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La nonviolenza e' in cammino. 1088



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1088 del 19 ottobre 2005

Sommario di questo numero:
1. Gabriele Aquilina e Elena Dall'Acqua: Si'
2. Antonio Di Pietro: Si'
3. Donato Perreca: Si'
4. Patrizia Toia: Si'
5. Maria G. Di Rienzo: Una lettera da leggere quando hai tempo
6. Enrico Peyretti: La guerra, antitesi del diritto
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. 23 OTTOBRE. GABRIELE AQUILINA E ELENA DALL'ACQUA: SI'
[Ringraziamo Gabriele.Aquilina e Elena Dall'Acqua (per contatti:
gabriele.aquilina at tin.it) per questo intervento. Gabriele Aquilina e Elena
Dall'Acqua, impegnati nel movimento pacifista, per un'economia di giustizia,
per i diritti umani e la promozione della nonviolenza, sono tra gli
animatore dell'esperienza di "Narni per la pace"]

Anche noi vogliamo dare il nostro piccolo contributo al grande segno che
viene dal Brasile.
Mentre nel nord del mondo i governi vanno avanti con le loro guerre
"umanitarie", e i nostri movimenti per la pace e la giustizia sociale
sembrano spesso lontani dall'avere un impatto, se non marginale, sulle
politiche di questi governi, ancora una volta dall'America Latina ci viene
una ventata di novita'.
E' possibile opporsi alla violenza mettendo al centro il rispetto della
persona umana.
E' possibile impegnarsi perche' i principi della nonviolenza comincino ad
entrare nelle leggi dello stato.
Speriamo il 23 ottobre di festeggiare la vittoria del si' insieme con le
cittadine e i cittadini brasiliani, che hanno avuto il coraggio di tentare
questo importante passo avanti di civilta', nella direzione dell'"altro
mondo possibile" che vogliamo costruire insieme.

2. 23 OTTOBRE. ANTONIO DI PIETRO: SI'
[Ringraziamo Antonio Di Pietro (per contatti: dipietro at italiadeivalori.it)
per questo intervento. Antonio Di Pietro, gia' magistrato impegnato
nell'inchiesta "Mani pulite", poi senatore, ministro, attualmente
parlamentare europeo, e' presidente dell'"Italia dei Valori". Dal sito
dell'Unione riprendiamo la seguente notizia autobiografica: "Sono nato a
Montenero di Bisaccia (Campobasso) il 2 ottobre 1950. Risiedo a Curno, in
provincia di Bergamo. Sono sposato, ho tre figli e sono nonno. Da
adolescente, sono stato tre anni in seminario a Termoli e poi mi sono
trasferito a Roma, ove nel 1968 mi sono diplomato perito tecnico in
telecomunicazioni. Ho poi fatto il militare in fanteria a Chieti. A 21 anni
sono emigrato in Baviera (Germania) per lavorare dapprima in una catena di
montaggio di un'industria metalmeccanica e successivamente in una segheria.
Nel 1973, dopo aver vinto un concorso statale al Ministero della Difesa,
sono tornato a lavorare in Italia come impiegato civile dell'Aeronautica
Militare. Contestualmente ho ripreso gli studi e nel 1978 mi sono laureato
in giurisprudenza presso l'Universita' Statale di Milano. Nel 1979, a
seguito di pubblico concorso, ho assunto le funzioni di segretario comunale
in alcuni comuni del comasco. Nel 1980, sempre a seguito di pubblico
concorso, sono diventato commissario di polizia ed ho operato nel IV
distretto di Milano, quale responsabile della polizia giudiziaria. Nello
stesso anno ho conseguito l'abilitazione di procuratore legale per
l'esercizio della professione forense. Nel 1981 ho vinto il concorso per
entrare in magistratura e, dopo il periodo di praticantato, sono stato
assegnato alla Procura di Bergamo con funzioni di sostituto procuratore. Nel
1985 sono stato trasferito, a mia richiesta, alla Procura di Milano sempre
con le funzioni di sostituto procuratore e qui mi sono occupato
prevalentemente di inchieste riguardanti la criminalita' organizzata ed i
reati contro la pubblica amministrazione (tra cui, significativamente,
l'inchiesta Mani Pulite). Nel 1989 sono stato nominato consulente per
l'informazione dal Ministero di grazia e giustizia. Nel 1995, lasciata la
magistratura, ho conseguito la cattedra di Diritto penale dell'economia
presso il Libero istituto universitario "Carlo Cattaneo" (Liuc) di
Castellanza (Varese). Sempre nel 1995 sono stato nominato consulente della
Commissione parlamentare stragi ove sono stato relatore sui fatti criminali
commessi dal 1987 al 1994 dalla cosiddetta "Banda della Uno bianca". Nel
maggio dello stesso anno, sono stato nominato consulente anche della
"Commissione parlamentare d'inchiesta sull'attuazione della politica di
cooperazione con i paesi in via di sviluppo". Il 26 novembre 1995 ho
ricevuto la laurea honoris causa dalla Facolta' di giurisprudenza
dell'Universita' Democritus di Tracia (Grecia). Nel maggio 1996 sono stato
nominato ministro dei lavori pubblici del governo Prodi. Dal novembre 1997
al 2001 sono stato senatore della Repubblica, eletto nella circoscrizione
del Mugello. Dal giugno 1999 sono parlamentare europeo, incarico che ricopro
tutt'ora. In tale ambito ho svolto e svolgo funzioni di presidente di
delegazione del Parlamento europeo dapprima per le relazioni con il Sud
America, poi per l'Asia centrale ed ora per il Sudafrica. Nel 1998 sono
stato tra i promotori del movimento "Italia dei Valori". Nel 2000 ho fondato
il partito "Italia dei Valori", di cui attualmente sono presidente
esecutivo. "Italia dei Valori" fa parte della coalizione dell'Unione, della
quale condivide i principi ispiratori e gli obiettivi"]

