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Vittoria al mondo. Si' all'umanita'. 10



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VITTORIA AL MONDO. SI' ALL'UMANITA'
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
di riflessione sull'esito del referendum brasiliano del 23 ottobre
per proibire il commercio delle armi, per salvare la vita delle persone.
Per non dimenticare, per proseguire.
*
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
*
Numero 10 del 28 ottobre 2005

In questo numero:
1. "Io dico, seguitando"
2. "Instituto Sou da Paz": Uccidere non e' un diritto
3. Gina Abbate: Dopo il referendum
4. Hermann Barbiere: Dopo il referendum
5. Paolo Coluccia: Dopo il referendum
6. Carlo Gubitosa: Dopo il referendum
7. Elena Liotta: Dopo il referendum
8. Adriano Moratto: Dopo il referendum
9. Oskar Peterlini: Dopo il referendum
10. Bruna Peyrot: Dopo il referendum
11. Edi Rabini: Dopo il referendum
12. Alessandro Fioroni: Una sconfitta
13. Maurizio Matteuzzi: Una sconfitta

1. EDITORIALE. "IO DICO, SEGUITANDO"

"Io dico, seguitando..." (Dante, inf., X, 1).

Il referendum brasiliano del 23 ottobre 2005, anche se ha avuto come esito
la sconfitta della grande speranza di abolire il commercio delle armi da
fuoco in quel grande paese, ha tuttavia costituito un'occasione
straordinaria di presa di coscienza e di mobilitazione. Ed e' stato un
esempio per il mondo intero.
Si', si puo' e si deve chiamare i popoli del mondo all'impegno per far
cessare questo scandalo degli scandali: che si producano e si mettano a
disposizione degli esseri umani strumenti il cui unico fine e' quello di
uccidere gli esseri umani.
Si', il disarmo e' la grande necessita', la prima urgenza, che l'umanita'
intera ha di fronte: perche' nell'epoca aperta da Auschwitz e da Hiroshima,
o l'umanita' abolira' le armi, o le armi distruggeranno l'umanita'.
Il referendum brasiliano, anche se conclusosi con una sconfitta, e' stato un
fatto storico di rilevanza mondiale. I signori della morte, l'internazionale
degli assassini, vorrebbero che finisse nel dimenticatoio al piu' presto. E
invece no. Vogliamo, dobbiamo continuare a riflettere su questa esperienza.
Quel referendum ha rotto un tabu' ed ha indicato una via: i popoli ora sanno
che possono usare lo strumento democratico del voto per abolire le armi
omicide. Quel referendum e' stato un primo passo. Altri ne seguiranno. La
nonviolenza e' in cammino.

2. VOCI DAL BRASILE. "INSTITUTO SOU DA PAZ": UCCIDERE NON E' UN DIRITTO
[Dal sito dell'"Instituto Sou da Paz" (www.soudapaz.org.br), in cui peraltro
nei giorni scorsi compariva solo questa schermata poiche' aveva subito un
attacco da parte di hackers che lo avevano messo fuori uso, riprendiamo il
seguente intervento. L'"Instituto Sou da Paz" e' stata una delle strutture
brasiliane piu' impegnate a sostegno del si' al referendum]

Non riteniamo che le armi siano sinonimo di sicurezza.
Non riteniamo che col possesso di un'arma risolveremo i problemi che la
polizia, che pure dispone dei finanziamenti provenienti dalle nostre tasse,
ancora non e' riuscita a risolvere.
Non crediamo in un mondo in cui ciascuno sia per se' e tutti siano contro
tutti.
Non siamo sciocchi al punto di credere che i manutengoli della dittatura,
gli assassini del Carandiru e mezza dozzina di colonnelli siano veramente in
apprensione e impegnati per difendere i nostri diritti.
Non crediamo affatto che le industrie armiere, la Taurus e la Cbc, siano un
bene per il paese, e che siano impegnate per far diminuire la violenza.
*
Non e' un diritto uccidere gli altri.
Non e' un diritto ingannare il popolo.
Non e' un diritto arricchirsi con la morte.
Non e' un diritto produrre merci il cui mercato e' gestito dalla
criminalita'.
Non si ha il diritto di travestirsi da difensori della liberta' quando si e'
sempre stati sostenitori del totalitarismo.
Non si ha il diritto di chiamare diritto un privilegio a cui ha accesso meno
del 2% della popolazione.
Non si ha il diritto di definire "trascurabili eccezioni" le migliaia di
vite perdute di giovani di periferia assassinati in conflitti insorti per
futili motivi e finiti in tragedia per la presenza di armi da fuoco.
*
Non vogliamo che un'arma, da chiunque acquistata, vada a finire nelle mani
di criminali, e successivamente i suoi proiettili vadano a finire nelle
nostre teste. Non vogliamo che si diano altri soldi all'industria della
morte, che piu' cresce la violenza e piu' ci lucra sopra.
*
In nome della vita, noi continueremo nel nostro impegno.
In nome della liberta' e della pace, noi continueremo nel nostro impegno.
Noi continueremo a impegnarci per il disarmo, poiche' sappiamo che finche'
circoleranno le armi alcune migliaia di vite non potranno essere salvate; e
che l'ideologia del terrore e della paura favorisce soltanto l'aumento del
terrore e della paura.
Noi continueremo a impegnarci per il disarmo, poiche' piu' armi ci sono e
piu' morti ci saranno; ed e' orribile che si ricavino profitti da tutto
cio'.
Noi continueremo a impegnarci per il disarmo, perche' se non cominciamo mai,
mai riusciremo a costruire un paese migliore.
Noi continueremo a impegnarci per il disarmo, poiche' a ogni arma in meno
corrisponderanno varie morti in meno.
Noi continueremo a impegnarci per il disarmo, perche' non sopportiamo piu'
tanta ipocrisia, tanto opportunismo e tante menzogne da parte degli
espliciti propugnatori del terrore.
Noi continueremo a impegnarci per il disarmo, perche' la difesa della vita
umana ne vale la pena.

3. RIFLESSIONE. GINA ABBATE: DOPO IL REFERENDUM
[Attraverso Francesco Comina (per contatti: f.comina at ladige.it) riceviamo e
diffondiamo questo intervento di Gina Abbate. Gina Abbate fa parte del
consiglio nazionale di Pax Christi e del Coordinamento per la pace di
Bolzano]

La passione dell'impegno rimane.
... Vari settori potevano e possono impegnarsi di piu', e piu'
concretamente, per la causa del disarmo. Noi comunque continueremo a
sostenerla anche attraverso i nostri amici, Ermanno e Lino Allegri,
Pierluigi Sartorel.
Ci sono ottimi motivi per continuare a incoraggiare e sostenere la campagna
per il disarmo, oltre il referendum.
Come Pax Christi e come Coordinamento per la pace di Bolzano continueremo ad
essere coinvolti nell'impegno.

