfondire le cause di
suicidi delle donne agricoltrici nel subcontinente americano. Il documento
finale tira le somme dei ritardi governativi riguardo alle problematiche del
mondo rurale femminile, impegna i gruppi che fanno parte della Rete a
portare avanti la lotta per uno sviluppo autonomo. Ma punta il dito anche
contro il progetto di globalizzazione economica che contribuisce ad
aumentare lo sfruttamento e le disuguaglianze di genere, imponendo alle
regioni latinoamericane e caraibiche un ruolo subalterno ai paesi ricchi che
dominano il mercato mondiale.

5. MONDO. MICHAEL LUONGO: LE DONNE AFGANE COSTRUISCONO I PROPRI CONSIGLI
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo.
Michael Luongo e' scrittore, fotografo e giornalista indipendente, ha
lavorato spesso in Afganistan e vi si trova tuttora; ha collaborato con il
"New York Times", "Chicago Tribune", "National Geographic Traveler", "Out
Traveler" e numerose altre pubblicazioni; ulteriori suoi reportage
dall'Afghanistan si trovano nel suo sito: www.michaelluongo.com]

Herat, Afganistan. Quattro anni dopo la caduta dei talebani, l'Afghanistan
attende i risultati finali, il 22 ottobre, delle elezioni parlamentari e
provinciali, che si sono tenute per la prima volta dopo piu' di trent'anni.
Dai risultati preliminari, sembra che le donne abbiano ottenuto una forte
presenza. Un quarto dei seggi in Parlamento e nei Consigli provinciali erano
riservati alle donne.
Nel frattempo il paese, immerso nelle rovine della guerra dal 1973, continua
a ricostruire se stesso, strada dopo strada e organizzazione dopo
organizzazione. Una di queste ultime, "La voce delle donne", si e' formata
ad Herat nel 1998, quando i talebani erano ancora al potere.
L'organizzazione era illegale, ed operava in segreto, insegnando alle
bambine e alle giovani donne a leggere e scrivere dietro porte chiuse.
"Ci incontravano nella mia casa o nella casa di altre donne", racconta la
fondatrice del gruppo, Suraya Pakzad, trentaquattrenne, "Regalavamo libri
alle donne che si riunivano per leggerli, formando delle 'zone di lettura'.
Ogni 'zona' aveva un forno, cosi' se venivano scoperte potevano bruciare i
libri. Quando il regime talebano cadde continuammo il nostro lavoro
apertamente, insegnando non solo a leggere e scrivere ma suscitando
consapevolezza nelle donne per quel che riguarda i loro diritti. Siamo state
la prima ong di donne registrata dal nuovo governo".
*
Durante le elezioni, Suraya Pakzad si e' concentrata sul diritto di voto
delle donne, ma l'impegno principale del gruppo oggi e' favorire la nascita
degli "shura", o "consigli delle donne", nei villaggi che circondano Herat,
ed il collegare in rete quelli gia' esistenti.
Negli shura si discute di politica, dice Pakzad, ma il punto chiave e'
semplicemente mettere insieme le donne, di modo che possano parlare di
qualsiasi istanza senza la supervisione degli uomini. I consigli delle donne
forniscono anche formazione professionale nel campo della tessitura, ed i
fondi iniziali per le donne che vogliano dare inizio ad un'attivita' in
proprio nel campo tessile.
Un nuovo shura e' in costruzione nel villaggio di Fatobat, a circa un'ora di
automobile dal centro di Herat, nel distretto di Zandagen. La terra su cui
si sta costruendo l'edificio e' stata donata dalla ventottenne Massumi Jami,
quando ha deciso di demolire una vecchia casa di sua proprieta'. Ci vorranno
alcuni mesi prima che i lavori siano terminati: nel frattempo, il consiglio
si riunisce nel salotto di Jami, in cui entrano al massimo 40 donne, ma ce
ne sono molte di piu' che affollano il cortile. L'edificio che ospitera' il
consiglio in futuro avra' un'ampiezza di 150 metri quadrati, ma forse ancora
non sara' ancora abbastanza grande. Nella regione vivono 35.000 donne che
potenzialmente potrebbero partecipare agli incontri.
Il lavoro di Suraya Pakzad e del suo gruppo, nella zona, include anche
affrontare il problema dei numerosi suicidi commessi da donne, con il
sistema di cospargersi di benzina e darsi fuoco. Queste donne vedono il
suicidio come l'unica via di fuga da situazioni familiari intollerabilmente
crudeli e disumanizzanti.
L'ospedale principale di Herat ha un reparto ustionati molto indaffarato:
circa 20 donne al giorno vengono curate prima di essere rimandate e casa, e
le medicine, i bendaggi e gli aiuti sono risicati. Il gruppo di Pakzad paga
direttamente i salari ai medici del reparto perche' restino dove si trovano
e non passino ad altri settori; inoltre, ha regalato all'ospedale una
lavatrice, di modo che le bende possano essere lavate ed usate di nuovo.
L'organizzazione internazionale "Women for Afghan Women" e' il principale
sostegno finanziario del gruppo. La dottoressa Esther Hyneman, direttrice
della sezione newyorkese di "Women for Afghan Women", dice che anche il
progetto degli shura viene sostenuto: "L'idea e' quella di dare alle donne
l'autorita' ed i mezzi per modificare la situazione in cui vivono, trovando
modi per avere un lavoro, imparando a leggere e scrivere, ed anche avendo
assistenza legale. L'empowerment delle donne e' il modo migliore di
prevenire la terribile epidemia di autoimmolazioni e il modo migliore di
sollevare l'Afghanistan dal fondo della classifica Onu sullo sviluppo umano,
in cui si trova attualmente".
*
Durante la campagna elettorale di agosto e settembre, Pakzad si e'
concentrata sul registrare le donne come elettrici, e sull'informarle di
qual era la posta in gioco. "Per piu' di venticinque anni, le donne di
questo paese hanno sofferto tantissimo", dice, "E' qualcosa che ormai
portiamo nel sangue. Speriamo che le donne candidate questo lo ricordino. La
vista dei manifesti elettorali con i volti di donne, in tutto il paese, e'
qualcosa che mi ha incoraggiata: una cosa del genere era impossibile da
immaginare fino a pochi anni fa". E' stata particolarmente soddisfatta,
aggiunge, dal vedere donne candidate nelle province. Mentre l'attenzione
internazionale cade quasi esclusivamente sulla capitale Kabul, Pakzad
afferma che l'impatto di queste elezioni sara' sentito piu' profondamente in
provincia, perche' e' in quel contesto che nuove politiche possono creare i
cambiamenti piu' significativi per le donne.
Fawzia Gailani, candidata al Parlamento a Herat, e' stata la piu' votata in
assoluto: i candidati conservatori e religiosi hanno preso meno voti di lei.
Tuttavia, Suraya Pakzad e' prudente rispetto alla valutazione del potenziale
di queste prime elezioni. "Il lavoro per aiutare le donne di Herat dovra'
continuare a lungo, ben dopo che avranno finito di contare i voti".