Dico si', come presidente di una forza politica per cui la pace e' valore
fondamentale di riferimento.
Dico si' come deputato al Parlamento europeo che crede fermamente che la
fratellanza tra i popoli sia possibile.
Dico si' come uomo, padre di famiglia e nonno.
Dico si' ad un sogno.
*
Non so quanto sia tecnicamente realizzabile questa meravigliosa idea di un
mondo senza armi, ma e' certo che ancora una volta il Brasile, questo
straordinario paese dove le contraddizioni sono tanto estreme, ha il
coraggio di porsi questa domanda ed interrogando se stesso, con il
referendum del 23 ottobre, interroga il mondo, ed ognuno di noi.
Ogni giorno assistiamo, spesso impotenti, al consumarsi di tragedie che sono
fuori dal nostro controllo, ma tante, tante altre sofferenze, violenze,
ingiustizie che vedono sempre le armi quali indiscusse protagoniste, non
sono fenomeni ineluttabili che forzatamente dobbiamo subire.
Al contrario, sono situazioni, sia pur estremamente complesse, che possiamo
cercare di evitare, governare, migliorare,  indirizzare.
E' compito delle donne e degli uomini, della politica, dei principi e dei
valori che difendono, operare scelte coerenti e decidere che tipo di mondo
vorremmo costruire, insieme.

3. 23 OTTOBRE. DONATO PERRECA: SI'
[Ringraziamo Donato Perreca (per contatti: donato.rossi at alice.it) per questo
intervento. Donato Perreca, costruttore di pace, amico della nonviolenza,
persona mite che con la parola umile e saggia, col gesto fraterno e con
l'esempio buono rende miti quanti incontra, e' persona di profonda
spiritualita' e forte e rigoroso impegno religioso, morale e civile]

Una cosa importanta da dire e' questa.
Se l'essere umano fosse null'altro che un essere naturale che vive nella
natura e non puo' uscire da essa, come un meccanismo predeterminato, ammesso
che esista una tale possibilita', prigioniero della necessita' e di se
stesso, gli assassini, i ladri, i violentatori, i banditi, le guerre
farebbero parte di questa natura necessitata, come i terremoti, gli uragani,
la caduta di meteoriti, ed altre catastrofi naturali. Ed anche i mezzi per
opporsi a queste cose avrebbero la forma della necessita' e del dolore.
Ma se l'essere umano non rifiuta Dio, se crede nella possibilita' e nella
realta' della liberazione, se crede di essere persona vivente a cui e'
concessa la possibilita' di  avere coscienza e di essere libero
nell'universo, e di avere da questa coscienza e da questa liberta' una gioia
cosi' grande da desiderare di vivere in esso in una felicita' senza fine,
allora questa violenza non e' per sempre, e puo' finire quando l'essere
umano lo vuole, a partire da ora con un processo graduale o istantaneo,
secondo quanto egli stesso crede alla verita', parola di Dio, che risuona
nel mondo da sempre.
*
Noi stessi abbiamo voluto essere vittime della natura, agenti in base a
"leggi" indagate dalle scienze, ma come? Un'idea e' che le "scienze
dell'uomo" sono contro l'uomo (mentre le scienze "della natura" sono a
favore dell'uomo).
In questo senso nell'epoca attuale l'oppressione dell'uomo, come la
possibilita' della liberazione, e' prodotta dalle ideologie e dagli
strumenti culturali che le veicolano, sociologia, psicologia, psichiatria,
scienze politiche, economia politica, eccetera, ed i mezzi di comunicazione
di massa (radio, giornali, televisione, cinema, internet...), con le
organizzazioni sociali, chiese, sindacati, partiti, stati, associazioni
umane diverse che se ne servono o/e le servono e operano in questo ambiente
cognitivo.
Contro questa situazione di oppressione e di alienazione le pistole non
servono a nulla, evidentemente, neanche per conseguire quella liberta'
momentanea che la forza puo' ottenere, neanche per difendere la stessa.
*
Rifiutando di credere a Dio l'uomo si trova in una situazione bloccata, in
cui il ricorso alla violenza (alla forza) sembra ineliminabile per quanto
palesemente vano e illusorio, come e' sempre stato, fonte comunque di
ingiustizie, e tutte le leggi e conoscenze cui accennavo prima producono con
grandissimi e tortuosi sforzi miglioramenti piccoli e non definitivi, nel
continuare delle sofferenze e delle vittime.
Tutta la pace cosi' conquistata e' sempre in pericolo e in un attimo puo'
scatenarsi un odio divorante, incomprensibile, che acceca interi popoli, e
che puo' distruggere il mondo intero. C'e' da chiedersi se i mezzi adoperati
per cercare la pace non mettano le basi per nuovi conflitti.
*
L'illusione tuttavia puo' essere vinta.
Questa e' la promessa di Dio.
Si puo' descrivere  questo processo di liberazione come la creazione e la
distruzione di una serie di simboli e di miti e di mondi mitici, di
contenuto via via piu' libero e piu' ricco, che cadono dopo essere stati
utilizzati come piattaforma per il passaggio successivo, per la crescita
morale e psicologica, fino alla scomparsa di tutti i miti e alla
manifestazione della realta', all'apparire di Dio, Dio delle cose cosi' come
sono...
Il nostro respiro, il funzionamento delle cellule, il cuore, la mente, la
pelle e le ossa, i miliardi di miliardi di stelle e corpi celesti per tutto
l'infinito, e l 'essere vivi su questo pianeta. Dov'e' il male ? Dov'e' la
possibilita' del male? Dov'e' la possibilta' di non amare?
Questo e' l'augurio che voglio fare alle sorelle e ai fratelli brasiliani in
occasione del referendum per il disarmo.
Il Brasile avra' un destino di gloria, come tutta l'umanita'.