4. RIFLESSIONE. HERMANN BARBIERE: DOPO IL REFERENDUM
[Attraverso Francesco Comina (per contatti: f.comina at ladige.it) riceviamo e
diffondiamo questo intervento di Hermann Barbiere, coordinatore di
"Organisation fuer eine Welt" (in sigla: Oew)]

Tristissima la cosa. E' vero. Allora indignamoci pure... Pero' forse e'
anche necessario dare delle svolte alle riflessioni.
Forse e' necessario ritornare a riflettere sull'insegnamento di Thich Nat
Han sul nemico e sulla cultura del nemico, o su cio' che dice Gandhi a
proposito di "essere" pace e cambiamento. O anche su quello che abbiamo
imparato da Lennart Parknaes sul confine fra l'io e il tu e sulla relazione
tra allarme e azione... E permettiamoci di esprimere il dubbio che, se le
cose vanno male, magari e' perche' si cerca di risolvere i problemi con
l'aiuto del pensiero che li ha creati...
Potremmo guardare da queste ottiche lo scarso impegno dei movimenti di base
e della sinistra (magari corrotta), e la rassegnazione e la paura. E la
violenza sempre piu` violenta di bambini sempre piu' bambini. E forse
potremmo avere delle cautissime ipotesi di tentativi di approccio a risposte
inconsuete, anche sul perche' la societa' civile organizzata non fa sentire
la sua voce. E su quale sia il fattore che conta sulla via delle pace.

5. RIFLESSIONE. PAOLO COLUCCIA: DOPO IL REFERENDUM
[Ringraziamo Paolo Coluccia (per contatti: e-mail: paconet at libero.it, sito:
http://digilander.libero.it/paolocoluccia) per questo intervento. Paolo
Coluccia, dottore in pedagogia, saggista e ricercatore socio-economico
indipendente, ad una formazione psicopedagogica e filosofica associa una
buona conoscenza della legislazione sociale e del lavoro. Si e' interessato
di Sistemi di scambio locale non monetario e di Banche del tempo, intravisti
come spazi sociali d'interazione e di comunicazione sociale, su cui ha
scritto vari libri, come La Banca del tempo (Bollati Boringhieri, Torino
2001, Introduzione di Serge Latouche); La cultura della reciprocita'
(Edizioni Arianna, Casalecchio 2002), Il tempo... non e' denaro! (Bfs, Pisa
2003), e vari saggi e articoli apparsi su riviste e siti internet, in
particolare Monete locali per il bene comune. Lo spirito del Sel, nel volume
collettivo Processo alla globalizzazione, curato da Teddy Goldsmith, con
prefazione di Serge Latouche, Edizioni Arianna, Casalecchio 2002. Il suo
ultimo lavoro e' la traduzione in lingua italiana, con un'introduzione ed
una postfazione, del Rapporto al Ministro per l'economia solidale francese
scritto da Patrick Viveret nel 2001/2002: Ripensare la ricchezza. Dalla
tirannia del Pil alle nuove forme di economia sociale, edizioni
TerrediMezzo-Altreconomia, Milano 2005. L'elenco completo delle sue
pubblicazioni e' sul suo sito internet. Presente a convegni nazionali e
internazionali, e' stato in particolare relatore nel laboratorio
"Riappropriarsi del denaro" durante il Colloque internationale sur
l'apres-developpement "Disfare lo sviluppo, rifare il mondo", Unesco, Paris
2002, e ha introdotto il seminario sulle "Reti di economia solidale" durante
l'European Social Forum di Firenze nel novembre del 2002. Ha, inoltre,
partecipato come relatore alle giornate conclusive del forum elettronico
"Per una ripartizione egualitaria del tempo", organizzato dall'Instituto
Andaluz de la Muyer, Junta de Andalucia (Espana), Granada, 12 e 13 dicembre
2002. Dal 2003 fa parte del "Centro interdipartimentale di studi e ricerche
sull'utopia" dell'Universita' di Lecce, che e' composto da filosofi, storici
e ricercatori in scienze umane e sociali, e del "Movimento per la societa'
di giustizia e per la speranza", nato nello stesso Centro, animato dal prof.
Arrigo Colombo, docente emerito della stessa Universita'. Collabora come
saggista e traduttore con "M at GM@. Rivista elettronica di scienze umane e
sociali" (www.analisiqualitativa.com), con direzione a Catania, e come
articolista con la rivista "Il Consapevole", del gruppo Macroedizioni
(Forli'). E' in corrispondenza con l'Istituto di terapia cognitiva di
Santiago del Cile (fondato da H. Maturana), il cui attuale direttore e'
Alfredo Ruiz, del quale ha tradotto in italiano numerosi saggi e conferenze,
pubblicati nella casa editrice virtuale Lilliput-on-line]