6. MONDO. MARINA FORTI: RIFUGIATI AMBIENTALI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 13 ottobre 2005. Marina Forti,
giornalista particolarmente attenta ai temi dell'ambiente, dei diritti
umani, del sud del mondo, della globalizzazione, scrive per il quotidiano
"Il manifesto" sempre acuti articoli e reportages sui temi dell'ecologia
globale e delle lotte delle persone e dei popoli del sud del mondo per
sopravvivere e far sopravvivere il mondo e l'umanita' intera. Opere di
Marina Forti: La signora di Narmada. Le lotte degli sfollati ambientali nel
Sud del mondo, Feltrinelli, Milano 2004]

Nei prossimi cinque anni, qualcosa come 50 milioni di persone si
trasformeranno in "rifugiati ambientali", persone costrette a muoversi per
sfuggire al degrado ambientale. Una previsione catastrofista? Forse, ma a
diffonderla e' un istituto molto serio, l'Istituto per l'ambiente e la
sicurezza umana dell'Universita' delle Nazioni Unite (Unu-Ehs).
In un lungo comunicato pubblicato martedi', in occasione della "Giornata
mondiale dei disastri naturali" celebrata dall'Onu, l'istituto che ha sede a
Bonn afferma che "ci sono fondati timori che il numero di persone che
fuggono condizioni ambientali insostenibili crescera' esponenzialmente via
via che il mondo sperimenta gli effetti del cambiamento del cima e altri
fenomeni". Il direttore dell'Unu-Ehs, Janos Bogardi, sostiene che "questa
nuova categoria di rifugiati deve trovare un posto nei trattati
internazionali. Dobbiamo prevedere le necessita' di assistenza, proprio come
per le persone che fuggono per altre situazioni".
La sostanza del problema e' chiarissima: persone costrette a emigrare
perche' il luogo dove vivono non e' in grado di sostenere la presenza umana.
Le vittime di catastrofi naturali improvvise - come l'onda di tsunami in
Asia nel dicembre del 2004, o un uragano come Katrina - sono visibili e di
solito beneficiano di sostegno e aiuto umanitario pubblico e privato. Janos
Bogardi (intervistato dal quotidiano online "Environmental News Service") fa
notare che non e' cosi' per i milioni di persone costrette a sfollare da
cambiamenti ambientali piu' graduali - il riscaldamento globale, ad esempio,
o catastrofi "lente" come la desertificazione, la diminuzione delle riserve
idriche, o l'innalzamento del livello del mare portato dal mutamento del
clima.
Si pensi che Marocco, Tunisia e Libia perdono ciascuno oltre mille
chilometri quadrati di terra produttiva ogni anno a causa della
desertificazione, o che in Egitto meta' della terra arabile irrigata soffre
di salinizzazione (e quindi diventa sempre meno produttiva) e in Turchia
160.000 chilometri quadrati di terra agricola subisce l'effetto
dell'erosione dei suoli.
La perdita di terre coltivabili non potra' che spingere popolazione agricola
a emigrare: su altre terre, se ve ne sono, o piu' probabilmente in citta', o
all'estero - in altre parole, il degrado delle terre coltivabili alimentera'
la pressione a emigrare.
Si sommi la desertificazione e erosione dei suoli all'innalzamento dei mari
e all'erosione delle coste - come in Louisiana, che perde circa 65
chilometri quadrati l'anno di costa "mangiata" dal mare, o come in Alaska,
dove centinaia di piccoli centri abitati sulle coste settentrionali sono a
rischio di franare nel mare artico via via che il permafrost (terreno
ghiacciato) si scioglie e la costa e' erosa da ondate sempre piu' forti: il
mare avanza di circa tre metri all'anno.
Si combini tutto questo alla frequenza crescente di uragani disastrosi. Il
risultato, dice l'istituto dell'Unu, E' 'un disastro in attesa', che creera'
ondate di migrazioni. L'Istituto cita un caso di migrazione ambientale