4. 23 OTTOBRE. PATRIZIA TOIA: SI'
[Ringraziamo Patrizia Toia (per contatti: ptoia at europarl.eu.int) per questo
intervento. Patrizia Toia e' nata il 17 marzo 1950 a Pogliano Milanese
(Milano); laureata in scienze politiche all'Universita' degli Studi di
Milano con una tesi sull'automazione nella pubblica amministrazione;
frequenta, dopo la laurea, corsi di specializzazione in pianificazione
strategica all'Universita' Bocconi. Fino al 1985 e' dirigente del servizio
programmazione della Regione Lombardia. Dal 1985 al 1995 e' consigliere
regionale in Lombardia, con incarichi di giunta in diversi periodi:
assessora al coordinamento per i servizi sociali, assessora alla sanita',
assessora al bilancio. Dal 1995 in parlamento, prima alla Camera dei
Deputati, poi al Senato della Repubblica; dal 1996 al 1999 e'
Sottosegretario al Ministero degli affari esteri; e' poi Ministro per le
politiche comunitarie e, nell'aprile 2000, Ministro per i rapporti con il
parlamento; dopo le elezioni del 2001 e' nuovamente eletta al Senato della
Repubblica e ricopre la carica di vicepresidente della Commissione
straordinaria per i diritti umani. Dal 2004 e' parlamentare europea]

Credo che, su una questione cosi' importante, che riguarda il futuro non
solo del Brasile, ma quello di tutti i paesi dell'America Latina e del mondo
intero, sia necessario spendere parole chiare e prendere una posizione
determinata.
Il referendum del 23 ottobre, promosso per proibire il commercio delle armi
da fuoco, e' una straordinaria opportunita' per fare un passo avanti verso
alte forme di civilta' e democrazia.
Vorrei partire dai numeri che, meglio di ogni altra considerazione, fanno
capire il contesto in cui il referendum si tiene. Una veloce ricerca mi ha
consentito di sapere che:
- in Brasile circolano 18 milioni di armi da fuoco, piu' della meta' non ha
registrazione regolare. Tra il 1990 e il 2000, hanno causato 266.000 morti,
ovvero il 24% di tutte le morti causate da cause esterne non naturali;
- le armi da fuoco sono la prima delle cause di morte di giovani in Brasile;
- ogni giorno tre bambini sono feriti da pallottole in Brasile, di cui due
per un colpo accidentale;
- nel 2002, la sanita' pubblica in Brasile ha speso tra i 45 e i 55 milioni
di euro per curare feriti da armi da fuoco.
Basterebbero queste cifre per rendersi conto dell'importanza di recarsi alle
urne domenica 23 ottobre, votare e mettere fine a una piaga, quella del
commercio delle armi, che dilania uno dei pochi paesi non in guerra in cui
si muore piu' a causa delle armi che per incidenti stradali.
Recenti inchieste rivelano che due brasiliani su tre appoggiano le ragioni
promosse dal referendum ed e' proprio questa grande voglia di disarmo che
sta "contagiando" tutto il paese, che deve essere il punto di partenza per
ottenere una grande vittoria.
*
Personalmente, non posso che cogliere l'occasione per esprimere il mio
rifiuto categorico e il mio sdegno di fronte all'utilizzo e al commercio
delle armi da fuoco, e ribadire la mia convinzione che la nonviolenza sia
l'unica strada certa da seguire.
E' significativo, a questo proposito, che il Brasile cerchi di contrastare
la violenza affidandosi allo strumento di democrazia per eccellenza, il
referendum. La repressione non puo' e non deve bastare. Solo forti politiche
sociali possono farci sperare in un Brasile, e in un mondo, migliore.
Al di la' del referendum brasiliano, occorre una profonda riflessione
generale, su scala europea e mondiale, sul problema del commercio delle armi
e sulle sue devastanti conseguenze, soprattutto perche' sottrae moltissime
risorse economiche che potrebbero piu' opportunamente essere dedicate alla
promozione dello sviluppo nelle aree piu' arretrate.
Proprio pochi giorni fa, in occasione del sessantesimo anniversario della
fondazione della Fao, il nostro presidente della Repubblica Carlo Azeglio
Ciampi ha pronunciato parole molto toccanti in proposito, quando ha
affermato che "una societa' che spende centinaia di miliardi in armamenti e
consente che ogni anno muoiano di fame cinque milioni di bambini e' una
societa' malata di egoismo e di indifferenza". Sono parole, queste, di cui
tutti dovremmo fare tesoro.
Confermo la mia costante disponibilita' ad appoggiare le iniziative su
questo tema.

5. UMANITA'. MARIA G. DI RIENZO: UNA LETTERA DA LEGGERE QUANDO HAI TEMPO
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questa lettera. Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici di
questo foglio; prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista,
regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche
storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica
dell'Universita' di Sidney (Australia); e' impegnata nel movimento delle
donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei
diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di
Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra
Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne
nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005]