"Meno male! Ce la siamo vista proprio brutta!". Un sospiro di sollievo,
questo, per i produttori e per i mercanti d'armi da fuoco e di munizioni
l'altra notte. "Per fortuna hanno vinto i nostri sostenitori, quelli del no
al referendum brasiliano del 23 ottobre 2005. Che disgrazia sarebbe stata
per il Pil delle nostre nazioni materialmente 'sviluppate'. Che disgrazia
per le casse dell'erario, per la produzione delle fabbriche, per il reddito
di tanti lavoratori se le armi da fuoco fossero state messe al bando in
Brasile. Se avessero vinto i si', chissa' quante altre nazioni avrebbero
seguito l'esempio, con un effetto domino, forse dominate da emozioni ed
ideali, da utopiche visioni pacifiste, incuranti dei propri interessi
economici, anche se sporchi e macchiati di sangue di gente innocente".
Questo avranno pensato i produttori e i mercanti di armi da fuoco e di
munizioni nella notte del 24 ottobre appena trascorso, subito dopo la
chiusura delle urne del referendum per l'abolizione delle armi da fuoco
indetto dal governo Lula in Brasile, all'arrivo dei primi risultati.
Finalmente un sospiro di sollievo, per loro: l'incubo era finito! "Ce
l'abbiamo fatta - avranno esclamato in tutto il mondo -, ce l'hanno fatta i
nostri bravi sostenitori brasiliani, quelli che contano, quelli che sanno
pensare ed agire, ce l'hanno fatta a respingere l'ennesima velleita'
pacifista della nonviolenza, dell'utopica visione di giustizia, di pace e di
fratellanza. A che ci serve la pace e la nonviolenza se poi non si riesce a
vendere i prodotti delle nostre fabbriche di morte!". Questo avranno
pensato, tra un brivido e l'altro, i produttori e i mercanti di  morte.
*
E nel mondo qualche giornale, qualche timido telegiornale e qualche
brav'uomo politico alle prime ore del mattino si e' apprestato ad annunciare
la buona novella, lo scampato pericolo: il dolce commercio puo' continuare,
deve continuare. Il no ha vinto in Brasile. E per noi in Europa questo no
vale doppio, considerato che ormai da qualche tempo non perdiamo l'occasione
per perorare la causa di togliere l'embargo di armi a nazioni e governi che
reputavamo pericolosi. Come per la Cina (cfr. "Il sole - 24 ore" del 7
dicembre 2004, n. 337, p. 5, titolo di testa: "Armi a Pechino, via
l'embargo - L'Italia e' favorevole all'abolizione dell'embargo sulle
esportazioni di armi verso la Cina"). Salvo poi a sentire durante il
sessantesimo anniversario della fondazione della Fao che "una societa' che
spende centinaia di miliardi in armamenti e consente che ogni anno muoiano
di fame cinque milioni di bambini e' una societa' malata di egoismo e di
indifferenza". Non faccio i nomi di chi ha dichiarato questo per delicatezza
e per rispetto istituzionale. Sono i concetti espressi quelli che contano,
non le persone che li esprimono.
Continua il nostro quotidiano economico nazionale: "Anche la Francia
insiste - Ieri la Francia, insieme a Italia e Germania, ha insistito sulla
necessita' di abolire l'embargo - Ma Bruxelles frena [l'embargo era stato
imposto dall'Unione Europea dopo la violenta repressione della protesta di
piazza Tienammen - ndr]. Pechino da tempo chiede che il provvedimento sia
tolto". Grande mercato quello cinese: loro ci esportano i manufatti, noi le
armi e le munizioni. Quasi non ne avessero gia' troppe. Tanto, prima o poi,
cominceranno anche loro come in Brasile a fare il tiro a segno con i bambini
di strada. E avranno bisogno di armi, visto che sono gia' un miliardo e
trecento milioni.
Che affari, signori, se non ci fosse la pianificazione delle nascite in quel
paese! Come si possono pensare certe cattiverie, anche se poi accadono
veramente in Brasile, in America latina, in Africa e in Asia. E poi, non
dimentichiamoci che c'e' anche l'India, e poi l'Africa, il continente dei
signori della guerra, sempre piu' affamati di armi e munizioni a buon
mercato: tutti buoni acquirenti, tutti buoni clienti. E questo scriteriato e
idealista governo brasiliano, tra tutti i problemi che ha, t'indice proprio
un referendum per abolire in uno dei piu' bei paesi del mondo le armi da
fuoco e le munizioni!
"Sconfitta per Lula nel referendum" ha gridato con un rantolo di bieca
soddisfazione, dopo un lungo e angosciante silenzio, il nostro piu'
importante quotidiano economico nazionale. "Il no infatti ha stravinto, con
il 63,94 % dei voti, contro il 36,06% favorevole alla proibizione" ("Il
sole - 24 ore", 25 ottobre 2005).
*
Caspita, pero', hanno votato cento milioni di persone, l'87% degli aventi
diritto al voto. Che lezione di democrazia per la nostra piccola Italia,
dove negli ultimi anni tutti fanno campagna elettorale per non partecipare
alle votazioni referendarie (e la gente ci casca, e non ci va davvero a
votare...).
"La popolazione brasiliana ha quindi scelto in larga maggioranza di
continuare a comprare liberamente armi da fuoco per uso personale", continua
entusiasta il nostro bravo quotidiano economico nazionale: liberamente,
dice, quasi si comprassero vestiti, prosciutto, pomodori, automobili,
ciclomotori... Gia', dimenticavo, da ingenuo imperterrito, che nell'economia
di mercato, negli affari, il colore dei soldi e' sempre lo stesso. E le
merci... merci sono, sia che servano per la vita, sia che servano per la
morte.
Come ho fatto a dimenticarmi della dottrina economica piu' classica dei
nostri padri economisti piu' classici e neoclassici, i cui seguaci ormai
avviluppano ogni genere di istituzione pubblica e privata? La nostra piccola
Italia ne e' l'esempio emblematico e incontrastato. Il mercato e' la vera e
unica panacea di ogni male, l'unico strumento che puo' sollevare le sorti di
ogni nazione, sviluppata o non. Il Pil e' la vera ricchezza di ogni nazione:
e allora, perche' non commerciare piu' armi? Perche' minare un settore
produttivo cosi' florido nel mondo occidentale?
Ed io, povero me, che ho tradotto e pubblicato in Italia il Rapporto al
Ministro per l'economia solidale francese scritto da Patrick Viveret nel
2001 dal titolo "Ripensare la ricchezza. Dalla tirannia del Pil alle nuove
forme di economia sociale" (Terre di Mezzo, Milano 2005)... che ingenuo sono
stato. O forse no? O forse ancora trovo dentro di me (insieme con tanti
altri milioni di persone) la speranza che si possa pensare diversamente sui
grandi problemi del mondo e dell'umanita', come la nonviolenza, la
giustizia, il rispetto, la solidarieta'?
Quali enormi contraddizioni imperversano nella nostra povera esistenza.
Eppure non ci costerebbe nulla porre dei distinguo, per capire che le armi
non sono merci alla pari del pane, che le munizioni non sono merci come i
pomodori, che la produzione ed il commercio di armi non generano fabbriche e
posti di lavoro come l'edilizia e la metalmeccanica, come il tessile e
l'agricoltura.
*
Con un nodo in gola chiudo quest'articolo con una frase di Cornelius
Castoriadis: "Dovremmo volere una societa' in cui i valori economici non
siano piu' centrali (o unici), dove l'economia sia rimessa al suo posto come
semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo, una societa' in cui
si rinunci dunque a questa corsa folle verso un consumo sempre crescente.
Tutto cio' e' necessario non soltanto per evitare la definitiva distruzione
dell'ambiente terrestre, ma anche e soprattutto per liberarci della miseria
psichica e morale propria degli uomini contemporanei".
Vorrei che a questa sconfitta di una nobile causa come il referendum
brasiliano, seguisse una nuova presa di coscienza sui grandi temi
dell'umanita', per avviarsi verso una nuova "coscientizzazione" (per
riportare l'espressione di Paulo Freire ne La pedagogia degli oppressi) sui
problemi che affliggono la parte piu' debole dell'umanita', quella parte
migliore di umanita' che subisce torti e calamita' naturali e non, quella
parte di umanita' che comunque avanza, tra mille difficolta' e
contraddizioni, lungo il progetto utopico di una societa' di giustizia,
fondata sui principi della pace, della nonviolenza, della fraternita', dei
diritti e del rispetto, che da sempre sorregge e guida i popoli e le
nazioni.