pianificata in anticipo: e' quello di Tuvalu, piccola nazione insulare del
Pacifico che ha firmato un accordo con la Nuova Zelanda perche' questa
accetti 11.600 dei suoi cittadini nel caso che l'innalzamento del livello
del mare sommerga parte del paese.
Insomma: il numero di persone costrette a muoversi per ragioni legate
all'ambiente si avvicina e potrebbe presto superare quelle che l'Onu chiama
"persone di cui preoccuparsi", a rischio (persons of concern): rifugiati e
sfollati all'interno del proprio paese a causa di conflitti, richiedenti
asilo, apolidi, in tutto oltre 19 milioni di persone secondo un calcolo
recente. Secondo la Federazione internazionale della Croce rossa e Mezzaluna
rossa, gia' oggi ci sono piu' persone sfollate da disastri ambientali che
dalle guerre. Per questo l'istituto diretto da Bogardi si batte perche' un
qualche trattato internazionale imponga alle nazioni di assistere e
proteggere anche i "rifugiati ambientali".

7. MAESTRE. HANNAH ARENDT: VERITA'
[Da Hannah Arendt, Verita' e politica, Bollati Boringhieri, Torino 1995, p.
76. Hannah Arendt e' nata ad Hannover da famiglia ebraica nel 1906, fu
allieva di Husserl, Heidegger e Jaspers; l'ascesa del nazismo la costringe
all'esilio, dapprima e' profuga in Francia, poi esule in America; e' tra le
massime pensatrici politiche del Novecento; docente, scrittrice, intervenne
ripetutamente sulle questioni di attualita' da un punto di vista
rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori' a New York nel
1975. Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali (quasi tutti
tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di seguito non diamo l
'anno di pubblicazione dell'edizione italiana, ma solo l'anno dell'edizione
originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima edizione 1951),
Comunita', Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano; Rahel Varnhagen
(1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961), Garzanti,
Milano; La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli,
Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita', Milano; postumo e incompiuto e'
apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una raccolta di
brevi saggi di intervento politico e' Politica e menzogna, Sugarco, Milano,
1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers (Carteggio 1926-1969.
Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con Mary McCarthy (Tra
amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975,
Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti vari e' Archivio
Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio Arendt 2.
1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta Responsabilita'
e giudizio, Einaudi, Torino 2004. Opere su Hannah Arendt: fondamentale e' la
biografia di Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt, Bollati Boringhieri,
Torino 1994; tra gli studi critici: Laura Boella, Hannah Arendt,
Feltrinelli, Milano 1995; Roberto Esposito, L'origine della politica: Hannah
Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 1996; Paolo Flores d'Arcais, Hannah
Arendt, Donzelli, Roma 1995; Simona Forti, Vita della mente e tempo della
polis, Franco Angeli, Milano 1996; Simona Forti (a cura di), Hannah Arendt,
Milano 1999; Augusto Illuminati, Esercizi politici: quattro sguardi su
Hannah Arendt, Manifestolibri, Roma 1994; Friedrich G. Friedmann, Hannah
Arendt, Giuntina, Firenze 2001. Per chi legge il tedesco due piacevoli
monografie divulgative-introduttive (con ricco apparato iconografico) sono:
Wolfgang Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1987, 1999;
Ingeborg Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv, Muenchen 2000]