Caro ...,
lascia che ti racconti una storia, perche' sono stata incaricata di portarti
dei saluti.
Il 13 ottobre e' nata la seconda bambina di una mia cara amica. I suoi
genitori volevano un nome che contenesse un augurio di pace, e cosi' questa
piccina si chiama Iris. La mia preghiera per lei e' stata che la terra
l'aiutasse a mettere radici in tutto cio' che e' buono, che l'aria la
tenesse in sicurezza fra le sue braccia di nuvola, che il fuoco facesse
risplendere la sua fiamma interiore e che l'acqua la sostenesse e la
nutrisse con l'esempio della sua pazienza e della sua forza. Ma mentre
facevo questo, sono incappata in quello che Kurt Vonnegut avrebbe chiamato
un "cronosisma". Ho visto la neonata spalancare gli occhi, trasformarsi in
una donna adulta dal volto severo e addolorato. Pure, ha piantato il suo
sguardo nel mio con una dolcezza attenta, come quando si pianta un seme.
*
"Come avete potuto essere cosi' ciechi, nella tua epoca?", mi ha chiesto a
bruciapelo. "Io vivo nel 2050, dopo le grandi guerre per l'acqua, ma quando
tu vivevi esse potevano essere evitate. Sapevate che piu' del 25% della
popolazione globale sarebbe vissuta in paesi dove l'acqua sarebbe stata
sempre piu' scarsa, e sapevate che il surriscaldamento del pianeta stava
peggiorando la situazione. Nel 2005, l'anno in cui io nacqui, l'ex
segretario dell'Onu Boutros Boutros-Ghali disse per l'ennesima volta che la
prossima guerra in Medio Oriente sarebbe stata combattuta per l'acqua, non
per il petrolio. Perche' non avete fatto nulla?
E ascolta: ricordi le Maldive, e Tuvalu che fu per breve tempo completamente
sommersa nel 2004? Queste isole sono annegate, scomparse. Il
surriscaldamento globale ha sciolto i ghiacciai ed ha innalzato il livello
del mare, e questo innalzamento sta continuando tuttora e andra' avanti
ancora per secoli, perche' nell'anno in cui io nacqui era iniziato lo
scioglimento anche delle calotte polari.
L'Amazzonia ed il Borneo sono diventate per la maggior parte aride e molte
loro foreste sono bruciate. L'Europa del nord e' invece molto piu' fredda,
perche' lo scioglimento delle calotte polari impedisce il crearsi della
Corrente del Golfo inviando acqua fredda nell'Atlantico del nord.
Gli oceani sono acidi e tutto cio' da cui dipendeva la vita in essi e'
morto: plancton, molluschi, banchi di coralli. E questi oceani morti
ribollono di calore, e gonfiano tifoni ed uragani che colpiscono ovunque.
E lascia che ti parli dell'Africa, gia' martoriata dalle guerre. Man mano
che le fattorie si trasformavano in deserti a causa dei periodi di siccita'
sempre piu' frequenti, milioni di persone cercavano di lasciare i loro
paesi, in cerca di cibo, e venivano umiliati e respinti ovunque andassero.
Voi lo sapevate. Era gia' cominciato.
E dimmi dell'Italia, paese che ci avete consegnato umiliato, impoverito,
involgarito in ogni aspetto della vita civile e democratica, pieno di un
rancore tanto piu' feroce perche' basato sulla superficialita' e
l'ignoranza. Dimmi di questo paese che era crudele con i deboli e servile
con i potenti".
*
Cara nipote, ho detto, a tutta prima mi verrebbe da risponderti che sono
felice di non esistere piu' in un mondo siffatto, per poi ritirarmi in
fretta, piena di vergogna, nella regione spettrale dalla quale mi hai
evocato.
Ma tu hai ragione.
Anche se sono morta ti devo una risposta migliore di questa.
Ti parlero' allora del perche' non abbiamo fatto nulla, o abbiamo fatto
poco, nel posto che conosco meglio, e in cui tu come me sei nata.
Molti italiani del 2005, cara Iris, erano molto piu' interessati alla
propria sopravvivenza e al proprio svago, che all'ambiente o alle istanze
relative ai diritti umani, civili o democratici. Drogati da televisione e
telefonini, volevano solo che gli si permettesse di vivere tranquilli.
C'e' da dire pero' che la loro partecipazione democratica veniva percepita
come una noia, una seccatura o un imbroglio non solo da loro stessi. La
societa' civile veniva invocata dai politici a loro comodo, e rigettata non
appena si mostrava.
Il quadro della distruzione dei movimenti era desolatamente ripetitivo:
cooptazione (ne facevamo assessori un paio), formazione di liste elettorali
autonome (in cui ci si scannava sulla "testa di lista" e sulla perduta
"purezza"), attribuzione a loro ed altri dei fallimenti elettorali (era
colpa dei "girotondi", dei documentari, della satira).
Per indurre le persone ad accettare i ruoli imposti, gli si davano vari tipi
di "bromuro culturale" che li mantenevano docili, fra cui un'informazione
drogata e mete ed eroi triviali o assurdi; battendo sul tasto della paura e
dell'avidita', gli si insegnava il "patriottismo" necessario per armarsi e
uccidere in nome degli interessi, della sicurezza, della sopravvivenza del
proprio paese.
Perche' chi era al potere ci rimanesse, e le corporazioni economiche
potessero mantenere i loro vantaggi, a questa gente si dava un nemico, di
modo che ogni forma non democratica di governo e di legislazione fosse
percepita non solo come piu' efficiente, ma come inevitabile e giusta.
*
E anche chi metteva in questione tale stato di cose sembrava vivere nel
mondo delle fiabe, e ripeteva gli stessi cliche' e gli stessi slogan
persino quando questi venivano smentiti dall'esperienza diretta: costoro si
aggrappavano ossessivamente ai loro miti, senza riconoscerli per tali.
Dicevano: "La gente vuole stabilita'. Non possiamo cancellare tutte le leggi