6. RIFLESSIONE. CARLO GUBITOSA: DOPO IL REFERENDUM
[Ringraziamo Carlo Gubitosa (per contatti: c.gubitosa at peacelink.it) per
questo intervento. Carlo Gubitosa e' segretario di "Peacelink" (la
principale rete telematica pacifista italiana, sito: www.peacelink.it),
collabora con varie testate ed e' uno dei piu' noti operatori
dell'informazione di area pacifista e nonviolenta. Tra le opere di Carlo
Gubitosa: (con Enrico Marcandalli e Alessandro Marescotti), Telematica per
la pace, Apogeo, Milano 1996; Oltre internet, Emi, Bologna 1997;
L'informazione alternativa, Emi, Bologna 2002; Genova, nome per nome, Berti,
Piacenza 2003]

La sconfitta nel referendum brasiliano ha dimostrato ancora una volta che
una rivoluzione nonviolenta per il disarmo non puo' che essere omnicratica,
sollecitata e richiesta da tutti anziche' da una ristretta elite di
"illuminati" che e' riuscita a sfuggire alle insidie della disinformazione,
della propaganda, dell'anticultura e delle manipolazioni dei mercanti di
armi che invece riescono a sedurre e convincere le masse.
Hitler e' stato eletto democraticamente, cosi' come anche George Bush e
tanti altri rappresentanti di poteri che restano e rimangono ingiusti a
dispetto dei numeri che sembrerebbero legittimarli. Anche questo e' uno dei
motivi per cui il potere va ridiscusso non solo nella sua sostanza, ma anche
nella sua forma, per andare al di la' della democrazia, dove ci aspetta il
sogno dell'omnicrazia, il "potere di tutti", che Aldo Capitini ci ha
lasciato in eredita'.
I fatti del referendum brasiliano ci hanno reso chiaro che la strada della
pace e' molto lunga e faticosa, e passa difficilmente attraverso scorciatoie
referendarie, anche quando queste scorciatoie portano messaggi bellissimi e
suggestivi come ha cercato di fare chi ha lottato fino all'ultimo per
bandire dal Brasile la violenza delle armi.
Questa esperienza, che molti useranno strumentalmente per dimostrare la
presunta sconfitta dell'ideale nonviolento di fronte alla "realpolitik",
rafforza in me la convinzione che in questo particolare momento della storia
le mezze misure non bastano piu', e l'unica soluzione alla violenza che
affligge il mondo passa per la nonmenzogna e nonviolenza attiva, diretta,
omnicratica, quotidiana e praticata.
Il problema delle armi e delle guerre va affrontato ogni giorno nelle
scuole, nelle fabbriche, sui binari che portano treni di morte e che gli
amici della nonviolenza dovrebbero rendere sempre piu' difficili da
attraversare. Non sono piu' sufficienti consultazioni sporadiche, sprazzi di
partecipazione saltuaria delimitati dalle istituzioni tradizionali che
esprimono poteri violenti, elezioni primarie che pretendono di risolvere
nello spazio di un week-end i problemi di rappresentanza e legittimita' di
una intera classe politica, e tanti altri palliativi che cercano di frenare
quel "potere di tutti" che ormai bussa alle porte dei potenti con una forza
sempre maggiore.
E' finito il tempo dei compromessi, del cerchiobottismo, dei voti con il
naso tappato e della ricerca del meno peggio. Ci attende il percorso lungo e
faticoso, ma al tempo stesso magnifico e avvincente, di una lotta
nonviolenta radicale e coerente che spinge i sogni di chi vuole bandire le
armi dal mondo ben al di la' di un voto referendario.

7. RIFLESSIONE. ELENA LIOTTA: DOPO IL REFERENDUM
[Ringraziamo Elena Liotta (per contatti: e_liotta at yahoo.it) per questo
intervento che estraiamo da una piu' ampia lettera personale. Elena Liotta,
nata a Buenos Aires il 25 settembre 1950, risiede a Orvieto, in Umbria; e'
psicoterapeuta e psicologa analista, membro dell'Ordine degli Psicologi
dell'Umbria, membro dell'Aipa (Associazione Italiana di Psicologia
Analitica), dell'Iaap (International Association Analytical Psychology),
dell'Apa (American Psychological Association), socia fondatrice del Pari
Center for New Learning; oltre all'attivita' psicoterapica, svolta
prevalentemente con pazienti adulti, in setting individuale, di coppia e di
gruppo, ha svolto e svolge altre attivita' culturali e organizzative sempre
nel campo della psicologia e della psicoanalisi; tra le sue esperienze
didattiche: professoressa di Psicologia presso la "American University of
Rome"; docente in corsi di formazione, e coordinatrice-organizzatrice di
corsi di formazione a carattere psicologico, per servizi pubblici e
istituzioni pubbliche e private; didatta presso l'Aipa, societa' analitica
accreditata come scuola di specializzazione post-laurea, per la formazione
in psicoterapia e per la formazione di psicologi analisti; tra le altre
esperienze parallele alla professione psicoterapica e didattica: attualmente
svolge il ruolo di Coordinatrice psicopedagogica e consulente dei servizi
sociali per il Comune di Orvieto, e di Coordinatrice tecnico-organizzativa
di ambito territoriale per la Regione Umbria nell'Ambito n. 12 di Orvieto
(dodici Comuni), per la ex- Legge 285, sul sostegno all'infanzia e
adolescenza e alle famiglie, occupandosi anche della formazione e
monitoraggio dei nuovi servizi; e' stata assessore alle politiche sociali
presso il Comune di Orvieto; dopo la prima laurea ha anche lavorato per
alcuni anni in campo editoriale, redazionale e
bibliografico-biblioteconomico (per "L'Espresso", "Reporter", Treccani,
Istituti di ricerca e biblioteche). Autrice anche di molti saggi apparsi in
riviste specializzate e in volumi collettanei, tra le opere di Elena Liotta
segnaliamo particolarmente Educare al Se', Edizioni Scientifiche Magi, Roma
2001; Le solitudini nella societa' globale, La Piccola Editrice, Celleno
(VT) 2003; con L. Dottarelli e L. Sebastiani, Le ragioni della speranza in
tempi di caos, La Piccola Editrice, Celleno (VT) 2004; Su Anima e Terra. Il
valore psichico del luogo, Edizioni Scientifiche Magi, Roma 2005]