Concettualmente, possiamo chiamare verita' cio' che non possiamo cambiare;
metaforicamente, essa e' la terra sulla quale stiamo e il cielo che si
stende sopra di noi.

8. MAESTRE. SIMONE WEIL: SE UNO SCONOSCIUTO
[Da Simone Weil, Quaderni. Volume IV, Adelphi, Milano 1993, p. 155 (ma
naturalmente, come sempre in Simone Weil, occorre leggere anche il seguito
del ragionamento di cui qui presentiamo l'incipit, che svolge il tema nelle
forme abissali che il suo sguardo non teme sostenere, nella presa
trascendentale che la sua voce, la sua mano offre. L'infinita bonta' di
Simone, e la sua inesorabile lucidita'). Simone Weil, nata a Parigi nel
1909, allieva di Alain, fu professoressa, militante sindacale e politica
della sinistra classista e libertaria, operaia di fabbrica, miliziana nella
guerra di Spagna contro i fascisti, lavoratrice agricola, poi esule in
America, infine a Londra impegnata a lavorare per la Resistenza. Minata da
una vita di generosita', abnegazione, sofferenze, muore in Inghilterra nel
1943. Una descrizione meramente esterna come quella che precede non rende
pero' conto della vita interiore della Weil (ed in particolare della svolta,
o intensificazione, o meglio ancora: radicalizzazione ulteriore, seguita
alle prime esperienze mistiche del 1938). Ha scritto di lei Susan Sontag:
"Nessuno che ami la vita vorrebbe imitare la sua dedizione al martirio, o se
l'augurerebbe per i propri figli o per qualunque altra persona cara.
Tuttavia se amiamo la serieta' come vita, Simone Weil ci commuove, ci da'
nutrimento". Opere di Simone Weil: tutti i volumi di Simone Weil in realta'
consistono di raccolte di scritti pubblicate postume, in vita Simone Weil
aveva pubblicato poco e su periodici (e sotto pseudonimo nella fase finale
della sua permanenza in Francia stanti le persecuzioni antiebraiche). Tra le
raccolte piu' importanti in edizione italiana segnaliamo: L'ombra e la
grazia (Comunita', poi Rusconi), La condizione operaia (Comunita', poi
Mondadori), La prima radice (Comunita', SE, Leonardo), Attesa di Dio
(Rusconi), La Grecia e le intuizioni precristiane (Rusconi), Riflessioni
sulle cause della liberta' e dell'oppressione sociale (Adelphi), Sulla
Germania totalitaria (Adelphi), Lettera a un religioso (Adelphi); Sulla
guerra (Pratiche). Sono fondamentali i quattro volumi dei Quaderni,
nell'edizione Adelphi curata da Giancarlo Gaeta. Opere su Simone Weil:
fondamentale e' la grande biografia di Simone Petrement, La vita di Simone
Weil, Adelphi, Milano 1994. Tra gli studi cfr. AA. VV., Simone Weil, la
passione della verita', Morcelliana, Brescia 1985; Gabriella Fiori, Simone
Weil, Garzanti, Milano 1990; Giancarlo Gaeta, Simone Weil, Edizioni cultura
della pace, S. Domenico di Fiesole 1992; Jean-Marie Muller, Simone Weil.
L'esigenza della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1994; Angela
Putino, Simone Weil e la Passione di Dio, Edb, Bologna 1997; Maurizio Zani,
Invito al pensiero di Simone Weil, Mursia, Milano 1994]

Se si ha fame, si mangia, non per amore di Dio, ma perche' si ha fame.
Se uno sconosciuto prostrato ai bordi della strada ha fame, bisogna dargli
da mangiare, anche se non se ne avesse abbastanza per se', non per amore di
Dio, ma perche' ha fame.
Questo significa amare il prossimo come se stessi.

==============================
LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 43 del 16 ottobre 2005

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