della destra, bastera' emendare qui e la'". Intanto i legislatori, ben piu'
preoccupati dei propri affari e della propria rielezione che del futuro del
pianeta, si dimostravano incapaci, completamente privi del senso del loro
servizio alla comunita', asserviti ad interessi dei gruppi di potere
economico e spalmati a tappeto sulla politica guerrafondaia statunitense.
Dicevano: "Dobbiamo batterli sul loro stesso terreno e riformare". E cosi'
assistemmo alla distruzione della Costituzione e dei diritti democratici,
quasi non sapessimo piu' che farcene.
Dicevano: "La politica la fanno i politici. Loro sanno quello che fanno,
sono li' apposta". Una menzogna che la maggior parte della gente accettava
con gratitudine, giacche' permetteva loro di restare politicamente inattivi
e non li costringeva a pensare e ad agire. Eravamo governati/e da un mucchio
di sciocchi e furfanti benestanti, socialmente prominenti e laureati: ma
restavano degli sciocchi e dei furfanti, e prendevano decisioni per il resto
di noi.
Dicevano: "Ma abbiamo il diritto di parola". Si', con la maggioranza dei
giornali, delle reti televisive e radiofoniche di proprieta' di gruppi
economici o sotto il controllo del governo (che guarda caso assai spesso
facevano capo alla stessa persona); il resto dipendeva dalla pubblicita' per
sopravvivere e accordava le vele al vento, oppure si trattava di
pubblicazioni alternative che lottavano con ancora maggiori difficolta'
finanziarie e che in ogni caso raggiungevano segmenti assai ristretti di
pubblico.
*
Dicevano: "Dobbiamo combattere il terrorismo". In effetti, non ne avevamo
mai avuto tanto bisogno. Del terrorismo, intendo. Senza questo nemico
indistinto non ci sarebbero state scuse per l'invio di soldati italiani in
guerra alla faccia della Costituzione, per il bilancio del Ministero della
Difesa, per i profitti delle industrie correlate (belliche, affittuari di
"contractors", ecc.). Inoltre, era molto bello poter biasimare il
nemico/terrorismo per ogni cosa che andasse storta o quando un altarino si
scopriva, inchiodando il politico di turno alle proprie responsabilita': si
poteva sempre urlare che c'era la guerra santa e stornare l'attenzione.
Di converso, ogni idiota aspirante alla gloria e al potere poteva indicare
il proprio nemico come l'altrettanto indistinto "imperialismo americano" e
formare il proprio gruppo di combattenti.
La cosa interessante di quest'arrangiamento e' che non solo permetteva ai
due contendenti (governi e gruppi terroristici) di forzare la sottomissione
nei propri popoli per le soverchianti necessita' della guerra, ma consentiva
anche di accusare chiunque non fosse d'accordo dei peccati mortali di
"scarso patriottismo" o di "infedelta' religiosa" o di "tradimento del
movimento", grazie ai quali saremmo stati/e consegnati/e alla barbarie del
nemico.
*
Dicevano: "La Costituzione puo', deve essere adattata ai tempi, al
federalismo, alle riforme, eccetera". A dimostrazione che quando si
raggiungono le leve decisionali, non abusare del proprio potere e'
impossibile? Mi chiederai tu.
Ed io in verita' non so dirti a che titolo pensassero di poter alterare il
patto fra cittadini e cittadine senza consultare i diretti interessati e le
dirette interessate.
Chi scrisse la Costituzione vergo' un documento bilanciato e intelligente,
teso anche a far si' che nessuno potesse occupare il centro della scena
politica da solo, senza mediazioni o negoziazioni. A poco a poco, questo
documento venne eroso da destra e da sinistra, sino a risultare di volta in
volta sospeso, invalidato, annacquato al punto da risultare privo di senso.
Distruggere la Costituzione e' lo scopo non dichiarato di chiunque desideri
il potere assoluto, il dominio. Per lavare i cervelli dell'opinione
pubblica, affinche' non si accorgesse di questo, si invocavano la moralita',
la religione, la sicurezza nazionale, ossia quelle "vacche sacre" che i
rappresentanti dell'opposizione avevano troppo paura di mettere in
discussione.
*
Per cui, che facevamo, nipote mia?
Ci lamentavamo. Ci lamentavamo della corruzione, dell'ineguaglianza, delle
illegalita' condonate o promosse per legge, dei disastri ambientali (oh,
cosi' confortevolmente distanti!), ma sotto sotto speravamo che qualcosa
dello scandaloso banchetto, una briciola, un beneficio, cadesse su di noi,
per ingozzare la nostra avidita' e sopire la nostra paura.
Non devi credere pero' che fra noi non ci fosse anche gente che questo lo
aveva capito, che lottava in ogni direzione per sanare i guasti e per
fermare le sofferenze.
Per lo piu' era invisibile alla massa. Faceva il suo lavoro di opposizione
al dominio quietamente, con devozione, con amore, con compassione, con
tenacia.
Io ne ho conosciute parecchie, di queste persone. Di altre sentivo parlare,
o leggevo le loro storie. Erano semplicemente umane, e percio' mi hanno dato
speranza nell'umanita', Iris, e l'energia necessaria a continuare a vivere.
*
Ora parla tu, che nel 2005 fosti per me la bimba dell'arcobaleno, dimmi tu
cosa posso fare di meglio, e di piu', e di diverso, per far si' che il tuo
futuro e il futuro degli altri bimbi di questo mondo non sia un incubo.
"Di' alle persone di cui parli che continuino a fare cio' che fanno e che il
loro esempio ne convincera' altre, mi ha risposto Iris sorridendo, Di' loro
che insieme possono riuscire. Quello che ti ho narrato e' solo uno scenario
possibile, ma non e' inevitabile. Tu continua a scrivere, zia. E salutami
...".
Cosi' ho fatto, amico mio.

6. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: LA GUERRA, ANTITESI DEL DIRITTO
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per averci
messo a disposizione il testo della sua relazione al convegno su "I diritti
negati dai conflitti" svoltosi il 7 ottobre 2005 a Torino per iniziativa del
gruppo consiliare dei verdi per la pace alla Regione Piemonte. Enrico
Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di questo foglio, ed uno
dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di
nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con
altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio",
che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi
"Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research
Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi
per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della
rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro
Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e
del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie
prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; e' disponibile nella rete telematica la
sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia
storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente
edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il
principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha
curato la traduzione italiana), e una recente edizione aggiornata e' nei nn.
791-792 di questo notiziario; vari suoi interventi sono anche nei siti:
www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e alla pagina web
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu' ampia
bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15
novembre 2003 di questo notiziario]

"La guerra e' l'antitesi del diritto" (Norberto Bobbio, Il problema della
guerra e le vie della pace,  quarta edizione, Il Mulino, Bologna 1997, pp.
59 e 66).

1. La guerra e' l'antitesi del diritto.
Qui diritto va inteso sia 1) come ordinamento, sia 2) come diritti umani.
1) "Silent in bello leges", dicevano gli antichi, citati da Erasmo. Inoltre,
oggi, la guerra e' chiaramente illegale per la Costituzione italiana e per
la Carta dell'Onu, e non puo' mai venire legalizzata.
Chi promuove la guerra e' criminale internazionale. L'art. 51 della Carta
dell'Onu e l'art. 52 della nostra grande Costituzione, combinati, ammettono
la difesa armata da aggressioni militari, purche' con immediato deferimento
al Consiglio di Sicurezza. Le azioni armate dell'Onu possono essere azioni
di polizia, ma non di guerra. La differenza non e' verbale, ma sostanziale,
come la differenza tra forza, che costruisce, e violenza, che distrugge. La
polizia, quando agisce legalmente, riduce la violenza, mentre la guerra di
natura sua l'accresce, perche' la guerra premia solo il piu' violento, non
chi ha ragione e diritto.
L'Onu non puo' ne' fare ne' autorizzare alcuna guerra, perche' e' istituita,
come dice il Preambolo della Carta, per "salvare le future generazioni dal
flagello della guerra". Lo scopo primo ed essenziale dell'Onu, del nuovo
diritto internazionale di pace, e' l'abolizione storica della guerra.
La Costituzione italiana implica un movimento verso il superamento non solo
dell'aggressione, ovviamente, ma anche della difesa con mezzi militari:
"L'Italia ripudia la guerra [...] come mezzo di risoluzione delle
controversie internazionali", art. 11. Per l'art. 52, come ha sentenziato
chiarissimamente la Corte Costituzionale (sent. 164/85), la difesa non e'
soltanto militare, ma anche non armata, cioe' coi mezzi della nonviolenza
attiva: se e' "sacro dovere" di ogni cittadino e cittadina, senza alcuna
distinzione tra abili e non abili alle armi, allora la difesa della Patria
deve adempiersi anche con tutti i mezzi leciti ed efficaci, non militari. Il
monopolio militare della difesa, ancora fisso nella mente dei piu', in tutte
le culture politiche ufficiali, e' ufficialmente spezzato. La legge 230/98,
all'art. 8, impegna lo Stato a "predisporre [...] forme di ricerca e di
sperimentazione di difesa civile non armata e nonviolenta". Un Comitato
consultivo e' stato istituito nel 2004, ma la sua attivita' sembra essersi
arenata.
2) Quanto ai diritti umani, la guerra e' essenzialmente ricatto violento
mediante minaccia e offesa ai diritti (vita, liberta', beni vitali) delle
persone, per imporre al vinto la volonta' del piu' violento (von
Clausewitz). L'esito di ogni guerra e' totalmente estraneo a ragione e
diritto: premia il piu' violento, e' la solennizzazione della totale
irrazionalita' e ingiustizia. Nessuna guerra puo' essere giusta. Bisogna
rinnovare radicalmente il pensiero. Non vale portare l'esempio della seconda
guerra mondiale, imposta da Hitler alle democrazie: essa divenne errore
necessario a causa dei ritardi e delle complicita' culturali e politiche
delle democrazie col nazismo. Nessuna guerra, nemmeno quando sventa un
pericolo grandissimo, merita glorificazione. La Resistenza al nazifascismo
in Italia e in Europa, fu lotta giusta nei fini, nei mezzi fu anche spesso
nonviolenta, e, nell'uso delle armi, dipese dalle conoscenze del tempo, e
certo non potrebbe oggi, in una situazione simile, essere condotta in forme
militari (si veda Jacques Semelin, Senz'armi di fronte a Hitler, Sonda,
Torino 1993, e la bibliografia Difesa senza guerra, indicata piu' sotto).
Difendersi con la guerra e' collaborare alla guerra: si veda di nuovo cio'
che scriveva Gandhi agli inglesi sotto attacco nazista il 7 luglio 1940
(Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino 1996, pp. 248-251). E'
utile anche vedere la tesi, sempre meno paradossale, per la quale Hitler ha
vinto la seconda guerra mondiale (nel mio libro Dov'e' la vittoria?, Il
Segno dei Gabrielli editore, 2005, pp. 67-70, e ora, piu' a fondo, Walter
Graziano, Hitler ha vinto la guerra, Arcana, 2005).
*
2. Qual e' l'antitesi della guerra?
E' necessario cercare l'antitesi e l'antidoto, proprio quando, come oggi, si
vuol fare apparire la guerra come l'unico mezzo possibile e necessario