Avendo aderito all'iniziativa di sostegno al referendum sull'abolizione
delle armi - e sottolineando l'importanza della formazione personale alla
nonviolenza, a partire dall'educazione dell'infanzia, cioe' il lavoro sulla
mente e sul cuore di chi le armi impugna - non mi sentivo pessimista.
Sono una che ancora riesce ad aspettarsi le belle sorprese, anche quando la
situazione sembra difficile. In fondo Lula da una parte, Vendola da
un'altra, altri eventi che fanno sperare perche' appunto inaspettati, sono
fatti reali che accadono e che lasciano tracce.
Aderendo non mi sono proprio domandata se avrebbe vinto o perso l'iniziativa
brasiliana. Il fatto stesso di leggerne, di parlarne, di dirlo in giro e
accorgermi che nessuno lo sapeva, di stare con la mente sulla questione
(mentre in televisione quotidianamente vediamo inquadrato il sangue dei
morti ammazzati, per gelosia, per rabbia, per vendetta, mentre sotto casa
mia, che vivo in campagna, gli spari dei cacciatori ci svegliano quasi ogni
mattina, mentre, come dicevo a una conferenza a Misano Adriatico, la cultura
della violenza e della morte viene spacciata per intrattenimento): tutto
questo e' gia' una piccola vittoria.
Il lavoro da fare e' tanto, soprattutto nell'educare, pratica lenta,
faticosa, poco brillante, poco protagonista, in poche parole poco attuale.
Quella della nonviolenza e' oggi la controcultura piu' ovvia, insieme a
quella della decrescita. E' andare in direzione contraria all'onda
gigantesca che ci si oppone. E' ovvio che ci sia resistenza.
Ma quei piu' di 30 milioni di brasiliani che hanno votato si', caspita! Sono
davvero tanti e mi rendono serena.
Nel mio breve contributo ponevoevo anche la questione di cosa sarebbe
accaduto in Italia, proponendo un simile referendum: perche' non lo
facciamo? Io non sono un'intellettuale, sono una che cura le persone, che
trasmette concretamente saperi e pratiche di vita, tutte sperimentate prima.
Il passaggio al concreto, a pratiche rette e misurate, quelle possibili, e'
inderogabile su troppi versanti ormai.
Non c'e' bisogno di scomodare i padri e le madri della nonviolenza per
ricordare che bisogna partire anche da se', dalla propria vita, per
testimoniare le idee che ci guidano. Quindi, la strada c'e', e' aperta, ci
si sta contando - come si diceva una volta - anche di fronte all'avversario
e alle sue forze, ai suoi modi e stili comunicativi. L'analisi si puo'
contestualizzare nella nostra realta' piu' vicina sulla quale possiamo,
potremo - forse - fare di piu'. O almeno contarci anche qui, smascherare le
menzogne, rafforzarci nella nostra direzione. Se non ci arriveremo a qualche
meta, lo faranno forse i nostri figli, o i loro figli...

8. RIFLESSIONE. ADRIANO MORATTO: DOPO IL REFERENDUM
[Ringraziamo Adriano Moratto (per contatti: mir.brescia at libero.it) per
questo intervento. Adriano Moratto e' impegnato nel Centro per la
nonviolenza di Brescia, nella Rete di Lilliput, in molte iniziative di pace
e di solidarieta', ed e' una delle figure piu' note e autorevoli
dell'impegno nonviolento in Italia]

64% no, 36% si': ci siamo svegliati.
Abbiamo sognato, abbiamo fatto un bel sogno, anzi, abbiamo proposto un bel
sogno.
Ci siamo aperti alla speranza. Ma abbiamo perso il referendum. Vero, ma non
mi sento sconfitto. Le mie ragioni non mi sembrano vinte. Una strada si e'
chiusa, ora abbiamo altri percorsi da valutare.
Negli anni '60 era in voga una canzone che piu' o meno diceva: "Il denaro ed
il potere sono trappole mortali che per tanto tempo han funzionato, ma noi
che stiamo correndo, avanzeremo di piu'". Cantavamo questo ritornello a
squarciagola, quando ci scontravamo con le difficolta', gli interessi, le
miserie sempre presenti nelle scelte di vita. Non e' andata come speravamo,
ma se il 51% avesse detto si', sarebbe stato finito il nostro lavoro?
L'insicurezza, la paura, la sfiducia nello Stato, tante sono le ragioni che
fanno credere alla necessita' di un'arma. Al di la' degli interessi degli
armieri, pure presenti e facilmente riconoscibili. Non voglio essere
ottimista ad ogni costo.
Il 36% dei votanti e' un buon punto di partenza (in Iraq con una percentuale
simile sarebbe stata approvata la nuova Costituzione).
In un paese come il Brasile, in cui anche i ragazzini circolano con le
pistole, in cui nel 2004 ci sono stati 36.000 morti ammazzati da arma da
fuoco, 33 milioni di brasiliani hanno detto che bisogna cambiare, bisogna
uscire dalla spirale della violenza, della giustizia fai-da-te, dalla logica
degli squadroni della morte. Come ho gia' detto, tutto il lavoro fatto in
Brasile puo' diventare utile anche da noi. Trovare e diffondere i dati, i
costi sociali ed economici dell'uso delle armi da fuoco in Italia. Quanti
morti, quanti feriti, quale danno anche csociale, civile e finanche
economico per la collettivita'?
L'Fbi ci dice che possedere un'arma da fuoco aumenta di cento volte il
rischio di essere uccisi durante una rapina (anche la pena di morte
favorisce l'incremento degli omicidi). Le statistiche negli Usa registrano
una percentuale di suicidi cinque volte superiore, tra i possessori di
un'arma. Il Ministero di Grazia e Giustizia negli Usa afferma che dal 1976
al 2000 solo il 15% delle vittime di armi da fuoco era stato ucciso da uno
sconosciuto. Insomma, portarsi un'arma in casa e' scegliere di diventare (e
far diventare chi vive con noi) un bersaglio.
Tutto questo la sconfitta nel referendum non lo puo' negare.
Bisogna continuare a lavorare, dire piu' forte le nostre ragioni. Dobbiamo
continuare a sognare che, anche in questo, un altro mondo e' possibile.

9. RIFLESSIONE. OSKAR PETERLINI: DOPO IL REFERENDUM
[Ringraziamo il senatore Oskar Peterlini (per contatti:
o.peterlini at senato.it) per averci messo a disposizione questo intervento
ricavato da una sua lettera a padre Ermanno Allegri. Oskar Peterlini
(Bolzano, 1950), dirigente commerciale, senatore della Repubblica, e'
segretario della Giunta delle elezioni e delle immunita' parlamentari,
membro della XI Commissione senatoriale permanente (lavoro e previdenza
sociale), segretario del Comitato parlamentare per i procedimenti di accusa]

Ringrazio padre Ermanno Allegri per il grande impegno sociale e civile e con
lui tutti quelli che si sono impegnati in questa lotta per la pace.
Non lasciamoci demoralizzare.
Continueremo a lavorare, ognuno al proprio posto, per una civilta' piu'
umana, piu' civile e per una cultura della vita e della pace.