contro il terrorismo. Guerra e terrorismo sono due facce della stessa moneta
(falsa) e si causano reciprocamente, in una relazione di reciproca
imitazione.
Non si puo' essere contro la guerra senza un programma costruttivo
alternativo nella gestione dei conflitti. Qui e' tutta la fatica e l'impegno
dei movimenti anti-guerra pacifisti. Qui e' anche la loro insufficienza,
quando si limitano al pacifismo senza costruire cultura e politica
nonviolenta.
La nonviolenza attiva include ma supera il pacifismo, non opera solo contro
la guerra, ma sulle radici strutturali, culturali, spirituali della
violenza, con la ricerca, l'educazione, l'azione.
E' ormai classica la distinzione della violenza in violenza diretta,
strutturale, culturale. Questa tripartizione procede dalla maggiore
visibilita' e ripugnanza alla maggiore invisibilita', occultamento, gravita'
e profondita'. In un certo senso, la guerra e' la violenza meno grave! Fa
piu' numerose vittime l'economia violenta (violenza strutturale) che la
guerra. La cultura conflittualista, l'antropologia hobbesiana, l'ideologia
della competizione senza pieta' (violenza culturale) sono causa e
giustificazione della rapina economica e della guerra. La guerra chiude il
cerchio difendendo la rapina strutturale e il dominio ideologico sulle
menti.
Questa tripartizione procede dal rifiuto piu' facile (della guerra) al
rifiuto piu' difficile, quello della accettazione passiva piu' frequente
(dell'ingiustizia e della ideologia violenta). Cosi' e' piu' facile
resistere e opporsi a una dittatura aperta che a una democrazia violenta e
bellicosa. Ma quella che bisogna sviluppare e' l'opposizione piu' difficile
e piu' importante. L'impegno deve essere crescente, sulla seconda e sulla
terza violenza piu' ancora che sulla guerra.
*
3. L'antitesi della guerra e' il diritto
Parliamo sia del diritto oggettivo, l'ordinamento, violato dal crimine dalla
guerra, come abbiamo gia' visto, sia - ora qui - del  diritto sussistente e
vivente nella persona umana inviolabile, anche quando e' avversaria, anche
quando e' colpevole. Il diritto della persona e' limite e regola e controllo
del potere conferito democraticamente. E' regola di gestione e soluzione dei
conflitti, che impone di escludere i mezzi distruttivi. E' il diritto di
partecipazione culturale e politica, non unicamente istituzionale, di ogni
cittadino e cittadina, affinche' la politica, finora sposata
indissolubilmente alla guerra, obbedisca ad una societa' che "ripudia" la
guerra, cioe' che spezza quel nefasto matrimonio. Il "quarto potere", la
libera opinione pubblica che si esprime nei liberi mezzi di comunicazione,
e' il diritto dei cittadini ad esercitare un potere di controllo sugli
stessi poteri politici democratici, per integrare e correggere le violazioni
dei diritti umani, possibili e storicamente avvenute, anche nelle democrazie
(vedi Ignacio Ramonet e altri, nel mio resoconto del convegno "Etica e
comunicazione", Venezia, primo ottobre 2005, ne "La nonviolenza e' in
cammino" n. 1084, del 15 ottobre 2005
http://lists.peacelink.it/nonviolenza/maillist.html ).
*
4. I diritti, negati nel conflitto violento, sono affermati ed esercitati
nei conflitti nonviolenti e giusti.
Contro l'uso confuso corrente, "conflitto" non e' sinonimo di "guerra": puo'
essere violento o nonviolento. La nonviolenza, infatti, e' concetto
positivo, nonostante l'apparenza del termine italiano. Essa e': 1)
non-offendere (a-himsa); 2) ma di piu' e' in-dipendenza interiore dalla
cultura violenta; 3) e' lotta con forza non offensiva, col satyagraha, cioe'
la forza interiore, dell'anima, dell'attaccamento al vero e giusto in quanto
li conosciamo; 4) e' comunque sempre, anche in caso di insuccesso,
testimonianza di un'altra possibilita', diversa dalla regola della violenza,
ed esperienza preziosa per le lotte successive.
Il conflitto nonviolento e' la lotta ai poteri ingiusti costruendo giustizia
con i soli mezzi giusti: la disobbedienza civile responsabile e la
resistenza all'ingiustizia, pagando il prezzo della lotta. Ogni potere,
anche violento, dipende essenzialmente dall'essere obbedito (teoria di
Etienne de la Boetie nel '500, oggi di Gene Sharp, ma gia' apparsa in
Aristotele), percio' i popoli, nella misura in cui ne diventano consapevoli,
hanno la possibilita' invincibile di smontare con la resistenza e la
disobbedienza civile, senza violenza, ogni potere ingiusto (esempio storico
maggiore, fra i tanti anche recenti, le rivoluzioni nonviolente nell'Est
Europa del 1989). Il prezzo da pagare e' sempre minore in sofferenze e
maggiore in dignita', non e' pesante e vergognoso come il prezzo della lotta
violenta.
La lotta giusta nonviolenta afferma, nell'atto di esercitarli: 1) i diritti
delle persone; 2) le regole che a) limitano il potere ristretto e b)
sviluppano il "potere di tutti"; 3) esperienze e metodi di gestione non
distruttiva ma costruttiva delle differenze e tensioni inevitabili ed anzi
vitali nella societa' umana.
*
5. Il tempo della guerra e' il tempo della nonviolenza
Il Novecento, secolo della massima violenza, e' anche il secolo che ha visto
lo sbocco politico della nonviolenza, da virtu' morale personale a virtu',
sapienza ed efficacia politica. Jacques Ellul ha potuto dire che "La nostra
non e' affatto l'eta' della violenza, e' l'eta' della consapevolezza della
violenza" (Contre les violents, Le Centurion, Wien 1972, p. 7). Questa presa
di coscienza non rassegnata alla violenza, nonostante la vasta pratica
attuale, scopre, con un'altra lettura della storia, demistificante e
rivelatrice, che la nonviolenza non e' soltanto un'utopia, ma ha una storia
reale, spesso ignorata e occultata: ho raccolto una molto ampia bibliografia
storica delle lotte nonviolente, in
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti .
Che fare per una politica nonviolenta positiva? Io non sono un politico
operativo, penso di vedere un poco gli obiettivi, ma siete voi che sapete
camminare. C'e' una vera funzione cooperativa e di uguale importanza tra il
lavoro di avvistamento del mozzo sull'albero della nave, e del timoniere a
guidarla.