10. RIFLESSIONE. BRUNA PEYROT: DOPO IL REFERENDUM
[Ringraziamo Bruna Peyrot (per contatti: brunapeyrot at terra.com.br)) per
questo intervento. Bruna Peyrot, torinese, scrittrice, studiosa di storica
sociale, conduce da anni ricerche sulle identita' e le memorie culturali;
collaboratrice di periodici e riviste, vincitrice di premi letterari,
autrice di vari libri; vive attualmente in Brasile. Si interessa da anni al
rapporto politica-spiritualita' che emerge da molti dei suoi libri, prima
dedicati alla identita' e alla storia di valdesi italiani, poi all'area
latinoamericana nella quale si e' occupata e si occupa della genesi dei
processi democratici. Tra le sue opere: La roccia dove Dio chiama. Viaggio
nella memoria valdese fra oralita' e scrittura, Forni, 1990; Vite discrete.
Corpi e immagini di donne valdesi, Rosenberg & Sellier, 1993; Storia di una
curatrice d'anime, Giunti, 1995; Prigioniere della Torre. Dall'assolutismo
alla tolleranza nel Settecento francese, Giunti, 1997; Dalla Scrittura alle
scritture, Rosenberg & Sellier, 1998; Una donna nomade: Miriam Castiglione,
una protestante in Puglia, Edizioni Lavoro, 2000; Mujeres. Donne colombiane
fra politica e spiritualita', Citta' Aperta, 2002; La democrazia nel Brasile
di Lula. Tarso Genro: da esiliato a ministro, Citta' Aperta, 2004]

Nel Brasile di Lula il referendum sul divieto al commercio di armi e' stato
vinto dal no in percentuale doppia del si'. Il si' ha vinto nelle aree piu'
povere, mentre nei tre collegi elettorali maggiori (Sao Paulo, Minas Gerais
e Rio de Janeiro) la percentuale dei no ha stravinto. Il si' e' stato
sostenuto dal Pt (Partido dos trabalhadores), dalla chiesa cattolica e da
molte chiese evangeliche, dai sindacati e dal governo che ha sostenuto in
modo esplicito la campagna elettorale, senza contare gli infiniti organismi
di base, dalle radio comunitarie ai centri di animazione delle favelas. Non
credo che i sostenitori del si' debbano essere tristi o delusi perche', a
mio avviso, non ha solo trionfato "il partito degli assassini" e molte sono
le ragioni per cui chi ha voluto proclamare il desiderio di un mondo senza
armi debba almeno un poco essere confortato.
*
In primo luogo, il sostegno internazionale al referendum per l'abolizione
del commercio di armi in Brasile e' stato grandissimo, come se i paesi
europei soprattutto, in cui mai e' stata proposta una consultazione simile
(e, fra l'altro, i maggiori produttori di armi), si identificassero
nell'unico luogo al mondo in cui si voleva osare cio' che non si era osato
nel proprio territorio. Questo mi fa riflettere sul fatto che una campagna
per l'abolizione del commercio di strumenti di morte non puo' che essere
mondiale, non la si puo' vincere in un solo paese e, infine, dovrebbe saper
articolare forme di lotta che boicottino alla radice il problema, cioe' la
produzione di armi.
Il Brasile con il suo referendum ha suscitato grandi speranze perche' si
creasse una specie di "zona liberata" dal flagello della morte violenta come
soluzione di un conflitto. Se avesse vinto in un paese in cui il 64% degli
omicidi sono commessi con armi da fuoco e il 20% all'arma bianca, allora ci
sarebbe stata la speranza anche per altri di vivere una quotidianita'
ispirata alla pace e alla nonviolenza.
Credo, tuttavia, che la solidarieta' sul referendum brasiliano sia stata una
grande pagina di storia e di politica internazionale che ha aperto nuovi
cammini. Sempre di piu' le battaglie si vincono "globalmente" e quindi sono
piu' lente a raggiungere esiti positivi e definitivi. La loro articolazione
richiede organizzazione, linguaggi, sedi e appelli, "Manifesti" come dice
Boaventura de Sousa Santos, con obiettivi minimi comuni. Sia la difesa della
riserva amazzonica sia il commercio di armi sono gia' su questo cammino.
*
In secondo luogo credo che non dobbiamo liquidare chi ha votato no come
sostenitore della violenza. I mass-media, televisione e giornali in Brasile
sono partiti tardi a fare informazione, ma, al di la' degli interessi molto
chiari che volevano il no, cioe' trafficanti di armi illegali dal Paraguay,
riciclatori di denaro sporco, agenzie di polizia privata ecc., insomma tutto
il Brasile illegale e privilegiato; anche fascie sociali medio-basse hanno
anche votato no, e non solo per ragioni di insicurezza.
Soprattutto un punto ha colto la loro attenzione ed e' su questo che
desidero puntare la nostra: e' stato detto che si sarebbe perso un diritto
costituzionale, relativo alla vendita di uno strumento di difesa. Diversi di
coloro che hanno votato no si sono fermati alla parola "diritto". Questa
invocazione tocca un nervo scoperto del Brasile, giovane democrazia ancora
alla ricerca di se stessa. Per questo la propaganda del no ha sfondato anche
in settori e in ambienti (anche dell'educazione) aperti e sensibili.
Diritto alla vita e diritto individuale alla difesa personale si sono
scontrati e, a mio avviso, hanno rappresentato e rappresentano uno dei
dilemmi piu' drammatici del Brasile, ma non solo. L'integralita' dell'uno o
dell'altro, portati appunto al loro estremo, inducono a paradossi. Il
diritto alla vita cosi' fortemente sostenuto da ampi settori del
cattolicesimo e' lo stesso che non accetta la legge sull'aborto. Il diritto
a ogni diritto e' quello che invece arriva a fare accettare anche quello
all'aborto. Mi sembra, a volte, nei toni non pubblici, ma nello spazio piu'
riservato di convegni e incontri, che riecheggino anche qui in Brasile le
contrapposizioni italiane al tempo del referendum sull'aborto che ben
ricorda Anna Bravo ("Genesis" III/1 2004): e' stato giocato spesso solo come
diritto, mentre l'elaborazione del lutto che suscitava era costantemente
rimossa. Quello che desidero segnalare e' che spesso domande semplici, come
quella del si' o no alle armi, suscitano complessita' nelle quali dobbiamo
entrare senza paura.
*
Questo referendum e' stato un grande momento di crescita della coscienza
democratica internazionale che invita a continuare la sua costruzione,
perche' no?, proponendo la stessa cosa in tantissimi altri paesi.