Ricordo schematicamente alcuni punti politici che mi sembrano di primaria
importanza:
- Transarmo: trasformazione dell'armamento da offensivo, come e' ora, a
strettamente difensivo. Il Nuovo Modello di Difesa (Nmd), del '91, seguito
alla fine della guerra fredda, portato avanti da tutti i governi che si sono
succeduti da allora, e' aggressivo, difende non il diritto ma il privilegio,
per sua esplicita dichiarazione: secondo il Nmd, il pericolo attuale, caduta
l'Urss, sta nelle tendenze "al sovvertimento delle attuali situazioni di
predominio regionale, anche per il controllo delle riserve energetiche
esistenti nell'area" (p. 21 del libro bianco del Ministero della Difesa,
ottobre 1991). Quindi si vuol difendere un predominio. Questa filosofia
della difesa e' incostituzionale e intollerabile, per non dire di peggio.
L'armamento italiano - portaerei, aerei di lunga portata - e' oggi
strutturalmente aggressivo. Sottrae risorse alla vita giusta per un'opera
ingiusta. La politica di pace, nella gestione di una difesa ancora armata,
impone armamenti "strutturalmente incapaci di aggressione" (come chiedevano
i pacifisti tedeschi negli anni '80). Un punto programmatico puo' essere
l'annullamento di tutti i programmi di armamento aggressivo.
- Corpi civili di pace: la proposta di Alex Langer nel Parlamento Europeo
attende di essere ripresa e promossa. Oggi le iniziative di interventi
civili di pace sono tutte volontarie (Operazione Colomba, Berretti
Bianchi...). Un punto programmatico puo' essere lo spostamento annuo del 5%
delle risorse dalla difesa armata alla difesa civile assunta come impegno
pubblico.
- Promozione dell'economia vitale in sostituzione di quella "sacrificale",
come il filosofo Roberto Mancini, dell'Universita' di Macerata, definisce
l'attuale economia capitalistica globale, basata sulla divisione
dell'umanita', sulla selezione sommersi-salvati, sull'esaurimento della
natura. Un punto programmatico puo' essere lo sviluppo della cooperazione
internazionale in termini di giustizia dovuta e mai di speculazione, e la
riduzione annuale del 5% dei consumi di combustibili fossili con incremento,
nella stessa percentuale, delle fonti alternative.
- Onu democratizzata, e anzitutto rispettata. Abbiamo visto che non puo'
fare ne' autorizzare alcuna guerra, senza distruggere le piu' preziose
regole giuridiche di pace. Un punto programmatico puo' essere questo: la
nostra politica internazionale non puo' essere soltanto "sotto l'egida"
dell'Onu, ma deve essere "sotto i principi del diritto internazionale di
pace della Carta dell'Onu, vigente e obbligante".
- Diplomazia popolare, contro le cause profonde degli "opposti terrorismi"
(che sono proprio due, e non uno solo). Un punto programmatico puo' essere
che bisogna dunque parlare coi terroristi, in un dialogo tenace, perche'
dove si mette la parola umana, anche conflittuale, si puo' sospendere il
potere cieco e muto delle armi. Quando, al contrario, le armi prendono il
posto della parola, si eclissa l'umanita', e nessuna soluzione umana si puo'
sperare. Le cause prime del terrorismo sono nell'orrendo squilibrio mondiale
tra i popoli. Certo, sono anche in germi violenti, presenti in tutte le
culture, sviluppati da ingiustizie e violenze, dai quali germi solo il
dialogo e il rispetto, la giustizia economica e la politica invece della
guerra, possono difendere e immunizzare. L'arma umana del sui-omicida, che
usa il proprio corpo come bomba, e' solo la piu' potente e invincibile arma
nella corsa all'estremo degli armamenti: la violenza genera sempre la
propria contro-violenza, fino ai limiti assoluti della bomba nucleare e del
corpo-bomba, se non le si oppone una forza qualitativamente diversa, la
relazione umana, che sola puo' invertire la direzione distruttiva.
- Dialogo di base tra religioni e culture. Questo fenomeno non vistoso ma
presente nella societa' civile e nella cultura e' di importanza decisiva per
la pace e il futuro umano. Un punto programmatico per la politica puo'
essere riconoscerlo, rispettarlo e proteggerne il libero svolgimento.
- L'utopia e' essenziale alla concretezza. Essa indica la direzione,
preserva dal perdere l'orientamento, dal regredire. Un punto programmatico
della cultura politica puo' essere comprendere la gradualita', certamente,
come la legge necessaria dell'azione, purche' sia dinamica e orientata; e
comprendere la moderazione come concretezza del fare un passo dopo l'altro,
non un passo senza il successivo.
- Il distacco personale dal potere, nell'etica personale degli eletti, e'
indispensabile al potere democratico, delegato dal popolo: un punto
programmatico di chi opera nella politica istituzionale puo' essere percio'
un lavorare libero dall'ossessione della carriera; percio' il saper dare
senza prendere, il sapere ritirarsi o perdere posizioni senza rinunciare
all'impegno, il saper dare come regola alla propria azione non il successo
ad ogni costo, ma la fecondita' a lungo termine. La politica, infatti, e'
essenzialmente etica. Ricordo che queste erano idee-guida quando partecipai
anch'io alla nascita delle prime "liste verdi", attorno all'idea della
ecologia, della pace, dell'etica. A fronte dal banditismo della maggioranza
attuale, questa e' la prima qualita' alternativa con cui si attende da voi
politici che vi presentiate per operare risanamento e giustizia.
- Un punto programmatico essenziale della cultura politica mi pare che debba
essere  analizzare il concetto e la realta' del "potere" politico con la
piu' chiara distinzione tra il "potere di", cioe' la possibilita' personale
di partecipazione (art. 3 della Costituzione), che deve diventare di tutti,
e il "potere su" (sugli altri), che nessuno deve avere. La diffusione a
tutti del "potere di" (secondo l'idea del "potere di tutti", la onnicrazia
di Aldo Capitini) deve crescere fino a estinguere il "potere su", di alcuni,
tanti o pochi, sugli altri, il potere delle oligarchie di ogni genere.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1088 del 19 ottobre 2005

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