11. RIFLESSIONE. EDI RABINI: DOPO IL REFERENDUM
[Ringraziamo Edi Rabini (per contatti: edorabin at tin.it) per questo
intervento che estraiamo da una piu' ampia lettera personale. Edi Rabini,
che e' stato grande amico e stretto collaboratore di Alex Langer, e'
impegnato nella Fondazione Alexander Langer (per contatti: e-mail:
langer.foundation at tin.it, sito: www.alexanderlanger.org), di cui e'
infaticabile e generosissimo anmatore]

... Ermanno Allegri ci ha raccontato in modo analitico e pacato da dove
viene questa sconfitta. E del molto lavoro che rimane da fare a loro, per
far crescere una piu' solida coscienza civile, e a noi, che anche qui
avremmo perso probabilmente nel clima di allarme e di ordine che si va
creando. Questa sconfitta ci unisce quindi piu' che mai agli amici
brasiliani, da minoranza a minoranza, per un percorso difficile che il
referendum non ha interrotto.

12. SULLA STAMPA ITALIANA. ALESSANDRO FIORONI: UNA SCONFITTA
[Dal quotidiano "Liberazione" del 25 ottobre 2005.
Alessandro Fioroni scrive su "Liberazione" e su www.migranews.it).
Non possiamo esimerci dal segnalare come "Liberazione" non abbia minimamente
colto l'importanza del referendum e non abbia contribuito a sostenere le
sorelle e i fratelli brasiliani: lungo tutta la campagna referendaria sulle
pagine del giornale e' apparso ben poco: se il giornale avesse sostenuto il
si' al disarmo avrebbe potuto dare un contributo decisivo per mobilitare il
movimento per la pace italiano e per indurre gli altri mass-media italiani
ad occuparsi della questione: e questo avrebbe avuto una ricaduta rilevante
in Brasile. Ma "Liberazione" non lo ha fatto]

Nonostante il presidente Lula da Silva e sua moglie Marisa Leticia avessero
dato il buon esempio, recandosi a votare per il si' nel referendum sul
disarmo civile di domenica scorsa, la maggioranza della popolazione
brasiliana ha sonoramente bocciato l'opzione che prevedeva la proibizione
del commercio delle armi.
Nel seggio della citta' industriale di Sao Bernardo do Campo il presidente
del Brasile ha espresso chiaramente le sue opinioni affermando che: "se una
persona qualunque possiede armi da fuoco non creera' sicurezza, quindi ho
votato si'". Ma l'impulso e l'indicazione data dalla massima carica
istituzionale non ha sortito l'effetto sperato. Il referendum sostenuto da
organizzazioni della societa' civile, dalla chiesa cattolica e da alcuni
partiti politici, e' naufragato senza possibilita' di appello. Il senso
della sconfitta sta tutto nei dati del Tribunale superiore elettorale.
Complessivamente il no si e' attestato al 63,88% mentre il si' al 36,12% dei
voti validi. I non votanti hanno raggiunto una percentuale del 21,71%.
Il no ha vinto in tutte le regioni del Paese, in particolare nella regione
Sud dove ha raggiunto il 79% circa di voti mentre nella regione Nord si
attesta sul 70%. Nel Nordeste i favorevoli al commercio di armi hanno
totalizzato il 57% dei suffragi, nel centrovest hanno ottenuto il 68% e nel
sudest il 60%.
In tutte le capitali degli stati federali si sono registrati i risultati
piu' importanti; a Porto Alegre (Capitale del Rio Grande do Sul) e a
Boavista (Roraima) si e' avuto il maggiore distacco tra coloro a favore del
commercio di armi e chi invece era a favore del disarmo: in entrambe le
capitali infatti il no ha superato l'80% dei voti, con il si' attestato a
percentuali di circa il 10%.
In tutti gli stati (tra cui Rio de Janeiro, Santa Catarin, Goias, Espirito
Santo, Amapa') a conteggio ormai concluso l'esito non ha potuto piu' essere
smentito. Gia' nella serata di domenica, quando il risultato sembrava ormai
delinearsi, si sono avuti i primi commenti ed e' iniziato il dibattito che
sicuramente non rimarra' senza strascichi.
*
Sia il presidente del fronte del no, deputato Fraga (Pfl) che il segretario
del comitato per il si', il deputato Jungman (Pps) attribuiscono il
risultato del referendum al fatto che la consultazione e' stata trasformata
in un plebiscito sulle condizioni di sicurezza vigenti in Brasile. Questo e'
infatti l'elemento piu' importante emerso non solo dall'esito del referendum
ma anche da tutta l'accesa campagna referendaria. La popolazione brasiliana
ha scelto in larga maggioranza di poter continuare a comprare liberamente
armi da fuoco, nonostante la mobilitazione del governo, della Chiesa e di
molte organizzazioni sociali. Il senso di minaccia che aleggia sugli
individui per la violenza urbana e la sfiducia nelle istituzioni, e
specialmente nella polizia, hanno contato di piu' degli appelli alla ragione
e al disarmo di molte personalita' note, da Ronaldo al cantautore Chico
Buarque de Hollanda. A questo proposito e' significativo il commento
espresso da Rubem Cesar Fernandes, della ong "Viva Rio", uno dei
coordinatori del fronte per il disarmo: "Stiamo stati ingenui, mettendo in
campo gli artisti. Quelli del no si sono avvalsi di esperti della
comunicazione come Chico Santa Rita, consulente di Collor".
*
Ma al di la' delle strategie di comunicazione ha contato fortemente il clima
si scontro sociale in Brasile, la violenza e' provocata dalle enormi
disparita' fra ricchi e poveri, una dicotomia semplice ed immediata. Nelle
baraccopoli dei grandi aggregati urbani come nei quartieri di lusso protetti
da alte mura e pattugliate da guardie private, le armi sono viste da un lato
come un mezzo di "promozione sociale" e dall'altro come unica via alla
difesa della propria condizione.
Il fatto che nessuno si fidi della polizia, peraltro corrottissima, puo'
anche essere visto come disaffezione nei confronti dello stato, nonostante
l'elezione di Lula e il vento di cambiamento respirato in Brasile finora.
A far vincere il si' non hanno contribuito neanche i dati relativi al numero
di morti per arma da fuoco rilevati lo scorso anno, ben 36.000 sono le
persone cadute nel 2004. Eppure in concomitanza del referendum si e'
conclusa la campagna per la consegna delle armi da fuoco personali iniziata
l'anno passato. I risultati infatti sono stati incoraggianti, 467.000 tra
armi e munizioni sono state raccolte dalle autorita' e sembra leggermente
calare il numero dei morti. Allo stesso tempo rimane in vigore lo Statuto
del disarmo, approvato nel 2003, che prevede pene piu' severe per il
possesso illegale, difficolta' maggiori per l'acquisto e un registro per
tutte le armi utilizzate dalle forze dell'ordine.
*
La contraddizione insita in tutto cio' puo' anche essere ravvisata negli
stessi promotori del referendum. "E' accaduto che la stessa sinistra si e'
fortemente disinteressata; e' accaduto che le stesse articolazioni della
societa' civile si sono occupate d'altro. Il governo si e' bloccato sulla
difensiva cercando di ripararsi dalle accuse di corruzione e tutta la
politica e' stata occupata da questo dibattito. Il referendum e' rimasto
assente, non faceva parte del dibattito politico. E cio' a tutto vantaggio
della destra e delle industrie che producono armi", e' stato questo il
commento di Ermanno Allegri, sacerdote della Commissione Pastorale della
Terra, il quale non ha risparmiato critiche neanche alla chiesa cattolica
affermando: "A parte le pastorali sociali e alcune iniziative delle
comunita' di base, e' stato fatto pochissimo: qualche veglia di preghiera e
non molto di piu'".

13. SULLA STAMPA ITALIANA. MAURIZIO MATTEUZZI: UNA SCONFITTA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 25 ottobre 2005.
Maurizio Matteuzzi, giornalista e saggista, e' un profondo conoscitore della
realta' latinoamericana.
Non possiamo esimerci dal segnalare come "Il manifesto" non abbia
minimamente colto l'importanza del referendum e non abbia minimamente
contribuito a sostenere le sorelle e i fratelli brasiliani: lungo tutta la
campagna referendaria sulle pagine del giornale sono apparsi forse non piu'
che una lettera e un articolo: se il giornale avesse sostenuto il si' al
disarmo avrebbe potuto dare un contributo decisivo per mobilitare il
movimento per la pace italiano e per indurre gli altri mass-media italiani
ad occuparsi della questione: e questo avrebbe avuto una ricaduta rilevante
in Brasile. Ma "Il manifesto" non lo ha fatto]

64% no, 34% si'. I primi a congratularsi per il trionfo delle armi, nel
referendum di domenica in Brasile, sono stati gli americani della National
Rifle Association... "E' stata la vittoria della liberta'". Liberta' di
sparare, liberta' di uccidere e soprattutto di essere uccisi. Un morto per
arma da fuoco ogni 15 minuti, 36.000 morti l'anno scorso. Un altro dei tanti
record del Brasile. L'esito tragico del referendum e' molto piu' che
simbolico perche' il problema della sicurezza pubblica in Brasile e'
drammatico. Nessuno poteva aspettarsi che con il bando delle armi da fuoco
la guerra civile quotidiana in quel paese dagli osceni contrasi sociali
sarebbe finita per incanto. Ma il tracollo del politically correct (e di un
sintomo elementare di civilta') va molto al di la' del simbolico.
Lula, dopo la vittoria nelle elezioni presidenziali del 2002, aveva detto
che per una volta "la speranza aveva vinto la paura". Domenica, tre anni
dopo, e' stata ancora una volta la paura a vincere sulla speranza. Non solo
sulle armi da fuoco.
*
Il referendum di domenica in Brasile che proponeva la proibizione della
vendita e del commercio delle armi si e' risolto in un disastro per il si'.
Il 64% degli elettori brasiliani (che erano 122 milioni, voto obbligatorio)
hanno detto seccamente no, contro il 36% di si'. Qualsiasi cittadino che
abbia compiuto 25 anni e abbia passato qualche allegro controllo potra'
continuare a comprare armi e munizioni. E a sparare. Il Brasile ha un record
mostruoso: una persona uccisa da armi da fuoco ogni 15 minuti, l'anno scorso
36.000 persone uccise a colpi d'arma da fuoco, in Brasile pare che le armi
in mano ai privati siano non meno di 17 milioni, di cui 9 milioni non
registrate. E molti delle vittime e degli assassini erano giovani, secondo
un rapporto dell'Onu.
Non e' servita a niente la campagna per il si' del governo di Lula, della
chiesa cattolica e delle Nazioni Unite, e neppure degli adorati attori delle
telenovelas e delle stelle della musica popular brasileira che si sono spesi
negli spot televisivi gratuiti in favore del bando. Anzi, secondo molti,
l'impegno del governo e delle stelle per il si' alla fine e' stato
contriproducente. Perche' il no e' stato anche un voto di sfiducia totale
nella capacita' del governo di affrontare il problema della sicurezza, che
in Brasile e' drammatico, e il si' ha finito per apparire una posizione
delle elites politically correct mentre il popolo - che la campagna
favorevole alle armi ha saputo sapientemente usare -, quello che vive
nell'inferno quotidiano delle favelas, si esprimeva in favore dell'uso delle
armi "per potersi difendere dai banditi e dalla polizia".
*
Il trionfo del no e' anche un segnale inequivocabile dei dubbi, o meglio
della certezza, sull'efficienza e soprattutto sull'onesta' della varie
polizie nel compito di difendere i cittadini.
Solo in settembre il si' era oltre il 70% nei sondaggi e il no poco sopra il
20%. Poi la campagna si e' spostata dal semplice quesito sulla vendita delle
armi alla complessiva politica sulla sicurezza pubblica del paese, o meglio,
come ha detto Roberto Busato, presidente dell'Ordine degli avvocati del
Brasile, "sulla sua non-politica". In effetti, nonostante gli impegni presi
in campagna elettorale, il governo di Lula e' riuscito a fare poco o nulla
per migliorare una situazione di guerra quotidiana che e' andata anzi
peggiorando in questi ultimi anni. "Il popolo e' tornato alle urne per dire
a Lula, per la prima volta dopo le elezioni del 2002, che il suo voto in
rapporto alla sicurezza pubblica e' zero". Lula ha dovuto far buon viso a
pessimo gioco: domenica notte ha detto che lui continua personalmente a
essere contrario all'uso individuale delle armi, ma che la vittoria del no
"non porra' alcun problema" e il governo la rispettera'.
La "campagna del popolo" ha sconfitto la "campagna delle elites", anche se
puo' apparire curioso il fatto che i sondaggi rivelassero l'ovvieta' che
piu' si alzava il livello sociale e di reddito piu' cresceva la massa dei
no.
In realta' il popolo e' stato ancora una volta usato, e usato male. I
propagandisti del no l'hanno buttata non solo sulla paura ma anche
sull'insindacabile diritto individuale di avere un'arma, e di usarla. In
questo senso i responsabili della campagna del si' parlano con qualche
ragione di un "dibattito all'americana" e denunciano il poderoso lavorio
delle lobbies non solo brasiliane. Fra i primi a congratularsi per il
trionfo delle armi sono stati quelli della National Rifle Association: "una
vittoria della liberta'".
Intanto, e anche questo spiega il disastro di domenica che e' molto piu' che
simbolico, la popolarita' di Lula continua a scendere nei sondaggi.

==============================
VITTORIA AL MONDO. SI' ALL'UMANITA'
==============================
Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
di riflessione sull'esito del referendum brasiliano del 23 ottobre
per proibire il commercio delle armi, per salvare la vita delle persone.
Per non dimenticare, per proseguire.
*
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
*
Numero 10 del 28 ottobre 2005

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